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Le Recensioni di Gigi - 2012
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 

Amaro ma non troppo
Folies
Le Beatrici
Museo delle Utopie
Andromaca
Cercasi Tenore
Un tram che si chiama desiderio
L'Ufficio (intervista a Bruschetta)
Italianesi

La lampadina galleggiante

Inferno
Grisù Giuseppe e Maria

Il cappello di carta
Tempesta
In cerca d'autore
The Macropulos Case
Leonilde
I Giganti della Montagna
Mela

Fatima Scialdone (intervista)
La Donna perfetta
La Ricetta
Le Mille Bolle Blu
Chiove

Requiem for my mother
Lulu
Antropomusical in the rock'nroll
Salvatore Giuliano
Le Baccanti
A Vilanza
Il Ritorno
La pelle del serpente
Il Diario di Mariapia
La Commedia di Orlando
Che fine hai fatto Pete Best?
Il giorno della civetta

Lunaria
Io e... Indro Montanelli
La casa morta
Miles gloriosus
Due passi sono
Tutto su mia Madre
L'Ufficio
La nave delle spose
Dr. Jekyll e Mr. Hyde
L'arte del dubbio
Il borghese gentiluomo

L’affarista Mercadet

 

 

 

 

 

 

 

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Amaro ma non troppo
scritto, diretto e interpretato da
Patrizia Baluci

Patrizia Baluci sembra la Winnie di “Giorni felici” di Beckett, senza più il suo Willie accanto a leggere il giornale. Non più interrata in quel monticello di terra ma seduta al centro della scena pronta a raccontare al pubblico l’insolita storia di Anna Pellegrino in arte “Dolcelatte”. S’intitola “Amaro ma non troppo” lo spettacolo scritto-diretto-interpretato dalla Baluci, in sintonia con quanto capita ormai a tanti artisti che hanno scelto la via del solipsismo in scena. Anche il suo personaggio è (rimasto) solo, dopo avere avuto tante soddisfazioni nell’arte culinaria e dopo che in un’alluvione le ha portato via tutti i suoi familiari. Avrebbe potuto vincere qualunque “Masterchef” o “Prove del cuoco” televisive Anna Pellegrino, invece il caso, la vita, l’ha portata a convivere con tale Amedeo e a prostituirsi, quasi a sua insaputa, mettendo sempre in primo piano le sue cene eleganti e la sua specialità dolciaria che era il “dolcelatte”. Adesso, dopo la morte per tisi del suo protettore, è lì accanto ad un frigo Zoppas vuoto e ad una cucina simulacro-fantasma rievocato a più riprese. E’ brava la Baluci nel suo rosso vestito a piccoli pois bianchi e tacchi a spillo d’identico colore, commovente, strepitosa come la Lola-Lola di Marlene Dietrich quando canta in tedesco “L’Angelo azzurro” o quando con quella sua voce rochita e ironica ci conduce a tanti personaggi interpretati da Laura Betti, Giulietta Masina o Licia Maglietta, salutati e applauditi alla fine lungamente nella Sala Laudamo.-
Gigi Giacobbe

 

 


foto di Giuseppe Messina

 

 

 

 

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Il cappello di carta
di Gianni Clementi
regia Giuseppe Romani
con
Tuccio Musumeci
e
Massimo Leggio, Olivia Spigarelli, Loredana Marino, Claudio Musumeci, Laura Tornambene, Josefia Forlì

al Teatro Brancati di Catania

Tuccio Musumeci non è solo l’erede dei grandi Musco, Grasso, Abbruzzo e Turi Ferro, ma lui stesso è un caposcuola di ilarità, una maschera indelebile e una figura grottesca teatrale unica nel suo genere. Non c’è personaggio che lui interpreti che non gli dia dei tratti singolari, densi di comicità allo stato nascente, misti a venature di umanità e di commossa partecipazione. Prova ne è questo suo ennesimo lavoro, “Il cappello di carta” di Gianni Clementi, che ha inaugurato la nuova stagione del Teatro Brancati, in cui Musumeci indossa gli abiti d’un (non tanto) rimbecillito nonno, che vive in pianta stabile nella casa romana del figlio Leone (Massimo Leggio), della nuora Camilla ( Olivia Spigarelli), dei due nipoti (la Bianca di Laura Tornamberne il Candido di Claudio Musumeci) e della figlia Anna, vedova 40enne in cerca di marito (Loredana Marino). C’è pure Remo (Josefia Forlì) soprannominato “compagnia cantando” che parla in romanesco e che diventerà parte di quella famiglia di muratori e imbianchini (da qui il titolo della commedia per via dei cappelli di carta fatti con carta di giornali) perché ingraviderà Bianca sposandola successivamente. I fatti che vi narrano si svolgono in una Roma assediata dai nazisti nel 1943, quando veniva bombardata da inglesi e americani e la borsa nera era l’unico mezzo di sopravvivenza delle popolazioni. Giuseppe Romani regista tratteggia l’opera in stile neorealista, grazie pure alla scena in bianco e nero di Riccardo Perricone che cala i personaggi in una cucina-tinello con annesso lettino per Candido e in cui echeggiano motivi del tipo “C’è una strada nel bosco”, “Ma l’amore no” o “Baciami piccina”. Il momento più tragico è quando viene bombardata la Chiesa di San Lorenzo e quando vengono rastrellati gli ebrei del Ghetto per essere condotti lì da dove non torneranno mai più. Un tuffo nel passato per non dimenticare, tante risate con Musumeci, un momento per riflettere sulla misera condizione economica in cui versano oggi giorno tante famiglie e alla fine applausi calorosissimi per tutti i protagonisti.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Requiem for my mother
scritto e diretto da
Donatella Venuti
con
Giada Vadalà e Donatella Venuti

Sono stati recuperati alla Sala Laudamo i due spettacoli “al femminile” di Donatella Venuti e Patrizia Baluci, rispettivamente “Requiem for my mother” della prima (di cui non occorre traduzione) e “Amaro ma non troppo” della seconda. Bloccati nel giugno scorso, come qualcuno ricorderà, perché la regione Sicilia aveva tagliato, a stagione in corso, del -22% (pari a un milione quattrocento settantamila Euro) il contributo annuale all’Ente Teatro di Messina che è di sei milioni novecento sessantaduemila Euro.
“Requiem for my mother” scritto-diretto-interpretato da Donatella Venuti con accanto Giada Vadalà, andato in scena alla Laudamo, è una sorta di psicodramma che una madre e una figlia consumano nell’arco di 70 minuti. Un rapporto caratterizzato da elettrici ed elettrizzanti momenti che le due donne ri-vivono, ripercorrendo almeno un quarantennio di vita, da quando la figlia-bambina non può avere una Barby perché considerata dalla madre un’americanata, a quando adulta insegnante di lettere vomita che questo è l’unico mestiere che una donna può fare in una Sicilia degli anni ’60. C’è troppa legna che brucia in questo dramma. Tante le tesserine che s’intrecciano, da non riuscire sempre a ricomporre il puzzle. C’è una madre che la Venuti interpreta in stile neo-realista, da donna sicula vecchio stampo che si esprime in un comprensibile dialetto, quasi a mostrare la sua intensa esperienza di vita dalla quale ha dovuto trarre virtù, sì da poter convivere con una figlia sfacciata che le si rivolta spesso contro e che nonostante le sue rimostranze stravede per la sua “picciridda” che vorrebbe proteggere e difendere da una società sempre più violenta e criminale. E c’è una figlia che crescendo rifiuta gli insegnamenti cautelativi e ossessivi della madre. E c’è uno zio in odore di mafia che non compare mai, che mantiene economicamente entrambe le donne, forse perché espia il fattaccio d’aver ucciso il padre della ragazza e d’”averle fatto la festa” quando costei aveva quindici anni, la stessa età di Rosetta, figlia di Cesira, di cui qui si vedrà uno spezzone del film “La Ciociara” di Vittorio De Sica, tratto dal romanzo di Moravia, allorquando un gruppo di soldati marocchini violentano madre e figlia in una chiesa diroccata: (scena oltremodo didascalica di cui la Venuti poteva farne a meno). Per Giada Vadalà, credo, sia stato il lavoro più impegnativo che ha interpretato, dovendo diversificare con corpo, viso e voce le varie età della figlia e gli atteggiamenti che doveva assumere quando andava indietro nel tempo o quando ri-viveva i fatti reali o sognati assieme ad una madre che compariva come uno fantasma sulla scena di Franco Lombardo, agghindata con sette lastre di specchi, quanti i peccati capitali, disposti a semicerchio coperti da drappi con al centro un bianco talamo. I costumi erano di Duse, i brani musicali a cura di Arcadio Lombardo. Luci e fonica di Danilo Scuderi.-
Gigi Giacobbe


 

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Lunaria
di Vincenzo Consolo
secondo Roberta Torre
al Palacongressi di Taormina

Contrariamente a quanto scriveva Vincenzo Consolo sulle “note” finali della sua Lunaria, a sua dire “lontano dal genere teatrale” e “solo un cuntu, una storia, un racconto dialogato scritto per essere letto”, è stata invece oggetto di varie messe in scene che lo lasciavano spesso interdetto. Contento solo quando Vincenzo Pirrotta nel novembre del 2007 al Teatro Nuovo Montevegini di Palermo ne aveva realizzato una versione la più vicina al suo pensiero visionario e fabuloso. Adesso, in chiusura del “2° Taormina Book Festival”, si è voluto rendere omaggio all’immaginifico scrittore di Sant’Agata di Militello, scomparso nel gennaio di quest’anno, riproponendo la sua Lunaria con la regia di Roberta Torre. La quale, nella sala piccola del Palazzo dei Congressi, ne fatto una favola noir, con sipario e fondali di plastica trasparente, ponendo al centro della scena la figura del viceré, cui dava vita un carismatico Franco Scaldati, ingabbiato in una sorta di impalcatura piramidale bianca, simile a quegli altorilievi che possono rinvenirsi nelle cappelle delle nostre chiese barocche. Corona, scettro, candelabro e coppa gli pendono dall’alto sulla testa ed è attorniato questo malinconico e depresso monarca palermitano settecentesco da uno stuolo di avidi parenti e cortigiani infidi, qui raffigurati e sintetizzati dal fedele servo Porfirio (Melino Imparato) e dal messaggero Mondo (Rocco Castrocielo) che si frantuma in vari ruoli, nonché dalla sguaiata moglie Doña Sol che si esprime in spagnolo, quasi una Madame Pace pirandelliana quella interpretata da Ersilia Severino. Lo spettacolo della Torre, da preferirsi più al Cinema che al Teatro, (il quarto in ordine dopo Invece che all’una alle due di Rosso di San Secondo al Musco di Catania, La ciociara di Ruccello tratto dal romanzo di Moravia e di recente a Siracusa Gli uccelli di Aristofane) ha avuto i suoi momenti alti quando intervenivano i musici Fabio Tricomi alla tammorra e strumenti antichi, Daniela Santamaura al violoncello e quando la bella voce di Etta Scollo s’inseriva con le canzoni folk da lei composte sui temi dell’opera di Consolo e alla fine lungamente applauditi. –
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Folies
come fare uno spettacolo di rivista o almeno tentare ...
Compagnia Vaudeville

A due passi dalla Passeggiata a Mare e dalla Fiera Campionaria sorge da almeno mezzo secolo il Giardino Corallo, uno dei luoghi più amati dai messinesi perché nei mesi estivi alcune benemerite associazioni offrono loro la possibilità di trascorrere una serata al fresco assistendo ad un film o ad uno spettacolo teatrale o musicale. Sabato ad esempio la Compagnia teatrale “Vaudeville” ha proposto il musical Folies, un omaggio ai vecchi spettacoli di rivista nelle intenzioni o meglio, come suggeriva il sottotitolo, “come fare uno spettacolo di rivista o almeno tentare…”. Appunto “tentare”, perché per parecchi dei ventidue protagonisti, invero più bravi a cantare in inglese che a recitare in italiano, sarebbe più opportuno che finissero i loro studi universitari che a pensare di dedicarsi al teatro. Certamente sono stati sfavoriti da un impianto stereo che strideva e gracchiava, da luci direzionali che tali non erano, da coreografie approssimative, da una scenografia inesistente e anche da una regia, quella di Alessandro Alù, non all’altezza, incapace di coordinare le entrate e le uscite dei protagonisti che vagolavano sul palco per proprio conto. Nonostante tutto si apprezzavano gli sketch comici di Mimmo Manca e Rita Natoli, le gag di Enza Ciacchella e Caterina Irrera, le apprezzabili voci maschili di Davide De Stefano e Marco Mondì e del quartetto femminile di Adriana Bonaccorso, Laura Giannone, Federica Gnoli, Antonella Monaco, a lungo applauditi quando era già mezzanotte.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Tempesta
da William Shakespeare
adattamento e regia
Angelo Campolo e Annibale Pavone

con
Fabrizia Salibra, Marialaura Ardizzone, Adriana Salemi, Peppe Marino, Luisa Sorrenti, Luisa Lentini,
Donatella Alibrandi, Bartolo Trainito, Dino Parisi, Franca Esposito, Donatella Salvà, Angela Alizzi

prodotto da Daf TEATRO DELL'ESATTA FANTASIA

Angelo Campolo e Annibale Pavone nell’adattare e mettere in scena La tempesta da Shakespeare hanno scelto la suggestiva Torre degli Inglesi di Torre Faro, lì dove tutt’intorno da pochi anni è sorto, per merito di Gaetano Giunta, il Parco Horcynus Horca. La torre, restaurata in varie epoche, era una sorta di bastione utile ai britannici per cannoneggiare le navi nemiche che entravano nello Stretto di Messina e oggi si presenta come un labirinto dalle grosse mura, ricco di cunicoli e di stanze con le pareti scrostate che hanno messo in luce gli antichi rossi mattoni. Lo spettacolo, certamente non nuovo nella forma, è una sorta di viaggio che gli spettatori, non più di 40/50 per ogni replica, compiono all’interno della struttura, assumendo il ruolo di naufraghi assieme a Prospero (che non si vedrà mai) in un’isola fantastica: in questo caso all’interno della torre. Il racconto è incentrato su Ariel interpretato da un peperoncino di ragazza, su Calibano anche lei di sesso femminile che si esprime in dialetto siciliano, sull’amore che sboccia tra Miranda e Ferdinando, figlio di Alonso re di Napoli e su altri personaggi e spiritelli usciti fuori dalla fantasia di Franco Scaldati, come Totò e Vicè, e altri reinventati da Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Una voce fuori campo tiene uniti i fili del racconto e tra atmosfere di sogno e sincere riappacificazione si chiude questa pregevole e sintetica proposta di poco meno di un’ora, offerta da una dozzina di giovani aspiranti attori molto applauditi che sono tutti da citare: Fabrizia Salibra, Marialaura Ardizzone, Adriana Salemi, Peppe Marino, Luisa Sorrenti, Luisa Lentini, Donatella Alibrandi, Bartolo Trainito, Dino Parisi, Franca Esposito, Donatella Salvà, Angela Alizzi. Lo spettacolo prodotto dalla Daf è stato dedicato al giovane musicista Pippo Mafali dell’Orchestra del Vittorio Emanuele scomparso da qualche giorno, e verrà replicato questa sera due volte.-
Gigi Giacobbe

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Foto di LESLEY LESLIE-SPINKS

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LULU
di Frank Wedekind
Regia, ideazione, scene e luci di Robert Wilson

Musiche e canzoni di Lou Reed
Costumi di Jacques Reynaud
Compilazione testi e drammaturgia di Jutta Ferbers

Con
Angela Winkler. Anke Engelsmann, Jürgen Holtz, Georgios Tsivanoglou, Ulrich Brandhoff, Alexander Lang, Markus Gertken, Marko Schmidt, Alexander Ebeert, Boris Jacoby, Jörg Thieme, Sabin Tambrea, Ruth Glöss

Prodotto da
Berliner Ensemble in collaborazione con Change Performing Arts

Spoleto55 Festival dei due Mondi
Teatro Nuovo 5-6-7 luglio 2012


E’ una Lulu glaciale quella che Bob Wilson ha presentato al Teatro Nuovo di Spoleto nella 55ª edizione del Festival dei due Mondi, diretta sempre da Giorgio Ferrara. Una Lulu funerea, più vicina a quelle figure femminili dipinte da Delvaux e Bonnard che allo stereotipo con frangettone nero di Louise Brooks immortalato da Pabst nel suo film omonimo e che ha ispirato poi la Valentina di Crepax nelle strips su Linus. Una Lulu immutabile, avvolta nei suoi lunghi abiti liberty, faccia infarinata, sorriso appena accennato, pesante trucco (come tutto il cast alla maniera di Grosz e Dix), permanente ai capelli biondi plissettati sul capo, che all’inizio del secondo tempo appare da sola lungo un viale in fuga di cipressi cimiteriali con un sfilza di lampadari a gocce di cristallo che pendono spenti dall’alto, quasi una Gloria Swanson sul Viale del tramonto che aspetta solo d’essere pugnalata dal suo Jack lo Squartatore, interpretato da Sabin Tambrea lucido nella sua mise nera, capelli biondi scolpiti e impomatati, segaligno come un giunco, somigliante alla rockstar David Bowie, con in mano un pezzo di qualcosa e non una luccicante lama nera. Una Lulu che nella sua discesa agli inferi manifesta un amore di ghiaccio nei confronti di chi l’attornia e cerca d’averla (invano) tutta per se. E’ una Lulu pure in bianco e nero, un omaggio forse di Wilson a quel periodo aureo del cinema muto quando la mancanza del sonoro veniva compensata da una mimica ben studiata dai protagonisti e gli sguardi e l’espressività del viso veniva amplificata con effetti grotteschi e il colore era ancora lì da venire. A differenza di tanti altri spettacoli di Wilson in cui la luce è l’elemento essenziale e i fondali s’impregnano di tutti colori dell’iride, qui i protagonisti si muovono su spazi astratti e/o stilizzati, ricchi di segmenti di freddo neon e di spot sparsi sulla scena, da ritrovarsi in alcuni momenti come all’interno di set cinematografici o teatrali che tendono a diventare per un istante rosso-fuoco, il medesimo colore che violentemente si staglia sul viso e il corpo della protagonista, in netto contrasto con i lunghi guanti verdi che le fasciano le braccia. Come già avvenuto per L’opera da tre soldi di Brecht e per Shakespeare’s Sonette, Wilson dirige ancora una volta i formidabili attori del Berliner Ensemble, alcuni vere glorie del passato (come il “servo di scena” Ruth Glöss che ha recitato con Brecht) e rivisita un altro capolavoro dell’espressionismo tedesco, la Lulu appunto, avendo come collaboratori fidati il costumista Jacques Reynaud e il musicista Lou Reed, le cui composizioni in stile rock-camp vengono eseguite dal vivo da un quintetto di musicisti affiatati. Il risultato, come è nello stile di Wilson, è sempre di alto livello visivo, anche se s’intravede una certa ripetitività stilistica, forse una certa stanchezza nell’individuare espedienti scenici nuovi. Qui il personaggio della Lulu è vestito da una grande Angela Winkler che incarna l’archetipo violento della femminilità ma anche quello di donna contemporanea che anela alla libertà di essere libera. La sua vita sin da bambina orfana, rivela un carattere libertario e libertino che attiene al Teatro delle marionette e del Circo. Forme ossessive, come è noto, che percorrono tutta l’arte del ‘900. Lulu è l’icona della sessualità estrema. Nello stesso tempo è una sacra puttana e una donna antica che trascina con sé nella distruzione un corteo variegato di uomini, anche se il vero soggetto della distruzione è lei stessa, un po’ quello che accade alla Lupa del Verga, alla Maria del Woyzeck di Büchner, alla Carmen di Bizet-Merimeé. Questa donna che non conosce ostacoli nel procacciarsi tutto quello che vuole, finisce poi miseramente accoltellata da un serial killer londinese, il terribile Jack, che nella prima rappresentazione del 1905 era interpretato dallo stesso Wedekind e i panni di Lulu erano vestiti da Tilly Newes diventata poi sua moglie e la sua attrice preferita. Quasi tre ore di spettacolo con intervallo salutati alla fine da applausi interminabili.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Io e… Indro Montanelli
da testi di Indro Montanelli
Elaborazione drammaturgica di Ernesto Galli della Loggia
Regia di Piero Maccarinelli

Musiche di Antonio Di Pofi

Con
Sandro Lombardi e con Ernesto Galli della Loggia

Coprodotto da
Fondazione Corriere della Sera, Associazione Culturale Artisti Riuniti

Spoleto55 Festival dei due Mondi
Teatro San Nicolò 6-7-8 luglio2012


« Fu un grande giornalista. Scrittore dalla prosa secca e pungente, spaziò con eguale efficacia dagli editoriali al grande reportage, ai corsivi fulminanti. Fu autore di non banali libri di storia cui arrise un successo straordinario. Fu per circa quattro decenni la bandiera del più importante quotidiano nazionale, Il Corriere della Sera, e per circa altri due diede vita e fu l’animatore di un altro quotidiano importante, Il Giornale. E in ognuno di tali ruoli, e assommandoli tutti, seppe conquistarsi un seguito di lettori quale forse nessun altro ha avuto nella storia del giornalismo italiano». Indro Montanelli fu tutto, questo scrive Ernesto Galli Della Loggia nella sua riduzione drammaturgica Io e …Indro Montanelli, vestendo per l’occasione il ruolo di attore seduto in prima fila del Teatro San Nicolò, quasi un ventriloquo, a fare domande a Sandro Lombardi che ne interpreta il personaggio senza dovergli necessariamente somigliare, muovendosi piuttosto con tanta bravura, in questa regia di Piero Maccarinelli, tra una scrivania sormontata dall’epica Lettera22 dell’Olivetti e tre microfoni situati accanto a tre postazioni del palcoscenico. Certamente lo spettacolo ha un imprinting di tipo storico-politico. Lombardi parla, legge o fa finta di battere a macchina e dietro scorrono le immagini, inframmezzate dagli interventi musicali di Di Pofi, dei quattro personaggi selezionati da Della Loggia: Mussolini, Togliatti, Moro e Berlusconi, tutti coevi di Montanelli e da lui trattati, cotti e radiografati a puntino. Certamente potevano essere altri i personaggi da inserire, penso a Berlinguer, Andreotti e altri, ma tant’è. Scelte rispettabili che attraverso la voce del corifeo Lombardi-Montanelli rimbalzano nella nostra mente e ci fanno vedere pregi e difetti della nostra Italietta “retorica e filodrammatica” costituita da molte famiglie che ripetono sempre “tutto s’aggiusta” e non è vero perché “tutto s’arrangia”. Una piccola antologia montanelliana, ai confini d’un corretto didascalismo come si potrebbe volentieri udire alla radio o vedere in televisione in una di quelle puntate orchestrate da Gianni Minoli. Ecco cosa scriveva Montanelli sui quattro personaggi: «Mussolini fu egocentrico, prepotente, demagogo e ciarlatano, quanto si vuole. Ma sanguinario, no». «Togliatti non era un grande oratore…in lui c’era dell’altro: un aristocratico disprezzo per la piazza e la folla». Così su Moro: «Io sono giunto alla conclusione che il mito della sua lunga acutezza politica sia dovuto soprattutto alla sua incomprensibilità». Così su Berlusconi: « Quello che voleva era collocarmi in una nicchia come un santone benedicente l’operazione de Il Giornale. Il suo sogno era che Il Giornale continuasse a identificarsi con Montanelli, ma che fosse gestito indipendentemente da Montanelli». Aveva paura di morire Montanelli, come tutti credo, e quando gli domandarono cosa volesse fosse scritto sulla sua lapide rispose : «Genio compreso che spiegava agli altri ciò che egli stesso non capiva».-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

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Le Beatrici
di Stefano Benni
Regia di Stefano Benni e Collettivo Beatrici

Luci di Paolo Meglio
Suono di Francesco Bala

Con
Valentina Chico, Elisa Marinoni, Alice Redini, Gisella Szaniszlò, Valentina Virando

Prodotto da
Bis Tremila in collaboraz.con Bottega Rosenguild
con il sostegno del Teatro Excelsior di Reggello

Spoleto55 Festival dei due Mondi
Chiostro San Nicolò dal 30 giugno al 14 luglio 2012


Cinque ragazze giungono di corsa sul palcoscenico all’aperto del Chiostro di San Nicolò. Hanno tutte un cappellino buffo e recano in mano un’infinità di oggetti, compresi una chitarrina e un minuscolo pianoforte che due di loro strimpellano alla meglio. Sono simpatiche, spigliate, carine, si esprimo in uno slang colorito e raccontano a turno chi sono, da dove giungono, cosa passa loro per la testa, come vivono la vita di tutti giorni, i rapporti con i loro coetanei, senza pudore né timidezza. Le parole mai banali del testo sono di quel fanciullone che risponde al nome di Stefano Benni e fa sempre una certa impressione come questo arguto poeta del nostro tempo riesca con acume e intelligenza a scavare nell’animo delle giovani e meno giovani. Beatrice (Gisella Szaniszlò) si diverte a predire il futuro con le carte, cerca di interagire col pubblico, si esprime in fiorentino e per via del suo nome fa sempre riferimento a quella siluette angelicata, immortalata da Dante non solo nei suoi sonetti, e racconta che amici e parenti la prendono in giro lì dove a quel “ tanto gentile e tanto onesta” fanno seguire quel “pare” (che viene subito dopo) con accenti e virgole come se non lo fosse affatto. La mocciosa Alice Redini, incarna quelle ragazze romane che si esprimono con le vocali aperte e mostrano la propria superiorità solo perché inforcano un paio d’occhialoni rosa e si muovono in sella su moto rombanti. Arriva poi la manager d’una industria del Nord (Elisa Marinoni), una di quelle donne “faccio tutto mi“, che partite dal basso riescono a risolvere con una telefonata o una raccomandazione qualunque problema, anche quello grave degli esuberi: per esempio, eliminando e/o facendo scomparire nel nulla sino il 30% degli operai. Adesso si esibisce la monaca infoiata Valentina Virando, sbucata fuori quasi da quel film di Russel, I diavoli di Ludun, che ha in testa solo il pensiero come farsi sbattere nei modi più strani dal primo che passa, e in mancanza, come poter utilizzare al meglio i grossi ceri che stazionano in chiesa, coinvolgendo nella sua performance anche le altre quattro colleghe che la emulano senza problemi. Siede su una sedia per ultima l’attraente Valentina Chico che racconta ad un pubblico ammutolito le sue pene d’amore e il suo status esistenziale giunto ad un’attesa che le stravolgerà la vita. Infine in chiusura le cinque brave ed esuberanti protagoniste avranno il tempo di schierarsi in fila sul proscenio e concludere uno spettacolo gradevole, divertente, graffiando e ironizzando ancora sulla propria immagine femminile.-
Gigi Giacobbe


 

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In cerca d'autore
Studio sui “Sei personaggi” di Luigi Pirandello
diretto da Luca Ronconi
con gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Impianto scenico di Bruno Buonincontri
Luci di Sergio Ciattaglia

Con
Massimo Odierna, Sara Putignano, Lucrezia Guidone, Fabrizio Falco, Paolo Minnielli,
Elisabetta Misasi, Alice Pagotto, Davide Gagliardini, Elisabetta Mandalari, Rita De Donato,
Elias Zoccoli, Remo Stella, Luca Mascolo, Andrea Volpetti, Andrea Sorrentino

Prodotto da
Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”
e
Centro Teatrale Santacristina

Spoleto55 Festival dei due Mondi
Teatrino delle 18 dal 2 al 7 luglio 2012


Più che uno spettacolo per Luca Ronconi è (ancora) un work in progress, uno “Studio sui personaggi di Pirandello” titolato In cerca d’autore, iniziato nell’agosto del 2010 alla Scuola del Centro Teatrale Santacrisina (che si trova nella frazione di Morleschio in provincia di Perugia), inserito quest’anno nell’ambito del 55Festival dei due Mondi di Spoleto e andato in scena nel Teatrino delle 18, chiamato così perché gli spettacoli iniziano a quest’ora. Ha avuto un approccio riverenziale Ronconi nei confronti di Pirandello, finora mai rappresentato. Forse era rispetto, paura, insicurezza, timidezza. Chissà! Ma quando l’ha fatto, ha scelto un testo fra più enigmatici e paradigmatici di Pirandello. Certamente cercava un modo tutto nuovo e tutto suo per farlo. Lo spazio del Teatrino è una cripta medievale tutta mattoni faccia a vista recuperati e con le volti a botte. La navata di sinistra è libera, mentre quella di destra ospita una tribunetta per 50/60 spettatori, e in largo e in lungo di questo stanzone della tortura sono stati attaccati dei pannelli color ocra ad altezza d’uomo e stazionano solo poche sedie e un piccolo tavolino. Lo spettacolo inizia come da copione, con una compagnia teatrale alle prese, manca a dirlo, di un'altra gemma di Pirandello, Il gioco delle parti, che ad un tratto interrompe attonita le prove per il sostanziarsi sulla scena di sei figure in nero che si danno subito da fare per rappresentare il proprio vissuto, i propri lutti, i propri personaggi straniti e incompiuti. Cercano un autore che dia loro la vita, qualcuno che possa mettere ordine nei loro files mentali. « Come in Matrix – osserva Ronconi – sono ossessioni dell’autore, chimere che stanno là, in quel cervello. Ed è penoso sentirsi prigionieri del cervello degli altri. E’ qualcosa di cui non ti puoi liberare. Questo è il dramma di Pirandello». Rispetto ad altre edizioni dei Sei personaggi, Ronconi evita quel tipo di “teatro nel teatro” che considera “vecchio come il cucco” e libera il dramma da “tutto quel ron-ron tipicamente pirandelliano” rendendo più leggibili alcune scene e più chiari alcuni personaggi. Il padre ( Massimo Odiena) ha una folta barba, una giacca non necessariamente nera e ha pure l’asma. La figliastra, una Lucrezia Guidone che somiglia un po’ a Emma Dante, sembra un’invasata, una pazza che parla con voce aspirata. La madre (Sara Putignano) velettata di nero, scorge entrambi mentre fanno l’amore e va via di testa. L’esile e puntuto figlio (Fabrizio Falco) si struscia in lungo e in largo sulle pareti dello spazio scenico e se potesse ammazzerebbe quel padre. La bambina (Elisabetta Misasi) verrà affogata dalla figliastra in un secchio d’acqua e sarà pure lei a far mettere il dito sul grilletto d’una pistola sulle tempie del giovinetto (Paolo Minnielli) che stramazzerà subito morto a terra. E a mia memoria è la prima volta che vedo nel ruolo di Madame Pace non una megera che straparla in spagnolo, ma una procace e sensuale attrice ( Alice Pagotto) con al collo la strisciolina d’un metro da sarta che manifestamente lesbicheggia con la figliastra nei momenti in cui costei non è impegnata nel più vecchio mestiere del mondo. In evidenza pure il capocomico (Davide Gagliardini) che a tratti sembra volere assumere il ruolo di quel padre venuto da chissà quale mondo. Uno spettacolo compiuto con tutto il resto della compagnia in gran forma e salutato alla fine da ovazioni.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

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Antropomusical...
in the rock'n'roll damnation

Regia di Paride Acacia
coreografie di Sara Laura

con
Sirio Arena, Francesca Belpanno, Maria Susanna Biondo, Adriana Bonaccorso,
Antonella De Francesco, Davide De Stefano, Laura Giannone, Federica Grioli, Marina La Rocca,
Vincenza Merlo, Antonella Monaco, Marco Mondì, Anna Musicò

Compagnia Efrem

Paride Acacia dopo aver vestito centinaia di volte i panni di Gesù nell’osannato Jesus Christ Superstar di Webber-Rice e aver preso parte a tanti altri spettacoli diretti da Massimo Piparo, ha fondato una propria compagnia teatrale, la Efrem, ha scritto e messo in scena alcune pieces teatrali di tutti rispetto e adesso ha curato al Teatro Savio la regia di Antropomusical in the rock’n’roll damnation. Uno spettacolo che ha come fulcro l’irriverente Jesus Christ ma che sconfina all’inizio e alla fine in altri musical di successo come Grease e Mamma mia. Anche perché l’intento dei tredici bravi giovani protagonisti, vere promesse di questo genere teatrale, tutti da citare ( Sirio Arena, Francesca Belpanno, Maria Susanna Biondo, Adriana Bonaccorso, Antonella De Francesco, Davide De Stefano, Laura Giannone, Federica Grioli, Marina La Rocca, Vincenza Merlo, Antonella Monaco, Marco Mondì, Anna Musicò) era quello di non rappresentare un teatro tipo presepe, ma grotowskianamente assumere il ruolo di attori santi per un teatro povero, scuotere il pubblico come scriveva Achille Campanile, e interessarlo al proprio lavoro antropologico. Premesse e promesse non del tutto rispettate, ma che ha messo in luce un gruppo molto affiatato, spigliato e disinvolto nella recitazione, con alcune voci pregevoli come quelle di Federica Grioli nel ruolo di Erode, di Mondì e De Stefano in quelli di Gesù e Giuda (forse le due voci più ispirate) che duettavano e discettavano sulla Maddalena in Strange thing mystifying, partecipando poi un po’ tutti in quel dolce brano che è Everything’s all right e nel finale, un Superstar gioioso con De Stefano di bianco vestito che si esibiva tra il pubblico festante. Uno spettacolo gradevole ed esaltante, con brani rigorosamente rock, ben diretto da Acacia e da Sara Laura per le coreografie, salutato alla fine da applausi calorosissimi.–
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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LA CASA MORTA
di Yannis Ritsos
Regia di Pierpaolo Sepe
Drammaturgia di Francesca Manieri

Costumi di Annapaola Brancia D’Apricena
Disegno luci di Cesare Accetta

Con
Cristina Donadio, Arianna D’Angiò, Luca Trezza.

Produzione: Fondazione Campania dei Festival
Napoli Teatro Festival Italia
in Coproduzione con
Fondazione Salerno Contemporanea, Teatro Stabile D’Innovazione

Parco Archeologico di Pausilypon-Teatro grande 8-9 giugno 2012

Usciti dalla Grotta di Siano si arriva facilmente attraverso una stradina alla villa di Pausilypon, (che vuol dire “Riposo dagli affanni”, mai nome fu più azzeccato) quasi a strapiombo sul mare in quella parte del promontorio di Posillipo formato da rupi di tufo giallo ricoperti di artemisia, ginestra, violaciocca e lentisco, con in faccia agli occhi l’isolotto di Nisida. Proprietario della villa era Publio Vedio Pollione, un cavaliere romano, pure controverso personaggio politico del periodo augusteo (nessun riferimento a personaggi odierni) che alla sua morte (15 a.C.) la lasciò allo stesso Augusto che la ingrandì occupando uno spazio che va da Marechiaro alla cala di Trentaremi. La villa era dotata d’una sorta di agorà e d’un teatrino romano di foggia greca, che gli amministratori partenopei hanno pensato bene di restaurare per renderlo fruibile per la 5ª edizione del Napoli Teatro Festival. In questa rinata location, che molti napoletani sconoscono, Pierpaolo Sepe ha messo in scena in forma quasi oratoriale un testo “funambolico” di Yannis Ritsos, uno dei maggiori poeti greci del ‘900 e cantore d’un mondo mitologico che rivive perennemente nei suoi lavori. Testimoniato da questa lunga poesia La casa morta, pregna di atmosfere classiche, interpretata da una carismatica Cristina Donadio in stato di grazia, quasi un’Elettra dei nostri giorni, ammantata da un drappo rosso magenta, che tra squilli di telefonini, suoni di campane, assordanti rumori di segherie, cantieri edili e traffico cittadino, testimonia il dramma di chi amando il padre (Agamennone) trama col fratello (Oreste) per far fuori la madre (Clitennestra) e il suo amante (Egisto). Certo sono molto più soffuse queste aure di morte e di sangue, seguono un ritmo più intimista, labirintico e si dileguano in un luogo-non-luogo che non è più una reggia ma una casa spoglia, nuda e inquietante abitata da un’altra sorella, la brava Arianna D’angiò ( non si capisce se nei panni di Crisotemi o Ifigenia) che non profferisce mai verbo, ma che attraverso i suoi movimenti astratti o di danza spasmodica, esprime un dolore e una sofferenza immanente, un pathos che si perpetuerà per millenni. C’è un terzo personaggio in questo poetico spettacolo ed è quello del messaggero in giacca e cravatta (Luca Trezza) che porta notizie, forse quelle di Menelao, le cui parole volano nel vento andando ad infrangersi su quella lapide spoglia di Ritsos, nel cimitero di di Monemvasia, scarmigliato dal vento perenne e dagli sbuffi salmastri.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MUSEO DELLE UTOPIE
di Pietro Favari
Adattamento, installazioni e regia di Giuseppe Sollazzo

Costumi di Concetta Nappi
Disegno luci di Guido Levi
Montaggio video di Giuseppe De Vita
Sartoria di Lorenzo Zambrano
Parrucche di Mario Audello

Con
Paolo Panaro, Massimiliano Rossi, Li Yang, Caterina Pontrandolfo, Gabriele Saurio, Mario Santella, Filomena Diodati, Vincenzo Musicò, Claudia Limatola, Olga Cafiero, Roberta Cacace, Clio Abate, Antonio Taiuti, Eddie Roberts, Manuela Morosini, Giuliano Ferrara (in video)

Produzione: Fondazione Campania Festival
Napoli Teatro Festival Italia
Parco Archeologico di Pausilypon, Grotta di Seiano dall’8 al 18 giugno 2012

«Mentre la politica sembra ostaggio delle speculazioni finanziarie e le ideologie sono roba d’antiquariato, buone tutt’al più per recuperi vintage, può essere suggestivo – e persino salutare – rivisitare le sue sorelle più disinibite, le utopie». Parola di Pietro Favari autore del testo il Museo delle utopie messo in scena in modo semiserio e con tanta ironia da Giuseppe Sollazzo nel ventre della Grotta di Seiano: un’incredibile galleria artificiale di quasi ottocento metri, risalente al periodo romano di oltre duemila d’anni fa, che trafora la collina di Posillipo e congiunge Coroglio con il vallone della Gaiola e che nel 1840 fu fatta ristrutturare dal re Ferdinando di Borbone dotando la struttura con ciclopici sottoarchi di tufo ( se ne contano 77 ) per sorreggere la volta in tutta la sua lunghezza. Lo spettacolo, certamente non nuovo nella forma, è una sorta di viaggio tra le utopie della storia, una sorta di Via Crucis con tredici fermate, durante le quali si rappresenta un mondo ideale abitato da noti personaggi che esprimono il loro pensiero tra videoproiezioni, musiche e divertenti teatrini. Prima di avventurarsi nel budello di pietra un uomo e una donna litigano (per finta) perché bisogna rispettare la fila senza privilegi. Poi su un pulpito salgono i simulacri di Mao Tse-tung e di Marx: il primo intona l’Internazionale il secondo sbraita che il comunismo è stato tradito proprio dai comunisti. Poi inforcando in mano un’asta con falce e martello sulla punta, il personaggio Marx (Paolo Panaro) ci invita a seguirlo. Qualche spettatore con chiari segni claustrofobici, si rifiuta d’entrare in galleria e va via, ma sono in tanti ad andargli dietro. Ecco la prima tappa: un letto per le esecuzioni capitali a forma di croce infilzato da una miriade di bandierine USA, stretto da quattro larghe cinture di cuoio, mentre s’ode quel pensierino di Papa Giovanni XXIII sulle carezze ai bambini. Si cammina e ci si ferma davanti al corpo del filosofo e santo Tommaso Moro (Gabriele Saurio) col capo decollato per aver rifiutato di aderire allo scisma anglicano, che ci ricorda che la sua Utopia (in cui vagheggiò uno stato ideale fondato su princìpi comunisti) non esiste. Ecco adesso Mario Santella nei panni di Bizet che dialogando con la madre (Filomena Diodati) crea la sua utopia con Eufonia e mentre inneggia a Karl Valentin e al suo Teatro dell’obbligo un paio d’infermieri lo afferrano e se lo portano via. Sulla piccola scena successiva, di stampo cecoviano, conosciamo il genero di Marx, Paul Lafargue ( Vincenzo Musicò) che sintetizza le teorie di Proudhon in compagnia di sua moglie Laura ( Claudia Limatola) prima che entrambi si suicidino ingerendo acido cianidrico. Adesso al Marx di prima se ne aggiunge un altro (Massimiliano Rossi) gridando all’unisono che il proletariato è un aborto. Segue un filmato su Ezra Pound che ha una moneta per cognome e poi un piccolo spaccato di perfetto bordello frequentato dallo stesso Marx che nell’affermare che lo stato si riappropria del plusvalore ciuccia latte da un biberon mentre una scarlatta terna di prostitute in guêpière (Olga Cafiero, Roberta Cacace, Clio Abate) accudendolo come un bambino gli danza intorno e qualcuna intona arie della Carmen di Bizet. Adesso si è di fronte a un piccolo-triciclo-bianco-funerario, agghindato con rose bianche, cui fa seguito l’ironica immagine di un drammaturgo, un po’ Ecce Homo un po’ San Sebastiano, trafitto da penne di varie fogge perché nessuno mai l’ascolta. E’ la volta poi del teatrino futurista di Tommaso Marinetti (Antonio Taiuti) che vuole mettere in scene in una sola sera tutte le tragedie greche e riassumere tutti i lavori di Shakespeare in un solo spettacolo. Si riprende a camminare e si ha di fronte qualcuno che dice d’essere Gulliver ( Eddie Roberts) che accudisce due cavalli e in un altro angolo appare il faccione di Giuliano Ferrara che fa il verso al delirante 1984 di Orwell e s’intravede pure l’immagine segaligna del compianto Leo De Berardinis. Il viaggio finisce quando in uno spazio prossimo all’uscita appaiono in alto appese tante piccole inquietanti figurine femminili ricoperte da burqua bordeaux in corrispondenza di una sfilza di bacili che giacciano a terra piene di liquido rosso e più avanti un altro gruppo di bamboline da prima comunione o piccole spose agghindate di bianco sempre appese in alto in compagnia di bacinelle per terra senza nessuno liquido.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

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THE MAKROPULOS CASE
da Karel Capek

Regia, ideazione scene e luci di Robert Wilson
Musiche di Aleš Brezina
Costumi di Jacques Reynaud
Light designer di A.J.Weissbard
Drammaturgia di Martin Urban

Con
Sona Cervená, Miroslav Donutil, Filip Rajmont, Václav Postránecký, Peter Pelzer, Pavla Beretová, Jan Bidlas, Milan Stehlík, Vladimír Javorský. Musicisti: Vladimír Strnad, Martin Sedlák, Tomáš Koubek

Produzione: The National Theatre Czech Republic Prague
Napoli Teatro Festival Italia
Teatro Mercadante 7-8-9 giugno 2012

A Bob Wilson piacciono i personaggi che campano più di trecento anni. Forse perché hanno più cose da raccontare, perché certamente vestono più ruoli nella loro lunga esistenza e forse perché, come la maggior parte degli esseri umani, vorrebbe sempre tenere il più lontano possibile l’eterna nemica. Era successo una ventina d’anni fa con Orlando (1929) dell’inglese Virginia Wolf con Isabelle Huppert protagonista, ma anche con altre star nelle versioni successive, è successo adesso con The Makropulos case (1922) del ceco Karel Capek al Teatro Mercadante nella quinta edizione del Napoli Teatro Festival. Opera questa incentrata sulla figura di Emilia Marty, fascinosa donna ammantata di mistero e d’inquietudine, qui con capelli rossi, viso cereo e abito nero quello della formidabile e incredibile Sona Cervená che si porta a spasso splendidamente i suoi 87 anni, che per uno scherzo del destino nel 1565 è stata costretta dal padre, medico e alchimista di corte, Hieronymus Makropulos, a bere una pozione magica preparata per l’imperatore d’Asburgo Rodolfo II e da questi rifiutata, e diventare nei suoi 337 anni di vita una delle maggiori cantanti di ogni epoca. Ogni sessanta/settant’anni cambia identità per non destare sospetti e nella sua lunga vita ha sempre mantenuto le iniziali “E.M.”. Iniziali in stampato maiuscolo e minuscolo che appaiono ad inizio di spettacolo ma anche successivamente, impresse come un rebus su più righe illuminate a giorno su un grande sipario per quanto è grande il boccascena del teatro, per ricordarci che la donna fu all’inizio Elina Makropulos, poi la cantante scozzese Ellian MacGregor, quindi la spagnola Eugenia Montez, ancora la cantante russa Ekaterina Myshkin e infine Elsa Müller prima di diventare Emilia Marty. Nell’arco della sua singolare esistenza questa donna ha patito più d’una morte interiore e a causa dei cambiamenti di identità, necessari a nascondere la sua abnorme longevità, è incapace di amare. La scelta della bellezza senza fine l’ha costretta ad abbandonare innumerevoli figli, mariti e amanti. Nel 1922 ( è da qui che prende avvio il mirabolante spettacolo di Bob Wilson) pare che l’effetto dell’elisir di lunga vita stia per svanire e rifiutando l’idea d’invecchiare Emilia-Elina decide di ritornare a Praga, nella città dove tre secoli prima aveva avuto la sua incredibile avventura, per ritrovare la formula segreta e assicurarsi così altri trecento anni di vita e di giovinezza perché, dice, ha paura di morire. Qui dopo varie disavventure, testamenti andati perduti e poi ritrovati e cause in tribunale, la donna viene in possesso della formula che poi per incanto prenderà fuoco mentre poi slitterà lentamente verso la morte. C’è un uomo, una sorta di fool con bastone e lungo abito nero (Vladimír Javorský) che s’aggira tra i personaggi descritti, che qui appaiono come marionette o meglio come tanti “robot” ( “robota” in ceco, termine come è noto coniato dallo stesso Capek che così designava gli automi del suo famoso lavoro R.U.R. del 1920), agghindati con abiti lucidi simil-pelle di vari colori, con i visi imbiancati e truccati da clowns come in alcuni film di Fellini o come alcuni manichini di Oskar Schlemmer e caracollanti al ritmo di valzer e di dolci carillon. La scena re-inventata da Wilson è come sempre nuda, ampia, spaziosa e pulita nei colori e nelle forme, qui arricchita da una selva di faldoni che lentamente s’innalzano sino a raggiungere la graticcia e verso la fine si staglia un vistoso monolite kubrickiano dietro il quale un giudice discute la controversia finale. Uno spettacolo non facile da seguire per l’intrigato racconto in lingua ceca, reso fruibile attraverso la traduzione in inglese e in italiano su due monitor ai lati della scena e salutato alla fine da un oceano applausi. A quando caro Bob metterai in scena la vita di Matusalemme, patriarca biblico vissuto prima del diluvio universale sino a 969 anni? –
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

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Salvatore Giuliano
di Dino Scuderi
Testi di Franco Ingrillì, Pierpaolo Palladino, Dino Scuderi

regia Giampiero Cicciò

Direzione musicale: Dino Scuderi
Scene: Andrea Bianchi/Forlani
Coreografie: Aurelio Gatti
Costumi: Alessandra Benaduce
Light designer: Umile Vanieri
Liriche aggiuntive: Stefano Curina
con
Giampiero Ingrassia e Barbara Cola

e
Pierluigi Misasi, Luca Notari, Piero Di Blasio, Andrea Spina, Stefania Fratepietro,
Valentina Gullace, Carmelo Gerbaro Mazzone, Paolo Gatti, Laura Pucini, Elisabetta Tulli,
Luciano Guerra, Francesco Di Nicola, Roberto Rossetti, Rosario Gualtieri, Alessandro Marino

Produzione: Rosario Coppolino e Antonella Piccolo
per Molise Spettacoli
in collaborazione con Mediterranea

Cos’è rimasto del bandito Salvatore Giuliano e della sua fosca mitologia a 62 anni della sua morte (non aveva compiuto ancora 28 anni) per mano del cugino Gaspare Pisciotta? Molti libri, molti dubbi, un film del 1960 di Francesco Rosi passato alla storia, uno meno riuscito del 1987, Il siciliano, di Michael Cimino, una pellicola di scarso interesse del 1961 titolata Morte di un bandito di Giuseppe Amato con Francisco Rabal, un’opera lirica in un atto realizzata nel 1986 all’Opera di Roma composta dal maestro torinese Lorenzo Ferrero e questa commedia musicale di Dino Scuderi, già proposta undici anni fa a Taormina Arte e adesso approdata al Vittorio Emanuele di Messina, nella città del suo autore e del regista Giampiero Cicciò ( dove rischiava di non andare in scena per i noti paventati tagli della Regione Sicilia nei confronti dei Teatri pubblici e privati compreso quello di Messina). A Scuderi autore pure dei testi assieme a Franco Ingrillì e Pierpaolo Palladino, così pure a Cicciò, non interessa scavare sui rapporti tra mafia e politica già molto saldi a quel tempo e il ruolo che ebbe Turiddu Giuliano nella Strage di Portella della Ginestra il 1° maggio del 1947, dopo che comunisti e socialisti avevano vinto per la prima volta le elezioni regionali. Né interessa fare luce su quei documenti americani provenienti dagli archivi dell’OSS ( Office Strategic Services, sigla dei servizi segreti statunitensi prima della nascita della CIA) grazie ai quali quella strage fu inserita al centro del patto segreto tra i servizi segreti americani per l’appunto, la mafia, la Chiesa e i partito cattolico ad essa legata, i resti del fascismo di Salò, secondo i dettami di una guerra fredda non ancora dichiarata ma con gli schieramenti già in campo. Lo spettacolo, con le accattivanti musiche di Scuderi e il canto d’una ventina di protagonisti capitanati da Giampiero Ingrassia nel ruolo del titolo e da Barbara Cola in quello della sorella Mariannina, punta piuttosto ad enfatizzare la figura di Giuliano, con l’intento quasi di farne un personaggio maledetto da rotocalco, preda di famelici cronisti da Epoca all’autorevole Times, feticcio erotico persino per la bella giornalista svedese con la quale avrà una storia d’amore, qui scandita da una dolce melodia. Uno spettacolo in cui Turiddu Giuliano è una sorta di Robin Hood dei poveri che crede nel movimento indipendentista di Finocchiaro Aprile e che in bocca ha solo una parola: «libertà». Un personaggio quasi ingenuo pure per il modo come si farà convincere a prendere parte a quella strage a lui attribuita e sempre rigettata. “Tutte le ragazze gli scrivevano amore, tutte le mamme lo chiamavano caro figliolo…” echeggia un trio di donnine simili ad un ritrovato Trio Lescano, mentre alle sue spalle i soliti noti tramano su come sbarazzarsi di questo capobanda buono per tutte le stagioni, ignaro o non perfettamente consapevole degli avvenimenti politici che lo vedono primo attore in quel teatrino di lupare spianate dal 1943 al 1950.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Miles Gloriosus
di Plauto
Traduzione di Filippo Amoroso

Regia di Alvaro Piccardi

Con
Edoardo Siravo, Antonio Silvia, Marco Simeoli, Renato Campese
Francesco Silella, Lara Balbo, Ruggero Cecchi, Giulia Di Quilio
Leidys Candy Rojas Martinez

Scene di Lorenzo Ghiglia
Costumi di Daniela Cernigliaro
Musiche di Stefano Marcucci

Produzione: Teatro dei due Mari di Messina e Pragma s.r.l.

Teatro greco di Tindari dal 24 maggio al 9 giugno 2012

Pirgopolinice, un soldato spaccone e vanitoso rapisce la bella Filocomasia fidanzata con un giovane pieno di garbo Pleusicle. Inizia così il Miles gloriosus di Plauto nella traduzione di Filippo Amoroso, con uno sguardo forse a quel Vantone tradotto da Pasolini nel 1961, in cui i personaggi si esprimevano in romanesco. Inizia in un modo che doveva fulminare e intrappolare il popolino del 3° secolo a.C. per non farlo scappare via ad assistere a spettacoli di saltimbanchi o di gladiatori, grosso modo lo stesso pubblico che ieri come oggi vuole sapere se il giovane innamorato riuscirà a ri-conquistare la sua innamorata. Diciamo subito che alla fine ci riuscirà, grazie all’aiuto prezioso di amici e servi compiacenti che architetteranno un’intelligente quanto complicata beffa o meglio una sonora stangata che Pirgopolinice, carico di legnate, si ricorderà per tutta la vita. Lo spettacolo, propiziato dal Teatro dei due Mari nella sua XII stagione, messo in scena in modo eccellente da Alvaro Piccardi in un Teatro greco ricco di giovani studenti, miracolato da un tempo che minacciava nuvole e vento gelido, è godibile dall’inizio alla fine, per merito soprattutto d’un cast affiatato e di tutto rispetto, anche se poco noto, che s’è espresso in colorite parlate dialettali, dalla Ciociaria alla Sicilia, con battute salaci e/o beffarde e i cui dialoghi scoppiettanti creavano grande ilarità. Semplice la scena di Lorenzo Ghiglia (alcune colonne mozze, qualche capitello e una facciata lignea con due porte) mentre i costumi sobri erano di Daniela Cernigliaro e le musiche di Stefano Marcucci. Edoardo Siravo è un Miles alquanto gloriosus, con gonnellino, mantello bordeaux e imbracato in una corazza di seconda mano, usurata e ramata. Marco Simeoli nei panni di Palestrione, col suo scilinguagnolo partenopeo è il vero motore dello spettacolo nonché l’astuto architetto della sonora beffa. Renato Campese, una presenza assidua di Tindari, con la sua pulcinellesca maschera, nei panni del vecchio Periplectomeno, ci ricorda quanto Plauto influenzò la Commedia dell’Arte. Lara Balbo, una Filocomasia senza alcuna sorella gemella, rappresenta l’oscuro quanto celato oggetto del desiderio. Ruggero Cecchi è Pleusicle, un elegante uomo in frac e poi in divisa di ufficiale di mare, razionale e un amante che non molla mai l’osso. In evidenza i servi Artotrogo di Antonio Silvia e Sceledro di Francesco Silella, nei rispettivi idiomi catanesi e baresi, e infine le pacchiane mignotte Acroteleuzio di Giulia Di Quilio e la Milfidippa di Leidys Candy Rojas Martinez che si riveleranno le vere salvatrici della giovane coppia. Molti applausi calorosi e repliche a giorni alterni con l’Andromaca di Racine sino al 9 giugno.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Andromaca
di Jean Racine
Traduzione e adattamento di Filippo Amoroso

regia di Massimiliano Farau

Con
Manuela Mandracchia, Graziano Piazza, Fabio Cocifoglia
Silvia Siravo, Renato Campese, Simone Ciampi, Antonella Nieri, Paola Surace

Scene Michele Ciacciofera
Costumi di Ilaria Albanese
Musiche di Emiliano Branda

Produzione: Teatro dei due Mari di Messina e Pragma s.r.l.

Teatro greco di Tindari dal 25 maggio al 10 giugno 2012

La reggia di Pirro, figlio di Achille, ad opera dello scenografo Michele Ciacciofera, diventa un cerchio di grano visto dall’alto, con uno scranno di spalle e una serie di cubi sparsi lungo la circonferenza, tanti quanti i protagonisti in scena. Massimiliano Farau regista al Teatro greco dell’Andromaca di Racine ha creato uno spettacolo raffinato, oltremodo paradigmatico e metateatrale, complice quella tavola-rotonda-senza-tavola in cui i personaggi possono lanciarsi l’un l’altro sguardi ferali, come strali, esprimenti le passioni più recondite. L’ampollosa tragedia di Racine (1667) ispirata come si sa all’Andromaca di Euripide e al 3° libro dell’Eneide di Virgilo, appare qui più purificata, non solo perché Racine ha tolto all’eroina del titolo il figlio (Molosso) natole da Pirro, ma anche perché dei cinque atti originari Filippo Amoroso ha ricavato un solo tempo di due ore godibile e asciutto, una sorta di riduzione efficace, travagliata e tutto sommato aderente allo spirito poetico del tempo. Il plot della tragedia può così riassumersi: Oreste ama non riamato Ermione, la quale ama non riamata Pirro, il quale ama non riamato Andromaca. Questi amori contrastati ricchi di sfumature psicologiche, causano due vittime: la morte di Pirro ad opera di Oreste e il suicidio di Ermione che esclamerà a quel cicisbeo di Oreste: «Qui te l’a dit? - Chi te l’ ha detto di fare questo?». Su tutti i personaggi si erge la figura regale e superba di Andromaca, vestita in modo mirabile da Manuela Mandracchia in abiti rigorosamente neri che ha conferito al personaggio valenze rare d’una mater dolorosa con gli occhi condannati ad un eterno pianto, che nel ricordo del suo amatissimo Ettore non può mai accettare che il suo figlioletto Astianatte venga ucciso per mano di chi dovrebbe sposare e amare. E se ad un tratto accetterà di fare questo passo, per lei dolorosissimo, sarà solo perché subito dopo si sarebbe tolta la vita. Accanto a lei, un autorevole Graziano Piazza nel ruolo di un giusto Pirro cieco d’amore per Andromaca con abiti vagamente di colonnello dei carabinieri ( i costumi postmoderni sono di Ilaria Albanese, mentre le solenni musiche sono opera di Emiliano Branda) e all’oscuro di ciò che un destino crudele sta tramando alle spalle. Da canto suo Silvia Siravo vestita di bordeaux alla greca, incarna benissimo il personaggio di Ermione: stizzosa e odiosa nei confronti di Andromaca, adorante verso Pirro e rigettante verso l’Oreste di Fabio Cocifoglia, il quale con abiti verdi di militare di terra è colui destinato a vestire i panni di giustiziere della notte (nell’Orestea di Echilo è colui che uccide la madre Clitennestra e il suo amante Egisto) e sarà sempre costretto a fuggire lontano questa volta in compagnia dell’amico Pilade (Simone Ciampi). Si fanno notare le due confidenti di Andromaca ed Ermione, rispettivamente la Cefisa di Paola Surace e la Cleone di Antonella Nieri e il sempre presente Renato Campese nei panni militari di Fenice, precettore di Pirro. Applausi calorosissimi alla fine e repliche sino al 10 giugno a giorni alterni col Miles gloriosus di Plauto.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Leonilde
storia eccezionale di una donna normale
di
Sergio Claudio Perroni
tratto dall'omonimo testo edito da Bompiani

regia: Roberto Andò

con
Michela Cescon

scene e costumi: Giovanni Carluccio
musiche: Marco Betta
luci: Franco Buzzanca

produzione: Teatro Stabile di Catania

Teatro Ambasciatori dal 15 al 27 maggio 2012

Il monologo è un modo tosto di far teatro. Richiede una memoria ferrea e una concentrazione non comune. L’one man (o woman) show (come solitamente si definisce questo tipo di spettacolo, senza fare riferimento al cabaret) prende di mira fatti e misfatti realmente accaduti o mette in risalto biografie di personaggi significativi della nostra società. Teatro civile, Teatro sociale o Teatro politico è il modo più semplice per definirlo. Il nostro paese è ricco di personaggi che hanno dato lustro a questa forma di teatro. Basti citare Fo, Baliani, Bergonzoni, Rossi, Paolini, Enia, Cuticchio, La Ruina e sul versante femminile, Franca Rame, Angela Finocchiaro, Laura Curino, Fatima Scialdone, Ottavia Piccolo e di certo ne dimentico tanti e tante altre. Adesso dopo Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale di Sergio Claudio Perroni, un monologo messo in scena in bello stile da Roberto Andò all’Ambasciatori di Catania, interpretato magnificamente da Michele Cescon nei panni della carismatica figura di Nilde Iotti, possiamo ascrivere il suo nome fra le protagoniste di quella lunga lista. Sin dalle prime battute la Cescon solo con la sua faccia senza dover somigliare alla Iotti, con addosso un modesto vestitino azzurrino a piccoli pois, ci fa entrare nella vita di questa coraggiosa donna di Reggio Emilia nata nel 1920 ultima figlia di quattro fratelli. Il padre ferroviere è pure sindacalista socialista, la madre casalinga ha la terza elementare. Capisce sin da piccola che la scuola è la cosa più importante. A 14 anni muore il padre e con una modesta pensione la famiglia va avanti. La madre racimola qualcosa facendo la lavandaia, lei dà lezioni ai bambini. Dal padre eredita una camicia di flanella (da cui ricaverà un vestitino) e un cappotto, in bella vista sulla scena di Giovanni Carluccio - suoi anche i costumi - assieme a una sfilza di cappellini sul proscenio e alcune pile di sedie visibili in trasparenza sul fondo, che utilizzerà tante volte rivoltandolo. A 18 anni, nel 16° anno dell’era fascista con le leggi razziali vigenti, pur essendo figlia di contadini socialisti viene accolta all’Università Cattolica di Milano dove più tardi si laureerà in lettere. Per un po’ fa l’insegnante ma l’uccisione di due suoi amici e compagni le fa maturare uno spirito antifascista interessandosi attivamente di politica. Nel 1943 si iscrive al PCI e partecipa attivamente alla lotta di resistenza con funzioni di porta ordini. Dopo essere stata presidente dell’UDI (Unione Donne Italiane) nel 1946 viene candidata dal PCI e viene eletta parlamentare e membro della Commissione dei 75 che diede vita alla Costituzione Italiana. Nel 1948 rieletta alla Camera dei deputati, siederà tra i banchi di Montecitorio ininterrottamente sino al 1999 (anno della sua scomparsa), presiedendo l’Assemblea in qualità di Presidente della Camera dei deputati per tre volte consecutive, ricoprendo questa carica per 13 anni dal 1979 al 1992. Lo spettacolo condensato in meno di un’ora dà grande risalto alla sofferta relazione con Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, di 27 anni più anziano di lei (sposato con Rita Montagnana e padre di Aldo) che avrà termine nel 1964 con la morte del leader comunista. Il loro legame diventa pubblico in occasione dell’attentato subito da Togliatti del 1948 quando lei l’accudisce amorevolmente in ospedale e lui lascia moglie e figlio senza qualche disappunto dei militanti comunisti. La Cescon ad un tratto s’infila in testa una parrucca simile alla nota capigliatura della Iotti con riga centrale e capelli raccolti a crocchia e ricorda che Gramsci le sembrava un nome russo, l’inchiostro verde utilizzato da Togliatti nelle lettere che le scriveva, l’incontro con Stalin e soprattutto tutte le rinunce che ha dovuto affrontare nella sua vita, comprese quella di non avere avuto una figlia propria ma solo ottenuta con l’affiliazione di dell’orfanella Marisa Malagoli, sorella minore di una dei sei operai uccisi in uno scontro con le forze dell’ordine il 9 gennaio 1950 a Modena nel corso d’una manifestazione operaia. Simbolo indiscusso e capofila di una generazione di donne che dovettero lottare contro il bigottismo e una società maschilista, antifascista di ferro, intelligente e volitiva, oggi più che mai in un panorama dove la classe politica femminile è stata anche rappresentata da starlette senza scrupoli e donne senza valore, Nilde rappresenta una donna da ricordare e emulare Lo spettacolo si conclude come prende avvio all’inizio, con una voce fuori campo che dice: Iotti..Iotti…bianca…Iotti..Iotti, bianca etc…-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Baccanti
di Euripide

al Teatro Greco di Siracusa
in scena sino al 29 giugno 2012

INDA 2012
XLVIII Ciclo di rappresentazioni classiche

Non è alto sui coturni il Dioniso di Maurizio Donadoni. Conserva solo di quest’ultima opera del V secolo a.C. scritta da Euripide, una maschera rigida sul viso con corona dorata e s’avanza al centro della skené come un deus sopra una machina nera, a metà tra una piccola kaaba islamica della Mecca e un fercolo religioso utilizzato nel venerdì santo di Trapani o di Siviglia per portare in processione statue o reliquie di santi. Nel suo minaccioso prologo si comporta come coloro che dicono “voi non sapete chi sono io”, o come quei malavitosi che pretendono rispetto incondizionato da quanti li circondano per non finire morti ammazzati. Al centro delle Baccanti, dall’attualità perenne, c’è la vendetta di Dioniso contro i nemici del suo culto, in particolare contro le zie, sorelle di sua madre Semele e contro suo cugino Penteo re di Tebe. Questi suoi parenti, un po’ per invidia un po’ per superficialità, hanno diffuso la voce che Dioniso non era nato da Zeus, ma da una relazione tra Semele e un uomo mortale e che la storia del rapporto con Zeus era solo uno escamotage per mascherare la loro scappatella e quindi negavano la natura divina di Dioniso considerandolo un comune mortale. Utilizzando le sue arti magiche Dioniso renderà folli le donne tebane che fuggiranno sul monte Citerone - raffigurato qui come un grande sole ligneo a gradoni, proiezione o un doppio quasi del rotondeggiante spazio scenico – luogo in cui celebreranno riti in onore del dio, diventando Baccanti, ossia donne che celebrano i riti di Bacco, altro nome di Dioniso. Ma a non credere sulle qualità divine di Dioniso c’è ancora il Penteo di Massimo Nicolini, agghindato come un centurione del Colosseo, che disconoscendo le qualità divine di Dioniso lo considererà solo un demone adescatore di donne. E a niente varranno gli interventi plateali, in stile Morrocchesi (il brando, la vergogna, la morte…), di Cadmo (Daniele Griggio), nonno di Penteo e dell’indovino cieco Tiresia ( Francesco Benedetto) per persuaderlo che Dioniso è un vero dio. Penteo allora fa arrestare Dioniso, che si lascia catturare volutamente, liberandosi subito dopo in un niente. Certamente anche Penteo, al pari di Dioniso, non è un personaggio positivo, appare infatti tirannico, irascibile, irrazionale, testardo delle proprie convinzioni che gli sembrano le più giuste. I due personaggi per alcuni aspetti sono speculari l’uno all’altro, al punto da somigliarsi verso la fine dell’opera: Penteo travestendosi da Baccante, Dioniso indossando i panni del despota spietato. Nell’elegante messinscena di Antonio Calenda le ventitré Baccanti, suddivise in due gruppi, non compiono rituali particolari come quelli di far sgorgare vino latte e miele dal monte Citerone, non squartano vive durante i loro furori dionisiaci intere mandrie di mucche, né saccheggeranno interi villaggi mettendo in fuga i loro abitanti (non si usava a quel tempo mostrare in scena episodi orripilanti e sanguinarii) piuttosto sembreranno all’inizio delle donne musulmane, con una specie di burqa nero con gli interni rossi, da sembrare poi, tolto il velo sino al busto, delle valchirie con parrucche mesciate di rosso, delle vampire imbellettate e sensuali che corrono e danzano con le gambe candide, chiuse nei loro body color carne e nelle loro svolazzanti ampie gonne con i colori del Milan, un corpo di ballo che inanella e imbastisce coreografie semplici ma efficaci, propiziate dalla Martha Graham Dance Company, che intervengono nello spettacolo pure con funzioni di coro, capitanato dall’efficace corifea Gaia Aprea. Qui i comprimari arrivano in scena, ristagnano ritti come i cantanti delle opere liriche, dicono le loro battute e vanno via. Amen. Nessun stravolgimento nella partitura dell’opera da parte di Calenda nella chiara traduzione di Giorgio Ierano, distante da quell’edizione “sofisticata” di Familiari del 1976 in giro per teatri antichi siciliani e eoliani, nel cui dramma euripideo fu inserita una lunga citazione tratta dalla Fenomenologia della religione di Van der Leeuw dove l’individuo Pentheus, definito l’uomo del dolore, viene messo a morte ritualmente, con innesti nel prologo di Ezra Pound (Canto XVII dai Pisan Cantos) e un mix di versi di Rilke e Benn nel finale. E rimane sempre indimenticabile l’edizione delle Baccanti di Ronconi ridotta a monologo in quel progetto di Laboratorio Teatrale di Prato nel 1977, una sorta di discesa agli inferi da parte dell’indimenticata Marisa Fabbri. Ma non è finita qui perché dal racconto del secondo messaggero (Giacinto Palmarini) si saprà che Penteo, vestito da Baccante, potrà spiare di nascosto quelle donne invasate, mentre Dioniso potrà aizzare le Baccanti contro di lui che lo ridurranno in brandelli. Non solo, ma la prima ad avventarsi su di lui sarà proprio sua madre Agave, impersonata da una dolente Daniela Giovanetti, che nel suo delirio di Baccante non sa che in quel nero involucro che tiene in mano non c’è la testa d’un leone ma quella di suo figlio Penteo. Il vecchio Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire Agave, ma a quel punto riappare Dioniso tutto vestito di bianco che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina e nel condannare Cadmo e Agave all’esilio si conclude la tragedia: considerata tradizionalmente un’opera religiosa, anche se rivela intimamente delle forti ambiguità come certa critica ha evidenziato negli ultimi decenni. Se Euripide avesse voluto mettere in scena un'opera religiosa, non avrebbe messo così in evidenza gli aspetti più sconcertanti del dionisismo, ma avrebbe probabilmente posto maggiormente l'attenzione sui lati positivi. Per questo motivo alcuni studiosi (Guido Guidorizzi e Vincenzo Di Benedetto) arrivano a interpretare le Baccanti in senso del tutto opposto, considerandola non una riscoperta della religione, ma anzi una forte invettiva antireligiosa. E lo dimostrerebbe la critica che Cadmo rivolge a Dioniso verso la fine dell'opera: «non è bene che gli dei rivaleggino nell'ira con gli uomini», critica cui il dio non dà alcuna risposta, limitandosi a ribattere che questa è da sempre la volontà di Zeus. La tragedia insomma si chiude con molti interrogativi e nessuna risposta, mentre una sola cosa svetta con evidenza su tutte: la spietata vendetta del dio Dioniso.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

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Due passi sono
scritto, diretto e interpretato
da
Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo

spettacolo vincitore Premio Scenario per Ustica 2011

Due passi sono è una favola poetica di 45 minuti scritta-diretta-interpretata da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, due giovani talentuosi teatranti di Messina lei, di Reggio Calabria lui, che dopo aver vinto il Premio Scenario Ustica 2011 sta riscuotendo successi in tutta l’Italia. Su un microspazio a scacchi bianchi e neri i due minuti protagonisti se ne stanno seduti su due sedie color arancio, quasi come il re e la regina nelle loro caselle e1 e d1, illuminati solo da una lampada a stelo e avendo accanto una bottiglia di plastica e un vaso con un fiore dal grosso pistillo giallo e dai petali color fucsia sagomati con tessuto ricamato all’uncinetto allungabile a piacimento di Cri. Questo il nome di lei, mentre il nome di lui fa Pe. Due acronimi sbucati fuori non tanto da alcuni protagonisti del teatro di Beckett, quanto da quei personaggini raccontati da Giuliano Scabia nel suo “Teatro Vagante” o rinvenibili nel mondo dei fumetti in quelle coppie composte da Topolino e Minnie o da Charlie Brown e Lucy. I loro dialoghi sono inframmezzati da silenzi che diradano il tempo e lo spazio. Lui vorrebbe alzarsi e uscire, ma non può perché ha le gambe molli. Lei invece si prende cura di lui contandogli le pillole che dovrà ingurgitare e muovendosi in tutte le direzioni della scacchiera. I due protagonisti hanno paura che i germi possano contaminarli e si toccano con guanti di lattice e selezionano i cibi che possono mangiare o rifiutare. Sembrano soli a questo mondo, ma si fanno coraggio commentando le notizie sui giornali e disquisendo sulle stelle e sul mare che da lontano è una tavola e da vicino ondeggia di continuo. Affrontano la vita con ironia, rinnovata fantasia e con un pizzico di ilarità, e in chiusura sarà lui ad alzarsi dalla sua postazione estraendo da un cuscino un tulle bianco e un abito da sposa che adornerà il corpo di lei, unendosi infine i due in un grosso abbraccio come due innamoratini di Peynet. Applausi oceanici alla Sala Laudamo, pure per le scene e i costumi di Cristina Minasi e per Il Castello Sancio Panza produttore dello spettacolo da non perdere e repliche sino a oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cercasi Tenore
di Ken Ludwig
regia Giancarlo Zanetti

Scene Nicola Rubertelli

con
Gianfranco Jannuzzo
e
Federico Pacifici, Claudia Coli, Tiziana Bagatella, Fabrizio Apolloni,
Rodolfo Medina, Stefania Papirio

con la partecipazione di
Milena Miconi

Ken Ludwig, drammaturgo statunitense di York (Pennsylvania) ha scritto una dozzina di commedie compreso un musical di successo Crazy for you con musiche di Gershwin. Un suo brillante e divertente lavoro, Cercasi tenore (Lend me a tenor) che ha debuttato a Londra nel 1986 e che a Broadway è stato rappresentato per 14 mesi di fila, è approdato adesso al Vittorio Emanuele ( con repliche sino a domenica) con la regia di Giancarlo Zanetti e la traduzione di Lilla Picciotto. Il plot ambientato negli anni ’30 del secolo scorso, all’interno d’un salotto color crema con vetrata centrale da cui è ben visibile un accogliente sofà dal gusto peccaminoso (la scena è di Nicola Rubertelli, mentre i costumi deco sono di Dora Argento), ruota attorno a Max (Gianfranco Jannuzzo) un galoppino tuttofare dello scorbutico Saunders (Rodolfo Medina), produttore dell’Opera di Cleveland, che in realtà aspira a diventare un famoso tenore. L’occasione gli viene data dall’arrivo del famoso tenore spagnolo Tito Merelli (Federico Pacifici) che doveva interpretare Otello e che messo knockout da un cocktail a base di alcol e sedativi, verrà sostituito dal talentuoso Max che grazie ad una serie di equivoci gli consentiranno di raggiungere l’obiettivo. Nel primo tempo, dove il bravissimo mattatore Jannuzzo riesce a strappare al pubblico qualche risata, conosciamo la brava Claudia Coli nei panni di Maggie figlia del produttore, la soprano arrivista Diana (Stefania Paririo) che per avere una parte andrebbe a letto con chiunque, la passionale moglie Maria ( Milena Miconi) del cantante spagnolo, l’elegante “zia” Giulia (Tiziana Bagatella) e il cameriere in livrea (Fabrizio Apolloni). Nel secondo tempo Ken Ludwig si ricorda che è esistito nel 3° secolo a.C. un tale Plauto autore dei Menaechmi, due fratelli gemelli ripresi poi da Shakespeare nella Commedia degli equivoci e Jannuzzo e Pacifici, agghindati entrambi da Otello, con continui scambi di ruoli, riescono a far sorridere la dormiente platea del teatro e a creare situazioni divertenti, comiche gags ed equivoci, grazie pure a quelle protagoniste femminili che amano giacere in soffici divani.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

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I Giganti della Montagna
di Luigi Pirandello
regia Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino
costumi Elena Mannini
musiche Marco Betta
movimenti coreografici Donatella Capraro
luci Franco Buzzanca

con
Magda Mercatali, Vincenzo Pirrotta, Gian Paolo Poddighe
Anna Malvica, Vitalba Andrea, Giancarlo Condè, Barbara Gallo
Enzo Gambino, Camillo Mascolino, Plinio Milazzo, Giampaolo Romania, Sergio Seminara

e con
Lucia Fossi, Luca Iacono, Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Alberto Mica
Viviana Militello, Nicola Notaro, Ramona Polizzi, Lucia Portale, Francesco Russo
Clio Scira Saccà, Giorgia Sunseri, Irene Tetto


produzione
Teatro Stabile di Catania

L’ultimo pensiero di Luigi Pirandello prima che l’eterna nemica se lo portasse via con sé, pare fosse rivolto ai suoi Giganti della montagna rimasti incompleti nel quarto momento del terzo atto, ricostruiti dal figlio Stefano “da quanto gliene disse suo padre e col senso che avrebbe dovuto avere”. Giuseppe Dipasquale, affascinato da questo arcano, ripropone quest’incompiuta, al Teatro Verga di Catania, come se quelle poche paginette di Stefano potessero aggiungere qualcosa di nuovo o di non detto o come se quella lunga schiera di registi, a cominciare da Strehler e a finire con Vetrano-Randisi, non avesse messo in debito conto il suo valore. Semmai sono servite (quelle paginette) a Dipasquale ad animare in un paese di balocchi i suoi fantocci, abitatori d’un pianeta che scompare nel secondo tempo, ma ben visibile nel primo, quando la compagnia degli attori della contessa Ilse (una sofferta e affranta Magda Mercatali) giunge alla villa di Cotrone (del sempre energico e corpulento Vincenzo Pirrotta) e dei suoi scalognati per completare una missione d’arte e d’amore. Lo spettacolo si caratterizza per la bella scena di Antonio Fiorentino, una sorta di antro oscuro, un cul-de-sac, una galleria di metrò con una vista nell’universo stellare, da dove si può ammirare un pianeta che lievita, forse quello stesso abitato dai Giganti, mostri della politica e dell’economia, dell’industria e della scienza, che non appariranno mai, ma che di loro si udrà solo il crepitio di tamburi o d’una guerra alle porte. Andrà avanti quella piccola umanità di fuoriusciti e di comici sino alle soglie delle abitazioni dei Giganti. Vuole rappresentare, su indicazioni di Ilse, la Favola del figlio cambiato, un’opera scritta da un poeta suicidatosi per lei e a niente serviranno gli sforzi di Cotrone per farla desistere e accontentarsi di vivere la sua vita. Nel finale tragico – quello raccontato da Stefano - Ilse non ce la farà e il suo corpo si spezzerà come quello d’una marionetta e con lei morirà l’arte e in certa misura pure il metafisico Pirandello. In evidenza il conte di Gian Paolo Poddighe, il Cromo di Giancarlo Condè, la Sgricia di Anna Malvica.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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'A Vilanza
di Nino Martoglio e Luigi Pirandello
regia Federico Magnano San Lio

scene Angela Gallaro
costumi Giovanna Giorgianni
musiche Aldo Giordano
luci Franco Buzzanca

con
Mimmo Mignemi, Angelo Tosto, Egle Doria, Margherita Mignemi
Olivia Spigarelli, Clelia Piscitello, Luana Toscano

produzione
Teatro Stabile di Catania

‘A vilanza (1917) è un termine catanese che indica la bilancia, quella che s’intravede in bassorilievo nelle aule dei tribunali e che nella vita di tutti i giorni dovrebbe bilanciare fra gli umani il bene e il male e definire chi ha torto e chi ha ragione. Qui in questa commedia scritta a quattro mani da Nino Martoglio e Luigi Pirandello (autori pure di quel capolavoro di drammaturgia che è Cappiddazzu paga tuttu) “possiamo cogliere – come scrive Sarah Zappulla Muscarà nell’introduzione a Tutto il teatro in dialetto di Pirandello in due volumi edito da Bompiani) – l’abilità tecnica martogliana e la dialettica razionalità pirandelliana”. Come dire, gli stilemi comici e tragici caratterizzanti i loro singoli percorsi drammaturgici, sottolineati da Federico Magnano San Lio nella sua divertente e abile messinscena al Musco di Catania, facendo muovere tutti i protagonisti, ben caratterizzati nei loro ruoli, attraverso una serie di velatini trasparenti raffiguranti maschere grottesche (la scena era di Angela Gallaro) e inserendovi alcune allusioni erotiche come quelle d’infilare, alcuni personaggi, il dito nella bocca d’un fiasco di vino. Si racconta di due coppie legate dal vincolo del comparatico. La prima coppia è formata da Oraziu Pardu (Mimmo Mignemi) e Ninfa, la seconda da Saru Mazza (Angelo Tosto) e Anna. Nella versione tragica i ruoli di Ninfa e Anna sono ricoperti rispettivamente da Egle Doria e Luana Toscano, in quella comica da Olivia Spigarelli e Margherita Mignemi. I ruoli maschili rimangono gli stessi per entrambe le versioni, mentre ad arricchire lo scilinguagnolo etneo ci pensa la Donna Rachele della simpatica Clelia Piscitello. Succede che Saru è travolto dalla passione per comare Ninfa e che del tradimento s’accorgano sia sua moglie Anna che compare Oraziu, il quale con grande lucidità progetta un piano che gli si rivolterà contro. Infatti volendo rendere pan per focaccia giusto per equilibrare i piatti della bilancia, anche lui giacerà con la comare Anna. Ma non gli basta violarne la moglie. Vuole che suo compare Saru sappia del tradimento della moglie e che soffra intensamente. Succede invece che Saru tornando a casa spari due colpi di lupara ad Orazio freddandolo all’istante. Nessun equilibrio dei piatti della bilancia può esserci - dichiarerà rivolto al cadavere in un momento di furore e disperazione – tra chi è stato sedotto (lui) da una sgualdrina tentatrice (Ninfa) e chi (Oraziu) ha violentato una moglie santa (Anna). “ Le coordinate che sottendono al delitto – suggerisce ancora la Muscarà – sono il duplice modello muliebre della lupa insaziabile e della “madre santa”, custode dei valori familiari; e il retaggio di una cultura arcaica che intende l’onore come privilegio indiscusso d’incontaminazione sessuale”.-
Gigi Giacobbe


 

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Tutto su mia Madre
testo teatrale di Samuel Adamson dal film di Pedro Almodovar
traduzione di Giovanni Lombardo Radice
regia Leo Muscato

con Elisabetta Pozzi
Alvia Reale ed Eva Robin's

Quando tredici anni fa uscì Tutto su mia madre, uno dei più bei film di Pedro Almodovar, fu subito amato dal pubblico e dalle giurie di tutto il mondo che gli tributò i premi più prestigiosi. Il film di quel tempo e adesso pure lo spettacolo teatrale scritto da Samuel Adamson, tradotto sapientemente da Giovanni Lombardo Radice e messo in scena con molto patos da Leo Muscato, contiene in sé uno di quei comandamenti fondamentali che molti sanno ma che si dimenticano di osservare, ovverosia di amare il prossimo come se stessi. Aiutare l’altro, solidarizzare con lui, condividere le sue pene e le sue gioie: quello che in buona sostanza realizza il gineceo di donne qui raffigurate con seri problemi esistenziali, affrontati sempre frontalmente e con dignità non nascondendosi mai dietro un dito. A Manuela (Elisabetta Pozzi) infermiera di Madrid, una macchina le investe mortalmente suo figlio 17enne Esteban (Alberto Onofrietti), il quale non ha mai conosciuto il padre Lola, un travestito con due grosse tette il quale a sua volta ha messo in cinta Rosa (Silvia Giulia Mendola) una futura suora trasmettendole l’AIDS, lasciando sempre all’oscuro di tutto sua madre Alicia (Paola Di Meglio). L’attrice Huma Rojo (Alvia Reale) vive un amore lesbico con Nina (Giovanna Mangiù), pure lei attrice, drogata e sua partner in teatro. Fra di loro si frappone il colorito e travolgente trans Agrado ( Eva Robbin’s), uno spirito schietto convinto che nella vita ci siano di autentico solo i sentimenti e il silicone. Lo spettacolo teatrale, più lento e più lungo di quasi un’ora rispetto al film, è un grande omaggio alle donne, al cinema, al teatro e all’arte delle attrici. E non è un caso che vengano citati Eva contro Eva di Mankiewicz e si rappresentino in scena schegge di quel Tram che si chiama desiderio di Tennesse Williams e nel finale si faccia cenno alle Nozze di sangue di Garcia Lorca. Le scene di Antonio Panzuto hanno come fondale uno spaccato di teatro e in sua assenza appaiono una serie di belle figurazioni astratte, forse del catalano Antoni Tapies scomparso da poco. Lo spettacolo, cui prende parte pure Alberto Fasoli in più ruoli, ha l’andamento d’un grande melodramma, in cui tutti i personaggi (con i costumi di Gianluca Falaschi), resi magnificamente da un cast di tutto rilievo, vengono assolti tout court, qualunque possa essere il loro peccato e viene fuori che l’unica cosa che conta davvero nella vita è l’amore che ciascuno è in grado di dare ad un’anima innocente e di non star lì a giudicare ciò che non si riesce a comprendere nella sua interezza. Molti e calorosi applausi finali e repliche al Vittorio Emanuele sino a domani pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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Un tram che si chiama desiderio
di Tennessee Williams
traduzione: Masolino D’Amico

regia: Antonio Latella

scene: Annelisa Zaccheria
costumi: Fabio Sonnino
luci: Robert John Resteghini
suono: Franco Visioli
con
Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi,
Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Rosario Tedesco

produzione
Teatro Stabile di Catania, Emilia Romagna Teatro Fondazione

Antonio Latella per questa sua personale messinscena, all’Ambasciatori di Catania, di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, inizia dalla fine, da quando Blanche ( Laura Marinoni) in braccio al dottore (Rosario Tedesco) viene portata in un ospedale psichiatrico, riavvolgendo così all’indietro il nastro registrato della sua vita, mostrando al pubblico il suo caotico vissuto, quasi come quel personaggio del film La vie à l’envers di Alain Jessua del 1965 il cui senso finale può così riassumersi: noi possiamo essere felici, ma veramente felici, quando diventiamo pazzi. Quando Blanche giunge a New Orleans in casa della sorella Stella ( Elisabetta Valgoi) sposata con Stanley (Vinicio Marchioni) un immigrato polacco dai modi bruschi e violenti, è una donna sfasciata. Stanca, per aver dato sepoltura ai suoi cari. Depressa, per essere stata causa (forse) del suicidio del marito omosessuale. Disgustata verso gli uomini che la reputano un facile bocconcino. Inferocita verso quel preside che l’ha espulsa dalla scuola (dove insegna letteratura) per aver sedotto un ragazzo di 17 anni. L’unica cosa che le resta da fare è fuggire lontano, prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro chiamato Cimitero e scendere alla terza fermata dei Campi Elisi. Per farci entrare dentro la testa turbata di Blanche, Latella ha creato una sorta di magazzino di mobili da montare, scheletri di sedie, un tavolo, un letto con testata barocca, un paralume rosso accanto ad sedia d’ufficio, pure un lavabo, una vasca da bagno, su cui sono montati come protesi, riflettori, amplificatori, spot e microfoni, un faro da cinquemila watt manovrato da Eunice (ambiguamente interpretato da Annibale Pavone con tacchi a spillo che illumina costantemente Blanche) utile pure a svegliare quegli spettatori che di tanto in tanto s’abbioccavano. A detta di Latella « gli oggetti in scena sono memoria di se stessi, hanno perso la loro funzione d’uso per diventare proiezioni della mente di Blanche. Per questa ragione gli oggetti non ricevono luce ma illuminano, non subiscono il dramma ma contribuiscono a diffonderlo». Laura Marinoni con quella sua voce sensuale incarna bene la psiche di questa donna problematica, scivolata nel baratro dell’alcolismo e della ninfomania, particolari del resto evidenziati da altre attrici in altre edizioni di questo lavoro, compreso quello del 1947 di Elia Kazan, cui si deve quattro anni dopo il noto film del titolo con Vivian Leigh e Marlon Brando. In quella casa della sorella dei Campi Elisi, Blanche non troverà né affetto né tranquillità. La sua presenza infatti per differenti modus vivendi ( lei sofisticata e snob, sorella e cognato felici ma poveri) scatenerà tensioni e conflitti che spezzeranno il fragile equilibrio di quella coppia. Stella se ne starà di canto col suo pancione pronta a dare alla luce una montagna di coriandoli, Stanley zomperà addosso alla cognata in una sorta di amplesso in cui non si capisce se è lui a stuprare lei o è lei a stuprare lui e sfumerà alla donna pure un possibile matrimonio con Mitch (Giuseppe Lanino) amico di Stanley e infine Blanche si rinchiuderà nella follia come atto estremo di salvezza. Uno spettacolo niente affatto realistico, piuttosto una seduta psichiatrica in cui gli spettatori vedono ciò che accade in scena attraverso la mente e gli occhi deformanti di Blanche e dunque uno spettacolo dissonante, ostico a seguire talvolta, ma di certo uno spettacolo d’autore che vive una realtà contemporanea piena di schegge e di vetri sfrangiati e appuntiti.-
Gigi Giacobbe

 


dal 12 al 29 aprile 2012

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Mela
di Dacia Maraini
regia di Romano Bernardi
con
Alessandra Cacialli e Debora Bernardi

produzione Associazione Città Teatro

I veri amici, diceva Brecht, si accolgono in cucina. Per Dacia Maraini invece autrice di Mela, un bel testo dei primi anni ’80, ricco di sfumature psicologiche, messo inscena da Romano Bernardi con garbo e senza fronzoli, la cucina diventa il luogo delle confessioni più intime, quelle che rivelano, con accenti realistici, tre donne di tre diverse generazioni che vivono nella stessa casa: la nonna Mela (Alessandra Cacialli), la figlia Rosaria (Debora Bernardi) e Carmen, figlia di quest’ultima (Luisa Ippodrino). Rosaria è l’unica che porta soldi a casa con le sue traduzioni dal portoghese, ama-riamata da 13 anni, ognuno nelle proprie case, un tale di nome Costante col quale ha condiviso lotte studentesche sessantottine, crede ancora nella trasformazione della società in senso democratico, è lei che cucina stira e riassetta e si fa un mazzo così per mandare avanti questo piccolo gineceo familiare e nei momenti di sconforto si rivolge alla compagna Santini raffigurata in un quadretto. Mela è una nonna giovanile, canticchia spesso voglio vivere così col sole in faccia, raggranella qualche lira in teatro come suggeritrice, accettando talvolta d’essere utilizzata come attrice, si tiene in forma frequentando maschi più giovani di lei, non disdegnando rivitalizzanti rapporti sessuali e per le sue notturne uscite sbarazzine batte cassa alla figlia. Carmen è una giovane studentessa svogliata e viziata, è fidanzata con un tale Mario e serba in seno un segreto di quelli pesanti che riesce a svelare solo alla nonna e non alla madre, che non s’accorge di quello che sta succedendo almeno da un paio d’anni sotto i suoi occhi. Un segreto che manderà in aria i suoi sogni decidendo d’uccidersi col gas in un giorno in cui gli operai della centrale hanno deciso di fare sciopero e chiudendo lei lo spettacolo con una grande risata. Brave le tre protagoniste, applauditissime e a loro agio sulla scena architettata da Cinzia Puglisi, vestite con i costumi Sorelle Rinaldi. Un ennesimo successo al Teatro Brancati diretto oculatamente da Tuccio Musumeci.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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Il Ritorno

di Sergio Pierattini
progetto e regia di Veronica Cruciani

con
Milvia Marigliano, Renato Sarti
Arianna Scommegna, Alex Cendron

scene e costumi: Barbara Bessi
disegno luci: Gianni Staropoli
musiche: Paolo Coletta

Sulla scena nuda e nera solo tre sedie e una panca in calcio d’angolo, lì dove le luci non la illuminano, rendendo ugualmente visibili i personaggi “a riposo”. I quattro interpreti, padre, madre, figlia e figlio, molto concentrati prendono posto e i loro dialoghi sembrano dei cazzotti che sferrano in un incontro di boxe. Anche se i fatti si svolgono nel bergamasco, dove i terroni e la gente di colore non gode molte simpatie, questa famiglia è di sinistra, ha lavorato duramente nella propria azienda e vive con decoro. Adesso questo nucleo rivive e affronta con molta partecipazione la tragedia che è capitata alla loro figlia (Arianna Scommegna), rea d’essersi innamorata e d’aver sposato un marocchino che lavorava alacremente nell’azienda edile del padre e ancor più colpevole per averlo ammazzato perché s’è sentita tradita da uno di “quelli lì” che pensava solo di tornare al suo paese. Il ritorno della donna in casa dei genitori, dopo aver scontato un bel gruzzolo d’anni di galera, costituisce motivo di violente discussioni col fratello ( Alex Cendron) che resta sempre il coccolone di famiglia, con la madre (Milvia Mirigliano) energica, litigiosa, risoluta nel continuare ad andare avanti senza mai infierire sulla figlia con quel suo dirle sempre “niente gioia è tutto a posto” e col padre (Renato Sarti) che dopo il pasticciaccio, di cui si sente in parte colpevole, è andato via di testa. Sergio Pierattini autore de Il ritorno (questa volta non sulla scena) così pure la regia di Veronica Cruciani, cui si deve un lavoro di ricerca di tipo antropologico su due quartieri di Bergamo, non si sofferma tanto sulle ragioni del delitto, quanto sulle inquietanti e contrastanti relazioni che vivono i quattro personaggi, investiti senza volerlo da questioni cruciali come l’emigrazione, i contrasti sociali, la necessità d’un lavoro, la voglia di riscatto, il pudore e l’opinione del quartiere. Uno spettacolo di tipo oratoriale, asciutto, essenziale di 60 minuti, ottimamente reso dai quattro protagonisti sbucati fuori dall’Actors’Studio di Strasberg, applauditissimi alla fine e in scena alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'Ufficio

di Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre
regia: Ninni Bruschetta

scene: Mariella Bellantone
luci: Antonio Rinaldi
costumi: Cinzia Preitano
musiche: Toni Canto

con
Maurizio Marchetti, Antonio Alveario, Giampiero Cicciò
Lucio Patané, Adele Tirante, Maurizio Puglisi e Livio Bisignano

Se in Lavori in corso di Claudio Fava quel Ponte sullo Stretto, con toni di “teatro civile”, non s’ha da fare né ora né mai, in questo L’ufficio di Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre, sia pure con accenti politici, rimane negli intenti registici di Ninni Bruschetta una commedia comica e modernissima, un continuum col precedente lavoro. Se possiamo annuire sul primo aggettivo dobbiamo dissentire sul secondo perché, vista la velocità con cui si succedono i fatti nel mondo, con una realtà che supera spesso la fantasia, di modernissimo rimangono solo i classici greci ai quali aggiungerei Shakespeare e un tale Erwin Piscator in compagnia di Bertolt Brecht. Tuttavia è pregevole oggi che un Teatro pubblico come quello di Messina proponga una drammaturgia contemporanea e che cerchi di valorizzare gli artisti della propria città con proprie produzioni come al momento sta avvenendo con Trovarsi di Pirandello. L’ufficio in questione è diretto da un Dio diverso da quello che tutti s’immaginano, interpretato da un Maurizio Marchetti vestito di bianco in stato di grazia. Non è un Dio cattolico, piuttosto un Dio laico, un demiurgo che ordina un mondo che va alla malora e che non può essere salvato né da lui né dai suoi squinternati ministri perché l’uomo è libero, di operare in perfetto libero arbitrio e di scegliere senza essere determinato da alcuna necessità. E’ un Dio che si muove dietro un lungo tavolo avendo alle spalle un grande oblò, un occhio orwelliano sul mondo che diventa pure uno schermo per potervi vedere gli accadimenti della storia mondiale (la scena metafisica è di Mariella Bellantone, i costumi di Cinzia Preitano). E’ un Dio capriccioso, ironico, ama la musica, è assistito da una segretaria efficiente qual è Adele Tirante bravissima pure a cantare un tango-passion, è tifoso del Barcellona di Lionel Messi dal quale, tramite il ministro della passione di Giampiero Cicciò che si muove come uno stilista di moda, riceverà un pensierino con dedica. E’ un lavoro forse che Bruschetta ha troppo sopravvalutato, intravedendovi situazioni surreali e paradossali che coinvolgono il nostro paese e non solo, in cui però sono assenti le voci del dissenso dei cittadini e delle parti sociali per poter fare da controcanto o da contrappunto. Per cui l’addetto alla politica (Antonio Alveario) con fare d’un Gasparri e parafrasando Paolo Villaggio de La corazzata Potionkin dirà che il Big Bang è una schifezza, mentre l’addetto all’ecologia (Lucio Patanè) s’impegnerà senza successo a chiudere il buco dell’ozono e il gobbo responsabile all’economia (Maurizio Puglisi) con qualche machiavellismo racconterà solo storielle morali. Comunque sia, quel Dio che vorrebbe essere chiamato “Dino” non lancerà più il meteorite sulla terra, gli uomini si salveranno, il mondo continuerà ad esistere e sarà testimoniato dall’entrata in scena nel finale di Bartez (Livio Bisignano) altro esperto che si aggiungerà ai suoi colleghi senza qualità. Applausi calorosi al Vittorio Emanuele e repliche sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'Ufficio
di Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre
regia: Ninni Bruschetta

scene: Mariella Bellantone
luci: Antonio Rinaldi
costumi: Cinzia Preitano
musiche: Toni Canto

con
Maurizio Marchetti, Antonio Alveario, Giampiero Cicciò
Lucio Patané, Adele Tirante, Maurizio Puglisi e Livio Bisignano

 

Intervista a Ninni Bruschetta
di Gigi Giacobbe

Dopo Trovarsi di Pirandello, il Teatro di Messina produce L’ufficio, un testo contemporaneo di Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre, gli autori del Boris televisivo, che debutterà in prima assoluta al Vittorio Emanuele dall’11 al 15 aprile con la regia di Ninni Bruschetta. Il cast, tranne Lucio Patané che è romano (non inganni il nome siculo) è formato da attori messinesi doc come Maurizio Marchetti, Antonio Alveario, Giampiero Cicciò, Adele Tirante, Maurizio Puglisi e Livio Bisignano. Le scene sono di Mariella Bellantone, i costumi di Cinzia Preitano, le musiche di Toni Canto, l'aiuto regista è Laura Giacobbe.

Bruschetta che cos’è l’Ufficio?

« E’ un testo originale scritto da due miscredenti come Ciarrapico e Torre, recitato da un ateo come Marchetti e diretto da un cattolico praticante come il sottoscritto ».

Qual è l’argomento?

« L’ufficio del titolo è quello di Dio, interpretato da Marchetti, con tanto di ministri e compiti equamente distribuiti. C’è Piotr (Alveario) addetto alla Politica: Zita (Puglisi) all’Economia: Vassilij ( Cicciò) alle Passioni: Marcus (Patané) responsabile dell’Ecologia e infine c’è Anna (Tirante) la sensibile assistente di Dio».

Cosa succede in questo Ufficio?

« I responsabili dei vari dicasteri, esprimendosi grottescamente con termini tecnici, quindi suscitando ilarità, lavorano per aggiustare ma mai per modificare il corso delle cose del mondo ».

Che tipo di Dio è quello qui raffigurato?

« Non è il Dio dei cattolici, piuttosto un Dio umanizzato, partecipa, ama il calcio, soffre, si emoziona, si altera, si dispiace nel vedere l’uomo scegliere il Male e non il Bene».

Nessun riferimento con l’Unto del Signore con sede ad Arcore?

« Assolutamente no ».

Come s’inquadra questo suo lavoro con i precedenti?

« E’ il completamento del percorso drammaturgico intrapreso con Lavori in corso di Claudio Fava. Lì ho cercato di mettere in scena un testo di “teatro civile”, brechtiano se vuole, qui invece ne L’ufficio, con uno sguardo a Il diavolo e il buon Dio di Sartre, ho trattato l’argomento come una commedia reale, comica e divertente con contenuti politici e surreali ».

Come va a finire?

« Visto come vanno le cose sulla terra, Dio si prepara per la fine del mondo, ma è costretto a desistere perché i suoi ministri si ribellano, ottenendo i pieni poteri per un altro anno. Trascorso il quale si registra un certo miglioramento nei vari settori, ma ognuno deve ammettere che la situazione è rimasta pressoché invariata. Il mondo non finisce qui perché gli uomini avranno ancora tempo per capire, imparare a scegliere e forse cambiare».-

Gigi Giacobbe


 

 

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Laura allo specchio
testo di Fernando Pannullo da un'idea di Fatima Scialdone
con Fatima Scialdone

arrangiamenti musicali Francesco Bancalari
alla chitarra Fausto Mesolella

Intervista a Fatima Scialdone
di Gigi Giacobbe

S’intitola Laura allo specchio il monologo con musica e canzoni scritto da Fernando Pannullo e ideato dalla cantante-attrice originaria di Gaeta, Fatima Scialdone ( molti la ricordano alcuni anni fa a Messina per essere stata alla Sala Laudamo protagonista dello spettacolo Ria Rosa, una canzonettista di successo degli anni ’20 e ’30), che lei stessa interpreterà il 30 marzo prossimo al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, avendo accanto Francesco Bancalari al pianoforte e Fausto Mesolella alla chitarra. Un modo per riproporre la sfaccettata figura di Laura Betti, attrice di teatro e di cinema, scomparsa otto anni fa, ma anche quello di ricordare Pier Paolo Pasolini, nel 90° anno della nascita, autore pure della canzone “Come le nuvole” dedicata proprio alla Betti e le cui musiche furono affidate all’estro di Domenico Modugno.

Signora Scialdone come nasce questo spettacolo?

« Nasce da un incontro di tanti anni fa al Teatro Libero di Palermo, quando eravamo in scena nello stesso spazio, io con un testo di Vaclav Havel e lei, Laura, con “Una disperata vitalità” di Pasolini. Mi vide, ci parlammo e mi invitò a Roma per darmi degli spartiti di canzoni. Le ricordavo qualcosa di lei. D’un tempo. Mi chiese se sapevo cantare. Confesso che conoscevo la Betti solo per averla vista in alcuni film come Novecento di Bertolucci, La dolce Vita di Fellini, Teorema di Pasolini e me la ricordo come una donna fuori dalle righe che mi dava un certo timore. Io ero da poco uscita dall’Accademia S. D’Amico, lontana da tante stravaganze del mondo dello spettacolo. Decisi d’andare a trovarla ».

Che cos’erano questi spartiti?

« Erano gli spartiti completi di “Giro a vuoto”, uno spettacolo che fece storia, con le canzoni scritte per lei da Pasolini, Arbasino, Fortini, Flaiano, Moravia,con musiche di Carpi, Nebbia, Umiliani. Era un mondo, quello dei favolosi anni ’60, che assolutamente non conoscevo. Mi diede prima tre canzoni e mi disse energica: «Imparale a memoria e poi vediamo». E ancora: « Lo sai come mi chiamavano a me? La Giaguara!». Ero al buio di tutto. Chiamai la mia insegnante di canto dell’Accademia Adriana Martino che mi dette un vinile proprio di “Giro a vuoto” e mi spiegò qualcosa. Laura era molto diretta nei suoi modi e io non potevo e non volevo sbagliare. Capivo che era un gesto molto generoso anche se fatto alla sua maniera. Studiai le canzoni e ritornai da lei ».

Cosa avvenne dopo?

« Le piacque come cantavo e mi raccomandò di non ingrassare come lei. Perché era importante che io rimanessi così com’ero a quel tempo, con la mia silhouette e con la mia voce, per poter cantare quel repertorio a lei tanto caro e per me così prezioso. Mi raccontò un sacco di storie la “Giaguara”. Alcune le racconterò al pubblico. ».

E poi?

« Sono passati tanti anni da quell’incontro molto particolare. Fortunatamente avevo conservato nel cassetto i suoi spartiti. Mi faceva paura affrontare un “ momento di cultura “ così importante come quello che la Betti mi aveva proposto. Il suo “Giro a vuoto” con la regia di Crivelli era andato in scena a Milano nel 1962 ed era stato un trionfo. Mai in Italia prima d’allora c’era stato una One woman show. In Europa sì. In Italia iniziò lei. Andò a Parigi con quello spettacolo a “Le Petit Théâtre de Paris” e nei quattro mesi di repliche si registrò il tutto esaurito. In quel momento c’erano in scena Juliette Grèco, Edith Piaf ed altre star. Lei divenne amica di tutte, pure di Sartre, Aragon e dello stesso Andrè Breton che vedendola in scena rimase colpito da quella donnina bionda che, con esperienza canore di Jazz, riusciva a teatralizzare testi paradossali e romantici. No, decisamente non ero pronta a 25 anni a fare tutto ciò. Rimisi tutto nel cassetto. Poi anni dopo incontrai Fernando Pannullo, attore e collaboratore di Maurizio Scaparro, e con lui iniziammo a scrivere altri spettacoli “al femminile”. Gli parlai di quell’incontro con Laura Betti e della mia incapacità a portarlo avanti e lui, che aveva vissuto il periodo di Pasolini compresi i funerali a Piazza Campo dei fiori, lì dove la voce di Moravia urlava: « Non ammazzate i poeti. Di poeti veri ne nasce uno ogni cento anni», scrisse il testo, curò la ricerca storica e la parte drammaturgica e io sono riuscita a realizzare questo spettacolo, anche con l’apporto del “Fondo Pier Paolo Pasolini” fondato proprio dalla Betti. Ed eccomi qui a raccontare e cantare Laura allo specchio. Adesso sono pronta.».

Che idea s’è fatta di Laura Betti?

« Era una donna fuori dagli schemi. L’ho conosciuta anziana, arrabbiata, ancora più anticonformista di quanto lo fosse in gioventù. Una potenza! Ha inventato una forma di cabaret sconosciuta da noi, anche se praticata da tempo in Francia. La svolta della sua vita fu l’incontro con Pasolini, un “veneto” nato a Bologna che entra quasi di soppiatto nella sua vita e vi resta condizionandola per sempre, diventando “sua moglie non carnale”. Un legame che le procurerà frutti notevoli sul piano artistico e inaudite sofferenze in seguito.».

Che tipo di spettacolo vedremo?

« Non sarà una commemorazione, ma un Concerto-Spettacolo, ispirato a quel “Giro a vuoto” accennato prima, fatto di canzoni teatralizzate e con il gusto di ri-scoprire temi, personaggi, musiche, immagini rappresentative degli anni ’60 ancora oggi attualissime che a distanza di tempo assumono la luce del Mito. Sarà uno spettacolo dedicato a Laura Betti, cui si deve proprio a lei la grande diffusione nel mondo di tutta l’opera di Pier Paolo Pasolini, un omaggio ad una delle personalità più ricche, più poliedriche e controverse della nostra cultura e del nostro spettacolo italiano.».


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La pelle del serpente
scritto e diretto da Nicola Calì
con
Giovanni Boncoddo, Nicola Calì, Simonetta Pisano, Gianni Di Giacomo, Simonetta Pisano
scene David Crea
Costumi Santino Macchia
Musiche originali Pippo Mafali

Giovanni Boncoddo gioca a scacchi con la morte come ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Torna in scena dopo otto anni da quell’incredibile incidente che l’ha miracolosamente lasciato vivo e raziocinante e gioca adesso ad interpretare il ruolo di Curzio Malaparte negli ultimi giorni della sua vita quando sta per tirare le cuoia in un lettino d’ospedale. L’atmosfera creata da Nicola Calì, regista de La pelle del serpente, un atto unico di 60 minuti ricavato da alcune schegge del noto romanzo La pelle dell’avventuroso ed esibizionista giornalista-scrittore-drammaturgo che fu Malaparte, sembra quella di A porte chiuse di Sartre con l’eterna nemica che si beffa dei vivi. Lo stesso Calì, incomprensibile nel profferire verbo forse per motivi odontoiatrici, veste i panni d’una specie di medico in camice nero ( i costumi sono di Santino Macchia, le musiche di Pippo Mafali ) che inietta morfina e nello stesso tempo sembra proprio una comare secca che non vede l’ora d’ingurgitare quel malato terminale che delira e fa sogni surreali. Il dialogo fra i due sembra quello del condannato a morte col suo carnefice che appare trasfigurato in sogno con la faccia del suo (di Malaparte) cane Febo: le tre infermiere di bianco vestite (Simonetta Pisano, Eliana Risicato, Valentina Sicari) vengono accostate al Trio Lescano che cantano Maramao perché sei morto e Tuli –tuli-pan: mentre gli altri due sanitari - uno dal perfetto aplomb professorale (Gianni Di Giacomo), l’altro ( Alessandro Santoro) in abiti borghesi curvo, anfetaminico e sudaticcio, quasi una sorta di Frankenstein junior - cercano di alleviare le patologie di cui è affetto quell’ammalato di riguardo. Sulla scena nera di David Crea solo alcuni elementi (lettino con comodino, un porta-catino, un vecchio grammofono) e un Boncoddo che grida che “la guarigione è la morte e la malattia è la vita” e non si dà pace nell’avvertire che “la morte non può essere donna perché la donna ci dà la vita”. Consueti applausi finali e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La nave delle spose
di Lucia Sardo e Elvira Fusto

Impianto scenico e regia di
Giuseppe Dipasquale

Costumi di Marella Ferrera
Musiche originali di Mario Incudine
Movimenti coreografici di Donatella Capraro
Luci di Franco Buzzanca
con
Lucia Sardo, Miko Magistro, Ornella Brunetto, Annalisa Canfora, Giada Colonna, Valeria Sara Costantin
Enzo Gambino, Rosario Minardi, Clio Scira Saccà, Federica Sandrini, Luana Toscano, Lucia Fossi
Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Viviana Militello, Ramona Polizzi, Lucia Portale, Giorgia Sunseri
Irene Tetto, Luca Iacono, Alberto Mica, Nicola Notaro, Francesco Russo

Produzione Teatro Verga Stabile di Catania
dall’8 al 30 marzo 2012

In chiusura di spettacolo “La nave delle spose” cola a picco prima d’arrivare nel porto di New York e quelle donne che nuotano in quell’acquitrino costruito lungo tutto il proscenio, quasi come il finale di “Cevengur” di Lev Dodin a Gibellina vecchia in un’edizione delle Orestiadi del 1999 - quando gli abitanti di questo villaggio vedendo svanire l’utopia comunista si suicidano immergendosi con una grossa pietra nelle acque fredde d’un vascone sul proscenio - vedono svanire le speranze d’una nuova vita accanto a chi si è conosciuto soltanto tramite una vera o falsa fotografia ingiallita. All’inizio sembrano lapidi viventi quelle povere disgraziate agghindate da Marella Ferrera con tutte le sfumature dei grigi e dei seppia sino ai neri con in mano i ritratti sfocati di quegli uomini che sposeranno per procura una volta giunte in nave negli Stati Uniti. Adesso sono lì in uno spazio grigio quadrangolare, quasi una stanza della tortura, mentre scendono dall’alto funerei abiti da sposa tutti pizzi e merletti e una lignea scaletta della nave è pronta ad accoglierle nel suo ventre ferroso. E’ “La nave delle spose” un testo dall’impianto classico, che ha come modello Le Troiane di Euripide, scritto in lingua e in dialetto siciliano da Elvira Fusco e Lucia Sardo, quest’ultima pure nei panni di Annaluna, la narratrice visionaria che ha perso un figlio in una tempesta, che non scende mai a terra quasi fosse parente di quel Pianista sull’oceano di Novecento di Baricco-Tornatore, di certo una corifea che fa il paio con il Giovanni Capra di Miko Magistro, un Caronte dalla voce tonante che registra i passeggeri, li divide tra uomini e donne, li addottrina pure sulle prove che dovranno sostenere nell’isolotto di Ellis Island, il centro d’immigrazione di fronte a Manhattan. Più che un felice viaggio sembra una deportazione di donne tra gli anni ’30 e ’40 su una nave della speranza, quasi come avviene ai giorni nostri a quegli immigrati clandestini, in particolare africani, alla ricerca d’una Terraferma di Crialese che fanno lacerare le nostre coscienze e il nostro senso di democrazia. In scena sedici donne e sette uomini, ben coordinati dai movimenti coreografici di Donatella Capraro, per i quali conosceremo alcune schegge delle loro vite vissute. Gina ( Ornella Brunetto che canta benissimo) è un’orfanella cresciuta in un convento di suore. Rosa (Federica Sandrini) è una ragazzina di 12 anni che avrà le prime mestruazioni giusto durante il viaggio. Emma (Annalisa Canfora) è una sensuale prostituta ammalata di Tbc che morirà sulla nave. Maria (Valeria Sara Costantini) è la pastorella sordomuta. Jolanda (Luana Toscano) ha uno sfregio sul volto, fugge dal marito mafioso ma il suo karma è quello di legarsi a uomini violenti come il Capra. Giulia (Giada Colonna) è una viaggiatrice aristocratica. Concetta (Clio Scira Saccà) è la suicida. Enzo Gambino è il malamente Ninuzzu, Rosario Minardi il campagnolo che vuole fare il pugile. Uno spettacolo corale, diretto con mano sicura da Giuseppe Dipasquale (suo pure l’impianto scenico), quasi un album di dagherrotipi, con alcuni bei momenti come il bagno di quel gineceo dentro capienti tinozze, il valzer ballato da tutti al suono d’una fisarmonica (le musiche originali sono di Mario Incudine), il cielo stellato sopra le loro teste come in alcune acqueforti di Casorati raffiguranti la Via Lattea e la scena finale del naufragio. Successo del Teatro Stabile di Catania e repliche al Teatro Verga sino al 30 marzo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 


foto di Angelo Maggio

 

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Italianesi
scritto, diretto e interpretato
da
Saverio La Ruina

Basta una sedia a Saverio La Ruina per raccontare il suo teatro. Un teatro di parole che incantano e ipnotizzano. Parole, questa volta, microfonate che giungono più chiaramente nel cuore e nella mente degli spettatori che rimangono incollati alla poltrona. E’ una storia questa degli Italianesi scritta-diretta-interpretata da lui, come spesso accade, che non si trova sui libri di scuola. Non ci sono qui tentativi di omicidio con taniche di benzina intentati dai genitori nei confronti della propria figlia che è stata Dissonorata, né La borto cruento di una donna di 28 anni con 7 figli cercato tra le mammane. No, questa volta La Ruina, non più con abiti femminili ma con camicia bianca, cravatta, golfino bordeaux e pantaloni beige, racconta la storia di un tale Tonino, sarto, di 40 anni. Che s’è trovato a vivere una storia incredibile, consumata a poche miglia dall’Italia, aldilà dell’Adriatico in Albania. Allorquando alla fine della seconda guerra mondiale migliaia di civili e soldati, comprese donne e bambini, rimangono intrappolati in quel pezzo di terra in cui s’è instaurato il regime dittatoriale e sono costretti a subire violenze e persecuzioni come se si trovassero in un lager nazista. La loro sola colpa è di essere italiani. Quegli italiani (però) che nel 1939 occuparono militarmente quel paese annettendolo all’impero. Tonino, sussurra La Ruina con la sua vocina e con la gamba destra zoppicante, nasce nel 1951 e il suo mitico padre, originario della Sardegna, gli insegna il mestiere di sarto e sarà fra i primi a far ritorno in Italia. Invece Tonino, che intanto si sposerà e avrà dei figli, con altre centinaia di connazionali rimarrà a vivere in alloggi circondati da filo spinato, controllato dalla polizia segreta del regime, sottoposto a interrogatori, appelli quotidiani, lavori forzati e torture. In quei campi di prigionia Tonino e gli altri italiani rimarranno 40-anni-40, dimenticati, come dissolti nel nulla. Nel 1991, quando cade il regime, saranno in 365 a giungere in Italia. E invece di essere accolti come eroi saranno riconosciuti dal nostro Stato come “profughi”. Paradossalmente ad essere considerasti italiani o italianesi in Albania e albanesi in Italia. « Perché l’Italia è un posto bellissimo?» – chiedeva Tonino a suo padre - e la risposta era: «Perché in Italia siamo tutti pittori, musicisti e cantanti». Uno spettacolo di 75 minuti, con musiche dal vivo di Roberto Cherillo, da non perdere, in scena alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio e saluto alla fine da calorosissimi applausi.-
Gigi Giacobbe

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La Donna perfetta
regia
Vincenzo Tripodo
con
Mariella Sardo

Anche se Mariella Lo Sardo è sola sulla scena ci sono altre figure a farle compagnia: una candela accesa che scambia per il suo Dio, una bambola di pezza che utilizza come ventriloquo e un uomo sull’altro filo del telefono che il pubblico non sente ma che avverte attraverso le sue parole e i suoi gesti. Il telefono appunto, apparecchio oltremodo collaudato e utilizzato al tempo in cui nel 1930 Jean Cocteau scriveva La voce umana e si trovava attaccato al muro o stazionava su un tavolo o una console e fuoriusciva dalla cornetta un lungo filo nero collegato ad una cassettina con disco ruotante per formare i relativi numeri. L’atto unico di Cocteau era costituito da un ininterrotto monologo telefonico di una donna che tenta di sottrarsi all’abbandono dell’amante ed è stato per molti anni un vero cavallo di battaglia per tante attrici di razza, per le quali basti citare il nome di Anna Magnani per ascrivere quel pezzo teatrale, con milioni puntini di sospensione, come qualcosa che appartiene alla mitologia del teatro. Adesso è Mariella Lo Sardo a calarsi nei panni di quella donna, non soffrendo più invero come colei che ad un tratto cerca di impiccarsi con quel lungo filo telefonico, anche perché adesso utilizza un cellulare o un cordless, piuttosto rendendo più attuale il ruolo d’una donna di sicuro più emancipata che, pur soffrendo pazzamente o facendo finta di farlo come una bamboletta, crede che non sia più la fine del mondo se il suo uomo non vuole più saperne di lei. Ne viene fuori La donna perfetta, uno spettacolo prodotto da Gigi Spedale per l’Associazione culturale Querelle, con musiche originali di Ralph Towner, elaborato e diretto da Vincenzo Tripodo ai Magazzini del Sale di Via del Santo che, ricordandosi pure d’una tale Doroty Parker, autrice di articoli apparsi su Vogue, Vanity Fair, Life e d’un suo monologo titolato Una telefonata, quella che non arriverà mai ad una ossessionata protagonista che attende invano d’essere chiamata dal suo fidanzato, ne fa un cocktail piccante alla frutta shakerandolo col testo di Cocteau e con alcuni suoi pensieri e calembour. Il risultato è pregevole perché Mariella Lo Sardo, agghindata con il costume vintage di Liliana Pispisa, è davvero brava, compiendo dei veri salti mortali, non solo vocali ed espressivi, sulla scena cubista di Cristina Ipsaro Passione realizzata con alcuni elementi essenziali (una finestra da cui s’intravedono grattaceli newyorchesi, uno specchio che riflette disagi e paure, un sofà per le sue fisime di femme fatale, un cassettone e una cassettiera con un’infinità di cassetti che custodiscono ricordi e bijou) riscuotendo un successo personale che le mancava da qualche tempo e salutata alla fine da applausi che non finivano mai.-
Gigi Giacobbe

 

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Il Diario di Mariapia
Una Commedia Neoplastica
di Fausto Paravidino
con
Iris Fusetti, Fausto Paravidino e Monica Samassa

Una madre sta morendo di cancro all’ospedale di Ovada, in provincia di Alessandria. Il figlio l’accudisce come può e vedendola oltremodo depressa e senza forze ne parla con l’oncologa, collega di sua madre pure medico, che in passato aveva condiviso un progetto d’un libro di medici che raccontano la proprio malattia. Il figlio scrive ogni cosa che la madre riesce a dire donandole in cambio uno scampolo di vita in più, prima di morire a 60 anni. Ne viene fuori una sorta di diario che il figlio conserva nel cassetto per almeno 5 anni. Si da il caso che questo figlio sia Fausto Paravidino, un drammaturgo (pure regista e attore) fra i più interessanti dell’attuale panorama teatrale non solo italiano, che cerca di trovare la chiave giusta per mettere in scena questa materia certamente non facile. La lampadina s’accende quando il Dramaten di Stoccolma, il teatro di Ingmar Bergman, fra l’altro tanto caro alla madre, gli offre la possibilità di rappresentare un suo lavoro. Ed ecco così venir fuori Il diario di Mariapia una pièce per tre attori che interpretano più personaggi, la cui drammaturgia accomuna tre diari: quello della madre, dello zio e dello stesso Paravidino. I dialoghi sono vivaci veri e veloci e Paravidino che all’inizio sbuca fuori clownescamente con palletta rossa sul naso e Iris Fusetti in abiti rinascimentali alle prese con Niente rumore per nulla di Shakespeare, segnano un inizio spensierato d’un lavoro che deraperà subito dopo sugli avvenimenti che si svolgeranno sempre nella camera semilunare d’un ospedale ( scena di Laura Benzi, costumi di Sandra Cardini). Monica Samassa interpreta degnamente il ruolo della madre Mariapia che non vorrebbe mai ficcarsi in “un oceano di ovatta”, mentre i tratti divertenti, quasi da commedia dell’arte, sono quando a Paravidino e Fusetti basta indossare un camice bianco, una ciocca di capelli, un paio d’occhiali, per entrare nei panni dei medici, della sorella Marta o in quelli dello zio Cesare dalla strana parlata ligure-piemontese. Lo spettacolo di quasi due ore ( non sarebbe male qualche taglio) salutato alla fine con calorosi applausi sarà replicato nella Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Dr. Jekyll e Mr. Hyde
un musical ideato e diretto da
Giancarlo Sepe
liberamente ispiranto al racconto di Robert Louis Stevenson
con
Alessandro Benvenuti
la pertecipazione straordinaria di
Alice ed Eellen Kessler
e
Rita Corrado, Giovanni Di Lonardo, Pier Giuseppe Di Tanno, Eugenio Dura,
Loredana Gjeci, Barbara Marzoli, Emilio Marchese, Andrea Romero,
Roberta Rosignoli, Luca Catello Sannino, Mauro Santopietro, Giuliano Scarpinato,
Eleonora Tata, Luca Varone, Taiyo Yamanouchi

La vita è tutta un musical. Anche il racconto del Dr. Jekyll & Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson cui Giancarlo Sepe s’è liberamente ispirato, curandone pure la regia, diventa una commedia musicale con una ventina di interpreti che cantano, recitano e ballano. Non c’è più la presenza di Rosalinda Celentano nei panni d’una giovane donna che si sarebbe dovuta trasformare in un altro essere, ma spicca la presenza delle gemelle più amate d’Italia, le tedesche di Lipsia, Alice ed Ellen Kessler, che in due adesso sommano 152 anni e che, nonostante sia trascorso mezzo secolo, vengono ricordate – con un certo loro fastidio - per le apparizioni danzanti in bianco e nero in quel programma televisivo di Studio Uno del 1961, la cui sigla Dadaumpa lasciò un segno indelebile delle loro lunghissime gambe che, visti quei tempi bigotti, vennero nascoste da pesanti calze di lana scura, ma fecero poi la fortuna di tanti calzifici. Di sicuro sono state scelte da Sepe non per quello che Ennio Flaiano ebbe a dire di loro due che “erano quattro gambe e una testa”, ma come emblema della loro duplicità. E a differenza di Alessandro Benvenuti che qui interpreta l’avvocato Utterson, colui che trovandosi in mano il memoriale del Dr.Jekyll racconta le vicende di questo duplice individuo dalla personalità doppia e malata, confinante con la schizofrenia, le due gemelle Kessler rappresentano se stesse, ballano e cantano in inglese e tedesco con grande charme. Certamente il Sepe di questo musical è lontano da quei suoi lavori sperimentali degli anni ’70 (Accademia Ackermann, Le tre sorelle di Cechov etc…) in quella sua sede romana che era La Comunità a Trastevere e si riesce ad individuare la sua creatività immaginifica quando accosta le vicende di Jekyll a quelle di Jack lo squartatore o quando rievoca nei primi giorni di agosto del 1888 il successo dell’attore Richard Mansfield sul palcoscenico del Lyceum di Londra in una trasposizione teatrale del racconto di Stevenson. Non c’è qui il personaggio di Jekyll e il suo doppio Hyde. Lo si individua in quei tanti personaggi danzanti, ora avvolti da luci e drappi trasparenti color indaco, ora quando tra quattro lampioni tutti si denudano al ritmo delle musiche originali di Davide Mastrogiovanni. Applausi finali con guanti di velluto e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

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La lampadina galleggiante
di Woody Allen
regia
Armando Pugliese
con
Mariangela D'Abbraccio
e
Fulvio Falzarano, Mimmo Mancini, Barbara Giordano,
Emanuele Sgroi, Luca Buccarello

Se nel Cinema l’attenzione di Woody Allen è rivolta all’onirismo di Fellini, Bergman e in genere alla cultura europea, nel Teatro il suo sguardo è focalizzato al realismo statunitense di casa sua dei vari O’Neil, Williams, Miller, Albee. Prova ne è questa sua pièce del 1981 La lampadina galleggiante (The floating light bulb), da quest’anno rappresentata per la prima volta nel nostro Paese con la regia di Armando Pugliese e in scena con successo al Vittorio Emanuele sino a domenica. Al centro del plot, ambientato in una degradata periferia di New York del 1945, realizzata in modo discutibile dalla scena di Andrea Taddei (palazzone sul fondo, tre muri di mattoni che delineano interni-esterni con funzione pure da quinte) c’è una famiglia in piena crisi di sopravvivenza. Il padre (Mimmo Mancini) ha un lavoro precario, sogna di vincere alla lotteria e scappare con la sua amichetta (Barbara Giordano). La madre, vero fulcro dell’opera, superbamente resa da una volitiva e incisiva Mariangela D’Abbraccio, ha dovuto rinunciare ai suoi sogni di ballerina, tira avanti con quei pochi dollari che il marito porta a casa e la sua pena, affogata in parte nelle bottiglie che si scola, è vedere i suoi due figli disertare la scuola e bighellonare in casa. Steven (Luca Buccarello) il più piccolo esprime atteggiamenti da bullo. Paul (Emanuele Sgroi) il più grande oltre a balbettare vorrebbe fare il prestigiatore. Ed è proprio su questo personaggio che si concentra il simbolismo del testo, perché è proprio lui che all’inizio e alla fine dello spettacolo fa galleggiare nell’aria una lampadina illuminata. C’è infine un manager da strapazzo con kippah in testa (Fulvio Falzarano) che metterà ancora più in evidenza la frantumazione del “sogno americano”, la solitudine, le illusioni, il fallimento delle loro vite.-
Gigi Giacobbe

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La Ricetta
di Dario Tomasello
regia di Vincenzo Tripodo
con
Ivana Zimbaro, Cecilia Foti, Giada Vadalà

Tre donne, ai giorni nostri, all’interno d’un salone arredato da Gigi Spedale con due sdraio, un’amaca e una piantana luminosa. Angela (Ivana Zimbaro) è una ninfomane che non lo dà a vedere, è agghindata con lunga vestaglia trasparente ( i costumi sono di Letteria Pispisa per Maison Studio e Nunzia Lo Presti), è colta a volte da crisi mistiche e si guadagna la vita come istruttrice d’una palestra e come voce hard d’una rovente linea telefonica. Sua sorella Brigida (Cecilia Foti) foulard raccolto in testa, miniabito fiorito, sembra una pila elettrica perché il suo lavoro d’attrice non va bene e perché è stata abbandonata sull’altare dal suo Toni, che le ha lasciato un ricordino di cui vuole liberarsene, con l’aiuto di Angela, senza arrivare ai fatidici nove mesi. Entra adesso in scena La ricetta, un intruglio abortivo a base di ruta che in passato la loro mamma-fattucchiera aveva utilizzato per sé con profitto e che è pure il titolo d’una gustosa pièce del prolifico Dario Tomasello messa in scena a tinte gialle da Vincenzo Tripodo. Ma non è finita qui, perché alle due sorelle si unisce Gianna (Giada Vadalà), guidatrice di tir, scarponi anfibi ai piedi, maglietta e gonna-jeans, capelli tirati all’insù, legata d’amore saffico con Brigida che coltiva due desideri: mettere da parte un gruzzolo per aprire una scuola di teatro per la compagna e avere un figlio per rendere più saldo il loro rapporto. Indovinate adesso chi alla fine ci lascerà le penne per aver ingurgitato una dose eccessiva di quella ricetta? Un giallo che si risolve in allegria, risultando superfluo il video in bianco e nero di Michele Nicoletti, ma che ha messo in luce un gineceo di giovani attrici davvero brave e tutte di Messina, così come tutti i personaggi che ruotano attorno allo spettacolo, che fa ben sperare per il futuro teatrale di questa città. Calorosi applausi alla fine e repliche alla Sala Laudamo sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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La Commedia di Orlando
liberamente tratto da "Orlando" di Virginia Woolf
regia e drammaturgia Emanuela Giordano
con
con Isabella Ragonese ed Erika Blanc

La commedia di Orlando liberamente tratta dal romanzo Orlando (1928) di Virginia Woolf per il quale Emanuela Giordano ha curato regia e drammaturgia doveva fare i conti con due precedenti illustri usciti quasi contemporaneamente una ventina d’anni fa: lo splendido film di Sally Porter con Tilda Swinton e il magnifico spettacolo di Bob Wilson con Isabelle Huppert. Un confronto quasi impossibile, soprattutto per motivi tecnici ed economici, che rimpicciolisce e ridimensiona l’operazione della Giordano, sia pure avendo come protagonista, nel ruolo del titolo, una talentuosa attrice come Isabella Ragonese, che sarà premiata domenica al Festival del Cinema di Berlino, inserita in quelle “Shooting Stars”, fra i dieci migliori attori europei giovani. La quale si trova spesso attorniata da un nugolo di attori che vanno per proprio conto, agghindati con i costumi circensi di Giovanni Licheri e Alida Cappellini, artefici pure d’una scena che è una sorta di palco su quello già esistente, con quinte e fondale che cambia colori e una serie di scuri lunghi tendaggi che scendono giù dall’alto, utili a coprire oggetti di scena e creare alcove. L’opera sembra una fiaba a lieto fine con al centro una donna giovane bella e nobile che riesce dopo mille peripezie a diventare una scrittrice famosa, sposarsi con un aviatore e diventare madre orgogliosa di due gemelli. E’ una strana e curiosa creatura Orlando. Ha cambiato epoca e sesso. Da ragazzo diviene donna, poi ancora uomo in un continuo alternarsi lungo quasi quattro secoli, dal XVI al XIX, accumulando un inesauribile tesoro di sensazioni e di pensieri, utili alla Woolf per rappresentare vividamente la storia degli inglesi (che ci tengono molto al loro passato), la sessualità, il tempo, la distinzione tra i sessi, l’androginia, l’immortalità, l’aristocrazia, la scoperta della scrittura, la molteplicità dei tanti “io”, il femminismo, la metempsicosi tanto in voga in epoca elisabettiana. Ciò che spiazza qui gli spettatori è che non percepiscono lo scorrere del tempo e degli eventi, avvertibile non tanto dalla faccia della Ragonese che rimane sempre quello di donna, ma solo dai numerosi cambi d’abito e tacchi a spillo. In evidenza la Virginia di Sarah Biacchi e Fabrizio Odetto in più ruoli e le musiche originali della Bubbez Orchestra eseguite dal vivo dal violoncello di Giovanna Famulari e dalla chitarra di Massimo De Lorenzi . Come consuetudine molti applausi finali e repliche al Vittorio Emanuele sino a domani sera.-
Gigi Giacobbe

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foto Daniela Zedda

 

 

 

 

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L'Arte del Dubbio
dal libro di Gianrico Carofiglio
versione teatrale di Stefano Massini
con
Ottavia Piccolo e Vittorio Viviani
regia Sergio Fantoni

Chi ama risolvere anagrammi e crittogrammi e chi ancora gioca a “Paroliere” e a “Scarabeo”, mettendo in moto le proprie sinapsi neuronali, vada a vedere L’arte del dubbio, nella versione teatrale di Stefano Massini dal libro omonimo di Gianrico Carofiglio, in scena a Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio. Vedrà sul palco un grazioso teatrino da fiaba (scena di Nicolas Bovey) con fisarmonicista a lato (Nicola Arata) e due clowns, Ottavia Piccolo e Vittorio Viviani, agghindati con salopette e bombetta neri, imbastire un dialogo sul dubbio a partire dalle nude sagome di Adamo ed Eva, tentati (forse) da un serpente (anche lui in sagoma che sparisce subito) a mangiare quella fatidica mela. E’ uno spettacolo curioso, intelligente che sarebbe piaciuto molto a Raymond Queneau e a Georges Perec, artefici di quell’officina di letteratura potenziale denominata Oulipo, fatta di calembour, enumerazioni infinite e giochi di parole, di cui qui vengono ricordati alcuni Esercizi di stile dei 99 di Queneau. L’arte del dubbio è un decalogo sul dubbio, un gioco acuto sulle parole alle quali basta dare una scrollatina per fargli cambiare significato, come accade a la verità che rivelata diventa relativa. Il cogito cartesiano diventa dubito ergo sum e si stenta a trovare la verità vera. Per dimostrare questo assunto la Piccolo si veste da avvocato difensore di ladri e malfattori, pentiti e camorristi che riuscirà a far scagionare mettendo in contraddizione la parte lesa raffigurata da un Viviani che cambia lingua e idiomi dialettali. Lo spettacolo diretto da Sergio Fantoni diventa una commedia dell’arte dei nostri giorni in cui i due bravi protagonisti con leggerezza esprimono pensieri pesanti che avrebbero bisogno di sedimentare meglio nella testa degli spettatori che appaino quasi smarriti, preferendo forse le pagine scritte di Carofiglio, il magistrato scrittore pugliese noto al grande pubblico per i suoi gialli di cui è protagonista l’avvocato Guerrieri. Come da consuetudine non sono mancati gli applausi finali.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Inferno
Balletto in un atto
Una creazione di Emiliano Pellisari
Compagnia Emiliano Pellisari

L’Inferno di Dante, quello più amato dagli studenti e da mattatori teatrali del calibro di Gassman, Bene, Albertazzi, Benigni, nonché da una sfilza d’artisti artefici nei secoli di opere poetiche, musicali, pittoriche e scultoree, diventa ad opera di Emiliano Pellisari un balletto acrobatico che sfida le leggi della gravità. Infatti i sei funambolici danzatori, Mariana Porceddu, Annalisa Ammendola, Giulia Consoli, Gabriele Bruschi, Yara Molinari, Patrizio Di Diodato, sono riusciti a meravigliare il pubblico del Vittorio Emanuele, facendogli più volte esclamare dei lunghi ooohhh e uuuhhh! come può succedere assistendo alle acrobazie degli artisti del Cirque du Soleil o alle incredibili figurazioni dei tanto decantati Momix. Con la differenza qui che i sei danzatori agiscono sempre all’interno d’una nera cornice quadrata, chiusa da un velatino trasparente, somigliante ad un retablo, un tableau vivant i cui corpi in altorilievo fuoriescono dalla tela come è dato da vedere in quelle bianche pale barocche all’interno delle chiese nel medesimo stile o in alcuni spettacoli teatrali di Giorgio Barberio Corsetti. In questo Inferno di Pellisari le luci caravaggesche di Filip Marocchi, le musiche del genere etno, classica e ambient e gli effetti speciali si integrano felicemente con la danza, l’atletica circense, il mimo e le composizioni corporali spuntano dal buio come per incanto. Sembrano dei nipotini dell’Uomo Ragno questi sei danzatori che in un attimo li vedi salire e scendere dall’alto, formando quadrati rombi, triangoli, esagoni e poi, come quando si scuote un caleidoscopio, ecco ri-assumere delle figurazioni altre con grande godimento degli occhi. In alcuni momenti sembra di trovarsi davanti ad un dipinto di Hieronymus Bosch in cui i personaggi raffigurati si mettono in moto assumendo le sembianze più raccapriccianti. Ecco un totem umano somigliante alla Torre di Pisa. Paola e Francesca volano nel cielo con il libro galeotto. Gruppi di dannati cadono in terra come foglie morte. Sciamani arabi galleggiano sospesi nel limbo. Minosse immobile è sospeso al soffitto. Angeli e diavoli si combattono nello spazio in duelli virtuali. E’ un Inferno in cui si annulla la fisica del reale e tutto appare come un sogno ad occhi aperti. Spettacolo unico, affascinante, salutato durante e alla fine da applausi oceanici.-
Gigi Giacobbe

 

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Le Mille Bolle Blu
di Salvatore Rizzo

con
Filippo Luna

Le mille bolle blu è un monologo scritto dal critico del Giornale di Sicilia Salvatore Rizzo, interpretato tutto da solo da Filippo Luna. Il testo, tratto dal libro Muore lentamente chi evita una passione. Diverse storie diverse, accomuna dieci storie, tutte autentiche, di omosessualità maschile in Sicilia dai primi anni del ‘900 ai giorni nostri. Sono storie tutte diverse tra loro per stile, ambientazione e linguaggio espressivo, firmate da tre giornalisti palermitani, oltre a Rizzo, Angela Mannino e Maria Elena Vittorietti. Lo spettacolo, il cui titolo cita una nota canzone di Mina, è recitato in italiano e palermitano e ruota attorno a due personaggi anche se sulla scena si vedrà solo Filippo Luna nel ruolo di Nardino, di professione barbiere, che vive una profonda storia d’amore omosessuale durata trent’anni con Emanuele (detto Manuele) che fa l’avvocato. E’ uno spettacolo vibrante, commovente di poco meno di un’ora durante la quale conosceremo i due protagonisti sin da piccoli, da quando le loro vite divergeranno professionalmente ma convergeranno poi in un grande sentimento d’amore. La pièce che non ha niente da invidiare ai lavori di Ruccello e Moscato, prende avvio nel momento in cui Nardino, in abito nero e con un mazzo gerbere rosse in mano si reca a casa di Manuele morto prematuramente per un male incurabile. Sulla scena c’è solo una poltrona in acciaio e pelle azzurra, una sorta di alter ego che a volte viene presa a schiaffi e pedate e sullo sfondo campeggia una gigantografia in bianco e nero che ritrae due figure maschili in costume da bagno con i piedi a mollo di chissà quale spiaggia con il braccio dell’uno che cinge la spalla dell’altro e viceversa. Un momento magico, come tanti, a cominciare da quando inizia la loro storia, in una sera in cui Nardino taglia i capelli ad Manuele e questi gli schiocca in bocca una bacio e si udrà la voce di Celentano che canta “24 mila baci”. Una storia di cui nessuno saprà niente perché entrambi si sposeranno, avranno due figli ciascuno, vivranno le loro vite, ma continueranno ad amarsi nel salone con la saracinesca abbassata o a Carini nella casa di villeggiatura di Manuele. “Bellu scherzu chi mi facisti Manuele…” dirà Nardino singhiozzando, mentre echeggeranno le parole della “Canzone” di Don Backy che fa un tutt’uno con i sentimenti di Nardino: “ Nel più bel sogno ci sei solamente tu/sei come un’ombra che non tornerà mai più/tristi son le rondini nel cielo/mentre vanno verso il mare/è la fine d’un amore…”. Un grande Filippo Luna applauditissimo e uno spettacolo da non mancare.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

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Che fine hai fatto Pete Best?
di Tito Buffulini

con
Rocco Barbaro

Se chiedi in giro chi era Pete Best, alcuni lo confonderanno con George Best, il funambolico attaccante irlandese del Manchester United dal viso sottile e caschetto alla moda dei Beatles che gli valsero il soprannome di quinto Beatle. Eppure Pete Best, meno noto dell’omonimo giocatore di calcio, lui sì che ha avuto a che fare veramente col mitico quartetto di Liverpool. Infatti agli albori degli anni ’60 Pete Best è stato il primo batterista dei Beatles, al tempo in cui si esibivano suonando musica rock nel pub della madre di Best. Succede poi che George Harrison, Paul McCatney e John Lennon gli dicono di farsi da parte. Licenziato in tronco, sostituito da Ringo Starr, prima che una loro canzone Love me do, registrata su un 45 giri, faccia il giro del mondo e apra le strade ad un successo immenso che durerà almeno per tre generazioni, mentre lui, Best, verrà assunto presso l’ufficio di collocamento di Liverpool a timbrare cartellini. Questo è l’argomento dello spettacolo Che fine hai fatto Pete Best? scritto in bello stile camp da Tito Buffulini e recitato in modo semiserio dal cabarettista d’origine calabrese Rocco Barbaro. Il quale pur “fottendosene” di tutto questa volta ha voluto fare luce su una delle figure più sfigate del mondo dello spettacolo. Indagando pure su altri personaggi dello sport, della politica e della società che in un batter d’ali è finito dalle stelle alle stalle. Come la bionda cantante Marina Occhiena dei “Ricchi e Poveri” scomparsa nel nulla; di Henry Winkler, il Fonzie di Happy Days, che ha rifiutato il ruolo principale del film Grease interpretato poi da John Travolta; il giocatore Puzzone del Napoli che al tempo del suo scudetto non ha giocato un solo minuto accanto a Maradona; Mauro Repetto che dopo il successo planetario degli 883 si divise da Pezzali e lavora ad Eurodisney di Parigi come figurante nei panni di Balò o quel tale signor Scialpi che totalizzando 30 anni fa un 13 al totocalcio vincendo un miliardo, non ha potuto mai ritirare la somma perché la ricevitoria ha perso la matrice. Fatti che possono fare impazzire o far commettere atti inconsulti a chicchessia. Come è successo a Best che tentando il suicidio si è poi ripreso lentamente, scrivendo un libro autobiografico titolato Quando ero un Beatles edito da Costa e Nolan che Rocco Barbaro però sconsiglia di leggere perché troppo depressogeno. Pare che adesso Pete Best viva sempre a Liverpool e che suoni pure in qualche band. Ricordiamoci il suo nome e di Barbaro applauditissimo alla Sala Laudamo concedendo dei bis attorno a dei calembour scritti da lui.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Il borghese gentiluomo
di Molière
regia Massimo Venturiello
con
Massimo Venturiello
e Tosca

I forconi siciliani hanno infilzato Molière procurando delle ferite alla sua comédie-ballet di 342 anni fa Il borghese gentiluomo, che sia pure senza fonica e luci, scene e costumi, realizzati rispettivamente da Alessandro Chiti e Santuzza Calì – fermi nel porto di Catania su una nave proveniente da Napoli cui è stato negato al Tir il permesso di sbarcare- è andata ugualmente in scena con alcuni giorni di ritardo al Vittorio Emanuele. Grazie pure alle musiche di Germano Mazzocchetti registrate su un Cd contenente pure le canzoni che i protagonisti cantavano in play back e alle maestranze del teatro che si sono adoperati in una vera gara di trovarobato. Al centro della commedia c’è il ricco signor Jourdain, che diventa Giordano in questa accattivante versione partenopea di quasi tre ore diretta da Massimo Venturiello che ne veste pure i panni col solo scopo nella vita di diventare un nobile gentiluomo. Per questo motivo convoca maestri di musica, di danza, d’armi e di filosofia che gli insegnano le belle maniere e comportamenti più gentili. Adulatori e nobilastri assecondano la sua mania spillandoli parecchi quattrini, in particolare il conte Dorante (Gennaro Cuomo) che gli fa credere che anche la marchesa Dorimene (Elena Jadore Braschi) ricambia il suo amore. La moglie invece (vestita da una Tosca molto applaudita nei suoi interventi canori) che è un tipetto che conosce la vita, cerca di frenare le dispendiose follie del marito, ma inutilmente. E allora bisognerà prenderlo in giro, beffarlo attraverso una gustosa e colorita invenzione, ovvero una “cerimonia turca” durante la quale il borghese diventerà il nobile Mamamuchi e la figlia Lucilla (Francesca Colapietro) potrà sposare il suo Cleonte (Mimmo Padrone) che nella carnevalata è il figlio del gran Turco. Si fanno apprezzare anche gli altri protagonisti, Camillo Grassi, Franco Silvestri, Dario Ciotoli, Elisa Smerilli, alle prese almeno in tre ruoli ciascuno, in una commedia dagli accenni farseschi, in cui le canzoni e gli spunti di ballo si uniscono felicemente nell’opera che pare muoversi al ritmo di danza. Applausi calorosi alla fine e repliche (stranamente di lunedì) sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Grisù Giuseppe e Maria
di Gianni Clementi
regia Nicola Pistoia

con
Paolo Triestino Nicola Pistoia Crescenza Guarnieri
e con
Sandra Caruso e Diego Gueci

Paolo Triestino e Nicola Pistoia sono due formidabili attori, due “caratteri” come si dice in gergo, in grado di far ridere, commuovere e riflettere le platee più refrattarie. E’ successo con Ben Hur, in cui i due affrontavano i temi dell’immigrazione e del razzismo, succede adesso con Grisù, Giuseppe e Maria, con la scrittura sempre felice di Gianni Clementi, in cui Triestino veste i panni del parroco della Chiesa Santa Maria Assunta di Pozzuoli e di Pistoia (che cura pure la regia) quelli del sagrestano Vincenzo dal passo claudicante e con la mano destra di legno coperta da un guanto nero o bianco. I fatti si svolgono sempre in una realistica sagrestia ( la scena è di Francesco Montanaro, i costumi di Isabella Rizza) mentre la realtà esterna è quella d’una Italia analfabeta, povera e passionale degli anni ’50 che si esalta per le giocate d’uno Skoglund o d’un Lorenzi dell’Internazionale o per le vittorie ciclistiche al tour de France di Coppi e Bartali. Questo sacro luogo diventa una sorta di agorà privata per la donna Rosa di Franca Abategiovanni e la donna Filomena di Sandra Caruso, due sanguigne sorelle napoletane, inguaiate e ingravidate non dai rispettivi mariti che se ne stanno a lavorare nelle miniere belghe di Marcinelle, ma da occasionali rapporti senza coinvolgimenti sentimentali, regolarmente confessati a quel sant’uomo che è il Don Ciro di Triestino che riesce sempre a mettere una pezza ai loro problemi. La tragedia belga causata dal grisù, il gas che ucciderà l’8 agosto del 1956 ben 120 italiani, compresi i mariti di quelle due donne, è solo sfiorata, ma è sufficiente per far riflettere gli spettatori nell’intervallo del primo tempo. La commedia prosegue poi con ritmi da farsa a lieto fine con l’entrata in scena del farmacista don Eduardo di Diego Gueci e si conclude felicemente grazie agli escamotage del geniale parroco che salverà la reputazioni delle due donne e con un piccolo dramma nel finale quando il sagrestano, dopo aver realizzato il suo sogno di dire messa, metterà un piede in fallo sul bordo del proscenio e cadrà rovinosamente sulle gambe d’una signora in prima fila, fortunatamente, senza essersi fatto male, salvato forse da quella trinità del titolo e da tutto il pubblico del Teatro Brancati che non la smetteva di applaudire questo spettacolo che verrà replicato sino al 29 gennaio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Chiove
di Pau Mirò
traduzione Enrico Ianniello
regia Francesco Saponaro

con
Chiara Baffi, Enrico Ianniello, Giovanni Ludeno

Chi fa la prostituta vorrebbe smettere, avere una vita normale, una casa dei figli un lavoro, un compagno d’amare ed essere riamata. Invece Lali, cui dà vita una prorompente e talentuosa Chiara Baffi, vive in affitto in una lurida stanza (l’iperrealistica scena è di Roberto Crea, mentre i costumi sono di RobertoNicodemo) dalle pareti tappezzate con carta da parato color giallo-pisello con decori romboidali verde-scuro, il cui piccolo vano adiacente ha una finestra panoramica, uno specchio e una sfilza di collane di plastica o di vetro che fungono quasi da tenda per l’attiguo bagno. In questa specie di lupanare che odora di sesso sudore e sangue e da cui si sprigionano motivi di canzoni napoletane, Lali riceve i clienti dragati al museo o in libreria e non importa se il suo protettore Carlo (Giovanni Ludeno) se ne sta nascosto sotto il letto ad ascoltare tutto quello che passa per la testa alla sua donna con la quale vive da sette anni. Il desiderio di cambiare vita glielo inocula un cliente particolare, tale Davide ( Enrico Ianniello) che fa il libraio e che quando è insieme a lei non le zompa addosso una botta e via, ma beve whisky e coca-cola, se ne sta lì a guardarla, accarezzarla e baciarla, parlandole della moglie che sta morendo e che quando realmente muore le propone di presenziare ai funerali e di ricordarla magari leggendo uno di quei calembour che si trovano nei Baci Perugina divorati assieme al suo pappone e conservati in una scatola di scarpe vuote. S’odono in chiusura dei tuoni, cui seguirà una pioggia che pulirà forse le anime dei tre bravi protagonisti. S’intitola Piove a Barcellona questa originaria pièce del catalano Pau Mirò, tradotta qui in uno stretto dialetto napoletano da Enrico Iannello col titolo di Chiove e messa in scena in modo accurato da Francesco Saponaro che niente lascia al caso e che da quattro anni miete successi dovunque si rappresenti. Il salto dall’almodovariana città delle Ramblas ai Quartieri Spagnoli napoletani ci guadagna non poco, per via pure della lingua dura e sulfurea, accostabile a quella di Annibale Ruccello e Enzo Moscato, utilizzata dai tre protagonisti, salutati alla fine da calorosissimi applausi in una piena Sala Laudamo dove lo spettacolo verrà replicato sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il giorno della civetta
di Leonardo Sciascia
regia Catalano Sciascia

con Sebastiano Somma
e la partecipazione di Orso Maria Guerrini

Che tra mafia e politica ci fosse una stretta connivenza se n’era accorto ampiamente Leonardo Sciascia che nel suo romanzo del 1960 Il giorno della civetta ne descrive strategie e rituali riscontrabili ai giorni nostri. In concreto se la mafia ammazza qualcuno e le forze dell’ordine e la magistratura sono sulla buona strada per mettere in galera i responsabili, c’è sempre qualcuno nei paraggi governativi che si adopera per insabbiare, nascondere, mettere a tacere colpevoli e mandanti. Anche Pasolini con quel suo articolo sul Corriere della Sera del 1974 “ io so i nomi dei responsabili delle stragi di Milano…di Brescia e di Bologna… i nomi dei potenti della Cia, dei colonnelli greci e della mafia…ma non ho le prove ” aveva destato grande scalpore e smosso le coscienze civili. Tanti sono stati i morti ammazzati tra giudici, magistrati, giornalisti e forze dell’ordine e tanti kilometri di carta sono serviti a tanti bravi cronisti per denunciare nomi, famiglie, cupole con minuziosi particolari ai quali da alcuni anni si è aggiunto il nostro Roberto Saviano. Ma il drago sputa ancora fiamme e fuoco, si rinnova e si ripropone sotto le forme più varie ed è lungi dall’essere definitivamente sconfitto. Fa bene Fabrizio Catalano Sciascia a riproporre il giallo del nonno al Vittorio Emanuele con una sua regia che non brilla certo per dinamicità e innovazione (come del resto era avvenuto al suo debutto registico cinque anni fa con Todo modo). Mantenendosi piuttosto su binari dilettantistici, parrocchiali quasi, resi evidenti da una brutta scenografia (nel piano inferiore un’approssimativa postazione dei carabinieri e nel piano superiore un balcone panoramico e la porta della casa di Rosa Nicolosi) e da una mediocre cast illuminato male dalle luci di Ugo Governali e con le presenze (scialbe) di due attori televisivi quali Sebastiano Somma nei panni del capitano dei carabinieri Bellodi (che nel film di Damiano Damiani del 1968 era vestito da uno statico Franco Nero) e da un Orso Maria Guerrini negli abiti del capo mafioso Don Mariano ( interpretato nel film da un ottimo Lee J.Cobb) al quale spetta una delle più significative battute dello spettacolo, allorquando al cospetto del capitano che considera un “uomo”suddivide il genere umano in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Non verrà arrestato Don Mariano e neppure Zecchinetta ritornerà in carcere, mentre l’omicidio di Paolo Nicolosi per aver visto forse in faccia l’assassino del piccolo imprenditore Salvatore Colasberna, cui fa seguito l’assassinio del doppiogiochista e confidente della polizia Calogero Dibella detto Parrinieddu, resteranno impuniti, lasciando uccel di bosco mandanti e assassini. Ovviamente Il giorno della civetta , metafora d’una Sicilia che stenta a cambiare, è uno spettacolo non a lieto fine, perché le collusioni tra mafia e politica riescono facilmente a fare sgonfiare la stessa storia, dirottando i sospetti dal vero colpevole all’amante della moglie dell’assassinato. Un particolare tipicamente malavitoso, quello della scusa delle corna, che infatti sarà usato più di una volta dalla mafia per cercare di coprire vari delitti. Carabinieri e magistrati verranno gentilmente invitati a fare qualche indagine in più sulla vittima e sui suoi parenti perché magari si potrà trovare qualcosa che di sicuro verrà fuori.-
Gigi Giacobbe

 

 

Foto Le Pera

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L’affarista Mercadet
di Honoré de Balzac

regia Antonio Calenda
con
Geppy Gleijeses
e Marianella Bargilli

L’affarista Mercadet (1840) di Honoré de Balzac appare un personaggio vivo e reale, uno che puoi incontrare in banca o in tante agenzie finanziarie, ma la commedia nel suo insieme pare abbia fatto il suo tempo. E’ come se al regista Antonio Calenda interessi poco a dargli delle coloriture di attualità. Solo quella sfilza di armadi di varie misure di Pier Paolo Bisleri, che riempiono una scena, quasi ronconiana, ci riportano ad una certa contemporaneità. Per il resto i personaggi, alcuni grotteschi con nasi posticci, sono agghindati con tight e cilindri ottocenteschi, con lungo abito nero merlettato pre-impressionista quello di madame Mercadet di Paila Pavese, mentre la figlia Julie di Marianella Bargilli indossa un vestitino bordeaux senza pretese. Comparirà ad un tratto sullo sfondo non una rossa Ferrari ma la sagoma d’una carrozza, come se non ci si volesse smuovere da quei tempi d’antan. Ma ciò che fa fare le fusa allo spettacolo sono quei lunghi dialoghi tra i due pretendenti la mano di Julie, rispettivamente l’Adolphe Minard di Alfonso Veneroso e il Michonnin de la Brive di Jacopo Venturiero, che andrebbero sfoltiti. Certamente Geppy Gleijses nei panni di Mercadet si fa in quattro per rendere desta l’attenzione del pubblico, a volte andando pure in falsetto, anche perché il suo filosofeggiare attorno al matrimonio, ai quattrini, alla Borsa e in generale all’equivoco mondo degli speculatori, trova consensi e adepti tra il pubblico e ha molto a che vedere con ciò che stiamo vivendo in questi oscuri anni di economia e finanza, in cui abbiamo conosciuto i tanti furbetti dei quartierino e sappiamo quasi tutto sugli spread e sul rendimento dei Buoni del Tesoro a dieci anni. Questo spettacolo a metà tra farsa e vaudeville, ha il pregio d’averci fatto conoscere un progenitore del Godot beckettiano, che in questo lavoro di Balzac si chiama Godeau (si pronunzia allo stesso modo ma si scrive in modo differente), che è una sorta di fil rouge, perché evocato più volte non comparirà mai, né all’inizio quando socio di Mercadet scapperà col malloppo nelle Indie, né alla fine quando saldando i conti dei tanti creditori, quest’ultimi elogiando le qualità di Mercadet crederanno di vedere Godeau in quella figura che, per disegno registico, la figlia riconoscerà essere suo padre Mercadet. Come dire che l’affarista avrà sempre un’aura truffaldina. Non sono mancati gli applausi finali al Vittorio Emanuele dove lo spettacolo resterà in scena sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

Contatti:
info@lemaschere.net
Presidenza
Direzione Artistica
Direzione Tecnica
Amministrazione

Siti collegati:
www.palantonello.it
www.itineraridellacultura.org
www.italianostramessina.it

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