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Le Recensioni di Gigi - 2010
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it

Le pagine Speciali dedicate a: Shiddarta 2010

             
 

Bene mio core mio
La Borto
Ritratto di spalle
Horcynus Festival 2010
Anastasia, Genoveffa e Cenerentola
Reazionaria
Classe di ferro
Italiani si Nasce e Noi lo Nacquimo
Le Conversazioni di Anna K
Lavori in Corso
Il Grande Kahuna

 

Il Matrimonio
Bronte
'U contra
Don Chisciotte
MEDEA
La fortuna con l'effe maiuscola
La Metamorfosi
IL Piacere dell'onestà
Ultimo Giorno

L'isola - Materiali per un sogno
Trafficu ppi nenti

 


Il berretto a sonagli
Landi Lover
La festa - Pali
La ballata delle ballate
Brachetti & Friends
ATRIDI

Acquasanta

Cena a sorpresa
Senza Hitler

La commedia di Candido

Letto a tre piazze
To Be or not To Be

 


Niente più niente al mondo-Monologo per un delitto
Il ritorno di Leo
One-man-show
THE INFERNAL COMEDY
Muraglie
L'inganno
Ditegli sempre di Si
L'aria del continente
La Menzogna

Hairspray

Romolo il Grande
Bach to black


             

 

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Il berretto a sonagli
di Luigi Pirandello

diretto e interpretato da
Gigliola Reyna
con
Ercole Tringale, Mario Re, Marcella Giannitto, Nuccio D'Arrigo,
Rosy Pellegrino, Lidia Scuderi, Olga Signorello
e i ballerini: Lara Viscuso e Fabrizio Calanna

Giovanni Cutrufelli è stato un fine protagonista delle opere pirandelliane. Scomparso lui da pochi anni è stata la moglie Gigliola Reyna a prendere le redini della “Compagnia Sicilia del Teatro Nazionale” fondata nel 1945. Adesso la Reyna vestendo i duplici panni di regista e interprete della signora Beatrice Fiorica propone alla Sala Laudamo manco a dirlo Il berretto a sonagli di Pirandello nell’edizione in lingua del 1918, non quella in dialetto siciliano dell’anno prima il cui punto di partenza, come gli accadeva spesso, è la novella La verità del 1912. Un piccolo trattato sulla gelosia e sulle corna ruotante attorno allo scrivano Ciampa. Il quale sa d’essere cornificato dalla moglie col suo datore di lavoro, ma sino a quando gli altri non lo sanno lui ha la fronte liscia senza alcuna protuberanza. Perché quando qualcuno ti sbatte in faccia quel che realmente sei, come farà la signora Fiorica moglie del cornificatore, ognuno vorrà difendere il proprio pupo, la propria dignità e l’unica via d’uscita sarà quella di rifugiarsi nella follia. Quello che farà Ciampa, con il beneplacito dei parenti della controparte, ovvero facendo rinchiudere in una clinica psichiatrica per almeno tre mesi quella donna che s’è permessa di dire questa pazzia. Non ci vuole niente per essere considerati dei pazzi, dirà Ciampa vestito in modo manierato da Mario Re, basta solo gridare ad alta voce la verità. Su una scena con pochi arredi e un paio di specchi falso-barocco si muovevano all’inizio i due ballerini Laura Viscuso e Fabrizio Calanna alle prese con un didascalico kriminal tango al ritmo di “amore vuole dire gelosia” e poi Ercole Tringale e Marcella Giannino (fratello e madre della protagonista), Nuccio D’Arrigo (un delegato Spanò che troppo spesso s’ asciugava con un fazzoletto il volto e la fronte senza essere sudato), Rosy Pellegrino (la bella saracena), Lidia Scuderi (la piagnucolosa cameriera Fana). Questo spettacolo fa sorgere un problema, in particolare per il presidente Luciano Ordile, quello che adesso tutte le filodrammatiche messinesi vorranno essere incluse nel prossimo cartellone del Teatro di Messina.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Niente più niente al mondo
Monologo per un delitto
di Massimo Carlotto

diretto e interpretato da
Patrizia Baluci

Quand’è che i messinesi s’accorgeranno che la loro concittadina Patrizia Baluci è una grande attrice? Quale ruolo dovrà interpretare perché il pubblico faccia la fila fuori dal teatro? Questa volta la Baluci veste i panni d’una donna che in un momento di crisi di nervi accoltella in cucina la sua figlia ventenne. Un gesto insano senza dubbio. Da condannare. Ma calatevi un attimo nel tran-tran della sua vita. Un marito disoccupato, lei che lava scale e pavimenti racimolando un migliaio di euro al mese e una figlia svogliata che se ne va in giro in motorino flirtando con extra-comunitari e riempiendo la sua stanza di inutili gingilli. La scorgiamo all’inizio avvolta da un rosso grembiale e quando se lo toglie di dosso ha la veste bianca comprese le calze macchiate di rosso sangue. Si siede ad un tavolo bianco ( la scena è di Emilio Del Pozzo, i costumi di Francesca Placuzzi) e parla delle cibarie e dei detersivi che vi stanno sopra comprati in discount periferici. L’unica sua evasione sono le tre-quattro bottiglie al mese di vermouth che beve voluttuosamente e la schedina del Totip. Più niente. Non la conforta neppure l’amore del marito che risulta essersi spento. Meno che meno la figlia di cui è sempre scontenta. Parla Nunzia Malaspina, questo il suo nome. Parla come se una telecamera la riprendesse in quei reality o talk show televisivi che segue animosamente, spingendo la figlia, inutilmente, ad andarci e proporsi. Si consola solo rimuginando e canticchiando “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli che sa a memoria. Da qui il titolo del minuzioso e iperreale testo di Massimo Carlotto Niente più niente al mondo- Monologo per un delitto interpretato e messo in scena in bello stile camp dalla stessa Baluci che cambia voce, tono e volto in ogni momento e salutato alla fine da scroscianti e caldissimi applausi alla Sala Laudamo in scena sino ad oggi pomeriggio e da non mancare.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

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Bene mio core mio
di Eduardo De Filippo

con Lunetta Savino e Bruno Colella
regia Bruno Colella

Lorenzo Savastano (Bruno Colella) un restauratore di quadri antichi, vive nella stessa casa con la sorella Chiarina (Lunetta Savino) ancora illibata all’età di 42 anni. Dopo essere stato per lavoro in America per circa sei mesi, Lorenzo trova Chiarina in cinta dell’aitante Filuccio (Giovanni Allocca) di professione ortolano che ha per matrigna un’affascinante donna di nome Virginia (Bianca Nappi) per nulla “vecchierella”. Il restauratore è generoso e regala a sorella e cognato una casa per abitare e delle stanze per fare un negozio di frutta e verdura. Locali che, soggiunge Filuccio, dovrebbero essere intestati alla giovane matrigna. Un atto di generosità che mal gliene incoglierà perché Lorenzo deciderà, consenziente Virginia, di sposarla. E’ quanto accade in Bene mio, Core mio una commedia per niente minore scritta da Eduardo De Filippo nel 1955 messa in scena dallo stesso Colella in stile asciutto ed efficace, resa accattivante con una serie di canzoni originali di Eugenio Bennato alle quali, oltre a chi le esegue, partecipa il resto dell’affiatato cast formato da Lina Polito, Franco Pica, Giovanni Allocca, Nicola Morelli, Vittorio Ciorcalo, Antonella Migliore. Uno spettacolo garbato con le scene di Tonino Di Ronza, i costumi di Caterina Nardi, salutato alla fine da lunghi applausi in scena al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 


 

foto G. Messina

 

 

 

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Il Matrimonio
Di Nicolaj Gogol

regia
Nino Mangano

con
Mariella Lo Giudice, Miko Magistro
e
Debora Bernardi, Raffaella Bella, Federica Bisegna
Vittorio Bonaccorso, Giovanni Carta, Carlo Ferreri
Rosario Minardi, Giovanni Santangelo, Alessandro Sparacino

Un finestrone centrale con baldacchino, una primigenia bicicletta dalla grande ruota anteriore e piccola posteriore, un personaggio in lunghi mutandoni che solleva pesi a palla tenuti da un bilanciere, una donnina in vasca da bagno e una serie di cartelli con su scritto quanto accadrà da lì a poco sbandierati ai lati del palcoscenico, quasi come si vedevano nelle comiche dei film muti, sono gli elementi scenici di Dora Argento (suoi pure i costumi) che fanno compiere al pubblico un tuffo nel passato. Al tempo in cui Gogol, tra il 1833 e il 1842, scrisse e rifece Il matrimonio, un gioiellino di drammaturgia grottesca antelitteram che il regista Nino Mangano nella sua rielaborazione al Teatro Brancati amplifica senza riserve. Compiendo anzi un transfert con le drammaturgie di Cechov, Feydeau, Ionesco, calcando invero un po’ la mano al punto che i suoi personaggi gogoliani, impomatati truccati e pieni di tic nervosi diventano delle vere macchiette. Non ce n’era bisogno. Perché per far uscire fuori il grottesco e l’assurdo è sufficiente che gli attori recitino nel modo più serio possibile. Sono le parole, le situazioni a creare atmosfere comiche, paradossali, surreali. Il plot ruota attorno a Pietruccio (Giovanni Carta) un celibe impenitente che sta per sposare Agata (Debora Bernardi) con l’apporto della mezzana Filomena (Mariella Lo Giudice) e gli escamotage del navigato amico Cosimo (Miko Magistro) che fa di tutto per togliere di torno una quaterna di pretendenti la mano di Agata. Ma dopo alcuni peripezie a sfondo comico e un definitivo soliloquio sui vantaggi e gli svantaggi d’un possibile cambiamento di stato civile, Pietruccio scapperà da quel finestrone centrale essendogli state chiuse tutte le porte per uscirsene attraverso una via normale. Applausi finali e repliche sino al 19 dicembre.-
Gigi Giacobbe

 


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Land Lover
di Gianfranco Berardi
diretto e interpretato da Gianfranco Berardi
con
Gabriella Casolari, Roberto De Sarno, Eugenio Vaccaro

Collaborazione drammaturgica Elle Morano
Scene Grazia Bono e Aldo Zucco

Basta il cambio d’una consonante e il senso d’un termine o d’una frase cambia del tutto. Come avviene in Land Lover la pièce scritta-diretta-interpretata da Gianfranco Berardi assieme a Gabriella Casolari, Roberto De Sarno e Eugenio Vaccaro. Una “L” al posto d’una “R” ed ecco che dal veicolo fuoristrada a 4 ruote motrici in grado d’affrontare agilmente i terreni più accidentati, la mente vola ad una terra degli amanti o dell’amore se preferite. Un luogo non ben identificato, un’isola privilegiata da un certo tipo di turismo sessuale, un eden specchietto per le allodole, abbindolate da vacanze esotiche alla ricerca di chissà quali emozioni. Sulla scena nuda di Grazia Bono e Aldo Zucco incontriamo un anfetaminico sciamano che si esprime anche in un siciliano storpiato e si muove su una sedia a rotelle, fingendo un finto handicap, trainando con sé una sorta di armadio a forma di altarino, con annessa statuina della Madonna, tappezzato di santini, ex-voto, chincaglierie e una maglietta dell’Inter. Giunge una donna che cerca di bypassare la sua depressione e arriva pure un industrialotto che pensa solo a sesso, whiskey e rock and roll, mentre al telefonino tranquillizza di continuo la madre che ha ricoverato in ospedale prima di partire. Infine appare Niki (lo stesso Berardi) un transessuale alla ricerca dell’amore puro che crede di averlo trovato in quell’ìndustriale. Un bestiario umano che si ritrova alla discoteca “Paradise”, unito in gelidi abbracci per allontanare forse la paura, la solitudine e la morte. I cambi di scena sono segnati da lenti bui e appaiono lontani Fassbinder e Godard. Applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

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Il ritorno di Leo
di
Donatella Venuti

diretto e interpretato da
Donatella Venuti
con
Alessio Bonaffini e Nicola Buonomo

scene di Franco Lombardo
musiche originali di Arcadio Lombardo

Marito e moglie parlano del loro figlio unico. Qualunque cosa succeda il loro Leo è sempre al centro, immobile, fisso come la terra nel sorpassato sistema tolemaico. Gigantografie, immagini, foto e filmini ne raccontano il suo evolversi sin dalla prima infanzia. La madre lo giustifica in tutto anche se fuma un po’ di marijuana. Il padre colleziona orologi di marca ed è orgoglioso d’avere un figlio maschio che significa perpetuare la stirpe. La prima ora passa ascoltando argomenti stereotipati senza avvertire alcuna drammaticità. Pinter e Bergman sono lontani. Si capisce solo che i due sono in ansia perché deve arrivare il figlio 26enne che da 6 anni sta fuori con un buon posto e un buon stipendio. Ad un tratto in sala appare una figura dai tratti femminili, elegante e carica di bagagli. Alle prime i due genitori non la riconoscono. Lei/lui dice d’essere Leo, il figlio tanto atteso. La madre è più accondiscendente e accetta quella metamorfosi. Il padre non ne vuole sapere, anzi ad un tratto appare con una pistola e gli spara mancandolo. Quando sembra che il trio vada d’amore d’accordo, la madre si sveglia. Era stato solo un sogno, ma le valigie sono lì in un canto a testimoniare tutt’altra verità. La bella fanciulla dirà poi che è la moglie di Leo che non comparirà mai in scena. E’ quanto succede ne Il ritorno di Leo scritto diretto interpretato da Donatella Venuti nel ruolo della madre apprensiva, avendo accanto Alessio Bonaffini in quello del padre e di Nicola Buonomo nei panni femminili, vera rivelazione dello spettacolo. Le scene minimali erano di Franco Lombardo le musiche originali di Arcadio Lombardo. Applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

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La Borto
di
Saverio La Ruina

diretto e interpretato da
Saverio La Ruina

musiche composte ed eseguite dal vivo da
Gianfranco De Franco

Lo avevamo lasciato tre anni fa sul proscenio della Sala Laudamo seduto su una sedia impagliata Saverio La Ruina, agghindato con una veste a fiorellini nei panni della Dissonorata Pasqualina, una giovane donna del sud sedotta e abbandonata. Lo ritroviamo adesso nella stessa Sala sotto un cono di luce, vestito con maglietta bianca, pantaloni scuri, ciabatte e calze color turchese, avendo alle spalle Gianfranco De Franco alle prese con sax e clarinetto, incarnare in questo suo la Borto una giovane donna di 28 anni, madre già di 7 figli e moglie d’un uomo vecchio, brutto, mostruoso, violento e pure sciancato, che il patrigno le ha imposto di sposare quando aveva appena 13 anni e mezzo. Un calvario la sua vita quando, ancora una volta ingravidata, cerca di abortire con pratiche da tortura o da fattucchiera e si sente come Giuda che tradisce Gesù nell’ultima cena. Parla La Ruina ininterrottamente per 75 minuti. La sua vocina sottile ed efficace arrota le parole nel dialetto calabrese di Castrovillari, le sussurra a volte con toni farneticanti e visionari intercalando degli aaahh o degli eeehhh ad ogni fine periodo, pronto a riprendere il filo del discorso con ironia e con una singolare arte affabulatoria che cattura il pubblico ipnotizzandolo. Non sembra sottomessa a quel mostro che ha accanto da più di 15 anni Vittoria, questo il suo nome. Cerca di reagire, si auto-conforta raccontando storie di donne che fra atroci dolori hanno cercato di abortire facendo ricorso alle mammane, agli intrugli di prezzemolo, alle sciagurate cadute per le scale o a quelle punte acuminate dei ferri da calze. Non stima gli uomini, Vittoria, li considera solo dei geometri che misurano tette culo e cosce come se al posto degli occhi avessero il metro. E’ un’Italia degli anni’70 ante-referendum sull’aborto quella che lei racconta. Ma le cose non è che siano molto cambiate da quella legge n°194 che regolamenta l’interruzione di gravidanza. Tant’è che in chiusura, e siamo già in tempi più recenti, Vittoria racconta d’una sua nipote che volendo abortire ha scelto una clinica del nord dove le ostilità e i pregiudizi sono gli stessi. Spettacolo emozionante, sconvolgente, da cui si esce in certo modo colpevoli ma più responsabili. Alla fine applausi calorosi che non finivano mai.-
Gigi Giacobbe

 

 


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Bronte
di Carmelo Causale

adattamento e regia di Gianni Scudo
musiche a cura di Orazio Corsaro

con Antonio Lo Presti, Giovanni Maria Currò, Sasà Neri, Andrea Florio, Marzia Zito,
Raniela Ragonese, Oreste De Pasquale, Simona Fiordaliso, Gilberto Di Gioia

Quando Garibaldi sbarca in Sicilia cominciano a sloggiare i Borboni e molte città e paesi continuano ad essere governati dai proprietari terrieri, dall’alta borghesia e dal clero. A Bronte, dove esiste anche una nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, giungono echi che contadini e proletari avranno la libertà e un pezzo di terra. Parole al vento perché al malcontento popolare che cresce a dismisura si aggiungono parecchi sbandati delle pendici dell’Etna e il capo dei carbonari Calogero Gasparazzo. Scatta un’insurrezione sociale. Vengono incendiate alcune case, il teatro e l’archivio comunale e comincia una caccia all’uomo che produrrà sedici morti ammazzati tra ufficiali e civili. A questo punto interviene il “pompiere” Garibaldi che per spegnere quegli eccidi invia a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini di Nino Bixio. Secondo alcuni storici Garibaldi agisce così anche per proteggere gli interessi dell’Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson) ma soprattutto per calmare l’opinione pubblica. Ecco dunque Bixio nei panni dell’inquisitore ( Florestano Vancini nel suo film del 1972 lo accomuna ad una sorta nazifascista) allestire un processo sommario e decretare nel giro d’una mezza giornata l’arresto di 150 persone e la condanna a morte per fucilazione di cinque personaggi innocenti, compresi il sindaco Nicolò Lombardo ( qui vestito da un accorato Antonio Lo Presti nel ruolo pure di Nunzio Cesare) e ‘u babbu du paisi (con stampella quello di Giovanni Maria Currò). E’ quanto succede in Bronte 1860- Quale libertà del drammaturgo catanese Carmelo Causale in scena al Vittorio Emanuele con la regia di Gianni Scuto oscillante tra la fissità di un’opera lirica e lo straniamento d’una tragedia greca, riscattandosi in chiusura quando le tre protagoniste femminili (Marzia Zito, Raniela Ragonese, Simona Fiordaliso) intonano in coro quel canto di dolore, ‘A tirannia, uno dei cavalli di battaglia di Rosa Balistreri. Spiccano le presenze di Salvatore Celano dalla bella voce portata, il maggiore con coppoletta in testa di Sasà Neri somigliante a Moni Ovadia, le percussioni di Gilberto Di Gioia e le musiche di Orazio Corsaro. All’inizio si nota Oreste De Pasquale e verso la fine il Nino Bixio di Andrea Florio, unico in camicia rossa. Un esempio di teatro-cronaca per ricordare una triste pagina della nostra storia siciliana nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia che i media stanno celebrando in vari modi.-
Gigi Giacobbe

 

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La Festa

 

Pali

 

 

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La Festa
regia di Gianfelice Imparato, scene e costumi di Sergio Tremonti
con Spiro Scimone, Francesco Sframeli e Gianluca Cesale

Pali
regia di Francesco Sframeli, scene e costumi di Lino Fiorito
con Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale e Salvatore Arena

Ci tenevano tanto Spiro Scimone e Francesco Sframeli a rappresentare La Festa e Pali al Teatro Vittorio Emanuele. Nel massimo Teatro della loro città dopo aver avuto riconoscimenti e premi importanti in tutta Europa ed essere stati a Parigi ospiti della Comedie Française che aveva accolto in passato personaggi di prestigio come Goldoni, Pirandello, D’Annunzio, Pasolini, Fo, cui si è aggiunto di recente il 34enne genovese Fausto Paravidino. La Festa (regia di Gianfelice Imparato, scene e costumi di Sergio Tremonti) ruota attorno a tre personaggi: padre madre e figlio. Una sorta di sacra famiglia che non ha niente di sacro. A Scimone basta una semplice veste a fiorellini per diventare una madre petulante e succube d’un marito sfaccendato e ubriacone (Sframeli) e d’un figlio di nome Gianni (Gianluca Cesale) che ha messo sotto scopa i genitori perché è lui che porta a casa qualche soldo. In un giorno qualunque la coppia tragicomica litiga di continuo e festeggia 30 anni di matrimonio con una tortina al cioccolato con candelina accesa e una bottiglia di spumante che Sframeli si sbrodola sugli abiti. Ai tre protagonisti di prima si aggiunge in Pali Salvatore Arena. Lo spettacolo, con la regia di Sframeli, è un chiaro apologo sulla nostra condizione politico-sociale, raccontato in stile circense, ricco di ironia e di metafore, che sarebbe piaciuto a Fellini o al Buñuel di Simon del deserto ( lo stilita che se ne sta a pregare su un’alta colonna) tutto giocato su una scena ammiccante e colorata alla Rothko (quella di Lino Fiorito, suoi pure i costumi) in cui spiccano tre pali con predellino esaltati dal bel disegno luci di Beatrice Ficalbi. Gli interpreti sono da Premio Oscar e se ne stanno sui Pali perché hanno alzato la testa e perché hanno capito che la merda che li circonda non può diventare mare. Tanti spettatori si sono dileguati nel buio, ma tantissimi hanno applaudito calorosamente con l’intento di tornare tutti i giorni sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 


 

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One-man-show

di e con
Gilberto Idonea

Ad Angelo Musco che sta per iniziare il suo spettacolo alla corte del re Vittorio Emanuele III e della Regina Margherita gli viene detto: “ Anciulo, cca c’è ‘u re”. E lui di botto senza indugiare: “Passici l’assu chi facemu ‘na basi”. E’ uno dei tanti aneddoti che Gilberto Idonea ha fatto suoi girando per gli States, l’America del Sud e tante altre nazioni portando sugli scudi il nome di Musco e della Sicilia e dei suoi più amati scrittori e drammaturghi. In sostanza questo spettacolo di poco più due ore titolato One-man-show è la copia di quello che Idonea con grande verve grottesca ha rappresentato in tutte le parti del mondo tranne l’Italia. Sul perché del titolo l’attore catanese racconta che, nella metà degli anni ’90, quando stava per esibirsi alla Catholic University di Washington qualcuno degli organizzatori annuncia al pubblico quelle parole in inglese. Lui chiede cosa significhino. Gli viene risposto prontamente che adesso doveva sbrigarsela tutto da solo. Aneddoto che Idonea racconta in dialetto siciliano, mandando in solluchero il folto pubblico del Vittorio Emanuele che non gli ha lesinato sonori applausi. Ancora più fragorosi quando ha recitato alcuni bozzetti di Martoglio tratti dalla Centona, sottotitolati in inglese o in spagnolo, evidentemente a seconda il paese che lo ospitava, o quando ha dovuto affrontare poesie di Buttitta e di Renzino Barbera o alcuni personaggi centrali dei lavori di Pirandello, come Liolà o il Ciampa de Il berretto a sonagli, o quelli più impegnativi di Don Fabrizio a colloquio col funzionario piemontese Chevalley de Il gattopardo di Tomasi di Lanpedusa o il boss mafioso Don Mariano che spiega al capitano dei carabinieri Bellodi de Il giorno della civetta di Sciascia l’esistenza di vari tipi di uomini, mezzi uomini ominicchi e quaquaraquà. Aneddoti gustosi ancora su Musco che ha vissuto a Messina con la famiglia nel noto Grand Hotel di Viale San Martino di sua proprietà dove adesso insistono i magazzini della Coin, ricordando Idonea che questo spettacolo era un omaggio alla signora Franca, primogenita di Musco, scomparsa un paio d’anni fa.-
Gigi Giacobbe

 

 


 

 

 

 

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Ritratto di spalle

di Rocco Familiari
diretto e interpretato da
Viviana Piccolo

Ritratto di spalle è uno dei primi testi di Rocco Familiari. Un “monodramma per un’attrice di razza” si legge sotto il titolo, scritto in versi senza un punto nel 1973, recitato da Giovanna Conti in casa di amici comuni e pubblicato quattro anni dopo da Scheiwiller nelle edizioni “All’insegna de pesce d’oro”. Un fine e piccolo libretto corredato da una xilografia di Heckel, che ha avuto più avanti come interprete Angela Cardile diretta da Aldo Trionfo. Adesso Viviana Piccolo, forse allettata da quel sottotitolo, lo rispolvera e si cala nel doppio ruolo di attrice e regista nel non semplice personaggio femminile. Parla 50 minuti di filato. La sua voce monodiante sembra venir fuori da un violoncello, uguale e sempre diversa, reiterata, vorticosa, labirintica. La donna scava nel suo passato. Svela i segreti più intimi. Li rivive quasi in flash-back. Vuole shakerare i sentimenti perché i suoi dadi possano realizzare il punteggio più alto. Le torna in mente un giovane dagli “occhi profondi e oscuri” che aveva un neo all’angolo della bocca, come la zia di parte di madre, ma poi dopo fugace amplesso, interrotto da un cameriere-bagnino “scomparve dietro un cortina di nebbia giallastra”. Prima in tailleur nero e cilindro, poi in corta sottana, quindi avvolta da un drappo color turchese, la protagonista s’aggira solipsisticamente tra le quinte in plastica opaca o trasparente e una dormeuse (le scene sono di Alessandro Martinelli mentre le musiche di Carlo Cenini) rimirandosi su uno specchio che non è uno specchio perché il pubblico vede il suo viso. Si muove a suo agio la Piccolo in quello spazio simile ad un salotto dalle luci soffuse, denudando il suo animo, come in una sorta di training autogeno, rivelando al pubblico il suo status esistenziale, le paure e i suoi desideri più celati e mentre i suoi occhi guardano lei si vede soltanto di spalle. Applausi calorosi e repliche sino a oggi pomeriggio-
Gigi Giacobbe

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'U contra

di Nino Martoglio
con
Massimo Mollica

Massimo Mollica è ritornato in Teatro mettendo in scena al Teatro Annibale Maria di Francia ‘U contra di Nino Martoglio interpretando pure il personaggio centrale di Don Procopiu Ballaccheri. Rappresentato la prima volta nel 1918 al Teatro Nazionale di Roma dalla Compagnia Angelo Musco,’U contra è un piccolo capolavoro di drammaturgia teatrale che rimane indelebile nella mente dello spettatore almeno per due motivi. Il primo è di ordine storico e riguarda la fantasiosa idea dei siciliani, e dei catanesi in particolare, su come il colera poteva propagarsi (il gruppo dei “baddisti” pensava che il morbo si diffondesse attraverso gli untori, mentre i “culunnisti” ritenevano che il colera venisse importato attraverso il vento di Scirocco). Il secondo motivo lo si individua nel personaggio di Don Procopiu, al quale ci si affeziona subito, sin da quando storpiando le parole nel suo linguaggio “allitterato”, comincia a spiegare alle tante donnette della Civita ( caratteristico quartiere di Catania abitato da pescatori) cos’è l’igiene. Illustrando con esempi arguti come il microbo “che si trova accuvacciato nell’interstizio della strata” possa essere smosso col solo sbattimento delle vesti femminili e attaccarsi per chi, in particolare, non porta i “fondi” ( le mutande) “nel punto più debole…producendo così malattie pusitive”. E se ne potrebbero trovare altri di motivi che rendono ancora oggi godibilissima l’opera di Martoglio. Dalla fame che attanaglia Don Procopiu, alla gigantesca diarrea che lo colpisce, causata da una scorpacciata di “triaca” (fagioli) e curata da un mediconzolo ( Federico Pandolfino) con una bottiglietta di laudano (che tutti credono possa trattarsi d’un miracoloso antidoto anticolera, ’U contra, appunto ), agli sproloqui intellettuali dello stesso Don Procopiu con il “baddista” Don Cosimu Binanti ( Nino Scardina), ai litigi delle comari del popolare quartiere, sino ad arrivare alla miracolosa guarigione della Zà Petra la Bazzicusa ( Carla Luvarà). Bene dunque ha fatto Mollica a riproporre questo lavoro, siglato dalla regia di Andrea Camilleri, per tenere viva una lingua che va sempre più scomparendo e per ricordare un grande drammaturgo che finì i suoi giorni anzitempo in una tromba d’ascensore di un ospedale. Con Mollica in gran forma e a lungo applaudito, questa volta da un pubblico numeroso, spicca la colorita popolana Vanna Battaglia e poi uno stuolo di giovani interpreti (Ilenia D’Avenia, Romana Cardillo, Mari Romano).-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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La Ballata delle ballate

di
Vincenzo Pirrotta

La stagione teatrale di Messina si apre alla Sala Laudamo con La ballata delle balate: un testo tosto sulla mafia, scritto diretto e interpretato superbamente da Vincenzo Pirrotta in stile one-man-show al suono di tamburi e tammorre percosse dal vivo da Giovanni Parrinello. Sul proscenio spiccano ai lati una sfilza di rossi lumini accesi e un ostensorio e al centro un tavolo semilunare e s’odono distanti canti di carrettieri siciliani. Al suo apparire Pirrotta martorizza tra le mani un rosario, si mette in testa una corona di spine, s’infila poi al collo un cordone simile ad un cappio e con voce roboante e cantilenante prega a suo modo, confessando tra “misteri dolorosi e gioiosi” i nomi terribili di noti mafiosi mandanti o artefici loro stessi di brutali omicidi, anche con l’utilizzo di acidi, o d’aver fatto saltare in aria giornalisti, sindacalisti, giudici e forze dell’ordine. Sono cinquemila le vittime di “cosa nostra”. Un fiume sangue che si mischia con quello grondante dal corpo del Cristo crocefisso durante la settima santa di Pasqua. Un uomo solo, chiuso e condannato nel suo covo, con la bocca a pregare Dio e con la mente ad uccidere o fare uccidere il prossimo. Un mafioso latitante che vive da pezzente e nel contempo possessore di enormi ricchezze chiuse nel caveau d’una banca o distribuite nel territorio. Forse finirà un giorno la collusione tra mafiosi e politici, tra latitanti pentiti e organi dello Stato. Intanto bibbie, altarini, santini e pizzini vanno a ruba, chiusi in un ostensorio o all’interno d’un albero che non smette di germogliare nuovi fiori profumanti di morte. Lo spettacolo di Pirrotta pregno di poesia in dialetto palermitano sembra una ballata oscillante tra sacro e profano e vola via con ritmi danzanti e deliranti. Calorosi gli applausi finali e repliche sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

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THE INFERNAL COMEDY
(Confessions of a serial killer)

Testi e regia di Michael Sturminger
Direttore d’Orchestra: Martin Haselböck
Orchestra: Wiener Akademie
Costumi: Birgit Hutter
Con
John Malkovich
e Marie Arnet e Laura Aikin (soprani)
Produzione: Musik Konzepte GmbH
Progetto in collaborazione con RESIA
www.resiartists.it

Al recente Festival di Spoleto The infernal comedy, testo e regia di Michael Sturminger, con John Malkovich, era una chicca assieme agli spettacoli di Bob Wilson e Peter Brook. Qui a Taormina Arte, Malkovich, mefistofelico nel suo lattescente abito con camicia nera a pois bianchi, ha voluto rimarcare all’inizio, senza che il suo inglese dagli accenti austriaci fosse sopratitolato in italiano, che avrebbe amato esibirsi al Teatro greco e che poi invece gli organizzatori lo hanno dirottato al Palazzo dei Congressi. E hanno fatto bene. Perché tranne i cinefili, non tutti conoscono la faccia diabolica d’uno dei più bravi attori contemporanei di cinema, con un passato teatrale di tutto riguardo negli States. E così ad uno spazio all’aperto pressoché vuoto, si è preferito avere una sala al chiuso mezza piena. Uno spettacolo curioso di quasi due ore, sbilanciato pure nel suo incedere che cercava di armonizzare la musica barocca di un’orchestra di quasi trenta elementi diretta da Martin Haselböck, le belle voci dei due soprani, Marie Arnet e Laura Aikin, alle prese con pertinenti brani operistici di Vivaldi, Mozart, Beethoven, Haydin, invero troppo lunghi e in alcuni momenti, pure negli abiti di donne amate e assassinate dal protagonista, prestarsi ad una serie di pantomime e infine la presenza vitale e demoniaca di John Malkovich, molto applaudito, nei panni di Jack Unterwerger. Una sorta di serial killer, con un DNA che poteva appartenere a Don Giovanni e Jack lo Squartatore, realmente esistito nella seconda metà del secolo scorso tra l’Europa e gli Stati Uniti, il quale dopo una prima condanna per omicidio, riesce in prigione a diventare un noto poeta-scrittore-giornalista al punto da essere graziato e rimesso in libertà. Una reintegrazione che dura pochi anni, perché il tizio fa stragi di cuori e di corpi, viene arrestato a Miami e trasferito a Vienna e qui si suicida in prigione con una corda al collo prima che possano fargli il processo e andarsene all’altro mondo convinto beffardamente della sua innocenza. Questo racconta con molta ironia dal suo inferno Malkovich-Unterwerger, morto da 15 anni, seduto ad un tavolo coperto da una sfilza di volumetti con la sua faccia e il cui titolo, appunto The infernal comedy, rievocano le pagine bianche della sua vita, ricca di menzogne, cattiverie, ossessioni e bambinerie, lì pronta ad essere venduta in libreria per soddisfare il suo editore.-
Gigi Giacobbe

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Horcynus Festival 2010
rassegna delle Arti Euro Meditarranee nel segno della "Riconciliazione"

Potranno un giorno essere amici palestinesi e israeliani? Si stringeranno la mano i talebani dell’Iraq con le forze dell’Onu? Gli iraniani la smetteranno di sbandierare le loro atomiche? I serbi del Kosovo, i bosniaci e i croati accetteranno infine che la loro ex-Iugoslavia, quella di Tito, non esiste più? Il cuore di Vincenzo Consolo si riconcilierà con quello della gente del Nord Italia? Ci sarà infine un Mediterraneo libero e pacifico? Questi i temi per sommi capi dell’VIII edizione dell’Horcynus Festival ideato da Gaetano Giunta svoltosi dal 17 al 24 agosto su uno dei luoghi più fascinosi carichi di energia positiva, qual è quella puntuta spiaggia del Parco Horcynus Orca di Torre Faro, che attraverso i mulinelli dello Stretto guarda la mitica Scilla. Riconciliazione. Questa la parolina magica che riecheggiava nei vari programmi cinematografici, musicali, teatrali e letterari stilati dai quattro direttori artistici, Franco Jannuzzi, Giacomo Farina, Erfan Rachis e Massimo Barilla, molto partecipati da un pubblico numeroso e attento. Otto giorni di dibattiti e convegni, una mostra fotografica di Ana Palic, un film su Caravaggio in Sicilia, un Forum sui Balcani con Predag Delibasic, Tonino Perna, Paolo Minuto, il Premio Horcynus Orca a Giorgio Diritti autore del film L’uomo che verrà, un incontro con Franco Battiato autore del docufilm di 45’ Auguri Don Gesualdo sulla figura e l’opera del grande scrittore di Comiso Gesualdo Bufalino, la presentazione da parte di Paolo Benvenuti della Scuola del Cinema di impegno civile, una serie di film ad opera di Elia Suleiman, Philippe Liorel, Shirin Neshat, Davide Ferrario e due bei documentari ad opera di Salvo Cuccia sui luoghi vissuti da Leonardo Sciascia (Ce ne ricorderemo di questo pianeta) e di Ludovica Tortora de Falco che scandaglia il pensiero, i luoghi e le opere di Vincenzo Consolo (L’isola in me). Carica di suggestioni La fuga di Enea ad opera di Vincenzo Pirrotta che in una performance solitaria, utilizzando le tecniche del cuntu, ovvero sincopando le parole, brandendo una spada di legno e battendo il piede come fanno i pupari, ha fatto rivivere alcune pagine della guerra di Troia, in particolare quelle riguardanti l’uccisione di Patroclo ad opera di Ettore, il quale a sua volta veniva ridotto in brandelli dall’ira di Achille. Straniante, razionale, algido, lo spettacolo di marionette, marottes, pupazzi, ombre, oggetti e attori, Il figlio della pioggia d’oro, ad opera del Teatro delle Rane di Reggio Calabria, alludendo il titolo al singolare modo in cui è venuto alla luce Perseo, ossia dalla madre Danae che non ne voleva sapere di Zeus e come costui metamorfosandosi in una pioggia d’oro riuscì a ingravidarla penetrando nel suo grembo attraverso i buchi d’una torre di bronzo. Infine il Mana Chuma Teatro di Salvatore Arena e Massimo Barilla ha presentato una lettura studio titolata L’ultimo inganno-Un’altra Iliade, un racconto obliquo sulla guerra, visto di spalle, dai margini degli ultimi.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Don Chisciotte
di Ruggero Cappuccio
con
Roberto Herlitzka e Lello Arena

Dopo il debutto a fine giugno ad Asti Teatro Festival il Don Chisciotte di Ruggero Cappuccio liberamente e magnificamente tratto da Miguel Cervantes, ha fatto la sua apparizione per una sola serata nella sala grande del Palazzo dei Congressi. Ma gli amanti di teatro, ai quali consigliamo di non perderlo, potranno vederlo in altre sedi italiche perché girerà ancora per un bel po’. Cappuccio ne ha fatto un’intrigante trascrizione linguistica-poetica-visionaria, qualcosa che sarebbe piaciuta pure a Georges Perec e al gruppo dell’Oulipo, la regia di Nadia Baldi ha assecondato il progetto e il resto lo hanno fatto due attori di razza, quali sono Roberto Herlitzka e Lello Arena, applauditi a scena aperta e lungamente alla fine. Il primo nei panni d’uno svanito professore universitario, studioso di letteratura epico-cavalleresca, posseduto dall’anima dell’hidalgo della Mancia, il secondo in quelli d’un guitto ignorante e analfabeta, con i piedi ben piantati a terra, che si esprime in stretto dialetto napoletano, cui gli verrà assegnato il compito d’interpretare il fido scudiero Salvo Panza. Nella scena di Nicola Rubertelli spiccano in primo piano alcune pile di testi e tomi classici, mentre i due protagonisti se ne stanno seduti su due alte seggiole a rotelle, farfugliando nelle loro lingue tenendo in mano una corda che snocciolano come un rosario e avendo alle spalle un’impalcatura di tubi innocenti con assi lignei e cavalletti ferrosi, un’allegoria forse per evidenziare lo status malandato in cui si trova il teatro italiano dopo i tagli governativi del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo). I due discutono sul doppio significato del verbo “errare” e se il nome “Salvo” possa salvare qualcosa o qualcuno e se la lettera “E” è un pettine a tre denti che chiude la parola AMORE. Il cavaliere Herlitzka viaggia per antichi oceani neuronali e si trova a combattere con casco in testa e spada in mano a cavallo del suo ronzino, in realtà all’interno d’un carrello da supermercato spinto da Arena, contro i mulini a vento alla ricerca dell’amata Dulcinea del Toboso che potrebbe salvarlo e dargli quella pace che mai troverà.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Brachetti & Friends
di Arturo Brachetti

Vedi Arturo Brachetti e la mente di piccoli e grandi comincia a navigare per i mari dei sogni e della fantasia. Diventi un coetaneo di Alice o di Coraline, entri nel suo enorme armadione e ti meravigli come questo nipotino di Fregoli riesca in un battibaleno a tramutarsi in cosacco, brasiliana, messicano o cinese. O come con gli indumenti d’un vestito classico effettui sorprendenti cambi a vista, diventando parroco, torero, samurai, beduino, pure un fantino di Ascott con tanto di cavallo. Il numeroso pubblico del Teatro greco è andato in visibilio per le sue dimostrazioni di fantasia mimica e in particolare per il “numero del cappello”, in realtà solo una falda o una rondella di tessuto nero, manipolata come lui sa fare, è in grado di dare vita a 25 nuove fogge che si richiamano alle figure di Gloria Swanson, Rossella O’Hara, Napoleone, Fernadel e altri ancora. L’artista torinese non è da solo in questo Brachetti & friends, ma in compagnia di ottimi performer come il giovane illusionista Luca Bono di cui sentiremo ancora parlare, di Otto Wessely , un mago che gioca a fare il mago, caricando i suoi numeri di non-sense e d’una comicità surreale, sbagliando (di proposito) tutti gli effetti. E poi c’è Kevin James, un’illusionista americano che propone una tarantiniana operazione chirurgica, durante la quale con una motosega taglia in due il suo assistente e le due parti del corpo, vive per incanto, tornano alla fine a ricomporsi, con grandi Oh! Oh! del pubblico. E ci sono i formidabili Golden Powers, una coppia di atleti ungheresi, Jula e Alex, che hanno fatto parte del Cirque du Soleil, i quali dipinti in oro eseguono con mani e piedi e con i loro formidabili muscoli dei numeri scultorei che avrebbero fatto invidia al genio greco dei vari Fidia e Prassitele. Uno spettacolo affascinante di due ore con applausi continui e oceanici alla fine, accompagnato costantemente dalle musiche dal vivo dei cinque Travailleurs de la nuit guidati da Gerardo Balestrieri, durante il quale i sogni si realizzano, la luna può entrare nel pozzo e sul palcoscenico può nevicare nella sera di San Lorenzo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

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Muraglie
di Nello Calabrò

Regia di Luciano Melchionna
con
Nella Tirante, Adele Tirante, Renata Malinconico

All’inizio una gran quantità di sedie impilate occupa il palco della sala piccola del Palacongressi. Niente a che vedere con quella geometrica sistemazione delle sedie di Ionesco. Due bonnes genettiane avvolte da grembiuloni neri con civettuoli collettini bianchi ricamati sistemano freneticamente di lato quelle masse di nera plastica. Il luogo sembra quello del retro d’un grande locale di ristoro e la mente per un momento vola a quel bar di Spiro Scimone. Ma è solo un attimo perché questa pièce di Nello Calabrò,originario di Roccalumera, titolata Muraglie, finalista 5 anni fa al Premio Riccione, tratta della condizione di chi lavora e fatica avendo davanti dei muri reali, come sono le sedie da sistemare e i tavoli da pulire e muri metaforici quali possono essere i rapporti col datore di lavoro e in genere tra chi detiene il potere e chi è costretto a subirlo. Parlano le due anfetaminiche protagoniste, Adele Tirante e Nella Tirante, cui in un secondo momento si unisce Renata Malinconico. Parlano della loro vita e dei loro sogni, delle loro paure, spesso torna la figura saggia d’un nonno che ribaltava quel detto per cui “sono beati quelli che dormono e non hanno pesci da prendere”. Il tempo come spazio temporale è al centro dei loro dialoghi, abbinati spesso ai loro desideri e alle loro speranze. La regia di Luciano Melchionne è fluida e mette insieme le varie tesserine del puzzle esistenziale di questo piccolo microcosmo femminile. Applausi calorosi alla fine.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Anastasia, Genoveffa e Cenerentola
di Emma Dante

 

“C’è Nerentola? No, non c’è!”.- Era una delle più lampanti ed esilaranti battute del nostro Nino Frassica su uno dei personaggi più gettonati dei racconti di Perrault, appunto Cenerentola. Adesso Emma Dante, alla quale il cervello le frulla a mille all’ora, per come riesce ad inanellare romanzi, pièces teatrali, regie liriche, butta lo sguardo sul mondo delle favole titolando il suo lavoro Anastasia, Genoveffa e Cenerentola, e come di solito le capita cura regia scene e costumi. Lo spettacolo, dopo il debutto a marzo al Mercadante di Napoli e poi in varie altre località, ha inaugurato lunedì sera la III edizione del Forte Teatro Festival diretto da Roberto Bonaventura, che si snoderà con altri quattro spettacoli, sino al 28 luglio, nel lussureggiante e suggestivo Parco ecologico del Forte S. Jachiddu: un luogo che tutti i messinesi, almeno una volta nella loro vita, dovrebbero recarsi in processione a visitarlo. Forse la location in mezzo al verde era più consona a fiabe come Alice nel paese delle meraviglie, Pollicino, Biancaneve e i sette nani e tante altre, e non per questa Cenerentola la cui cantinella, agghindata con lucette azzurrognole e drappi ricamati, rischiava di volare via per il fastidioso vento che, anche in altre occasioni, ha soffiato intensamente nelle ore serali. Sarebbe stato più conveniente allestire lo spettacolo all’interno della stessa architettura umbertina ed evitare le fastidiose folate che investivano i quattro pimpanti e anfetaminici protagonisti ( Claudia Benassi, Italia Carroccio, Valentina Chiribella, Onofrio Zummo) e il foltissimo pubblico, formato pure da numerosi bambini nelle prime file, che non ha lesinato applausi calorosi durante e a fine spettacolo. La fiaba c’era tutta, certamente non c’erano effetti speciali, le sorellastre con matrigna apparivano all’inizio in camicia da notte con occhiali sul viso pronte a litigare per gli abiti da indossare al ballo nel palazzo del principe, la trasformazione della zucca in carrozza reale veniva solo raccontata verbalmente in dialetto palermitano, la fata turchina e di turchese vestita sembrava un fantoccio di pezza e due strisce di tessuto rosso e un drappo ricamato sulla piccola scena erano sufficienti per dare l’idea del ballo a corte. Un esempio di “teatro povero” con molta inventiva, in cui Cenerentola senza la mitica scarpetta di vetro e il Principe in gilè nero e poi con impermeabile nero ricco di coriandoli, ballavano un esagerato kriminal-tango, mentre i vari momenti più significativi venivano scanditi con brani di canzoni di Michael Jackson, Massimo Ranieri, Gino Paoli. Ancora una volta vinceva la sincerità e la semplicità e veniva punita l’arroganza e la cattiveria.
- Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MEDEA
di Euripide

Traduzione e adattamento di Filippo Amoroso
Regia di Maurizio Panici
Scene di Michele Ciacciofera
Costumi di Lucia Mariani
Musiche di Luciano Vavolo
Con Pamela Villoresi, David Sebasti, Renato Campese,
Maurizio Panici, Silvia Budri Da Maren , Andrea Bacci, Elena Sbardella
Produzione: Teatro dei Due Mari- Argot Produzioni- Associazione Teatrale Pistoiese.

 

C’è un’aria invernale nella cavea del teatro greco, anche se lontano verso le Eolie, avvolte da foschia, un tiepido sole lascia intravedere su un mare azzurro una vela bianca che s’allontana da quella lunga lingua di terra che è la penisola di Milazzo. Gli spettatori sono ben equipaggiati e possono seguire senza brividi questa Medea di Euripide secondo Maurizio Panici tradotta e adattata da Filippo Amoroso. Un successo che il “Teatro dei due Mari” ri-propone nel decennale della sua nascita, dopo essere stata rappresentata sette anni fa a Taormina con la stessa Pamela Villoresi nei panni della protagonista, in grado di metamorfosarsi in una belva feroce, a metà fra una Scilla e una leonessa. E per quanto mostri gli artigli da lupa, la sua, è una Medea molto glamour, per via dei suoi capelli corti arruffati e il suo lungo vestito rosso, ben tagliato, con strascico e generoso spacco sul davanti che indossa elegantemente come una mannequin e che incede annacandosi a piedi nudi sulla scena di Michele Ciacciofera ( cui si devono pure i disegni dei costumi realizzati da Lucia Mariani), simile a due mini-cavee terrose, una di fronte all’altra, con un tappeto ovoidale nero al centro delle due strutture. Qualcosa pure somigliante ad una prigione, quella di Corinto, in cui s’è cacciata questa terribile donna, esule e maga, che dopo aver aiutato il suo Giasone a conquistare il vello d’oro e avergli dato due figlioletti, è stata da costui abbandonata per sposare nientemeno che la figlia del re Creonte, Creusa. Per Medea sono solo corna, comportamenti maschilisti che non riesce a perdonare, anche se compiuti da un padre che pensa a dare un futuro di benessere ai propri figli. E se l’offesa è certamente una bomba che scoppia nel cuore della donna, la sua reazione è ancor più devastante. Manderà in fiamme la rivale e suo padre e accoltellerà i suoi due figlioletti (che non si vedranno mai sulla scena). Qui la Medea della Villoresi dopo aver sfoderato un campionario di toni e registri vocali, non volerà su un carro alato verso il nonno Sole con i due cadaverini, ma apparirà e scomparirà su alcune pietre della skené mentre verranno sparati sul pubblico diecimila watt di luci gialle. Si fa apprezzare la sapiente regia di Panici, pure nel ruolo di Egeo, re d’Atene, con abito bianco, comprese scarpe cravatta e cuffietta, sbucato fuori quasi da una prova di candeggio, la chiara trasposizione di Amoroso, gli interventi cristallini e microfonati (come tutti) della nutrice Silvia Budri Da Marem e del messaggero Andrea Bacci, un po’ meno incisivi quelli della prima corifea Elena Sbardella e la presenza bizantina del Creonte di Renato Campese. Applausi calorosi e repliche da oggi sino al 5 giugno, a giorni alterni con l’Orestea.
- Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ATRIDI
dall’ORESTEA di Eschilo.

Traduzione e adattamento di Filippo Amoroso
Suggestioni linguistiche e drammaturgiche di Michele Di Martino
Impianto scenico di Arnaldo Pomodoro
Costumi di Dialmo Ferrari
Musiche di Stefano Saletti
Con Pamela Villoresi, David Sebasti, Renato Campese,
Silvia Budri Da Maren, Andrea Bacci, Elena Sbardella, Maurizio Panici.
Produzione: Teatro dei Due Mari- Argot Produzioni- Associazione Teatrale Pistoiese

Grande soddisfazione mista a commozione da parte di coloro, come il Teatro dei due Mari, l’Argot di Roma e il gruppo Pistoiese, che hanno prodotto questa edizione degli Atridi dall’Orestea di Eschilo, tradotta e adattata da Filippo Amoroso con le suggestioni linguistiche e drammaturgiche di Michele Di Martino e con la vigorosa regia di Maurizio Panici. Per due motivi sostanzialmente: perchè è la prima volta che questo classico con risvolti mafiosi si rappresenta in Sicilia, dopo aver girato in lungo e largo in aree padane 12 anni fa e perché ieri l’altro (il 23 maggio) ricorreva il 18° anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone e lo spettacolo era a lui dedicato.- Uno spettacolo curioso e intrigante sin dalle prime battute quando sulla scena di Arnaldo Pomodoro, costituita da un grande triangolo similoro lambito da una serie di pedane tratteggianti lo spazio scenico verso la skené, appare un prete, di nome Don Pino vestito con molto pathos da David Sebasti, che parla con accenti siciliani con l’Elettra della valida Silvia Budri Da Maren, sullo status della sua famiglia, mentre sopraggiunge il conciliante monsignor Mario di Renato Campese in odore di mafia. Il passato si mescola al presente e questa storia degli Atridi di 25 secoli fa sembra sia successa ieri in una delle nostre regioni del sud dove i componenti d’una famiglia si ammazzano tra loro creando faide senza fine. Da un lato c’è Agamennone che ha sacrificato la figlia Ifigenia per propiziarsi gli dei prima di partire per la guerra di Troia, dall’altro la moglie Clitennestra che non perdonandogli mai questa sua insana decisione ha deciso di cornificarlo senza ritegno col cognato Egisto (che qui non comparirà) e di scannarlo senza alcun rimorso con la complicità di quest’ultimo. Avrà il tempo comunque Agamennone (vestito dallo stesso Panici) prima di schiattare di presentarle la sua “camurriusa” e “affruntusa” schiava Cassandra (Elena Sbardella) con cui adesso condivide il talamo. Clitennestra da canto suo, una Pamela Villoresi commovente in versione sicula, agghindata con abito bordeaux e nero a vita alta in stile anni ‘20/’30, scarpe due misure più grandi, orecchini pendenti, turbante in testa da farla somigliare a Daniela Rocca del Divorzio all’italiana di Germi (i costumi erano di Dialmo Ferrari), agli occhi dei figli ha le colpe più gravi. Al punto che costoro decideranno di fare fuori la madre e il suo amante, anche se materialmente sarà il solo Oreste (Andrea Bacci) a commettere il duplice omicidio. Santiare, camurriare, testiare, taliare, fissiare, sono i verbi che i protagonisti coniugano in tutti i tempi e a differenza dell’opera eschilea dove Oreste, affidato ad un consesso di saggi veniva poi assolto grazie al voto di Atena, qui sarà Don Pino (che verrà più tardi ammazzato come succederà a Don Puglisi) a invitare Oreste a collaborare con la giustizia e farsi giudicare in tribunale in un normale processo. Verrà condannato a 12 anni, a 30 l’ex-monsignore che ha deposto gli abiti talari santiando contro i giudici. Calorosi gli applausi finali per uno spettacolo che è utile vedere a giorni alterni con la Medea di Euripide sino al 6 giugno.
- Gigi Giacobbe

 

 

con Glauco Mauri
e Roberto Sturno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'inganno
di Anthony Shaffer - regia Glauco Mauri

Ha una storia ricca di successi Sleuth di Anthony Shaffer, che da noi può tradursi con “segugio” o “detective”. Dopo il debutto a Londra nel 1970 riceve il Premio “Award” come migliore commedia dell’anno e resta in scena per 8 anni, mentre a mentre a Broadway le repliche vanno avanti per 4 anni di seguito. Dal “thriller psicologico” si realizzano due film: il primo col titolo Gli insospettabili è diretto nel 1972 da Mankiewicz con un fior d’attori come la coppia Olivier-Caine: il secondo nel 2007 con la regia di Kenneth Branagh porta la firma nella sceneggiatura nientemeno che di Harold Pinter. Da noi in Italia è la coppia Tedeschi-Dorelli a portarlo sulle scene nel 1997 col titolo Oplà..noi ci ammazziamo. Adesso il lavoro, diretto e interpretato da Glauco Mauri con Roberto Sturno, s’intitola L’inganno. E’ una sorta di gioco al massacro tra due protagonisti che lottano per la stessa donna. Quella che è sul punto di abbandonare il noto scrittore di gialli Andrew Wyke (Mauri) e mettersi con un parvenu, agente turistico e aspirante attore d’origini italiane, tale Milo Tindle o Tindolini (Sturno). Nel primo tempo Mauri convoca nel suo lussuoso appartamento Sturno rivelandogli che non sta facendo un grande acquisto perché la moglie è una spendacciona che ama il denaro e le ricchezze e gli propone, per potere mantenere quel tenore di vita, di rubare i gioielli della donna che lui tiene in cassaforte, rivenderli ad un ricettatore affidato ricavando un milione di sterline, mentre lui intascherebbe i soldi dell’assicurazione. Detto fatto. Lo scrittore fa travestire da clown il suo rivale e con la sua regia il colpo va in porto. Adesso può eliminarlo come vorrà e giustificarsi con la polizia che lui ha ammazzato semplicemente un ladro. Parte un colpo di pistola e il clown cade a terra stecchito. Nel secondo tempo appare in quell’appartamento un ispettore di polizia che pare conosca a perfezione come si siano svolti i fatti. Lo scrittore si difende dicendo che le pallottole erano a salve e che lui non ha ammazzato nessuno. E’ alle strette, fregato, ma perderà lo stesso questo round perché l’antagonista togliendosi quella maschera da poliziotto gli ha dimostrato che anche lui può giocare pesantemente. L’incontro-scontro va ancora avanti e non finirà pari e patta perché il vincitore e il vinto rimarrà incerto anche quando calerà il sipario con lo sghignazzo d’un pupazzo-marinaio meccanico. E’ superfluo dire quanto Glauco Mauri e Roberto Sturno siano bravi nei loro ruoli, sfoderando di continuo un grandissimo talento scenico nel cambiare continuamente viso e registro vocale. Applausi calorosi alla fine e repliche sino a domenica pomeriggio al Vittorio Emanuele per questo spettacolo che conclude la stagione di prosa.
- Gigi Giacobbe

 

 

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Reazionaria
di Paride Acacia

Sembra che Paride Acacia si sia definitivamente spogliato degli abiti di Jesus Christ Superstar per darsi anima e corpo al teatro di prosa nella triplice veste di autore, regista e attore. Prova ne è questo suo terzo lavoro, Reazionaria, ( dopo Discorsi sconnessi e Pneuma-Vibrazioni per un terremoto) messo in scena assieme a Giovanni Maria Currò nello spazio tutto mattoni e parquet in legno dei “Magazzini del Sale”, entrambi protagonisti credibili assieme a Maria Pia Rizzo. E’ una “storia di amicizie, pistole, spettri e fenomeni di Sincronicità” si legge in locandina, che si lascia alle spalle il ’68 e prende di mira la fine degli anni ’70, segnati com’è noto da convulsi movimenti politici e studenteschi, il terrorismo, la lotta armata tra brigate rosse e nere, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la legge sul divorzio e sull’aborto e altro ancora. In questo clima vivono i due giovani studenti Graziano e Patrizia ( Currò e Rizzo) in un luogo che può essere Roma, Milano ma anche Messina, visto che ad un tratto si cita la Piazza Preservativo, noto a tanti amanti che s’appartano di sera sulla Nuova Panoramica. I due sono svegli, mangiano Marx Mao e Sandokan, simpatizzano troppo facilmente per i giovani con pistola passamontagna e fazzoletto alla bocca di Autonomia Operaia, gli uomini in divisa diventano i loro nemici e si convincono che ammazzarne uno è per educarne cento. Ad un tratto in un conflitto a fuoco muore Graziano per mano d’un questurino che ha tatuato sulla mano uno scarabeo, subito impresso nella memoria di Patrizia che lo rivede vent’anni dopo sulla mano d’un casellante d’autostrada (Acacia) e subito da lei fatto fuori, per scoprire poi che non c’entrava niente. Un comportamento il suo da Reazionaria, dirà il suo compagno che si sostanzia sulla scena come un ventriloquo, uno Zelig o uno spettro. Il trio è ben affiatato e si muove su una scena fatta da un muro di scatole di cartone che si scompongono e ricompongono, un omaggio forse a Remondi e Caporossi. Applausi calorosi e repliche sino a questa sera.
- Gigi Giacobbbe

 

 

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La fortuna con l'effe maiuscola
di Eduardo De Filippo e Armando Curcio

Luigi De Filippo, figlio di Peppino, spesso dirige e interpreta i lavori del padre e quando utilizza i lavori dello zio Eduardo si accontenta di mettere in scena non i suoi capolavori, che spettano forse per eredità al figlio Luca, ma quelli che hanno una connotazione più leggera e umoristica. Esempio è La fortuna con l’effe maiuscola (1942) scritto a quattro mani oltre che da Eduardo anche da Armando Curcio. La Fortuna in questione è quella che arriva come un miracolo a Giovanni Ruoppolo, un poveraccio che vive miseramente con la famiglia in un sottoscala, al quale viene comunicato che ha ereditato un ingente fortuna da parte d’un parente emigrato in America. Luigi De Filippo con bombetta e spolverino neri lo veste con quella sua bonomia e con una singolare ironia, mista a una saggezza tutta partenopea. Ma a questa Fortuna s’interpone una condizione. Quella che il destinatario non abbia figli. Nel caso contrario l’eredità andrebbe a costoro. Caso vuole che poco prima di quella bella notizia un avvocaticchio abbia proposto al Ruoppolo, in cambio d’una certa somma, di riconoscere come figlio suo un giovanotto prossimo alle nozze d’una ricca ragazza. Da questa situazione sorgeranno equivoci e disavventure grottesche che condurranno il protagonista a preferire il carcere pur di non consegnare l’eredità ad uno sconosciuto. Accanto a Luigi De Filippo una compagnia affiatata e rodata di cui almeno vanno citati la moglie urlante Stefania Ventura, la fedifraga Marianna Mercurio, la verace portiera Marisa Carluccio e il caricaturale Paolo Pietrantonio. Calorosissimi gli applausi finali e repliche al Vittorio Emanuerle sino a domenica pomeriggio.
- Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Acquasanta

di Emma Dante

Per questa Acquasanta, prima parte della “Trilogia degli occhiali”, dove le figure che vi compaiono oltre che scimunite sono anche mezze cecate, Emma Dante ha costruito una sorta di Macchina celibe, forse nel segno di Duchamp o di Picabia. Ben visibile sin dall’inizio quando il pubblico prende posto in sala e nei vari ordini di palchi del Teatro Vittorio Emanuele e individua sulla scena un personaggio sulla prua d’una barca, somigliante ad una polena degli antichi galeoni. L’uomo gesticola, si esprime in dialetto napoletano, la lingua ormai adottata dalla Dante ( “Perchè è a Napoli – dice in un incontro pomeridiano - che mi offrono il lavoro) e scopriremo che trattasi d’un mezzo mozzo, allontanato dalla ciurma e dal capitano per il suo strano modo di essere. Per alcuni versi somiglia a quel Pianista sull’oceano di Tornatore ricavato dal Novecento di Baricco, perché dopo aver scoperto attraverso quelle acque salate e benedette l’infinito e le stelle, lui non sarebbe mai sceso a terra dalla nave. Adesso, quasi per una sorta di coazione a ripetere, s’è inventato quel giocattolo e sulla sua testa pende una sorta di lampadario formato da una trentina di timer luccicanti, pezzi di memoria disposti come uccellini a varie altezze, legati tutt’intorno ad una ruota di bicicletta duchampiana. Poi per simulare procelle e tempeste si è stretto le caviglie e i fianchi con tre corde legate in alto ad una trave, scorrevoli su e giù tramite carrucole, avendo alle estremità come contrappeso tre piccole ancore metalliche che assecondano i movimenti di Carmine Maringola che con grande dispendio energetico dà vita per 45 minuti a questo folle e poetico personaggio da sembrare un’autonoma marionetta. Ispira un po’ di pena il personaggio quando finge di navigare in mare girando fra le mani un timone di legno o quando grida che senza di lui la nave colerebbe a picco o quando ancora indossa un berretto bianco da mozzo o quello da comandante simulandone le voci, somigliando infine ad un Cristo in croce fra le corde mentre si diffondono le note della canzone Indifferentemente cantata da Mario Abate. Lo spettacolo della Dante, in fase di studio, è fulminante, denso d’ironia in chiusura con quel cartello sbandierato da Maringola in cui c’è scritto “La mia storia d’amore- pena- cosa da soldi” e con alcuni spettatori che lasciano un obolo in un cassetta di legno e salutato alla fine dal pubblico straripante con un mare di applausi.
- Gigi Giacobbe

 


 

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Ditegli sempre di Si
di Eduardo De Filippo

Se in Pirandello la pazzia è un modo per salvare il proprio pupo, in Eduardo De Filippo è una forma di purezza, un candore virginale che può causare guai veniali, incomprensioni e disguidi sono iniziali. Come quelli che Michele Murri provoca dopo aver trascorso un anno in manicomio ed essere ritornato a casa della sorella Teresina (en-travesti quella di Gennaro Cannavacciuolo). Per Geppy Gleijeses, fine protagonista e regista della pièce Ditegli sempre di si d’un Eduardo 27enne non esistono metafore ironie o allegorie. Qualunque cosa gli altri dicano, perseguendo un’analisi logica infantile o un ragionamento privo di ipocrisie, per lui diventa verità vera. Se la sorella vedova gli confessa che si risposerebbe con un uomo di mezza età, con le caratteristiche del suo vicino di casa Giovanni Altamura, vestito da un Gigi De Luca secondo tradizione eduardiana, Michele Murri sbandiererà queste nozze impossibili a chiunque incontri. Se una ragazza non ha né padre né madre, lui sbotta dicendo: “E chi l’ha fatta?”, aggiungendo poi che è solo un’orfana e che bisogna utilizzare le parole adatte, quelle per cui “il ragionamento fila”, accompagnando queste parole col movimento sulla fronte dell’indice della mano sinistra che va ad infilarsi tra pollice e indice piegato della mano destra. Chi è più pazzo lui o Luigi Strada, il funambolo Lorenzo Gleijeses ( molto somigliante al padre) un poetastro col pallino del teatro che ama esibirsi in ogni luogo, finendo in chiusura appeso con la testa in giù fra trecce di cipolle agli e granturco e un prato di girasoli, quasi come il duce di Piazza Loreto? Un’indicazione che non c’è nel testo e che Geppy Gleijeses fa sua, rifacendosi a quanto lo stesso Eduardo suggeriva al pubblico a fine spettacolo, di non prendere troppo sul serio quel dittatore: ditegli sempre di sì, piuttosto, è soltanto qualcuno fuori di testa. Si ride e si piange e si vede un mondo capovolto nella scena di Paolo Calafiore, con il panorama delle case sottosopra e con il sole che tramonta alzandosi. Successo per Gleijeses e compagni e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica.
- Gigi Giacobbe

 



 

 

 

 

 

 

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Classe di ferro
di Aldo Nicolaj al Brancati di Catania

Classe di ferro di Aldo Nicolaj scritta nel 1973 “è l’opera più compiuta di Nicolaj – scriveva Chigo De Chiara - sicuramente la più matura nel suo equilibrio tra favola demenziale e solidità realistica”. Si racconta di due pensionati di 74 anni che conosciutisi ai giardini pubblici diventano amici affidati al punto da non potere fare a meno l’uno dell’altro. Il signor Bocca ex-tipografo e il signor La Paglia ex-contabile, rispettivamente Tuccio Musumeci e Marcello Perracchio, più cinico il primo, più tollerante il secondo, sono molto credibili nei loro ruoli. I dialoghi, complice pure l’arteriosclerosi, sono pateticamente esilaranti, in particolare per il modo come lo smilzo Musumeci colora le parole con accenti etnei e il caracollante Perracchio controbatte in modo ingenuo e bonario. E a parte gli acciacchi che confessano reciprocamente d’avere, i loro dialoghi finiscono sempre per essere incentrati sulla loro condizione di vecchi mal sopportati in casa dei rispettivi figli che preferirebbero vederli posteggiati all’ospizio. Fra i due si frappone la signora Ambra (Alessandra Cacialli), un’anziana maestra che è solita frequentare quella piccola oasi di verde ora in compagnia del gatto ora a fare la maglia, verso la quale i due, più Musumeci che Perracchio, hanno parole di misoginia mista a misantropia. Lo spettacolo garbatamente diretto da Nicasio Anzelmo, con scene e costumi di Giuseppe Andolfo e musiche di Matteo Musumeci, si tinge di malinconia nel finale, allorquando i due decidono di fuggire insieme per potersi godere in libertà gli ultimi scampoli della loro vita e uno muore nelle braccia dell’altro. Uno spettacolo sempre più attuale, con i pensionati sempre più numerosi in una società sempre più tesa al progresso tecnologico, in cui si constata che essere fuori dalla produttività è essere fuori dalla vita, dei fuorilegge quasi, tanto da far percepire la vecchiaia come diserzione civile.- Calorosi gli applausi finali e repliche sino al 2 maggio.
- Gigi Giacobbe

 



 

 

 

 

 

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La Metamorfosi
di Franz Kafka al Piccolo Teatro di Catania

Una struttura metallica colorata di bianco e dalla forma d’un dittero, somigliante a una grande mosca stilizzata, lievita al centro della scena, all’interno e fuori della quale stazionano e si muovono i personaggi del lungo racconto La metamorfosi di Franz Kafka, drammatizzato da Luisa Fiorello e Gianni Salvo, quest’ultimo artefice pure del progetto scenico e d’un gran lavoro di regia. Sin dalle prime battute, con quel personaggio dal pelame che gli fuoriesce ancora dal petto e dalle maniche d’una divisa da domatore (Aldo Toscano) e che deposto un leggio in terra riferisce al pubblico come dal suo status scimmiesco, in evidente evoluzione darwiniana, si sia metamorfosato in uomo - soggetto tratto dal racconto di Kafka Una relazione per un’Accademia – si capisce che Gianni Salvo, alla scimmia che diventa uomo, accosta La metamorfosi di un uomo che si tramuta in un enorme insetto, in un lucido scarafaggio dal ventre abbrunito e convesso, come quello che imbossolerà il corpo di Gregor Samsa (Giuseppe Carbone) svegliandosi un mattino nella cameretta di casa sua. Due metamorfosi che sanno di trappola e di morte: la scimmia-uomo per vivere dovrà coattivamente raccontare la sua storia ad una platea: l’uomo-scarafaggio resterà chiuso nel suo corpo senza più poterne uscire. Medesima sorte toccherà a quel corpo di donna dagli occhi cerchiati che s’aggira allucinata e smarrita sulla scena, rispondente al nome di Milena Jesenskà ( Egle Doria), una delle donne amate da Kafka che finirà i suoi giorni in un lager nazista, lì dove la sorella dello scrittore, Ottla, subirà la medesima sorte. Sembra che Salvo con questo spettacolo voglia tornare agli anni ’60 e ’70 quando rispolverava le avanguardie storiche piene di “ismi”, per come appunto agghinda il padre e la madre di Gregor Sansa (Fiorenzo Fiorito e Carmen Panarello) e il resto dei personaggi che s’incontrano in quella struttura metallica dai tanti significati: la sorella (Anna Passsanisi) la serva (Cinzia Finiocchiaro) cui spetterà il compito di far sparire definitivamente il corpo dello scarafaggio, il procuratore ( Nicola Alberto Orofino) i tre pensionanti, quasi tre scimmiette, non vedo non sento non parlo, dalle orecchie rosse ( Ezio Carfì, Gianpaolo Costantino, Davide Migliorisi), vestiti e truccati come tante figurine espressioniste sbucate fuori dai disegni di Grosz o dalle xilografie di Kirchner (scene e costumi sono di Oriana Sessa) che si esprimono in modo straniante e si muovono come tante marionette di Schlemmer.
- Gigi Giacobbe

 



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Cena a sorpresa
di Neil Simon

Nessuno dei tre ex-mariti sa che incontrerà le proprie tre ex-mogli a casa del loro beffardo avvocato Paul Gerard che ne ha curato i divorzi e che ha organizzato, con lui assente e a loro insaputa, una cena particolare, una Cena a sorpresa appunto, titolo italiano della commedia The dinner party scritta una decina d’anni fa dall’83enne Neil Simon. Ogni coppia ha il tempo di rivangare il passato e discutere animatamente sulla vita di coppia, sull’amore, sulle scelte che hanno portato alla rottura e su quanto spetterà all’uno e all’altro, riferito a soldi mobili gioielli case e cose varie. Meccanismi imbarazzanti, come sa chi c’è passato, i cui dialoghi, sia pure conditi d’ironia, di fiele e d’ilarità, possono concludersi in ogni istante con l’ennesima e definitiva rottura. Giusto pure per vivacizzare la serata, la spavalda Gabriella della Benedetta Buccellato coinvolge tutti ad una sorta di “gioco della verità”, in cui ognuno dovrà raccontare i momenti più brutti e più belli passati col proprio partner. Il risultato sarà una sorta di ritorno all’ovile da parte di due coppie, che non t’aspettavi, mentre quella che sembrava potesse avere un happy end resterà fuori. La pièce diretta da Giovanni Lombardo Radice assume i toni d’un rendez-vous a tinte gialle, come può accadere ad un Hercule Poirot mosso abilmente dalla sua creatrice Agatha Christie, e si svolge in un elegante salone da pranzo dalle pareti nere, un paio di colonnine tortili e due vetrinette illuminate ai lati della scena architettata da Nicola Rubertelli. E sembra che i protagonisti, capitanati da Giancarlo Zanetti, (che ha accusato una labirintite, resa nota poco prima d’inizio spettacolo dallo stesso Giuseppe Pambieri che avrebbe vestito poi i panni del libraio Claude) da Fiorenza Marchegiani giù di voce, dall’ilare Miki De’Marchi coniugato ad una Yvonne che si esprimeva solo in falsetto, si divertano a vestire i loro personaggi, applauditi come di consueto alla fine dal pubblico del Teatro Vittorio Emanuele dove lo spettacolo si replicherà sino a domenica pomeriggio.
- Gigi Giacobbe


 

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L’aria del continente

di Nino Martoglio al Teatro Angelo Musco di Catania

L’aria del continente di Martoglio è un piccolo capolavoro di drammaturgia. Scritta in lingua e in vernacolo quasi un secolo fa, nel 1915, rimane intatta la sua vena grottesca con un finale da thrilling per il personaggio centrale, Don Cola Duscio, allorquando il delegato di Pubblica Sicurezza, per interessamento della sorella Marastella, gli comunica che la chantosa Milla Milord, da lui ritenuta donna emancipata del continente, nient’altro è che figlia di padre ignoto nativa di Valguarnera di Sicilia, un tempo Caropepe in provincia di Caltanissetta ( oggi in quella di Enna) e dunque (due punti direbbe qui il cameriere del Casino di Compagnia ) a tutti gli effetti una caropipana, registrata all’anagrafe col nome di Concetta Cafiso. Una vera mazzata per il protagonista, il quale partito per un intervento operatorio alla volta di Roma, s’era invaghito di quella canzonettista e l’aveva portata con sé al paese, causando scandalo nella sua famiglia e ostentando presso amici e paesani un’aria di superiorità, un fare emancipato, tipico della gente del continente, dove, a suo dire, non esiste la gelosia e non c’è gente goffa e arretrata come quella dove vive. Una scoperta che porta alla fine Don Cola Duscio a ri-vestire i panni del siciliano stereotipato con “marruggiu” in mano“, “scuzzetta cc’ ’u giummu in testa”, “ ‘a pipa di ‘rasta, intartarata”, in bocca, pronto a riprendere a fumare tabacco trinciato e a mazziare quella donna che l’aveva raggirato. Certamente questo triste episodio ha decretato la rottura definitiva con quella ballerinetta, ma ciò che questo falso continentale ha dovuto tenere frenata dentro di sé in varie occasioni, è stata la sua spiccata gelosia, sia quando cognato e nipote andavano a trovare la sua bella con lui assente in casa, sia quando al Casino di Campagna una coppia di bellinbusti si appartava su un sofà mettendo al centro colei che amava farsi baciare le mani voluttuosamente.

L’aria del continente è un piccolo trattato di antropologia, anticipatore pure del tema del gallismo - ripreso poi da Brancati in Don Giovanni in Sicilia, Paolo il caldo etc.- un lavoro in cui non occorre calcare la mano sui personaggi, perché la comicità nasce spontanea e perché è già insita nei personaggi e nelle situazioni che si vengono a creare. I vari Grasso, Musco, Ferro, ne hanno fatto un cavallo di battaglia iniettandovi il proprio spirito e la propria verve e senso comico. Dall’omonima commedia Gennaro Righelli ne ricavò nel 1935 un film con Angelo Musco, di cui resta famosa la scena dell’appendicite recitata soltanto senza profferire verbo. Pure Nino Frassica nel 1989 vestì i panni di Don Cola Duscio, innescandovi i suoi calembour e il suo dizionario d’italiano storpiato. Adesso un Pippo Pattavina esilarante, pure regista, lasciando inalterata l’epoca in cui si svolgono i fatti, ha fatto del suo Don Cola Duscio una macchietta carica di orpelli che non giovano al personaggio: capelli cotonati, baffetti attorcigliati all’insù simili a quelli di Hercule Poirot televisivo, farfalla e vestito grigio quadrettato con bordini arancioni, pantaloni a zuava, esprimendosi nel suo colorito scilinguagnolo fatti di termini e vocaboli storpiati. Il pubblico si diverte, ride a crepapelle e applaude calorosamente lo stesso Pattavina e tutti i protagonisti a cominciare da Marcello Perracchio e Olivia Spigarelli (rispettivamente cognato e sorella di Don Cola Duscio) Carlo Ferreri e Francesca Ferro (Michilino e Clementina, figli della coppia precedente) e poi la Milla Milord di Luana Toscano, il tenente Bruno Torrisi, il delegato di P.S. Aldo Toscano , Vittorio Di Paola (Don Liboriu), Alberto Bonavia, Pippo Marchese, Plinio Milazzo ( gli aspiranti galli), Giovanni Vasta (il cameriere) e poi una sfilza di donne di contorno come Sara Emmolo, Nellina Laganà, Raniela Ragonese.-

- Gigi Giacobbe


 

 

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Italiani si Nasce e Noi lo Nacquimo

Italiani si nasce e noi lo nacquimo sembra una battuta del grande Totò. Invece è uno spettacolo di e con Maurizio Micheli e Tullio Solenghi per la regia di Marcello Cotugno. Un omaggio, negli intenti, al cafè chantant parigino di fine Ottocento e primi Novecento che si propagò sotto forma di cabaret in tutta Europa, diventato poi Teatro di varieté, simbolo della stravagante e spensierata Belle epoque. Da noi, in Italia, il genere si tramutò in avanspettacolo e dopo in rivista con la bellona di turno, con gli sketch comici con musica e canto e i cui punti forti erano il fantasista, il fine dicitore, il balletto con dodici o ventiquattro cosce sgambettanti sul proscenio. Scomparsi i De Vico e i fratelli Maggio il fenomeno si spostò sul piccolo schermo, diventando il Drive-In un surrogato piccante e lo Zelig di oggi solo un antico ricordo. Prendendo spunto dalla celebrazione, quest’anno, del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, i simpatici Micheli-Solenghi che non possono permettersi, con loro due, più di otto elementi in scena, hanno imbastito uno spettacolo ironico, a loro modo pure divertente, teso a raccontare attraverso una serie di scenette il nostro costume e il nostro carattere nazionale che, malgrado il passare dei secoli, sembra riproporsi sempre uguale. Così in una piazza metafisica, alla maniera di De Chirico, con le statue di Garibaldi e Vittorio Emanuele II°, alla fine vivificate da Solenghi il primo, da Micheli il secondo ( la scena è di Francesco Scandale e i costumi di Andrea Stanisci), il gruppo di attori, comprese due castigate figure femminili ( Sandra Cavallini e Fulvia Lorenzetti) comincia a raccontare una storia-patria a partire Adamo ed Eva “che pare fossero italiani ante litteram serpente compreso”. Micheli veste i panni di Leonardo e di Leopardi; Solenghi quelli di Cristoforo Colombo che fuma e canta Genova per noi di Paolo Conte e poi d’un Casanova macho con chimono scollato e bianca parrucca e anche i panni di Giampiero Mughini che giudica una rottura di c…biblica l’Infinito del poeta di Recanati. Appaiono le figure di Galilei, Cavour e altri personaggi accomunati da una italianità stereotipata che ci vuole sempre fotografati sotto le spoglie di poeti, santi e navigatori. Uno spettacolo leggero, come l’etere, in grado di anestetizzare lentamente per oltre due ore il pubblico del Vittorio Emanuele che aveva voglia di cambiare canale, ma educato com’è ha applaudito timidamente durante e tiepidamente alla fine, con repliche sino a domenica pomeriggio.
- Gigi Giacobbe

 


 

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IL Piacere dell'onestà

di Luigi Pirandello
con Leo Gullotta
regia Fabio Grossi

Una casetta in plexiglass in mezzo a un bosco di betulle, con un prato che si propaga sin sul proscenio, diventa per Fabio Grossi, regista del pirandelliano Il piacere dell’onestà, il paradigma del candore, della trasparenza, in cui non si può nascondere più nulla a chicchessia. Un simbolo mutuato da una poesia di Palazzeschi del 1913 - io sogno una casina di campagna – anche per svecchiare, credo, tutte quelle claustrofobiche scenografie altoborghesi su questo grottesco dramma. Addirittura il personaggio centrale, Angelo Baldovino, impersonato da un credibile Leo Gullotta che non si fa sopraffare dal personaggio, entra in scena uscendo dal cuore d’un tronco, come una linfa pura e vitale, come uno spiritello che sbuca fuori dalla lampada di Aladino. Un tipo che la sa lunga, vissuto tra gioco e sregolatezze, colto e infarcito di filosofia di Cartesio, che coglie al volo l’occasione presentatagli dal compagno di scuola Maurizio Setti ( Paolo Lorimer). Quella di dare una svolta alla sua vita, d’avere il piacere di assaporare il piacere dell’onestà. Dovrà sposare Agata Renni ( Valentina Beotti) una ragazza ingravidata dal marchese Fabio Colli (Martino Duane) che vive separato dalla moglie, riconoscere il bambino che nascerà e poi, zitto e mosca, dovrà ritornarsene al suo ovile. Ma quei nobilastri che evitano di calpestare quel prato proletario non hanno fatto i conti con l’oste. L’omino tutto cervello infatti metterà sotto scacco quella marmaglia aristocratica, eviterà di passare per ladro e impalmerà infine, con plauso del pubblico, quella neo-mamma, anche lei desiderosa d’una vita cristallina. E se in quest’opera, come anche in Pensaci Giacomino e Ma non è una cosa seria, Pirandello utilizza l’escamotage del falso matrimonio per smascherare coloro che ingannano se stessi e gli altri, la regia di Fabio Grossi è volta a evidenziare i nostri attuali drammi, che sono quelli della corruzione, degli imbrogli e delle ruberie. Oltre ai già citati interpreti si notano le presenze della madre di Agata,Maddalena ( Mirella Mazzeranghi), del loquace parroco, Vincenzo Versari e dell’impettito cameriere Antonio Fermi. La scena era di Luigi Perego, suoi anche i simbolici costumi neri, bianchi e marrone. Successo per Gullotta e compagni al Vittorio Emanuele dove si replica sino a domenica e poi dal 17 al 28 marzo al Biondo di Palermo.-
Gigi Giacobbe




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Senza Hitler
di Edoardo Erba
regia di Armando Pugliese

Nel 1907 Adolf Hitler viene bocciato all’esame d’ammissione all’Accademia delle Belle Arti di Vienna. Cosa sarebbe diventato se avesse superato quest’ostacolo? Se l’è chiesto Edoardo Erba che su questo interrogativo ha architettato un’intrigante pièce, Senza Hitler, in cui questo flagello di dio diventa invece un mediocre pittore del suo tempo, sostenendo che Picasso è un’invenzione dei critici e che i dipinti di Mondrian sono solo dei quadretti colorati. Con la bella regia di Armando Pugliese, l’azione si svolge nella Berlino degli anni ’50, su una scena, quella di Andrea Taddei (suoi pure i costumi) composta da mobilio color marrone d’epoca e altre cianfrusaglie. Qui vive una vita da bohème il pittore sessantenne Adi, come affettuosamente lo chiama la sua modella-amante-cameriera Eva Braun, rispettivamente Andrea Tidona e Carla Cassola, bravi e perfettamente calati nei loro ruoli. Rompe la loro monotonia la visita d’una giornalista di Francoforte, Anna Giordano, curiosa di sapere perché quell’artista, con tecnica fotografica ottocentesca, popola le sue tele di morti, di scheletri, di personaggi sofferenti e urlanti in primo piano, usciti quasi da un inferno. Soggetti realistici, invero, che non gli hanno dato grande fama e prestigio, sia pure invitato ad una Biennale di Venezia cui non prenderà mai parte. Lo spettacolo diventa ancor più vivace quando dopo qualche tempo si fa viva quella ragazza che non fa più la giornalista. Vengono fuori dei dialoghi simili a dei puzzle, dei giochi ad incastro ricchi di verità storiche, condite d’ironia e metafore, dalle quali esce fuori, nonostante tutto, l’anima antisemita di questo Adolf, che qui di sicuro ha fatto male solo a se stesso. Ma la storia, quella vera, non si fa con “se” o con i “ma”. Il finale è da thriller che è meglio non rivelare. Fra i tre appare un paio di volte un sergente di polizia (Giovanni Carta) niente affatto fiscale, piuttosto accomodante. Applausi calorosi e repliche al Teatro Brancati sino al 7 marzo.
- Gigi Giacobbe

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La Menzogna
di Pippo Delbono

Pippo Del Bono è un poeta della scena che la gira e la rivolta a suo piacimento. La menzogna ne è un esempio. Appare all’inizio tutto impomatato e la sua voce entra nelle nostre carni come attraversata da una scarica elettrica. Ponendo dal primo istante il suo punto di vista su alcune paradigmatiche tragedie italiane: i setti operai morti bruciati tra il 5 e il 6 dicembre 2007 alla Thissen Krupp di Torino, la fabbrica d’acciaio a capitale tedesco: il funerale di Abdul a Milano ammazzato a sprangate perché colto a rubare dei biscotti: il campo rom a Torino in cui si vive da cani. Non ci è permesso d’amare perchè abbiamo un colore diverso della pelle e perché spesso, come gli shakespeariani Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, dei nomi e cognomi differenti. “ E’ uno spettacolo che va visto come un dipinto cubista – suggerisce Del Bono - non bisogna sforzarsi di capirlo, piuttosto cercare di entrare in quelle zone che colpiscono il cuore. Non parla di quell’incendio torinese, ma parte da quell’incendio”. Ecco dunque che quell’impalcatura metallica, ricca di scalette e ponteggi alla Escher, con una fila di sottili armadietti da spogliatoio, pedane e steccati ferrosi, illuminata in fondo da un gelido neon, si anima e si popola di figure in tuta color marrone che si recano al lavoro come al patibolo. Sembra una messa laica con le note de La Sagra della primavera di Stravinskij, in cui appaiono personaggi simbolo della nostra società che ha come obiettivo solo il dio denaro. Una società senza valori, popolata da spogliarelliste, preti infoiati, dark- ladies, ballerini di tango, figure asinine o con cappello a cono da ku klux klan, mentre tra loro e anche tra il pubblico s’aggira lo stesso Del Bono che scatta fotografie col flash e compare sulla scena l’anima candida di Bobò e il corpo nudo e grassoccio del down Gianluca Ballarè. Si respira un desiderio di far pulizia di quelle 300-400 famiglie che tengono in pugno l’economia del mondo. Si ha come la sensazione che La menzogna o le tante menzogne giungano sempre taroccate, da coloro che vogliono farci credere che l’asino vola o che stiamo tutti bene. L’unica via d’uscita di Del Bono è di denudarsi, di trovare attraverso il corpo nudo, anche di tanti suoi compagni, una nuova innocenza, un nuovo amore, che possa purificare la coscienza di tutti.- Novanta minuti esaltanti con applausi calorosi e repliche all’Ambasciatori sino al 14 marzo.
- Gigi Giacobbe

 



di Ugo Chiti

da "La Metamorfosi"
di Franz Kafka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Conversazioni di Anna K

Recensione
Spettacolo visto al Teatro Vittorio Emanuele di Noto il 1° marzo 2010

Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Comincia così La metamorfosi di Franz Kafka, uno dei capolavori letterari del ‘900. Un racconto lungo da cui Ugo Chiti, estrapolando il marginale personaggio della cameriera di casa Samsa, ha scritto Le conversazioni di Anna K. Un bel testo (49° Premio Riccione Teatro) di cui ha curato anche la regia, avendo come protagonista principale nei panni del titolo, Giuliana Lojodice, davvero straordinaria, insignita anch’essa nella passata stagione con un paio di premi teatrali ( gli Olimpici di Vicenza e il Premio Persefone). Sulla scena mobile di Luigi Perego ( suoi pure i costumi) architettata in modo da potere osservare i vani di casa Samsa da diverse angolature, arriva in ritardo la serva dal viso ovale e dai capelli tirati, assunta nel giorno in cui succede il fattaccio. Si toglie il paltò e senza perder tempo, con i piedi larghi e la schiena china, s’avvia velocemente in cucina a preparare la colazione, farfugliando chissà che cosa, mentre echeggia una canzone d’antan come Ciribiribin. I padroni di casa, padre-madre-figlia (rispettivamente Massimo Salvianti, Giuliana Colzi e Lucia Socci) rumoreggiano perché il loro Gregorio indugia ad arrivare e unirsi a loro attorno al tavolo. Il ritardo è strano e la sorella Greta è la prima che si precipita nella stanza del fratello per vedere cosa gli è successo. Segue un grido e poi una spiegazione solo per dire ai genitori d’aver visto un mostruoso insetto, qualcosa che somiglia ad uno scarafaggio. Arriverà preoccupato il suo datore di lavoro, lamentando ultimamente stranezze nel comportamento di Gregorio e poi più niente. Un silenzio rumoroso, fatto di lievi movimenti da parte del metamorfosato, nascosto sotto il letto o una poltrona, giusto per raccogliere il cibo da un piattino, facendo solo immaginare allo spettatore quale possa essere il suo nuovo aspetto. La sorella non ne può più e allora è lei, la cameriera che diventa Anna K, a prendersi cura di quella “cosa”, tranquillizzando i suoi datori di lavoro, nascondendo con dovizia l’esistenza di Gregorio a due impiegati (Andrea Costagli e Dimitri Frosali) che affitteranno quella paradigmatica stanza e favorendo gli approcci amorosi del giovane spasimante (Alessio Venturini) nei confronti di Greta. Un donnone dal cuore forte con un vissuto di vedova, segnato da molti dispiaceri, in grado di mitigare il dolore di quella famiglia che sta vivendo un grosso dramma, prendendosi infine il compito e la responsabilità di liberarla quasi da un incubo, racchiudendo quello strano esserino in un sacchetto nero della spazzatura e così sia.
- Gigi Giacobbe

Intervista a Giuliana Lojodice a cura di Gigi Giacobbe

“ Il Teatro è il mio alveo naturale. Mi sono staccata dal cordone ombelicale di mia madre e sono entrata nell’alveo del Teatro. Un inizio che ha dell’incredibile, come un segno del destino. Da un lato mia madre compagna di studi di Luchino Visconti e dall’altro io che a 14 anni comincio a far Teatro nel Crogiolo di Arthur Miller giusto con la regia di Visconti”.

Ricorda così i suoi inizi di attrice Giuliana Lojodice, originaria di Bari, vicina ai 70 anni che compirà il prossimo 12 agosto, mentre i suoi occhietti vispi tendenti al verde chiaro affondano in un passato come in un film in bianco e nero. Come quando parlando di questo lavoro di Miller ricorda che Visconti buttò letteralmente fuori Gabriella Giacobbe e Antonio Battistella, lasciando cadere quest’ultimo in una forte depressione che lo portò al suicidio e poi facendo ricoprire quei ruoli da Paola Borboni e Carlo D’Angelo.
La incontro in un pomeriggio di lunedì nel salone d’un B&B di Noto accanto al Teatro Vittorio Emanuele dove alcune ore più tardi avrebbe vestito i premiati panni (che le hanno valso gli Olimpici di Vicenza 2009 e il Premio Persefone 2009) della cameriera ne Le conversazioni di Anna K di Ugo Chiti (testo vincitore della 49° edizione del Premio Riccione per il Teatro).

“ Con questa signora Anna K –
mi dice con curiosità – è la terza badante che interpreto, dopo quella irlandese di Care conoscenze e cattive memorie di Israel Horowitz, regia di Giancarlo Sepe e Quel che sapeva Maisie di Henry James, regia di Luca Ronconi, accanto a Mariangela Melato”.


Signora Lojodice, lei ha lavorato con importanti registi che hanno messo in scena Feydeau, Pirandello, Shaw, Svevo, Moliere etc.etc., vestendo tanti personaggi. Cosa le resta dei tanti ruoli interpretati?

“ Resta il piacere e il ricordo di averli interpretati nel modo più credibile possibile, cercando di essere me stessa, offrendo loro la sofferenza che meritavano. Così come ho cercato di entrare nella loro anima così poi ne sono uscita”.

Che pensa di Luca Ronconi?

“ E’ stato un mediocre attore e poi un regista geniale, distaccato, razionale, in grado di mettere in scena i lavori più incredibili con un grande senso della macchina scenica. Di lui ricordo d’essere stata sua fidanzata nel Misatropo di Menadro”.

Che tipo d’attrice si sente d’essere?

“ Un’attrice che ama essere diretta. Non sarei capace di fare una regia, ma faccio la regia di me stessa. La mia vita è stata fatta di sfide e quello che adesso cominciano a pesarmi sono le tournée. Sopporto male i viaggi e mi stanco. Invidio certe volte i Teatri Stabili che non fanno tournée e se ne stanno comodi nei loro teatri. Non tutti chiaramente perché ce ne sono alcuni che si spostano levando lavoro alle compagnie private”.

Le è successo qualche volta d’aver rifiutato dei ruoli che non le piacevano?

“ E’ successo raramente. Non mi interessava Un marito di Italo Svevo e poi invece la Bice, moglie dell’avv. Arcetri è risultato un personaggio adatto a me”.

Con la premiata ditta Garinei&Giovannini, siamo tra il 1965/66, lei è stata protagonista assieme a Marcello Mastroianni d’un osannato Ciao Rudy al Sistina. Com’era Mastroianni?

“ Marcello era adorabile. Lo ricordo con grande nostalgia. Nello spettacolo facevo tre ruoli femminili. E’ stata la cosa più bella della mia vita. Lo spettacolo s’interruppe dopo tre mesi di repliche perché Fellini lo chiamò per interpretare Giulietta degli spiriti, mi pare. Marcello sembrava svanito ma aveva i piedi per terra, non diceva mai una stupidaggine, diceva sempre cose sagge e intelligenti. In Ciao Rudy non aveva una gran voce ma era intonato. Ricordo che una sera andammo a cena con Barbra Streisand e lui invece che in un locale chic ci portò dal “Pallaro”, una trattoria modesta di tale Mario Fazzi. Aveva la faccia buona ed era la faccia bella di Fellini, quella che al suo posto compariva in tanti suoi film”.

Con quali registi ha davvero lavorato bene?

“ Con Giancarlo Sepe di sicuro. Pensi che con lui ho lavorato per 12 anni. E poi con Mario Ferrero con quale ho fatto Il gabbiano e Il giardino dei ciliegi di Cechov”.

Come mai non ha fatto parte di quel nucleo di attori che hanno costituito il Teatro Biondo Stabile di Palermo, accanto ai vari Sergio Basile, Nello Mascia, Galatea Ranzi, Luca Lazzareschi e altri, lei che era entrata nelle grazie di Pietro Carriglio, direttore e regista d’un bell’allestimento de Il malinteso di Camus, per il quale nel ruolo della madre della Ranzi, è stata una superba attrice?

“ Perché nel repertorio di Carriglio non ci sono i ruoli per due prime donne!”

Che rapporti ha avuto con Televisione e Cinema?

“ Con la televisione un buon rapporto, anche perché ero io che sceglievo ruoli e lavori. Ricordo positivamente la Tragedia americana di Dreiser del 1963, regista Anton Giulio Majano e Il conte di Montecristo di Dumas del 1966 con la regia di Edmo Fenoglio. Il cinema invece mi ha ignorato, forse perchè non l’ho fatto volentieri. Ho fatto solo dei camei. Come quello de La vita è bella di Roberto Benigni di cui ho un bel ricordo o quel film di Giuseppe Piccione, Fuori dal mondo, vincitore pure d’un “Ciak d’oro” a Taormina”.

Lei è stata accanto ad un attore che si chiamava Aroldo Tieri e che è stato per 40 anni il suo compagno di vita. Cosa le manca di più di lui?

“ Tutto! Grande personalità e grande charme. Aveva fatto 126 film e Tullio Kezich diceva che era stata la sua università. Mi manca la sua voce, la sua forza d’attore. Mi manca la sua testardaggine, lui calabrese io barese, pensi, due testone del Sud che facevano scintille. Mi aveva colpito all’inizio il suo sguardo. Uno sguardo profondo e ipnotico. L’ho adorato sin dal primo momento come lui ha adorato me”.-





 

 

 

 

 

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Ultimo Giorno

Recensione [Giornale di Sicilia, 23 maggio 2009]

L’11 settembre è un capolavoro di arte contemporanea, messa non in un caveau ma a disposizione di tutti”, dice Angelo, uno studente fanatico di fondamentalismo islamico, a Mustafà Yrmez, professore di letteratura curda, seduti in un bar il cui nome in arabo è espresso da un neon fucsia, mentre una bomba nello zaino del giovane è lì pronta ad esplodere in ogni momento e i suoni della fisarmonica di Orazio Corsaro lacerano lo spazio. Stiamo parlando di Ultimo giorno una pièce esaltante del giovane drammaturgo messinese Dario Tomasello, messa in scena nella Sala Laudamo con molta dedizione e sensibilità da parte del noto regista Antonio Calenda che da anni dirige lo stabile del Friuli Venezia Giulia e che è stata accolta dal numeroso pubblico con lunghi e calorosi applausi, con repliche sino a domenica pomeriggio. Le due figure al bar sono due generazioni a confronto. I padri in pensione - al professore manca un anno per andarci - i figli smarriti, fuori corso, pronti a sposare dottrine devastanti e tenere piantato sulla sedia, quasi in ostaggio, un padre che non si dà pace che il proprio figlio, somigliante a quel giovane che gli è accanto, s’è fatto spappolare le carni su una nave da crociera. Un padre che ha covato in seno un kamikaze, interpretato da un grande Maurizio Marchetti con trasporto e sofferta adesione come raramente gli accade. Una mater dolorosa, cui Maria Serrao commossa e commovente conferisce segni di intensa e profonda umanità, in evidenza nella prima parte seduta a terra accanto al marito in un minuscolo spazio rettangolare dalle aure orientali, per via dei cuscinoni e tavolino basso ( la scena è di PierpaoloBisleri) avendo alle spalle un fondale azzurrognolo, quasi un’acquaforte di Casorati riproducente la Via Lattea. Un Angelo, quello di Angelo Campolo, destinato ad una rosea carriera dopo questa sua maiuscola prova, che butta alle ortiche la sua vita e che ha come termine di paragone la Corea del Nord, un grande paese, dirà, perché non s’è venduto agli americani come il Vietnam e in cui vige l’elogio permanente del capo e del suo governo. Più che sul terrorismo islamico quello di Tomasello è un lavoro sulla paura, un lusso per l’uomo, ma anche in grado, con una bomba accanto, di frantumare in un istante la sua dignità, fargli raccontare ad uno sconosciuto la sua vita, farlo tremare in ginocchio, fargli trascorrere il suo ultimo giorno.
- Gigi Giacobbe



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La commedia di Candido

Recensione

Un blackout dopo l’inizio de La commedia di Candido di Stefano Massini ha oscurato per 45 minuti il Vittorio Emanuele. Un paradosso quasi, in netto contrasto con l’argomento che si svolgeva nel ‘700 al secolo dei lumi. Un lavoro intelligente invero, in parte veritiero, attinto dalla Visita a Rousseau e Voltaire di James Boswell, sul clima che aveva creato attorno a sè l’imminente uscita del Candido di Voltaire. Un gelato misto di frenesia, curiosità e timore da mettere in subbuglio e apprensione intellettuali e notabili del tempo, compresi il clero e le forze armate. Si apprezza l’accurata regia di Sergio Fantoni e una signora attrice che di nome fa Ottavia Piccolo, alla quale non occorre un microfono per nascondere i difetti di acustica del teatro e che in modo divertita e divertente è il vero motore dello spettacolo, diventando un’eroina goldoniana al servizio di tre padroni, Diderot, Rousseau e Voltaire, travestendosi da cameriera con vocazione d’attrice, farmacista e nobildonna, si da poter carpire come una Mata-Hari ante-litteram foglietti e appunti dello scomodo libello. Nel ruolo dei tre philosophes un bravissimo Vittorio Viviani in grado di esaltare le platee, con le sue grottesche cadenze cecchiane e i suoi azzeccati travestimenti, in particolare quello del solare Voltaire di bianco-madreperla vestito, redincote color pisello e corona in testa come quella della Statua della Libertà, (i costumi erano di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi che firmano pure una scena fissa, riproducente un fondale da deserto africano e ai lati quinte funzionali con usci e finestre grigie). Si nota Massimiliano Giovanetti nei panni di D’Alembert, tutto intento a salvaguardare la sua Enciclopedie e uno stuolo di mogli, amanti, compagne e cameriere nelle figure di Natalia Magni, Francesca Farcomeni, Desirée Giorgetti e il militare Alessandro Pazzi. Applausi a più riprese e calorosi alla fine e repliche sino a domenica pomeriggio.
- Gigi Giacobbe

Intervista a Ottavia Piccolo

Ha 60 anni Ottavia Piccolo. E’ nata a Bolzano e fa teatro da 50 anni. Da quando all’età di 10 anni nel ruolo d’una bambina sorda e muta debuttò accanto ad Anna Proclemer in “Anna dei miracoli” con grande successo. Da allora ha lavorato con i più grandi registi, da Strehler a Visconti, Ronconi Squarzina, Castri e tantissimi altri, interpretando sempre personaggi di rilievo. Come questa sua fregolista Augustine de “La commedia di Candido” del 34enne Stefano Massini con la regia di Sergio Fantoni, in un ruolo di donna scafata a metà strada fra Mirandolina e Mata-Hari, al soldo di D’Alambert e Diderot per scoprire a casa di Rousseau e di Voltaire quali scandalosi argomenti possa aver scritto quest’ultimo nelle pagine del suo “Candido” ancora non dato alle stampe. Incontro la Piccolo nel suo camerino del Vittorio Emanuele prima d’una replica pomeridiana.

In questi ultimi anni lei, signora Piccolo, è orientata verso un teatro politico volto alla denuncia delle barbarie più recenti, privilegiando testi di Stefano Massini, come “Processo a Dio” sulla Shoah oppure “Donna non rieducabile” sulla giornalista Anna Politkovskaja di “Novaja Gazeta” assassinata nel portone di casa sua a Mosca il 7 ottobre 2006. Come e quando nasce questo incontro felice con Massini?

“ Una decina d’anni fa ho incontrato un testo di Roberto Cavosi sulle donne di uomini mafiosi titolato “Rosa nero”, ripreso poi dalla televisione nottetempo con la regia di Antonio Calenda dopo un’edizione del Festival di Sanremo. Poi lo stesso lavoro è stato messo in scena da Piero Maccarinelli e in questa occasione incontro Massini che mi propone un video contro la pena di morte di cui firmava testo e regia e che io avrei dovuto leggere. Con la complicità di Sergio Fantoni propongo a Massini di scrivere un lavoro di cui sarei stata la protagonista ed è venuto fuori “Processo a Dio” e dopo ancora questa “Commedia di Candido” che è accolto molto bene in ogni parte d’Italia”.

Si sarà accorta che l’acustica del Vittorio Emanuele non è fra le migliori. Ma grazie alla sua “voce portata”, miracolosamente, tutte le sue parole si udivano sino alle ultime file del teatro. Spesso è un difetto dei teatri, ma spesso ancora, come ebbe modo di dirmi Paola Borboni in un’intervista fatta anni addietro al Timeo di Taormina, la colpa è degli attori/attrici che non “portano la voce” non facendo udire le finali delle parole. Lei cosa suggerisce ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere?

“Quello che lei dice è sacrosanto e la Borboni aveva pienamente ragione. Io quello che posso suggerire, anche perché i miei vecchi maestri me lo hanno insegnato, è di aggiungere ad ogni finale di parola la lettera “d” o la “t”. In questo modo non si udranno queste lettere dentali, ma si udranno perfettamente le parole pronunciate. Provare per credere”.

Molti teatranti bypassano questo problema amplificando con microfonini la loro voce. Ma è una cosa sconcia che andrebbe eliminata. Un vezzo forse nato con Carmelo Bene quando con la sua invenzione della “phoné” piazzava in teatro mega-casse acustiche per rendere udibile la sua voce e modularla a sua piacimento.

“ Condivido quanto lei dice, solo che quando Carmelo Bene era in vita nessuno si permetteva di asserire quanto lei sta argomentando”.

Prima che lei vada in scena le faccio una domanda apparentemente “marzulliana” ma che nasconde il perché della sua professione: che cos’è il teatro per lei?

“ Ho sempre pensato che il teatro è il mio modo d’affrontare la vita, perché lo faccio e perché so fare questo. Penso pure che il teatro possa essere una valvola per noi che lo facciamo e lo spettatore che assiste che guarda e che pensa, perchè parla di noi, di oggi e di quello che ci succede. Quando dopo avere dato vita alle parole della Politkovskaja e vedo la gente commossa e che mi ringrazia, sento che il teatro è uno stimolo continuo ad andare avanti e non fermarmi mai”.
- Gigi Giacobbe



 

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Hairspray
(...grasso è bello)

Mentre Sanremo impazzava in questa Italia canterina e ballerina, al Vittorio Emanuele transitava Hairspray, un musical di successo firmato dall’ormai collaudato regista del genere, per giunta messinese, Massimo Romeo Piparo. All’inizio, nel 1987, è una commedia senza canzoni firmata da John Waters, poi diventa un musical negli States conquistando l’Oscar per il migliore musical sia a Broadway che a Londra e un paio d’anni fa esce un film musicale che ha fra i protagonisti John Travolta e Michelle Pfeiffer. E’una storia extralarge a lieto fine in cui si osanna che “grasso è bello” in barba al colesterolo e ad ogni forma di dieta e in cui i diversamente magri hanno la meglio sui diversamente grassi. Con un messaggio forte alla fine, come quello dell’integrazione razziale, in cui s’inneggia alla “negritudine” tramite una sfilza d’immagini che scorrono su un grande schermo, da Martin Luther King a Obama. Le atmosfere sono quelle degli anni ’60 e la Tracy di Giovanna D’Angi, la giovane talentuosa ragazza dalla taglia abbondante, originaria di Giardini Naxos, in compagnia della madre Edna, vestita da un esuberante e “largo” Stefano Masciarelli, dopo alcune peripezie, incomprensioni e invidie, riusciranno a diventare delle celebrità televisive del “Corny Collins Show”. Le musiche di Mark Shaiman adattate da Emanuele Friello rievocano quei tempi andati in cui il rock and roll faceva il paio col rhythm and blues, ma non c’è un pezzo che ti rimane in testa e le due ore e mezza dello spettacolo, con 25 protagonisti in scena, scorrono via piatte, con ampi sbadigli del pubblico del Vittorio Emanuele che ha applaudito sotto l’effetto d’una tisana di tiglio.
- Gigi Giacobbe



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Lavori in Corso

 







 

 

 

 

 

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L'isola - Materiali per un sogno

Forse la Medea di Euripide è la tragedia più visitata da drammaturghi e teatranti. Il suo mito è stato proposto nei modi più singolari e disparati. Un ennesimo esempio ci viene da Salvo Gennuso che ha messo in scena nello Scenario Pubblico L’isola. Materiali d’un sogno, ruotanti su alcune scene della Medea di Heiner Müller e su una sua scheggia Sogno sonno grido che si ricollega a quest’ultima. Ne è venuto fuori uno spettacolo intenso e vibrante, molto applaudito alla fine, grazie alle doti mimetiche di Elaine Bonsangue nel ruolo della barbara sposa di Giasone e da costui tradita per impalmare Creusa figlia di Creonte, che per buona parte dello spettacolo se ne sta a mollo all’interno d’una piscinetta circolare a bagnarsi capelli e tunica mentre sproloquia su come vendicarsi di coloro che l’hanno infelicitata, accendendo ad un tratto un bastoncino sprigionante scintille argentate, per sintetizzare che la sua antagonista farà la fine d’una torcia nuziale. Un modo pure per vomitare i suoi mostri e tornare nel suo ancestrale liquido amniotico senza dover ripercorrere poi la sua sanguinolenta vita. Gennuso abbonda di esempi di teatro immagine, dal Living Theater a Peter Greenaway, intervenendo lui stesso sulla scena come un servitore muto in cappotto nero o un angelo sterminatore che disegna su uno schermo immagini che poi alcune ancelle cancelleranno dopo avere baciato colui che poi schiaccerà. Nella seconda parte l’eroina è su un lettino d’ospedale, diventata ormai una sorta di lupo che taglia le gole alle ancelle di prima (Rosa Carletta,Sonia Correnti, Vanessa Selvaggio, Marco Strano) mentre le musiche di Giancarlo Trimarchi si ridurranno a dei minimali battiti cardiaci che diventaranno un tutt’uno con le immagine di elettrocardiogrammi che scorreranno su un grande schermo.
- Gigi Giacobbe




 

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Letto a tre piazze

Marito moglie e amante (di lei). Un triangolo vecchio quanto il cucco che non passa mai di moda. A ricordarcelo è Gianni Fortunato Pisani in questo Letto a tre piazze, tratto da Camere con crimini scritto nel 1979 dall’accoppiata americana Sam Brobrich e Ron Clark, di cui ha curato l’adattamento e la regia al Teatro Maria Annibale di Francia e vestito pure i panni del marito cornuto. Si tratta d’una commedia leggera a tinte gialle-rosa perché nei tre atti che si susseguono c’è sempre un omicidio che non va mai in porto. Vuoi perchè i protagonisti sono imbranati, vuoi che non ci credono sino in fondo. Nel primo atto i due amanti vogliono far fuori in una vasca da bagno il marito, nel secondo i due coniugi tentano di gettare dalla finestra l’amante e nel terzo i due maschi desiderano solo impiccare quella cagna in calore. Con un finale che vede i due amanti ricominciare il loro caldo tran-tran. Si dovrebbe ridere e invece non si ride perché i tre protagonisti, lo stesso Fortunato, la moglie Tina Cilona e l’amante Filippo Fugazzotto, al quale si devono pure raffazzonate scene e costumi, tendono a paradoiare i loro ruoli oltre misura, dimenticando cos’è stato il vaudeville di Feydeau, la commedia all’inglese di Ayckbourn e quel volumetto di Max Aub titolato Delitti esemplari. Applausi con i guanti di velluto.
- Gigi Giacobbe



 

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Romolo il Grande




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL GRANDE KAHUNA

Recensione

Tre venditori di lubrificanti in una stanza d’albergo del Midwest. Phil e Larry sono i più navigati. Bob un pivello in attività solo da sei mesi. I tre sono lì perché sperano di poter agganciare un ricco cliente, tale Dick Fuller, per una mega-vendita. Nell’attesa i tre parlano a ruota libera del lavoro, di donne, di se stessi, della vita e della morte. L’azione si svolge in un solo giorno. Alla fine il pezzo da novanta è contattato solo da Bob che invece di concludere l’affare parlerà solo di Gesù, animato com’è da fervida fede religiosa. Fine e tutti a casa. S’intitola Il grande Kahuna lo spettacolo messo in scena alla Sala Laudamo da Marco Carroccio, ripreso dall’omonimo film del ’99 di John Swanbeck con Danny De Vito, Kevin Spacey e Peter Facinelli protagonisti, tratto a sua volta da Hospitality suite di Roger Rueff, una pièce teatrale che negli ultimi quattro anni ha spopolato un po’ dovunque nel nostro Paese. Un lavoro invero senza drammaticità, giocato in particolare sulla recitazione realistica dei tre protagonisti capitanati da Gianni Fortunato nel ruolo di Phil che fu di De Vito e dai due giovani attori Gabriele Fazio (Larry) e Oreste De Pasquale (Bob) che se la cavano egregiamente. L’onestà dei tre personaggi è al centro del lavoro dello statunitense Rueff. Nessuno cerca di imbrogliare nessuno. Lontano dal Sales man di Miller in cui il solo Willy Loman è disonesto verso se stesso o dal Glengarry Glen Ross di Mamet in cui i protagonisti cercano di truffare la gente dei loro dollari con cattivi investimenti. Successo per l’Accademia Sarabanda e per Viaggio Inverso, le due associazioni culturali che hanno prodotto lo spettacolo.
- Gigi Giacobbe

 




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Trafficu ppi nenti






 

 

 

 

 

 

 

 

 

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To Be or not To Be

Recensione

I naazisti, la gestapo, le SS per il loro incedere macchinalmente come burattini e per il loro esprimersi come dei robot, sono stati messi alla berlina da tanto cinema e teatro. Uno degli esempi più illuminanti è stato il soggetto To be or not to be del noto drammaturgo ungherese Melchior Lengyel, da cui Ernst Lubitsch ne ricavò nel 1942 il delizioso film, Vogliamo vivere, emulato più tardi, nel 1983, da un remake di Mel Brooks titolato Essere o non essere. Adesso Maria Letizia Compatangelo, avendo avuto i diritti teatrali dagli eredi di Lengyel, ha adattato per il palcoscenico il soggetto originario ricavandone una brillante commedia che ha l’andamento d’un tourbillon, grazie pure alla dinamica e acuta regia di Antonio Calenda, alle funzionali scene di Pier Paolo Bisleri e ai costumi di Stefano Nicolao. Si mescolano in questo riuscito spettacolo i temi “doppi” di finzione e realtà, di vita e sogno, del teatro nel teatro, che appassionano lo spettatore facendogli vivere in modo interattivo ciò che succede sulla scena. Come è successo, credo, nell’assistere ad alcuni film dove quei bellimbusti in verde divisa con svastica al braccio e dai toni sempre marziali, sono stati ridicolizzati e sbeffeggiati: vedi Train de vie del rumeno Radu Mihaileanu, incentrato su un intero villaggio di ebrei che riesce ad allestire un intero convoglio ferroviario e raggiungere il confino URSS e da lì la terra promessa, o il recente surreale Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, in cui un gruppo di soldati ebrei non solo scotennerà i militari tedeschi ma farà scoppiare un cinema parigino mandando al creatore Hitler e i suoi più fidi seguaci.
Lo spettacolo di Calenda, che ha inaugurato la nuova stagione del Vittorio Emanuele di Messina, con accoglienza calorosa del pubblico, è ambientato a Varsavia durante l’occupazione nazista della Polonia. E racconta d’una compagnia teatrale che avendo dovuto interrompere, per ovvi motivi, il dramma Gestapo, si trasforma in un gruppo di resistenza, utilizzando le esperienze maturate in teatro. Così l’attore principale Ian Tura, vestito da un esuberante e impeccabile Giuseppe Pambieri in un ruolo a lui congeniale, tornerà ad interpretare il monologo di Amleto, appunto To be or not to be, suo cavallo di battaglia, riuscendo a smascherare tra tanti pericoli una spia vicina al Führer, il professore Druginsky, del subdolo Umberto Bortolani, facendolo ammazzare in scena dai partigiani e camuffandosi proprio in quei panni professorali per un incontro decisivo col colonnello nazista Ehrhard dell’ottimo Fulvio Falzarano. Il celebrato verso, torna ancora come un refrain, coinvolgendo la moglie e attrice di Ian Tura, Maria, cui dà vita una charmante Daniela Mazzucato, artefice pure d’un paio di belle canzoni da operetta di Nicola Piovani, e al pari di un’ ape regina farà innamorare di sé chiunque l’avvicini, in particolare il tenente pilota Sobinsky (Jacopo Venturiero). E ancora, quel verso servirà come parola di riconoscimento per i partigiani e provocherà una serie di clamorosi equivoci che culmineranno nella fuga di tutta la compagnia in Inghilterra, nientemeno che sull’aereo personale di Hitler.
- Gigi Giacobbe



 

 

 

 

 

 

 

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Bach to black

Bach to black non è la canzone sconcia che canta Amy Winehouse con riferimento al tipico modo di vestirsi in nero durante le cerimonie funebri, ma il titolo dello spettacolo messo in scena nella Sala Laudamo con furor giovanile da Giuliano Pagliaro. Il quale solidarizzando con quelle masse africane che arrivano, quando ci arrivano, nel nostro paese - del resto pure noi gente del Sud siamo stati pieds-noirs per i francesi e migranti strigliati alle frontiere degli States - compie un salto all’indietro, d’un paio di secoli, allorquando s’affacciano sulla ribalta quei poeti neri che hanno segnato il cosiddetto “Rinascimento Nero”. Sulla scena un band di quattro musicisti (due chitarre, un sax-tenore, una batteria), un coro gospel di sette elementi, agghindati con lunghe tuniche di raso color bordeaux e colletto giallo-oro, capitanati da Sandra De Domenici fornita d’una bella voce sulle orme di Odette e due giovani attrici, Valeria Alessi e Marinella Romano che inscenano siparietti drammatizzando quelle liriche che saranno l’ossatura portante di molti spirituals. Si parte dalla senegalese Phillis Wheatley catturata su una nave negriera, appunto il Phillis, venduta come schiava all’età di 7 anni e acquistata poi dalla famiglia Wheatley, (da qui il suo nome e cognome) che le insegnò a leggere e a scrivere e a coltivare le sue doti poetiche, apprezzate dallo stesso George Washington. Morì la poverina nel 1784 all’età di 31 anni dopo aver sposato un nero che faceva il droghiere, portandosi sulla tomba i suoi tre figlioletti. Con la Wheatley nasce la letteratura afro-americana che ebbe, come si sa, molti seguaci a partire da Paul Laurence Dumbar e proseguire con Nicholas Vachel Lindsay, Fenton e Robert Johnson, Langston Hughes, Countee Cullen. Uno spettacolo tra musica e poesia salutato alla fine da molti applausi con tuffi nel Blues e nel Jazz, che ripercorre le tappe del movimento artistico-culturale fiorito poi ad Harlem nei primi del ‘900 e che si conclude con l’osannata When the saints go marching in ( Oh, quando i santi entreranno marciando).
- Gigi Giacobbe



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