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Le Recensioni di Gigi - 2011
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it

Le pagine Speciali dedicate a: Premio Europa per il Teatro 2011

               
 

La Lezione
Fantasmi
Musy, Vetrano e Randisi intervista

Amleto
Forte Teatro Festival 2011
Lampi Eclissi – Il Faro al Buio

EDIPO da Sofocle e Seneca

Malacrescita
I Demòni
Anime Nere

Cercando Picasso

Brachetti Ciak si Gira!

Moni Ovadia intervista

La Ciociara

Intervista a Maurizio Marchetti
Intervista a Daniele Gonciaruk
Due per Due

L'approdo di Ulisse
Cannibardo e la Sicilia
Le Dragon Bleu

ELENA di Euripide
La Trilogia degli Occhiali
Gabriele Lavia intervista

Dona Flor e i Suoi Due Mariti
Volare

L'Altalena
Il Nostro Amore Schifo

Camere con Crimini

Ciano
Trovarsi
Radio Argo
Mimmo Cuticchio intervista
Orchestra Shakespeare
Otello

Patri i Famigghia

Cerimonia

Il Malato Immaginario
Il Ballo delle Anime
Interno
Donna non Rieducabile
Il Burbero Benefico
Shylock-Il Mercante di Venezia in prova

Ricordati di chiudere bene la porta Miseria e Nobiltà
Ben Hur
Pubblico Incanto 2011
Festival dei due Mondi
Quei Ragazzi di Regalpetra
Dario Tomasello intervista
"4 5 6"

After Juliet
L'Oro di Napoli
Albertazzi intervista
Il Gregario
ITIS Galileo
I giganti della montagna

 

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La Lezione

di Eugène Ionesco
Regia
Gianfranco Quero
Scene: Daniele Alef Grillo - Costumi: Maison Studio di Letteria Pispisa
Musiche: Katia Pesti
Con
Gianfranco Quero, Ivana Zimbaro, Mariella Lo Sardo

Al suono d’un campanellino una lolita nabokoviana, raffigurata da una Ivana Zimbaro a suo agio vestita da marinaretto con minigonna blu plissettata, calzettoni lunghi sul ginocchio e scarpe da tennis, s’avanza con i libri in mano dal fondo sala per raggiungere il palcoscenico. Qui, su una scena tutta nera, agghindata da un lato con un grande hula hop, dall’altro con una ruota duchampiana e un piccola libreria e al centro un curioso tandem bianco con due manubri e due ruote simmetriche che vanno nel senso opposto alla parte centrale saldata e sormontata da una piccola base rotonda che funge da piano d’appoggio (la scena è di Daniele Alef Grillo), si consuma il quarantesimo sacrificio d’un grigio professore apparentemente timido e imbranato che lentamente si trasforma in un serial killer nei confronti di questa ignorante e sfrontata allieva che regolarmente verrà accoltellata. Naturalmente con la complicità della sua governante, alla quale è stato dato grande spazio, colta più volta a bere alcool da una fiaschetta, un refrain che Mariella Lo Sardo esegue impeccabilmente nella sua mise nera con tanto di grembiulino su fianchi, collettino bianco e candida crestina in testa, quasi sbucata fuori da un giallo di Agatha Christie (costumi della Maison Studio di Letteria Pispisa). Il professore, vero perno della pièce, è vestito da un eccellente Gianfranco Quero che calibra bene i cambiamenti di umore e di follia e che firma pure una bella regia di questo gioiellino del Teatro dell’Assurdo che è La lezione di Ionesco, cui è stato aggiunto nel titolo L’assurda coppia del teatro. Uno spettacolo di 60 minuti da non mancare, accompagnato dalle virtuose e vorticose musiche di Katia Pesti al pianoforte, già presago sin dalla sua prima messinscena a Parigi nel 1951 della volatilità delle parole, della loro vuotaggine, della difficoltà a tradurre in comprensibili fonemi la realtà e a favorire la comunicazione interpersonale, come è dato da vedere in referenziali e litigiosi talk show in cui il tempo passa e nulla succede. Calorosissimi gli applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

Foto: Dino Sturiale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Intervista a
Maurizio Marchetti
di Gigi Giacobbe


Incontri Maurizio Marchetti e ti pare che abbia sempre qualcosa da fare. Si fruga le tasche, armeggia sul cellulare o deve prendere un appunto su un pezzo di carta. E a seconda dei personaggi che deve interpretare in televisione, in teatro o al cinema, puoi vederlo con una folta barba, con robusti baffi accompagnati talvolta da pizzetto o con una faccia completamente liscia come in occasione di questa intervista. Conosco Maurizio da quando di cognome faceva Marchetta poi cambiato in Marchetti perché risuonava male per uno che opera nel mondo dello spettacolo. Lo conosco da quando nel 1977 si diplomò attore alla Scuola d’Arte drammatica dell’Accademia Filarmonica diretta da Lorenza Mitra Sacchetti, ospitata a quel tempo presso l’Istituto del Buon Pastore di Viale Boccetta con entrata laterale dalla piccola Via Giacinto, all’interno dei quali locali si tenevano pure corsi danza classica, pianoforte e chitarra coordinati dal presidente Peppe Uccello. Il saggio in questione era un breve atto unico di George Courteline “La carrozza ribaltata” ( con lui c’erano Antonio Pracanica, Anna De Liberto e Rosaria Bellomia) che misero in luce le doti grottesche e surreali di Marchetti, notate pure da Walter Manfrè che lo volle protagonista de “L’uomo la bestia e la virtù” di Pirandello assieme a Giancarlo Santacatterina, Michela Pavia, Daniele Passero e la stessa De Liberto con le luci di Peppe Pizzo che diventerà poi marito di quest’ultima. Da qui ha inizio una carriera luminosa ricca di successi non solo come attore ma anche come fondatore di alcune associazioni culturali come l’ASTEC (stabile dei giovani) che trasformerà il cinema Royal (l’ex-cinema Garibaldi di Via Palermo) nel teatro Romolo Valli prendendone la gestione e curando la programmazione per cinque stagioni sino al 1985. Nel frattempo interpreta “ Il bell’Antonio” di Brancati, fa parte del cast di “Merli e Malvizzi” del compianto Biagio Belfiore con regia di Andrea Camilleri (non ancora famoso come oggi) e allestisce piccole stagioni teatrali di TeatroForum nella Saletta Milani ( che oggi non esiste più).

Quali sono gli incontri più importanti di quegli anni?

“ In primis la mia insegnante Laura Carli che mi ha dato una grande sicurezza a fare il lavoro d’attore che ho messo subito in atto interpretando “La passione del ragioniere Speranza” di Belfiore con regia di Leonardo Bragaglia; poi l’incontro con Franco Enriquez prendendo parte al suo osannato “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa adattato dallo stesso Belfiore e poi l’aver lavorato accanto ad Arnoldo Foà “ nello spettacolo “La corda a tre capi”, suo pure il testo, al quale debbo molto perché mi ha dato fiducia e alcuni insegnamenti”.

Ma ce ne sono altri mi pare!

“ Hai ragione. C’è Duilio Del Prete col quale abbiamo lavorato insieme in “Anime” di Giuseppe Manfridi; Edoardo Padovani, produttore di Flavio Bucci, protagonista del “Lorenzaccio” di De Musset-Moretti e Pupetto Castellaneta col quale abbiamo condiviso varie esperienze di laboratori teatrali al Milani come CEIS (Consorzio enti e imprese dello spettacolo) e poi al Teatro Vittorio Emanuele”.

Perché hai scelto di fare teatro?

“ Per un’esigenza pazzesca di comunicare con gli altri. Certamente nel teatro c’è una componente esibizionistica e ho cominciato a farlo anche per studiare le possibilità del comunicare inteso come linguaggio. Del resto fare il sociologo o fare teatro per me sarebbe stata la tessa cosa”.

E cos’è il Teatro per te?

“La forma primaria di comunicazione interpersonale. L’unico momento di sincerità per colui che è così fortunato da potervisi cimentare, recitando su un palcoscenico. La sublime arte del verosimile, in cui tutto può diventare vero e credibile, anche l’incredibile”.

Maurizio tu hai lavorato con Gigi Proietti in “Stregata dalla luna” , Dario Fo e Giorgio Albertazzi ne “Il diavolo con le zinne”, di recente con Antonio Calenda ne “L’ultimo giorno” di Dario Tomasello e tanti altri ancora, a quale spettacolo o esperienza sei fortemente legato?

“ Sono legato a “La casa degli spiriti” di Isabelle Allende ( una coproduzione italo-arabo-israeliana), ad un romanzo di Eugenio Vitarelli titolato “La chiurma” ridotto e adattato da me per il teatro e a “il diario di Anna Frank diretto da Gianfranco De Bosio. C’è pure uno spettacolo fatto con Nino Frassica a Taormina, il titolo era “23 e 20” scritto da Anne Ritta Ciccone, con la quale ho girato pure un paio film (“L’amore di Maria” e “Le sciamane”).

Sei direttore artistico del Vittorio Emanuele dal 2007. Nell’allestire i vari cartelloni teatrali hai dovuto inserire spettacoli non scelti da te ma caldeggiati chessò da sovrintendente e presidente del Vittorio o da uomini politici regionali o nazionali?

“ Ti sembrerà strano, ma per mia fortuna questo tipo di cose non è mai successo”.

L’essere direttore artistico ha influito negativamente o positivamente nella tua attività di attore, riferito ad eventuale scritture o proposte di lavoro?

“ Gli ambienti teatrali sono strani. Essere direttore artistico dovrebbe favorirmi, avvantaggiarmi, invece non è così. Da quando svolgo pure questa attività, sì d’accordo conosco tutti, ho molti rapporti con molte compagnie italiane, ma ho meno proposte di lavoro. Forse sarà perché non so gestirmi. Chi lo sa! La stessa cosa succedeva quando facevo il produttore del Teatro Valli di Via Palermo. Così vanno le cose in Teatro”.

Sei stato in televisione protagonista di varie fiction e sceneggiati televisivi come un Montalbano accanto a Zingaretti, “Il capo dei capi” di Fava, ne “Le ragazze dello swing” facevi il gerarca, ne Il bambino della domenica” l’allenatore di boxe accanto a Beppe Fiorello e altri ancora. Ma la gente comune delle strade ti riconosce? Ti chiede l’autografo?

“ Certamente non sono così famoso come Nino Frassica che alcuni anni fa era il 3° personaggio italiano più noto dopo Karol Wojtyla e Pippo Baudo, ma anche a me capita di fare autografi, soprattutto a Messina, in Sicilia e in Calabria, meno nel resto d’Italia”.

Perché non hai mai scritto dei testi teatrali tuoi per poi rappresentarli e dirigerli?

“ Forse per pigrizia…a me piace fare gli adattamenti, le riduzioni dei lavori degli altri”.


Noto con piacere che molti messinesi sono nei tuoi cartelloni teatrali. Da cosa dipende?

“Dal fatto che tanti sono diventati bravi e che non sfigureranno né qui né altrove”.

Che farai prossimamente?

Mi auguro tante cose come fare un Laboratorio Teatrale con Carlo Quartucci, un messinese noto in tutto il mondo e non qui. E poi riprenderò al Teatro India di Roma “Lavori in corso” di Fava e in aprile 2012 qui al Vittorio sarò protagonista con Antonio Alveario e Giampiero Ciccò ne L’ufficio” di Ciarrapico-Torre, regia di Ninni Bruschetta, in uno spettacolo prodotto dal nostro Teatro di Messina”.-


 

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Ciano
da un'idea di Nicola Alberto Orofino e Carmen Panarello
testi originali di Elio Crifò
regia Nicola Orofino
con
Francesco Bernava, Elio Crifò, Massimoliano Davoli
Carmen Panarello, Irene Serini

e con
Maurizio Marchetti

Non è Zelig, neppure un musical e neanche un fumetto. Forse tutte e tre le cose insieme. Di certo uno spettacolo intelligente su una delle pagine più nere della nostra storia recente. Il titolo è Ciano, riferito a quel Galeazzo conte di Cortellazzo e Buccari, un dandy dai capelli brillantinati del ventennio fascista che a 27 anni sposa Edda Mussolini diventando genero dell’uomo più potente d’Italia. Lo hanno ideato un gruppo di attempati giovani fra i trenta e i quarant’anni che nel recente passato quasi tutti avevano preso parte a dei laboratori teatrali diretti da Maurizio Marchetti (che qui apparirà nel video di Valerio Vella sotto le sembianze tonanti del duce) e da Pupetto Castellaneta. Il testo è di Elio Grifò su un progetto di Carmen Panarello e di Nicola Alberto Orofino, quest’ultimo pure regista, ispirato a fonti storiche, testimonianze, documenti processuali, rassegna stampa sugli ultimi giorni di Galeazzo Ciano finito, come si sa, fucilato assieme ad altri gerarchi l’11 gennaio del 1944 perché riconosciuto colpevole di tradimento durante il processo di Verona. Colpevole d’aver tramato, assieme a Dino Grandi e altri, contro suo suocero durante la mitica seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 che di fatto porteranno all’arresto di Mussolini e al crollo del regime fascista. Uno spettacolo in parte didascalico, per via di nomi, date, luoghi e frasi e video, impressi su uno schermo bianco su una scena nuda, che alleggerivano la pesantezza dei fatti storici e giocato sulla bravura dei cinque scanzonati protagonisti, gli stessi Grifò (nei panni di un macchinista e del caricaturale Cersosimo) e Panarello (in quelli di Edda Ciano), Francesco Bernava (un compassato Ciano), Massimiliano Davoli (un secondino investigatore uscito fuori dalla serie televisiva di CSI-Miami) e poi la funambolica Irene Sensini che si fa trina vestendo gli abiti di due avvocati e della provocante spia nazista nonché amante di Ciano frau Beetz.- Calorosi applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Ricordati di chiudere bene la porta
VITA IN PALESTINA

di Marina Sorrenti
regia di Nadia Baldi
con
Alessandra Roca e Marina Sorrenti

Non è facile parlare del conflitto israelo-palestinese. Per tutto quello che è successo in questi ultimi 60 anni di storia macchiati da guerre, attentati, rivolte dell’Intifada scatenate dall’Olp, suddivisioni di territorio con i cisgiordani accovacciati nel cuore dello stato d’Israele e i palestinesi in un angolino sulla striscia di Gaza. Una pace che non arriva mai e con le popolazioni in continuo batticuore. Come può essere la vita di due donne, una palestinese e una israeliana, rispettivamente Alessandra Roca e Marina Sorrenti, quest’ultima pure autrice della pièce Ricordati di chiudere bene la porta. Vita in Palestina andata in scena nella Sala Laudamo (repliche sino a oggi pomeriggio) con la regia di Nadia Baldi. All’inizio le due donne restringono lo spazio scenico con un groviglio di fili per delimitare i propri spazi abitativi. Poi parlano della loro condizione di assediate, costrette a fare i conti con la guerra, con i bombardamenti, accanto al pianto dei bambini ai quali non sanno spiegare il perché di quel caos. Per bocca loro conosciamo i propri genitori e fratelli e quell’ebrea di nome Amira che ama un palestinese cui gli è proibito di varcare la frontiera. Ciò che unisce le due donne sarà solo un grido strozzato, un urlo munchiano simile a quella di Salma Zidane protagonista del film del 2008, Il giardino dei limoni, del regista israeliano Eran Riklis, allorquando il ministro della difesa ha deciso di stabilirsi nel suo limoneto e che alla fine, pur vincendo il pre-potente la causa, sarà costretto però a issare un alto muro senza poter ammirare più quelle rigogliose piante. Uno spettacolo con molti applausi finali che guarda alle cantine romane degli anni ’70, un esempio di teatro politico non accompagnato da supporti realistici e giocato sulle voci gridata delle due protagoniste.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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Fantasmi
L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA - SGOMBERO
colloqui con i personaggi di Luigi Pirandello
e con TOTÒ E VICÉ di Franco Scaldati
adattamento e regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con
Enzo Vetrano
e Stefano Randisi e Margherita Smedile

L’uomo ha bisogno di credere che la morte non sia la fine di tutto ma un continuum della vita. Ha bisogno d’inventarsi sovrastrutture come i fantasmi. Illudersi che esistano. Che siano in mezzo a noi. Alle nove di sera per esempio. E che girino in mezzo al pubblico in una sala Laudamo prima dell’inizio dello spettacolo che s’intitola, manco a dirlo, Fantasmi. Uno spettacolo scritto-diretto-interpretato da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, una coppia teatrale che miete successi un po’ dappertutto con le proprie e singolari rivisitazioni pirandelliane, in compagnia qui d’una nipotina di Anna Magnani che risponde al nome di Margherita Smedile. All’inizio è Randisi che si sostanzia sulla scena in un incipit che rievoca guerra e morti, fantasmi e personaggi che più avanti si presenteranno sotto le spoglie di Totò e Vicè. Due poetiche e candide figure di due guitti o due clochard partoriti dalla mente bambina di Franco Scaldati che li fa riflettere per un attimo se la morte è sogno o se il sogno è morte. Un rovello quasi che potrebbe essere stato partorito da quel Sigismondo de La vita è sogno di Calderon de la Barca. A rendere più truce e assurda questa vita ecco apparire la Lora pirandelliana di Sgombero, metafora dilaniante di ciò che può avvenire in una qualunque nucleo familiare, lì dove un padre-padrone approfitti di sua figlia costretta a subire malsane voglie ed essere da lui ingravidata. Un padre che adesso se ne sta lì morto stecchito su un giaciglio con una vecchia moglie a vegliarlo (che qui non si vedrà) e con una espressiva Margherita Smedile dai modi bruschi e revanscisti a vomitare a quel cadavere la sua vita di sgualdrina, dopo essere stata da lui buttata sulla strada come una cagna e dopo aver lasciato il figlioletto di otto giorni dietro la porta di casa. E meno male che un Dio giusto s’è preso con sé la creaturina con tutto il corredino che la giovane donna adesso stringe fra le mani mentre s’allontana lungo le rotaie d’una ferrovia, tratteggiata mirabilmente nella scena di Marc’Antonio Brandolini, le belle luci di Maurizio Viani e i costumi di Mela dell’Erba. Una scheggia teatrale che si moltiplica all’estrema potenza quando sulla scena avviene l’incontro tra L’uomo dal fiore in bocca e l’avventore ( gli stessi superlativi Vetrano-Randisi). Il primo, accarezzato da un epitelioma che lo condurrà quanto prima alla morte, vive in modo paradossale l’assenza dalla vita e l’attaccamento alla vita degli altri descrivendo con dovizia di particolari ogni movimento e pensiero altrui; il secondo ad ascoltare i suoi strambi ragionamenti, mentre se ne sta di sicuro più attaccato alle cose terrene. Forse bisognerebbe vivere, come fa intuire Pirandello, come se ogni giorno fosse l’ultimo per l’uomo. Vivere continuamente sul filo della morte. Una morte che diventa poesia in quel finale tra Totò e Vicè che giocano a nascondino e cercano di farsi compagnia l’uno con l’altro.-
Gigi Giacobbe

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Intervista a
Daniele Gonciaruk
impegnato sino a fine novembre al Teatro India di Roma nello spettacolo I masnadieri di Schiller
per la regia di Gabriele Lavia
di Gigi Giacobbe


Ciuffo birichino, fronte ampia, baffetti e maglietta giracollo Daniele Gonciaruk, 40enne attore messinese è impegnato in questi giorni e sino a fine novembre al Teatro India di Roma con Gabriele Lavia alle prese con I masnadieri di Schiller che ha debuttato il 25 ottobre. Proprio a Gonciaruk abbiamo chiesto di parlarci di questa esperienza romana.

Come incontri Gabriele Lavia? Come sei riuscito a lavorare con lui?

“L’incontro con Lavia è stato da me fortemente voluto. Il suo Teatro per me era ed è un punto di riferimento. Quando ho visto Il malato immaginario di Molière ( che ha chiuso la scorsa stagione del Vittorio Emanuele, ndr.) ho deciso che era arrivato il momento. Dovevo incontrare assolutamente quel modo d’interpretare lo spazio scenico e il testo, e con molta tenacia e un pizzico di fortuna probabilmente, ciò è avvenuto e ne sono felice”.

Che hai dovuto inventarti per far parte del cast de I masnadieri?

“Niente di particolare. Ho dovuto svolgere una serie di provini con un rigore che secondo me ridà fiducia e spessore a questo nostro lavoro. Per dirla in breve ognuno doveva conquistare sul campo la sua ammissione alla fase successiva, nessun privilegio concesso, tutto doveva essere meritato ed è una lezione che continua sempre”

I masnadieri è il primo progetto teatrale realizzato dalla neo formata “Giovane Compagnia del Teatro di Roma” diretta dallo stesso Lavia. Che tipo di esame hai dovuto sostenere per farne parte?

“Il gruppo degli attori che ne fanno parte sono stati scelti dopo una lunga serie di incontri avvenuti nell’arco di due mesi per quattro sessioni di prova intervallati da un periodo di studio e selezione. Sono state più duecento le persona provinate prima di scegliere infine i diciotto attori che compongono lo spettacolo”.

Mi pare che tu sia l’unico siciliano della compagnia. Che ruolo avrai nello spettacolo?

“Sì, sono l’unico siciliano della compagnia e avrò due ruoli. Nel primo tempo sarò uno dei cattivissimi masnadieri al seguito del ribello Karl, nel secondo vestirò i panni del maggiordomo buono di casa Moor che tenta in qualche modo d’impedire che si realizzi il piano del perfido signorino Franz che vorrebbe sopprimere padre e fratello per diventare lui unico padrone ed erede di tutto”.

Cosa si prova a lavorare con Lavia?

“E’ un’esperienza straordinariamente impegnativa, perché capisci sin dal primo giorno di prove che non stai allestendo uno spettacolo, ma che in certo modo sei tornato sui banchi di scuola a sentire lezioni di teatro, durante le quali impari non solo a dire una battuta, ma a scoprire l’intero universo che esiste dietro la parola stessa che ti appresterai ad enunciare. Come dice lui stesso l’attore deve essere “apofantico” ovvero ridare vita “vedendole” le parole che recita. Ed è per questo costante lavoro di ricerca che lavorare con Lavia è anche un percorso impegnativo. Nulla è lasciato al caso, niente viene dato per scontato, ogni gesto, ogni inflessione della voce, ogni movimento scenico è il risultato di un piano preciso, è costruito con certosina attenzione per inseguire un senso, quello e non un altro”.

Credo che tu viva in pianta stabile a Roma. Che rapporti hai o hai avuto con la Sicilia teatrale?

“Sono molto legato a Catania e al suo Teatro Stabile così pure a Palermo al Teatro Biondo dove ho spesso lavorato, così pure a Messina dove ho lasciato tanti amici e colleghi. Sono città ricche di talenti. Pensa che metà della troupe del mio film, una produzione indipendente che ha coinvolto duecento persone, è siciliana e tanti sono di Palermo”.

Di che film si tratta?

“S’intitola Storie, Sicilian Comedy, un piccolo film realizzato con poche migliaia di euro, un piccolo miracolo di produzione e un’esperienza straordinaria che mi auguro possa concretizzarsi portando questo nostro lavoro nei festival cinematografici italiani e stranieri”.

E riguardo al teatro, stai preparando qualcosa?

“Olre I masnadieri sto lavorando ad una riduzione un po’ folle dell’Edipo Re, un adattamento in chiave “pop” del testo di Sofocle, ma con forti contaminazioni letterarie moderne. Un’idea un po’ pazza che vorrei portare in scena, mentre sul versante cinematografico sto ultimando la scrittura di un cortometraggio di fantascienza, genere poco praticato in Italia”.

Tornando a I masnadieri, lo vedremo in scena a Messina o in qualche città della Sicilia?

“Per quest’anno credo di no, perché lo spettacolo prodotto oltre che dal Teatro di Roma anche da Teatro stabile dell’Umbria, da fine novembre andrà in tournée fino a marzo toccando alcune città del centro-nord come Firenze, Trieste, Perugia”.


 

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Trovarsi
da Luigi Pirandello
adattamento di Enzo Vetrano e Stefano Randisi

Il mare e il teatro (vi si scorge il dimenticato Garibaldi di Palermo) sono i luoghi dell’anima, di fuga o di rifugio dei due protagonisti di Trovarsi di Pirandello secondo la visione dei due registi Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Lui, Elj Nielsen, cui dà vita un Angelo Campolo con giovanilistico impeto amoroso, immaturo quanto fragile, è un aitante skipper svedese in stile sturm und drang che ama la vita e l’avventura. Lei, Donata Genzi vestita da una sensibilissima Mascia Musy quasi sovrastata alle prime battute dalle onde paradigmatiche del suo personaggio, esprimendo più avanti un pudore sincopato misto a vitalità e grinta, è una famosa attrice, sempre prima donna in teatro ma infelice nel privato, perché sente che la vita le sfugge innanzi senza avere accanto un reale uomo d’amare e dal quale essere riamata. L’incontro tra i due, con una iniziale turbolenta storia d’amore, potrebbe oggi riempiere i rotocalchi rosa o i siti web. Succede invece, dopo dichiarate promesse di matrimonio, che durante uno spettacolo, con lei in scena e lui fra il pubblico, che lui percepisca nettamente che lei sfoderi sul palco le stesse coccole e gli stessi sentimenti della loro intimità. Un campanello d’allarme che risuona come un tradimento senza via di ritorno, al punto che lui fuggirà da lei per sempre. E lei si ritroverà nuovamente sola in teatro davanti agli occhi-specchi dei suoi ammiratori a creare i suoi personaggi come meglio le piacerà. In questa versione teatrale - in scena con calorosi applausi finali al Vittorio Emanuele (con repliche sino a domenica) - ci sono un paio di cose che i due registi mettono in evidenza. In primis la storia è ri-vissuta dall’attrice ormai anziana davanti ad uno specchio dopo essere discesa da una scala d’un ipotetico faro. La seconda, molto verosimile, è che sopra le teste dei due protagonisti aleggi lo stesso Pirandello, che al tempo in cui scrive questo dramma per la sua amata musa Marta Abba, ( 65 anni lui, 32 lei), e con un filo di gelosia voglia esprimerle il suo amore immutato, limpido come un cristallo, rispetto alle tante avances che lei potrebbe ricevere da giovani aitanti ma non innamorati quanto lui. Ruotano attorno ai due comprimari un settebello impeccabile di attori messinesi affermati in campo nazionale come Giovanni Moschella nel ruolo dello zio di Elj, Ester Cucinotti in quello di Elisa Arcuri, amica del cuore della Genzi, Antonio Lo Presti è il civettuolo Carlo Giviero, Marika Pugliatti è una marchesa che farebbe la sua bella figura nei salotti del jet set televisivo, Monia Alfieri è sua nipote Nina, un pel di carota vivace, arguta e dispettosa, Luca Fiorino dai capelli stirati è un saggio Volpes sempre dalla risposta pronta. Eleganti i costumi di Mela Dell’Erba e allusive le scene pure sue tendenti all’astratto.-
Gigi Giacobbe

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foto di Giuseppe Messina

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al Teatro Brancati di Catania
Miseria e Nobiltà
di Eduardo Scarpetta
regia Nicasio Anzelmo

E’ incredibile come la commedia Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta riesca ad essere ancora oggi attuale e godibile a distanza di 123 anni. L’ha riproposta adesso il Teatro Brancati quale spettacolo inaugurale della nuova stagione, trasferendo l’eccellente regia di Nicasio Anzelmo atmosfere colori e idiomi nella Catania degli anni ’50: quelli neorealisti del secondo dopo guerra, caratterizzati da netti contrasti tra ricchi e poveri, tra chi riusciva a mangiare tutti i giorni e chi letteralmente moriva di fame. Un po’ quello che succede ai nuovi poveri di oggi che non riescono ad arrivare a fine mese. Temi che si rinnovano e che individuano nella miseria e nella fame motivi di divertissement, i “veri copioni della comicità”, diceva Totò, interprete fra l’altro dell’indimenticabile film omonimo assieme a Carlo Croccolo, Sofia Loren, Valeria Moriconi. Non è facile, con i tempi che corrono, allestire uno spettacolo con quattordici personaggi, tutti di buon livello, a cominciare dai due beniamini del pubblico etneo e non solo, vere macchine teatrali di ilarità, quali sono lo smilzo Tuccio Musumeci nei panni di Felice Sciosciammocca e l’extra-large-caracollante Marcello Perracchio in quelli dell’arricchito Gaetano Semmolone avvezzo a storpiare aggettivi e sostantivi. Attorno ai due si sviluppano trame e intrecci che lentamente si sciolgono assecondando quasi i desideri del pubblico: ecco forse l’altro punto forte della commedia di Scarpetta. I falsi nobili raffigurati dalla Luisella di Margherita Mignemi amante dello Sciosciammoca forse si leverà di torno per la modica somma di 50mila lire, i coniugi Pasquale e Concetta di Massimo Leggio e Barbara Gallo non soffriranno più la fame perché la loro figlia Pupella (Egle Doria) si sposerà con il ricco Luigino (Claudio Musumeci figlio di Tuccio), il vero marchesino Plinio Milazzo, spiazzando il padre Aldo Toscano, impalmerà l’esuberante Gemma di Giorgia Migliore, la Bettina di Rossana Bonafede recupererà l’affetto del figlioletto Peppeniello (davvero bravo questo ragazzino di 8 anni che si chiama Giuseppe Testa) nonché quello del marito Sciosciammocca, lasciando felici infine gli stessi servi di casa Semmolone, il Vicienzo di Claudio Musumeci e la Molly di Valentina Ferrante che convoleranno a nozze. Le scene dei due tempi, assecondando i termini del titolo, erano di Riccardo Perricone, i costumi di Angela Gallaro. Molto calorosi gli applausi finali e repliche sino al 13 novembre.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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incontro con
Mascia Musy, Enzo Vetrano e Stefano Randisi
di Gigi Giacobbe


Stefano Randisi, Mascia Musy, Enzo Vetrano, Ester Cucinotti, Antonio Lo Presti, Monia Alfieri, Giovanni Moschella, Marika Pugliatti, Angelo Campolo, Marilisa Busà, Luca Fiorino,

Trovarsi di Pirandello inaugurerà la sera del 9 novembre la nuova stagione teatrale del Vittorio Emanuele. Il lavoro, dedicato a Marta Abba, è incentrato su una figura d’attrice, tale Donata Genzi, che ha difficoltà a trovare se stessa, divisa com’è tra il teatro e un amore che le sfuggirà lentamente sino a rimanere sola con il suo lavoro. Registi e adattatori del testo prodotto dal Teatro di Messina sono Enzo Vetrano e Stefano Randisi ( freschi del premio “Le maschere del Teatro italiano” ricevuto al San Carlo di Napoli per i pirandelliani Giganti della montagna), mentre il ruolo della protagonista verrà vestito da Mascia Musy, figlia dell’attore-doppiatore-paroliere Gianni Musy. Incontriamo il terzetto in un momento di pausa delle prove (che si svolgono nello stesso Vittorio Emanuele) chiedendo subito ai due registi se lo spettacolo manterrà la stessa ambientazione del 1932 (anno della “prima” al Teatro dei Fiorentini di Napoli) o se hanno apportato modifiche o stravolgimenti. “Nessun stravolgimento – dice Randisi- stiamo solo cercando di rendere più attuale questo testo che è più grottesco rispetto a quello che si potrebbe immaginare”. “ Noi crediamo – aggiunge Vetrano- che ci sia una forte vicinanza tra gli anni ’30 e l’oggi, riferito alla crisi dei valori oltre a quella economica, in cui la società attuale al pari di quella di quegli anni, vive spensierata sopra le righe, badando più alla forma che ai contenuti”.

E lei signora Musy cosa ha da dire della sua Donata Genzi?

“Che sono più fortunata di lei, perché sto vivendo un grande amore in teatro, cioè quello di vestire i suoi panni, e poi d’essere nella vita di tutti i giorni felicemente sposata”.

S’è fatta un’idea di chi sia realmente questa figura che interpreterà?

“ Di sicuro è un personaggio importante e complesso che sto scoprendo giorno per giorno, certamente ha un io diviso, quasi un’immagine sfocata la sua, che solo in pochi momenti riesce a rendere nitida e che si ritroverà solo quando alla fine capirà che bisogna crearsi e creare. Un personaggio che cercherò di affrontare e capire come Pirandello lo ha scritto per farlo diventare vivo e vero sulla scena”.

Come avete pensate di architettare la scena?

“Abbiamo sintetizzato i tre diversi interni in due atti con una scena centrale – spiega Randisi- composta da una pedana, delle sedie e dei tulli bianchi su cui verranno proiettati dei filmati raffiguranti il mare, rievocanti forse immagini ibseniane de La donna del mare”.

E i costumi saranno eleganti come quelli dell’edizione di 20 anni fa firmata da Patroni Griffi con una splendida Valeria Moriconi?

“ I costumi ( e pure le scene) che verranno realizzati dai laboratori del Teatro di Messina – aggiunge Vetrano- avranno un vago riferimento agli anni ’30: saranno sobri ed eccentrici giusto per raccontare le varie verità e il contesto sociale”.

Ci saranno delle musiche?

“Stiamo pensando – dice Vetrano- a dei lieder di Mahler o a dei pezzi musiche jazz. Si vedrà”

Che tipo di polverina magica usate nei vostri spettacoli pirandelliani, (mi pare con Trovarsi il sesto dopo Il berretto a sonagli, L’uomo la bestia e la virtù, Pensaci Giacomino, I giganti della montagna e Fantasmi), sì da farli sembrare attuali, più vicini ai nostri tempi?

“ Cerchiamo di focalizzare la verità della scena con la verità della vita – chiariscono sia Vetrano che Randisi- in modo che ogni spettatore si senta coinvolto e partecipe del vissuto dei vari personaggi in scena. Qualunque battuta di Pirandello può essere riferita ad ognuno di noi e questo Trovarsi è una storia dove può ritrovarsi ognuno degli spettatori. Il nostro intento è quello di far capire che quello che accade alla protagonista potrebbe accadere a qualunque spettatore in sala. E’ solo un pretesto che Donata Genzi sia un’attrice. Potrebbe essere chiunque con qualunque identità”.

Mi pare che il resto del cast è formato da attori messinesi noti in teatro. Volete dirmi i nomi e i personaggi che vestiranno?

“ Angelo Campolo sarà Elj Nielsen – dice Randisi- Giovanni Moschella sarà suo zio il conte Gianfranco Mola, Ester Cucinotti vestirà gli abiti di Elisa Arcuri, Maricka Pugliatti quelli della marchesa Boveno e Monia Alfieri quegli altri di Nina”.

Avete tagliato alcune figure?

“ Sì, sono stati soppressi il dottore, cameriere e camerieri così il personaggio di Salò, le cui battute verranno ripartite tra Antonio Lo Presti e Luca Fiorino che interpreteranno Carlo Giviero il primo, Volpes il secondo”.-


 

 

 

 

 

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Due per Due
scritto e diretto da Nicola Calì
con
Nicola Calì, Alessandro Fiumara, Giuseppe Comunale

In un luogo ricco di storia di letteratura e di poesia qual è Villa Piccolo di Cala Novella, è andato in scena Due per due, secondo capitolo de “La trilogia della mafia”, dopo Malacarne, scritto diretto interpretato da Nicola Calì. Che deve molto amare lo slang siciliano (in questo caso il dialetto messinese) e i film d’azione in genere, per come fa muovere i personaggi sulla scena, ripresi quasi in campo corto o in piano sequenza, su una sorta di hangar spoglio, in cui fa bella mostra solo una sedia e un manichino di donna mancante di gamba e braccio. Succede qui che il Flescgordon sciancato e crudele di Giuseppe Comunale (tutto unito al posto del noto personaggio dei fumetti Flash Gordon) tenga sotto scopa il più giovane e ancora inesperto Anciulu in continuo moto perpetuo (Alessandro Fiumara) che finora ha solo spacciato droga e non ucciso nessuno, il quale a sua volta deve far la guardia con la pistola puntata a tale Sciroccu ( lo stesso Calì) che nel frattempo è stato trascinato in quello spazio legato e col volto coperto. Pare che quest’ultimo abbia commesso uno sgarro nei confronti del capomafia, U Lupu (che non apparirà mai), addirittura che possa essere un poliziotto infiltrato fra quei criminali senza scrupoli. I due parlano dei loro fatti personali, ad un tratto Sciroccu riesce a liberarsi, ma è solo per poco perché i rapporti di forza torneranno come prima. Volano i nomi di Buscetta e Riina, si odono le note di The End dei Doors cantata da Jim Morrison ed Era di maggio di Di Giacomo e i fatti avranno un risvolto giallo, inatteso e imprevedibile che riscatta una performance lenta, in alcuni momenti, per complessivi 80 minuti. Pochi spettatori, plaudenti alla fine, per uno spettacolo gratuito offerto dalla Regione Sicilia e con il Circuito del Mito che incassa e ringrazia.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

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Radio Argo
diretto e interpretato da
Peppino Mazzotta

Molti lo riconoscono per essere col suo giubotto di pelle l’ispettore Fazio a fianco del televisivo commissario Montalbano-Zingaretti a risolvere i delitti più intricati nella Sicilia assolata e barocca in territorio siracusano e ragusano. Ma Peppino Mazzotta, 40enne di Cosenza, è anche un fiore di attore e regista in grado da solo di rendere vivi in 75 minuti i personaggi chiave dell’Orestea di Eschilo, di sicuro l’opera più truce della drammaturgia greca, attualizzata qui nel poetico testo di Igor Esposito col titolo di Radio Argo. All’inizio sul palcoscenico della Villa Comunale, ricco di lumini ai piedi dei vari microfoni sparsi con dovizia sulla scena di Angelo Gallo, Mazzotta chiuso nel suo impermeabile rosso, bastone e tacchi a spillo, con vocina da Cappuccetto Rosso, racconta per 15 minuti, forse troppi, il sacrificio della sua Ifigenia data in pasto agli dei dal padre Agamennone per vincere la guerra di Troia. Poi muovendosi agevolmente su una sedia a rotelle dà voce contemporaneamente a Clitennestra che cornifica da dieci anni il suo sposo Agamennone e al suo amante Egisto, tratteggiato con caricaturali toni di uomo della mala che si esprime con stretti accenti siciliani. Nel frattempo di corsa avvicinandosi ad una postazione centrale e inforcando alle orecchie una cuffia, trasmette dalla sua consolle le ultime notizie da Radio Argo, congetturando quello che potrà capitare alla coppia fedifraga visto che la guerra è finita e che il re Agamennone è giunto ad Argo con la sua nuova preda Cassandra. Eccolo adesso Mazzotta con occhiali scuri e con voce che ricorda il Gian Maria Volontè di Un cittadino al di sopra d’ogni sospetto, calarsi nei panni del re vincitore, attaccarsi al petto una stella di David e iniziare un pistolotto degno delle più retrive dittature hitleriane. Eccolo ancora indossare un burqa celeste, canticchiare qualcosa in stile Tom Waits e diventare Cassandra, colei che non deve far vedere il suo volto perché non è stata mai creduta. Infine sotto le spoglie di Oreste, complice pure sua sorella Elettra, sarà l’angelo sterminatore che vendicherà il padre scannando la madre e il suo amante. Certamente da qui in avanti il lavoro non segue la trilogia eschilea (si saltano a piè pari le due tragedie Coefore e Eumenidi) ma i riferimenti al mondo di oggi sono convincenti lì dove Mazzotta dirà che “bisogna strappare da noi la vanità e che di noi resterà ciò che amiamo e che lui al governare preferisce l’odore del mare”. Calorosi applausi alla fine e repliche giovedì 25 agosto all’Horcinus Festival di Torre Faro.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

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Ben Hur
Monte di Pietà Messina

di Gianni Clementi
regia: Nicola Pistoia
con
Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Elisabetta DeVito

Sergio (Nicola Pistoia) un coatto romano di professione stuntman cade in disgrazia dopo essersi seriamente infortunato durante la lavorazione del film di Steven Spielberg Salvate il soldato Ryan. Mentre attende il risarcimento dell’assicurazione s’è inventato il lavoro di centurione al Colosseo con tanto di corazza, daga, elmo e calzari. Un mascheramento che rievoca antichi splendori, ma anche la nota pellicola con Charlton Heston, da cui prende avvio questa pièce grottesca di Gianni Clementi titolata Ben Hur, che con lievità e ilarità tratta seriamente i problemi del razzismo e dell’immigrazione. La sorella Maria (Elisabetta De Vito) con cui divide un appartamento per niente elegante (la scena è di Francesco Montanaro) è separata da tre anni dal marito, è un po’ depressa e cerca di contribuire al bilancio familiare lavorando in una chat erotica, rispondendo goffamente alle telefonate dei clienti nei momenti più disparati. Ad un tratto irrompe nella loro vita un ingegnere bielorusso di nome Milan (Paolo Triestino), un immigrato clandestino pronto a qualunque esperienza, pur di guadagnare qualcosa e inviarla a moglie e quattro figli. Milan è intraprendente, attivo, generoso, pieno di idee e in breve tempo, sia pure trattato come uno schiavo da Sergio, diventato quasi il suo magnaccia, porta a termine tutti i lavoretti che quest’ultimo riesce a procurargli e nei panni di centurione sbaraglia la "concorrenza" costruendo una biga, come quella del film Ben Hur, sulla quale scattare fotografie e portare in giro i turisti. Con lui in casa si respira un’aria nuova di ottimismo e pure di ricchezza, visto che Sergio riesce pure ad acquistare un macchinone come una Bmw320. Ma quando sembra che il paradiso è lì a portata di mano, Maria, che s’era intanto pure innamorata di Milan, scopre il suo status familiare e le cose precipiteranno in un modo che è meglio non rivelare. La regia dello stesso Pistoia è scintillante e il pubblico del Monte di Pietà ha tributato ai tre bravi protagonisti calorosi e scroscianti applausi.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto di Filippo Brancoli Pantera

 

 

 

 

 

 

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Amleto
del Teatro del Carretto

regia Maria Grazia Cipriani
scene Graziano Gregori
con
Giandomenico Cupaiuolo, Elsa Bossi, Giacomo Vezzani
Nicolò Belliti, Giacomo Pecchia, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai

Sembra Spasskij o Fischer questo Amleto shakespeariano secondo Maria Grazia Cipriani. Un giocatore di scacchi che vuol far fuori su una rudimentale scacchiera tutti i pezzi-statuine, agghindate con gli stessi colori dei protagonisti che realmente si muovono sulla scena di Graziano Gregori, somigliante questa ad una “stanza della tortura”, un luogo da clinica psichiatrica con le pareti-quinte formate di piccoli quadrati soft di colore bordeaux. Sembra pure che Alex Sassatelli che veste di nero, come da letteratura, i panni del bel tenebroso di Elsinore, si scervelli a muovere come al Risiko, o meglio a scrollare i cristalli d’un caleidoscopio, coloro che per incanto appariranno tutti insieme ora con una corona regale in testa, ora infoiati in giochi erotici con slip e mantelli neri, ora infine di bianco vestiti con teschi sul viso, colti a danzare al suono di quell’orecchiabile marcetta che accompagnava i telefilm in bianco e nero di Hitchcock. Di questa tragedia, che anche chi non va a teatro conosce almeno il titolo, al pari di coloro che affermano, senza averla mai vista al Louvre, che la Giocanda di Leonardo è il dipinto più famoso del mondo, vale ancora ricordare il noto monologo “essere non essere” del protagonista che tormenta in mano un mucchietto di terra, per la serie “questo siete e sarete post-mortem”; le due secchiate di petali di fiori bianchi che Ofelia ( la brava Elsa Bolsi nei panni pure di Gertrude) si buscherà prima d’annegarsi; la pantomima al ralenti dei teatranti invitati da Amleto a corte per scoprire le reazioni dello zio Claudio avvelenatore del padre, usurpatore del regno di Danimarca e nuovo sposo della madre Gertrude; l’accoppiata gemellare di Rosencrantz e Guilderstern che prima di levarsi di torno giocano allo schiaffo del soldato con Amleto; il duello a distanza tra quest’ultimo e Laerte di cui s’udranno amplificati i suoni delle lame ( quelli di Hubert Westkemper cui si devono pure sprazzi di opere verdiane). Meritano d’essere citati gli altri protagonisti, Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia, Nicolò Belliti, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai impeccabili nei variegati ruoli di questo singolare Amleto del Teatro del Carretto, salutato in chiusura, alla Villa Comunale, da molti e calorosi applausi.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Mimmo Cuticchio

in
L'approdo di Ulisse

per LA MACCHINA DEI SOGNI a Linosa

Quando intorno alle 23,30 di sabato sera Mimmo Cuticchio su una barca a remi giunge stremato sul molo di Pozzolana di Ponente, illuminato solo da bacinelle di cera, ad attenderlo ci sono almeno un migliaio di spettatori incuriositi e trepidanti. Sostenuto poi da alcuni isolani che l’aiutano a sistemarsi su una piccola pedana di legno, il puparo e cuntista più famoso del pianeta, con i suoi singolari toni di voce e con un consolidato lavoro d’attore, dà vita a L’approdo di Ulisse, un monologo che ripercorre l’Odissea di Omero con innesti che si riferiscono ai migranti dell’Africa del Nord che giungono con approssimative imbarcazioni sulle nostre rive italiche. E’ un cunto di un’ora intorno alla metafora della vita come viaggio, in cui il bel dialetto palermitano si mischia ad un limpido italiano denso di riferimenti mitologici e che si conclude con un’esortazione agli isolani di aiutare la gente che omericamente giunge in quest’isola. Questo di Minno Cuticchio era lo spettacolo clou di questa 28ª edizione de La macchina dei sogni che si è svolta a Linosa dal 2 al 7 agosto con una serie di spettacoli, sempre molto partecipati nelle varie location teatrali, arricchiti da laboratori per bambini, videoproiezioni, documentari e mostre, durante i quali hanno lasciato il segno le tre serate dei Figli D’Arte Cuticcchio all’Anfiteatro dedicate a tre storie di Orlando e dei Paladini di Francia, i trampolieri svizzeri del Trickster Teatro, le fiabe di Paola Serafini e di Luì Angelini, il racconto Roncisvalle di Giuliano Scabia, le Storie di Pulcinella di e con Bruno Leone e le marionette del Il fil’armonico di Cagliari. Il Festival prosegue dal 10 al 12 agosto sull’Isola di Lampedusa con una serie di spettacoli dei Pupi e con la replica in chiusura de L’approdo di Ulisse.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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intervista a
Mimmo Cuticchio
di Gigi Giacobbe

Staresti ad ascoltarlo per ore quest’uomo dalla folta barba e dai capelli leonini che risponde al nome di Mimmo Cuticchio senza mai distrarti un momento. Anche quando questo puparo e cuntista più famoso del pianeta, adesso 63enne nativo di Gela e residente da sempre a Palermo, racconta delle storie che niente hanno a che vedere con la Chanson de Roland di autore ignoto o con L’Orlando furioso di Ariosto. Ci vediamo in una calda mattina di agosto in una delle stradine di Linosa con le sue variopinte case alla maniera messicana, dove è in corso la 28ª edizione del Festival La macchina dei sogni (che si snoderà sino al 12 agosto per tre giorni nella vicina isola di Lampedusa) organizzata con amore, fatica e pochi soldi (20mila euro) da Cuticchio e il suo gruppo di lavoro e dall’esile ma vigorosa moglie Elisa Puleo che cura l’organizzazione generale. “ Noi facciamo cultura - dice Cuticchio - anche se i soldi che l’Assessorato ai Beni Culturali della Regione sono pochi e sono circa un quinto di quanto spenderemo per questo Festival”.

Ma come le è venuta l’idea di organizzare un Festival in un luogo così sperduto dal mondo che dista 203 Km. dalle coste siciliane e 111 Km da quelle africane?

“ L’idea mi è nata mentre lavoravo al film Terraferma di Emanuele Criese che verrà presentato al prossimo Festival di Venezia. Durante i cinque mesi passati qui a Linosa ho saputo che i ragazzini dell’isola non avevano mai visto uno spettacolo di pupi. E da qui è scattata la molla per fare in questo luogo il Festival La macchina dei sogni”.

Bimbi e ragazzini che certamente hanno fatto un’abbuffata visto il numero degli spettacoli presentati non solo di pupi ma anche di burattini e marionette, di fiabe drammatizzate con oggetti comuni che possono rinvenirsi in cucina o nel guardaroba e sostenuti da piccoli strumenti musicali.

“Non solo bambini ma anche la semplice gente di Linosa che ha potuto assistere per la prima volta a spettacoli di trampolieri e ad uno spettacolo in notturna quale L’approdo di Ulisse, che mi sono inventato per l’occasione, che costituisce una vera metafora di tutti quei molti disgraziati che giungono dalle coste africane”.

In effetti è stato un bel coup de theatre giungere come lei ha fatto su una barca a remi sul molo di Pozzolana di Ponente come un naufrago raccolto i mezzo al mare da alcuni pescatori e muoversi poi tra lumini e fiaccole accese in mezzo ad un migliaio di spettatori, salire poi su un piccola pedana di legno e raccontare da attore navigato l’Odissea di Omero innestandovi argomenti riguardanti i migranti africani.

“Debbo anche confessarle che in questo spettacolo è la prima volta che io recito in prima persona. Ero spesso tentato a dire Ulisse dice …Ulisse fa…etc…Invece esprimendomi in questo modo ho drammatizzato ancora di più le disavventure capitate a questo epico eroe prima di giungere nella sua Itaca. E debbo anche dirle che quando ho pensato di realizzare L’approdo di Ulisse sono stato aiutato da quel fenomeno che avviene credo, solo in questa isola di Linosa”.

Quale fenomeno?

“Al calar del sole spingendosi a largo in barca verso ponente vi sono migliaia di berte, si chiamano così quei gabbiani che sprigionano dei canti simili a vagiti di bambini che poi nidificano lungo le coste frastagliate, puntute e nere di quest’isola. Durante la permanenza a Linosa mi sono sentito come un Ulisse che fa il proprio viaggio. Mentre lui è stato ammaliato dal canto delle sirene, io sono stato stregato dal canto delle berte”.

Tornando alla sua attività di puparo e cuntista credo che lei abbia dato una scossa a questo antico mestiere, spingendosi al di là delle semplici storie sui paladini di Francia, diventando i pupi personaggi di opere liriche (vedi Manon Lescaut, Don Giovanni etc…) inseriti in un contesto di musiche colte, di balletto, ricchi di nuovi scenari ed eleganti costumi. Quando e perché le viene in testa di lasciar perdere la tradizione e aprirsi a nuovi percorsi artistici?

“ E’ dal 1984 che ho intrapreso nuove strade e a studiare madrigali, musiche barocche e rinascimentali, financo quelle contemporanee. Credo, per sintetizzare, che sia per me una ricerca di tipo antropologico. La vita del teatrante, quale credo di essere, è quella di vivere col suo tempo. La pratica della vita t’insegna a modificare e a fare cose nuove e io le faccio e le continuo a fare nei cinque continenti conquistando sempre un pubblico nuovo. Ho imparato il mestiere da mio padre Giacomo e dal puparo Celano e forse anche dai cantori medievali, poi sono andato avanti e credo che il mio lavoro oggi è come di chi va al mare: prima nuoto, poi faccio le capriole, poi mettendomi la maschera vado sempre più in profondità”.

Suo padre è scomparso nel 1985, ma sua madre è viva. Mi dica qualcosa di lei.

“ Mia madre che adesso ha 85 anni si chiama Pina Patti e fa ancora con un po’ di fatica i costumi per i pupi, ma sino a pochi anni fa dipingeva le scene e pure i cartelli dei vari spettacoli dei pupi. Mio padre era l’oprante puparo, mia madre era il fuoco, e mia moglie Elisa è quello che stata mia madre”.

Senta Cuticchio, lei è un pupo che s’è fatto uomo o un uomo che s’è fatto pupo?

“ Tutte e due le cose. In me convivono gli insegnamenti di Stanislavskij e di Brecht. Come dire immedesimazione e straniamento, il cuore e la mente. Due sentimenti che ormai convivono in me e che metto in continuo confronto”.

Un’ultima domanda. Come nasce lo spettacolo La lampada di Aladino in cui lei è un pupo in mezzo ai pupi?

“ Quando vengo a conoscenza che il popolo islamico si lamentava perché i propri progenitori, ovvero i saraceni, soccombevano sempre per mano dei paladini di Francia, io realizzo uno spettacolo completamente differente su Aladino, in cui non c’è nessuno saraceno che muore e dove io stesso divento il Genio gigantesco che fuoriesce dalla lampada magica in mezzo ai piccoli pupi”.-


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pubblico Incanto
artheatre festival
Pagliara (ME)
Direzione artistica Tino Caspanello

Questa sera con Mari di Tino Caspanello, che tra maggio e giugno scorsi è stato in scena per un mese intero al Teatro Atelier di Parigi, si chiude il 1° Pubblico Incanto Artheatre Festival svoltosi per dieci giorni di seguito tra i paesini collinari dei Peloritani di Pagliara, Pagliara Rocchenere e di Locadi che le migrazioni hanno ridotto a complessive ottocento anime. Un piccolo Festival ideato dallo stesso Caspanello e Cinzia Muscolino attrice e sua compagna di vita, rivolto in particolare alla nuova drammaturgia, che parte già col piede giusto, e per la qualità degli spettacoli proposti, e per il modo come le maestranze locali sono riuscite a dare una scossa a dei bei luoghi collinari che rischiavano di diventare solo dormitori. Gli spazi teatrali erano affollati, anche di forestieri, si respirava un’aria nuova e già molti paesani pensavano al tempo in cui le loro case venivano affittate ai turisti estivi entrando in competizione con i vicini luoghi marinari di Roccalumera, Furci e Nizza di Sicilia. Non ci soffermeremo su Malastrada di Tino Caspanello, né su Dissonorata di Saverio La Ruina e neppure su Mamma di Annibale Ruccello, già recensiti in passato, ma sui nuovi spettacoli presentati al Festival. Come La ricetta, nuovo lavoro del prolifico Dario Tomasello, oscillante tra il noir di Ruccello e il funambolismo di Almodovar, messo in scena in modo agile da Vincenzo Tripodo e interpretato da tre giovani e brillanti attrici di Messina quali, Ivana Zimbaro (un’Angela ninfomane in continua crisi mistica), Simona Fiordaliso (sua sorella Brigida, attricetta sull’orlo d’una crisi di nervi) e Giada Vadalà (una Gianna fidanzata di quest’ultima, alla guida d’un Tir per raggranellare un gruzzolo e aprire una scuola di teatro per la sua amante). Alla bravissima e commovente Arianna Scommegna invece è sufficiente una sedia, due spot, un bicchiere d’acqua, un vestito lungo scollato di colore marrone per calarsi nei panni di La Molli, senza la “y”finale, anche se nel finale riprende le fila del noto personaggio joyceano. Un monologo scritto da lei e da Gabriele Vacis, pure regista, su una donna di oggi che aspettando il marito che non torna, parla a ruota libera per un’ora, anche in milanese, toccando tutte le corde dei sentimenti con un’infinità di toni vocali ed espressioni del viso fino al pianto, mettendo insieme il puzzle dei suoi amori, consumati o andati a vuoto, canticchiando motivetti di note canzoni dietro le quali si scorge una certa insostenibile leggerezza dell’essere che le dilania il corpo e l’anima. Ha lasciato il segno ‘A cirimonia di Rosario Palazzolo, diretto e interpretato da lui e Anton Giulio Pandolfo, su una coppia al maschile anche se uno dei due, a turno, dovrà vestirsi da donna con abito nuziale e celebrare un anniversario tragicomico tra una montagna di robe vecchie e chincaglierie, durante il quale vengono a galla incesti assurdi e vite violente, espressi in un dialetto palermitano che amplifica solitudine ed emarginazione, mentre un valzer tipo mantra riecheggia durante i sessanta intensi minuti di questo singolare spettacolo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

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Forte Teatro Festival
Messina - IV EDIZIONE
Direzione artistica Roberto Bonaventura

Dopo essere transitata dal Baglio Di Stefano di Gibellina, La stanza di Harold Pinter debutterà questa sera alle 21 nel suggestivo Forte San Jachiddu ad opera del Teatrino Giullare di Bologna con Enrico Deotti e Giulia D’Ongaro che ricopriranno sei ruoli con maschere de paura. Questo atto unico del 1957 ha una grande importanza perché è il primo testo scritto dall’autore inglese scomparso tre anni e perché anticipa metafore e immagini che si ripresenteranno nei sui lavori successivi. Lo spettacolo è inserito nella 4ª edizione del Forte Teatro Festival diretto da Roberto Bonaventura ed è organizzato dalla Cooperativa Scirin in collaborazione con l’Associazione Il Castello di Sancio Panza di Messina. Hanno già debuttato Maggio ’43 di e con David Enia, Il nostro amore schifo, rivelazione di Francesco D’Amore e Luciana Maniaci, Erostrato da Sartre con Alessio Bonaffini, abbinato alla performance di danza contemporanea Twiceme di e con Roberta Ricci. I due prossimi appuntamenti saranno il 25 luglio con La Vita non basta di e con Raimondo Brandi diretto da Alessia Berardi con musiche di Daniel Bacalov e il 28 luglio con Inossidabile miele di e con Domenico Cucinotta, sua pure la regia con la collaborazione artistica di Sumako Koseki.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Cannibardo e la Sicilia"
di Andrea Camilleri
con
Massimo Ghini

Massimo Ghini si lamentava all’inizio per i pochi spettatori (circa duecento rispetto ai trenta registrati la sera prima per Sgarbi) che erano venuti a vedere al Teatro greco questo Cannibardo e la Sicilia di Andrea Camilleri rispetto al pienone registrato al Teatro romano nella serata inaugurale del Festival di Spoleto. Più che una messa in scena questa di Giuseppe Dipasquale era una lettura drammatizzata, un modo certamente più economico e agile per portare in giro uno spettacolo a basso costo, in cui agli impeccabili protagonisti (lo stesso Ghini, Mimmo Mignemi e Vincenzo Crivello) e a un duo di bravissimi musici (Antonio Vasta e Mario Incudine al quale si devono suggestive musiche e canzoni scritte da lui stesso nello stile di Franco Trincale e Ciccio Busacca) sono sufficienti tre leggii, un cambio di cappello o di redingote per inscenare duetti e sketch grotteschi tratti da Il birraio di Preston e altri romanzi di Camilleri la cui immagine apparirà più volte su un grande schermo con funzione di riaccordare le fila del racconto. Anche se, bisogna dirlo, il palcoscenico era occupato da tavolini rotondi con sopra una macchina da scrivere e un telegrafo d’antan, pile di faldoni di archivi storici ammassati a terra, una divisa garibaldina, una di soldato piemontese in bella vista e alcune gigantografie ai lati della scena riproducenti protocolli e dispacci della Regia Questura di Montelusa con la stessa grafia che si può leggere ne La concessione del telefono. Tante erano le speranze di cambiamento quando Garibaldi sbarcò a Marsala con i suoi mille raccogliendo qua e là molti picciotti che con entusiasmo si unirono a lui. Addirittura quando si votò nell’ottobre del 1860 per l’annessione della Sicilia al regno d’Italia ci fu una “maggioranza bulgara”, cui seguirono delusioni e amarezze. I contadini non avevano avuto le terre e il popolo ancora una volta s’accorgeva che anche Garibaldi li aveva presi in giro, come avevano fatto i Borboni, i Savoia, i Piemontesi. “Munnu è, munnu sarà”. Come dire che niente o poco cambierà a questo mondo. Anche quando la fama dell’eroe dei due mondi giunge in America ed esiste un carteggio tra Garibaldi e Lincoln, in cui quest’ultimo lo prega d’intervenire a favore dei Nordisti nella Guerra di Secessione. Un’opzione che Vittorio Emanuele II caldeggiava perché così si sarebbe tolto di torno un rompiscatole. Non andrà Garibaldi in America, ma ci andranno 1500 suoi garibaldini che staranno con i Nordisti e altrettanti borboni che si schiereranno con i Sudisti. La loro sarà una guerra fra poveri da cui però esce forte il messaggio che malgrado le tante contraddizioni le dominazioni, i soprusi e uno spirito autonomista, i siciliani sono degli spiriti liberi e si sentono orgogliosamente italiani. Successo per lo Stabile di Catania che ha prodotto lo spettacolo accompagnato alla fine da calorosi applausi.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Orchestra Shakespeare

dal laboratorio di ricerca teatrale "IL GIOCO PIU' SERIO"
ideato e diretto da Angelo Campolo e Annibale Pavone

Elaborazione drammaturgica : ANGELO CAMPOLO
Disegno Luci : RENZO DI CHIO
Foto e Video: PAOLO BARBERA
Scenografia: GIULIA DROGO
Assistente alla regia: MARIACLARA SPARTA’

con i viaggiatori del laboratorio:
Donatella Albrandi, Angela Alizzi, Fabio Alibrandi, Marialaura Ardizzone,
Rossella Arena, Peppe Barbera, Livio Bisignano, Giovanni De Francesco,
Franca Esposito, Dominella Magda Foti, Lorella Genovese, Beatrice Guerrera,
Fabio La Rosa, Luisa Lentini, Peppe Marino, Dino Parisi, Alma Pavone,
Fabrizia Salibra, Adriana Salemi, Donatella Salvà, Giulia Scinelli, Luisa Sorrenti,
Mariadomenica Terranova, Bartolo Trainito, Giusi Venuti, Davide Zuccaro.

Studio sul Movimento e Coreografia: ROBERTA RICCI
Regia: ANNIBALE PAVONE, ANGELO CAMPOLO

Si è più che triplicata la compagnia dei giovani dell’Associazione Daf che aveva dato vita lo scorso anno ad un applaudito lavoro in dialetto messinese, Trafficu ppi nenti, meglio conosciuto con Tanto rumore per nulla. Un testo (quello dialettale) attribuito al grande William Shakespeare che, per via del nome della madre Guglielma Crollalanza, come sostengono alcuni insigni storici e scrittori, pare fosse nato a Messina. Comunque sia, è sempre nel nome di Shakespeare che i due attori-registi-demiurghi del gruppo, Annibale Pavone e Angelo Campolo, continuano il loro viaggio teatrale. Un viaggio che li conduce a prendere come spunto dello spettacolo, Orchestra Shakespeare, il plot del poco rappresentato Pericle principe di Tiro da molti studiosi ritenuto non scritto nei primi due atti dal bardo di Stratford-upon-Avon. Un racconto che sembra una telenovela, una favola popolare con tutti gli elementi del melodramma, che i 28 protagonisti, troppi per poterli citare tutti, si passano voracemente di mano leggendo con passione nel dialetto locale le disavventure di questo principe che dopo essere fuggito da Tiro su una nave a vela perché minacciato da Antioco, imperatore di Grecia, riesce fra tanti pretendenti, a sposare Taisa figlia del re Simonide etc.etc.- La doppia scalinata barocca del Monte di Pietà, complice la scena di Giulia Drogo, è diventata una nave con tre vele spiegate e lo spettacolo corale, grazie alle coreografie di Roberta Ricci che deve molto amare Pina Baush, diventa un esempio di teatro-danza. Molti applausi e repliche sino a questa sera.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gian Carlo Menotti deus ex machina del Festival dei due Mondi di Spoleto avrebbe compiuto cent’anni il 7 luglio, giusto nei giorni in cui è ancora in corso la 54ª edizione. della variegata e colta kermesse guidata adesso con fare sicuro da Giorgio Ferrara. Menotti, scomparso cinque anni fa, è stato ricordato con concerti e convegni e anche da un affettuoso film-documento di poco più di un’ora ad opera del giornalista e scrittore siciliano Melo Freni, che più che l’artista ha messo in luce gli aspetti umani del monumentale personaggio. E’ stata un’edizione in cui la Sicilia era presente con ben due produzioni: Cannibardo e la Sicilia di Andrea Camilleri con Massimo Ghini, Mimmo Mignemi e Vincenzo Crivello, ruotante attorno al personaggio di Garibaldi post-Unità d’Italia, attraverso alcuni brani tratti da una cinquina dei suoi romanzi storici, quali La bolla di componenda, Il filo di fumo, Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Il re di Girgenti. Il secondo spettacolo, Il tredicesimo punto, scritto da Sergio Claudio Perroni e messo in scena da Roberto Andò, riguardava la figura politica e umana di Nilde Iotti interpretata da Michela Cescon. Di rilievo il monologo, Prodotto, dell’inglese Mark Ravenhil, autore fra l’altro dello scandaloso Shopping and Fucking, interpretato e diretto da un grande Carlo Cecchi sprizzante ironia da ogni poro, il quale seduto attorno ad una scrivania, spiega per un’ora ad una muta attrice (Antonia Truppo), tra un bicchiere di whisky e ghiaccio e lunghe boccate di sigaretta, la sceneggiatura d’un film in cui lei è legata affettivamente al kamikaze arabo Mohamed che dovrà farsi esplodere nel parco Disneyland di Parigi per ordine di Osama Bin Laden dopo i fatti disastrosi delle Torre gemelle di New York. C’era Luca Ronconi alle prese con il progetto triennale sui Sei personaggi pirandelliani con gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”e c’era Massimo Popolizio regista de Il professore Manganelli, saggio di diploma nel “Teatrino delle 6” di ventitre allievi del 3º anno del Corso di recitazione. E a tarda sera andava in scena al Caio Melisso lo “scandaloso”, si fa per dire, il Cabaret New Burlesque, in cui un gruppo di donnine burrose extralarge, capitanate dalla stagionata ma divertentissima maitresse di cerimonie Kitten on the Keys, nell’eseguire degli strip-tease ricchi d’ironia, s’ispiravano ai piccanti varietà burlesque d’un secolo fa, riportati in auge dalla fascinosa Dita Von Teese, celebre per le sue immersioni in grandi coppe di champagne. I loro sketch sono maliziosi, carichi di doppi sensi porcelli, il trucco agli occhi e alle labbra è pesante, le parrucche sono coloratissime e in primo piano sono visibili pizzi, veli, guepiere, giarrettiere, slip di raso, strass e fiocchetti roteanti sulla punta dei seni. Uno spettacolo che sta conquistando le platee del mondo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lampi Eclissi – Il Faro al Buio
di Dario Tomasello
con
Vincenzo Pirrotta
e Antonio Gullo
regia Vincenzo Tripodo

Produttore Gigi Spedale

La Torre degli Inglesi a Capo Peloro, lì dove di sera l’alto Pilone ferroso s’illumina di rosso e il monumentale Faro di azzurro e da dove è ben visibile il punto più stretto delle sponde siculo-calabre, sembra un avamposto del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Un luogo metafisico ideale per inscenarvi Lampi Eclissi-Il Faro al buio di Dario Tomasello, quasi due ossimori, cui Vincenzo Tripodo ha dato un’impronta in stile day-after giocati da due stralunati personaggi quali Vincenzo Pirrotta e Antonio Gullo per conto dell’Associazione Querelle di Gigi Spedale. Il testo, interamente in messinese, lo stesso dialetto utilizzato dall’accoppiata Scimone-Sframeli e Tino Caspanello, è un dialogo fra due poveri disgraziati sopravvissuti ad un evento catastrofico: un terremoto, un tornado o uno tsunami: fate voi. Sembrano pure due personaggi beckettiani, due cugini di Vladimiro ed Estragone, per i quali la parola rimane l’unica ancora di salvezza. Pirrotta è un Bibal irruento che non smette mai di parlare, gesticolare e sfogarsi come meglio crede, una forza della natura comica e tragica, un vero Colapesce che regge sulle sue spalle la terza colonna della Sicilia, quella della Punta Faro appunto. Gullo invece è un Francu che gli fa da spalla e che permette all’amico di fare di lui quello che vuole. Si trovano adesso su questa Torre a parlare di Mosè e Giosuè come d’un pesce troppo rigido che non riescono ad arrostire e mangiare Con i dovuti distinguo sessuali i due protagonisti sembrano i due sopravvissuti della Nube Purpurea di Shiel che hanno paura di dare un seguito alle generazioni future, ma somigliano pure a due anime delle Zattera della Medusa di Gericault o a due extracomunitari su una motobarca sgangherata che cerca di raggiungere una terra ferma sicura e prospera e poter continuare a sopravvivere in un mondo pericolante. Un oceano di applausi finali e repliche a Lingua di Salina il 12, a Malfa il 13 e a Stromboli il 14 luglio.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

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Le Dragon Bleu



testo marie michaud e robert lepage
regia di robert lepage
produzione compagnia ex-machina
in coproduzione con la comète
(scène nationale de châlons-en-champagne)

C’è una cinesina, Xiao Ling (Tai Wei Foo) che quando danza sparge in aria vapori azzurri o milioni di molecole di neve e che nella vita è un’artista che espone le emozioni ottenute ritoccando suoi autoritratti, in sostanza ciò che è vietato mostrare in Cina. C’è pure una pubblicitaria canadese, Claire Forêt, (Marie Michaud) che amerebbe avere un bambino. E c’è infine Pierre Lamontagne, (Henri Chassé) artista nell’arte della calligrafia che dopo avere lasciato il Quebec e aver vissuto più di vent’anni fra occidente e oriente in quella sua vita tratteggiata nella Trilogie des dragons, lo ritroviamo adesso a dirigere una galleria d’arte nel cuore di Shangai. Da qui prende avvio Le dragon bleu affascinante e ingegnoso spettacolo di Robert Lepage scritto assieme alla stessa Michaud, recitato in francese, inglese, mandarino e sottotitolato in italiano, che inaugurato la IV edizione del Napoli Teatro Festival. La vita di questi tre bravissimi personaggi s’interseca come nei più rocamboleschi triangoli, al punto che Lepage, forse estimatore del film Rashomon di Kurosawa generato da Pirandello, fornisce allo spettatore tre finali diversi uno dall’altro, lasciandogli la possibilità di decidere quello che più gli piace. Centocinque minuti di spettacolo ricchi di trovate geniali propiziate dallo scenografo Michel Gauthier che rispolvera le nuove tecnologie cinematografiche e televisive applicate alla computer-grafica compreso il touch screen, non tralasciando le scene mobili tirate a mano e gli oggetti trasportati da un nugolo di servi di scena o quelle proiezioni video frontali con diversi livelli di profondità, utili al racconto teatrale. Un successo salutato da un oceano di applausi.- Curioso, ricco di suggestioni marinare lo spettacolo Otello e Iago, viaggio in mare della napoletana Antonella Monetti che ha sintetizzato il dramma shakespeariano della gelosia durante un breve viaggio di un’ora e mezza iniziato nella sede della Lega Navale di Napoli con la Desdemona di Maria Teresa Cesaroni che s’avvoltolava su un lenzuolo-fune in compagnia del Cassio di David Dario Carandante e proseguito poi su un barcone a vela con un equipaggio di 19 spettatori, d’uno skipper (Paolo Pica Ciamarra) e tre protagonisti: l’Otello di Carmine Paternoster, lo Iago di Salvatore Caruso e di sua moglie Emilia (la stessa Monetti) che si esprimevano in napoletano alternandolo all’italiano e a un buon inglese. Quando la piccola vela rossa che per i napoletani è “a fazzuletta”, viene montata sulla prua della barca da Emilia, Otello non ci vede dagli occhi e tuffandosi in acqua spinge in mare Iago e lontano sono visibili Castel dell’Ovo, la Via Caracciolo illuminata e il Vesuvio senza pennacchio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Otello e Iago
Prologo e viaggio in mare



ideazione e regia antonella monetti
produzione napoli teatro festival italia
in coproduzione con chiaradanza
in collaborazione con lega navale italiana - sezione di napoli

 

 

 

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Quei Ragazzi di Regalpetra
di Vincenzo Pirrotta e Gaetano Savatteri
dal romanzo di Gaetano Savatteri

diretto e interpretato da
Vincenzo Pirrotta
e
Marcello Montalto, Giampaolo Romania, Nancy Lombardo

costumi e scene
Giuseppe Andolfo

Nelle giornate assolate le cavee bianche dei nostri teatri greco-romani ti possono accecare. Non così la nera e fascinosa struttura in pietra lavica, più romana che greca, nel cuore della città etnea. Infastidiscono piuttosto alla vista tutte quelle scomposte case una sull’altra, disabitate e fatiscenti, che incombono tutt’intorno su questo spazio poco utilizzato. All’interno del quale il Teatro Stabile di Catania ha inaugurato la stagione estiva con un bel lavoro di Vincenzo Pirrotta e Gaetano Savatteri, titolato Quei ragazzi di Regalpetra e tratto dal romanzo omonimo di quest’ultimo (senza “quei”), che evoca il film Quei bravi ragazzi (Goodfellas) del 1990 di Martin Scorsese. Lo spettacolo, diretto e interpretato da Pirrotta che diventa la voce di Regalpetra, riassume una serie di microstorie di ragazzi cresciuti negli anni in cui l’autorevole figura di Leonardo Sciascia scandiva la vita di Regalpetra: luogo immaginario, come si sa, nato dalla fusione tra Racalmuto ( paese natio di Sciascia) e il libro di Nino Savarese, Fatti di petra. Sono anni in cui un gruppo “sano” di ragazzi (fra questi lo stesso Savatteri) laborioso e amante di sapere, fonda un piccolo giornale di quattro pagine titolato Malgrado tutto, e un gruppo “malato” ( forse anche a causa della scomparsa di Sciascia nel 1989 la cui sua viva presenza serviva a non fare attecchire movimenti mafiosi) diventa il braccio armato della criminalità organizzata. Lo spettacolo, quasi un’Orestea di oggi, ha l’andamento d’una tragedia greca con tradimenti e morti ammazzati. C’è il coro di sette fanciulle in nero o in bianco ( costumi e scene sono di Giuseppe Andolfo) e fra i personaggi maschili spicca il nome del “Giocattolaio di Johannesburg” (Marcello Montalto), il “Maurizio Digati” di Giampaolo Romania e lo “Stasimo della terra” di Nancy Lombardo dalla limpida voce di contralto e poi i nomi e cognomi di tanti personaggi coinvolti nella famigerata “Stidda”, fatti rivivere dal grande e potente corifeo che è lo stesso Pirrotta, sovrastato a volte dall’Orchestra Giovanile Bellini. Spettacolo ricco di suggestioni, calorosi gli applausi finali e repliche sino al 26 giugno.-
Gigi Giacobbe

 

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EDIPO
da Sofocle e Seneca
traduzioni e drammaturgia di Filippo Amoroso
con
Paola Gassman, Edoardo Siravo, Luciano Virgilio

Renato Campese, Anna Paola Vellaccio, Riccardo Zini, Maurizio Panici, Elvira Berarducci

regia Maurizio Panici
scene di Michele Ciacciofera
costumi di Marina Luxardo

Non accade spesso che a fine maggio Tindari sembri Superga d’inverno avvolta dalla nebbia. Fortunatamente il Teatro greco era agibile e i protagonisti di questa versione dell’Edipo da Sofocle a Seneca, nella chiara traduzione e drammaturgia di Filippo Amoroso (pure direttore artistico del Teatro dei due Mari) e con la rigorosa regia di Maurizio Panici, erano ben visibili dall’inizio alla fine. Come ci è capitato di scrivere altre volte, l’Edipo è la madre di tutte le tragedie, che ha anticipato di due secoli e mezzo le moderne teorie freudiane. E non è un caso che Antonio Calenda di recente, ma anche altri registi in passato, abbiano perseguito questi intenti collocando il protagonista in un lettino da psicanalisi. Panici invece, resta fedele alla scrittura dei due drammaturghi, agghindando però i protagonisti con abiti contemporanei listati di nero ( i costumi sono di Marina Luxardo) presaghi di lutti e di morte. Come accade nei telefilm del tenente Colombo, i fatti più truci sono già accaduti: Edipo ha già ucciso il padre Laio e sposato la madre da cui avuto quattro figli. Sta a lui lentamente dipanare l’oscura matassa. Scoprire come un segugio non cosa è accaduto ad altri ma cosa è accaduto a sè stesso. E bisogna scoprirlo al più presto, come ha vaticinato l’oracolo di Delfo, altrimenti la peste che ha colpito la città di Tebe, di cui Edipo ne è il re, continuerà ad imperversare mietendo vittime. Quelle stesse che si rinvengono scolpite in nero, quasi come a Pompei, fra resti e detriti di colonne mozze ai bordi della scena di Michele Ciacciofera, sostanzialmente la stessa realizzata per l’Elena di Euripide, solo che qui la rotonda struttura, simil-ferro alla maniera di Serra, ha una buca sul davanti piena di acqua purificatrice e foglie di rose per le membra infette di Edipo. Lo spettacolo secondo Panici procede come una sciarada hitchcockiana, un giallo psicologico imbastito dallo stesso Edipo che poi s’accecherà, qui vestito da un carismatico e monumentale Edoardo Siravo, cui gli è accanto una superba Paola Gassman negli abiti di una dolente Giocasta che poi si suiciderà e del li lei fratello Creonte (un elegante e impeccabile Luciano Virgilio) e poi i rivelatori dell’enigma: il Tiresia di Renato Campese con il “manto” Elvira Berarducci e il messaggero di Riccardo Zini. Curiosi gli abiti del “coro” Anna Paola Vellaccio e del “corifeo” dello stesso Panici quasi due preti ortodossi con colbacco nero. Pubblico numeroso, in prevalenza di studenti, questa volta silenziosi ed educati, che ha riempito d’applausi il teatro dove Edipo verrà replicato a giorni alterni con Elena sino al 5 giugno e poi il 7, il 9, l’11 giugno a Giardini Naxos.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

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ELENA

di Euripide
traduzione di Giusi Saija
con
Marianella Bargilli, Luciano Virgilio, Paola Gassman
Massimiliano Vado, Antonio Silvia, Renato Campese

Coro
Laura Balgbo, Mariangela Caruso, Giulia Grandinetti

drammaturgia di Giuseppe Rocca

regia
Alvaro Piccardi

 

 

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Patri 'I Famigghia

di Dario Tomasello
regia Roberto Bonaventura
con
Adele Tirante, Angelo Campolo, Annibale Pavone

All’inizio sembra che Rino e Angelica (Annibale Pavone e Adele Tirante) veglino un parente defunto dentro una cassapanca. Poi invece questo involucro di legno sembra essere solo un contenitore di giocattoli e di ricordi. In effetti il morto c’è ed è quello del loro zio Pippo il cui figlio Nando (Angelo Campolo) sta per giungere da Linate. Inizia così Patri ‘i famigghia di Dario Tomasello messo in scena da Roberto Bonaventura in una Sala Laudamo affollatissima a conclusione della stagione teatrale del Teatro di Messina. Al suo apparire Nando somiglia a Eddie Murphy de Il professore matto di Tom Shadyac: occhiali, baffetti, telefonino attaccato all’orecchio, pancia rotondetta e uno slang milanese lontano dal dialetto messinese ricco di “i” e di “u” espresso dai due cugini. Un ritorno il suo, svogliato nei confronti del padre morto, intento solo a celebrare i funerali, vendere casa e terreno per realizzare sghei contanti da investire in Borsa o in azioni e ripartire per Milano. Tutto l’opposto di quello che pensano Angelica e Rino che vorrebbero invece realizzare un agriturismo in cooperativa e chiamarlo il “Sol dell’avvenire”. Solo desideri che sfumano da ambo le parti perché Angelica troverà nel bagno un foglietto sgualcito luccicante di brillantina, una specie di testamento, su cui stanno scritte le volontà del defunto: i libri alle scuole elementari, il ricavato della casa venduta alle popolazioni alluvionate, via la vecchia automobile e la campagna sarà solo di chi avrà dei figli. Per Tomasello questa pièce è una specie di amarcord, compreso l’amore per le canzoni della Rettore, dei campionati di calcio degli anni’80, della campagna con la sua minestra selvatica, ma anche un omaggio al teatro dei suoi conterranei Spiro Scimone e Tino Caspanello, pensando così di allungare la schiera della cosiddetta “Nuova Drammaturgia Messinese”. Per Bonaventura invece questo Patri ‘i famigghia, la cui scena di Riccardo De Leo è un fondale raffigurante libreria porta e poltrona, forse è un viaggio psicanalitico per affermare che la sua generazione, quella dei quasi quarantenni, soffre per l’assenza del padre, di colui che tiene le fila affettive, morali, economiche della famiglia, arrivando alla conclusione che da grandi non smettono di essere figli. Ma allora perché non sviluppare lo spettacolo in questa direzione? Non poteva perché gli intenti drammaturgici non erano sviluppati in questa direzione. Comunque sia lo spettacolo è ben recitato da questa terna di attori tutti messinesi, il meglio che in questo momento possa esprimere la città dello Stretto. Calorosi gli applausi finali e repliche sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Intervista a
Dario Tomasello

di Gigi Giacobbe


“Forse il mio amore per il Teatro è nato quando a 4 anni mia nonna mi portò a vedere al San Ferdinando Natale in casa Cupiello di Eduardo, ma anche i miei genitori mi hanno poi abituato al teatro, a qualcosa che per me poi è diventato un assoluto piacere”. A parlare è Dario Tomasello nato a Messina 38 anni fa, undici dei quali vissuti a Napoli, un predestinato a fare teatro in tutte le salse, sia come professore universitario (insegna nell’ateneo messinese letteratura italiana contemporanea e discipline dello spettacolo nel corso di laurea del DAMS) sia come saggista che come drammaturgo, con alle spalle tre testi rappresentati: Sua maestà siciliana (2004), Babele (2006), Ultimo giorno (2009), forse il più noto quest’ultimo essendo stato diretto da Antonio Calenda e adesso Patri ‘ì famigghia ( Padre di Famiglia) che debutterà il 27 maggio alla Sala Laudamo con la regia di Roberto Bonaventura e con uno straordinario terzetto di attori quali Annibale Pavone, Angelo Campolo e Adele Tirante.
Perché a questo lavoro gli ha dato il titolo in dialetto siciliano?
“Perché si tratta di un testo scritto, prevalentemente, in messinese”.
Di che si tratta?
“È una ricognizione sulla famiglia, nel solco di una solida genealogia meridionale (da Eduardo De Filippo a Spiro Scimone). Tre cugini (Rino, Nando e Angelica) si riuniscono per la morte del padre di uno di loro. L’inatteso incontro diventa un’occasione, traumatica e divertita, per fare i conti con il proprio passato, per scoprirsi finalmente cresciuti o definitivamente immaturi. In realtà, mi rendo conto che, anche in questo caso come nei miei precedenti testi, sono alla ricerca del senso oneroso, tragico persino, della trasmissione di un retaggio”.
Ha già pensato di scrivere il quinto lavoro?
“Veramente l’ho già scritto. Si intitola Il faro al buio. Debutterà a luglio, nell’ambito del “Circuito del Mito”, con la produzione di Gigi Spedale per “Querelle”, la regia di Vincenzo Tripodo e Antonio Gullo come interprete. Nella parte del protagonista avrò l’onore della presenza di un attore straordinario quale Vincenzo Pirrotta”.
Dal 2007 lei coordina alla Sala Laudamo, all’interno del programma generale del Teatro di Messina, la rassegna teatrale denominata “Paradosso sull’autore” dedicata alla drammaturgia italiana contemporanea. Può dire il grado di accoglienza (interno) del C.d.A. ed (esterno) del pubblico?
“Positivo in entrambi i casi. L’attuale Consiglio di Amministrazione ha fortemente sollecitato la ripresa del progetto dopo l’interruzione forzata della scorsa stagione (causata dai tagli finanziari) e il pubblico ha risposto con fedele dedizione”.
Secondo lei da chi e da quale Paese arriva il nuovo in Teatro?
“Prima bisognerebbe capire cosa si intende per nuovo. Anche se sono spesso in giro in Europa, mi preoccupo soprattutto di capire cosa stia succedendo oggi nel nostro paese e sono sempre più persuaso che il nuovo abbia a che fare con un ritorno prepotente alla drammaturgia, centrata sull’attore, secondo una nobile tradizione italiana”.- Gigi Giacobbe

 

 

 

 

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Malacrescita

Scritto e diretto da Mimmo Borrelli

Lo spazio quadrangolare, al centro della scena nuda della Sala Laudamo, tratteggiato con verdi bottiglie vuote, qualche cassetta lignea e fiori sparsi ordinatamente, somiglia ad un piccolo cimitero. Un luogo dove poter vomitare il vissuto d’una sventurata creatura che di nome fa Maria Sibilla Ascione, vestita qui da Mimmo Borrelli, autore e regista di Malacrescita: un dialogo infantile in fusa e in versi per attore e musicista tratto dalla tragedia “La madre: i figli so’ piezze ‘i sfaccimma”. E’ uno spettacolo ustionante questo di Borrelli, che sa di zolfo e di tritolo, di utero e di placenta, misto a sangue sesso e sperma, continuazione naturale dei due precedenti ‘Nzularchia e ‘A sciaveca, tale da considerare il 32enne artista napoletano il più importante autore drammatico del momento e da fare apparire il pur dilaniante Gomorra di Saviano scritto per le Orsoline. Il napoletano stretto di Borrelli è pressoché incomprensibile, ma si capiscono appieno le vicende che racconta questa donna selvaggia a metà fra la Medea di Euripide e una qualunque barbona, che per amore d’un piccolo boss di quartiere, tale Francesco Schiavone detto Sandokan, ha favorito la sua ascesa criminale aiutandolo ad uccidere i capi-camorristi che erano suo padre e suo fratello. Sandokanne-Giasone stupra a destra e a manca e si riempie le tasche di soldi seppellendo le scorie cancerogene delle industrie del Nord, mentre la Maria Sibilla-Medea ha reso cretini i due figli gemelli allattandoli col vino e riducendoli poi, senza ammazzarli, a due piccoli mostri. Qui s’immagina che tutti i protagonisti del racconto siano morti e che gli unici sopravvissuti siano i due gemelli scemi che rivivono i fatti tra ricordi, poesie e musiche ( quelle eseguite dal vivo da Antonio della Ragione alle prese con tammore, campanelli, gong, fischietti, mini-xilofoni) testimoniando il loro stare al mondo come una discarica di spazzatura che continua ad esalare odori nauseabondi, segni evidente della loro Malacrescita. Calorosi applausi finali per un monologo di 50 trepidanti minuti, da non mancare, con repliche sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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La trilogia degli occhiali

Scritto e diretto da Emma Dante

Acquasanta era la prima parte de La trilogia degli occhiali di Emma Dante che aveva debuttato ai primi di maggio dello scorso anno nel Teatro Vittorio Emanuele di Noto. Vi si raccontava, come qualcuno ricorderà, del mozzo Spicchiato, interpretato da Carmine Maringola, che è pure il compagno della Dante, abbarbicato e legato alle funi d’una prua d’un barcone, quasi come una polena degli antichi galeoni, deriso e abbandonato sulla terra ferma dai suoi compagni perché ritenuto folle. Nel suo solipsistico delirio simulava la voce del capitano e della ciurma e raccontava immaginari salvataggi, mentre sulla sua testa pendeva una specie di lampadario formato da una trentina di timer luccicanti, il cui ticchettio per lui diventava solo il ricordo struggente del mare che aveva sempre amato. Adesso, sempre nello stesso Teatro, diretto con competenza da Corrado Russo, vi si rappresentano le altre due parti che completano La trilogia degli occhiali, il cui fil rouge, spiazzante in parte, non sono tanto gli occhiali che i vari protagonisti indossano, ma il loro modo di vivere una vita di sofferenze, di solitudine e di vecchiaia. Ecco dunque Il castello della Zisa, abitato da due suorine ( Claudia Benassi e Stephanie Taillandier) che si muovono e si vestono sincronicamente, spostando e tirando quattro piccole croci tenute da corde elasticizzate e che accudiscono un giovane catatonico (Onofrio Zummo) giocherellando con lui con birilli, palline, racchette, hula-op, con l’intento di stimolarlo, mentre lui cade e si rialza, accenna a masturbarsi, sogna di vedere attraverso gli occhiali il castello della Zisa abitato da draghi da sconfiggere. La terza tranche, forse la più bella, s’intitola Ballarini ed è un atto senza parole alla maniera di Beckett, cui si aggiungono canzoni anni ’60 e ’70. E’ una storia d’amore che sprizza poesia e nostalgia, tratteggiata da Emma Dante con fragilità e tenerezza, ispirata alla vita della poetessa Alda Merini. All’inizio lei (Elena Borgogni) è una vecchietta con maschera di gomma china su un baule aperto da cui estrae una spina e una presa elettrica. Non appena le collega accade quello che è successo a Cenerentola quando la fatina le offre una carrozza dorata per andare a corte al ballo del principe. Da un altro baule in fondo alla scena c’è un vecchio, anche lui con maschera di gomma (Sabino Civilleri) che la guarda e le sorride. I due si abbracciano e iniziano a ballare sulle note d’una canzone di Mina (E se domani io non potessi rivedere te, mettiamo il caso….). E’ la sera di Capodanno e sono d’obbligo auguri e baci. Dopo avere lei fatto suonare un piccolo carillon, entrambi si tolgono le maschere da vecchi, inforcano gli occhiali e con nuovi vestiti sembrano due giovani innamorati che riprendono a ballare rivivendo a ritroso la loro storia d’amore sulle note di canzoni cantate da Luigi Tenco, Rita Pavone, Edoardo Vianello e altri, per ripiombare lentamente e irrimediabilmente in un presente senza aspettative e speranze. Gli occhiali sono serviti a tutti i protagonisti della trilogia, solo da schermo, per non vedere la brutalità del mondo che li circonda utilizzato solo per chiudersi nei loro sogni.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cerimonia
Scritto e diretto da Lorenzo Gleijeses

con
Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio

Non si sa cosa pensi Geppy Gleijeses sul teatro che fa il figlio Lorenzo. Lui (il padre) persegue un tipo di teatro, diciamo, tradizionale con tanto di scene, costumi etc.., mentre Lorenzo è orientato verso un tipo di teatro gestuale in cui la fisicità, le luci e la musica elettronica regnano sovrani. Anche se, invero, in questa Cerimonia, mutuata da una pièce giovanile del 1956 del pirotecnico drammaturgo franco-spagnolo Fernando Arrabal, titolata Cerimonia per un negro assassinato, c’è una parvenza di parola, incomprensibile ai più, forse perché si vuole qui che diventi sussurro o solo rumore che si somma ai tanti suoni assordanti della colonna musicale. La scena della Sala Laudamo è completamente vuota. Stazionano sulla graticcia e ai lati del palco una serie di segmenti luminosi di vari colori che palpitano al suono dei alti e dei bassi delle onde musicali. Mentre Lorenzo Gleijeses è alla consolle, Anna Redi e Maiolo Muoio, simulano vanità, egoismi, commozioni, s’infilano abiti smessi e si credono i più grandi attori del mondo. Lo spettacolo sembra un blob televisivo. Le immagini che hanno un nesso tra loro si susseguono con ritmi incalzanti. La Redi accenna ad un brano del Macbeth shakespeariano ma anche ad un’operetta e si veste e si spoglia di continuo rimanendo poi a cosce nude. Muoio invece preferisce indossare una maschera di Reagan come in un noto film d’una rapina in banca e danzare frenetici rock, cosa che farà in chiusura poi lo stesso Gleijeses avendo addosso una maglietta con i colori britannici. Sessanta minuti indiavolati di spettacolo in cui si odono parlate in stretto napoletano e calabrese e in cui si mischiano elementi vocali e fisici, coreografie e danze, arti visive e video art, musica elettronica e altro ancora, mettendo in un canto tutto ciò che occorre per emozionare e rendere vivo il senso del Teatro. Non sono mancati gli applausi finali e si replica sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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4 5 6

Scritto e diretto da Mattia Torre

con
Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggeri

I componenti della famiglia di “456” di Mattia Torre pure regista, sembrano dei nipotini di Ciprì & Maresco. Parlano un dialetto accostabile ad un arcaico calabrese, non emettono rutti o peti, né hanno le trippe in evidenza grasse e pelose. Ristagnano soltanto nel proprio habitat ai limiti della convivenza civile. Sembrano quei parenti “brutti sporchi e cattivi” di Scola, “terribili” come in Cocteau o “serpenti” come in Monicelli che cercano solo di farsi del male, cosa che realmente avverrà nel finale. I tre numeri indicano gli ettari di un terreno impervio dove padre-madre-figlio vivono una vita desolata sempre in conflitto tra loro. Ginebrio (Carlo Ruggeri) è il figlio 19enne, all’apparenza più grande del padre, che vorrebbe andare a Roma in cerca d’un lavoro. Maria Guglielmina (Cristiana Pellegrino) è la madre che vive solo per cucinare e per avere indietro una teglia che non le è stata più ritornata. Ovidio (Massimo De Lorenzo) è il padre proiettato verso l’aldilà, dedito in particolare a far provare a moglie e figlio per giorni i convenevoli d’una ricca cena, a base di capretto, provola e porco essiccato, allestita per un suo amico funzionario (Franco Ravera) con moglie francese. Il primo (uno che dichiara di farsi prete per non pagare le tasse) gli farà acquistare senza iva tre posti al cimitero, la seconda (assente) avrebbe dovuto restituire la famosa teglia. Sulla scena di Francesco Ghisu penzola dall’alto un capicollo annodato nel mezzo d’una tavola imbandita che i tre familiari si lanciano contro nei momenti di maggior attrito e spicca pure in alto un orologio a cucù che il figlio prende a sputi quando emette il caratteristico suono. C’è pure di lato un cucinino dove per tutta la durata dello spettacolo fuma una pentola con il sugo perpetuo della nonna morta quattro anni prima. Quando va via l’ospite succede il finimondo. I tre si potranno ammazzare, dimenticare la loro vita di merda e morire in un paese dove l’unica cosa possibile è una degna sepoltura. Applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

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I Demòni
da Fëdor Michailovic Dostoevskij
adattamento originale e regia
Peter Stein

Antòn Lavrént´evic Grigoreiev - Andrea Nicolini
Stepàn Trofímovic Verchovenskij - Elia Schilton
Varvara Petrovna Stavrògina - Maddalena Crippa
Praskov´ja Ivànovna Drozdova - Maria Grazia Mandruzzato
Nikolàj Vsévolodovic Stavrogin - Ivan Alovisio
Pëtr Stepànovic Verchovenskij - Alessandro Averone
Ivàn Pàvlovic Šatov - Rosario Lisma
Alekséj Nilyc Kirillov / Tichon - Fausto Russo Alesi
Lizaveta Nikolàevna Drozdova - Irene Vecchio
Dar´ja Pàvlovna Šàtova / Mar´ja Ignàt´evna Šàtova - Franca Penone
Mar´ja Timoféevna Lebjàdkina / Arina Pròchorovna Virghínskaja - Pia Lanciotti
Ignàt Lebjadkin - Franco Ravera
Mavrikij Nikolàevic - Paolo Mazzarelli
Júlija Michàjlovna von Lembke - Paola Benocci
Andréj Antònovic von Lembke - Giovanni Crippa
Liputin - Giovanni Visentin
Virginskij - Carlo Bellamio
Šigalëv - Fulvio Pepe
Ljamšin - Luca Iervolino
Erkel´ - Riccardo Ripani
Gaganov / insegnante zoppo / principe Armando de Ceccon
Fed´ka / ginnasiale - Matteo Romoli
Alekséj / professore / il maggiore - Nanni Tormen
studentessa - Federica Stefanelli
ragazza / donna magra - Antonia Renzella

al pianoforte Arturo Annecchino / Giovanni Vitaletti / Massimiliano Gagliardi
assistenti alla regia - Carlo Bellamio, Markus Stein
musiche di scena - Arturo Annecchino
scene - Ferdinand Woegerbauer
costumi - Anna Maria Heinreich
luci - Joachim Barth
sarta - Mariella Visalli

fotografi di scena - Tommaso Le Pera, Andrea Boccalini

I demòni (con l'accento sulla O) di Dostoevkij secondo Peter Stein è uno spettacolo di 12 ore con sei intervalli: due di un'ora per pranzo e cena e quattro di quindici minuti per sgranchirsi le gambe. Insomma i 400 spettatori seduti sulla tribuna dell'ex fabbrica di birra di Miano, nella periferia nord di Napoli, entrano alle 11 di mattina e vi escono alle 11 di sera. Un affresco esaltante per ri-leggere il romanzo più politico dello scrittore russo incentrato su un gruppo di rivoluzionari nichilisti del 1870 che sostituirono i valori della religione con le ideologie anarchiche e socialiste, anticipando la rivoluzione di Lenin e tanti altri totalitarismi riscontrabili ai nostri giorni. Le 900 pagine del romanzo scorrono senza intoppi e i 26 straordinari attori, calati nei loro ruoli, si muovono su uno spazio scenico di 250 mq. agghindato con pochi arredi, una passerella e qualche tappeto persiano (scene di Ferdinand Woegerbauer). L’ideologo del movimento è il giovane Nikolàj Stravogin vestito da un Ivan Alovisio che sembra essere il gemello di Kim Rossi Stewart: sguardo truce e profondo, lingua roteante come un'iguana, personaggio intelligente, misterioso, demoniaco, privo di qualsiasi senso etico, un mistico quasi, ispiratore di idee alle quali non crede e con una vita piena di assurde morbosità, come il matrimonio non consumato con Mar'ja Timofèevna (Pia Lanciotti) una povera storpia quasi demente, lo stupro ai danni d’una ragazzina di 11 anni che poi s'ammazza e altri infami delitti e avvelenamenti. Suo braccio destro è Petr Verchovenskij (Alessandro Averone) che persegue i suoi intenti rivoluzionari con una determinazione da serial killer. Questi due giovani sono figli rispettivamente della generalessa Varvara Petrovna (Maddalena Crippa somiglia sempre più al marito Peter Stein) e di Stepan Trofimovic ( Elia Schilton con barba e capelli fluenti brizzolati alla maniera di Karl Marx) un intellettuale liberal nullafacente che sfodera di continuo raffinati francesismi e che da vent'anni è ospite a gratis di questa ricca e raffinata donna che ama nascostamente. Tra amori celati e manifesti, feste mondane e conflitti matrimoniali soccombe pure il tipografo Satov (Rosario Lisma), prima adepto dei demòni e poi convertito alla fede ortodossa. Per coprire questo delitto Petr obbliga l’ateo Kirillov (Fausto Russo Alesi), deciso a suicidarsi per ergersi al di sopra di Dio, a scrivere una lettera in cui si auto-accusa dell’omicidio di Satov. E se la borghesia liberale aveva accolto in un primo momento superficialmente quasi snobbisticamente quei demòni, adesso li disconosce con orrore e paura e lo spettacolo finisce con la morte di Stepan e il suicidio di Stravogin. Applausi interminabili accompagnano questo fiore all’occhiello del 3° Napoli Teatro Festival in cui vanno citati almeno Andrea Nicolini, la Liza di Irene Vecchio, la Dar’ja di Franca Penone, Graziano Piazza e Paola Benocci, le musiche di Arturo Annechino, i costumi di Anna Maria Heinreich. Repliche il 26 e il 27 giugno a Ravenna Festival e poi in luglio ad Atene e New York.-
Gigi Giacobbe

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Intervista a
Gabriele Lavia

di Gigi Giacobbe


Non naviga su Internet e non mangia nessun tipo di pesce o mollusco, ma in quanto a Teatro è ormai un maestro Gabriele Lavia adesso 69enne di Milano con origini siciliane e da quasi mezzo secolo nel mondo del teatro con puntate in quello del cinema. Al Vittorio Emanuele è ancora in scena il suo personalissimo “Malato immaginario”di Molière che lui ha cucinato in salsa beckettiana, innestandovi alcuni passi del “Malone muore” e registrando su nastro magnetico, come Krapp, quante purghe e quanti clisteri è costretto a consumare ogni giorno, saltando velocemente da un tavolino con registratore alla tazza del cesso, andandosi a coricare in un lettino d’ospedale quando la sua ipocondria raggiunge il massimo livello. Ci incontriamo al Jolly Hotel di Messina.
Senta Lavia, pare che al momento siano i lavori di Molière che la interessano particolarmente. Vedi “Il misantropo”, “L’avaro”, adesso “Il malato immaginario”….
“ E nell’immediato futuro ci sarà ancora un Molière, penso infatti di mettere in scena tra qualche anno “Il tartufo”…
Perché le piace tanto Molière?
“Perché lo trovo contemporaneo, comico, satirico, profondo, in conflitto con i tromboni del suo tempo e con chi detiene il potere, come potevano essere quei luminari della medicina buoni solo a sfoderare un linguaggio fumoso e ad atterrire i poveri malati”.
Che è quello che succede al povero Argante.
Appunto…tant’è che io spesso mi fingo d’essere malato per non contraddire il potere…ma il potere ha il clistere e te lo mette sempre nel culo”.
Bisogna pure dire che i lavori di Molière hanno sempre un lieto fine.
Certamente, come le convenzioni di quei tempi esigevano, ma bisogna convenire che le sue opere sono universali e saranno sempre rappresentate perché i personaggi che lui ha mirabilmente ritratto sono quelli di sempre. Così dicasi per gli intrecci tra nobili, borghesi e classi subalterne, i rapporti tradizionali tra moglie e marito o l’educazione delle giovani generazioni”.
Oltre al suo personaggio (Argante) che indossa vestaglia sciarpa e zucchetto in testa, hanno impressionato favorevolmente quel nugolo di medici agghindati come tante cornacchie o gallinacci con tacchi a spillo al posto degli speroni. A cosa si è rifatto iconograficamente?
“ All’inizio pensavo di ambientare il mio “malato” in una corsia d’ospedale con una quarantina di posti letto con malati terminali. Ho scartato poi questa idea per via delle tournées e dei teatri che non hanno dei palcoscenici adeguati. Era conveniente una scena nuda in cui si sarebbe dovuto vedere necessariamente il cesso, il tavolino e un lettino”.
E quei quattordici grandi specchi rettangolari che ad un tratto scendono dalla graticcia e si pongono tutt’intorno alla scena – un coup de théâtre che lei ha utilizzato anche in altri spettacoli - che significano?
“ In generale quando entra lo specchio in scena succede sempre qualcosa di magico, che forse ha a che fare con l’esoterismo e il metafisico. Io sento che quando calano gli specchi il pubblico è più attento e tossisce di meno. Le pare niente? ”.
E per ciò che riguarda i costumi dei medici che sembrano dei cartoons o dei fumetti?
“ L’idea mi è nata a Tokio, quando pensando al “malato” di Molière ho cominciato a buttare giù dei disegni con volti tremendi e costumi di volatili”.
Non sapevo che lei disegnasse!
“ Si, è stata una mia vecchia passione. Prima di fare teatro ho disegnato tanti fumetti e ho realizzato dei cartoni animati. Col costumista abbiamo avuto pure delle difficoltà a realizzare le loro giacche perché i collettoni alti che dovevano nascondere completamente il loro collo, si da farli sembrare pure ingobbiti, non erano mai perfettamente rigidi”.
E perché dei tacchi a spillo?
“ Perché il potere ha sempre i tacchi rialzati…deve essere sempre un tantino più alto di te”.
Ogni riferimento a personaggi di oggi è puramente casuale?
“ Del tutto”
Senta Lavia, lei va sempre sul sicuro mettendo in scena testi, certamente importanti, ma che riguardano il Teatro classico. Perché non realizza dei lavori che hanno a che fare con la drammaturgia contemporanea?
“ Veda, a parte Thomas Bernhard che è l’unico autore che potrei mettere in scena ma che non lo faccio perché troppo rappresentato, la drammaturgia contemporanea non mi è congeniale. Uno deve fare le cose in cui ci si sente a proprio agio. Come un pittore che preferisce dipingere una morta invece di una viva. Anch’io scrivo dei testi teatrali, ma non li metto in scena perché non sono amato dalla critica. Il Teatro appartiene alla filosofia, non alla letteratura. Amleto è importante perché la filosofia ha trattato l’essere e il non essere. Solo Sartre è andato oltre, trattando l’essere e il nulla. E dunque credo che nella nuova drammaturgia manchi proprio il fondamento filosofico che distingua il teatro da qualunque forma d’arte”.
Senza voler parlare di suo figlio Lorenzo che è già un attore molto bravo, pare che in questo suo “malato” sia nata una stella, sua figlia Lucia che non aveva mai recitato e che interpreta a passi di rap l’Angelica innamorata di Cleante. Cosa è successo esattamente?
“ E’ successo che a due giorni del debutto nazionale l’attrice che doveva fare Angelica mi abbia dato buca e allora ho pensato a mia figlia. Gli ho fatto un provino, andato bene, e sono molto contento della sua prova. Diventerà una grande attrice”


 

 

 

 

 

 

 

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Il Malato Immaginario
da Molière
regia Gabriele Lavia
con
Gabriele Lavia e con Pietro Biondi, Gianni De Lellis, Giorgio Crisafi,
Barbara Begala, Mauro Mandolini, Vittorio Vannutelli, Giulia Galiani,
Andrea Macaluso, Michele Demaria, Lucia Lavia

Mistero e morte segnano i testi teatrali di alcuni grandi drammaturghi prima della loro dipartita. E’ così per I gigantii della montagna di Pirandello, La Tempesta di Shakespeare e pure per questa versione de Il malato immaginario di Molière (che muore nel 1673 alla 4ª replica di questa commedia) nella traduzione di Chiara Marchi e per la quale Gabriele Lavia, in vestaglia, sciarpa e zucchetto in testa, oltre che interpretare superbamente il ruolo di Argante, ha compiuto un accurato lavoro di regia. Innestandovi dei brani di Malone muore di Beckett, che il “malato” del titolo ascolta su un nastro magnetico con una maniacalità che ricorda Krapp e che registra qui il numero delle purghe clisteri e costi, quelle prescritte da un nugolo di grandi maestri somari della medicina. Ci sarebbe pure quel passo di Aspettando Godot in cui un arrabbiato Pozzo recita che gli uomini “partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”, ma non è incluso nello spettacolo, perché già troppo odorante di profumi beckettiani. In sostanza Lavia calca volutamente la mano sul versante della “morte” per controbilanciare una commedia che è una sorta di farsa noir, mista a musica e danza. Ecco dunque uno spazio scenico vuoto (disegnato da Alessandro Camera) in cui Lavia-Argante vive saltando dal suo tavolino bianco con registratore alla tazza del cesso, con puntate sul suo lettino quando è colto da un’ipocondria più profonda. Calano poi dall’alto i soliti grandi specchi che vanno ad occupare il fondo scena e le quinte laterali, simboleggiando diavolerie o arcani esoterici che deformano la realtà in tanti pezzi quanti sono le verità vere. Quel “penso dunque sono” di Cartesio, equivale per Argante a “sono malato dunque esisto”, oppure “esisto e dunque sono malato”. Una malattia la sua che è il mal di vivere di ieri, di oggi, di sempre, in cui c’è sempre qualcuno (qui la classe medica) che spinge a farti sentire peggio. Dottori che Lavia vede come dei gallinacci con tacchi a spillo al posto degli speroni, somiglianti a dei cartoons o fumetti ( i costumi sono di Andrea Viotti) che aprono la bocca solo per dire delle conneries. Fra i protagonisti spicca l’Angelica di Lucia Lavia (figlia di cotanto padre e di Monica Guerritore) una figurina danzante al ritmo di rap, come del resto quello del suo amato Cleante (Andrea Macaluso); in evidenza pure la saggia e attenta cameriera Tonina di Barbara Begala e la fedifraga Belinda in guêpière (Giulia Galiani). E poi gli onomatopeici ruoli dei vari Dottor Diarreus e figlio Tommaso (Pietro Biondi e Michele Demaria), il professor Purgone (Mauro Mandolini), il farmacista Fetus (Alessandro Parise) il notaio Buonafede (giorgio Crisafi) e Beraldo fratello di Argante (Gianni De Lellis). Calorosi gli applausi finali per questo godibile spettacolo di tre ore con intervallo che chiude la stagione al Vittorio Emanuele con repliche sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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After Juliet

Un notturno del corvo Joe
di Giovanni Boncoddo
con
Monia Alfieri, Elena Arvigo, Ivan Bertolami, Carmine Borrino, Raimondo Brandi,
Fabrizio Nevola, Lucilla Mininno e poi ancora Smeralda Diandra Anchesi,
Roberta Baldanza, Francesco Bonaccorso, Vittoria Domini, Simona Grimaldi,
Cristina Lo Presti, Elena Restuccia, Adriano Russo

“Quelli in corsa verso la morte, quelli che l’aspettano, quelli che si preoccupano”. Così inizia il commovente spettacolo After Juliet. Un notturno del corvo Joe, ideato scritto e diretto da Giovanni Boncoddo e presentato nella Sala Laudamo con un oceano di applausi. Si tratta del primo spettacolo (speriamo di una lunga serie) dopo il tremendo incidente capitato a Boncoddo ri-tornato a vita nova dopo un lungo periodo di tenebre. A quella vita che l’eterna nemica voleva afferrare con la sua tagliente falce e che invece è rimasta con tanto di naso. Sul palco un quartetto di musici facenti parte delle “Terrae-Compagnia di Musica Popolare” (violino, percussioni, contrabbasso, chitarra) che per quasi due ore diventa il vero polmone dello spettacolo (dedicato “a Paolo Ceraolo il più divertente e generoso dei miei amici e a Celestino Lippa direttore mio direttore” si legge su una slide), sfoderando svariati ritmi, dall’atonale, al jazz, all’etno-musica. S’inizia con le immagini filmate d’un concerto dei Rolling Stones e si va avanti con dei giovani attori che si esprimono con le parole del Romeo e Giulietta e dell’Amleto di Shakespeare. Colui che veste i panni doppi di Romeo e Amleto sembra incarnare l’anima di Boncoddo. Gli somiglia pure nella postura e per come è agghindato con lunga giacca, cappello e bastone. Comincia a verseggiare in napoletano e il pensiero vola a Enzo Moscato, Antonio Neiwiller e a Leo De Berardinis ( di cui comparirà più avanti la sua indimenticabile faccia sullo schermo) e poi a duettare con l’altro doppio di Giulietta e Ofelia di Monia Alfieri che non si prende troppo sul serio compiendo vari giri attorno alla sala ed esclamando ad un tratto che lei sta con chi la paga. “Vorrei trovare pace senza morte” dice l’interprete di Amleto, sfogliando pagine su pagine, non trovando forse quella buona e non appallottolando i fogli come faceva Carmelo Bene che voleva andare solo a Parigi, a Parigi. C’è Laerte che si prepara una “canna” passandola poi a Romeo e c’è Mercuzio che viene portato a spalle sul palco da Amleto. “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare” esclama qualcuno, mentre qualche altro giocherella con una rivoltella e rimbombano versi di Verlaine e Rimbaud. Non vale la pena suicidarsi. Meglio tenerla lontana quella comare secca e vivere in un mondo di fiori e di colori. Spettacolo visionario, profetico, riconciliante, una reading performance, con le luci di Renzo di Chio e i video di Roberto Bonaventura cui hanno preso parte oltre a Monia Alfieri, Elena Arvigo, Ivan Bertolami, Carmine Borrino, Raimondo Brandi, Fabrizio Nevola, Lucilla Mininno e poi ancora Smeralda Diandra Anchesi, Roberta Baldanza, Francesco Bonaccorso, Vittoria Domini, Simona Grimaldi, Cristina Lo Presti, Elena Restuccia, Adriano Russo.-
Gigi Giacobbe

 

 


foto: Lucia Baldini

 

 

 

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Anime Nere

di Alfonzo Santagata, liberamente tratto da
"Di questa Vita menzognera"
di Giuseppe Montesano
con
Alfonzo Santagata,
Antonio Alveario, Donatella Furino, Rossana Gay, Johnny Lodi,
Daria Panettieri, Massimiliano Poli

Alfonso Santagata 64enne di Foggia, fondatore della Compagnia Katzenmacher, continua a sperimentare utilizzando gli stilemi teatrali degli anni ’70. Di quel periodo fecondo sbocciato nelle cosiddette “cantine romane” (come il Beat ’72 e propagatosi sino al Piscator di Catania) teorizzato e sostenuto da Giuseppe Bartolucci, i cui rappresentanti principali erano i vari Ricci, Vasilicò, Orfeo, Perlini, Margio, Sepe, Nanni, Quartucci, Bene, De Berardinis e di sicuro dimentico altri nomi, di cui adesso tanti sono scomparsi e di altrettanti si sono perdute le tracce. Ecco, vedere adesso le Anime nere di Santagata alla Sala Laudamo, scritto-diretto-interpretato da lui stesso assieme ad un drappello di giovani e meno giovani attori talentuosi, è come ri-tuffarsi in quegli anni, quando con pochi ed essenziali elementi si costruiva la scena, si inventavano i costumi reperiti nei mercatini e si mixava la colonna musicale, vera ossatura dello spettacolo assieme chiaramente alla prova dei protagonisti. Qui all’inizio, sulla scena nuda e nera, vi sono soltanto cinque alti sgabelli lignei, su cui prenderanno posto i vari componenti della riccastra famiglia Belmondo: manca solo il “Papi” Luigi (sempre infoiato quello di Antonio Alveario) che si unirà a loro giungendo su un trabiccolo elettrico a quattro ruote sbraitando in napoletano. La Mami (Rossana Gay) è una baronessa daltonica somigliante a Gloria Swanson di “Viale del tramonto”, mentre gli altri quattro figli, tranne Andrea (una Daria Panettieri canterina) che si tiene in disparte, tendono con mezzi discutibili ad aumentare potere e capitale. Ferdinando (Massimiliano Poli) progetta anfiteatri e palazzoni, Amalia (Chiara Di Stafano) pensa a dei musei per soli single, Calibano (Johnny Lodi) a dei parchi di divertimenti al Sud. Da canto suo Santagata impersona “Paradise”, un artista in sciopero dalla nascita, installatosi in casa di Amalia, buono solo a succhiare da quella famiglia. Anche se tratto liberamente dal romanzo “Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano, Santagata tende ad attualizzare le trame con allusioni alla nostra situazione politica in cui i facili arricchimenti sono spesso manovrati da mafia e camorra. I protagonisti sono grotteschi, si celano tutti sotto occhiali da sole, interpretano pure dei camerieri che in un fiat imbandiscono una tavola con tanto di candelabro con cinque candele accese al suono di musiche ruffiane. Uno spettacolo ben orchestrato salutato alla fine da calorosi applausi con repliche alla Sala Laudamo sino a questo pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 


foto: Claudio Garofalo

 

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Dona Flor e i Suoi Due Mariti


dal romanzo di Jorge Amado
elaborazione teatrale di Emanuela Giordano
con Caterina Murino, Paolo Calabresi e Pietro Sermonti
musiche originali eseguite dal vivo
dalla Bubbez Orchestra
regia Emanuela Giordano

Dona Flor e i suoi due mariti uno dei più gioiosi e incantati romanzi di Jorge Amado esce nel 1966 e dodici anni dopo Bruno Barreto ne realizza un film vertiginoso con una sensualissima Sonia Braga. Adesso Emanuela Giordano ne elabora un’edizione teatrale, curandone pure la regia, priva di quel fascino culinario e sessuale che anima l’opera originaria. Non si riscontrano nei due tempi quegli umori vitali e festaioli della Bahia brasiliana, popolata da gente che ha voglia di godere e vivere allegramente, allontanando il più possibile la routine quotidiana. Nè l’orchestrina Bubbez di tre elementi ( chitarra, violoncello e contrabbasso) aiuta ad entrare nello spirito carioca, accompagnando più i fatti che si svolgono sulla scena invece che intonare sambe rumbe e kriminal tanghi. La stessa Flor vestita da Caterina Murino e che allarga tutte le vocali, non sprizza calore e passione, piuttosto appare compassata, più incline a vivere il lutto del suo amatissimo primo marito Vadinho (Max Malatesta), che non la felicità che lo stesso potrà darle quando le ri-comparirà davanti dopo essere ricorsa a sortilegi e arti magiche per farlo tornare in vita. Più vicina allo spirito dell’opera appare l’esuberante e impettita Dona Rozilda di Serena Mattace Raso che ha sempre criticato la figlia Flor per essersi maritata con un donnaiolo, uno che pensava solo a ballare e giocare d’azzardo, mostrandosi soddisfatta per aver scelto come secondo marito il farmacista Teodoro (attempato e metodico quello di Paolo Calabresi). Anche le amiche di Flor (Simonetta Cartia, Claudia Gusmano, Laura Rovetti) quasi tre streghette macbethiane, che sintetizzano affetti e umori del popolino con tutto il gossip che può seguirne, fanno di tutto per vivacizzare con balli e canti lo spettacolo. Che si conclude con Dona Flor che abbraccia il suo primo amour fou e il secondo che la indottrina sulle stelle e le galassie celesti. Le scene di Andrea Nelson Cecchini si compongono di tre schermi bianchi che a volte si colorano e su cui si proiettano candele accese, suppellettili da cucine, barattoli e vasi farmaceutici etc.. a seconda dei luoghi in cui si svolgono le azioni sceniche di una favola priva di senso antropologico e che non suscita emozioni. Come sempre il pubblico del Vittorio Emanuele applaude qualunque cosa anche questo spettacolo le cui repliche proseguono sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto Daniela Zedda

 

 

 

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IL BALLO DELLE ANIME
SU BALLU ‘E IS ANIMAS


drammaturgia e regia Veronica Cruciani

luci di Loïc François Hamelin - scenografia di Barbara Bessi
costumi e maschere di Arianna Caredda - musiche di Mario Borciani
assistente alla regia Rosalba Ziccheddu
con
Lia Careddu, Maria Grazia Bodio, Cesare Saliu, Isella Orchis, Michela Atzeni, Valeria Cocco,
Maurizio Giordo, Felice Montervino, Mariagrazia Pompei, Federico Saba

“Una volta all’anno possono tornare le anime del purgatorio” dice la madre di Lia Careddu che cerca la figlia morta. La sua Elisa che non riesce a trovare. Trova invece una sfilza di defunti che si sostanziano sulla scena sin dalle prime battute illuminati da fasci luminosi bianchi e spettrali allo jodio (quelli di Loïc Francois Hamelin). Non hanno più niente da perdere e possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità e libertà. Inizia così Il ballo delle anime, testo e regia di Veronica Cipriani, frutto di storie, testimonianze, ricordi, riassunti in vari laboratori teatrali con aspiranti attori che per vari motivi vanno e vengono dalla Sardegna e che s’ispira ad un paio di suggestive opere quali Il giorno del giudizio di Salvatore Satta e La mastications des morts di Patrick Kermann. Il dialetto sardo (per chi scrive incomprensibile) si mischia all’italiano e ognuno di loro, come in un provino, racconta ciò che gli è successo in vita: un minatore che faceva il sindacalista muore in miniera; una donna veneta che amava il melodramma si trasferisce nell’Isola; un bandito viene ucciso dai carabinieri; una donna benestante diventa prioressa; una più giovane con un figlio cercherà lavoro in Germania fuggendo da colui che sposerà un’altra; c’è poi la figlia del politico corrotto e chi, diventata ragazza-immagine in discoteca, non regge il tran-tran della vita e si suicida gettandosi da una finestra e c’è chi come Pistacchietto che ama la Graziella, nel senso della bicicletta, viene richiuso in manicomio per poi morirne e infine c’è un militare in età scolare che scegliendo di arruolarsi perirà in combattimento. E adesso sono lì (chissà dove) a giocare con un carrettino di giocattoli, a cantare e ballare con le musiche di Mario Borciani, muovendosi a volte come degli zombie, indossando pure delle maschere realizzate da Arianna Caredda (suoi pure i costumi) per fare paura non si sa a chi. Una Spoon River in salsa sarda in cui i dieci protagonisti, tutti da citare (Maria Grazia Bodio, Cesare Saliu, Isella Orchis, Michela Atzeni, Valeria Cocco, Maurizio Giordo, Felice Montervino, Mariagrazia Pompei, Federico Saba) si divertono a rappresentare il gioco della vita e della morte.- Molti applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino a questo pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

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L'Oro di Napoli

da Giuseppe Marotta
adattamento di Armando Pugliese e Gianfelice Imparato
con Gianfelice Imparato e Luisa Ranieri
musiche Nicola Piovani
regia Armando Pugliese

E’ una Napoli grottesca, livida e violacea quella descritta da Giuseppe Marotta nei suoi racconti pubblicati nel 1947 col titolo de L’oro di Napoli. Una città che affronta da sempre i lati più sconcertanti o disgustosi della vita con pietà e solidarietà, col sorriso e il pianto, con amarezza e ironia. Una città che non può abbandonarsi al gusto della vita, dovendo affrontare l’ingiustizia, la miseria, la fame, la malattia e risolvere con mille astuzie il problema del vivere quotidiano con una pazienza che si tramuta in ricchezza, in oro, da farla amare e odiare nel contempo. E’ questa la Napoli che Armando Pugliese mette in scena adattando il testo di Marotta assieme a Gianfelice Imparato che ne veste con una flemma tutta partenopea alcuni personaggi che interagiscono in uno spiazzo accanto a una serie di palazzi in restauro puntellati da tubi innocenti (le scene sono di Andrea Taddei, i costumi di Silvia Polidori, le musiche di Nicola Piovani). Uno spettacolo in due tempi composto da una serie di bozzetti, alcuni celebrati nel film omonimo di De Sica del 1954, fatti ri-vivere in sequenza da una dozzina di protagonisti (Federica Citarella, Gianni Cannavacciuolo, Antonella Cioli, Giuseppe De Rosa, Antonio Friello, Francesco Iaccarino, Antonio Milo, Lello Radice, Giovanni Rienzo, Iolanda Salvato, Vaerio Santoro) in grado di suscitare ilarità e divertimento vestendo i ruoli di una comunità pure furba e ingannatrice, ma non imbastardita da un degrado che sembra inarrestabile. Ecco l’anello che la bella pizzaiola Sofia ha dimenticato sul comodino accanto ad un letto che non è proprio quello coniugale; il professore che vende saggezza indicando ai clienti come cavarsela in situazioni spinose; il pazzariello che dà i numeri al lotto; il tramonto d’un guappo dopo essere stato per anni il temuto parassita di una famiglia; l’arte dello sberleffo modulato in vari modi che dà da vivere, da fare esclamare ad un tratto Imparato che “a Napoli la fortuna non cresce perché nessuno l’ha seminata”. Uno spettacolo che alla “prima” al Vittorio Emanuele andava a rilento, ma che è stato accolto con i consueti applausi finali e che verrà replicato sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Cercando Picasso

da "Il Desiderio Preso per la Coda" e altri testi di Pablo Picasso
con Giorgio Albertazzi
e Martha Graham Dance
regia Antonio Calenda
Coproduzione
Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Ente Autonomo Regionale Teatro di Messina
Orkestra Entertainment

Giorgio Albertazzi è diventato un astro. Una stella che brilla di luce propria. Un personaggio che si libra nell’aria come colui che ha raggiunto il Nirvana. Etereo, bianco e saggio viaggia ormai come Aladino su un tappeto volante. La sua metamorfosi è recente. Forse da quando è convolato a nozze e ha vestito i panni del capitano Achab nel Moby Dick di Melville o di Edipo a Colono di Sofocle o quelli di Calvino nella Lezione americana sulla leggerezza. Le sue parole sono profonde e intelligenti, seguono fili logici privi di banalità e vuotezza. Adesso in Cercando Picasso un testo elaborato da lui e da Antonio Calenda che ne cura pure la regia, andato in scena con grande successo al Vittorio Emanuele in prima mondiale (repliche sino a domenica e poi a Roma e Firenze), diventa il re dei re della pittura del Novecento. Quando gli spettatori entrano in sala si trovano davanti la riproduzione del sipario dipinto da Picasso nel 1917 per il balletto Parade su libretto di Cocteau e musiche di Satie, raffigurante arlecchini saltimbanchi e personaggi da circo. Va via lo scenario e Albertazzi si risveglia nudo su un gran lettone tutto bianco attorniato da un nugolo di ballerine in body-color-carne che per incanto si moltiplicano come in un erotico sogno ossessivo. Le nove formidabili ballerine della Martha Graham Dance Company iniziano ad inanellare coreografie, create anche da Janet Eilber, che richiamano alcuni capolavori di Picasso come Les demoiselles d’Avignon, mentre Albertazzi con i suoi toni di voce tramuta in immagini i versi di Apollinaire, Garcia Lorca, Baudelaire e Rimbaud, vestendo ad un tratto i panni d’un Pierrot a quadri azzurri con coppolino in testa al suono delle musiche di Petrushka di Stravinsky. Attraverso poi i temi della tauromachia con Albertazzi che gioca a fare il toro indossandone una testa di cartapesta, inneggiando al duende, a quel “demone” che si trova solo dentro chi è in grado di esprimere forti emozioni, si giunge tra scoppi e urla di sottofondo alla Guernica, qui sezionato in immagini a tre dimensioni. Con ‘A Paris di Yves Montand si manifesta il Picasso autore della surreale pièce Il diavolo preso per la coda scritta nel 1941 e qui Albertazzi nei panni di Piedone, dentro una scultura a forma di piede, lotta con l’amico Cipolla per conquistare il cuore della Torta. Gli altri protagonisti ( L’Angoscia Magra, L’Angoscia Grassa, la Cugina, il Puntale Rotondo e il Sipario) sono tutti vestiti con abiti cubisti ( quelli fascinosi di Pier Paolo Bisleri, sue pure le belle scene) dalle ballerine della Compagnia e le loro battute vengono recitate con le voci registrate, invero spiazzanti, distraenti e pure lunghe, da note attrici, quali Piera degli Esposti, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Elisabetta Pozzi etc. Un piccolo neo che non inficia uno spettacolo affascinante diretto con mano felice da Antonio Calenda e con un grandissimo Albertazzi. Ovazioni finali e caldissimi applausi alla “prima” non disturbata questa volta da nessun black-out.- Il progetto Cercando Picasso comprende pure una pièce fulminea di 30 minuti Picasso e la ragazza rapata, scritta da Dacia Maraini, andata in scena a seguire alla Sala Laudamo ( con repliche sino a domenica) con la regia di Calenda e con i bravissimi Angelo Campolo e Nella Tirante rispettivamente nei panni di Picasso e una modella, in cui s’immagina alla fine che il geniale pittore in fondo in fondo aveva un’anima buona.- Gigi Giacobbe

 

 

 

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Volare

(omaggio a Domenico Modugno)
con
Gennaro Cannavacciuolo
Musiche eseguite dal vivo dal
Marco Bucci Trio
pianoforte, sax, flauto e violoncello
Regia di Marco Mete

Non tragga in inganno il titolo, Volare, meglio nota come Nel blu dipinto di blu, la nota canzone scritta da Domenico Modugno per la musica e da Franco Migliacci per le parole, presentata per la prima volta al Festival di Sanremo del 1958 dallo stesso Modugno e da Johnny Dorelli, perché non solo di canzoni si nutre questo spettacolo in stile one man show di Gennaro Cannavacciuolo, presentato con successo alla Sala Laudamo e in scena sino a questo pomeriggio con la regia di Marco Mete. Infatti il poliedrico attore-cantante napoletano, classe 1960, oltre ad intonare in bello stile la compilation delle più note canzoni di Modugno, accompagnato dalle musiche eseguite dal vivo dal Marco Bucci Trio (pianoforte, sax, flauto e violoncello), propone una serie di sketch e di monologhi tratti dal suo lungo repertorio teatrale maturato coi De Filippo e non solo, cercando sempre un contatto col pubblico per rendere più caldi e partecipati i suoi interventi. Nella prima parte l’omaggio a Modugno abbraccia le canzoni dialettali e macchiettistiche come ‘O caffè, La donna riccia, La cicoria, ‘U pisci spada, Io mammeta e tu e comprende pure l’emozionante dialogo tra madre e figlio tratto dalla commedia musicale Tommaso D’Amalfi di Eduardo, eseguito con l’apporto della voce registrata di Pupella Maggio. Nella seconda parte, con in scena sempre il Trio musicale e i panni stesi e in alto come se ci trovasse in un dei “bassi” napoletani del “Pallonetto” o dei “Quartieri Spagnoli”, le atmosfere sono più stranianti e le canzoni sono più zuccherine e parlano d’amore come Tu si na cosa grande, Vecchio frac, Resta cu mme e in chiusura l’osannata Nel blu dipinto di blu cantata e danzata al ritmo di tip tap alla maniera di Fred Astaire.- Un ennesimo successo per Gennaro Cannavacciuolo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

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Interno

scritto e diretto da
Tino Caspanello

con
Tino Caspanello
e Tino Calabrò


Sulla scena nuda e nera solo due sedie di fogge diverse. Su una c’è una scatola di legno, sull’altra sta seduto un uomo di scuro vestito, fermo rigido sguardo fisso chissà dove e senza scarpe ai piedi perché le sta finendo di lucidare un altro uomo (Tino Calabrò) che s’aggira accanto a lui e che parlerà ininterrottamente con varie cadenze per 65 minuti. Si comprende in questo Interno, lavoro scritto-diretto da Tino Caspanello che veste pure i panni dell’uomo che se ne sta seduto senza mai profferire verbo e che firma pure la nuda scena, che fra i due c’è stato un passato affettuoso forse d’amore. L’uomo che parla dice ironicamente a colui che non parla di starsene zitto, di ridere se vuole e che potrebbe staccare la spina o baciarlo sino a soffocarlo. Le analisi che ha ritirato sono nella norma e se l’altro prenderà le medicine non ci saranno ricadute. Adesso gli mette in mano uno scatolino-regalo che quello non è in grado di aprire. All’interno ci sono degli anelli, delle fedi e sono per loro due. Gli sforzi per farlo parlare sono inutili. Il silenzio è una lingua dura, uno status insopportabile e l’uomo che parla ci prova in tutti i modi a far dire almeno una sillaba al compagno diventato un vegetale. Adesso il partner estrae da quella cassetta sapone pennello rasoio e tovaglietta e lo sbarba di tutto punto. Gli dice che andranno ad abitare in una casa più bella di quella distrutta dalle fiamme e che continueranno ancora a ballare insieme. L’uomo di pietra non si sa se ascolta e/o se ha capito. Sul bracciolo della sua sedia c’è un campanello. Basta fargli adagiare la mano per poter comunicare con l’alfabeto morse. Segnalare almeno con un semplice bip un “si” o un “no”. I suoni giungono ma sembrano andare per i fatti loro. Forse quell’uomo vorrebbe annullarsi e levarsi di torno. Non essere più un peso per colui che gli sta accanto. Le luci si affievoliscono e alcuni spettatori vanno via. Forse è il lavoro più beckettiano di Caspanello cui mancano lampi e azioni sceniche per destare l’interesse del pubblico che alla fine ha applaudito calorosamente lo spettacolo che replica alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Intervista a
Giorgio Albertazzi

di Gigi Giacobbe


Giorgio Albertazzi sta provando nella Sala Contilli al 6° piano del Teatro Vittorio Emanuele con un gruppo di danzatrici Cercando Picasso, uno spettacolo sul geniale pittore spagnolo che debutterà l’8 marzo sul palcoscenico dello stesso teatro con la regia di Antonio Calenda e scene e costumi di Pier Paolo Bisleri. La produzione è del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e della Martha Graham Dance Company in coproduzione con l’Ente Autonomo Teatro di Messina e l’Orkestra Entertainment Srl. “Delle nove ballerine che vede – mi dice Albertazzi mentre mi fa accomodare nella Sala prove – solo una è italiana, mentre le altre sono tutte americane”. Ci sediamo e per un po’ ci fa compagnia lo stesso Calenda.
Perché – domando ad Albertazzi - quel titolo “Cercando” Picasso?
“ Mi sono chiesto come si poteva portare in scena questo geniale pittore che profumava di Eros da ogni poro. Ne ho parlato con Calenda e abbiamo cominciamo a scriverci una lunga serie di lettere. Lo spettacolo lentamente ha preso forma grazie a questa corrispondenza. L’unica cosa che ho detto a Calenda è che il pubblico non dovrà vedermi col pennello in mano”. “ Chissà se lo trovano” – gli risponde subito l’amico regista.–.
Ma lo spettacolo non doveva titolarsi Il diavolo preso dalla coda scritto da Picasso nel 1941 a Parigi durante l’occupazione nazista?
“ All’origine era così, ma dopo questo epistolario con Calenda lo spettacolo ha preso un’altra piega”
Cioè ?
“ Del testo di Picasso è rimasto ben poco, è rimasto il personaggio che interpreto io, ovvero “Piede grosso”, reso visibile da una mega-scultura raffigurante questa estremità anatomica dell’arto inferiore che si richiama un po’ al mio Edipo a Colono, dentro il quale sarò piazzato io e che in chiusura si esprimerà con queste parole di pace: “ Accendiamo tutte le lanterne. Lanciamo a tutta forza voli di colombe contro le pallottole e chiudiamo a doppia mandata le case demolite dalle bombe”.
E gli altri personaggi che fine fanno?
“Gli altri personaggi dai nomi surreali come “La cipolla”, “La torta”, “La cugina”, “Il puntale rotondo”, “ I due cagnolini”, “ Il silenzio”, L’angoscia grassa e L’angoscia magra” “I sipari”, verranno resi visibili dalle coreografie delle ballerine della compagnia di danza di Martha Graham e le loro battute si udranno registrate con le voci di Elisabetta Pozzi, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Piera Degli Esposti, Stefania Masala”.
Tutto qui?
“ E’ solo l’inizio. Un inizio che mi vedrà nudo a letto con questo nugolo di ragazze e una volta fuori reciterò testi e poesie di Apollinaire, il duende (demone) di Garcia Lorca, Jean Cocteau, Picasso e alcune liriche scritte da me”.
Dunque uno spettacolo nuovo che non si richiama a quella lettura del suo esordio del 1944 a casa di Michel Leiris con le voci di Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Raymond Queneau e altri con Camus regista?
“ Appunto uno spettacolo nuovo che si rappresenta per la prima volta in questo modo con le voci off di attrici e con un gruppo di danzatrici”.
Vuole accennare come saranno scene, costumi e musiche?
“ La scena sarà occupata intermente dalla Guernica, forse uno dei quadri più famosi di Picasso e non vi saranno altri suoi dipinti, piuttosto prevarranno, come già osservato da Queneau, allusioni rabelaisiane legate al gusto all’odorato al suono. Le musiche sono di Stravinskji, Saint¬-Saëns, e ci sarà anche la rapsodia spagnola del “Cappello a tre punte”, mentre i costumi curati da Bisleri si richiamano a motivi surrealisti”.
Cosa pensa di quegli artisti che hanno scritto per il Teatro, come Picasso appunto, o come Kokoshka e Kandinsky autori rispettivamente di Assassino speranza delle donne e Il sole giallo, ricordati nella storia solo come grandissimi pittori?
“ E’ come scrivere un romanzo. Penso che se fai un disegno e continui a rifarlo, alla fine il disegno ti parla, come il Mosè che ha parlato a Michelangelo”
C’è un fil rouge che la unisce a Picasso?
“ Ci sono delle analogie, come il senso della vita, la carnalità, la donna, la sensualità, il protagonismo e pure lo sguardo, non i capelli perché lui non li aveva”.
Lei ha mai dipinto in vita sua?
“ Lei dimentica che io sono pure un architetto e che ho sempre disegnato. Di recente faccio minotauri, tori e altri disegni che regalo a Calenda”.
Cosa vuole comunicare al pubblico, ai posteri con questo spettacolo?
“ Io mi chiedo, cosa succede dentro ad un grande genio? Può essere che un genio così appassionatamente corrivo, volgare, macho, possa esprimere contemporaneamente il senso del mondo e della terra?
Concludendo?
Questo spettacolo non è un’autobiografia di Picasso, ma dietro a Picasso ci sono io”.

Gigi Giacobbe



 

 

 

 

 

 

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Brachetti, Ciak si Gira!
di Arturo Brachetti
con Arturo Brachetti
regia Serge Denoncourt

Arturo Brachetti è il mago dei travestimenti. Il più veloce del mondo. In grado in pochi secondi di vestire i panni di Dartagnan, Zorro, Lawrence d’Arabia, Mary Poppins, Spider-Man, Crudelia Demon e altri ancora, con una maestria, una precisione e una grazia che appartengono solo a lui, sì da farlo amare in tutto il mondo. Lo spettacolo che presenta al Vittorio Emanuele, con la regia di Serge Denoncourt ( applauditissimo a più riprese e in scena sino a domenica e poi tutta la prossima settimana al Metropolitan di Catania), s’intitola Ciak si gira! E arriva direttamente dal Teatro Folies Bergère di Parigi dove è stato in scena per sette settimane. Uno spettacolo invero, nella prima parte, con un paio di deja vu, riferito al numero dei “cappelli del nonno” (25 personaggi ricavati in pochi minuti solo manipolando la falda circolare d’un cappello con buco centrale) o a quelle “ombre cinesi” eseguite con le due mani raffiguranti animali da cortile e non solo: solo un ripasso per chi già le ha viste o mirabilie per chi le vede per la prima volta. Molto più vertiginosa la seconda parte dello spettacolo, lì dove questo “giovane” artista torinese (che compirà 54 anni ad ottobre) rievoca la sua infanzia di cinefilo e di camaleonte ante-litteram con dei filmati che lo ritraggono bambino con la sua famiglia, per compiere poi un viaggio one man show nella galassia della settima arte, dai fratelli Lumière ai giorni nostri, vestendo sempre a tempi di record una sessantina di personaggi, mostrando l’incanto degli effetti speciali e il suo mondo onirico. L’enorme televisore dell’inizio diventa una porticina da fiaba e pure uno schermo su cui proiettare immagini, fotogrammi e manifesti di film impressi nella memoria di molti, mentre il palcoscenico si tramuta in una location su cui impiantare alcune scene di film Horror buone per fare incontrare il prete esorcista con Nosferatu e avere accanto un cereo becchino con cassa da morto. Eccolo poi Brachetti diventare Lon Chaney, “L’uomo dai mille volti”, spesso truccato pesantemente da vampiro o da Fantasma dell’opera nei suoi terrificanti film muti e che morirà nel 1930 dopo avere interpretato il suo unico film con la sua vera faccia ( Il club dei tre ). Di grande effetto la sagoma di Federico Fellini seduto che vede passare il transatlantico Rex di Amarcord al suono delle musiche di Rota mentre scorrono le immagini e i protagonisti dei suoi visionari film. E poi i giochi d’artificio finali con Brachetti che in pochi attimi diventa Chaplin tra i fiocchi di neve, Mosè, Liza Minnelli di Cabaret, Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia, Harry Potter, il mostriciattolo Gollum de Il Signore degli anelli, King Kong, Cenerentola, Frankenstein , Rossella O’Hara di Via col vento e una sfilza di personaggi da Guerre Stellari, recepiti dal pubblico con calorosi applausi e ovazioni da stadio.-
Gigi Giacobbe

 


 

 



 

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L'Altalena
di Nino Martoglio
regia Giuseppe Romani
scene e costumi Giuseppe Andolfo
musiche Carmen Failla
con
Tuccio Musumeci, Guia Jelo, Miko Magistro, Filippo Brazzaventre, Massimo Leggio, Nellina Laganà, Luana Toscano, Emanuele Puglia, Santo Pennisi, Carmela Buffa Calleo, Franco Sardo e Nicoletta Seminara

Nino Martoglio fa parte del patrimonio genetico dei catanesi. Al punto che se vuoi fare riferimento ad una delle più tipiche commedie, L’altalena, devi chiamarla Voculanzìcula, altrimenti rischi d’essere frainteso. E’ un lavoro molto amato perché il pubblico si riconosce, perché è ambientato nel periodo della festa di Sant’Agata, patrona della città, e perché vi ritrova tutto quel patrimonio lessicale che fa parte oggi del proprio dialetto con le sue cadenze cantilenanti e i suoi modi di dire. Nel giro di tre atti e di tre giorni, quanto la durata della festa, all’interno d’un salone liberty (il lavoro è del 1909, la regia di Giuseppe Romani, scene e costumi di Giuseppe Andolfo) conosciamo Ninu e Pitirru, due lavoranti barbieri vestiti da due formidabili attori etnei, rispettivamente Miko Magistro e Tuccio Musumeci, continuatori naturali dei grandi Grasso, Musco e Ferro. Magistro gioca più con le parole che distorce a suo piacere, mentre a Musumeci basta non aprire bocca per ricordarci il grande Buster Keaton e suscitare ilarità e buon umore. Al centro del racconto c’è Ajtina ( Luana Toscano) sedotta dal dandy di provincia Mariddu (Massimo Leggio), fratellastro del più attempato Neli (Filippo Brazzaventre), il quale pur a conoscenza del fattaccio è disposto a sposare la giovane donna di cui è pure innamorato. Dopo un’altalena mentale generata pure dalla Zà Sara ( un po’ strega un po’ fattucchiera quella vestita dalla bravissima Guia Jelo con sopracciglia unite, filo di baffi e ampi abiti neri) Ajtina scaccerà via il suo seduttore e sposerà il barbiere Neli. A parte l’esile trama di stampo verista, sono da apprezzare, anche perché fanno sganasciare dalle risate, i siparietti inscenati dai protagonisti principali e i duetti tra la Flavia di Nellina Laganà e ‘Gnaziu di Emanuele Puglia e quello tra la Nunziatina di Carmela Buffa Carleo e Miko Magistro pure nei panni di maestro di canto.- Molto caldi gli applausi finali e repliche al Teatro Brancati sino al 13 marzo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Donna non Rieducabile
di Stefano Massini
con Ottavia Piccolo
regia Silvano Piccardi

Anna Politkovskaja era una giornalista scomoda del quotidiano di opposizione Novaja Gazeta. Sempre in prima linea ha vissuto sulla propria pelle e raccontato al mondo senza mezzi termini i lati più osceni della Russia postsovietica. Il 7 ottobre del 2006 fu trovata morta, ancora con i sacchetti in mano della spesa, nell’ascensore del suo palazzo a Mosca, uccisa su commissione da quattro colpi di pistola sparati al cuore e alla testa. Stefano Massini giovane e affermato autore italiano rimane più che scosso da questa morte e scrive quasi a caldo un memorandum teatrale in 21 quadri titolato Donna non rieducabile, prendendo a prestito le parole con cui il Cremlino aveva tacciato la tenace giornalista. E’ lo stesso Massini all’inizio a curarne la regia affidando a due attori (Luisa Cattaneo e Roberto Gioffrè) segni e azioni simboliche e nello stesso tempo c’è Ottavia Piccolo che sotto forma di lettura scenica e/o drammatizzata (con il coordinamento artistico di Silvano Piccardi) fa suo il testo incuneandosi fra gli orrori russo-ceceni dei primi anni di questo secolo. Alla Piccolo in bejge, caschetto bianco e con occhialini, basta solo un tavolo e una sedia e i suoni lividi di un’arpa suonata dal vivo da Floraleda Sacchi per calarsi nel ruolo della Politkovskaja. Il suo è un pericoloso viaggio che ha come tappe le teste mozze di guerriglieri appese ai gasdotti, i fagotti umani fatti saltare con le granate, le gare fra militari per il record dello stupro, i kamikaze nel centro di Grozny, gli episodi di corruzione aggravata mimetizzata da una propaganda a suon di fiction televisive, senza tralasciare le carneficine del Teatro Dubrovka e della Scuola di Beslan. Il lavoro di Massini somiglia ad un puzzle, ad un collage o de-collage di singoli squarci, appunti, fotogrammi, sequenze, immagini, sensazioni, riflessioni, incubi, pensieri, emozioni, tesi a ricomporre il profilo di questa donna che voleva fare solo la giornalista e il cui encefalogramma in un istante è diventato piatto. Sempre molto brava la Piccolo, applaudita calorosamente alla fine e il cui spettacolo alla Sala Laudamo viene replicato soltanto sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 


 

 

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Il Gregario
di Sergio Pierattini
con
Alex Cendron e Sergio Pierattini

Era un ciclismo leggendario quello del giro d’Italia del 1946, il primo dopo l’evento bellico. Un ciclismo mitico praticato da atleti imbracati da palmers messi a X sulle spalle e sul petto, le facce terrose per via delle strade non asfaltate e in groppa a delle biciclette che pesavano dai 10 ai 12 kg il doppio di quelle in carbonio dei giorni nostri. Sono queste le aure che si respirano nel vedere Il gregario di Sergio Pierattini (spettacolo accolto con molti aplausi e in scena alla Sala Laudamo sino a questo pomeriggio) lui stesso regista e interprete d’un ciclista toscano avanti negli anni in compagnia dell’altro gregario veneto più giovane di lui ( Alex Cendron) ritratto quest’ultimo nel giorno in cui ha vinto una tappa. La pièce di Pierattini si svolge in una stanza d’hotel d’infimo ordine, agghindata con due valigione adagiate su due sedie, due miseri lettini avvolti da coperte militari e illuminata da luce fioca e giallastra proveniente da un lampadarietto a due palle ( le scene sono di Tommaso Bordone mentre i costumi di Alessandra Cardini). I due ciclisti sono colti nel momento in cui, finita la corsa, si docciano e si riposano prima d’andare a cena. Entrambi hanno la maglia verde-rossa della Legnano, la squadra capitanata nientemeno che da Gino Bartali, il quale pare abbia concesso al giovane veneto di tagliare il traguardo per primo. Il più giovane è comunista il più vecchio fascista e il loro discutere animato li porta quasi a venire alle mani e di fare un tale chiasso da disturbare il campissimo Fausto Coppi che riposa sul piano sopra la loro testa. Emergono ricordi, aneddoti bellici, tappe sfortunate, dissapori, rancori e verità nascoste come quella che il veneto il giorno dopo non dormirà più col toscano che pare andrà alla malora, ma sarà compagno di stanza di Bartali che lo vuole suo diretto gregario. E’ un’altra Italia quella che fa trasparire Pierattini, più ingenua, più vera, quando l’arrivo della tappa si ascoltava alla radio, un’Italia in bianco e nero e non colorata da schermi televisivi come quella odierna, furbastra, arrivista, decadente e dopata.-
Gigi Giacobbe

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Incontro con
Moni Ovadia

di Gigi Giacobbe


Intorno alle 18 al Vittorio Emanuele mi dicono che Moni Ovadia arriverà per le 20, un’ora prima dello spettacolo “Shylock. Il Mercante di Venezia in prova”, tratto dall’omonimo lavoro di Shakespeare, riscritto e messo in scena dallo stesso Ovadia (che interpreta pure il ruolo del regista e dell’ebreo Shylock che condivide a metà con Shel Shapiro, leader di quei Rokes che hanno segnato il rock negli anni ’60) e da Roberto Andò.
Provo a chiedere al dirimpettaio Jolly Hotel se Ovadia è uscito o se è in camera. “E’ uscito da dieci minuti - mi dice la concierge- se percorre la Via Garibaldi verso il centro lo incontrerà di sicuro”.
Sono le 18, 30 e mi avvio lungo la via come suggeritomi da quel signore in livrea. Arrivo nei pressi di Piazza Municipio e vedo avanzare verso di me una figura robusta dai capelli bianchi con un cappello in testa, tipo quello che indossano i rom, che tiene in mano una capiente borsa di plastica scura. “Moni Ovadia” – esclamo io ad alta voce- “Sì sono io” - mi fa lui-.
Mi presento e iniziamo a parlare mentre facciamo ritorno al suo hotel e ri-uscendo quasi subito, dopo aver appurato, lui, di non aver perso il cellulare al negozio che invece aveva dimenticato in camera. “Ho comprato due giacche a 115 euro ciascuna che mi calzano a pennello e altri indumenti per complessivi 500 Euro” - mi dice soddisfatto, contento pure d’aver fatto un buon affare-. Parla Ovadia senza sosta. E potrebbe farlo in sette lingue e mezza che conosce bene, compreso il russo che sfodererà quando si siederà con noi al Bar Cavallino l’attore Maksym Shamkov, originario di Kiev che nello spettacolo veste gli abiti rossi d’un cardinale a riposo. Ovadia è rigorosamente vegetariano e assaggerà solo le patine fritte. E’ nato nel 1946 a Plovdiv, l’antica Filippopoli ( così chiamata perché fondata da Filippo II di Macedonia) una bella cittadina della Bulgaria posta sul fiume Maritza in cui si raccomanda di visitare la Moschea di Imaret (1444-45). Da ragazzo si trasferisce a Milano, dove abita tuttora, si laurea in scienze politiche e poi la sua vita è il Teatro. Conosce bene la Sicilia, sa pure parlare in siciliano e ha conosciuto il poeta Ignazio Buttitta e il teatro dei pupi di Fortunato Pasqualino. Ovadia è già transitato dal Vittorio Emanuele di Messina nel febbraio del 2004 presentando l’opera più nota di Isaac Babel, ovvero “L’armata a cavallo” che narra le esperienze dell’autore sul fronte russo-polacco e della guerra civile dopo la rivoluzione d’Ottobre del 1917. “Questo spettacolo è stato un grande successo quando l’ho rappresentato a Mosca” – aggiunge orgogliosamente-.

Cerco di sintetizzare alcune domande precise che gli ho fatto.

I suoi spettacoli mi ricordano un po’ i film di Emir Kusturica, per come sono architettati e per le tante situazioni che si sovrappongono con la complicità dei ritmi klezmer suonati dal vivo dall’orchestrina che prende il suo nome.

“ Un po’ è così forse per le mie origini bulgare, forse perché un po’ mi sento zingaro, forse perché mi piace fantasticare. Io ho amato molto il film di Kusturica “Underground” e sa qual è la cosa che io non ho amato in assoluto?

No

“Che questo film non l’abbia fatto io!”

Con Roberto Andò che è di Palermo ma che adesso abita a Roma quando vi siete conosciuti?

“ Credo nel 1991 quando venne a vedere lo spettacolo “Golem” scritto da me e da Daniele Abbado. Poi io vidi il suo “La sabbia del sonno” su musiche di Luciano Berio e Marco Betta e fu un incontro decisivo per potere lavorare insieme molto bene e mettere in scena fin’ora quattro spettacoli”.

Il Mercante di Venezia è un’opera manifestamente antisemita. Basti vedere la fine che gli fa fare Shakespeare: perde la causa davanti al Doge, rimane solo, i beni gli vengono confiscati etc…. Nella mia recensione ho scritto che lei lo ha interpretato e messo in scena per togliersi dalla scarpa qualche pietruzza. In particolare lì dove il noto monologo di Shylock (Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo?.....) è recitato da uno zingaro nel suo idioma, da lei stesso in lingua yiddish, ma anche da Orson Wells, Kantor, dallo stesso Hitler in forma seriale e da tanti volti sconosciuti...per dire in sostanza che siamo un po’ tutti Shylock e che bisogna accettare le diversità di razza, di lingua, di sangue etc…E’ o non è così?

“ In parte è vero, anche perché da tanto tempo molti mi dicevano: “Perché non fai Shyloch? Perché non la fai? Tu saresti la persona giusta! E così via. E finalmente eccoli accontentati, però a modo mio. Io lo faccio come dico io. E racconto che Shylock non è ebreo. E’ una rappresentazione cristiana. E’ un’icona cristiana. Shakespeare del resto non ha mai conosciuto un ebreo. Gli ebrei sono stati espulsi dall’Inghilterra nel 1290 e sono stati riammessi nel 1665 da Oliver Cromwell, quando Shakespeare era bello e sepolto”.

Gli dico che di recente ho pubblicato un libro titolato Che cos’è il Teatro? Una domanda che in genere faccio ai miei intervistati per sapere come la pensano in proposito. Ecco la sua risposta.

“ Il Teatro è l’unico luogo di verità perché la pietas della finzione permette di dire la verità più spietata senza che sia distruttiva ma al contrario diviene formativa”

Lei è noto per raccontare aneddoti e calembour in lingua yiddish. Io intanto mi ricordo di una maledizione yiddish che fa grosso modo così: “Che ti possano cadere tutti i denti ma che te ne possa rimanere uno solo per continuare a sapere che cos’è il mal di denti”.

“ Io mi ricordo di questo: “ Ti auguro di diventare ricco, ma così ricco, ma così ricco che il 2° marito della tua vedova viva come un imperatore”. Oppure questo che è di buon auspicio: Che la tua bara possa essere costruita con un legno fatto delle parole che furono pronunciate al tuo 150° compleanno!”. -


 

 

 

 

 

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Il Nostro Amore Schifo
di e con
Francesco d'Amore e Luciana Maniaci

collaborazione alla regia Andrea Tomeselli
disegno luci Daniela Lo Re
scene Lucia Giorgio

Una ventata di novità e di freschezza teatrale è arrivata da due giovani ventenni. Lui proviene da Bari e si chiama Francesco D’Amore. Lei è di Messina e di nome fa Luciana Maniàci (credo con l’accento sulla “a”, anche se la loro compagnia, giocando sui due rispettivi cognomi si chiama “Maniaci D’Amore”, questa volta senza alcun accento e con qualche preoccupazione, per loro due s’intende). Non li conoscevo e da quello che ho visto direi che sono nate due stelle. Due sicuri protagonisti della scena di questo scorcio del terzo millennio. Lo spettacolo in questione s’intitola Il nostro amore schifo, scritto, diretto, interpretato dallo stesso D’Amore assieme alla Maniaci. Cinquanta minuti di spettacolo con reiterati applausi e risate, ruotante attorno ad una giovane coppia i cui nomi Werther e Carlotta ci rimandano ai due protagonisti dell’opera di Goethe I dolori del giovane Werther. Da qui il titolo “Bildungsroman” (romanzo di formazione) della breve rassegna curata da Dario Tomasello alla Sala Laudamo pure con altri autori-attori under 30. Sulla scena di Lucia Giorgio solo cinque sedie e un tavolo centrale, sul quale vi salta sopra Carlotta per i suoi sproloqui nel giorno del suo compleanno. Arriva Werther, fulmineo e ipnotizzante come Mandrake e in un battibaleno decide, legandole mani e braccia e zompandole addosso, che lei sarà la donna della sua vita, anche se le dichiara che dietro l’angolo per lui c’è solo il suicidio. Suicidio che non arriverà mai, né quando si presenterà ai genitori di lei (che non si vedranno mai, anche se non guasterebbe l’uso di fantocci), né quando giungeranno delle crisi e altri avvenimenti che accompagneranno la coppia sino all’età adulta e alla vecchiaia. Uno spettacolo intelligente, divertente e irriverente, cui non mancano momenti grotteschi di cinismo misto ad una comicità che può rinvenirsi nelle strip di Charlie Brown o di Andy Capp, ma pure in alcuni testi di Alan Ayckbourn (Confusions…) o di Ionesco (Delirio a due, La cantatrice calva etc…). Davvero bravi questi due giovani protagonisti. Francesco D’amore ha una faccia di gomma, il ciuffo nervoso, lo sguardo truce e bonario di Indiana Jones. Luciana Maniaci sembra un’eroina da film muto che mette in luce il candore del suo viso e le battute che dice le vengono giù con molta naturalezza e con uno spiccato senso della scena. Li ri-vedremo quanto prima, statene certi.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

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Il Burbero Benefico
di Carlo Goldoni

con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini
Regia di Matteo Tarasco

Carlo Goldoni, prolifico drammaturgo veneziano, scrisse pure una commedia in lingua francese: Le bourru bienfaisant, ovvero Il burbero benefico, rappresentata la prima volta alla Comedie Francaise di Parigi il 4 novembre 1771. Qui non ci sono più le maschere di Pantalone e Arlecchino e i personaggi sembrano più realistici, più vicini al loro tempo. Questo lavoro è stato un cavallo di battaglia di Mario Scaccia (un paio di volte diretto da Bragaglia e Pugliese, la terza ci ha pensato lui stesso a interpretarlo e dirigerlo) meritoriamente ricordato a 24 ore dalla sua scomparsa da Mariano Rigillo alla fine di questa edizione de Il burbero benefico rappresentato nel Cine-Teatro Rosso di San Secondo con la regia di Matteo Tarasco. Il quale ha eliminato parrucche e merletti settecenteschi, compresi nei posticci e visi incipriati, creando uno spettacolo più vicino ai nostri tempi, pure per motivi di gusti e di costi. Ha fatto ricorso ad una scena “povera” imbastita con pedane di legno, quelle che possono rinvenirsi negli ipermercati cariche di scatoloni di merce trasportate da carrelli elevatori detti pure muletti e Chiara Aversano ha vestito i personaggi di contorno con costumi carnevaleschi in stile pop art, mentre da canto loro il Geronte di Rigillo in abito nero e la Martina o Martuzza di Anna Teresa Rossini, in perfetta mise da cameriera, sprizzavano un’allure e un glamour di tipo anglosassone. Certamente l’effetto è spiazzante, ma lo spettacolo scorre bellamente sino alla fine inframmezzato da applausi e alla fine molto calorosi. Rigillo di burbero ha solo l’espressione e il tono della voce. Per il resto è il Re, il pezzo più importante e più debole del gioco degli scacchi, colui che catalizza intorno a se l’intera partita-spettacolo. Muove a suo piacimento i due cavalli scalpitanti: il nipote Leandro (Fabrizio Vona) dissipatore di patrimoni per amore della moglie Costanza (Federica Marchettini) e la nipote Angelica (Serena Marinelli) amata-riamata dal giovane Valerio (Francesco Di Trio). Intrappola la torre bianca del signor Dorval (Giancarlo Condè) falso innamorato di Angelica e fa quel che vuole del pedone Piccardo (Totò Rancatore) che parla in siciliano. Alla fine il burbero sistemerà ogni cosa e tutto andrà per il verso giusto come il pubblico si attende.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

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ITIS Galileo
di Francesco Niccolini e Marco Paolini

con Marco Paolini
consulenza storica: Giovanni De Martis
consulenza scientifica: Stefano Gattei

E’ materia da ITIS ( Istituto Tecnico Industriale Statale) questo strepitoso spettacolo di Marco Paolini titolato Itis Galileo, scritto assieme a Francesco Niccolini con la consulenza storica di Giovanni De Martis e quella scientifica di Stefano Gattei. Materia che Paolini con leggerezza, chiarezza e acutezza scientifica sciorina e scodella per due ore rendendo comprensibili formule matematiche, dottrine fisiche e astronomiche alle menti dell’attento e numeroso pubblico del Teatro Ambasciatori (repliche sino a domenica 23gennaio). All’inizio, sotto il proscenio, Paolini coinvolge un paio di spettatori a leggere alcune passi del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, forse l’opera massima di Galileo, quella incentrata sulle antiche teorie geocentriche di Tolomeo e Aristotele e quelle eretiche eliocentriche di Copernico. Salendo poi sul palcoscenico, Paolini indossa un grembiule e un basco neri e spicca sul fondo uno schermo con uno scritto di Galileo e al centro, sospesa a delle catene, una grossa mina del tipo marino che nasconde all’interno il sistema rivoluzionario copernicano. Paolini è un formidabile affabulatore, un pifferaio magico che può farti fare un salto all’indietro di 400 anni, al tempo in cui vivevano filosofi come Cartesio e Giordano Bruno, geni teatrali come Shakespeare e Moliere, o scienziati come Keplero e Galileo che a 25 anni insegna matematica all’Università di Pisa, scopre la legge di isocronia delle piccole oscillazioni del pendolo e arrotonda lo scarso stipendio facendo oroscopi. Paolini riflette sulla scienza, sul secolo XVII così ricco di idee in rapporto ai giorni nostri e delinea alcune tappe della vita dell’uomo e scienziato Galileo. Quando nel 1609 modifica e perfeziona il telescopio utile alle sue scoperte astronomiche come i satelliti di Giove, le fasi di Venere, i mari della Luna e le macchie solari. O quando pubblica questi risultati sul “Nuncius Sidereus”, un libro stampato in latino che vende 560 copie. Galileo in quegli anni è più famoso di Shakespeare e ciò che li lega è la stessa data di nascita (1564). Dalla sua compagna, Marina Gamba, che mai sposerà, avrà tre figli e subirà più tardi un processo a Roma per eresia imbastito dalla Santa Inquisizione per aver asserito e scritto che la terra non è al centro dell’universo (Tolomeo) ma gira attorno al sole (Copernico). Galileo ha già 70 anni, è malfermo di salute e pur abiurando le sue teorie sarà condannato al confino ad Arcetri dove sino alla fine dei suoi giorni (1642) continuerà i suoi studi. Quello che Galileo ci lascia non sono solo scoperte scientifiche ma l’insegnamento di un uomo che sino alla fine non rinuncerà ad usare il cervello. “C’è qualcosa che lega Galileo alla bomba atomica” dirà in chiusura Paolini avvolto da calorosissimi applausi e ovazioni.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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La Ciociara
di Annibale Ruccello
tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia
con Donatella Finocchiaro e Daniele Russo
regia Roberta Torre

Chi la guerra l’ha vissuta come Cesira e sua figlia Rosetta non potrà mai dimenticare il peregrinare da sfollati sulle montagne della Ciociaria, alla ricerca d’un tetto, d’un letto e qualcosa da mangiare. Adesso sono lì sedute su due comode poltrone le due donne, a parlare di comprare un automobile o di cambiare cucina, avvolte da un tourbillon consumistico iniziato negli anni ’60 in cui tutto è cambiato. Non Cesira, cui di continuo tornano in mente i fantasmi indelebili della guerra e dello stupro subito (lei e la figlia), da parte d’un gruppo di soldati marocchini aggregati all’esercito americano. Moravia nel 1957 ne fece un romanzo titolato La Ciociara, Vittorio De Sica ne ricavò tre anni dopo un film con una superba Sofia Loren, premio Oscar per la migliore interpretazione, poi premiata pure al Festival di Cannes. Nel 1989 c’è anche un tv-movie in due puntate di Dino Risi sempre con la Loren protagonista e nel 1985, un anno prima della sua tragica scomparsa, Annibale Ruccello ne trae una riduzione teatrale. Ed è a questa versione che attinge Roberta Torre (alla sua seconda prova come regista teatrale dopo un discutibile Invece che all’una alle due di Rosso di San Secondo di 12 anni fa allo Stabile di Catania con Eva Grimaldi protagonista) per mettere in scena la sua Ciociara, passando dal cinema al teatro e viceversa in un equilibrio ben dosato e questa volta vincente. Sulla scena curata dalla stessa Torre pochi arredi e molte immagini che didascalicamente accompagnano lo svolgersi degli avvenimenti, anche d’una pioggia che non bagna nessuno dei protagonisti. “Uno dei peggiori effetti della guerra è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà”, dirà la Cesira della magnifica Donatella Finocchiaro dando al personaggio tutte quelle sfumature d’una madre che ha occhi solo per la figlia che, dopo il fattaccio, sente sfuggire al suo controllo. Non si capisce perché il nome di Martina Galletta, la Rosetta protagonista assieme alla Finocchiaro e al bravo e commovente Daniele Russo ( l’eroe positivo che verrà ucciso dai tedeschi) sia inserito in locandina dopo quelli di Marcello Romolo, Rino Di Martino e assieme a Lorenzo Acquaviva, Rocco Capraro, Liborio Natali. Bella in chiusura la canzone Sentimento di Patty Pravo e calorosi gli applausi per questa Ciociara che verrà replicata al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 


Romano Bernardi

 

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Camere con Crimini
di Sam Bobrick, Ron Clark

al Brancati di Catania

regia Romano Bernardi
con
Debora Bernardi, Vittorio Bonaccorso, Emanuele Puglia

Camere con crimini è una pièce a tinte giallo-rosa degli statunitensi Sam Bobrick e Ron Clarck somigliante, nella regia di Romano Bernardi, ad una fiction televisiva a puntate. Di quelle che si vedono distrattamente in uggiosi pomeriggi autunnali e dalla cui scatola illuminata si odono provenire applausi scroscianti registrati da parte d’un pubblico fantasma, cui seguono reiterati risolini e risate su delle battute che a noi pubblico italiano ci lasciano indifferenti. Si racconta in tre atti, d’una trentina di minuti ciascuno, d’un triangolo amoroso vecchio quanto il cucco in cui lui-lei-l’altro cercano di allearsi per poter fare fuori vicendevolmente prima il marito, poi l’amante e poi la moglie. Tentativi che andranno sempre a vuoto anche perché nessuno dei tre crede realmente di poter uccidere il terzo incomodo. E se nel finale si affaccia un maestro giapponese di “autostima” (che non si vedrà mai), è solo una distrazione inoffensiva e a-sessuata che non minerà certamente quel triangolo che ricomincerà ad essere più attivo e più solido di prima. Le tresche si consumano in tre stanze dello stesso hotel, rese diverse, nella scena di Cinzia Puglisi, solo per i colori delle tende e del piumone del letto. Fra i tre è Debora Bernardi che è meglio calata nel ruolo, mentre il marito di Vittorio Bonaccorso e l’amante di Emanuele Puglia non sono certamente Jack Lemmon e Walter Matthau, anche se fanno di tutto per far ridere il pubblico pomeridiano del Teatro Brancati (repliche sino al 23 gennaio) cui occorreva solo fosse messo in evidenza l’applausometro, non lesinando però alla fine calorosi applausi.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Syhlock: Il Mercante di Venezia in Prova
da "Il Mercante di Venezia" di William Shakespeare

adattamento Roberto Andò e Moni Ovadia

con Moni Ovadia, Shel Shapiro
e La Stage Orchestra
regia Roberto Andò e Moni Ovadia

E’ difficile tradire Shakespeare. Anche quando lo si mette in scena in salsa pop-rock. Come hanno fatto Roberto Andò e Moni Ovadia, autori d’uno stimolante Shylock Il mercante di Venezia in prova. E’ come se, più Ovadia che Andò invero, si fosse voluto levare una pietrolina dalla scarpa. Ribaltare in certo modo l’epilogo dell’opera restituendo a Shylock la libbra di carne che gli è stata negata per 416 anni. Da quando questo piccolo e ostinato ebreo aveva prestato al mercante Antonio tremila ducati che servivano al suo intimo compagno Bassanio per impalmare la bella e ricca Porzia. Che il Mercante sia un’opera antisemita è stato da più parti riconosciuto. Basti vedere la fine che fa Shylock. Perde la causa davanti al Doge, resta solo con i beni confiscati. C’è un punto però, quello del noto monologo ( Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? etc..) in cui pare che Shakespeare sia equo e accetti la “diversità” fra gli uomini. Una “diversità” che la regia sottolinea in vari modi. Facendo recitare il monologo ad uno zingaro nel suo idioma o in lingua yiddish come farà lo stesso Ovadia avvolto da una tunica bianca a strisce blu. O come faranno su uno schermo visi noti come Kantor e Orson Welles e tanti altri sconosciuti, non così quella seriale immagine di Hitler che sbraita chissà che cosa, andando nei sottotitoli quelle lusinghiere parole. Si assiste ad un Mercante diverso, pirandelliamente meta teatrale, in cui un produttore lestofante che colleziona libbre di carne, tutto lustrini quello di Roberto Cara pure nei panni di Antonio, ne affida la regia ad Ovadia. Il quale scendendo dal suo trespolo diventa il doppio dello Shylock della nota rockstar Shel Shapiro che oltre a cantare recita molto bene in inglese. Colto quest’ultimo in un lettino d’ospedale con flebo attaccata al braccio incarnare il personaggio usurato e invecchiato nei secoli e servito da una pimpante infermiera canterina, l’avvenente Lee Colbert. Lo spettacolo, complice un’orchestrina di cinque elementi che suona motivi klezmer, sembra a volte un musical con brani dei Pink Floyd e dei Queen cantati e ballati da tutto il cast compresi alti prelati in rosso e in nero e da Federica Vincenti, una Porzia sensuale e seducente in camicia da notte trasparente. Due ore che filano veloci con molti applausi finali e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

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I Giganti della Montagna
di Luigi Pirandello

regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
luci Maurizio Viani - scene Marc’Antonio Brandolini - costumi Mela Dell'Erba - suono Alessandro Saviozzi

La compagnia della Contessa:
Ester Cucinotti e Maria Cucinotti : Ilse, detta ancora La Contessa
Stefano Randisi : il Conte, suo marito
Marika Pugliatti : Diamante, la seconda Donna
Giovanni Moschella : Cromo, il Caratterista
Giuliano Brunazzi : Spizzi, l'Attor Giovane
Luigi Tabita : Battaglia, generico-donna
Enzo Vetrano : Cotrone, detto il Mago

Gli scalognati:
Antonio Lo Presti : Duccio Doccia e il nano Quaquèo
Margherita Smedile : La Sgricia
Eleonora Giua : Mara- Mara
Paolo Baietta : Milordino

Succede, ma non da ora, che il Vittorio Emanuele abbia una pessima acustica. Succede pure che di alcuni eccellenti spettacoli, come questo I Giganti della montagna di Pirandello messo in scena con grande creatività da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, pure nei panni rispettivi del mago Cotrone e del Conte, si senta il 50% delle parole profferite dagli attori. La soluzione più immediata sarebbe quella di sloggiare da qui e programmare le prossime stagioni di prosa in quello che è l’unico luogo possibile, ovvero l’auditorium del neo Palazzo della Cultura di proprietà del Comune (700 posti contro i 1000 del Vittorio non tutti idonei). Chi vivrà vedrà. Come è noto I Giganti è l’ultima opera di Pirandello rimasta incompiuta perché l’eterna nemica non gli lasciò il tempo di scrivere il terzo atto, anche se ne raccontò lo sviluppo al figlio Stefano. Il plot mette a confronto due modi di concepire il teatro e l’arte. C’è Ilse che qui, forse per omaggio ad Artaud, si sdoppia nelle due gemelle Ester e Maria Cucinotti, un personaggio esaltato e un po’ fanatico che trascina i suoi comici (Marika Pugliatti, Giovanni Moschella, Giuliano Brunazzi, Luigi Tabita) ridotti in rovina, a recitare nelle piazze più scalcagnate il dramma de La favola del figlio cambiato, scritto da un poeta suicidatosi per lei. E c’è Cotrone con i suoi Scalognati: un gruppetto colorito di individui privi di tutto ma ricchi di qualcosa che non si spende e non si acquista: sogni, illusioni, spiriti. Il messaggio della contessa Ilse è che il teatro ha un senso se viene messo a disposizione degli altri, non importa se viene accettato o rifiutato. Cotrone invece pensa che l’arte viva di sé stessa, pura e autonoma da ogni contatto con la vita. L’ultima parola scritta da Pirandello è “paura”. Paura che il messaggio della poesia e del teatro venga soffocato dal fragore dei Giganti, mito d’una società che rifiuta ogni forma d’arte, di spiritualità, di cultura, dedita solo al fare, al produrre, al consumare. Mai opera come questa riflette i tempi che viviamo. Il duo Vetrano-Randisi rende omaggio pure alla Classe morta di Kantor con quei tre banchi di scuola in cui si mischiano personaggi ( Antonio Lo presti, Eleonora Giua, Paolo Baietta) e fantocci calvi, senza dimenticare le proprie origini sicule, quando la “sgricia” di Margherita Smedile vi salta sopra ri-creando un fercolo in processione del “Venerdì Santo” trapanese con tanto di marcia funebre. Belle le luci di Maurizio Viani, minimali le scene di Marc’Antonio Brandolini e acconci i costumi di Alessandro Saviozzi. Calorosi gli applausi finali e repliche sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

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