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Le Recensioni di Gigi - 2013
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 

Le cose - Angeli e no
La classe morta
Discorso Giallo
Ferite a morte
NTF Antonio e Cleopatra
Erano tutti miei figli
Song o not song
Biografia della peste
Piscistoccu a ghiotta

I fratelli Karamazov
Corrado Russo (intervista)

Mari (Tino Caspanello)
Spiro Scimone e Francesco Sframeli
Pornografia
Orestiadi Gibellina 2013
Primavera dei teatri 2013
Se devi dire una bugia ...
Vedettes
Fumo negli occhi
La guerra di Giovanni Marangoni

Moby Dick
I miei occhi cambieranno

Dissonorata
Pippo Delbono (intervista)
The old woman
NTF Lo spopolatore
Napoli Teatro Festival 2013
Frankestein Junior
Totò e Vicè
La Fondazione
Mai stata sul cammello?
Agostino tutti contro tutti
Eva contro Eva

N'gnanzou'
La Sagra della Primavera
Scene diWoyzeck
NTF La bisbetica domata
Elephant man
Odissey
Scene da un matrimonio
Alla meta
La resistibile ascesa di Arturo Ui
Nino Montalto (intervista)
Otello

 

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Le cose
Angeli e no

due atti unici di e con
Luciana Maniaci e Francesco D’Amore

All’inizio, Luciana Maniaci (del ’85 di Brolo, in provincia di Messina) e Francesco D’Amore (del ’83 di Bari) quando hanno poco più di 20 anni non pensavano di fare teatro. Poi le loro stelle si ritrovano a Torino. Lei fa un corso di recitazione ed è OK!, lui vaga nel freddo padano e si arrabatta come può. Il loro incontro è vertiginoso e iniziano insieme a fare Teatro, senza essere (dicono) una coppia nella vita. Insomma non sono come Leo e Perla, Carmelo Bene e Lidia Mancinelli, Carlo Quartucci e Carla Tatò, Manuela Kustermann e Giancarlo Nanni e altri ancora che condividono pure il talamo. E voilà i “Maniaci D’Amore” (i loro cognomi vengono in aiuto a formare la “ditta” del duo) raccontare sulla scena della Sala Laudamo i loro esordi, rinviando al mittente (leggi Spedale-Tomasello-Tripodo) il titolo della rassegna teatrale “La prima volta”, all’interno della quale sono stati invitati a partecipare dopo essere apparsi nei recenti anni e nello stesso luogo protagonisti di Il nostro amore schifo e Biografia della peste. Perché per loro, dicono non c’è stata una “prima volta”. Hanno iniziato e basta. Sembra che improvvisino questi due talentuosi ragazzi. E invece no. Tutto è scritto e ampiamente rodato. Lui indossa una camicia rossa, lei con un mini-vestitino pure rosso, comprati entrambi quattro soldi al mercatino e tra il reale e l’immaginario eccoli sedersi su due alti sgabelli e affrontare la prima tranche del loro spettacolo titolato Le cose. Che ha lo stesso nome d’un libro geniale di Georges Perec, grande “nominalista” parigino scomparso nel 1982, fondatore assieme a Raymond Queneau dell’Oulipo, in cui i due attori vivono le stesse fobie della coppia del romanzo, inghiottita dagli oggetti che li circondano, elettrodomestici o riproduzioni di quadri famosi, dalla pubblicità, dalle mode, dai linguaggi del mondo merceologico. Il loro problema è come liberarsi delle “cose” che sentono in-utili e sapere pure se si amano o se è solo uno dei due ad amare l’altro. Lei è sull’orlo del suicidio. Le viene in aiuto Lacan, anzi una psichiatra lacaniana la quale anche lei, poverina, non potrà aprirle le porte della felicità. Basta! Adesso i due stralunati attori, cercano di sublimarsi e il loro racconto su Angeli e no assume i connotati d’uno sketch televisivo, tipo Zelig, le cui battute intelligenti hanno aure metafisiche e surreali al punto che i due sarebbero meritevoli d’entrare in un dipinto di Magritte. Sul finire la coppia starà con i piedi per terra, deciderà di vivere su questo pianeta, accettando la propria condizione di mortali, lasciando agli angeli ciò che è degli angeli e sé stessi quanto di meglio la vita potrà offrire a questi due maniaci d’amore. –
Gigi Giacobbe

 

 

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Mari
di Tino Caspanello

con
Cinzia Muscolino e Tino Caspanello

Un uomo calvo e a piedi nudi se ne sta a pescare di notte sulle rive del mare seduto su una cassetta di legno tenendo in mano un pezzo di sughero su cui è avvolta a croce il resto della lenza avendo accanto una piccola lampada a gas, un secchio di plastica e uno zaino. Vicino a lui, quasi come accade a quell’uomo dal fiore in bocca pirandelliano, fa capolino un’esile donna dai capelli corti con in mano un paio di scarpette rosse. Ha inizio fra i due, marito e moglie (anche nella vita) un dialogo di circa un’ora in dialetto messinese, musicalmente cantilenato per via pure che i due sono di Pagliara Rocchenere (un paesino sulle colline di Roccalumera a metà strada tra Taormina e Messina): un tête-à-tête in cui la donna cerca i motivi più disparati per stare accanto al suo uomo, il quale a sua volta la invita ripetutamente ad andare via. « Vattinni chi scurau » ( le dice lui, con toni pacati). « Mi nni vaiu allura » (le risponde lei). E ancora lei « C’ha’ ffari? ». E lui: « Nenti ha ffari, mi staiu n’autru mmostru ccà, a botta o mari ». Non ne vuol sapere la donna d’andare via. S’avvicina e s’allontana con molto garbo per ricordargli che la cena è pronta, per sapere se veramente ha chiave di casa e anche se lui dice di non avere freddo, lei gli offrirà ugualmente il suo foulard che poi lui arrotolerà intorno al collo. Lei sta ancora una volta per andare via e nel fare dietrofront gli confesserà, forse mentendo, forse no, che ha paura di tornarsene a casa a piedi, al buio e tutta sola. Lui si alza dalla sua postazione, s’avvicina a lei, le avvolge il foulard sulle spalle e anche lei fa come d’abbracciarlo, poi entrambi s’avvicinano alla riva, le loro mani si toccano, si uniscono e lambiscono l’acqua del mare. Quel Mari che è pure il titolo della poetica pièce scritta interpretata e diretta da Tino Caspanello, novello Colapesce, cui gli fa da controcanto un’amorevole Cinzia Muscolino, da accostare i due a quegli innamoratini di Peynet. Questo lavoro di dieci anni fa, che tanto lustro ha dato a Caspanello facendogli vincere il Premio Riccione 2003, è stato rappresentato in parecchi teatri italiani ed è stato pure tradotto e rappresentato a più riprese in Francia. Adesso Mari è stato ri-proposto nella Sala Laudamo di Messina in una rassegna di opere prima denominata “La prima volta”, voluta dall’Associazione Culturale Querelle su un progetto teatrale di Gigi Spedale, Dario Tomasello e Vincenzo Tripodo, in cui sono stati inseritii (tra novembre e dicembre di questo 2013) il Nunzio di Spiro Scimone e Francesco Sframeli, N’gnanzù di Vincenzo Pirrotta , Dissonorata di Saverio La Ruina, Carmen duo di Giovanna Velardi, Le cose- Angeli e no di Luciana Maniaci e Francesca D’Amore, Turi Marionetta di Savi Manna e Due Passi sono di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto Antonella Tassone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dissonorata
di Saverio La Ruina

con
Saverio La Ruina

musiche dal vivo Gianfranco De Franco
collaborazione alla regia Monica De Simone
luci Dario De Luca

 

 

Foto da PUPIA Campania

 

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n'gnanzou'
di Vincenzo Pirrotta
Caltanissetta 2006
RossoFestival (Emma Dante)

 

 

 

 

 

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La classe morta
di Tadeusz Kantor
al Piccolo Teatro di Catania

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Tadeusz Kantor è una delle figure più sconvolgenti del Teatro della seconda metà del ‘900. Nato nel 1915 a Wielopole (voivodato di Cracovia) scompare nel novembre del 1990, dopo aver ricevuto a Palermo il “Premio Pirandello”. Due anni dopo, al Monte di Pietà di Messina, il ballerino Fausto Baraldi, organizza una tre giorni di incontri con studiosi e attori polacchi, una mostra di disegni e si proiettano in video due delle opere più note: La classe morta e Wielopole Wielopole. All’inizio è la pittura ad interessare il mondo artistico di Kantor. Le sue opere di stampo dadaista vengono esposte nelle più importanti gallerie e musei europei. Poi l’interesse si sposta verso il Teatro nelle vesti di scenografo e di regista, mettendo in scena parecchie opere di drammaturghi polacchi. Il nostro paese, forse perché obnubilato da Jerzy Grotowski e dal suo “Teatro povero”, lo comincia a conoscere alla fine degli anni’60 e in particolare quando col suo “Teatr Cricot 2” realizza alla fine del 1975, prima a Cracovia e poi in vari festival europei, La classe morta, tratto dalla pièce di Witkiewicz, Tumore cerebrale, certamente il suo lavoro più significativo perché coincide col titolo del suo ultimo manifesto titolato Il teatro della morte. Non impressioni i lettori siffatta definizione perché Kantor per “morte” intende quella fase dell’esistenza in cui i vecchi hanno perso la loro vivacità e spontaneità e si sono allontanati da quel bambino interiore da cui potevano ricavare il balsamo della vita. Gianni Salvo, sensibile teatrante di Catania, regista di tanti lavori sulle “avanguardie storiche”, mette adesso in scena nel suo Piccolo Teatro giusto La classe morta, evidenziando in locandina che trattasi d’un lavoro tratto “da” e non “di” Kantor, riducendo il numero degli attori e dei banchi scolastici, portando a poco più di un’ora la durata dello spettacolo che originariamente s’aggirava intorno alle due ore meno un quarto. Tuttavia il risultato è pregevole e rimane immutata e chiara la visione di Kantor, lì dove appunto il nugolo di vecchietti-scolari, concentratissimi e tutti da citare (Giovanni Calabretta, Luciana Camano, Anna Di Mauro, Letizia Ferlito, Rita Patti, Maribella Piana, Gabriella Russo, Carmelo Scaccianoce), cui si aggiungono il maestro Sergio Trefiletti, l’imbianchino Giovanna Saffo, la donna delle pulizie Marika Russo, pure nel ruolo della morte con la sua falce-ramazza, esprime con i ritmi di quello struggente valzer di Zygmunt Karasinski, la propria condizione di prostrazione e di subalternità, di mediocrità e di non-vita, ritrovando in quei fantocci, veri “alter-ego” che portano sul groppone, un momento di felicità e di spensieratezza, riportandoli per un attimo al centro del mondo. Le scene erano di Calabretta-Trefiletti, il coordinamento musicale di Giovanna Saffo, i pupazzi di Maribella Piana, le maschere di Luciana Camano.-
Gigi Giacobbe

 

 

Compagnia Scimone Sframeli

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Spiro Scimone e Francesco Sframeli
Nunzio
alla Sala Laudamo di Messina
Per la rassegna teatrale di opere prime LA PRIMA VOLTA
dall’8 novembre al 27 dicembre 2013

La storia teatrale dei messinesi Spiro Scimone e Francesco Sframeli somiglia ad una favola. Gli inizi sono bui, i successi scarsi, pochi quelli che li prendono sul serio. Poi ecco giungere una fatina. Anzi un “nunzio”, un mago che fa di nome Carlo Cecchi, uno dei più geniali attori-registi italici che accetta di mettere in scena Nunzio, un testo in un dialetto comprensibile pure a Bolzano di tale Scimone, vincitore del Premio IDI 1994. Lo spettacolo va in scena con successo nell’edizione di TaorminaArte ‘94, varca lo Stretto, la critica nazionale che conta è entusiasta e gli studiosi del settore decretano che questo spettacolo apre nuovi orizzonti teatrali, fondati in particolare sul linguaggio, sulle battute che rimbalzano veloci come una pallina di ping-pong, con atmosfere molto vicine a drammaturghi del calibro di Beckett e Pinter. Insomma sono nate due stelle, Due amici , titolo pure d’un film tratto da Nunzio, vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia 2002, cui seguiranno altri sei testi ( Bar, La festa, Il cortile, La busta, Pali, Giù) rappresentati in Europa e nel mondo, una sfilza di Premi Ubu e l’ingresso nella prestigiosa Comedie Francaise di Parigi, frequentata nei secoli dai grandi Moliere e Racine, Goldoni e Pirandello, Pasolini e Dario Fo. E dunque dopo quasi vent’anni dalla sua prima uscita, ha fatto benissimo il trio Spedale-Tomasello-Tripodo, per conto delle associazioni Querelle, ActorGym e altri enti, ad inaugurare la rassegna di opere prime denominata “La prima volta”, proprio con questo Nunzio, proposto nella Sala Laudamo, come i sette spettacoli che seguiranno e che avranno termine il 27 dicembre con Due passi sono di Carullo-Minasi. La sala scoppiava letteralmente di giovani nella sera della rappresentazione, molti sono dovuti andare via perché privi di posto, ma quelli presenti hanno avuto modo d’assistere ad uno spettacolo lucido e intatto nei suoi paradigmatici contenuti. Il plot, come è noto, si svolge in una squallida cucina con tavolo e due sedie in primo piano e in cui spicca sul frigo un’immagine del Sacro Cuore di Gesù con tanto di lumino acceso, cui si rivolge il Nunzio del sempre formidabile Francesco Sframeli ormai canuto di capelli, per fargli calmare quegli stizzosi attacchi di tosse convulsa, frutto d’una grave malattia contratta nel posto di lavoro. Nunzio condivide l’appartamento con il sempre pimpante e bravo Pino di Spiro Scimone, anche lui segnato dal tempo, che di professione fa il killer, alle prese sempre con una valigia da riempire e con buste contenenti biglietti aereo, foto e denaro, che qualcuno gli passa sotto la porta. I dialoghi a tavola o tra i fornelli sono sbrigativi, talvolta rabbiosi, cui seguono silenzi che esprimono la loro condizione di emarginati. I due parlano di donne, di malattie, di ricoveri in ospedale, di foto e di viaggi che Pino farà e che Nunzio vedrà solo su dépliant pubblicitari. Sembrano soli al mondo, uniti da un affetto che è più solidarietà di due poveri cristi che brindano alla tosse e alle cose più futili, non facendosi mai mancare il pecorino sulla pastasciutta. Cinquantacinque minuti di grande teatro accolto alla fine da oceanici applausi e ovazioni.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pippo Delbono
Incontro con Pippo Delbono a Viagrande Studios di Viagrande (CT)
di Gigi Giacobbe

L’incontro di Pippo Delbono con pubblico è fissato alle 18,30 di sabato 7 settembre al Viagrandestudos, un nuovo spazio teatrale alla periferia dell’omonimo paesino alle pendici dell’Etna noto per essere stato citato da Verga nella novella Nedda. Questa elegante struttura privata molto Nord-europea, ( una superficie di novemila mq, ampio parco con prato inglese, sale studio, un laboratorio di 900 mq, un anfiteatro di 500 posti, un caffè letterario/bistrot, una foresteria di 22 camere doppie con annessa mensa, lavanderia e sala relax) di proprietà della benemerita famiglia Migliori di Catania che ha voluto investire nella cultura nonostante i nostri tempi magri, è stata inaugurata all’inizio del 2013 e a dirigerla è stato chiamato un volto noto del mondo teatrale: quel Corrado Russo attore e operatore culturale, nonché lungimirante direttore artistico uscente del Teatro Vittorio Emanuele di Noto, sempre con uno sguardo intrigante e attento su quanto avviene sulla scena nazionale e europea. L’incontro con Del Bono è uno dei tanti che ne seguiranno, incominciati già con la presenza di Emma Dante e della sua Operetta Burlesca che dovrebbe debuttare a Genova.

L’incontro con Delbono nella Sala polifunzionale del Teatro dei 106, simile al parterre d’un campo di basket o di volley, coordinato dalla collega e critico teatrale Francesca Motta, è preceduto dalle immagini-video dello spettacolo Dopo la battaglia, finalista del ”Premio Le Maschere del Teatro Italiano” già “Premio Eti-Gli Olimpici del Teatro” quale migliore spettacolo dell’anno.
Il Premio come si sa, in una serata anche televisiva al San Carlo di Napoli se l’è aggiudicato Voci di dentro di Eduardo secondo Toni Servillo. Ma pare che a Delbono non gliene è fregato più di tanto.
Chi non lo conosce, diciamo subito che questo giovanottone di Varazze in Liguria che adesso ha 54 anni, che si è presentato in jeans e maglietta nera e scarpe da jogging, anche con un po’ di pancetta, un filo di barba e riccioli accarezzanti il centro-fronte, fa teatro da quasi 30 anni e appartiene a quel gruppo di artisti che il mondo c’invidia. Perché i suoi spettacoli, spesso in scena a Parigi, sono unici, riconoscibili, lasciano il segno e spaziano attorno a tutte le forme d’arte.
Durante l’incontro Delbono parla del lavoro dell’attore e dell’importanza del corpo per esprimere i sentimenti più variegati. Ma molto spazio è occupato dal suo recente docu-film Sangue, vincitore del “Premio Don Quijote” nel recente Festival di Locarno, che tanti scompigli e scandali ha creato intorno a sé, solo perché una parte del filmato è dedicato all’ex-terrorista Giovanni Senzani, reo d’aver ucciso Roberto Pecci, fratello dell’ex-brigatista Patrizio, il pentito che contribuì a smaltire le Br. Il magistrato Giancarlo Caselli ha definito uno “show indecente” la conferenza choc di Senzani, il senatore Maurizio Gasparri ha formulato un’interrogazione parlamentare chiedendo quanto abbia speso la Rai, “trovando sconcertante” il finanziamento del film (costato in realtà soli 50mila euro, n.d.r.). Insomma un crucifige cui ha dato grande risonanza anche la stampa nazionale.

« Dico solo che Sangue è un film sulla morte – chiarisce Delbono - e quelli che denigrano e parlano in questi termini non hanno visto il film. La giuria che mi ha premiato credo sia rimasta colpita per come sono riuscito a tessere legami intimi e simbolici tra eventi dolorosi e traumatici, come l’abbandono da parte della politica di una città come l’Aquila e d’una Regione italiana come l’Abruzzo devastata dal terremoto, la morte di Anna moglie di Senzani, la storia d’un ex-membro delle Br, l’amore tra un figlio (io) e sua madre malata che muore e la perdita delle persone care. Tutto qua ».

Vedremo questo film nelle sale italiane?

« Sino ad ora non c’è nessuna casa di distribuzione che s’è fatta avanti. Ma nel prossimo futuro se le cose resteranno così credo che proietterò io stesso il film in spazi come questo di Viagrande e in tutti i luoghi in cui mi sarà fatta richiesta, anche a Messina alla presenza del vostro simpatico sindaco Accorinti che ho saputo che va in giro con i sandali e indossa magliette colorate con su scritto “libero Tibet”».

Ho incontrato tante volte Delbono: alle Orestiadi di Gibellina nel 2000 per Il silenzio, in ricordo nel terremoto del 1968, ad Avignone e ancora a Gibellina per Urlo nel 2004, in cui appariva la star Umberto Orsini, curioso di conoscere il lavoro della compagnia, a Wroclaw in Polonia nel 2009, in occasione del “Premio Europa” assegnatogli quale Nuova Realtà Teatrale Europea, omaggiando i critici con Il tempo degli assassini, suo spettacolo d’esordio del 1986 assieme all’amico e attore argentino Pepè Robledo e Questo buio feroce messo in scena al Teatro Argentina di Roma nel 2006, e prima d’adesso ho incontrato Delbono all’Ambasciatori di Catania in occasione de La menzogna, incentrato sui sette operai morti bruciati tra il 5 e il 6 dicembre 2007 alla Thissen Krupp di Torino, la fabbrica d’acciaio a capitale tedesco. Ma lo spettacolo cui Delbono è legato, anche perché lo ha fatto conoscere al grosso pubblico, è Barboni che debutta a Napoli nel 1997, gli fa vincere il prestigioso Premio Ubu “per la ricerca tra arte e vita” e l’anno successivo il Premio della Critica Italiana.

E a quelli che dicono che Delbono mette in scena dei relitti umani, dei freaks, così risponde?

« Senza l’incontro con Bobò, un microcefalo sordomuto e analfabeta, pescato e fatto uscire dal manicomio di Aversa dove era rinchiuso da 45 anni e che da allora lavora stabilmente nella mia compagnia, non avrei potuto realizzare Barboni. Identica cosa vale per il down Gianluca Ballaré, il poliomielitico Armando Cozzuto o il clochard Nelson Lariccia, attori “atipici” che definisco “straordinari” perché io credo che nell’esperienza della crisi, del dolore e della sofferenza possono rinvenirsi schegge di sensualità, verità e bellezza. Ed è questa bellezza che io cerco nei miei spettacoli ».

Prima dei suoi successi Delbono, con l’amico Robledo, apprende in Danimarca all’interno del gruppo Farfa diretto da Iben Nagel Rasmussen presso l’Odin Teatret di Eugenio Barba, le tecniche e il rigore degli attori-danzatori orientali che poi approfondirà nei suoi viaggi a Bali, India, Cina e Giappone, ma anche cose pratiche, come fare da mangiare, pulire il teatro, scaricare pulmini e successivamente conoscerà a Wuppertal la grande coreografa e danzatrice tedesca Pina Bausch con la quale lavorerà alla creazione dello spettacolo Ahnen.

« Dalla Bausch ho imparato che un maestro non è un capo ma una guida che mostra pure le sue debolezze e questa esperienza mi ha portato sempre più a fondere la Danza e il Teatro. La Bausch era una donna guerriera come la Rassmussen, anche se entrambe fragili. Ma debbo dire che più d’ogni altro è la vita che mi è stata maestra. Anche sfogliando delle foto o camminando per strada, ti entra dentro una coscienza di qualcosa del mondo senza che tu te ne accorga ».

Gli domando sulla sua salute dopo che nel 1989 di ritorno dal Messico scopre d’essere sieropositivo al virus dell’Hiv.

« E’ stato il buddismo a salvarmi e trovare la forza per vincere questo mostro. Ho capito che non era facile uscire da questo cul-de-sac, ma neppure impossibile. Il Teatro mi è venuto in aiuto e sono stati per me importanti i versi del poeta barbone Bernardo Quaranta ( “Stupida vita ti amo” ) e tutti coloro da Pasolini a Rimbaud, Merini, Shakespeare, Wilde, Beckett, Borges che mi hanno infuso forza e coraggio per realizzare i miei spettacoli ».

Che idea s’è fatta Delbono di tutti questi femminicidi nel nostro Paese?

« Il femminicidio è una forma di macismo e chi lo commette si crede superiore alla donna. Questi uomini hanno in testa solo tre colori: bianco rosso e verde. Secondo me più colori hai più vivi meglio».

E qual è la sua idea attuale dell’Italia?

« E’ ancora un paese fascista, basta dire come hanno apostrofato (“orango”) la nostra ministra di colore alle Pari Opportunità Cecile Kyenge. La nostra è una cultura anti-corpo: ci copriamo, temiamo l’omosessualità, è un paese omofobo il nostro. Bobò è un corpo fuori dal comune, ma sulla scena diventa bellezza. Per noi ancora è l’abito che fa il monaco. E’ importante come appari, non come sei, al punto che nelle occasioni speciali siamo soliti dire : “datti un contegno”».

Da una decina d’anni Delbono è molto attratto dal cinema, realizzando documentari come Guerra, Grido, La paura, s’è avvicinato da attore al cinema d’autore ( Io sono l’amore di Luca Guadagnino e Cha cha cha di Marco Risi), ha realizzato alcune regie di docu-film come Amore Carne e Sangue, girati col telefonino e una piccola telecamera.

« Faccio l’attore di cinema per pagarci i miei film, il mestiere dell’attore ti rincoglionisce, ecco perché io lavoro col corpo e non con la psicologia. Adesso ho realizzato Orchidee uno spettacolo che ha debuttato in anteprima a Modena e di cui ho realizzato pure un film, in cui c’entra la crisi del teatro, Bobò che metto su una seggiolina con rotelline col piede rotto e c’è un’aura che assomiglia al Giardino dei ciliegi di Cechov e c’è mia madre, che se n’è andata nel giro di due mesi, che io riprendo sino alla sua fine con la mia telecamerina, quasi una protesi del mio corpo, mentre io sarei voluto morire con lei. Questa è verità».

Nel carnet di Delbono ci sono pure un paio d’opere liriche come Ora maestra e Cavalleria rusticana messe in scena la prima al Caio Melisso di Spoleto la seconda al San Carlo di Napoli. Ma cos’è il Teatro per Pippo Delbono?

« Il Teatro per me è un luogo di verità, forse è uno dei pochi che rimane. Perché è un rito che ti porta in zone oscure dove le sicurezze intellettuali entrano in crisi, dove regnano l’incertezza e il dubbio. Il Teatro è un viaggio che ognuno del pubblico fa da solo con il proprio vissuto, con la propria esperienza personale, un viaggio solitario ma che accomuna le persone che stanno insieme in sala. Non m’interessa il Teatro “intellettuale”, il Teatro “colto”, fatto da colti per altri colti. Non m’interessa il Teatro che “capisco”, che il pubblico “capisce”, nel quale si riconosce, riconosce la sua “cultura”. Penso invece al Teatro come un rito di umanità, individuale e collettivo. Il Teatro come peste che contamina lo stomaco, la pelle e non solo la ragione di chi guarda. Un Teatro “popolare” perché parla alla carne, non solo all’intelletto.»


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Sagra della Primavera
Paura e delirio a Las Vegas nello Spazio Liviana

di Igor Fedorovic Stravinskij
registrazione eseguita da The Cleveland
Orchestra diretta da Pierre Boulez (1992)

43° Festival di Santarcangelo di Romagna

concept coreografia elaborazione sonora Cristina Rizzo
disegno luci Carlo Cerri solo studio version per Santarcangelo

danza
Cristina Rizzo

Quando si entra nello Spazio Liviana Conti, un ex-complesso industriale ad uno schioppo dal centro di Santarcangelo di Romagna, si è investiti da un’intensa cortina di fumogeni che infastidisce la vista e la respirazione. In lontananza un gruppo di giovani, forse aspiranti danzatori si muovono in gruppo. Dura al massimo un quarto d’ora la loro performance. Poi ci muove alla volta d’uno spazio più circoscritto occupato da una gradinata scomoda dai bassi scaloni, non prima d’aver avuto una cuffia-auricolare. Quando il pubblico ha occupato le proprie postazioni e ha smesso di parlucchiare, da quelle cuffie si diffondeva il suono ben distinto de La sagra della primavera di Stravinski, nella registrazione eseguita da The Cleveland Orchestra diretta da Pierre Boulez (1992) e l’esile ma nerboruto corpo della danzatrice fiorentina Cristina Rizzo, dai lunghi capelli svolazzanti simili ad una equina criniera e agghindata con una tuta color bordeaux e poi nera, s’impadroniva, con in suoi movimenti astratti ben armonizzati, d’ogni anfratto dello spazio approntato per lei per questo esaltante balletto di 35 minuti. La sagra della primavera, che giusto quest’anno compie cent’anni, come si sa, fu commissionata a Stravinski da Diaghilev nel 1913 e per i suoi ritmi sconvolgenti e per le tante varietà timbriche, pongono quest’opera tra i massimi capolavori musicali dell’epoca moderna. La Rizzo avvolta all’inizio da fumi nebbiosi, è come terrorizzata dalle meraviglie della natura che comincia a risvegliarsi, in sintonia con quei suoni del fagotto che prendono avvio da un canto popolare lituano. Poi i ritmi violenti degli archi e dei corni, lasciano il posto alla “Danza degli adolescenti”, con una Rizzo scatenata che penetra i misteri della natura. Certamente erano affascinanti le edizioni affollate di Maurice Bejart o quella di Pina Bausch con 15 uomini e quindici donne o della Martha Graham Company, alla cui scuola di danza la stessa Rizzo s‘è formata, ma il suo assolo merita d’essere annoverato fra le interpretazioni più esaltanti di questa geniale partitura musicale ricca di mezzi orchestrali, quali il flauto in sol, otto corni, due tube tenori e percussioni a go-go, che ti entravano nelle viscere attraverso quelle cuffia. La danza si fa selvaggia nel “gioco del rapimento” e delle “città rivali”, lasciando il posto infine al “sacrificio”, allorquando la vittima prescelta dovrà essere sacrificata alla primavera dopo una danza folle e disperata, crollando al suolo priva di vita nello splendore della sua giovinezza. I fumi sono scomparsi, lo spazio adesso non è più nebbioso e il pubblico copre d’applausi la bravissima ed espressiva Cristina Rizzo.-
Gigi Giacobbe

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Discorso giallo

43° Festival di Santarcangelo di Romagna

con
Chiara Lagani

compagnia Fanny & Alexander

Tra il 1993 e il 1994 Krzysztof Kieslowski, morto due anni dopo a soli 55 anni, girò tre film, la trilogia Tre colori: Film blu, Film bianco e Film rosso, dedicata ai tre colori della bandiera francese legati tra essi dal motto rivoluzionario: liberté, egalité, fraternité. Adesso la compagnia teatrale Fanny & Alexander, distintasi sin dalla sua fondazione a Ravenna nel 1992, ad opera di Luigi De Angelis e Chiara Lagani, per le sue solide ricerche nelle più disparate discipline artistiche, forse memore o ossequiosa di quei tre colori, ha ideato un progetto teatrale denominato DISCORSO, incentrato sul rapporto che intercorre tra il particolare e il generale in vari ambiti sociali. Riconoscibili questi con i colori d’una bandiera, che in realtà non esiste, ma che fa il blow-up al Discorso politico, già realizzato con Marco Cavalcoli (di colore grigio) al Discorso pedagogico (di colore giallo) con Chiara Lagani, all’interno della 43ª edizione del Festival di Santarcangelo di Romagna, e a quattro spettacoli, che verranno realizzati nei mesi/anni futuri, che avranno i colori celeste, rosa, viola, rosso, riferiti rispettivamente al Discorso religioso (con Lorenzo Gleijeses), sindacale (con Francesca Mazza), giuridico (con Fabrizio Gifuni), militare (con Sonia Bergamasco).-
Il Discorso giallo rappresentato nello spazio Liviana Conti, una fabbrica in disuso a pochi chilometri da Santarcangelo, con la solipsistica presenza di Chiara Lagani, sbandiera alcuni interrogativi dedicati alla questione della Tv pedagogica. Se sia o sia stata una buona o cattiva maestra sin dai suoi esordi ( quelli in bianco e nero) a cavallo degli ’50 e ’60 del secolo scorso, prima con un solo canale, poi due, poi a colori e così via televisionando. La Lagani seduta al centro della scena su un banco di scuola, agghindata con grembiule nero e con fiocchi di vari colori, a seconda dell’argomento trattato, ma anche con finti baffi o con scarpe a spillo dorate, ha un in mano un telecomando giusto per fare zapping su tre trasmissioni famose (di cui giammai si vedranno le immagini) che hanno segnato i 60 anni di televisione nel nostro paese. Le trasmissioni con i rispettivi conduttori sono o furono: Non è mai troppo tardi con il maestro Alberto Manzi, Piccoli fans con Sandra Milo e Amici con Maria De Filippi. Il colore giallo, si legge nel programma generale, indica coercizione, divieto: giallo è il cartellino dell’arbitro che ammonisce un giocatore, gialle sono le strisce sull’asfalto che vietano la sosta, gialle sono le zone proibite, il semaforo giallo indica attesa, limbo, giallo è lo zolfo. Anche se, volendo girare la frittata (di uova magari), giallo è il colore del sole, della speranza, d’un nuovo giorno, della luce, dell’oro, delle lamine bizantine, dei colori che si rinvengono (giusto per sintetizzare) in tanta pittura dell’800 e del ‘900 e così via ingiallendo.
Certamente l’ottima prova di attrice della Lagani, che in chiusura di spettacolo indosserà un gigantesco mascherone raffigurante la faccia della pedagoga Maria Montessori come la conosciamo dal ritratto che campeggiava sulle vecchia banconota da mille lire, e la sua accurata analisi sugli effetti collaterali d’una televisione che può far andar via di testa tele-spettatori labili o con carenze culturali ha il nostro consenso e la nostra solidarietà, ma bisogna riconoscere, obiettivamente, che tolte quelle tre trasmissioni prese di mira in questo Discorso giallo, di cui posso dire ben poco o niente perché non le guardavo, alle quali si sono aggiunte nei recenti anni programmi culinari, sentimentali o per bambini-dotati o piccoli-mostri, pressoché presenti in tutti i canali, la televisione ha operato nel bene e nel male un’acculturazione di massa o globale tale da rendere vicine le località più disparate e di far parlare un tantino meglio ( almeno in un italiano più comprensibile) le popolazioni più arroccate in paesini, montagne e borgate, da farle sentire infine più contestualizzate in quel lento percorso socio-politico che dovrebbe portare il Paese ad una concreta democrazia. Certamente uno dei mali della Tv è quello di far credere che l’asino vola, come bene ha documentato una ventina d’anni Gianni Amelio nel suo film Lamerica, quando il popolo albanese era stato abbacinato dalle false ricchezze propinate dalla nostra Tv commerciale e moltissimi di loro s’erano imbarcati in massa in una scalcagnata e affollatissima nave per scoprire poi che la nostra era solo una povera Italietta. C’è un modo per evitare di cadere nelle trappole mediatiche ed è quello dell’informazione e della cultura. E poi c’è l’antico metodo di cambiare programma o spegnere quell’apparecchio (talvolta illuminato di giallo col digitale terrestre) che è solo un elettrodomestico da utilizzare al bisogno, quando se ne ha la voglia o quando si vuol vedere ciò che più piace o interessa a noi tutti.-
Gigi Giacobbe

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Pornografia
di Witold Gombrowicz
traduzione Vera Verdiani

regia Luca Ronconi

scene Marco Rossi
luci Pamela Cantatore

con
Riccardo Bini, Paolo Pierobon
e con
Ivan Alovisio, Loris Fabiani, Davide Fumagalli, Lucia Marinsalta
Michele Nani, Franca Penone, Valentina Picello, Francesco Rossini

un progetto a cura di Roberta Carlotto
una coproduzione
Centro Teatrale Santacristina, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa
in collaborazione con Spoleto56 Festival dei 2 Mondi

Già con Quel pasticciaccio di Via Merulana di Gadda Luca Ronconi aveva dato avvio nel 1996 ad un nuovo modo di mettere in scena il soggetto romanzo, consistente in particolare nel far “dire” agli attori non solo le battute in prima persona ma anche le didascalie in terza persona. Un metodo ripreso adesso in Pornografia, un romanzo del 1962 dello scrittore e drammaturgo polacco Witold Gombrowicz, messo in scena da Ronconi nello storico e grazioso Teatro Francesco Torti di Bevagna ( 251 posti, 4 file di piccoli palchi, volta dipinta da Mariano Piervittori raffigurante angioletti e ninfe danzanti a 35 km distante da Spoleto) all’interno della 56ª edizione del Festival dei due Mondi diretta da Giorgio Ferrara. Non inganni il titolo, perché di Pornografia come la intendiamo noi occidentali attraverso le pellicole di Rocco Siffredi e delle varie Selen e Ciccioline, ce n’è ben poco, niente direi. Lo stesso Gombrowicz all’uscita del romanzo ebbe a dire che si trattava solo d’un titolo ironico.

E’ un’opera piuttosto sull’ossessione e sulla tragedia del guardare, che potrebbe trovare la sua sintesi in quei dipinti di Vigilio Guidi raffiguranti solo occhi disposti in lungo e in largo su tutta la tela. Il plot, all’apparenza semplice ma con risvolti noir, si svolge a Varsavia durante la guerra in Polonia al tempo in cui due buontemponi avanti negli anni, Witold e Federico, rispettivamente Riccardo Bini (somigliante in modo incredibile allo stesso Ronconi) e Paolo Pierobon, un Dmitrij dostoevskiano quasi sbucato fuori da quel capitolo dei Fratelli Karamazov incentrato sulla Leggenda del Grande Inquisitore, incontrano in una casa di campagna, dove sono ospiti, una coppia di adolescenti, Enrichetta e Carlo, che ai loro occhi appaiono libidicamente attratti da una passione reciproca, da qualcosa molto vicino al sentimento dell’amore. I due voyeur, senza morbosità apparente ma con alcune trovate intelligenti, banali quasi, come una gita in collina o un incontro casuale, conducono i due giovani a concretizzare la loro unione.

In realtà sono queste trovate a fa capire allo spettatore il senso del desiderio, che qui viene esibito, ostentato e rappresentato, quale vero significato della pornografia. Una Pornografia non relativa all’atto osceno o alla sessualità, ma al vero desiderio che si presenta come tale quando viene depauperato da ogni sovrastruttura e condizionamento. E bisogna aggiungere che in queste condizioni il desiderio svela una serie di categorie che tendono a venire meno, come la vecchiaia, ormai prossima a quelle due eccentriche figure, l’invidia della vigoria e bellezza perdute, la tristezza per quella libertà e spensieratezza forse non pienamente vissute. Insomma la vera Pornografia per Gombrowicz e Ronconi è quella del sentimento che viene messo a nudo e obbliga l’essere umano a guardarsi dentro, riconoscendosi scontento e appagato, vittima e carnefice, buono e crudele, falso e leale, coraggioso e pauroso e così via cantando.

La vera Pornografia è trasgressiva perché svela la vita interiore dell’uomo che diventa spettatore di sé stesso. La falsa Pornografia, ovvero l’oscenità, è solo banale omologazione. Durante le tre ore e mezza di spettacolo scorrono sulla scena nuda e nera di Marco Rossi poltrone sedie e arredi vari, pure due mega-macchine agricole d’antan e accanto alla coppia Bini-Pierobon un gruppo di attori, ben presenti sulla scena e tutti all’altezza dei loro ruoli, quali Ivan Alovisio, Loris Fabiani, Davide Fumagalli, Lucia Marisansalta, Michele Nani, Franca Penone, Valentina Picello, Francesco Rossini. Lo spettacolo è coprodotto dal Centro Teatrale Santacristina e dal Piccolo Teatro di Milano dove sarà in scena nella prossima stagione.-
Gigi Giacobbe

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The old woman
di Bob Wilson

Il Teatro Nuovo di Spoleto, per la 43ª edizione del Festival dei due Mondi, è affollatissimo alla “prima” di The old woman dello scrittore surrealista russo Dannil Kharms. Il motivo è che trattasi d’uno spettacolo allestito da Bob Wilson, ormai da un quinquennio presenza fissa della cittadina umbra e che i due protagonisti sono il ballerino russo Mikhail Baryshnikov e l’attore americano Willem Dafoe, come dire, due star internazionali per riunire nell’amore e nel disarmo le due più potenti nazioni del mondo. Il primo recita in russo, il secondo in inglese, entrambi sottotitolati in italiano, giusto per comprendere lo spirito d’uno scrittore di Sanpietroburgo che tanto scrisse per l’infanzia, il cui vero cognome era Juvacëv, appartenente ad una famiglia antizarista, fondatore del movimento futurista Oberiu assieme al pittore Malevic e altri artisti, autore di scritti teatrali che ci rimandano al mondo assurdo di Beckett e Ionesco, tali da fargli guadagnare la fama di drammaturgo geniale e folle e che arrestato varie volte e condannato ai lavori forzati morì nel 1942 all’età di 37 anni in una clinica psichiatrica detentiva di Novosibirsk.

Invero The old woman, (La vecchia signora) non so se è stato scritto per i bambini, visto il plot di tipo noir, con ossessive ripetizioni di frasi e concetti, quasi dei calembour ricchi di non-sense espressi in modo seriale, come le musiche di Wim Mertens o di Michael Nyman o le serigrafie di Keith Haring o di Andy Warhol. Anche perché prima dello spettacolo, un sipario in bianco e nero raffigurante campagne alberate, case e monti e disegnini infantili lungo tutto il perimetro della tela, attraversata al centro da un cagnolino rosso luccicante e dalla silhouette d’un funambolo con pantaloni gialli e frac azzurro, poteva far pensare che lo spettacolo potesse essere indirizzato ad un mondo infantile, così come avvenuto per il recente Odyssey al Piccolo di Milano. Mi sbagliavo, perché il racconto, scandito in varie scene, prosegue con la scansione d’un puzzle: tante tesserine che compongono le varie scene (lo spettacolo, questa volta, stranamente, dura un’ora e mezza senza intervallo) per cui alla fine sarà lo spettatore a metterle nella giusta sequenza. C’è anche da dire che Baryshnikov e Dafoe sembrano due gocce d’acqua, entrambi vestiti di nero, con trucco pesante sul viso e marcate occhiaie attorno gli occhi, capelli ondulati e ciuffo verso sinistra il primo verso destra il secondo, riconoscibili in particolare per la cravatta che porta il primo e la farfalla del secondo, naturalmente nere. Le parole sembrano superflue in questo spettacolo anche se una mini sinossi, accostabile a quei primi telefilm in bianco e nero di Hitchcock, potrebbe riassumersi in un uomo che incontra nel cortile di casa sua una vecchia signora con un grande orologio in mano senza lancette, alla quale viene chiesta l’ora, comparendo successivamente quella donna morta stecchita nella casa di quell’uomo, quasi certamente uccisa da lui. Il problema sarà come liberarsi di quel cadavere, che probabilmente sarà fatto a pezzi, messo in una valigia e gettato poi in un pantano. Amen. Altro che storia per bambini. Piuttosto uno spettacolo che ha messo in luce le doti interpretative, clownesche, danzanti anche di Defoe, entrambi colti verso la fine in posture che si rifacevano all’osannato Eistein on the beach, e tutti i funambolismi scenici di Bob Wilson, le sue proverbiali e magiche luci in grado di far volare gli spettatori in mondi onirici, popolati anche anche da galli e galline e in grado di rendere rossa la lingua di Dafoe, di verde il viso di Baryshnikov. Un esempio di frasi seriali: “La fame inizia così’: ti senti attivo al mattino, poi arriva la debolezza, poi arriva la noia, perdi la lucidità mentale e l’ardore…”, oppure: “E’ meglio che la birra scorra liberamente perché è contro natura che stia ferma”. Spettacolo salutato alla fine da ovazioni e applausi interminabili, con Bob Wilson assente, a pensare già all’allestimento d’un nuovo spettacolo.-
Gigi Giacobbe

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Scene di Woyzeck
di Büchner e Berg
drammaturgia di Fabrizio Sinisi
regia di Federico Tiezzi

43° Festival di Santarcangelo di Romagna

Costumi di Maria Antonietta Lucarelli

con
Roberto Latini
e gli allievi-attori
Maria Blandolino, Marco Brinzi, Matias Endrek, Simone Faloppa
Liyu Jin, Mauro Recanati, Daniele Sala, Rosa Sarti
Caterina Simonelli, Nicolò Todeschini

con la collaborazione del Coro Magnificat di Santarcangelo

Compagnia Lombardi-Tiezzi

Col suo Woyzeck che non riuscì a completare perché morto di tifo nel 1837 a soli 23 anni, Georg Büchner ci lascia un’opera aperta che tanta influenza ha avuto nel mondo dell’arte e dello spettacolo. Ai primi del ‘900 Alban Berg (facendo scomparire la “y” sostituita da una “z”) realizza il Wozzeck un’opera lirica in tre atti “fondamentalmente atonale e saltuariamente dodecafonica”, suggerisce Armando Gentilucci. Poi è il Cinema ad interessarsi del dramma pre-espressionista: Werner Herzog realizza un film (1979) con Klaus Kinski e ancora prima (1973) Giancarlo Cobelli gira una pellicola in bianco e nero che è una vera chicca cinematografica, pressoché scomparsa dalla circolazione, che ha come protagonista Francesca Benedetti nel ruolo di Maria. Si rappresentano in giro per l’Europa spettacoli di burattini e marionette e pure una commedia musicale ad opera di Bob Wilson (2002) con brani pop di Tom Waits al Teatro Valle di Roma all’interno del Roma-Europa Festival, ma già nella metà degli anni ’70 Carlo Cecchi aveva messo in scena un superbo Woyzeck con 20 minuti iniziali occupati da una marcia militaresca che faceva accapponare la pelle cui prendevano parte tutti i componenti della Compagnia del Granteatro di cui ricordo Paolo Graziosi e Gigio Morra e ricordo pure due edizioni teatrali di rilievo viste a Palermo ad opera di Nicola Rignanese e di Claudio Collovà.

Adesso è la volta di Federico Tiezzi che con Scene di Woyzeck, messo in scena nella Piazza Ganganelli di Santarcangelo di Romagna all’interno dell’omonimo Festival diretto con grande passione da Silvia Bottiroli, realizza uno spettacolo melo, con riferimenti ad alcuni dannati del cinema quali Almodovar e Fassbinder, rendendo omaggio, forse, all’edizione cecchiana con quella marcetta dell’introibo, eseguita da due personaggi che parlucchiano in spagnolo e spogliano dei suoi averi il corpo senza vita del povero Woyzeck, quello dell’ottimo Roberto Latini, che giace sotto un lungo tavolo di legno e poi sopra, quasi un lettino da sala mortuaria, toccato, accarezzato, omaggiato da un nugolo di chirurghi d’ambo i sessi. Personaggi stereotipati e infoiati che in un commiato concitato si avvicendano ad un microfono tessendo con le loro voci e gesti disarticolati e sconnessi un macabro e funereo Rock-Horror-Woyzeck-Show, alla maniera della più lasciva e ostentata pornografia dei sentimenti, come è dato da vedere nella contemporanea società dello spettacolo.

A distanza di quasi due secoli il Woyzeck è d’una attualità sconvolgente, appunto perché il personaggio, immerso in una vita quotidiana di miseria e di dolore, si lega alla dura legge della sopraffazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, diventa un simbolo della condizione alienata dell’individuo ridotto a cavia, o quanto meno oggetto d’uno spietato meccanismo di sfruttamento sociale. E’ vittima degli esperimenti psicologici e dietetici a base di piselli inoculati dal “Dottore”, è costretto da un “Capitano”( somigliante qui con quegli occhialini neri al colonnello Bill Kilgore di Apocalypse now di Francis Ford Coppola) a svolgere i lavori più umili e servili che, per una libertà registica di Tiezzi, finirà i suoi giorni morto ammazzato a colpi di pistola. Solo Maria e il suo figlioletto rappresentano le radici umane dello sventurato Woyzeck. E quando costei, che lui ritiene la sua donna, lo tradisce per motivi futili con il “Tamburmaggiore”, a Woyzeck comincia a liquefarsi il cervello e il suo corpo diventa una matassa di gelosia, amplificata ancora di più da quanti lo circondano, assumendo i connotati di qualcosa di acuminato, di appuntito, d’una lama luccicante che dovrà perforare il corpo di Maria. Sarà uno dei tanti femminicidi che hanno preceduto quelli attuali e uno dei tanti suicidi che ne seguiranno inesorabilmente.

Sono tanti i motivi che rendono fascinoso lo spettacolo di Tiezzi, frutto d’un percorso biennale del Teatro Laboratorio della Toscana: a cominciare da quando Latini-Woyzeck fa la barba al Capitano emulando il Chaplin-barbiere de La grande guerra al suono della Danza Ungherese di Brahms, a quando il nostro eroe si muove con grossa croce sulle spalle al suono dello Stabat Mater eseguito dal Coro Magnificat di Santarcangelo, a quelle scene circensi sbucate fuori dai lavori di Toller con Maria che indossa la maschera di gorilla e Woyzeck quella di Lenin, mentre fa capolino la voce dei Rolling Stones e s’ode l’inno nazionale dell’ex-Russia, con un finale in stile Pina Bausch con il palcoscenico disseminato di rose rosse e la voce di Battiato che canta Alexander Platz, mentre un piccolo cavalluccio di legno ristagna al centro della scena. Accanto a Latini, gli allievi-attori Maria Blandolino, Marco Brinzi, Matias Endrek, Simone Faloppa, Liyu Jin, Mauro Recanati, Daniele Sala, Rosa Sarti, Caterina Simonelli, Nicolò Todeschini. Costumi di Maria Antonietta Lucarelli, drammaturgia di Fabrizio Sinisi.-
Gigi Giacobbe

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Sala Laudamo
Messina

Ferite a morte
di Serena Dandini
regia Vincenzo Tripodo

coreografie Antonio Gullo
costumi Angelica Oliva

con
Linda Bonanno, Annamaria Cannatelli, Emilia Celi
Marielide Colicchia, Giosué Coppola
Elisabetta Di Giambattista, Carmen Foti, Grazia Maria Grasso
Anna Manfredi, Emanuele Morabito, Angelica Oliva
Annamaria Pagliaro, Stefania Panetta, Federica Pernice
Patrizia Previte, Nicole Rossitto

Sì, è vero, ci possono essere degli istanti in cui lei dice a lui “sono tua”. Ma sono due parole che si dicono solo in momenti di estasi e solo per alcuni istanti, appunto, perché per il resto delle ventitre ore cinquantanove minuti cinquantotto secondi ognuno è di sé stesso. Libero. Non appartiene a nessun altro. E’questo, non soltanto più a mio avviso, il motivo di tanti femminicidi nel nostro Paese (uno ogni due/tre giorni, pare, secondo le ultime statiche): considerare la propria partner/compagna/fidanzata/moglie “cosa” propria, proprietà privata.

Ferite a morte di Serena Dandini un testo che dà voce alle vittime di femminicidio, ha concluso alla Sala Laudamo il 5° anno dell’Actorgym, una palestra teatrale diretta da Vincenzo Tripodo, che qui ha curato pure la regia dello spettacolo-saggio coadiuvato da Cecilia Foti e Ivana Zimbaro e dalle due stagiaires polacche Katarzyna Andrzejczuk e Marta Swinarska, (coreografie di Antonio Gullo e costumi di Angelica Oliva) e con un gruppo di aspiranti attrici/attori che rispondono al nome di Linda Bonanno, Annamaria Cannatelli, Emilia Celi, Marielide Colicchia, Giosuè Coppola, Elisabetta Di Giambattista, Carmen Foti, Grazia Maria Grasso, Anna Manfredi, Emanuele Morabito, Angelica Oliva, Annamaria Pagliaro, Stefania Panetta, Federica Pernice, Patrizia Prervite, Nicole Rossitto. Lo spettacolo prodotto da Gigi Spedale e dedicato a Franco Rame, è incentrato su un gruppo di donne morte ammazzate in vari modi che dall’aldilà raccontano alcune tranches delle loro vite e i modi come i loro uomini le hanno tolte da questo mondo. Femminicidi consumati dietro persiane, porte o serrande o per strada, che raccontano rancori, incomprensioni, sofferenze, liti selvagge, finite nel sangue e nello sbigottimento di chi poi si vedrà davanti tutte quelle donne ferite a morte. Le quattordici protagoniste e le sole due figure maschili interpretano i loro ruoli con grazia e ironia, alcune nascondendo un filo di emozione, altre al passo di danza hanno stampate in fronte alcune goccioline di sudore per via dell’intensa calura della sala, ma tutte contente alla fine per gli applausi che le avvolgeranno in un grande abbraccio.

Nel pomeriggio, sempre alla Laudamo, era andato in scena OZ tratto da Il mago di Oz di L.Frank Baum, adattato e diretto con non poca fatica da Cecilia Foti, con le coreografie di Antonio Gullo, le scene e costumi di Alessandra Ottanà, il coro di voci bianche di Progetto Suono, direttore Rita Padovano e con un nugolo di bambini dai quattro ai dodici anni, iscritti alla sezione dell’Actorkids, la palestra degli attori zerododici. Nello spettacolo la piccola Dorothy (Carola Colajanni) ha come compagnetto d’avventura non il cagnolino Totò ma una bambinetta di 4 anni ( Marina Cugnata), entrambe trasportate in un mondo fantastico in compagnia d’un leoncino (Leonardo Giacobbe), uno spaventapasseri (Caterina Pastura) e un uomo di latta ( Giovanni Lo Re). Qui Dorothy sconfiggerà le quattro streghe del Nord, del Sud, dell’Est e dell’Ovest ( rispettivamente Miriam Nicolosi Chiara Mazza, Giulia Re-Callegaris, Valeria Foti) e conoscerà la verità vera sul misterioso mago di Oz ( Emanuele Arena) che è solo un fanfarone, che l’avventura era solo un sogno e che la felicità sta nel cortile dietro la propria casa. Agnese Pino era la zia Emma, Lolli era Noemi Nicolosi, Ciocco Giulia Pino, Mella Valeria Ardizzone, Tartina Martiuna Lipari, Mastichina FrAncesca Crescenti. Forti le emozioni che hanno unito, alla fine, mamme, papà, zie e nonne in calorosi applausi e forti abbracci.-
Gigi Giacobbe


 

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Orestiadi 2013
Gibellina (TP)

E’ dedicata a Franco Scaldati, l’attore e drammaturgo palermitano scomparso nei giorni scorsi, la XXXII edizione del Festival delle Orestiadi, in programma quest’anno a Gibellina Nuova dal 26 giugno al 23 luglio. Il cartellone stilato dal direttore artistico Claudio Collovà prevede la presenza di quattordici compagnie provenienti oltre che dal nostro paese anche dalla Spagna, Olanda, Francia e Germania. Gli spettacoli andranno in scena alle 21,15 nella tradizionale cornice del Baglio Di Stefano dove per la prima volta si avvicenderanno Laura Curino, Virgilio Sieni, Roberto Castello, il regista Carles Fernandez Giua, il drammaturgo Esteve Soler. Il Festival si apre mercoledì 26 giugno, giorno della nascita di Ludovico Corrao, l’ideatore della kermesse, con un’ode di Emilio Isgrò (noto artista pittore, poeta, drammaturgo di Barcellona Pozzo di Gotto, residente a Milano dal 1956, noto in particolare per le sue “Cancellature”) per i funerali dell’ex-parlamentare del PCI ucciso a coltellate il 7 agosto del 2011, all’età di 84 anni, dal 21enne bengalese, suo dipendente, Saiful Islam. Nelle sere dal 26 al 28 giugno Francesca Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi e Marco Betta presenteranno il progetto musicale “Conversazioni con Francesco Pennisi”, consistente in tre concerti che saranno eseguiti da compositori e interpreti del Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Palermo. « Continua il percorso - spiega il direttore artistico Claudio Collovà - che mette insieme le arti e che si nutre del dialogo tra i creatori e i poeti che non amano i confini espressivi e continua a crescere il numero di artisti di rilevanza nazionale e internazionale».- Da canto suo il sindaco di Gibellina,Rosario Fontana, ha annunciato che “renderà agibile, grazie al Governo regionale, un luogo della memoria e dell'arte quale è il Cretto di Burri, realizzato da Alberto Burri tra 1984 ed il 1989 nella città vecchia di Gibellina in seguito alla distruzione provocata dal terremoto del 1968”. Laura Curino e Gabriele Vacis presenteranno il 29 giugno lo spettacolo "Camillo Olivetti alle radici di un sogno", che ricostruisce la vita dell'industriale illuminato italiano. In prima nazionale, il 4 luglio, “Contro l’amore” di "Esteve Soler" con la regia di Carles Fernandez Giua, in collaborazione con la compagnia "La Conquesta del Pol del SUD" (Spagna); prosegue (il 6 e 7 luglio) “Opera” e “Sonno” due atti unici di Vincenzo Schino; “Carne trita” (il 10) concerto per voce e danza a cura di Roberto Castello; “Sonate Bach di fronte al dolore degli altri” (il 12) coreografia e regia di Virgilio Sieni; “ Di fonte agli occhi degli altri” (il 13) sempre a cura di Sieni; “Al Prolèter” (il 17) spettacolo diretto da Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi per conto dei Teatrialchemici e Compagnia Dada di Palermo; “Fratto x” (19 e 20) di Flavia Mastella e Antonio Rezza. A chiudere il cartellone ( il 23 luglio) "Abraco", un progetto coreografico e teatrale di Santina Franco.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto di Salvatore Pastore

 

 

 

 

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Napoli Teatro Festival Italia 2013

Lo spopolatore
di Samuel Beckett
regia di Peter Brook


Avete presente i gasometri? Quelle strutture cilindriche di metallo ormai in disuso nelle nostre città? Ecco, qualcosa di molto simile ha pensato Samuel Beckett per il suo racconto Lo spopolatore, scritto in francese col titolo Le depleupleur, in gran parte nel 1966 e concluso quattro anni dopo, senza l’ombra d’una virgola, quasi un lavoro scientifico, diviso in lunghi paragrafi che descrivono il luogo e chi ci abita. Il cilindro di Beckett misura 50 metri di circonferenza e sedici di altezza ed è rivestito internamente di un materiale simile a gomma dura. Lungo la metà superiore della parete circolare si aprono approssimativamente venti nicchie raggiungibili con delle scale di diversa lunghezza tutte mancanti di pioli, sparsi qua e là e utili a chi vi dimora di potersi colpirsi a vicenda. Gli abitanti sono circa duecento e ciascuno va alla ricerca del suo spopolatore, (vocabolo coniato da Beckett da un verso di Lamartine e si riferisce alla morte) muovendosi ognuno, fra cercatori e sedentari, in un continuo andirivieni che ricorda quello delle formiche chiuse dentro un barattolo. Insomma l’immagine è quella d’un girone dantesco, più da Purgatorio che da Inferno, un luogo astratto e fantastico simile al nostro mondo quotidiano, frenetico rumoroso, apocalittico. Ognuno può vederci ciò che vuole, anche un ventre materno. Peter Brook, che adesso ha 88 anni (l’età del nostro presidente della Repubblica Napolitano) geniale regista inglese di spettacoli come il Marat-Sade, Mahabharata, i recenti Fragments beckettiani e opere come la Carmen o il Flauto magico, ha immaginato Lo spopolatore privo di tutto quello descritto prima per sommi capi. Ha cancellato ogni cosa. Ha lasciato solo sulla scena nera tre scale di diversa altezza mancanti di alcuni pioli, un basso sgabello al centro del proscenio e ha dato a Miriam Goldschmidt, l’attrice di colore di lingua tedesca, molto glamour nella sua mise tutta nera, il compito di leggere in francese un copione tagliuzzato in molte parti e di farla muovere come un ragnetto che tesse la tela lungo il perimetro del palcoscenico. Uno spettacolo di poco meno di un’ora, davvero molto povero e scarno, più una mise en èspace che una mise en scene, che ha lasciato tutti esterefatti, increduli incapaci quasi di credere che quanto visto era firmato da uno guru del teatro mondiale a cavallo dei secoli XX e XXI, che ha avuto il privilegio di aprire al Teatro Sannazzaro la VI edizione del Napoli Teatro Festival Italia 2013. –
Gigi Giacobbe


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Foto di Salvatore Pastore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Napoli Teatro Festival Italia 2013

La bisbetica domata
di William Shakespeare
regia di Andrej Konchalovskij


Shakespeare era misogino? A giudicare la sua Bisbetica domata la risposta è si! E anche il regista russo Andrej Konchalovskij che l’ha messa in scena al Teatro San Ferdinando è del medesimo parere. Tutta la commedia mira a sbollentare il caratteraccio di tale Caterina, con caschetto nero come la Valentina di Crepax quella vestita da Mascia Musy, che respinge a piè pari qualunque pretendente le si presenti davanti. Una guerra ad oltranza la sua che impedisce tuttavia alla sorella più piccola, la molto corteggiata Bianca cui dà vita la bionda Selene Gandini, di prendere marito prima di lei. Erano questi i costumi dei tempi antichi. Prima doveva sposarsi la più grande e poi quelle che seguivano. E’ inutile dire che la strategia che mette in atto il furbo Petruccio di Federico Vanni che interpreta il ruolo con arguzia e intelligenza, alla fine si rivelerà vincente, trovando in Caterina una sposa amabile, ubbidiente e devota. Konchalovskij noto per avere sceneggiato due film cult di Tarkovskij (L’infanzia di Ivan e Andrej Rublëv), d’aver girato ad Hollywood dei film con star del calibro di Kurt Russel, Isabella Rossellini, Sylvester Stallone, Nastassja Kinski e d’aver diretto Juliette Binoche ne Il gabbiano di Cechov, ha ambientato lo spettacolo negli anni ’20, quelli dell’inizio del ventennio fascista, delle reclame liberty del Campari, dei grammofoni Columbia, Olivetti, Standa e altre ancora, caratterizzando i personaggi come sbucati fuori da pellicole del muto e agghindando ad un tratto Petruccio e il suo servo Grumio ( Roberto Serpi) con occhialoni e caschi di pelle come usavano i piloti partecipanti alla corsa della Mille Miglia. Le scene dello stesso Konchalovskij, più proiettate che costruite, riproducono piazze metafisiche alla maniera di Carrà e De Chirico e talvolta un piccolo trenino sbuffante fa capolino sul fondale colorato attraversandolo tutto da un capo all’altro. Il ritmo impresso è quello della Commedia dell’Arte con tanto di sedie ai lati della scena. I cambi d’abito si eseguono a vista e sembra d’assistere ad una farsa ad intreccio, ad un lavoro di Goldoni o a un vaudeville frenetico di fine ‘800 con equivoci e colpi di scena, travestimenti e funambolismi dialettici al suono di charleston e tanghi e canzoni tipo C’è una strada nel bosco… Quando tu sei partita…o Parlami d’amore Mariù…diffuse da un vecchio grammofono a tromba. I servi di casa Petruccio sono dei proto-comunisti con pugno chiuso, il Battista di Vittorio Ciorcalo ha i baffetti alla Salvador Dalì, il Gremio di Giuseppe Rispoli piegato in due è quasi un automa cui bisogna dargli una botta per farlo muovere e parlare, il Lucenzio di Flavio Furno è travestito da precettore di latino con naso-occhiali-baffi finti per entrare meglio nel cuore di Bianca, grazie pure all’aiuto del suo servo Tranio ( Roberto Adriano Braidotti) e di Biondello, il bravo Antonio Gargiulo, vero fool dello spettacolo e in evidenza pure l’Ortensio di Carlo Di Maio e il padre di Lucenzio, Roberto Alinghieri. I costumi erano di Zaira De Vincentis, il disegno luci di Sandro Sussi.-
Gigi Giacobbe

questo articolo è stato scritto per

 

 


Foto di Salvatore Pastore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Napoli Teatro Festival Italia 2013

Antonio e Cleopatra
di William Shakespeare


Luca De Fusco incornicia l’inizio e la fine del suo Antonio e Cleopatra shakespeariano con una slide riproducente in maniera seriale un’infinità di teschi, nel ricordo forse di quella installazione di Jen-Pierre Raynaud al Pavillon francais della 45ª Biennale di Venezia del 1993 interamente ricoperto da piastrelle di ceramiche raffiguranti solo crani, o memore di quella terzina dell’Inferno dantesco, quello degli ignavi, il cui 3º Canto inizia con “Per me si va ne la città dolente/ per me si va nell’eterno dolore/ per si va tra la perduta gente”. Un tema che odora di amore e morte, come già nel Romeo e Giulietta, ripreso da Shakespeare una dozzina d’anni dopo con un’altra storia noir incentrata su Antonio e Cleopatra, una delle coppie più tragiche della letteratura teatrale. Nella prima sono due ragazzi al primo loro amore, che, per pura fatalità, giocando a morire poi muoiono veramente. Nella seconda sono due adulti scafati, esperti nell’ars amandi, che scelgono, per vanità o per restare nella storia, di morire deliberatamente. Antonio infilzandosi col suo gladio dopo aver appreso che Cleopatra s’è suicidata, ignaro che è solo per finta, Cleopatra in modo più plateale facendosi mordere da un aspide velenoso. Un dramma che Luca De Fusco, quasi da bravo film-maker e con accorgimenti multimediali già messi in atto in una sua precedente Antigone sofoclea, incornicia aldilà d’uno schermo trasparente grande quanto tutto il boccascena, dietro il quale, con opportuni giochi di luci, si svelerà una struttura piramidale composta da soli gradini. Un arcano che si renderà visibile verso la fine, dopo che per tutto lo spettacolo i personaggi appariranno illuminati a varie altezze in tutto tondo o in altorilievo, quasi come in un retablo in bianco e nero, con le gigantografie dei loro volti impressi in primo piano, come avviene ai giorni nostri in alcuni talk show televisivi. Grande lavoro hanno compiuto i truccatori per rendere i personaggi simili a grigie statue semoventi: capelli e boccoli rigidi, abiti e tuniche come scolpite addosso, toraci deltoidi e bicipidi degli uomini posticci a sagomarsi sui loro corpi, da farli somigliare a quei palestrati 300 di Leonida nel film di Zack Snyder. Indubbiamente la presenza continua in Italia di Bob Wilson, ha influenzato alcuni nostri teatranti e Luca De Fusco appartiene meritoriamente a questo drappello. Certo, il ruolo dell’attore risulta ridimensionato, diventa tout court il braccio della mente registica, un ingranaggio d’una grande ruota, l’esecutore di precisi indirizzi recitativi che via via possono svilire la sua posizione etica e la sua mission nel mondo dello spettacolo. Ma per dirla con Pirandello: Così è, se vi pare. Del resto, se si hanno i soldi, i budget per spettacolarizzare un testo teatrale, utilizzando effetti speciali, opportuni trucchi, accorgimenti tecnici, elettronici, musicali, coreografici e altro ancora, perché non farlo? Il rischio però è che, se non si tiene desta l’attenzione dello spettatore, meravigliandolo di continuo, facendolo entrare nel viluppo di quanto accade sulla scena, dopo un quarto d’ora si rischia d’annoiarlo e di fargli prendere la via dell’uscita dal teatro. Invero al Teatro Mercandante in questa “prima” assoluta dell’Antonio e Cleopatra, non mi pare che ci siano state fughe al buio, anche perché lo spettacolo, sia pure con qualche caduta di ritmo, era di buon livello, grazie pure alla presenza di Luca Lazzareschi e Gaia Aprea, due interpreti che bene hanno reso i rispettivi personaggi, profumando di morte e lasciando dietro di sé un’allure funerea, resa evidente dalle loro scultoree posture o quando adagiati su un sarcofago si univano in teneri abbracci. In evidenza il Cesare Ottaviano di Giacinto Palmerini, l’Eros di Enzo Turrin, l’Agrippa di Stefano Ferraro, il Demetrio di Fabrizio Nevola, l’Ottavia di Federica Sandrini. D’ effetto le musiche di Ran Bagno, che potrebbero ben figurare nei film di Peter Greenaway, belle le luci di Gigi Saccomandi e secondo tradizione iconografica della Roma antica i costumi di Zaira De Vincentis.-
Gigi Giacobbe


 

Mangiare e bere letame e morte

 

Morir si giovane

 

Noosfera Museum

 

La Società

 

Cucinar Ramingo

 

Big Biggi one man show

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lo splendore dei supplizzi

 

 

UN BÈS Ligabue

 

Primavera dei teatri
Castrovillari 2013
14ª Edizione dal 28 maggio al 2 giugno luglio 2013

Progetto a cura di Scena Verticale

Un calvo e corpulento uomo in slip accanto ad una sedia sdraio di tela a strisce blu e bianca con righine rosse, avvolto da una nebulosa color giallo-ocra, è il manifesto realizzato da Philip Toledano per la 14ª edizione della “Primavera dei Teatri” di Castrovillari, diretta da Saverio La Ruina e Dario De Luca e organizzata da Settimio Pisano, volta sempre a perseguire nuovi linguaggi della scena contemporanea, ma anche eventi performativi come l’inquietante Tunnel di Gianfranco De Franco all’interno del rabbrividente Castello Aragonese. All’interno del quale si veniva condotti dalla virgiliana guida Cecilia Foti, pure in veste di “voce d’appoggio” alla performance musical-canora dello stesso De Franco, avvolto da una tuta e da una maschera antigas sul viso, che azionava manualmente un sintonizzatore facendo venir fuori dei suoni che ti trafiggevano l’anima, evocanti più di 500 anni di torture, dolori e sofferenze, di tutti quei prigionieri che erano stati condannati a vivere incatenati al limite della sopportazione umana.
Una settimana segnata da altri eventi, come il “Laboratorio sul verso shakespeariano” condotto da Walter Malosti o il concerto “Volo infermo” svoltosi a conclusione del Festival in cima alla “Torre infame” del Castello e poi un ricco cartellone di tredici spettacoli in cui spiccava Lo stupro di Lucrezia dello stesso Malosti, Il nostro amore schifo di e con Luciana Maniaci e Francesco D’Amore, protagonisti pure de La biografia della peste, di cui ci siamo occupati in questo giornale. Di rilievo Un bès-Antonio Ligabue, uno spettacolo di Mario Perrotta, primo movimento del “Progetto Ligabue” assieme al Teatro Sociale di Gualtieri e altre strutture, che prevede altri due momenti che si realizzeranno nei prossimi due anni. Il titolo fa riferimento a quel bacio così tanto desiderato e che nessuno gli ha mai dato, neppure la madre, quella “mutta” che Perrotta con spiccata vitalità e aderenza, esprimendosi in romagnolo misto a schegge di tedesco, disegna a carboncino su una terna di lavagne a fogli sostituibili, avendo come sfondo quei monti svizzeri, di Zurigo in particolare, città che gli ha dato i natali nel 1899 e dove ha vissuto per 18 anni, trasferendosi poi definitivamente a Gualtieri dove morirà nel 1965. Una vita infame la sua, considerato uno fuori di testa, quasi lo scemo del paese in privato e un genio in pubblico per le sue “belve” dai colori espressionisti, rievocanti i dipinti di Van Gogh. Le tre sale del Protoconvento dei Francescani hanno accolto, causa pure del cattivo tempo, quasi tutti gli spettacoli in programma, compreso Noosfera Museum di e con Roberto Latini per conto della bolognese compagnia Fortebraccio Teatro, previsto al Castello Aragonese. Una perfomance in stile land-art, con tre verdi alberelli su una scena terrosa e Latini con viso dorato, come una Veruschka al maschile protagonista della Salomè di Carmelo Bene e lunga giacca ricca di chiavi che luccicano nella penombra della scena, smarrito in un’isola senza più una bussola che gli indichi in che direzione vada il Teatro e poter nascondere il tesoro della sua solitudine.
C’è anche un momento di alta cultura culinaria con Cucinarramingo-in capo al mondo, protagonista Giancarlo Bloise che mentre racconta favole da Mille e una notte facendo rivivere alcuni personaggi teatrali del mondo di Giuliano Scabia, cucina su un fornelletto dei pezzi di pollo e sull’altro un risotto con cozze gettandovi dentro le più strane spezie orientali e i condimenti più comuni come lo zenzero e lo zafferano e che alla fine quando anche tu assieme ad altri spettatori provi ad assaggiare quelle robe lì, hai la sensazione di non avere mai mangiato dei cibi gustosi come quelli.- Hanno avuto consensi positivi pure i quattro attori della Compagnia Musella Mazzarelli per conto del Teatro Stabile delle Marche, rispettivamente Fabio Salvo, Laura Graziosi, Paolo Mazzarelli e Lino Musella, questi ultimi pure registi e autori del testo La società, in cui i quattro protagonisti (tre amici e una rumena) si trovano a gestire un pub lasciato loro in eredità. Uno spettacolo con riferimenti ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij, in quella parte che racconta della Leggenda del del Santo Inquisitore, in cui si nasconde il seme della discordia e si esaltano e si sotterrano i valori dell’amicizia, allorquando entrano in gioco interessi economici pronti a minare i sogni d’una gestione in comune.- Suggestivo lo spettacolo di teatro-danza Mangiare e bere. Letame e morte di Davide Iodice per la solipsistica prova di Alessandra Fabbri che all’inizio racconta la storia d’una coppia di pappagallini felici, sino a quando scompare e muore il maschietto e viene sostituito da una tortora. Storie vere, pare, di altri animali da cortile, cui fa seguito una danza libera e liberatrice secondo gli stilemi di Martha Graham, durante la quale la Fabbri si bagna il corpo con acqua posta all’interno d’un secchio e si sparge il corpo nudo con grigie crete, cercando di ricostruire parti anatomiche mancanti, in un continuum animalesco e spasmodico uso del corpo, sino a diventare lei stessa un volatile quando si applicherà delle piume sul viso, coinvolgendo uno spettatore.- Del demenziale Big Biggi One Man Show con in scena Simone Biggi e Rossana Crudeli, entrambi in mutande, vorremmo sorvolare, anche perché dopo una decina di minuti di scoregge registrate in tutte le tonalità, la sala si svuotava lentamente sino ad anticipare la chiusura dello spettacolo.-

Lo spettacolo che seguiva era Lo splendore dei supplizi di e con Licia Lanera e Riccardo Spagnulo, con Mino Decataldo nel ruolo del boia che ristagnava al lato del proscenio, per conto della formazione pugliese di Fibre Parallele. In due ore e un quarto, due tempi e quattro episodi, veri e propri mini-spettacoli tenuti insieme dal fil-rouge del “supplizio”, i due protagonisti hanno tratteggiato quattro figure tipiche della nostra società di oggi: La coppia, il Giocatore, La Badante e il Vegano. All’inizio una coppia incatenata ad un divano si rinfaccia ogni cosa senza alcun ritegno al suono d’una suite di Haendel inserita nel Barry Lindon di Kubrick. Nel secondo pezzo un giocatore compulsivo di videopoker ventriloqueggia con un pupazzo con apparizione finale della madre morta dal viso orrendo. Nel terzo supplizio i ruoli s’invertono, lui veste il ruolo d’una badante straniera, lei quello maschile del badato su un carrello poggia braccia che cerca in tutti i modi di vendicarsi dei trattamenti bruschi che è costretto a subire, mostrandole pure un indubbia antipatia razzista. Infine i due bravi protagonisti vestiti da operai in tuta rapiscono un vegano ( lo stesso boia Decataldo) un vegetariano vicino di casa che dopo averlo legato e seviziato gli gettano addosso latte uova, bistecche e proteine animali varie, ammazzandolo con un salsicciotto in bocca. In chiusura Morir sì giovane e in andropausa, spettacolo teatral-canoro imbastito con molta ironia da Giuseppe Vincenzi e Dario De Luca pure regista, assieme ad una band affiatata e di tutto rilievo, che fa il blow-up ai temi più scottanti del mondo attuale: dalla disoccupazione giovanile al mondo delle varie caste politiche ed economiche, comprese le fobie del nostro vivere contemporaneo oscillante tra bisogni e desideri inappagati, senza che all’orizzonte si vedano nuovi spiragli per i trenta-quaratenni, destinati in una società gerontocratica ad invecchiare senza lavoro e senza una pensione. Un futuro nebbioso come la metaforica immagine dell’uomo in mutande di questa Primavera dei Teatri.-
Gigi Giacobbe


 

Vertigo

 

Alfredo Airas

 

Don Quichotte du Trocadéro

 

Ismael Ivo durante il work-shop

 

La bisbetica domata
di Konchalovskij

 

Lo Spopolatore
Peter Brook

 

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Napoli Teatro Festival Italia 2013

“Il Napoli.Teatro Festival Italia 2013”, firmato dal direttore artistico Luca De Fusco, si svolgerà dal 4 al 23 giugno, mentre in settembre si prevede soltanto il “Premio Le Maschere del Teatro Italiano” che quest’anno avrà una sezione dedicata a Mariangela Melato. Sono previsti 20 debutti assoluti, 3 prime italiane e 30 spettacoli del nuovo Fringe. Ancora una volta la manifestazione rafforza la sua vocazione internazionale dedicando attenzione alla nuova drammaturgia e andando pure alla scoperta di luoghi sconosciuti.
Ad aprire la manifestazione il 4 giugno al Teatro di San Carlo sarà il coreografo francese José Montalvo con Don Quichotte du Trocadéro, spettacolo di danza, teatro e acrobazie; a seguire, il 5, un concerto di Enzo Avitabile con i Bottari di Portico che si farà alla Città della Scienza e il cui ricavato andrà destinato alla sua ricostruzione. Dal 6 al 9 giugno sarà la volta di Peter Brook con Lo Spopolatore di Samuel Beckett, protagonista Miriam Goldschmidt. A seguire (dall’8 al 10) La bisbetica domata di Shakespeare, con Mascia Musy nel ruolo di Caterina e il russo Andrej Konchalovskij alla sua prima regia italiana; Circo Equestre Sgueglia (dal 21 al 23) di Raffaele Viviani firmato dal regista argentino Alfredo Arias; Antonio e Cleopatra (9- 10) in una lettura drammaturgica musical-visiva, diretta da Luca De Fusco, con Gaia Aprea e Luca Lazzareschi. In prima mondiale Spam (7-8), spettacolo del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd, al suo debutto come regista, che tratta d’un intrigo internazionale con Mario Monti protagonista, mentre Jean-Louis Martinelli, direttore del Théâtre Nanterre-Amandiers di Parigi, offre un affresco lucido e non retorico del continente africano con Une nuit à la Présidence (22-23), testo che parla dei retroscena del potere. C’è attesa anche per Desdemona (18-19) spettacolo firmato da Peter Sellars, che vede collaborare la scrittrice afro-americana Toni Morrison (premio Nobel per la Letteratura) e la nuova regina della musica afro, la cantante malese Rokia Traoré. Sono quattro gli spettacoli di danza, oltre a quello di Motalvo, torna la “Vertigo Dance Company” israeliana (22-23) con una nuova e sensuale creazione, Vertigo 20; e torna anche il coreografo napoletano di nascita, ma francese di adozione, Paco Dècina con lo spettacolo Précipitations (15-16) che lo rivedrà in scena; e infine Mishima (15-16) coreografia/installazione ideata dal brasiliano Ismael Ivo e ispirata alla vita e all’universo creativo dell’artista giapponese Yukio Mishima. Ad inaugurare lo spazio di Pietrarsa sarà il “Teatro dei Sensi Rosa Pristina”, che presenterà CentoPorte (dal 6 al 13) uno spettacolo che si seguirà su una vettura storica, sulla quale la regista Susanna Poole giocherà con i nostri sensi. Sempre nello stesso luogo andrà in scena Nata sotto una pianta di datteri /19-20) con Pamela Villoresi nel ruolo d’una matriarca che vive nel deserto ed è depositaria di un inconfessabile segreto. Il regista Nanni Garella firma invece La Classe (14-15), ispirato a La Classe morta di Tadeusz Kantor, affidando la messinscena dello spettacolo ai pazienti psichiatrici con i quali collabora da tempo. In collaborazione con “Benevento Città Spettacolo”, Pierpaolo Sepe, metterà in scena Sik Sik l’artefice magico, a Napoli (13-14) l’edizione del 1929, a Benevento quella del 1979. Infine il progetto Arrevuoto-Viviani (23) che concluderà l’edizione del Festival 2013, i cui registi Laieta-Stornaiuolo metteranno in scena con adolescenti rom e ragazzi di Scampia un lavoro ispirato all’opera Zingari di Viviani. A Davide Iodice è affidato il laboratorio intitolato Che senso ha se solo tu ti salvi, percorso di ricerca ispirato a Le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, finalizzato alla formazione del gruppo artistico che prenderà parte ad uno spettacolo nel 2014.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

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Elephant man
di Giancarlo Marinelli
regia Giancarlo Marinelli

con
Ivana Monti, Daniele Liotti
Debora Caprioglio
, Rosario Coppolino
Andrea Cavatorta, Serena Marinelli, Simone Vaio

Compagnia Molière

John Hurt è stato il primo a vestire i panni di Joseph Merrick, personaggio dal viso deforme sin dalla nascita, realmente esistito (si chiama sindrome di Proteo la malattia), da cui il chirurgo Frederick Treves ne ha tratto un libro biografico e David Lynch un film di successo girato nel 1980 col titolo di The elephant man. Poi la pop-star David Bowie, fu l’interprete a Broadway di un’opera teatrale di successo che ricalcava le vicende del film. Adesso è il fascinoso spilungone Daniele Liotti ad indossare al Vittorio Emanuele di Messina la maschera ingombrante dell’uomo elefante, sfoderare una voce sincopata e camminare claudicante per due ore e mezza con vistosa gobba alle spalle. Giancarlo Marinelli regista e adattatore del racconto, sicuro lettore di quel volume di Umberto Eco titolato “Storia della bruttezza”, ambienta lo spettacolo in una Londra di fine ‘800, quella sudicia e malfamata descritta da Jack London, sintetizzata nella scena di Andrea Bianchi/Forlani con un arco ferroso arcuato fra due colonne di mattoni, al tempo in cui Jack lo Squartatore nelle buie stradine lordava il suo coltellaccio col sangue di donnine smarrite e il povero il “mostro” si esibiva in un “freak-show” alle dipendenze d’un violento domatore da circo che lo frustava e gli faceva patire la fame e il freddo. Vive una vita infame Merrick, sino a quando quel dottorino di Treves (cui Rosario Coppolino conferisce doti di credibilità e di umanità), non lo libera da quella schiavitù, ricoverandolo nel suo ospedale e offrendogli una civile e degna sistemazione. L’amicizia tra i due coinvolge il notarile direttore dell’ospedale (Andrea Cavatorta), la carismatica capo- infermiera di Ivana Monti e la stessa del chirurgo, una Debora Caprioglio elegante nei suoi abiti d’epoca disegnati da Marta Crisolini Malatesta, che ad un tratto danzando con il “mostro” sembra di scorgervi “La bella e la bestia” di Cocteau. Tuttavia l’idea di ospitare un fenomeno da baraccone incuriosisce studiosi e medici, ambienti dell’aristocrazia compresa la Regina Vittoria. Insomma Joseph Merrick, figlio di un’insegnante e amante della poesia di Walt Witman (“Oh capitano mio Capitano”) o del Romeo e Giuliettta di Shakespeare, rimane sempre un “diverso”, qualcuno da esibire e mostrare come un fenomeno da baraccone, giusto per cloroformizzare l’ipocrisia dei curiosi, bravi solo a fare beneficenza, impotenti ad andare oltre la propria vista, rinchiudersi a riccio e accettare solo stereotipi di bellezza. Succede poi che quello sfruttatore di anime ( Francesco Cordella) s’ìntrufolerà nottetempo in ospedale assieme a due scellerati compari ( Serena Marinella e Simone Vaio), preleverà quell’innocente “mostro” per esibirlo ancora in giro per il mondo, sino a quando altri “mostri” simili per intenti a quelli (veri) narrati da Tod Browning nel suo film “Freaks” del 1932, libereranno Merrick che finirà i suoi giorni in quella confortevole stanzetta d’ospedale allestita dall’amico chirurgo. In chiusura il bravo Daniele Liotti apparirà senza più maschera fra gli applausi calorosi del pubblico.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Catania - Teatro Verga - fino al 19 Maggio
Erano tutti miei figli

di Arthur Miller
regia di Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino
costumi Silvia Polidori
luci Franco Buzzanca

con
Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini
e con
Filippo Brazzaventre, Annalisa Canfora, Barbara Gallo,
Enzo Gambino, Giorgio Musumeci, Ruben Rigillo, Silvia Siravo

produzione Teatro Stabile di Catania
in coproduzione con
Doppiaeffe Production s.r.l.

A dispetto di quanti, nelle redazioni della carta stampata e in alcuni settori della politica, pensano che il Teatro sia morto, riducendo gli spazi della critica i primi e tagliando drasticamente i fondi dello spettacolo i secondi, potranno costoro ancora una volta ricredersi andando a vedere sino al 19 maggio al Teatro Verga Erano tutti miei figli di Arthur Miller con la regia impeccabile di Giuseppe Dipasquale e interpretato da un gruppo eccellente di attori capitanati da Mariano Rigillo. La genesi del dramma - a detta dello stesso Miller - ha un’origine casuale, e si sostanzia nella mente del drammaturgo allorquando durante una conversazione nella sua abitazione, una pia signora del Middle West, raccontò di una ragazza, sua vicina di casa, che aveva scoperto che il padre aveva venduto all’esercito del materiale difettoso e che l’aveva denunciato alle autorità, distruggendo così la famiglia. Lo spunto permetterà a Miller nel 1947, trasformando quella figlia in un figlio, di scrivere il secondo atto e di porre le fondamenta per il suo capolavoro teatrale. Dipasquale fa muovere i suoi personaggi all’interno d’una grande serra tappezzata da (finti) vetri trasparenti e arredata con sedie metalliche da giardino, divanetto e tavolinetto tutti laccati di bianco. Alle prime sembra una scena cecoviana quella di Antonio Fiorentino, per via degli abiti a tinte chiare indossati dai protagonisti ( i costumi sono di Silvia Polidori). Poi invece il dramma comincia a gonfiarsi lentamente come nelle tragedie greche o nei drammi di Ibsen, così tanto cari a Miller, in cui il passato torna a galla e i fatti che si rappresentano assumono un realismo che può tagliarsi con una lama di coltello. Il plot ruota attorno alla figura dell’industriale Joe Keller, vestito con autorevolezza e grande patos da Mariano Rigillo, il quale durante il secondo conflitto mondiale per accrescere i propri profitti, ha venduto teste di cilindro difettose all’aeronautica militare. Per questo motivo sono morti 21 piloti, compreso il figlio Larry. Fu fatto il processo ma in prigione è finito solo il socio di Keller, padre di Ann, cui Silvia Siravo conferisce ricche venature psicologiche, la quale dopo tre anni e mezzo è andata a trovare la famiglia dell’ex-fidanzato scomparso. In realtà è Chris ( Ruben Rigillo è sulle orme del padre) secondo genito di Keller che l’ha invitata perché tra loro c’è del tenero e un possibile matrimonio. Questa unione non piace né a Kate (commovente l’interpretazione di Anna Tersa Rossini) moglie di Keller che non vuol darsi pace che suo figlio Larry è morto, né a George ( bravo davvero Giorgio Musumeci), fratello di Ann, che è convinto che anche Keller sapeva di quei materiali difettosi e che doveva andare in galera come suo padre. La verità non tarderà a venire a galla e sarà molto amara, per via pure d’una lettera che Larry aveva spedito ad Ann lo stesso giorno in cui aveva deciso di scomparire col suo aereo, perché dai giornali aveva appreso dello scandalo che aveva investito suo padre e il padre della sua fidanzata. Per Chris suo padre è diventato un fantoccio di sabbia, vorrebbe ammazzarlo denunciarlo alle autorità, ma sarà lo stesso Keller a farla finita sparandosi un colpo di pistola, portandosi nella tomba quei giovani piloti che come Larry erano tutti figli suoi. Accanto a questa famiglia allargata e talentuosa di attori, si notano il dottor Bayliss di Filippo Brazzavente e di sua moglie Sue, la pettegola Barbara Gallo e i coniugi vicini di casa Frank e Lydia Lubey di Enzo Gambino e Annalisa Canfora. Due ore e mezza di spettacolo in cui non si sentiva nessun colpo di tosse con applausi calorosissimi e ovazioni finali che non finivano mai.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Se devi dire una bugia, dilla ancora più grossa
di Ray Cooney
regia Gianluca Guidi

con
Antonio Catania, Gianluca Ramazzotti e Miriam Mesturino
e la partecipazione straordinaria di
Raffaele Pisu
con
Ninì Salerno e Licinia Lentini

Una schiera di brillanti commediografi quali Michael Frayn, Joe Orton, Alan Ayckbourn, Ray Cooney e certamente ne dimentico altri, già negli anni ’60 imbastiva un tipo di farsa frenetica nei ritmi e imprevedibile nello svolgimento, la cui comicità nasceva dalla sorpresa, dal verificarsi d’un fatto buffo e inaspettato, condito da situazioni paradossali nate in apparenza lì per lì sul momento, che gli storici del teatro hanno definito poi “la nuova commedia all’inglese”. In realtà questi autori, senza doverci soffermarci sull’atellana, su Plauto e sulla Commedia dell’Arte, hanno avuto come modello il vaudeville francese, a cavallo di ‘800 e ‘900, ben documentato dai vari Feydeau, Courteline e Labiche. Da noi in Italia “Rumori fuori scena” di Frayn e “Camere da letto” di Ayckbourn sono stati un vero successo al pari di “Taxi a due piazze” e “Se devi dire una bugia dilla grossa” di Cooney ad opera della premiata ditta Dorelli-Quattrini. Adesso la compagnia capitanata da Antonio Catania, Gianluca Ramazzotti e Ninì Salerno, con la regia di Gianluca Guidi (figlio di Johnny Dorelli e Lauretta Masiero) da un paio d’anni riscuote grandi consensi con “Se devi dire una bugia dilla ancora più grossa” che è il seguito del precedente lavoro, naturalmente di Cooney. Che ha un inizio imprevedibile: quello che nella suite lussuosa n°648 dell’Hotel Palace, pagata dal Governo, il ministro De Mitri (lo stesso Catania) non riesca a consumare una “cena elegante” con la responsabile dell’ufficio stampa del partito dell’opposizione ( l’avvenente Miriam Mesturino) perché un cadavere (che poi si rivelerà non essere tale) apparirà dietro la tenda, ghigliottinato quasi da una grande finestra. Da qui in avanti in quella luminosa camera, in cui domina al centro copia d’un dipinto raffigurante un Catilina in vesti romane turbato e pensieroso, camuffando un porta-abiti che si rivelerà essere un vero toccasana per tanti che vi si nasconderanno, i protagonisti faranno di tutto per camuffare lo scandalo che potrebbe scoppiare. Le bugie piovono a go-go e nel vortice si ritroverà Mario Girini, il portaborse del ministro vestito da un Gianluca Ramazotti in grado di diffondere una comicità allo stato nascente e poi il bel cameo del cameriere Garibaldi di Raffaele Pisu, le improvvise visite del direttore dell’albergo Ninì Salerno che ad un tratto apparirà in guêpiere, ma anche le sortite della morbida Arabella (Licinia Lentini) moglie del ministro, dell’arrabbiatissimo marito della fedifraga, nonché della promessa sposa del portaborse. Un tourbillon di equivoci, in cui oltre alle porte sbattono pure finestra e anta dell’armadio, per la gioia del pubblico che si diverte e i cui risolini diventano risate fragorose, facendo piovere applausi a più riprese. Per chi vuole trascorrere un paio d’ore divertenti si rechi al Vittorio Emanuele dove lo spettacolo è in scena sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Frankestein Junior
un musical di
Mel Brooks
testo di Mel Brooks e Thomas Meehan
musica e liriche di Mel Brooks
regia e coreografie originali di Susan Stroman

regia Saverio Marconi
regia associata Marco Iacomelli

con
Giampiero Ingrassia

Sembra una favola noir questo “Frankestein Junior” proposto da Saverio Marconi e dalla sua Compagnia della Rancia. Una favola che si può benissimo raccontare a quei bambini monelli che stentano ad addormentarsi la sera, tanto ormai con tutto quello che vedono in televisione questa sembra una storiella tutta panna e cuoricini al cioccolato e che può iniziare così. In un paese lontano della Transilvania, forse reale forse immaginario, viveva il dottor Victor von Frankenstein che giocava con i morti per farli resuscitare. Adesso è morto e suo nipote Frederick, l’ultimo della genia, ha ereditato il medesimo vizietto. Lasciato dunque l’insegnamento della Scuola di Medicina, “Frankenstein Junior” ( Giampiero Ingrassia ha capelli folti e neri ed è molto a suo agio nel ruolo) si reca nel terrificante castello del nonno abitato da tre oscuri personaggi, tutti ben caratterizzati: il gobbo sciancato Igor (Mauro Simone) senza bulbi oculari esoftalmici ma incappucciato nella sua mise nera; l’enigmatica governante Frau Blüker (Altea Russo) già amante del vecchio proprietario e l’attraente bionda Inga (Valentina Gullace) che diventa subito assistente del neo-arrivato. In questo sinistro luogo di continuo minacciato da lampi e tuoni, il giovane Frankenstein scopre aldilà d’una libreria un passaggio segreto che porta direttamente nel laboratorio degli esperimenti, tutto serpentine, quadri di comandi elettrici e un lettino rigido al centro. Con l’aiuto di Igor si procurerà il cadavere di uomo gigantesco al quale infilerà nel cranio il cervello d’un tale non ben identificato. L’esperimento riesce ma il “mostro” (il baritono Fabrizio Corucci) questa volta è di indole buona e si farà amare persino da Elisabeth (quella che Giulia Ottonello interpreta con verve comica e con una voce davvero straordinaria) fidanzata di “Frankenstein Junior”, il quale a sua volta troverà in Inga il suo ideale di donna. E’ quanto accade in questo acclamatissimo e applauditissimo spettacolo di Mel Brooks, sue pure le musiche e le liriche che riecheggiano motivi da kabarett berlinese di Bertolt Brecht e di Kurt Weill, presentato al Vittorio Emanuele, in cui tutto ( luci, scene mobili, costumi) funziona alla perfezione. Lo spettacolo ripropone con raffinatezza le medesime atmosfere in bianco e nero dell’osannato film di Gene Wilder, fa il verso pure al romanzo gotico di Shelley e ai classici horror degli anni Venti e i tredici protagonisti, spesso colti in più ruoli, cantano ballano e recitano con un filo d’ironia e di comicità. Accanto ai già citati protagonisti vivacizzavano l’indiavolato musical il capo della polizia Felice Casciano) con gamba e braccio anchilosati, l’eremita cieco (Davide Nebbia), il vecchio Frankenstein (Roberto Colombo) e il personaggio di Ziggy ( Michele Renzullo). Gustoso il duetto canoro-ballerino tra Frankenstein Jr. e il mostro sulle note di Puttin’on the Ritz di Irving Berlin.-
Gigi Giacobbe

 

 

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al Piccolo Teatro Strehler di Milano
dal 3 al 24 aprile 2013
ODYSSEY
di Bob Wilson

Progetto, regia, scene e luci: Bob Wilson
Musiche: Thodoris Ekonomou
Testo: Simon Armitage da Omero
Drammaturgia: Wolfgang Wiens
Costumi: Yashi Tabassomi

con
Zeta Douka, Lydia Koniordou, Alexandros Mylonas, Maria Nafpliotou, Vicky Papadopoulou,
Apostolis Totsikas, Nikitas Tsakiroglu, Stavros Zalmas, Thanassis Akokkalidis, Konstantinos Avarikiotis,
Kosmas Fontoukis, Yorgos Glastras, Akis Sakellariou, Yorgis Tsabourakis,
Yorgos Tzavaras, Marianna Kavalieratou, Lena Papaligoura

Produzione
Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa e Teatro Nazionale di Grecia-Atene

Bob Wilson è un artista della scena, un mago dell’illuminotecnica, in grado di utilizzare le luci come i colori d’una tavolozza. Ogni suo spettacolo è una prova d’autore unica, singolare e fascinosa in cui non serve apporre la sua firma perché è facilmente riconoscibile. Prova ne è questa sua Odyssey ripresa da un testo di Simon Armitage, tratto da Omero, di cui Wolfgang Wiens ha curato la drammaturgia. Appena gli spettatori entrano in sala scorgono nel mezzo della scena azzurrognola una capretta (naturalmente finta) e di lato al proscenio un vecchio agghindato con pesante palandrana che tiene un sasso in mano, somigliante a quegli artisti di strada cui bisogna dare un soldino per farli muovere. Questa figura, in realtà lo stesso Omero, vestita da Nikitas Tsakiroglu, rivolgendosi alla Musa in greco antico, darà inizio a questa Odyssey secondo Bob Wilson, che, com’è suo solito, cura regia, scene e luci. Adesso da un rettangolo di luce blu e verde-acido fuoriesce una ragazza punk (Marianna Kavalieratou) e un nugolo di personaggi con corpetto bianco da schermitori e maschere di animali domestici sul viso, capitanati da un dorato Zeus con barba riccioluta bianca ( Alexandros Mylonas) assieme a sua figlia Atena (Zeta Douka) tutta agghindata di bianco con vistoso collier dorato al collo, i quali decidono che Odisseo, del muscoloso Stavros Zalmas, dopo 20 anni di avventure per guerra e per mare, debba far ritorno alla sua Itaca. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Nazionale di Grecia insieme al Piccolo Teatro Strehler è rimasto in scena ad Atene per ben quattro mesi e i quasi venti attori in scena per tre ore, parecchi in più ruoli, si esprimono in greco moderno, con sottotitoli in italiano. La mission impartita dal re dell’Olimpo verrà compiuta da un alato Ermete (Apostolis Totsikas) che volerà da Calipso (Maria Nafpliotou), raffigurata come una dorata scultura greca distesa su una dormeuse in primo piano, mentre Odisseo se ne sta ritto sul fondo come una statua in controluce. Poi la scena si capovolge ed è lui in primo piano con Calipso in controluce. Una magia di illuminotecnica che Wilson otterrà in altri momenti, risuscitando altrettanti personaggi del poema omerico, accostabili a quelle figurine stilizzate, visibili su brocche e vasi greci nelle teche di tanti musei archeologici sparsi per il mondo. Odisseo adesso è naufrago nella terra dei Feaci e resterà un anno accanto a Nausica, sua madre Arete ( Lydia Koniordou) e suo padre Alcinoo. Il racconto si fa immaginifico ed è sovrapponibile ai canti omerici. Il Ciclope di Wilson è calvo e ha un occhio fosforescente, in grado con la sue grandi dita d’afferrare chicchessia prima d’essere accecato da un appuntito palo incandescente e la maga Circe è colta in un lettone a far l’amore con l’Odisseo, mentre i suoi compagni, alcuni con le capigliature di El Shaarawy del Milan, trasformati in porcelli, ritorneranno alla normalità, per salpare dopo un anno per altre avventure. Di grande effetto un mega-otre racchiudente tutti i venti; il regno dei morti con il fantasma di Anticlea, madre di Odisseo; le Sirene simili ad Arpie, ululanti su spigolosi scogli color verde smeraldo e il mostro Scilla con il volto di quattro Velociraptor affamati. Uno spettacolo di rara bellezza, confezionato genialmente da Wilson in grado di creare scene sempre nuove restringendo, allargando o abbassando quinte e paratie poste sulla graticcia e in cui non mancano le musiche ironiche, eseguite al pianoforte dal vivo da Thodoris Ekonomou, quasi come nelle comiche del film muti in bianco e nero. Oceanici applausi alla fine.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Song o not song
scritto, diretto e interpretato
da
Vittorio Viviani

al piano Andrea Bianchi

Con quella faccia scavata da mariuolo e quella mise con pantaloni e camicia color antracite, come si conviene ai migliori chansonnier dell’Olimpia di Parigi, Vittorio Viviani – nessuna parentela col grande Raffaele drammaturgo cantante e macchiettista napoletano vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 - si presenta alla Sala Laudamo non più con Ottavia Piccolo, cui le ha fatto da spalla in tanti spettacoli di Stefano Massini ( Processo a Dio, La commedia di Candido, L’arte del dubbio) ma in compagnia dell’ottimo pianista Andrea Bianchi, per dare vita ad un pastiche musicale titolato Song o not song. Un pasticcio pure linguistico, come si può intuire, per cui il “song” può significare “canzone” in inglese, ma pure “sono” in napoletano. Insomma un titolo amletico, per cui l’essere o non essere lascia il posto a famose canzoni straniere riscritte in napoletano giocando sull’assonanza linguistica. Ecco dunque che My Way portata al successo da Frank Sinatra diventa Guaje mieje incentrata su un disoccupato; Yesterday dei Beatles si tramuta in Vers ‘i sei intra ‘o tram so’ ottansei; Sound of silence di Simon and Garfunkel, canzone tratta dalla colonna sonora del film Il laureato (1967) di Mike Nichols, diventa E si so’ fatti quasi l’otto con un Adamo che aspetta un’Eva in forte ritardo. E’ ispirato Viviani, trovando dei complici in sala con cui condividere alcune scenette riguardanti il periodo esistenzialista francese con accenni ai versi di Prevert, passando poi ad una sorta di giaculatoria in onore di San Gennaro nei panni d’una vecchietta con scialle nero sulle spalle. Lo spettacolo con influenze stranianti brechtiane ma anche di Viviani Raffaele, assume i connotati d’un concerto per pianoforte e cantattore in cui Viviani Vittorio con grande ironia e un filo di sarcasmo racconta fatti dei nostri giorni con un’amarezza tragicomica. Ecco dunque che Blowin’in the wind di Bob Dylan diventa in U’ brodo si fa friddi e in stile cabarettistico la Serenatella non è più “sciuè-sciuè” ma “shoa-shoa” e la famosa Et maintenant di Gilbert Becaud diventa Ammuntunà con chiari riferimenti alla spazzatura ammonticchiata in tante nostre città. L’ultimo pezzo è una canzone riveduta e corretta, tratta da Le vieux (I vecchi) di Jacques Brel e poi un bis in cui la New York, New York di Liza Minnelli diventa Nun tengu chiù letti sò’ proprio distrutto. Molti applausi calorosi da parte d’un pubblico che stenta a riempiere la sala e repliche sino ad oggi pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto di Gianmarco Vetrano

 

 

 

 

 

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Teatro dei Naviganti

Vedettes
di Maria Pia Rizzo
regia Domenico Cucinotta

con
Maria Pia Rizzo e Stefania Pecora

E’ sempre lì l’unico teatrino “off” di Messina.Al n°67 di Via del Santo ( dietro il cimitero) negli ex-Magazzini del Sale, cui i suoi due fondatori Domenico Cucinotta e Maria Pia Rizzo gli hanno dato il mitologico nome di ”Teatro dei Naviganti”. Un gioiellino attivo da 12 anni, composto da una piccola hall, una tribunetta per 50/80 spettatori e un’ampia sala in parquet di legno, in cui vanno in scena petites pièces, monologhi e deliri a due, in grado di richiamare un popolo non soltanto di giovani, come è avvenuto nell’ultimo weekend con lo spettacolo “Vedettes” di e con la Rizzo affiancata da Stefania Pecora con la regia di Domenico Cucinotta. All’inizio e per tutti i 65 minuti dello spettacolo, gli spettatori diventano dei voyeurs, dei guardoni che seguono i movimenti delle due protagoniste nell’intimità dei loro mini-spazi, come attraverso il buco d’una serratura. Ciò che separa le due “Vedettes” è una mega-cornice rettangolare con vetri trasparenti messa di sbieco, con tante lucette che sagomano centralmente uno specchio senza specchio (la scena è stata realizzata da Piero Botto), in modo che il pubblico osserva ciò che fa e dice una delle due, restando l’altra ben visibile in primo piano, mentre entrambe pur vedendosi fanno finta che tra loro esista un muro divisorio. Maria Pia Rizzo registra su un piccolo apparecchio la sua autobiografia e indossa poi una sfilza di reggiseni uno sull’altro, eseguendo in successione una serie di esercizi ginnici per rendere più accettabili alcuni muscoli che stentano a rassodarsi. Stefania Pecora da canto suo arriva con una radiolina accesa, fon, un paio di toupet e tanti pacchi gonfi di abiti e cappellini che indossa nevroticamente, mai contenta per come le cadono sul suo corpo in sovrappeso che controlla attraverso il piatto d’una bilancia che porta sempre con sé. Le due “Vedettes” sembrano delle star, delle grandi artiste che arrivate con largo anticipo nei loro camerini, cercano di trascorrere il tempo prima entrare in scena, sfogando la loro vanità con quello che hanno a portata di mano. Con i rispettivi guardaroba, appunto, che vengono rovistati e indossati in un tourbillon di continui spogliarelli, accompagnati da musiche vorticistiche che amplificano i loro movimenti. Infine entrambe troveranno un po’ di quiete quando indossando degli abitini rossi e argentati luccicanti di strass e paillettes con annessa borsettina a tracolla, le faranno somigliare – facendo roteare entrambe quella struttura rettangolare in faccia al pubblico - a delle entraîneuses d’alto bordo, a delle bambole in vetrina come è dato da vedere in alcune strade di Amsterdam. Il pubblico colto da stupore e meraviglia ha applaudito lungamente le due brave protagoniste.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

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Totò e Vicè
di Franco Scaldati
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

con
Enzo Vetrano e Stefano Randisi

www.diablogues.it

Credo che oggi in Italia non esista una coppia teatrale come quella di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, in grado di trasmettere al pubblico l’essenza del Teatro. Che è poi quella di far vivere in sala quello che i protagonisti vivono sulla scena. Una comunione che si instaura sin dal primo istante quando i due splendidi attori, pure registi, si muovono a piccoli passi chiusi nei loro cappotti sdruciti con in mano dei valigioni di cartone e prendono posto su una panchina di legno, colti poi a filosofeggiare sui più elementari (in apparenza) quesiti della natura, ricchi nonsense, di risposte impossibili, forrestgampiane quasi. « Se uno si mettesse a camminare dove potrebbe arrivare? ». Oppure: « Se le case fossero senza porte come si farebbe ad entrare?». O ancora: « Se non ci fossero Totò e Vicè chi saremmo noi?». Questi i loro nomi. Totò è Stefano Randisi e Vicé è Enzo Vetrano e il poetico testo Totò e Vicé è opera di Franco Scaldati, forse uno dei più belli dopo Il pozzo dei pazzi e Lucio, scritto e cucito addosso sui interpreti palermitani, come lo è lui del resto. Uno spettacolo che in ogni istante dei suoi sessanta minuti regala nobili sentimenti di amicizia e di solidarietà e in cui non c’è momento in cui l’uno faccia sentire all’altro di non essere solo né in questo né nell’altro mondo, quando entrambi si ritroveranno a vivere una vita forse solo sognata o solo immaginata. Uno spettacolo da non perdere, fatto di piccole cose, come quando Vetrano soffierà per far volare la sua stella forse solo una farfalla, o quando apparirà col capo illuminato da una piccola coroncina e dirà che “oggi è San Vincenzo e faccio il santo con l’aureola in testa”, esclamando poi che “oggi il mare mi sembra il cielo con le stelle”. A differenza di Vladimiro ed Estragone che sono lì ad aspettare chi non arriva mai, Totò e Vicé sono due clochard post-beckettiani che sembra si siano ricongiunti con il loro Godot, trovando nel sorriso e nei giochi più ingenui il modo di riappacificarsi con la vera natura del teatro, fatto di niente, solo d’una sfilza di lumini allineati lungo tutto il proscenio come era uso fare nella Commedia dell’Arte. Di grande effetto il disegno luci del compianto Maurizio Viani e costumi di Mela Dell’Erba. Applausi infiniti alla Sala Laudamo di Messina per i due eterei e poetici personaggi.-
Gigi Giacobbe

 

Foto di Matteo Soltanto

 

 

 

 

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Scene da un matrimonio
di Ingmar Bergman
Adattamento e regia Alessandro D'Alatri

con
Daniele Pecci e Federica Di Martino

musiche originali - Franco Mussida
scenografia - Matteo Soltanto
costumi - Francesco Verderame
disegno luci - Paolo Mazzi
video grafica - Alessio Fattori

produzione - Teatro Stabile d'Abruzzo

Ingmar Bergman con “Scene da un matrimonio” realizzò nel 1973 un film che rimane nelle antologie cinematografiche di tutti i tempi. Interpreti erano la sua compagna Liv Ullmann dalla quale si stava separando e Erland Josephson, una sorta di alter ego come era stato Marcello Mastroianni per Fellini e Jean-Pierre Leaud per Francois Truffaut. Vennero poi i successi televisivi e teatrali riconducibili agli stilemi di “Danza di morte” di Strindberg e “Casa di bambola” di Ibsen e un’edizione italiana struggente, in stile impeto e tempesta, del 1997 con Gabriele Lavia e Monica Guerritore, forse gli interpreti ideali perché la loro unione non si era ancora spenta. Adesso transita dal Vittorio Emanuele un’altra versione del film di Bergman curata dal regista Alessandro D’Alatri, che nel suo insieme appare più pacata e rasserenante. Complice quel finale dei due protagonisti in-felicemente ri-sposatisi poi con altri partner, rispettivamente Daniele Pecci e Federica Di Martino che cercano in tutti modi di rendere verosimili i loro personaggi, che a distanza di almeno vent’anni si ritrovano a letto nella stanza d’un albergo come due amanti qualsiasi per poi rigirarsi di spalle augurandosi la buona notte. Uno spettacolo glaciale, complice la scena di Matteo Soltanto, architettata con pochi arredi bianchi che fanno un tutt’uno con i lunghi e plissettati tendaggi, anch’essi bianchi, che si dipartono dall’alto dalla graticcia per dispiegarsi fin nelle quinte laterali, costituendo l’insieme quasi l’interno d’un marmoreo mausoleo che solo nel secondo tempo s’illuminerà con i colori dell’anima tendenti al rosso e all’azzurro. Forse l’intento di D’Alatri era quello di dimostrare che il matrimonio è la tomba dell’amore o che nella vita matrimoniale, l’affetto, forse l’amore, nasce quando i coniugi hanno elaborato il lutto della loro separazione e riescono rinfacciarsi tresche, scappatelle e tradimenti senza doversi gettare in faccia ogni tipo di stoviglie. Del resto la Marianna della Di Martino solo nel finale confesserà al Giovanni di Pecci, senza che lui si meravigli più di tanto, che anche nei primi anni di matrimonio quando tutt’intorno erano giuggiole, coccole e canti di d’uccellini, lei era andata a letto con tre uomini diversi. « Il problema della separazione – scriveva lo psicanalista russo d’origini italiane Igor Alexander Caruso nel suo saggio La separazione degli amanti pubblicato da Einaudi alla fine degli anni ’80 – è il problema dell’irruzione della morte nella coscienza umana non in senso figurato, ma concreto e letterale ». La separazione è un’esperienza di morte. Non muore solo l’altro che si allontana, ma si assiste alla propria morte nel cuore della persona amata. Ecco dunque il finale consolatorio, giusto per tenere lontana l’eterna nemica e prendere coscienza che l’amore esiste solo quando ci si lascia. A differenza del film di Bergman che si articolava in sei episodi, distinti da titoli paradigmatici del tipo “ l’arte di nascondere la spazzatura sotto il tappeto” o quello conclusivo che recitava “nel cuore della notte in una casa buia da qualche parte del mondo”, qui lo spettacolo di D’Alatri è diviso in dieci scene che ( con un po’ di fantasia) hanno come location la casa cittadina e di campagna dei due coniugi ripresi in diverse ore del giorno e della notte e poi nei rispettivi appartamenti e nella stanza d’albergo nel finale. I costumi dei giorni nostri sono di Francesco Verderame, le musiche alla chitarra di Franco Mussida accompagnano gli interpreti nei momenti più emozionali, il disegno luci è di Paolo Mazzi. Molti applausi finali da parte del non folto pubblico che ha seguito con molto interesse lo spettacolo e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Biografia della peste
di e con
Francesco D'Amore e Luciana Maniaci

regia Roberto Tarasco

Avevamo lasciato Francesco D’Amore e Luciana Maniaci un paio d’anni fa alla Sala Laudamo di Messina vaticinando che con Il nostro amore schifo erano nate due nuove stelle del mondo teatrale. Adesso i due artisti, cui piace giocare sui propri cognomi formando il gruppo teatrale ”Maniaci d’Amore”, hanno presentato, sempre nello stesso spazio, con regia e scenofonia di Roberto Tarasco, costumi di Alessandra Berardi e assistenza tecnica di Agostino Nardella, Biografia della peste: una storia grottesca, scritta e interpretata da loro due, nel Paese dove la morte è incerta e parziale. O meglio, una fiaba a tinte fosche che questa giovane coppia, (lui del 1985 di Bari, lei del 1983 di Messina) - alla maniera quasi di tante intriganti coppie teatrali delle “Cantine Romane” degli anni’60 raffigurate da Leo De Berardinis e Perla Peragallo, Manuela Kustermann e Giancarlo Nanni, Carlo Quartuccio e Carla Tatò, Carmelo Bene e Lydia Mancinelli (a fase alterne quando lei non veniva presa a cazzotti da lui) e certamente ne dimentico altre - cerca d’imprimere un segno nuovo, muovendosi nei labirinti d’una scrittura scenica surreale, stregata, visionaria, forse solo sognata, d’un qualcosa insomma che non possa essere ascritta nel tran-tran della aurea mediocritas. Bisogna dire che in buona parte i due “Maniaci d’Amore” riescono nel loro intento, anche se in questo loro spettacolo hanno esagerato un po’ in eccesso, mettendovi dentro un’infinità di references, individuabili in alcuni film d’animazione dell’ultimo decennio come Nightmare before Christmas diretto da Henry Selick, ideato e prodotto da Tim Burton, costui poi regista de La sposa cadavere o come Coraline e la porta magica, un horror/fantasy diretto sempre da Selick e tratto dal racconto di Neil Gaiman e illustrato da Dave McKean. Film che si sommano ai vari Harry Potter e Signori degli anelli, diventati famosi nel mondo della letteratura e del cinema fantasy, giusto per consolare o dare delle risposte a quei tanti miliardi di persone sui misteri della vita e della morte, delle arti arcane e magiche e cosa può esserci dopo che non si è più di questo mondo. L’inizio di questa Biografia della peste è fulminante. Un giovane un po’ spastico e un po’ normale di nome Cris, uscendo da un panificio viene investito da una macchina e muore. Nel suo paese Duecampane, abitato da “i quasi vivi”, le cose non vanno per il verso giusto. Nessuno più muore e anche l’eterna nemica è sull’orlo del fallimento. La morte è diventata incerta e anche Cris è obbligato dalla madre a dimenticare, a pensare piuttosto al matrimonio con la sua Adelina, a quando si consumerà tutto il baccalà comprato con 300 euro. La scena è occupata solo da una sedia a rotelle e da un frigorifero che diventa poi una tavola imbandita e una comoda bara. In un cambio di scena l’azione adesso assume una dimensione fiabesca quasi da sogno e i due protagonisti si trovano nel mondo de “i quasi morti”in cui domina una curiosa forma di peste. In sostanza coloro che vi abitano restano morti 23 ore al giorno e soltanto due abitanti non sono colpiti dal morbo: ovvero Cris e la madre (quasi come nel mito di Persefone). Nell’unica ora di vita è concesso a tutti i semi-morti di gozzovigliare e dedicarsi ad ogni forma di piacere, di migliorare soprattutto la propria biografia. Le cose si complicano quando Cris dialoga con suo padre, raffigurato da un cavolo all’interno d’una sfera trasparente appesa ad una canna da pesca e quando lo stesso padre, diventando Cris suo ventriloquo, dice che vuole morire mangiato, vittima di sarcofagia, divorato da una ragazza non importa se morta, rintracciabile in colei che in quell’ora di vita, invece che darsi alla bella vita, dormirà tutto il tempo e per questo chiamata “La Vegetale”. Personaggio vestito dalla stessa Adelina che in chiusura abbraccerà il suo Cris all’interno di quel frigorifero. Fine e viva l’amore che ogni cosa salva. Uno spettacolo da sballo, pure fatato, attraente come i due giovani protagonisti che con un linguaggio fabuloso riescono a fare ridere e raccontare le cose più terribili, spesso vietate o rimpicciolite dal mondo degli adulti.-
Gigi Giacobbe

 

 


Foto Giuseppe Messina

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Teatro Brancati
Catania sino al 24 marzo

Fumo negli occhi
di Faele e Romano

con
Tuccio Musumeci

Il Teatro Brancati di Catania diretto con accortezza ma anche con un grande fiuto imprenditoriale da Tuccio Musumeci e Orazio Torrisi, propone in questi giorni “Fumo negli occhi”, una commedia di Faele e Romano degli anni ’60, quelli del boom economico nel nostro paese, quando la gggente, anche se non poteva permetterselo, spendeva e spandeva a più non posso, firmando cataste di cambiali, perché il lavoro non mancava e poteva benissimo onorare i debiti contratti. Tutto il contrario di oggi, in cui la solita gggente non spende e non spande per la mancanza del lavoro, anzi chi se lo può permettere mette da parte qualcosa, la maggior parte non compra nulla neanche a rate, i consumi ristagnano e la nostra economia nazionale, certamente non per colpa della gggente, ristagna, non decolla e i nostri governi (quali?) cercano affannosamente una via d’uscita, se non addirittura un miracolo. Uno spettacolo, questo “Fumo negli occhi”, rassicurante per famiglie medie e piccolo-borghesi, non complicato e neppure cervellotico, giusto per far trascorrere agli abbonati una serata tranquilla con qualche risata, farli riflettere un tantino e poi via a casa o in qualche trattoria o pub notturno giusto per buttar giù qualcosa nello stomaco, accompagnandola con una pinta di birra o con un buon bicchiere di vino. Cosa si vuole di più in questa vita? Tornando allo spettacolo, le due famiglie, quella della signora Pipitone raffigurata da una bionda e pimpante Concita Vasquez e quella dei Cassarà di cui Tuccio Musumeci ne è l’ emblema, raffigurano un campione significativo su come gli italiani vivevano in quegli anni, facendo sembrare vero ciò che non lo era, contribuendo tutti i componenti dei nuclei familiari a rafforzare menzogne ed ipocrisie. Ecco dunque la famiglia Cassarà monoreddito con Musumeci capofamiglia e impiegatuccio di banca con la moglie Rosa ( vestita da una scoppiettante Olivia Spigarelli, da togliere spesso la scena allo stesso Musumeci) che fa di tutto per apparire più ricca, più snob, più tutto rispetto alla famiglia dirimpettaia dei Pipitone, la quale pare spenda al di sopra delle proprie possibilità. In casa Cassarà la figlia Patrizia ( Evelyn Famà) è vestita tutto punto da cavallerizza ma il cavallo non c’è. Manca l’aspirapolvere. Nessun problema. La cameriera Liberata ( Valentina Ferrante) con un imbuto alla bocca ne amplificherà rumori e suoni. Manca la televisione. Ed ecco Musumeci giungere a casa con la sola antenna in mano ma senza l’apparecchio. Ma il culmine si ha quando i Cassarà decidono di fare un fine settimana a Capri, ma in realtà rimarranno chiusi e stipati in casa per tutto il tempo, raggiunti pure da un ladro (Riccardo Maria Tarci) che resterà deluso perché seriamente in difficoltà nel rubare qualcosa di valore. I fatti si complicano quando la signora Pipitone piomberà in quella casa cercando prima di sedurre il Cassarà e poi perché quest’ultimo possa aiutare il marito che s’è messo nei guai. Commedia all’italiana, leggera, spensierata, gradita dal pubblico che ha applaudito a lungo i protagonisti compresi la Tinuzza fuori di testa e sorridente di Elisebetta Alma e Claudio Musumeci nel ruolo di Lello, suo figlio. La regia di Nicasio Anzelmo è discreta e si fa cullare dalla verve dei protagonisti e da Tuccio Musumeci che eccelle sempre anche in ruoli che non fanno sbellicare. Scena naturalistica di Jacopo Manni e costumi di Sara Verrini. -
Gigi Giacobbe

 

 

 


Foto Raffaella Cavalieri

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La Fondazione
di Raffaello Baldini
regia di Valerio Binasco
con
Ivano Marescotti

Su una scena rosa-fuxia, che tanto sarebbe piaciuta a Titina Maselli, campeggia un divano color verde. Nient’altro. Anche se con un po’ di fantasia dobbiamo immaginarci questa scena di Carlo De Marino piena delle più disparate cose. Di oggetti e ninnoli vari, tali da arricchire quelle lunghe liste che era solito stilare Georges Perec nei suoi romanzi, come “Le cose” ad esempio. Perché Ivano Marescotti, solitario protagonista de “La Fondazione” - ultima pièce del poeta romagnolo Raffaello Baldini scomparso nel 2005 – interpreta il ruolo d’un uomo che non butta mai niente. Chiuso nel sua giacchetta due taglie più piccola, ricca di spillette e distintivi con farfalla alla camicia, pantaloni tre dita sopra le scarpe da cui escono arrotolate calze d’un colore stonato (i costumi sono di Elena Dal Pozzo), Marescotti se ne sta rannicchiato su quel verde divano con plaid a quadri, sembrando più piccolo di quello che è, molto vicino a quei pazienti stipati in sala d’attesa che aspettano d’entrare in uno studio medico. Parla 80 minuti di filato Marescotti dissertando sulla vita e la morte e su tutte le umane cose: dal rosso San Giovese, alle carte veline che avvolgono le arance, ai tappi di sughero, ai rocchetti di filo, ai vari tipi di bicchieri, ai quadri, perché è convinto, come del resto lo era l’autore, che le cose che si gettano un domani possono tornare utili e che per non farle svanire bisogna conservarle. Una sorta di sindrome da accumulo compulsivo tale da rendere il personaggio un po’ strano e curioso. Per lui il non vendere le proprie cose è un valore. Ad una montagna ferma preferisce il mare in movimento, anzi amerebbe avere un moscone, non nuovo, ma che abbia fatto il suo tempo e tenerselo in cantina e guardarlo in penombra. Gli mancano le telefonate ed è contro i trapianti perché ti cambiano tutto. Accenna alla metempsicosi e cita Rilke sulla possibilità che l’uomo rinasca dopo la morte. La moglie lo ha mollato dopo sette anni e nove mesi e adesso vive tutto solo rimuginando, farfugliando, sussurrando, pensando alla sua vita volata via. Amerebbe avere accanto una donna di 48-49 anni, ma gli piacerebbe meglio una ragazza di 24-25 anni. Ma poi aggiunge che non si sente solo, piuttosto si sente libero di fare quello che gli pare, soprattutto di riempire i vuoti della sua vita con le cose e con i ricordi del suo passato. Parlo dunque sono, sembra affermare Marescotti, nella sua superba interpretazione, somigliando a quei personaggi logorroici dipinti da Thomas Bernhard nei suoi lavori, ma anche a quei protagonisti delle piecès di Robert Pinget in cui si respirano arie beckettiane densi di ironia e di “assurda” comicità. Riferimenti che certamente Valerio Binasco ha messo in conto, contribuendo con una regia accurata e affettuosa al successo di questo spettacolo (in scena sino a domani alla Sala Laudamo) salutato calorosamente alla fine da moltissimi applausi.-
Gigi Giacobbe

 

 

Thomas Bernhard
su Wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

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Teatro Musco
Catania dall’1 al 10 marzo

Alla meta
di Thomas Bernhard
traduzione di Eugenio Bernardi
regia Walter Pagliaro
scene Sebastiana Di Gesu
musiche a cura di Ilario Grieco
con
Micaela Esdra, Rita Abela, Giovanni Scacchetti

produzione
Associazione Culturale Gianni Santuccio

E’ incredibile come Micaela Esdra protagonista di “Alla Meta” (1981) di Thomas Bernhard (traduzione di Eugenio Bernardi) riesca a profferire verbo ininterrottamente per oltre tre ore nei due tempi di questa pièce messa in scena con grande rigore da Walter Pagliaro al Teatro Musco di Catania. Parla la bravissima Esdra su una calda scena, composta da tendaggi crema e bordeaux (quella di Sebastiana Di Gesù) sprofondata su una vecchia comoda poltrona di velluto color rosa-antico, sorbendo bicchierini di liquore e fumando con gusto qualche sigaretta. Parla logorroicamente avvolta da un’ampia palandrana rossa con revers di pelliccia, come se riavvolgesse all’indietro la sua pellicola di donna, proveniente da una famiglia circense, sposata poi senza amore, forse per curiosità, ad un ricco industriale padrone d’una florida fonderia, dal quale ha avuto due figli: un maschio morto prematuramente e una femmina che le sta sempre accanto, rigida, obesa e ritardata, che si esprime quasi come un automa ( Rita Abela). Adesso è lì sproloquiante con i suoi capelli chiazzati di bianco e col suo immancabile bastone nero dall’impugnatura dorata, pronta a rivangare i momenti più salienti della sua vita, del suo status di vedova dopo la morte del marito e della sua condizione di madre che rivaleggia quasi impalpabilmente con una figlia che cerca di dominare in vari modi: facendole levare e mettere in vari bauli e valige una quantità enorme di abiti, obbligandola a servirle del tè e a farla inginocchiare davanti a sé come se fosse una regina. Emulando lo stesso Bernhard anche lei ama disquisire su “La brocca rotta” di Kleist. Bernhard addirittura la considerava la migliore commedia della letteratura. Per quella scena in particolare in cui Frau Marthe avanza verso il proscenio e mostrando quello che resta del famoso vaso di coccio di sua proprietà, ricorda che se anche luce sarà fatta e si verrà a sapere chi ha rotto la bella brocca, questa rimarrà rotta e le belle immagini che vi erano dipinte sopra non esisteranno più. Adesso fremono madre e figlia, pronte ad andare in vacanza nella loro casa al mare come hanno fatto per tanti anni. Con la differenza questa volta che non partiranno da sole ma in compagnia d’uno scrittore di teatro (Giovanni Scacchetti) conosciuto da poco, che giungerà dal fondo della sala e che ha avuto un grande successo con un suo lavoro rappresentato in città, provocatorio come le commedie di Bernhard, maliziosamente intitolato “Si salvi chi può”. Più che la madre è la figlia a mostrare verso di lui un grande interesse misto ad uno sperticato entusiasmo. La madre invece che dialogherà con lui, si fa per dire, perché è sempre lei a tenere il pallino anche nel secondo tempo, quando già sono nella casa al mare dalle fogge circolari, forse una torre forse un labirinto, da cui si odono talvolta i saliscendi della risacca, cerca di rivaleggiare con il drammaturgo confutandogli ogni certezza teatrale e di vita. Gli scrittori all’inizio partono con l’idea di cambiare il mondo, poi si accorgono che è impossibile e continuano a vivacchiare sulle proprie ceneri. Se “è già stato dipinto tutto, è già stato scritto tutto, c’è già tutto” e “ noi ripetiamo quello che già c’è, a nostro modo, mettiamo addosso alla realtà esistente la nostra giacca, e andiamo per strada così, e così rappresentiamo qualcosa di nuovo” - dirà il drammaturgo – “noi non facciamo altro che riscriverlo sotto forme diverse (…), facciamo solo domande senza avere mai risposte”. Il pensiero d’uno scrittore come lui che è arrivato al successo, “alla meta” non può soltanto meditare senza far nulla, stando a guardare. Ma è anche vero che il teatro non sempre ci propina le stesse cose viste e riviste mille volte, tanto che la figlia dirà: “No no c’è sempre qualcosa di nuovo, di completamente nuovo, se abbiamo la volontà di vederlo, se vogliamo vedere il nuovo”. “Il pensiero d’uno scrittore di teatro” - concluderà la madre - dovrebbe essere quello di far saltare il mondo intero e tutto il palazzo reale”. E lo spettacolo si chiude con Micaela Esdra che tiene in mano un abito da clown, forse appartenuto al nonno, facendolo danzare con le note del “Bolero” di Ravel. Nelle tre figure di “Alla meta” c’è il pensiero lucido e spietato di Bernhard, di questo scrittore austriaco scomparso nel 1989, apparentemente irrispettoso e provocatorio, in verità solo ancorato ad una civiltà in cui il teatro ha una profonda importanza. Con Bernhard ci allontaniamo dai silenzi di Beckett e ci avviciniamo al cinismo farsesco e grottesco di Dürrenmatt o ai misteri di Kafka secondo il quale i suoi personaggi, colpiti improvvisamente da colpe apparentemente sconosciute, subiscono il giudizio di forze oscure venendo esclusi da un’esistenza libera e felice.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

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Piscistoccu a ghiotta
versione siciliana di "Sugo Finto"
di Gianni Clementi
con
Antonio Alveario e Sergio Friscia
regia Ninni Bruschetta

Il “pescestocco a ghiotta”, come si sa, è una specialità gastronomica messinese. Fuori città o nel continente lo chiamano “stoccafisso” o “merluzzo essiccato”. Adesso questo squisito pesce nordico è diventato uno spettacolo teatrale, mutuato dall’originario testo in romanesco “Sugo finto” di Gianni Clementi, adattato in siciliano da Laura Giacobbe col titolo dialettale di “Piscistoccu a ghiotta”, messo in scena alla Sala Ladamo da Ninni Bruschetta e interpretato da Antonio Alveario e Sergio Friscia. I quali, forse forzando Bruschetta troppo la mano, sono diventati due personaggi femminili. Alveario è una Rosaria paesana, sciatta nel vestire, pantofole, scialle, occhialini, parrucca nera a crocchia da somigliare alla madre di Anthony Perkins nel film “Psycho” di Alfred Hitchcock, oltremodo tirchia, tutta chiusa nel suo piccolo mondo, un essere miope che non vede niente oltre le sue quattro mura, si esprime in dialetto messinese ed è lei la fautrice della noto piatto culinario che preparerà e servirà a tavola ancora fumante. Friscia è una Addolorata più metropolitana, più curata nel vestire anche se con risultati pacchiani, indossa una riccioluta parrucca rossastra, pensa ancora di piacere a qualcuno, è più espansiva e spendacciona e parla un dialetto palermitano con accenti alla Mimmo Cuticchio o alla Luigi Buruano. Dopo i primi dieci minuti di risate, sprigionate anche dal loro modo di interloquire e darsi al pubblico, l’interesse verso lo spettacolo va scemando, perché i due attori nei grotteschi abiti femminili (quelli di Cinzia Preitano) vanno assumendo lentamente le caratteristiche di due trans, di due travestiti, esprimendosi come due vecchie omosessuali, acide e sole, che affrontano la vita in superficie, lamentando che la loro botteguccia (una merceria, pare) vende sempre di meno a causa della concorrenza spietata dei cinesi, che bisogna risparmiare come sagge formichine e che al matrimonio di amici e parenti bisogna fare regali poco costosi, anche se poi partecipandovi, si caleranno ogni ben di dio. Succederà poi qualcosa che metterà in tilt Rosaria, mentre Addolorata canterà in stile karaoke e senza parrucca “Se perdo te”, udendosi in lontananza la voce di Patty Pravo, augurandosi un’auspicabile ripresa fisica della compagna e sorella. Siamo lontani dalle atmosfere tragiche de “Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig o da “Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello, anche se Bruschetta ha cercato di ri-creare atmosfere acide, rancide e malsane con quella radio che trasmetteva solo oroscopi e canzonette da hit-parade, in un ambiente scenografico minimale, rigorosamente rosso (lettino, comodino, tavolo, sedie, con lucette multicolori lampeggianti nel fondo scena) approntato da Mariella Bellantone e illuminato dalle luci di Antonio Rinaldi. Non sono mancati alla fine gli applausi del pubblico della Sala Laudamo dove lo spettacolo verrà replicato sino a domani pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

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La guerra di Giovanni Marangoni
di Piero Pieri
adattamento teatrale di Mirella Mastronardi
regia Paolo Merlini

con
Mirella Mastronardi

musiche originali eseguite dal vivo da
Mario Incudine

Piero Pieri, drammaturgo e studioso di Michelstaedter e Bassani, è autore di "La guerra di Giovanni Marangoni", un testo mai rappresentato sotto forma di epistolario, per il quale Paolo Merlini ha pensato di metterlo in scena, senza molta fantasia, alla Sala Laudamo, e Mirella Mastronardi ha curato l'adattamento teatrale dando voce lei stessa ai vari episodi drammatici riguardanti il personaggio del titolo. Lo spettacolo arricchito dalla partecipazione di Stefano Incudine, qui pure in veste di attore, nonché autore di musiche e canzoni eseguite dal vivo nello stile dei nostri cantastorie Franco Trincale o Ciccio Busacca (così come scrivemmo un paio d’anni fa in occasione di un altro spettacolo andato in scena al Festival di Spoleto e Taormina Arte, scritto da Andrea Camilleri, titolato “Cannibardo e la Sicilia”, e interpretato fra gli altri anche da Massimo Ghini), ha avuto i suoi momenti più attraenti quando Stefania Bruno eseguiva le sue performances di “Sand-art”: consistenti nello spargere mucchietti di sabbia su una superficie illuminata, che per incanto riproducevano su uno schermo immagini attinenti la vita di Marangoni contadino, diventato fante nella prima guerra mondiale e di sua moglie Cesira madre di tanti pargoli. Più che un’interpretazione quella della Mastronardi, seduta sul proscenio, è stata una lettura, non d’una serie di lettere ma d’un vero e proprio copione sulle nefandezze della guerra, con i sogni che svaniscono e con una realtà molto diversa da quella immaginata, costellata da trincee insanguinate, da generali Cadorna che ripetono gli slogan di “Avanti Savoia”, dalla sonante disfatta di Caporetto che metterà fine ad un conflitto, tra il 1914 e il 1918, di cui si conteranno, fra i soli italiani, 600 mila morti e un milione di feriti e il cui esito segnerà la nascita del regime fascista e vedrà quel poveraccio di Giovanni Marangoni finire in galera, perché traditore della patria, facendolo dissetare con bottiglie fresche di olio di ricino. Certamente chi ha proposto questo spettacolo è andato troppo indietro nel tempo. Bastarebbe solo vedere cosa sta succedendo in questi giorni in Siria e in tanti paesi dell’Africa. Farebbero bene tutti a disertare come ha fatto “Il disertore” di Boris Vian in quella sua lettera indirizzata all’Egregio Presidente da un uomo chiamato alle armi al quale dichiarerà “sia detto senza offesa/la decisione presa/ certo diserterò”. O quella canzone di De Andrè del 1961, “La ballata dell’eroe”, cantata da Luigi Tenco, quando il protagonista morto in guerra sarà atteso da chi lo amava e “aspettava il ritorno d’un soldato vivo/ d’un eroe morto che ne farà?/ Se accanto nel letto, le è rimasta la gloria d’una medaglia alla memoria”. Il pubblico della Laudamo è educato e applaude sempre e comunque anche questo spettacolo.-
Gigi Giacobbe

 

 

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foto da:
CRONACAOGGI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Teatro Vitaliano Brancati di Catania

Mai stata sul cammello?
commedia in due atti di Aldo Nicolaj
regia e scene Romano Bernardi

con
Alessandra Cacialli, Debora Bernardi e Maria Rita Sgarlato

costumi Sorelle Rinaldi
produzione Teatro della Città – Catania

Tomo-tomo cacchio-cacchio, il Teatro Brancati di Catania quest’anno vanta tremilaquattrocento abbonati, più del Biondo di Palermo che ne fa duemila e del Vittorio Emanuele di Messina che supera di poco i millecinquecento. Un vero miracolo per un Teatro privato di soli 300 posti e una vera sofferenza per lo Stabile palermitano che dispone di 950 poltrone e per la struttura dello Stretto che pur superando i mille posti non li ha tutti agibili, per via, com’è noto, dell’infelice architettura della seconda galleria con problemi di “visione”. Certamente Catania ha un background teatrale più prestigioso rispetto a Palermo e Messina, soprattutto per aver dato i natali a un popolo di scrittori come Giovanni Verga, Luigi Capuana (di Mineo in prov.di CT), Nino Martoglio e di sicuro ne dimentico altri, unitamente ad una sfilza di teatranti, identificabili nelle figure di Angelo Musco, Rosina Anselmi, Giovanni Grasso, Saro Urzì, Umberto Spadaro ( nato ad Ancona ma da due attori di Catania, Rocco e Rosalia), Ciccino Sinieri, Michele Abruzzo ( anche se originario di Sciacca ha lavorato tantissimo al Teatro Stabile di Catania), Turi Ferro, Mariella Lo Giudice, Pippo Pattavina, (siracusano d’origine ma catanese d’adozione), Leo Gullotta, Guia Jelo, Gilberto Idonea, Donatella Finocchiaro e non dimentico Tuccio Musumeci perchè è proprio lui che il 23 ottobre del 2008, ha fatto rinascere a nuova vita il Brancati, ex-Cinema Spadaro, sede storica del Teatro della Città, con tutto quel po’ po’ di abbonati che affollano adesso questa simpatica struttura situata in centro non distante da Teatro Musco. Qual è il successo? Certamente quello di proporre un Teatro rassicurante per famiglie medie e piccolo-borghesi, un Teatro di tradizione che può sfociare nel varietà e nel genere musicale, non complicato e neppure cervellotico, giusto per far trascorrere agli abbonati una serata tranquilla, forse pure divertente, senza che poi, in un probabile dopocena, ci si debba buttare i piatti in faccia. La formula è manifestamente vincente e la verifica è che il Teatro è sempre pieno sia alle “prime” che alle repliche successive che possono durare dalle due alle tre settimane. Esempio ultimo è dato dalla commedia “Mai stata sul cammello?” di Aldo Nicolaj, con Alessandra Cacialli, Debora Bernardi e Maria Rita Sgarlato, dirette da Romano Bernardi in scena sino a domenica 24 febbraio. Trattasi d’un lavoro che era stato scritto da Nicolaj per Paola Borboni che non fece in tempo a vestire il nonagenario personaggio di Olga perché deceduta nel frattempo. La pièce racconta appunto di Olga (Cacialli), una vecchia signora novantenne, arzilla, intraprendente, che non dimostra l’età che ha, a cui piace giocare, mangiare dolci e rivangare il passato. La vittima preferita dei suoi giochi è la figlia 50enne Elsa ( Bernardi), alla quale viene rimproverato di non essere riuscita a costruirsi una vita decente, di essere invecchiata troppo presto e di non aver saputo sfruttare le occasioni maritali che le si sono presentate, non risparmiandole ogni sorta di umiliazioni. Tra le due s’inserisce Iris ( Sgarlato), domestica tuttofare fanatica di telenovelas, la quale mediando tra i loro caratteri, riesce ad ottenere le rispettive confidenze. Quando però Elsa comincia ad uscire con un profugo di colore che lei aiuterà perché senza permesso di soggiorno, Olga si sentirà messa da parte, indagherà, s’intrufolerà nella vita della figlia, le farà sfumare questo nascente rapporto d’amore ed Elsa farà i bagagli, andrà via e non è dato sapere se ritornerà in casa della sua vecchia madre. Le tre protagoniste fanno a gare per vincere la medaglia d’oro di bravura e alla fine tutte e tre saliranno sul gradino più alto, assieme al regista Bernardi che ha firmato pure una scena naturalistica ( salotto-tinello ricco di quadri con cucina adiacente) e con le sorelle Rinaldi che hanno curato i costumi, salutati alla fine da un pubblico, manco a dirlo numeroso, che s’è spellato le mani a furia di applaudire.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Stabile di Catania
Teatro Verga

La resistibile ascesa di Arturo Ui
di Bertolt Brecht
regia Claudio Longhi
intervista a Longhi

musiche originali Hans-Dieter Hosalla
traduzione Mario Carpitella

con Umberto Orsini
e
Nicola Bortolotti, Simone Francia, Olimpia Greco, Lino Guanciale, Diana Manea, Luca Micheletti
Michele Nani, Ivan, Olivieri, Giorgio Sangati, Antonio Tintis, Dramaturg Luca Micheletti

scene Csaba Antal
costumi Gianluca Sbicca
luci Paolo Pollo Rodighiero

Teatro di Roma, Emilia Romagna Teatro Fondazione

Quando Adolf Hitler nel 1933 vince le elezioni e diventa il capo assoluto della Germania, Bertolt Brecht fugge in esilio per varie città europee, si ferma nel 1941 in Finlandia in attesa d’imbarcarsi per gli Stati Uniti e scrive in tre settimane La resistibile ascesa di Arturo Ui. Una gangster-story sotto forma di farsa, giusto per chiarire al mondo i fatti che portarono Hitler al potere. Così Berlino diventa la Chicago degli anni ’20 e ’30 in cui prospera l’industria delle verdure, in particolare dei cavolfiori, l’Austria si trasforma nella vicina città Cicero pullulante di sicàri senza scrupoli simili alle squadracce naziste e il capo dei gangster Arturo Ui si metamorfosa lentamente in Hitler. Non prima d’essere a lezione da chi gli insegnerà quanto sia importante conoscere quei testi shakespeariani riguardanti il “Riccardo III”, “Macbeth” e anche il “Giulio Cesare”, lì dove Marco Antonio, accanto al corpo ancora caldo di Cesare morto ammazzato con 23 coltellate, reciterà quel pistolotto che attiene l’elogio agli uomini d’onore compreso Bruto. Personaggi teatrali che serviranno ad Arturo Ui per affinare meglio la sua ascesa al potere, costruirsi un immagine più consona ad un boss che come una piovra allunghi le sue branchie negli organismi statali e acquisire le giuste aderenze del potere politico e finanziario. Lo spettacolo, di 150 minuti con intervallo, messo in scena da Claudio Longhi in bello stile espressionista, quasi da kabaret mitteleuropeo, da sembrare a volte un musical, con maschi in smoking, femmes fatales in abiti da sera e dai riccioli biondi, qualche travestito in guêpière, numeri d’avanspettacolo o da luna park, immagini che possono rinvenirsi in alcuni disegni di Grosz o di Otto Dix, trova il suo milieu nella grottesca interpretazione di un grande Umberto Orsini, atletico e in formissima da non credere possa avere 79 anni, una specie di Al Capone dai vari toni vocali e con un ghigno tipo il “Padrino” di Marlon Brando, da somigliare ad una caricatura del Führer quando con una matita nera infoltisce a vista i peli della sopracciglia, si dipinge sul labbro superiore della bocca inequivocabili baffetti neri, indossa poi un parrucchino con riga di lato e infine un cappello da terzo Reich dalle fogge militaresche. E anche se Orsini afferma di non rifarsi a nessuno gangster famoso, il suo personaggio somiglia ad un dittatore dei nostri giorni, ad un leader pagliaccio e sbruffone, identificabile con una figura circense che racconta barzellette e scopre di poter dire e fare ogni cosa soltanto cambiando look, capigliatura, dentatura e modi di essere. Un po’ quello che Charlie Chaplin realizzò nel suo film “Il Grande Dittatore”, coevo del lavoro di Brecht, che satireggiando intelligentemente demolisce gradualmente il potere nazista. C’è anche da dire che oltre ad Orsini-Ui-Hitler anche gli altri personaggi, quasi delle marionette futuriste, sembrano delle controfigure del mondo reale di quei tempi, colti spesso a cantare song brechtiani, ballare e suonare strumenti vari, dalla fisarmonica al banjo, dal sax al trombone. Lo sgherro di Arturo Ui, Ernesto Roma ( Lino Guanciale ) è Ernst Röhm; Dogsborough (Michele Nani) è Paul von Hindenburg; Giuseppe Givola (Luca Micheletti) è Joseph Goebbels, Emanuele Giri (Giorgio Sangati) è Hermann Göring e così via. A Longhi non sfugge il senso epico della sua messinscena ed ecco allora che ogni scena dello spettacolo è arricchito da cartelli luminosi con didascalia che spiegano le dinamiche correlate all’ascesa al potere di Hitler e quando prende fuoco il magazzino delle verdure in realtà si vuol fare riferimento all’incendio scoppiato nel Reichstag, il parlamento del Reich di allora. Accanto ai già citati protagonisti meritano d’essere citati Diana Manea che interpreta un trio di donne, Simone Francia, Olimpia Greco, Ivan Olivieri, Nicola Bortolotti, Antonio Tintis. La scena di Antal Csaba si compone d’un quantitativo esagerato di cassette per la frutta in plastica bianca, composte e ricomposte in varie fogge e altezze dagli stessi protagonisti che giocano pure a tirarsi in faccia grandi quantità di cavolfiori sparsi tutti intorno alla scena e lungo tutto il proscenio. I costumi di Gianluca Sbiccia sono eleganti e consoni con i tempi in cui si raccontano i fatti. Le musiche originali di Hans-Dieter Hosalla si mischiano a quelle di Chopin, Eisler, Strauss, Kurt Weill e altri ancora. Spettacolo gradevole, divertente, applaudito calorosamente alla fine dall’attento pubblico del Teatro Verga, Stabile di Catania, dove lo spettacolo verrà replicato sino a domenica 24 febbraio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I fratelli Karamazov
drammaturgia Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli
regia GUIDO DE MONTICELLI

scene Lorenzo Banci e Federico Biancalani
costumi Zaira De Vincentiis
disegno luci Loïc François Hamelin
musiche Mario Borciani
regista assistente Rosalba Ziccheddu

con
Valentina Banci, Francesco Borchi,
Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti,
Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno,
Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan,
Cesare Saliu, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli

produzione
Teatro Stabile della Sardegna / Teatro Metastasio Stabile della Toscana

I fratelli Karamazov di Dostoevskij, un romanzo grosso come un vocabolario, diventò popolare in Italia nel 1969 quando Sandro Bolchi realizzò uno sceneggiato televisivo in bianco e nero di ben 7 puntate nel programma nazionale, al tempo in cui esistevano solo due canali. Molti ancora ricordano i volti dei protagonisti d’allora. C’era Corrado Pani nei panni del passionale Dmitrij, innamorato della bella Grùšen’ka di Lea Massarii. Umberto Orsini era un raffinato e glaciale Ivan, Carlo Simoni interpretava il ruolo del giovane e puro Alëša, Antonio Salines era il figlio illegittimo Smerdjakòv, nonché servo di Fedor Pavlovic (Salvo Randone), padre dei quattro fratelli Karamazov. Una storia certamente ardua da mettere in scena tutta d’un fiato, in poco più di tre ore, come ha fatto adesso il regista Guido De Monticelli al Vittorio Emanuele (con repliche sino a domenica pomeriggio), autore pure d’una co-drammaturgia insieme a Roberta Arcelloni, per conto del Teatro Stabile della Sardegna e Teatro Metastasio Stabile della Toscana. Sulla scena di Lorenzo Banci e Federico Biancalani, con quinte tappezzate di assi lignei di varie altezze, quasi una sagrestia d’una chiesa russa, da cui, a guisa d’una lama di coltello, si dispiega uno stretto tavolo allungabile da diventare ora una bara, ora un divano e certamente un luogo conviviale, si svolgono gli avvenimenti, della famiglia Karamazov. Avvenimenti che si tingono di giallo, forse per l’odio che per vari motivi i quattro nutrono nei confronti del padre Fedor (Mauro Malinverno), ricco proprietario terriero, uomo volgare e dissoluto, capace soltanto di volgere a suo vantaggio femmine e avvenimenti. Dmitrij (Fabio Mascagni), figlio di primo letto, subisce i primi traumi sin da piccolo, quando la madre Adelaide lo abbandona unitamente al marito, sposato più per potersi liberare da una famiglia dispotica che per vero amore. Dmitrij poi un carattere irruento odierà il padre non solo perché poco generoso nei suoi confronti ma anche perché gli insedia una donna che ha ammaliato entrambi, ovvero la “bellezza russa” Grusen’ka ( Valentina Banci) che Dmitrij la preferisce alla fidanzata Katerina Ivanova ( Elisa Cecilia Langone) in precedenza aiutata economicamente e poi tradita. Gli avvenimenti che seguiranno vedranno Dmitrij condannato ai lavori forzati, accusato ingiustamente d’aver ucciso il padre. Delitto, come si saprà, compiuto da Smerdjakov ( Luigi Tontoranelli) il 4° Karamazov, figlio illegittimo, nato dall’unione del padre Fedor con una demente, vissuto come servo in casa sua, coinvolto come mezzano nella conquista di Grusen’ka tra il padre e Dmitrij, certamente un essere dalla personalità disturbata, per giunta pure epilettico che sfrutta la malattia per farsi assolvere dell’omicidio del padre e che finirà i suoi giorni impiccandosi. Ci sono poi Ivan ( Corrado Giannetti) e Alëša (Francesco Borchi), figli di secondo letto avuti da tale Sofia Ivanovna, soprannominata l’”urlona” per i suoi isterismi, donna dolce e bella che soffrendo enormemente per avere accanto un uomo rozzo e insensibile, s’ammalerà e morirà ancora in giovane età. Ivan è introverso, intelligente, colto, alla ricerca sempre di qualcosa da fare. Alëša è diverso dai suoi fratelli, forse la stessa anima di Dostoevskij, non conosce la menzogna, si esprime come mosso da una volontà divina, sceglie di chiudersi nel monastero di padre Zosima ( Paolo Meloni), sarà tentato dalla carne di Grusen’ka e dalla giovane Lise (Silvia Piovan) che si muove su un girello a rotelle in lungo e in largo del palcoscenico, ma lui è tutto dedito alla ricerca della verità nella fede, in nome della quale è disposto a sacrificare ogni cosa per sfuggire le umane cattiverie. Non ci sono sulla scena i tanti bambini così presenti nel romanzo e opportunamente De Monticelli ha tagliato il capitolo riguardante “La leggenda del Grande Inquisitore” (già di per sé un atto unico) in cui s’immagina che Cristo torni tra gli uomini e un inquisitore spagnolo lo giudichi e lo condanni, considerando gli uomini troppo deboli e meschini per vivere secondo i suoi comandamenti. Dodici attori, accanto ai già citati anche Cesare Saliu, Daniel Dwerryhouse, Mariagrazia Sughi, a dare vita a questo affresco di fine ‘800 o a questa “orchestrazione polifonica” – come suggerisce il filosofo, storico e critico letterario russo Michail Michajlovic Bachtin- che mette a nudo e dispiega una pluralità di concezioni etiche, filosofiche, sociali e politiche. I costumi erano di Zaira De Vincentiis, le musiche di Mario Borciani, il disegno luci di Loïc Francois Hamelin. Spettacolo certamente non facile da seguire, anche per le “lentezze” di alcune scene, che avrebbero meritato il sostegno di alcuni marchingegni, come è dato da vedere in alcuni spettacoli di registi russi come Dodin, Vassiliev e altri, ma ugualmente e lungamente applaudito da quella metà di spettatori che ha preferito restare in teatro sino alla fine, salutando l’altra metà che di corsa è tornata a casa per vedere in TV gli ultimi scampoli della partita Juventus-Celtic o la seconda parte del Festival di Sanremo. –
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Moby Dick
Liberamente ispirato al Moby Dick di Herman Melville
riduzione e regia di Antonello Antonante

con
con Maurizio Stammati
voci registrate Lindo Nudo e Maurizio Stammati
scene Dora Ricca
audio e luci Geppino Canonaco
immagini Angelo Gallo

Una coproduzione della Compagnia
Centro R.A.T. Teatro dell'Acquario Cosenza e Teatro Bertolt Brecht di Formia

Moby Dick è il nome d’una mitica balena bianca da cui Herman Melville ha tratto il suo capolavoro, di sicuro uno dei più importanti della letteratura marinara, in cui trova un posto di riguardo Joseph Conrad. Come ricorderanno i cultori della materia, il romanzo, tradotto da Cesare Pavese, ha come protagonista il giovane Ishmael che è nello stesso tempo narratore e testimone di una spedizione di caccia sulla baleniera “Perquod” capitanata dal capitano Achab, che ha giurato di vendicarsi di quel mostro bianco che in un viaggio precedente gli ha mozzato di netto una gamba. Il Moby Dick transitato dal Teatro Savio, in quella stagione denominata dal suo direttore artistico Gianfranco Quero “In direzione contraria e ostinata, è tutto sintetizzato in 60 minuti grazie ad una esaustiva riduzione e un’accurata regia di Antonello Antonante, per conto del Teatro dell’Acquario di Cosenza, e grazie pure a Maurizio Stammati che dà vita a tanti personaggi che hanno intrapreso un viaggio senza ritorno, dei quali alla fine l’unico che scamperà alla morte sarà proprio Ishmael che utilizzerà la bara dell’amico indiano Queequeg come imbarcazione di fortuna. Se Vittorio Gassman una ventina d’anni fa al Teatro Biondo di Palermo, su un impianto scenico di Renzo Piano, ne aveva fatto uno spettacolo gagliardo, ricco di metafore attorno all’uomo che non può fermarsi di fronte alle avversità della vita, tant’è che l’aveva titolato “Ulisse e la Balena bianca” e Antonio Latella sei anni fa al Teatro Argentina di Roma, con Giorgio Albertazzi nei panni di Achab, ne aveva tratto uno spettacolo in bianco e nero, denso di riferimenti all’ “eterna nemica”, qui Antonante (con le scene di Dora Ricca, audio e luci di Geppino Canonico, le immagini di Angelo Gallo), privilegia il “cuntu”, la narrazione per voce di Stammati che trasforma lentamente la scena in una nave con tanto di vela bianca, pali , paletti, sartie e gomene che ondeggiano e danzano al suono degli ululati d’una tempesta, amplificata dai suoni d’una tammora strisciata, accarezzata e battuta dallo stesso Stammati, mentre su quel bianco lenzuolo scorrono le immagini del noto film con Gregory Peck nei panni del capitano Achab. Il Moby Dick è una metafora della vita. Somiglia molto ad una partita di baseball che si gioca in nove innings. Chi non conosce bene le regole del gioco gli sembra che non succeda niente sul campo. Poi quando sulla montagnetta di terra rossa il pitcher lancia la palla e viene colpita dal battitore che ha dietro il catcher e l’arbitro con corazza, tutto si vivacizza e prende vita, allo stesso modo come quando Queequeg lancia il suo arpione sul dorso d’una balena e i fiotti di sangue arrossano il mare tutt’intorno e la corda si tende tra il dorso del mammifero e la lancia della baleniera che prende a correre sul mare salato. Come è noto l’inseguimento a Moby Dick si protrae sui mari di tre quarti del globo. Il clima snervante dell’attesa offre lo spunto per lunghe riflessioni filosofiche e il bianco di quell’animale diventa metafora di tante realtà che trascendono la comprensione umana. Queequeg, l’unico vero amico di Ishmael, morirà prima che si concluda la storia e la vera caccia occupa solo gli ultimi capitoli del romanzo, quando avvistata e arpionata la balena bianca, costei trascinerà in una folle corsa non solo la barca inseguitrice, ma annienterà pure la nave con tutto il suo equipaggio e trascinando negli abissi lo stesso Achab, quasi crocifisso sul suo dorso dalle corde degli arpioni. Dispiace per uno spettacolo come questo vedere la sala del Savio non piena in tutti i suoi posti, anche perché ormai il biglietto d’ingresso costa quasi come quello d’un qualsiasi cinema. Fortunatamente erano tanti i giovani che alla fine hanno applaudito calorosamente.-
Gigi Giacobbe

 

 

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Agostino tutti contro tutti
di Massimiliano Bruno
regia di Lorenzo Gioielli

con
Rolando Ravello

musiche di Alessandro Mannarino
scene e costumi di Claudia Cosenza

produzione PigrecoDelta

Calatevi per un attimo nei panni di Agostino Salvatori. Un operaio di 40 anni che assieme alla sua famiglia (moglie polacca, due figli adolescenti e un nonno scorbutico) vive in un appartamento di 60 mq in affitto al 4° piano d’un palazzone alla periferia romana di Tor Bella Monaca, come dire una borgata molto popolosa considerata dai media la Scampia napoletana, il Librino catanese, lo Zen palermitano o il Mangialupi messinese, o qualunque altra periferia delle nostre belle città italiche. Fate finta ora di recarvi in chiesa, con gli abiti della domenica, assieme ai vostri familiari per portare il figlio all’altare per la prima comunione. Adesso, di ritorno a casa, per festeggiare l’evento vi accorgete che la chiave non riesce più ad aprire la vostra porta. Dopo pochi secondi udite dei suoni e capite che un’altra famiglia s’è installata abusivamente all’interno, anzi che degli sconosciuti hanno rubato la vostra casa. Cosa fate? Andate dai carabinieri, da un avvocato, dal vostro padrone di casa a chiedere conto e ragione. Questo ha fatto Agostino e questo farebbe chiunque nella stessa situazione. Solo che quel poveraccio non avendo un pezzo di carta per dimostrare che l’appartamento è suo, ogni sua rimostranza naufraga miseramente. Un fenomeno reale che investe ormai qualunque periferia italiana dove vige la legge del Far West, del più forte e del più furbo che sopprime il più debole. Nel caso che si racconta, Agostino pagava l’affitto ad un padrone di casa che non era il vero padrone di casa, ma una sorta di “malamente” che era entrato in possesso dell’immobile dopo aver avuto una tresca con una straniera, tornatasene al suo paese dopo la morte del marito (vero e primo assegnatario della casa popolare negli anni ’70), facendogli pure dire ad un tratto che “le case sono di chi se le piglia”. Un bottino di guerra che il nostro piccolo eroe decide di riconquistare a modo suo: ossia quello di occupare il pianerottolo dormendo nei sacchi a pelo insieme a tutta la sua famiglia e iniziare così la sua battaglia personale. Intanto suo figlioletto in un tema in classe racconta la paradossale situazione che sta vivendo, il nonno diventa sempre meno tollerante, la figlia sbuffa, la moglie vuole lasciarlo, i vicini solidarizzano con Agostino che ad un tratto pensa pure di rivolgersi a dei delinquenti prezzolati per dare una severa lezione a quella famiglia rumena che non solo è dentro casa sua ma utilizza pure mobili, divani, suppellettili e elettrodomestici comprati faticosamente da lui. Come fare per espugnare quel fortino? Come fare per entrare dentro? Con l’aiuto di suo cognato, marito di sua sorella, il colpo riesce. Ma nel momento in cui quel suo parente acquisito dovrebbe lasciare l’uscio aperto, dirà ad Agostino che non se ne andrà via e che occuperà la casa assieme ai cinque componenti della sua famiglia. Agostino adesso è disperato e non sa più a quale santo rivolgersi. Ma la fortuna finalmente lo bacerà: il suo cosiddetto padrone di casa aiutato dal figlio ha tentato d’incendiare una roulotte di rom e andrà in galera per un po’ di anni e Agostino potrà occupare “abusivamente” l’appartamento di quell’infame. Fatto realmente accaduto a Roma al protagonista che si chiama Agostino Salvatori da cui Massimiliano Bruno ha tratto “Agostino, Tutti contro tutti”, un testo di un’ora e venti minuti che si gode tutto d’un fiato, cui ha contribuito ad un indiscusso successo la regia di Lorenzo Gioielli, meticolosa, precisa, giocata tutta sui ritmi, la scena minimalista di Claudia Cosenza (suoi pure i costumi) dove campeggia un portoncino di casa color pastello con spioncino e pomello in evidenza, le accattivanti, illustrative e quasi ventriloquianti canzoni e musiche di Alessandro Mannarino e soprattutto la formidabile interpretazione di Rolando Ravello nel ruolo di Agostino, che tutto da solo in scena impersona almeno una quindicina di personaggi, nonni, mogli, figli, insegnanti, compagni di scuola, sacerdoti, delinquenti e i nuovi occupanti della casa, disegnando un affresco comico e struggente della nostra epoca e dell’eterna lotta a cui si è costretti per non soccombere all’arroganza ed alla sopraffazione. Molti e calorosi gli applausi per uno spettacolo da non perdere in scena alla Sala Laudamo sino a domani.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nino Montalto
Intervista a Nino Montalto attore e clown messinese da quasi 30 anni a Parigi

di Gigi Giacobbe

Conosco Nino Montalto, sempre sorridente e col suo immancabile cappello che non toglie neppure quando va a dormire, da quasi 40 anni e ogni volta che ritorno a Parigi lo vado a trovare nella suo caloroso e accogliente appartamento al n° 55 di Rue Pascal tra il 5° e il 13° arrondissement, brulicanti di ristoranti e Teatri. Questa volta m’invita a cena con moglie e figlio assieme ai miei amici Serge e Chantal e passiamo una serata armoniosa e divertente. Ad un tratto si metterà a suonare, lui la chitarra, la moglie il violino e farà per il mio Leonardo dei giochi di prestigio. Tornato a Messina gli mando una mail per un’intervista e lui mi risponde prendendosela comoda.

Parliamo un po’ di te e della tua famiglia. Quando sei nato. Che lavoro facevano i tuoi genitori e quanti fratelli e sorelle hai.

« I miei genitori, cappellai, mi hanno messo al mondo il 14 giugno 1954 a Messina per caso geografico, le mie origini sono napoletane, da qui forse il dono di un talento comico naturale. Ultimo di cinque figli, ho due fratelli, Pippo e Franco e due sorelle, Cettina e Nella. Li amo moltissimo sono gentili e molto generosi».

Tu facevi Teatro a Messina. Ad un tratto decidi di stabilirti a Parigi. Quando è successo e perché prendi questa decisione?

« Ho cominciato questo lavoro nel 1973 quando ho incontrato Nino Frassica all’istituto tecnico A.M. JACI, mi ha scelto come partner per rappresentare i suoi numeri smidollati, ma affamato di cultura ho un altro incontro fatale. Una notte incrocio per caso un tipo dall’aspetto poco rassicurante, Gianfranco Quero, tornava a Messina da Londra in autostop. Quero mi introduce nell’universo dell’avanguardia teatrale, mi fa assaporare il gusto dell’arte e mi invita a leggere autori come Bertolt Brecht, Peter Weis, Henri Miller. Ascoltavamo Léonard Cohen e condividevamo un sentimento: la voglia di cambiare il mondo. Anarchici e ribelli. L’avventura comincia. Durante dieci anni tante esperienze: il tuo Teatro 221 int.7, Teatro-Struttura, Mimo e Parole, Teatro Club, Franco Previti, Maurizio Marchetti, Gerard Foucaux, Franco Tripodo e tanti altri. Mimì Sidoti mi coinvolge in una storia Jazz, che bellissimo ricordo il Brass Group.Vivevo cosi due attività parallele molto differenti. Il comico con Frassica e la ricerca con Quero. Mischio bene le carte e Quero si decide a fare il comico e insieme a Guido Ruvolo partiamo per Roma. Lavoravamo nelle scuole. A Roma incontro Romano Colombaioni che mi propone di lavorare con lui, mi rivela i trucchi del mestiere, mi pulisce e mette rigore alle mie articolazioni, capisce che la mia passione per l’arte clownesca é una scelta di vita, mi consiglia allora di stabilirmi a Parigi che secondo lui era la roccaforte di quest’arte. Mi diceva che per migliorare devi confrontarti con artisti molto più bravi di te, solo cosi puoi portare a evoluzione il tuo lavoro, per allenarti vai a lavorare in strada facendo la “mancia”. Convinto da queste parole, partiamo con Quero per Parigi. Presentavamo un numero nel piazzale del Centre Georges Pompidou meglio noto come Beaubourg. Lo spettacolo funzionava bene e i soldi che guadagnavamo con la “mancia” ci bastavano per soggiornare. Ma l’inverno é alle porte, il freddo, la pioggia e qualche nostalgia ci fanno ritornare in Italia. L’anno seguente un miracolo: incontro Charlotte, pittrice parigina che mi prende come ostaggio portandomi a vivere con lei a Parigi. Era il 14 Marzo 1984».

Perché scegli Parigi e non un’altra città europea o di un altro continente?


«Questa città rappresentava per me la capitale storica dell’Arte Clownesca. Il circo Medrano negli Anni Venti ospitava i migliori clowns del mondo: Ruhm, I fratellini, Bario, Grock (quasi tutti di origini italiane). Allo stesso tempo Parigi fu la culla del più grande movimento d’avanguardia:Il Surrealismo. Questi indizi storici hanno contribuito alla mia scelta».

Come sono stati i primi tempi?

«A parte il freddo, tutto il resto é stato positivo, allora lavoravo con i Colombaioni, clowns conosciuti internazionalmente, per me é stato un biglietto da visita notevole che mi ha aperto tante porte. Realizzo al Teatro Lucernaire il mio primo spettacolo dal titolo “Piano Solo” accompagnato da Mauro Coceano pianista di Jazz, apprezzato dalla critica e dal pubblico e questo mi permette di volare con le mie proprie ali. Lo spettacolo viene programmato in diversi festival, tra i quali quello di Avignone. Bisogna dire che a quel tempo la cultura in Francia era gestita da un gran signore che rispondeva al nome di Jack Lang: con un tipo come lui tutto era più facile e accessibile».

Da quanti anni abiti a Parigi?

«1l 14 Marzo 2013 festeggio 29 anni di vita parigina. E ho sempre l’impressione che sono arrivato ieri, in questo luogo scopri sempre qualcosa di nuovo».

I tuoi spettacoli hanno ruotato quasi sempre attorno ad un certo tipo di clownerie rinvenibile negli spettacoli circensi, comici, direi pure d’avanspettacolo. E’ così o vuoi aggiungere qualche altra cosa?

« Il mio lavoro é a cavallo, si può dire, fra il genere teatrale e gli spettacoli detti di “curiosità” ( in Italia si chiama “varietà”). Rendo omaggio ai fasti dello Spettacolo Leggero, percorro le rovine di un teatro aperto a tutti i rimpianti. Naturalmente lo rinnovo e lo arricchisco di ritocchi e sfumature surreali ridando freschezza e contemporaneità. I numeri diventano mutevoli in tutto e per tutto secondo l’immagine del pubblico che ti legge. Il materiale é universalmente comprensibile e accessibile a tutte le età e poco importa il ceto sociale. L’apporto personale ti aiuta a trovare il tuo stile. L’aspetto ti rende differente dagli altri. Il mio consiste in un miscuglio siculo-napoletano con un condimento di umorismo inglese, per citare qualcuno dei miei idoli: Angelo Musco, Beniamino Maggio,Tommy Cooper, Freddy Frinton, Mac Ronay e Norman Winsdom. L’attore comico si crea e si inventa lui stesso é come il vino pregiato, più invecchia é più buono diventa. Non é importante quello che fai ma quello che sei: legame diretto tra la vita e la scena. L’apprendistato in questo mestiere é permanente, c’é sempre da imparare giorno dopo giorno. Il far ridere é una professione che richiede la conoscenza di tecniche e discipline diverse (tra le quali l’esperienza), elemento importante che ha dato il merito a dei clowns che hanno saputo portare un numero a così alto grado di perfezione ( esempio George Karl ).Ogni clown porta un contributo al patrimonio comune. E’ uno sforzo collettivo permanente che protegge una forma di teatro che forse é sul punto di scomparire».

Puoi dire i nomi di coloro con cui hai lavorato?

« La lista é lunga, ma posso citare: I Colombaioni ( Carlo, Alberto e soprattutto Romano), I Macloma, Pipo Sosman, Betti Bario, Pierre Etaix, André Bouglione, Alain Fratellini, Davis Bogino, il clown Mimosa e il mio complice di sempre, Diego Stirman».

Hai portato i tuoi spettacoli in Giappone, negli Stati Uniti e in tante altre nazioni. Qual è il paese dove ancora non ti sei esibito?

« Eeehhh! sono tanti, la terra é grande, ma il paese che non sono riuscito ad esibirmi é l’Australia. Per ben due volte sono stato invitato, ma invano, la prima volta ho dovuto rinunciare per motivi di salute, la seconda non ero disponibile. In seguito il direttore che mi conosceva é morto, quindi a jamais! ».

Come va la tua vita sentimentale? Sei sposato? Hai dei figli? Quanti?

«Va benissimo, sono innamorato di mia moglie Françoise Ruscher di origini bretoni, il suo vero nome é Bernard, violinista di professione abbiamo un figlio che si chiama Leonardo, ha nove anni, me ne occupo molto, gli cambio i pannolini ogni mattina e gli preparo tre biberon di spaghetti al giorno. Con Françoise abbiamo realizzato uno spettacolo che si chiama “En Arriére Toute” sono solo in scena, interpreto un fantasista degli anni trenta che fallisce spesso i suoi numeri e Françoise mi accompagna suonando pezzi di Opera Italiana. Nino Frassica mi scrive mille poesie al giorno tutte d’amore, le firma poeta Mentolo. Mio Fratello mi invia diecimila euro al mese e Quero mi fa pagare le sue cambiali. Le mie due figlie, avute da Charlotte Reine (pittrice), sono divenute adulte, Georgia 27 anni infermiera, sposata con un pompiere si chiama Ludo, lui mi regala sempre mutandoni di lana antifuoco, hanno un figlio Matthias di due anni lavora già in banca ( eh oui sono nonno) e Rose 24 anni prosegue gli studi universitari fino a quando non lo so, il suo sogno é di riuscire un giorno....a diventare clochard, é ambiziosa e arrivista. Viviamo tutti come in una tribù dove il rispetto reciproco regna. E’ bellissimo!».

Quali sono gli spazi di Parigi dove fai gli spettacoli?

« Esporto un tipo di cultura popolare in ambienti atipici, alternativi e completamente underground (garage, tunnel, cortili, piazze, chiese-in-via-di-demolizione, prigioni, asili psichiatrici e ospedali gerontoiatrici). Ma tre sono i luoghi che mi ospitano spesso: Le Théâtre Clavel dove da ben sette anni presento in alternanza le mie produzioni. Il direttore Sebastien Pimont sensibile al mio lavora mi offre la sua fiducia e mi permette d’intervenire soprattutto con l’operazione che ho denominato”LE RADEAU”.L’ultima domenica di ogni mese presento un cabaret non convenzionale, federando artisti di orizzonti differenti provenienti dal circo, il music-hall e la strada. E’ sempre pieno nonostante l’assenza di pubblicità, é “le bouche à oreille” (il passaparola, n.d.r.) che fa funzionare l’appello. Poi c’è Le théâtre de la Girandole, diretto da Luciano e Felicie Travaglino che m’invitano spesso e sopratutto mi ha ingaggiato come attore nel ruolo di Raffaele in “Sik-Sik” di Edoardo De Filippo. L’altro luogo si chiama “El Clan Destino” ed é la casa di Diego dove si é fabbricato un teatrino di 60 posti dove presentiamo il nostro spettacolo “Le Zebre à Pois”».

Dopo tanti anni cos’è che ti manca di Messina?

« I miei affetti personali (famiglia, i tanti amici), la sala Laudamo, Bruno Samperi, Piero Serboli, Mimi Sidoti, Antonella Verzera, l’osteria Bruschetta ( che non c’è più, n.d.r.) accanto alla galleria di Enzo Celi dove ci incontravamo tutti attorno a un bicchiere di moscatino. Tutta quell’energia che ci dava la forza di esistere in maniera diversa. Carmelo Russello (scomparso da alcuni anni, n.d.r.) Luciano Ordile ( politici intelligenti e aperti). A pasta n’caciata, a granita cà panna, l’arancino di Nunnari (scomparso anche questo, n.d.r.), il gelato di Maria la Scala (chiusa anche questa struttura, n.d.r.) e tante altre cose.

Cosa farai da qui ad altri cento anni?

« Farò le stesse cose che ho fatto in questi ultimi cento anni: risate. Elaboro un metodo di formazione che possa aprirmi la strada all’insegnamento e quindi trasmettere alle nuove generazioni l’uso, le tecniche e il saper conoscere un patrimonio in via di estinzione: la cultura dell’avanspettacolo».

Sei felice?

« Essere Felici é uno stato d’animo complesso, non posso dire di esserlo,vivo in perfetta armonia familiare, con gli amici, i colleghi e tutto quello che mi circonda, sono soddisfatto del mio lavoro e di come vivo. Sarei felice se i sette miliardi di esseri umani che abitano la terra fossero felici».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corrado Russo
Intervista a Corrado Russo direttore artistico del “Viagrande Studios”
Un nuova struttura teatrale nel Comune di Viagrande,
sulle colline dell’Etna a pochi kilometri da Catania,
che verrà inaugurata il 9 febbraio

di Gigi Giacobbe

Alle ore 11 di sabato 9 febbraio verrà inaugurato il Viagrande Studios, un nuovo spazio teatrale sulle colline dell’Etna, nel Comune di Viagrande, a pochi chilometri da Catania, che sarà diretto da Corrado Russo, già direttore artistico del Teatro Vittorio Emanuele di Noto. Un ampio Centro che si sviluppa su 9000 mila mq, circondato da un parco con prato all’inglese con piante e alberi tipici della macchia mediterranea e composto da una sala polifunzionale, 7 sale studio, un laboratorio di 900 mq, un anfiteatro di 500 posti, un cafè letterario /bistrot, una foresteria con 22 camere doppie con annessa sala mensa, lavanderia e sala relax. « Aprire uno spazio culturale – dice Corrado Russo- è una sfida non da poco in un epoca in cui si parla solo di crisi. Una sfida ancora più grande se si pensa che questo spazio nasce grazie alla volontà di alcuni mecenati (la famiglia Migliori) che crede tutt’oggi nella cultura come impresa e come risorsa sociale e civile per il territorio».

Cosa diventerà il Viagrande Studios?

« Diventerà un centro polivalente, un polo culturale a servizio della creatività del territorio, crocevia di dialoghi e sguardi sulla scena contemporanea, sui linguaggi innovativi, senza tralasciare la memoria della tradizione. Un luogo aperto al confronto di poetiche e di idee, capace di costruire una forte identità e una relazione non occasionale con il territorio ».

E’ un momento di crisi, come lei accennava, per il Teatro e per la Cultura non solo in Italia. Cosa si propone di realizzare concretamente?

« Sviluppare progettualità artistiche con istituzioni nazionali ed europee, elaborare progetti di produzione, promozione e didattica formativa ospitando molti maestri della scena nazionale ed internazionale. Cercare pure di mantenere uno sguardo aperto sui flussi artistici provenienti ormai dalle diverse discipline, ma anche sui luoghi e sulle persone, sulla realtà sociale e culturale di appartenenza ».

Quali saranno i segni distintivi dell’azione progettuale di Viagrande Studios?

« Personalmente mi propongo di oltrepassare l’appuntamento spettacolare, arricchendolo con iniziative che mutano strutturalmente il segno della relazione con lo spettatore, prolungandola e approfondendola, Tant’è che al centro si porrà la scoperta del teatro/performing art come arte totale e come visione del mondo ».

Quali saranno le iniziative che il Centro accoglierà?

« Gli artisti potranno risiedere nel Centro durante i periodi di studio e lavoro, appunto per elaborare nuovi progetti, creare spettacoli o opere di vario genere, per seguire corsi, seminari e workshop, di vario livello e su diverse tecniche, per svolgere attività tese comunque allo sviluppo delle proprie capacità artistiche. Sono previsti anche momenti di approfondimento attraverso una serie di laboratori, incontri e tavole rotonde, elementi centrali per una formazione concepita come opportunità di riflessione e crescita culturale ».

Il suo sembra un progetto ambizioso, nuovo non solo per la Sicilia ma anche per l’Italia!

« Certamente è la grandezza dello spazio che muove la mia fantasia, utile però a dare ascolto ai sommovimenti sociali e che intrigherà tutte le espressioni artistiche e tutte le arti, dalla danza alla poesia, dal cinema, al teatro, alla danza, all’arte tout court. Crediamo infatti che nell’era della comunicazione globalizzata, questo “artigianato del pensiero”, da vivere insieme, sia un valore importante e irrinunciabile ».

Qual è la sua visione del Teatro?

« Il Teatro non è solo un luogo dove si assiste a uno spettacolo. Il Teatro è uno spazio reale, un luogo “fisico”, un’architettura spesso unica dove passano sensazioni ed emozioni. Sul palco e in platea. E questo semplicemente perché il Teatro è fatto da persone reali che nello stesso luogo e nello stesso tempo si incontrano e si incrociano ».


 

Foto di Giammarco Vetrano

 

 

 

 

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I miei occhi cambieranno
tratto da
"CERTO CHE MI ARRABBIO"
di Celeste Brancato

drammaturgia: Giusi Venuti e Giampiero Cicciò
regia: Giampiero Ciccò

con
Federica De Cola

scene e costumi: Francesca Cannavò
luci: Renzo Di Chio

produzione
If Prana

I miei occhi cambieranno racconta, in una sorta di Niagara dell’anima, gli ultimi giorni di vita dell’attrice messinese Celeste Brancato morta a 40 anni per un male incurabile. Suoi colleghi sono stati Lombardi, Bonacelli, Carpentieri ed è stata diretta da registi del calibro di Cobelli, Lievi, Latella, Corsini e altri e scriveva pure racconti la Brancato. E giusto dal suo ultimo, titolato Certo che mi arrabbio, elaborato drammaturgicamente da Giusi Venuti, che si occupa di filosofia e bioetica e dal regista Giampiero Cicciò, ne è venuto fuori uno spettacolo emozionante, vibrante, difficile da dimenticare. Uno spettacolo di 70 minuti, ironico e beffardo, che è un continuo grido munchiano verso quel male che l’aveva colpita e verso quel “mandarino” che le era stato estirpato senza però riuscire a sconfiggerlo definitivamente. E’ un urlo laico il suo di cui si fa carico Federica De Cola, che ne veste i solipsistici panni, anzi la sottoveste bianca, in una prova davvero formidabile, ricca di sfumature lessicali e di posture corporali, che s’aggira sul nero e vuoto palcoscenico della Sala Laudamo, avendo intorno solo un tavolo-lettino, un cuscino che talvolta abbraccia e una sedia (scene e costumi di Francesca Cannavò, luci di Renzo Di Chio). E’ un urlo di ribellione universale quello della De Cola, straordinariamente somigliante alla stessa Brancato, scagliato da colei che non vuole essere ridotta a semplice caso clinico e che con lucida follia e tagliente ironia ci parla del suo dolore, attraverso cui gli esseri umani possono migliorare se solo accettano di viverlo come un’opportunità di cambiamento e di trasformazione. Dopo un oceanico applauso finale, ha fatto seguito un importante dibattito sul decorso - non solo sanitario - delle malattie terminali, con la partecipazione dell’oncologo Giuseppe Altavilla e di esperti di medicina, filosofia morale e bioetica.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eva contro Eva
di Mary Orr
regia Maurizio Panici

con
Pamela Villoresi, Romina Mondello, Luigi Diberti
e con
Massimiliano Franciosa
e
Maurizio Panici, Silvia Budri Da Maren, Giulia Weber

scene Giorgio Gori
costumi Lucia Mariani
musiche Stefano Saletti
luci Emliano Pona

produzione
Associazione Teatrale Pistoiese/Ar.Tè Teatro Stabile di Innovazione
in collaborazione con La Versiliana Festival

Guardatevi da chi adulandovi vi racconta storie tristi e/o patetiche, vere o verosimili, avendo come obiettivo quello di carpirvi la vostra arte o il vostro mestiere. Costui o costei vorrà solo prendere il vostro posto, scalzarvi e mettervi di lato. Solo che questi vampiri a loro volta, nel corso degli anni, subiranno la medesima sorte. Un carrousel della vita che si perpetua come è nella natura delle cose. Un imperativo che è solo quello d’apparire ad ogni costo, d’avere un quarto d’ora di notorietà, come s’è visto in tanti diseducativi reality televisivi. Su questo tema ruota il film pluripremiato del 1950 di Mankiewicz, Eva contro Eva, tratto dall’omonima commedia di Mary Orr e adesso portato sulle scene nella versione italiana di Marzia G. Lea Pacella e Maurizio Panici, quest’ultimo pure regista e interprete, come è suo solito, d’un piccolo ruolo, quello dell’autore e produttore Lloyd Richards. E’ un po’ quello che succede pure ne Il servo di Joseph Losey, li dove Dirk Bogard diventerà padrone del suo padrone. C’è una consolazione però sia nel film che in questa messinscena di Panici, che la protagonista, Margo Channing (cui aveva dato vita Bette Davis) vestita qui splendidamente da una Pamela Villoresi che marilyneggia nel suo incedere con quella rossa parrucca arricciata e con quelle calze di nylon che sensualmente si tira su nel suo camerino cercando di agganciarle ad un reggicalze nero, elegante pure in quell’abito scollato che s’avvita attorno al collo, quasi un’immagine di Peggy Guggenheim, alla fine capirà che nella vita è più importante l’amore: amare ed essere amata dal suo fedele regista Bill Simpson, che Massimiliano Franciosa interpreta con molta grinta e devozione, e cederà volentieri il passo alla rampante Eva Harrington della graziosa e incolore Romina Mondello; anche lei minacciata a sua volta dall’arrivo della prossima Eva (nel film citato era Claudia Caswell d’una giovane Marilyn Monroe) di cui qui si udrà solo una voce fuoricampo. Incisiva la presenza di Luigi Diberti nel ruolo del critico teatrale Addison De Witt diventato amante della novella star, oltremodo favorita dalle sue entusiastiche recensioni, il quale temendo ad un tratto di perderla la minaccerà di rivelare alla stampa le sue perfide manovre per arrivare al successo. Insomma non farà la fine del professor Immanuel Rath del mitico Emil Jannings, cioè quello d’essere deriso dalla Lola dell’infernale Angelo azzurro di Marlene Dietrich. Senza sbavature le presenze di Silvia Budri Da Maren nel ruolo di Karen Richards , moglie del produttore e Giulia Weber aiutante di Margo. Applausi calorosi e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica 27 gennaio. –
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

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Otello
di William Shakespeare
traduzione, adattamento e regia
Nanni Garella

con
Massimo Dapporto, Maurizio Donadoni, Massimo Nicolini, Matteo Alì,
Gabriele Tesauri, Angelica Leo, Federica Fabiani

scene Antonio Fiorentino
luci Gigi Saccomandi
costumi Claudia Pernigotti
regista assistente Gabriele Tesauri
scenografa assistente Martina Bovo
assistente alla regia Nicola Berti

Nanni Garelli salta a piè pari le scene che riguardano il Senato di Venezia e il suo Doge e sposta l’azione del suo Otello shakespeariano a Cipro. Lì dove da poco il nobile Moro ha sconfitto l’esercito dei Turchi. Ri-creando notti, albe e tramonti, con un semplice schermo azzurro, grande quanto il fondo-scena, lì dove fa capolino una luna che si tramuta in un pallido sole: un dipinto metafisico, allusivo (propiziato da Antonio Forentino) ricco d’effetti stranianti. Ecco dunque che i personaggi, vestiti da Claudia Pernigotti, appaiono, alle prime, inguainati nelle loro luccicanti corazze rinascimentali – forse un omaggio al Riccardo III secondo Carmelo Bene - e calpestano un palcoscenico diventato una duna con le sue soffici montagnette. Va subito al sodo Garella, anche se questo suo Otello dura due ore e mezza con l’intervallo, e va al sodo anche il vigoroso Iago di Maurizio Donadoni che come un ragno comincia a tessere la sua tela per mangiarsi il suo generale Otello, vestito da un Massimo Dapporto quasi sempre sorpassato d’una spanna, che s’è permesso di promuovere il fragile Cassio (Massimo Nicolini) a luogotenente e lasciato lui come semplice attendente. Non può Iago ingoiare questo rospo. Deve in qualche modo vendicarsi, difendere il suo pupo. Ed ecco che s’inventa una storia, forse più grande di lui, difficile da controllare sino alla fine, propiziata da un semplice fazzoletto ricamato, finito nelle mani del presunto amante Cassio. Quel serpente a sonagli inoculerà il veleno della gelosia a quel “negro”- così spesso appellato da Iago e da sua moglie Emilia ( Federica Fabiani) – che pur amando e stravedendo per la sua Desdemona, quasi una figurinetta botticelliana quella di Angelica Leo, la strangolerà e a sua volta si toglierà la vita infilzandosi con un pugnale. Un uxoricidio fra i più famosi della letteratura teatrale, un femminicidio si direbbe oggi, come tanti, che si compiono non solo nel nostro Paese e che trova origine in un uno dei sentimenti più mostruosi, la gelosia appunto. Molti applausi finali e repliche al Vittorio Emanuele sino a domenica pomeriggio.-
Gigi Giacobbe

 

Contatti:
info@lemaschere.net
Presidenza
Direzione Artistica
Direzione Tecnica
Amministrazione

Siti collegati:
www.palantonello.it
www.itineraridellacultura.org
www.italianostramessina.it

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