Portale d'informazione teatrale della città di Messina - Prosa - Lirica - Musica - Spettacolo in genere negli spazi della città

Home - Chi Siamo - Soci - Progetti - Produzione - Area Tecnica - Copioni - Attori e Tecnici - Download - Link - Archivio

Le Recensioni di Gigi - 2014
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 

 

Giovanna Battaglia (Frida Kahlo)
Antonio Alveario (intervista)
Io, Nessuno e Polifemo
MariaPia Rizzo (intervista)
Clitennestra
Peter Pan
Il sindaco del Rione Sanità (NTF)
Ventodi tramontana
Le Vespe (Siracusa 2014)
Mathilde
Foemina ridens
Il gioco delle parti
Antropolaroid


Vincenzo Tripodo (intervista)

L'Assunzione
Gigi Spetale (intervista)
G. Carullo e C. Minasi (intervista)

Spiro Scimone (intervista)
Longa è a jurnata
The Dubliners
Finale di Partita (NTF)
Piera degli Esposti (intervista)
L'Orestea (Siracusa 2014)
Finchè vita non ci separi
Giorgio Bongiovanni (intervista)
Non ti pago
Gianni Fortunato (intervista)


La Centona
Ratpus
Federica De Cola (intervista)
Marika Pugliatti (intervista)
Walter Manfré (intervista)
Giù Spiro Scimone
Danza macabra
PrimaveradeiTeatri 2014
Aragoste di Sicilia
Iaia Forte (intervista)
Tuccio Musumeci (intervista)
Lucio
Otello (L.Lo Cascio)
Le Sorelle Macaluso


Adele Tirante (intervista)
Il Giardino dei ciliegi
Gianfranco Quero (intervista)
Antonio Lo Presti (intervista)

Cavalleria Rusticana
Sogno di una notte di mezza estate
Il giardino dei ciliegi (NTF)
Daniele Salvo (intervista)
Filumena Marturano
Toni Servillo (intervista)
Giovanna Battaglia (intervista)
Testa di Medusa
L'Uomo la bestia e la virtù
Il Teatrante


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

intervista a
Vincenzo Tripodo
di Gigi Giacobbe

Capelli lunghi e barba neri in sintonia con gli occhiali, pure neri, fanno parte del look di Vincenzo Tripodo il cui debutto ufficiale in Teatro avviene nel 1993 con “Legali da legare” tratto da “Radio Plays” dei Fratelli Marx, anche se negli anni precedenti aveva realizzato per le scuole una sfilza di spettacoli i cui titoli più rappresentativi sono stati “Delirio a due” di Ionesco, “L’amante” di Pinter, “L’onorevole” di Sciascia e “Partitura per sangue” dello stesso Tripodo che parteciperà nel 1994 al prestigioso Festival di Edimburgo.

Cosa t’interessava dei fratelli Marx?

« M’interessava la loro comicità ultramoderna considerando il periodo, gli anni ’30, in cui hanno avuto un grosso successo ».

Cos’è stato per te il Teatro?

« Io non ero come tanti altri miei coetanei che s’interessavano di calcio o del gioco delle carte. Ho fatto cose impopolari, come quella di giocare nove anni a baseball. Avevo pure problemi per potere condividere con gli altri i miei pensieri, avevo interessi e gusti culturali diversi e dunque il Teatro è stato per me un mezzo per poter comunicare e interloquire con il mondo circostante ».

Soltanto questo?

« No, perché il mio vero interesse è stato ed è il Cinema. Ma Messina era la città che non ti dava dei punti di riferimento o degli interlocutori all’altezza. C’era solo Francesco Calogero con cui potevi dialogare. Se volevi fare Cinema dovevi solo partire, andare via ».

E allora cosa hai fatto?

« Ho cominciato un mio personale percorso di autoformazione, sceneggiando e realizzando fumetti, o meglio arte sequenziale come la chiama Will Eisner, che col solo ausilio d’una matita mi permetteva di scrivere una storia, scegliere le inquadrature e stabilire dialoghi. Parallelamente sapendo che dovevo avere a che fare con attori ho cominciato a fare Teatro ».

Nelle vesti di attore o regista?

« Di regista all’inizio, ma mi sono reso conto quasi subito che non era per niente facile come pensavo. Le mie indicazioni di regia erano troppo cerebrali. Un attore invece ha bisogno di istruzioni chiare, precise e soprattutto graduali ».

E dunque?

« Per potere imparare a dirigere ho capito che avrei dovuto studiare come attore, mettermi in questi panni, E così è iniziata tra il 1993 e il 1996 una breve parentesi attoriale prendendo parte a “I carabinieri” di Beniamino Joppolo con la regia di Ninni Bruschetta, alla “Teatroteca” di Beppe Randazzo e a “La martogliata” di Vetrano-Randisi. Quando ho capito i meccanismi di recitazione sono ritornato alla regia ».

Dirigendo però delle opere liriche e non di prosa. Come è potuto succedere?

« A quel tempo alla direzione artistica per la musica al Vittorio Emanuele c’era Lorenzo Genitori, il quale credendo nelle mie doti registiche mi chiese di dare una lettura più contemporanea alle due opere del ‘600 che erano rispettivamente: “Livietta e Tracollo” di Giovanni Battista Pergolesi e il “Don Chisciotte” di Giovanni Battista Martini: la prima ambientata in una bidonville popolata da clochard e la seconda messa in scena con la tecnica del “Teatro Nero di Praga” , ossia utilizzando una lampada nera e un gruppo di animatori, rigorosamente vestiti di nero, che muovevano dei pupazzi ».

Agli inizi del terzo millennio tu scompari da Messina e vai a New York? Cosa ci sei andato a fare?

« Ho abitato a New York per circa dodici anni. Certamente tornavo a Messina per realizzare altre opere liriche ma poi ritornavo negli States. In quegli anni ero stato ammesso al Master triennale Film Production della New York University con lettere di presentazione di Michelangelo Antonini e di Peppuccio Tornatore, in cui venivano ammessi soltanto 25 allievi e in un luogo in cui si erano formati registi del calibro di Martin Scorsese, Oliver Stone, i fratelli Coen, Jim Jarmush e Spike Lee che è stato il mio insegnante ».

Qual è stato l’avvenimento più significativo di quel Master?

« Il mio 2° anno è stato documentato dalla regista dell’Academy Award, Nanette Burnstein, nella Docu-Series “Film School” prodotta dall’IFC ( Indipendent Film Channel ) e trasmessa in più di 46 Paesi Italia compresa e ciò che mi faceva ridere è stata la mia gigantografia di 21 metri quadrati che campeggiava a Times Square e pure sulla carrozzeria dei taxi. Mi hanno proposto una cattedra, io ho accettato e ho fatto l’insegnante sino al 2010 ».

Riuscivi a vivere con lo stipendio che ti davano?

« Si, anche se non era la mia unica fonte di reddito, perché ho co-diretto per 10 anni al B.D.A. Center ( una bottega dell’arte) un testo Off-Broadway sulla 46ª Strada con Domenica Cameron Scorsese (figlia del regista Martin) e Anna Maria Cianciulli. Ho fatto pure documentari, spot pubblicitari, video musicali e ho scritto pure un mio film ».

Di che si tratta?

« Il film si chiama ”Scuru”, l’ho scritto assieme a Paolo Pintacuda,è interamente ambientato a Messina nel mondo clandestino dei cavalli e ha vinto il Premio Solinas come migliore sceneggiatura. Poi sono rientrato in Italia per mettere su la produzione e poterlo girare ma la crisi economica ha bloccato la realizzazione ».

In mezzo a questi andirivieni con New York con quali fini hai creato a Messina una scuola di Teatro denominata Actorgym ?

« L’idea nel 2007 era quella di fare il Teatro alla maniera di come lo s’intende in altri paesi che lo chiamano “play” “jouer”, inteso come gioco o mettersi in gioco. L’Actorgym, un luogo sganciato da qualsiasi contributo pubblico, è più una palestra in cui le emozioni vanno pure allenate. A quel tempo non c’erano a Messina scuole di Teatro attive e credo che grazie a me ne siano sorte tante altre ».

Hai abbandonato l’idea di tornare a fare l’attore?

« Dopo 13 anni che non recitavo l’ho fatto l’anno scorso al “Retronouveau” di Via Croce Rossa in cui ho recitato poesie erotiche di Micio Tempio ».


intervista a Vincenzo Tripodo - su Centonove il 25 dicembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

In scena al Teatro Musco dal 12 al 18 dicembre 2014
La Centona
di Nino Martoglio
r ielaborazione in due atti di Nellina Laganà
regia di Gianni Scuto

scene e costumi: Giovanna Giorgianni
musiche: Alfonso Carrubba
luci: Franco Buzzanca

con
Nellina Laganà, Vitalba Andrea, Fyulvio D’Angelo, Riccardo Maria Tarci,
Raniela Ragonese, Carlo Ferreri, Giovanni Santangelo

Produzione: Teatro Stabile di Catania

Nino Martoglio, che le immagini ufficiali ritraggono con un bel paio di baffi folti e attorcigliati alla maniera di Vittorio Emanuele II, fu a cavallo dell’800 e’900 l’arguto cantore della “Civita” di Catania: l’antico cuore della città, ricco di palazzi storici, edifici religiosi, stradine e piazze, dense di motti e detti e testimonianze che fanno parte del proprio patrimonio antropologico. Uomo colto, curioso, intelligente, Martoglio fu regista, sceneggiatore, scrittore e poeta italiano, molto stimato dallo stesso Pirandello che alla sua morte, non troppo accidentale pare, avvenuta il 15 ottobre 1921 allorquando precipitò nella tromba del costruendo ascensore dell’ospedale V. Emanuele di Catania, ebbe a scrivere che “Nino Martoglio è per la Sicilia quello ch’è il Di Giacomo e il Russo per Napoli, il Pascarella e il Trilussa per Roma; il Fucini per la Toscana; il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native che dicono le cose della loro terra…”.- Una terra adesso che Gianni Scuto ha messo in scena al Teatro Musco con lo spettacolo La Centona, lo stesso titolo dell’opera di poesie di Martoglio che conoscono tutti i siciliani e non solo, innestandovi schegge dei suoi lavori più significativi quali A Sonnambula, L'aria del continente, Matrimoniu 'nta la Civita, 'u Contra o Il contravveleno, alternandoli sotto forma di rondeau musicali ai divertenti versi incentrati su personaggi del popolino che vive nei cortili, che ama e odia, che piange e si dispera, nonché alcuni carteggi condivisi con Musco e Pirandello. A differenza della Martogliata di Vetrano-Randisi di alcuni anni fa, in cui il duo palermitano ne faceva uno spettacolo astratto, demartogliando lo scrittore di Belpasso d’ogni suo orpello realista, Gianni Scuto utilizza qui una scena naturalista (quella di Giovanna Giorgianni suoi pure i costumi) tutta case e palazzetti, forse il panorama dell’antica Catania e veste i personaggi con abiti dei tempi andati, spiccando tra loro un doppio D’Artagnan (Carlo Ferreri e Giovanni Santangelo) titolo pure del settimanale “serio-umoristico” fondato e diffuso a Catania dal 1889 al 1904 dallo stesso Martoglio, fustigatore dei costumi e difensore dei poveri, quasi che il duo dovesse ripetere le gesta di giustizia e di amore per il prossimo che si favoleggiavano compiute dal più celebre dei quattro moschettieri di Luigi XIV. E’ uno spettacolo godibile di 80 minuti quello di Scuto, molto applaudito alla fine, con il sottofondo dell’aria Casta diva della Norma di Vincenzo Bellini, in cui i protagonisti capitanati da una irresistibile e bravissima Nellina Laganà nei panni d’imbonitrice, massara Prudenza, donna Tana e Cicca Stonchiti, riesce a far rivivere le atmosfere di quei quartieri popolari etnei che riproducono uno scilinguagnolo musicale vivo ancora oggi, sostenuta nei suoi interventi dagli altri validi protagonisti incarnati da Fulvio D’Angelo che veste con molta padronanza il ruolo di Don Procopio, da Riccardo Maria Ricci negli abiti aderenti di Cola Duccio e d’un cocciuto pretore e dalle linguacciute popolane Vitalba Andrea e Raniela Ragonese. Forse per motivi economici, Scuto non ha potuto evidenziare l’aspetto cinematografico di Martoglio cinefilo che dedicò a questa arte parecchi dei suoi non molti anni, producendo per la sua Morgana film di Roma e dirigendo quattro pellicole, oggi andate tutte perdute: Il Romanzo con Carmine Gallone e Soava Gallone, l'avventuroso capitan Blanco tratto dal suo dramma Il Palio i cui esterni vennero girati in gran parte in Libia, quindi Teresa Raquin tratto dal dramma omonimo di Émile Zola, ma soprattutto quello al quale restò legata la sua notorietà, il celebre Sperduti nel buio, dal dramma di Roberto Bracco, la prima opera realista del cinema nostrano, considerata a posteriori da molta critica come antesignana del neorealismo, che ebbe un remake sonoro nel 1947, diretto da Camillo Mastrocinque, con Vittorio De Sica. -
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 13 dicembre 2014

 

 

Torna su

 

 

intervista alla cantante attrice
Adele Tirante
in occasione dello spettacolo“ PADAM PADAM
5 e 6 dicembre alla Sala Laudamo Messina
di Gigi Giacobbe

Con quei suoi grandi occhi tutti luccicori e quel suo viso da attrice del cinema muto sembra d’avere di fronte Francesca Bertini o la marchesa Luisa Casati in un ritratto di Giovanni Boldini del 1908. Del resto anche la sua tesi di laurea in “Tecnologia dell’istruzione e della comunicazione” alla facoltà di Scienze della Formazione di Messina era incentrata sulla “Recitazione negli anni del Cinema muto”, come dire che il destino di Adele Tirante cantante attrice nata a Roma ma vissuta per lunghi anni a Nizza di Sicilia era già scritto nel suo mantra. « Per me il Teatro - dice quasi tornando indietro nel tempo - è stato ed è come stare a casa mia, già da quando bambina recitavo dalle suore ad Alì Terme e dietro le quinte avvertivo un senso di benessere e pensavo che potesse succedere sempre qualcosa di nuovo ».

Andiamo per ordine. Com’è che ti trovi a vivere per parecchi anni a Nizza di Sicilia?

« Mia madre, Nina Carella, è sudamericana figlia di emigranti a Lima (Perù). Mio nonno, grande patriota, ad un tratto vende tutto e torna a Roma. Mio padre, originario di Nizza, commerciante di tappeti e articoli orientali, incontra mia madre, si sposano e nasciamo io e mia sorella Nella che fa pure l’attrice e ancora bambinette ci trasferiamo tutti a Nizza di Sicilia. Qui completiamo le elementari, frequentiamo il liceo scientifico di Santa Teresa e poi l’università a Messina ».

Quando cominci a fare Teatro?

« Sin da ragazzine io e mia sorella eravamo attratte dal Teatro e all’inizio lo abbiamo fatto così tanto per gioco in vari paesi della costa ionica con Carlo Barbera, Tino Caspanello e alla Masseria di Re Enzo (Pugliatti) in quel progetto denominato Kalonerò a Santa Teresa, un luogo a me molto caro perché tramite la moglie di Michele Cannavò ho conosciuto Jorge Luis Borges che mi ha regalato il suo libro “Aleph” incentrato sul racconto del minotauro Asterione e che mi ha aperto il mondo su altre tematiche quali l'immortalità, il labirinto, l'idea del tempo infinito ».

Quando hai avuto la sensazione che il Teatro era ciò che volevi fare nella vita?

« L’ho capito una decina d’anni fa durante il laboratorio teatrale al Vittorio Emanuele tenuto da Marchetti e in particolare da Pupetto Castellaneta, scomparso pochi giorni fa, il quale mi ha dato il contatto con la cultura vera non l’erudizione. Un rapporto d’amicizia proseguito poi quando andavo a trovarlo nella sua casa di Roma e vedevamo video e progettavamo spettacoli da mettere in scena».

Fu proprio Pupetto Castellaneta che firmò non la regia ma il coordinamento artistico d’uno spettacolo scritto da te e recitato accanto a tua sorella e altri giovani attori alla Laudamo nell’aprile del 2009 titolato “Scantu” che tanto successo ebbe poi altrove.

« Sì proprio così, uno spettacolo il cui testo era entrato in finale al Premio Riccione del 2005 e che io ho sentito la necessità di scrivere a Nizza in tre giorni e tre notti senza uscire dalla mia stanza facendo preoccupare non poco mia madre. Un testo che aveva a che fare con la trasfigurazione d’una mia esperienza in un periodo buio della mia vita, quando m’interessavo degli scritti dall’antropologo Ernesto De Martino e leggevo libri come “La magia in Sicilia” in cui si scontravano la cultura religiosa e quella popolare, come dire il sacro e il profano, tant’è che lo spettacolo in questione aveva il suo culmine in una sorta di rito volto a togliere lo spavento, ‘u scantu appunto, dal proprio corpo ».

Nel primo decennio del terzo millennio frequenti laboratori teatrali tenuti da Davide Enia, Emma Dante, Vincenzo Pirrotta, Franco Scaldati, Giancarlo Sepe, forse altri ancora. Vuoi dire sinteticamente cosa ti hanno dato questi registi e drammaturghi della nuova scena italiana?

« Di Enia mi è rimasta una bambola con una doppia faccia, quella della cantante Nina Simona e di mia madre Nina Carella. Emma Dante con le sue “Pulle” mi ha lasciato tantissimo, un modo di lavorare attraverso il corpo, parlare e trasmettere l’essenza della Sicilia attraverso immagini archetipiche, un po’ quello che hanno fatto Pina Bausch e Tadeusz Kantor. Pirrotta la musicalità del verso. Scaldati la magia del teatro, lui era un grande poeta. Sepe la scomposizione del corpo nella musica ».

Io, come altri credo, non conoscevamo le tue doti di cantante. Dove hai affinato la tua voce canaille, tremula a volte, con ottimi accenti francesi?

« Credo sia una dote naturale, anche se ho fatto un po’ di scuola da Rosalba Bentivoglio cantante jazz di Catania ».

Lo spettacolo “Padam Padam” che hai presentato venerdi e sabato scorsi in una Sala Laudamo agghindata tutta di rose rosse, plastificate perché vere ti sarebbe costato parecchio, era incentrato su una serie di canzoni d’amore che hanno reso celebre Edith Piaf accanto a dei pezzi di Prevert e Cocteau accompagnati alla fisarmonica e al pianoforte da Mirko Dettori. Perché hai scelto questo titolo?

« Questo spettacolo è dedicato a Felice Romeo che era il mio compagno morto due mesi fa all’età di 48 anni, ma è anche il titolo d’una canzone cantata dalla Piaf, il passerotto dall’ugola d’oro, che esprime la vorticosa e ossessiva commedia dell’amore, che come il suono di un’orchestra imprigionato nella memoria, prima o poi la farà impazzire. In questo spettacolo ho voluto affrontare il tema dell’amore, quello che l’infelice cantante sviscera in tutte le sue sfumature, inserendovi un monologo di Cocteau titolato “La belle indifferente”, e cantare l’amore come assenza, perdita, come une “vie en rose”, un tappeto sotto i piedi dell’amato. Non è uno spettacolo filologico ma vuole rendere omaggio ad una grande artista che interpreto e studio da qualche tempo ».

Adesso tornerai a Roma e cosa farai?

« Sarò protagonista assieme ad altri 20 compagni di lavoro dello spettacolo che da 7 anni va in giro per l’Italia che s’intitola “Dignità autonome di prostituzione” a cura di Luciano Melchionne e Betta Cianchini che nasce come polemica di vendere la propria arte al pubblico e inizia simpaticamente con delle attrici-maitresses all’entrata che danno dei dollari agli spettatori per poter comprare pillole di Teatro ».

Ma tu ti esibisci pure in un locale di Roma. Qual è e di che si tratta?

« Si chiama “Micca Club”, si trova in Via degli Avignonesi vicino il Teatro Valle ed è diretto da Alessandro Casella. Qui oltre che cantare canzoni del repertorio antico primi ‘900 in italiano e francese, ci sono pure dei numeri divertenti di burlesque ».

Perché fai Teatro?

« Per me il Teatro è come una chiesa, un luogo sacro in cui tutti gli intimi sentimenti delle persone vengono celebrati e portati verso qualcosa di più alto. E’ un sogno dove tutto può succedere ».


intervista a Adele Tirante pubblicata su Centonove il 11 dicembre 2014

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Giovanna Battaglia
intervista a Giovanna Battaglia
in occasione dello spettacolo su “ Frida Kahlo
venerdì 5 dicembre al Teatro Cristo Re di Messina
di Gigi Giacobbe

Debutta questa sera alle ore 19 (venerdì 5 dicembre) nel Teatro Cristo Re Frida Kahlo uno spettacolo ideato dall’attrice Giovanna Battaglia, talento naturale originaria di Napoli ma da un quarto di secolo residente a Messina, chiusa nella sua giacchetta bordeaux su gonna nera e maglia a righe, che in modo rigoroso quasi calvinista, in sintonia col suo viso ovale e capelli neri tirati sulla fronte e tenuti indietro da lunghe forcine, ci parla volentieri dell’evento per il quale darà voce calandosi nei panni della grande pittrice messicana nata il 6 luglio 1907 e morta a Coyoacán il 13 luglio 1954. I disegni musicali saranno curati dalla vocalist Rosalba Lazzarottto accompagnata alla chitarra da Antonio Livoti, le coreografie sono di Giusy Rigolizio che danzerà con Valentina Granata, le luci di Renzo Di Chio.

Giovanna come è nato questo spettacolo?

« Il 2014 è stato l’anno di Frida Kahlo di cui s’è celebrato il 60° anno della sua scomparsa con una grande mostra a Roma e altre manifestazioni in Italia a lei dedicate e dunque anche noi abbiamo voluta ricordarla con questo spettacolo di beneficienza pensato e voluto dalla dott.sa Maria Giannetto, donna colta amante del Teatro nonché organizzatrice di eventi e direttrice amministrativa dell’Ambulatorio Polispecialistico dell’AMCI ( Associazione Medici Cattolici Italiani) la cui raccolta dei fondi andranno devoluti a questa struttura, in collaborazione con i padri rogazionisti che hanno messo a disposizione il Teatro Cristo Re ».

Perché fai sempre personaggi forti, come già avvenuto con Filumena Marturano e ora con Frida Kahlo, di grande impatto emotivo, sofferti e sofferenti, straziati e stazianti dagli avvenimenti della loro vita ?

« E’ più facile creare l’empatia con questi personaggi, ricchi dentro, perché si riesce meglio a ri-vivere i loro sentimenti ed entrare più agevolmente nella loro intimità e poi dubito molto che ci siano in Teatro personaggi banali, tutto consiste nel ri-leggerli attentamente e profondamente ».

Chi è Frida Kahlo per te?

« E’ una donna completa piena di dolore e di vita che ha amato sino alla fine, non solo un uomo, ma l’arte e ha lasciato il segno di sé nel mondo, tant’è che ne parliamo ancora oggi ».

Da dove hai tratto i testi dello spettacolo?

« Li ho tratti da un libro di Rauda Jamis titolato “Frida Kahlo”, in cui ci sono pagine del diario di Frida che io ho assemblato in maniera cronologica. Pagine che partono dalla sua adolescenza felice e rivoluzionaria sino al tragico incidente occorsole mentre viaggiava su un autobus scontratosi con un tram, durante il quale una sbarra di ferro le attraversò il corpo uscendo dalla vagina e segnandola per sempre. Ma che probabilmente fu l’inizio per la sua creazione artistica perché l’immobilità a cui fu costretta per lungo tempo la spinse a ritrarsi e fare i primi autoritratti rimirandosi su uno specchio posto dalla madre su un alto baldacchino. Così la pittura da quel momento consentì a Frida di vivere e dare un senso a quella sua vita caratterizzata per sempre dal dolore fisico ».

Come si articola lo spettacolo?

« Insieme ai brani letti e interpretati da me, c’è il contributo notevole della Lazzarotto, gli accompagnamenti alla chitarra di Livoti che danno uno sfondo musical-sentimentale alle parole e in più ci sono i movimenti coreografici della Rigolizio che danza con la giovane Granata ».

Di recente hai partecipato con altri artisti, intellettuali e giornalisti in difesa dell’isola pedonale con uno spettacolo inscenato sulla Via dei Mille. Cosa pensi della sentenza del Tar regionale che ha consentito la riapertura di questo spazio cittadino ?

« Quando si restituisce questo spazio alle automobili, allo smog e al traffico caotico, non penso nulla di buono, penso piuttosto che sia stato tolto anziché dato. Mi chiedo chi possa essere soddisfatto di questa decisione, anzi ho già la risposta: sono stati accontentati quegli automobilisti che non sanno più godersi la città e fare due passi a piedi e anche quei commercianti che ritengono l’isola pedonale la causa primaria dei loro mancati introiti ».

Cosa ti manca del Teatro, quello che per tanti anni hai fatto al San Carlino, al Pirandello e in tanti altri palcoscenici cittadini, regionali e nazionali ?

« Il Teatro fatto malamente in maniera pedestre e ne vedo tanto in giro, non mi manca affatto. Mi manca invece il Teatro di qualità, quello della parola esplicitata con talento e professionalità ».

Qual è il Teatro che gradisci e che senti vicino alle tue qualità artistiche?

« Un Teatro basato su una recitazione che non mistifica, che non falsifica, che non imbroglia le carte ».

In questo momento stai facendo un Corso di Dizione e Recitazione presso “Music-Life”, una scuola di musical diretta da Christian Gravina e Francesca Morabito, due splendidi cantanti lirici messinesi. Con quale spirito lo fai?

« Con lo spirito di far partecipi i giovani dell’importanza della parola teatrale e non solo, perché la dizione non vale esclusivamente per la recitazione ma per un corretto uso della nostra lingua meravigliosa e bistrattata , in particolare, da politici e da altre categorie professionali che appaiono in pubblico e nei media ».

Che cos’è il Teatro per Giovanna Battaglia?

« Una delle più belle espressioni dell’umano che è sempre in cerca della felicità ».


intervista a Giovanna Battaglia pubblicata su Centonove il 4 dicembre 2014


 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro comunale di Pace del Mela
L'Assunzione
scritto e diretto da Laura Giacobbe

scene di Mariella Bellantone
musiche originali di Mario Incudine
luci di Antonio Rinaldi
v ideo di Alessandro Gheza

con
Antonio Alveario, Mario Incudine, Paolo Molonia, Francesco Natoli

Prodotto da Nutrimenti Terrestri

Il 15 agosto, giorno di Ferragosto coincide con la festa dell’Assunzione della Santa Vergine, avvenimento particolarmente sentito dalla popolazione messinese ma anche da tantissimi fedeli e gitanti siciliani e calabresi che a migliaia si riversano nella città dello Stretto. Per assistere alla processione della Vara, una macchina votiva ricca di angeli e angioletti su più piani sormontata in cima dal Cristo che tiene in mano il simulacro di Maria Vergine, alta quanto un palazzo di circa 13,5 metri e pesante 8 tonnellate, che viene portata in processione da centinaia di fedeli, di bianco vestiti con cingoli azzurri, tramite lunghe corde che servono a farla trainare per tutta la Via Garibaldi, bagnata da autobotti comunali per facilitarne lo scivolamento, sino a farla giungere nell’attraente Piazza del Duomo. Le immagini in video e in audio di questa festa, ad opera di Alessandro Gheza, dai chiari risvolti antropologici, fanno da sfondo a L’Assunzione, opera prima di Laura Giacobbe (nessuna parentela con chi scrive) qui nelle vesti di interessante autrice e regista, per conto dei Nutrimetri Terrestri, messa in scena nell’Auditorium di Pace del Mela, un paesino collinare della zona di Milazzo ad una quarantina di kilometri a Nord di Messina. Con quelle immagini della processione che fanno capolino nell’appartamento caldo e soft nel design di Mariella Bellantone, giusto nella notte della vigilia di quella festa, ad un professore privato esperto nel preparare tesi universitarie per figli di papà benestanti, interprete Antonio Alveario in un ruolo a lui poco congeniale, abituato com’è a rivestire ruoli esilaranti di grande comicità, riuscendo ugualmente a dargli dei connotati grotteschi, gli si guasta un tubo d’un lavandino allagandogli la casa. Chiamato un idraulico che abita nella stessa scala ( quello che Mario Incudine veste ormai con disinvoltura aderendo al personaggio come un attore navigato, mettendo da parte questa volta la sua fisarmonica e il suo lavoro di musicista, anche se qui firma le musiche) che glielo ripara in quattro e quattr’otto, tra loro s’instaura un acceso dialogo sui massimi sistemi, incentrando il problema sulle loro professioni, anche perché il primo riesce a sbarcare il lunario, il secondo invece è maledettamente disoccupato. Si scopre che il professore è uno scapolo ammammato, laico convinto che non s’è sposato con la sorella dell’idraulico perché s’è fatta suora, mentre l’operaio è un cattolico praticante, devoto alla Madonna, anche se stavolta non sarà fra quelli che tirano la Vara. Insomma abbiamo di fronte un intellettuale e un operaio disoccupato, due classi sempre in conflitto per ragioni socio-economiche anche se il secondo dimostra d’avere nel suo arco più frecce da tirare. Sceglierà infatti come ultima spiaggia la possibilità di diventare un ladro, individuando come prima vittima nientemeno che un delinquente dirimpettaio chiamato Neanderthal ( Paolo Molonia) che tiene in casa un fratello andicappato (Francesco Natoli), che tutti credono sia stato ammazzato per mano sua. Introdotto in quella casa l’idraulico verrà sgamato dal malamente che gli consegnerà un pugno di quattrini fattigli pervenire dal professore, gli darà come lavoro di badare al fratello mentre il professore getterà nella pattumiera tutto il mazzo delle tesi di laurea.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 25 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

alla Chiesa di santa Maria Alemanna
Messina

Ratpus
di Massimo Maugeri
riduzione adattamento e regia di Manuel Giliberti
musiche originali di Antonio Di Pofi
costumi di Lidia Agricola

con
Carmelinda Gentile

Non è un refuso il titolo Ratpus del bel monologo dello scrittore catanese Massimo Maugeri, tratto da un racconto della raccolta Viaggio all’alba del millennio messo in scena con verve creativa e in modo eccellente da Manuel Giliberti nella chiesa gotica di Santa Maria Alemanna di Messina. Ma è così che lo pronunzia Cetti Curfino, al posto del più corretto Raptus, la donna quarantenne bella e poco istruita, che si esprime in italiano dialettizzato o in un dialetto italianizzato, che Carmelinda Gentile ( nota per aver vestito in tanti Montalbano televisivi il ruolo di Beba moglie di Mimì Augello, alias Cesare Bocci) veste con grande bravura e passione calandosi in colei che in un qualsiasi quartiere popolare della Sicilia ha perso il marito precipitando da un’alta impalcatura d’un palazzo in costruzione e che per varie vicissitudini l’hanno portata poi ad uccidere, appunto per un raptus, il sindaco del paese. Non è pentita adesso la donna mentre se ne sta all’interno d’una cella a raccontare ad un commissario di polizia (invisibile), piuttosto al pubblico, la tragedia che le è capitata da quando il marito lavorava, portava uno stipendio a casa, pagava l’affitto di casa, riuscendo pure a trovare un po’ di felicità insieme ad figlioletto quando tutti insieme riuscivano a fare delle gite fuoriporta con una Seat Marbella di seconda mano. La morte d’un marito si sa per una casalinga senza un lavoro esterno è una coltellata al cuore. I soldi della colletta dei colleghi del marito finiscono in poco tempo e la donna riesce a trovare un lavoro di badante tirando avanti finché la persona accudita non muore. Adesso non sa cosa fare. Si ricorda del sindaco e delle sue promesse di impiego al marito morto. Gli chiede un lavoro, ma le risposte sono evasive. La Curfino ha una sorella il cui marito, posteggiatore abusivo, è attratto libidicamente da lei e dai suoi attributi e per pochi euro cede di farsi (soltanto) toccare. Questo andazzo va avanti per mesi, sino a quando il cognato perdendo quel lavoro precario chiede alla donna di restituirgli i soldi che le aveva regalato, proponendole di concedersi per denaro soltanto a individui si sua conoscenza, visto che la moglie non era così attraente come lei. Un motivo valido che le fa balenare in testa di ritornare da quel sindaco e fingere di volersi concedere a lui. Ma male gliene incoglie, perché l’uomo mentre la caccia in malo modo lei esce dalla borsetta delle forbici, che avevano in passato tagliato un nastro d’una manifestazione, e colta da un raptus glieli conficca nel petto. Adesso è lì dietro le sbarre Cetti Curfino. Si rimette addosso il grembiule grigio del carcere e comincia a scrivere la sua storia amara e il pubblico silenzioso dopo 60 minuti l’avvolge con calorisissimi applausi. Una moderna tragedia dell’ignoranza, della povertà, del pregiudizio e della violenza che si muove su un tracciato obbligato, in modo molto simile alla tragedia greca, con paradigmi grotteschi, caratterizzati dall’ignoranza e dall’incultura. Lo spettacolo fa parte della rassegna “Atto Unico” diretta da Auretta Sterrantino per conto dalla “Quasi Anonima Produzioni”.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 29 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro Verga
Stabile di Catania diretto da Giuseppe Dipasquale

Il giardino dei ciliegi
di Anton Cechov
regia Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino
costumi Elena Mannini
musiche Germano Mazzocchetti
movimenti di scena Donatella Capraro
luci Franco Buzzanca

con
Magda Mercatali, Pippo Pattavina, Guia Jelo, Gian Paolo Poddighe, Italo Dall'Orto, Alessandra Costanzo,
Angelo Tosto, Matilde Piana, Camillo Mascolino, Aldo Toscano, Annalisa Canfora, Cesare Biondolillo

e con gli allievi della scuola di drammaturgia Umberto Spadaro:
Roberta Andronico, Michele Arcidiacono, Ludovica Calabrese, Pietro Casano, Marta Cirello,
Lorenza Denaro, Azzurra Drago, Federico Fiorenza, Luciano Fioretto, Valeria La Bua, Vincenzo Laurella,
Graziana Lo Brutto, Gaia Lo Vecchio, Luigi Nicotra

produzione Teatro Stabile di Catania

Spettacolo inaugurale della nuova stagione teatrale 2014/2015
in scena sino al 7 dicembre 2014

Dimenticate la maggior parte delle edizioni bianche de Il giardino dei ciliegi di Cechov. Dalla storica messinscena di Giorgio Strehler al Piccolo di Milano alla più recente di Luca De Fusco al Mercadante di Napoli. A Giuseppe Dipasquale, nella triplice veste di traduttore-adattatore-regista del lavoro, piace vestire i suoi attori del Teatro Verga di Catania, in questo spettacolo inaugurale della nuova stagione teatrale 2014/2015, con tutte le sfumature dei rosa nel 1° tempo e con svariati altri colori nel 2° tempo ( i costumi erano di Elena Mannini, mentre i movimenti di scena erano di Donatella Capraro). Compiendo una chiara rifinitura dei personaggi che oscillano tra un passato da serbare nello scrigno della memoria e un futuro tutto da decifrare, risultando il presente solo una sfera di cristallo densa di nebulose da indovinare e interpretare. Come del resto è la vita di ognuno di quel gruppo di proprietari terrieri e mercanti che ruotano attorno alla carismatica Liuba, cui Magda Mercatali rossa di capelli e svolazzante nelle sue vesti rosate - distante invero da una Valentina Cortese svanita e attonita nei suoi vaniloqui - porta in serbo il lutto di suo figlioletto di 7 anni annegato accidentalmente in un fiumiciattolo e il rapporto extraconiugale con un tale di Parigi che ha dilapidato i suoi averi e che l’ha lasciata per un’altra e che, nel tempo presente, continua a mandarle missive e telegrammi in cui le chiede di raggiungerlo e accudirlo perché ammalato, costretta adesso perché carica di debiti a mettere all’asta la vecchia casa di famiglia col suo celebre e antico Giardino dei ciliegi. Che, come accade quasi sempre, non si vede mai, diventando più un luogo dell’anima che un sito reale con i suoi rossicci frutti, sintetizzato qui nella scena astratta di Antonio Fiorentino in un nugolo di lunghi involucri di plastica trasparente che calano giù dall’alto della graticcia come pesanti stalattiti, contandone alla fine quattro file per quattro. Per il resto, a parte il fondale che da grigio diventa nero (certo Bob Wilson ha fatto scuola in Italia) spiccano un armadio e un divano e un gran numero di sedie e sedioline in plexiglass trasparente occupate a volte dai vari personaggi. Dipasquale intelligentemente ha evitato gli stereotipi: da quando all’inizio l’ottuagenario maggiordomo Firs (Italo Dall’Orto) introduce i personaggi con i loro nomi, a quando invece del solito samovar la cameriera Duniaša (Annalisa Canfora ) utilizza una teiera di porcellana. E’ un giardino in cui si intrecciano quadriglie e si ballano valzer discreti (le musiche sono di Germano Mazzocchetti), ruotando i personaggi attorno a se stessi e a tutto quello che passa il convento e può loro convenire. Nessuno riesce a consigliare Liuba sul da farsi: né la figlia adottiva Varja di Alessandra Costanzo più propensa ad accasarsi con Lopachin che cercare nuove soluzioni, né la figlia naturale, la 17enne Anja di Matilde Piana più dedita a inseguire l’amore per il giovane lacchè Jaša (Cesare Biondolillo) che guardare al futuro e stimare in maniera volterriana solo chi crea e lavora, come consigliato dallo studente Trofimov (Angelo Tosto). Solo il mercante Lopachin (ben caratterizzato da Pippo Pattavina che gli conferisce connotati rudi di bifolco arricchito) la consiglia a non vendere la casa ma a lottizzare la proprietà e di abbattere i ciliegi. I fatti accadono alla presenza di Epichodov (Aldo Toscano) il contabile ossessionato dall’idea del suicidio, di Simeonov-Pišeik (Camillo Mascolino) proprietario terriero sempre a chiedere prestiti per pagare i suoi debiti e della governante Charlotta Ivanovna vestita da una colorita Guia Jelo in vena di giochi di prestidigitazione e d’uno scilinguagnolo italo-russo di grande ilarità. Il giardino andrà all’asta, ad accapararselo sarà Lopachin, il nuovo che avanza, contento d’aver acquisito una proprietà dove i suoi genitori erano stati servi, pronto a speculazioni future e a costruirvi una miriade di villini, mentre tutta la compagnia si dileguerà in un futuro di cui non sapremo più nulla. Resterà in quella casa in disfacimento solo il vecchio servitore, malato e dimenticato, quale ultimo relitto d’un passato che non tornerà più indietro. Hanno preso parte allo spettacolo più d’una dozzina di allievi della scuola d’Arte drammatica “Umberto Spadaro” nei panni di viandanti, inpiegati, servi e d’una orchestrina di archi. Applausi calorosi per tutti i protagonisti davvero bravi, dalle voci intonate, portate e udibili sino nelle ultime file e repliche sino al 7 dicembre.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 22 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Antonio Alveario
di Gigi Giacobbe

« Per me il Teatro è l’attore con lo spettatore che riunendosi in un’ideale assemblea, in economia di spazio e tempo, cercano di approfondire la vita. Il Teatro è tecnica di conoscenza per eccellenza e mette pure in ballo i grandi sentimenti: l’amore, l’odio, la gelosia, la passione, il pianto e il riso ».

A parlare è l’attore Antonio Alveario nato a Messina il 27 luglio 1963, anche se ha la residenza nel paesino collinare di Gesso verso cui nutre un grande amore.

Come scopri d’essere un attore?

« Non pensavo minimamente di fare l’attore, piuttosto l’agrario, infatti dopo la licenza scientifica mi sono iscritto in Agraria all’Università di Pisa e dopo qualche esame ho continuato gli studi senza molto successo a Catania. Qui, in modo fortuito, incontro un amico che mi mette in contatto con Ninni Bruschetta, il quale dopo avermi inquadrato mi dice che potevo subito cominciare le prove in teatro, scoprendo che il trainer era incredibilmente Maurizio Puglisi (l’attuale presidente del Teatro Vittorio Emanuele), il quale utilizzava le metodologie di Ugo Pitozzi molto vicine al Teatro-Danza».

Quando cominci a far Teatro negli anni ’80 in Italia spiccano i Magazzini Criminali di Lombardi-Tiezzi, la Gaia Scienza di Barberio Corsetti, il Falso Movimento di Martone ed eccelle il grande texano Bob Wilson con le sue magiche luci. Come ti sei posto nei confronti di questi gruppi ?

« In questo tipo di Teatro la parola era poco contemplata all’epoca, utilissimo certamente per la presenza scenica e il lavoro sul corpo, ma incompleto riguardo la parola agita ».

E allora cosa fai?

« Decido di fare un corso di dizione a Reggio Calabria con Gianni Diotaiuti e poi con Maurizio Marchetti a Messina il quale mi prepara per un provino onde poter entrare alla scuola dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) di Siracusa».

Qual era il pezzo o il brano che hai scelto?

« Era un monologo di Karl Valentin titolato “Il Teatro dell’obbligo” che andò molto bene tanto che fui preso come allievo e ricevetti pure i complimenti da uno dei docenti che era Pupetto Castellanneta che poi ho rivisto negli anni successivi. Contemporaneamente partecipo a due film di Francesco Calogero, “La gentilezza del tocco” e “Visioni private” ( sarà pure presente nel film “Seconda primavera” che ancora deve uscire, n.d.r.) e allo spettacolo “Cappiddazzu paga tutto” di Pirandello-Martoglio con la regia di Alvaro Piccardi per conto della Compagnia del Teatro Libero di Messina diretta da Pippo Luciano, e nella stagione 1988/89 ha inizio la mia prima grande tournée con Daniela Conti e Nino Frassica protagonisti de “L’aria del Continente” di Martoglio con la regia di Antonio Calenda ».

Quando hai capito che la professione dell’attore sarebbe stato il tuo vero lavoro?

« E’ accaduto a Palermo dopo aver visto gli spettacoli più belli a tutt’oggi in vita mia. Mi riferisco a “Palermo Palermo” di Pina Bausch e in particolare a “Totò principe di Danimarca” di Leo De Berardinis, verso cui rimasi folgorato tanto da inseguirlo fino a Bologna e fare di tutto per entrare nella sua Compagnia, riuscendo a lavorare con lui per quasi tutti gli anni ’90, prendendo parte ai suoi più importanti spettacoli ».

Cosa ti ha insegnato De Berardinis ?

«Per lui il Teatro è l’attore. E mi ha insegnato in particolare l’importanza d’essere oltre che attore anche autore, intendendo che l’attore non deve messianicamente scriversi i testi ma che in modo responsabile e cosciente deve andare in scena senza eseguire pedissequamente i compiti dettatigli dal regista di turno. Deve avere dunque una grande libertà scenica ed esprimere idealmente la propria autobiografia profonda e possedere una concezione nel montaggio degli spettacoli che sia simile a ciò che avviene nelle improvvisazioni di Jazz ».

Oltre al grande Leo chi incontri a Bologna?

« In quegli anni incontro uomini straordinari come Claudio Meldolesi, Antonio Neiwiller (grande Cotrone ne “I giganti della montagna”), il mago delle luci Maurizio Viani, Alfonso Santagata, col quale lavorerò otto anni, e Claudio Morgante ».

Come ti sei trovato a lavorare con Santagata?

« Santagata è un grande visionario, con lui ci si spinge verso una totale autorialità dell’attore, dove ognuno attraverso l’improvvisazione costruisce la propria partitura teatrale che lui poi utilizza in fase di montaggio dello spettacolo. Le sue peculiarità sono gli allestimenti all’aperto, in esterni, dove lui costruisce dei veri e propri set cinematografici itineranti per il pubblico, per tutti valga l’esempio di “Tragedia a Gibellina” sul mito dei Labdacidi ».

Cosa accade dopo?

« Mi trasferisco a Imola e comincio a lavorare con Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Elena Bucci e Marco Sgrosso. Contemporaneamente, e siamo nella fase della mia maturità, ritorno a fare teatro a Messina col mio amico Bruschetta realizzando degli spettacoli belli, divertenti e anche comici come “Piscistoccu ‘a ghiotta” di Gianni Clemente ».

Per ciò che riguarda il Cinema come ti sei mosso?

« Dopo i film con Calogero ho un felice incontro con Roberto Bonaventura e Umberto Vivaldi nelle inedite vesti di produttore e insieme produciamo “61 a 0” da cui nasce il personaggio che ha avuto un grande successo, “L’onorevole P.” Poi faccio un cameo nel film di Cristian Bisceglie, “Agente matrimoniale” e arriviamo all’inaspettato provino con Pier Francesco Diliberto ovvero PIF per il film “La mafia uccide solo d’estate” dove interpreto il ruolo di Totò Riina. Da questo film poi prendo parte ad alcune fiction televisive ».

Adesso mi pare che andrai in scena, sabato 22 h.21 e domenica 23 novembre h.17, all’Auditorium comunale di Pace del Mela con un testo scritto e diretto da Laura Giacobbe (non siamo parenti, n.d.r.) titolato “L’Assunzione” dove tra i vari temi trattati c’è La Vara. Di che si tratta?

« Io interpreto un professore sui generis, il quale alla vigilia della festa di mezzo agosto innesca uno scontro dialettico con un disoccupato dello stesso palazzo dove abita lui che condurrà ad un imprevisto che è meglio non rivelare ».

Che tipo di attore credi di essere?

« Certamente non un attore accademico. Per dirla con Carlo Cecchi il mio corpo d’attore si rifà alla grande tradizione del Teatro dialettale siciliano e napoletano e pure veneto, che predilige i paradossi e la comicità ».

Quali sono i tuoi riferimenti attoriali?

« Certamente De Berardinis, Cecchi, Neiwiller, Santagata e Morganti e stimo moltissimo il grande Toni Servillo che si contraddistingue per la grande immediatezza,m verità, ironia e poesia ».

Hai fatto mai la regia di qualche spettacolo?

« In modo sporadico e casuale. Ricordo la regia di “Una visita” di Beniamino Joppolo che ho fatto a Racalmuto assieme ad Alessandro Garzella e un’altra a Montalbano Elicona con Giovanni Boncoddo appena uscito dal coma, titolata “La vita di un amico” ispirata all’atto unico di Eduardo De Filippo “Amicizia” ».

Cosa ti piace dell’essere attore?

« Il piacere di mostrarsi e il potere sperimentare altre ipotesi di vita ».


intervista a Antonio Alveario pubblicata su Centonove il 21 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Gigi Spetale
di Gigi Giacobbe

Lo incontri al Cinema, in Teatro, alle Mostre di pittura, ai Convegni culturali, sempre nelle prime file silenzioso, attento, calmo e tranquillo pronto ad intervenire e dire la sua al momento giusto. Sto parlando del cinquantasettenne messinese Gigi Spedale, presidente di Latitudini, rete siciliana di drammaturgia contemporanea, operatore-organizzatore-produttore teatrale e cinematografico nonché curatore di festival e rassegne di spettacoli vari. Arriva dinoccolato e in ritardo al mitico ormai Bar Tosca accanto al Vittorio Emanuele e molto volentieri risponde alle mie domande.

Innanzitutto Gigi cos’è Latitudini?

« E’ un’Associazione culturale nata nel 2011 che raccoglie drammaturghi, compagnie teatrali, teatri comunali e centri universitari, formata al momento da circa 30 associati ».

Cosa si propone questa Rete?

« E’ nata per identificare e sostenere gli obiettivi di chi si occupa in Sicilia di Teatro contemporaneo».

Con quali risvolti?

« Lusinghieri direi, perché oltre a dare un senso di forte identità e di promozione a livello regionale e nazionale, siamo riusciti ad avere un confronto serrato con le istituzioni, soprattutto siciliane, con la possibilità d’intervenire sulle normative regionali e nazionali ».

Ma in concreto cosa è stato fatto?

« Sono stati organizzati una serie d’incontri e convegni regionali e nazionali multidisciplinari per analizzare sia le produzioni artistiche contemporanee regionali, sia le modalità di sostegno pubblico alle attività teatrali. Abbiamo collaborato attivamente alla realizzazione di importanti festival e rassegne teatrali. Abbiamo avviato una stretta collaborazione con il Teatro Stabile della Sardegna, con il quale abbiamo appena concluso a Cagliari il primo Festival nazionale interamente dedicato alla nuova Drammaturgia Siciliana, con ospiti di tutto rilievo (da Spiro Scimone a Luigi Lo Cascio, passando per Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano) ».

Sulla legge teatrale in Sicilia che tipo d’interventi avete fatto?

« Nella mia qualità di presidente ho portato avanti le istanze provenienti dal nostro mondo presso la Commissione Cultura e Lavoro dell’Assemblea Reginale Siciliana, in audizione congiunta con gli organi del governo regionale almeno in tre occasioni ».

Quali risultati avete ottenuto?

« Promesse tante, risultati concreti alcuni, intanto attirare l’attenzione dell’Amministrazione regionale sulla specificità del Teatro contemporaneo con annesse produzioni ».

Avete ottenuto altre risposte dal governo regionale?

« Nel 20111/2012 col precedente governo regionale sono state accolte a livello di regolamenti (che sono poi delle circolari assessoriali) alcune modifiche alla buona Legge Regionale N°25 del 2007. Allo stato attuale queste buone intenzioni sembra siano state dimenticate ».
« Non sono stati finanziati per il 2014 alcuni importanti capitoli di spesa col risultato di riservare il sostegno finanziario alle Compagnie più grosse e più anziane, le uniche in grado di sostenere un impegno economico rilevantissimo per poter dimostrare almeno da 40 a 80 giornate di recita e da 500 a 1000 giornate contributive ».

Cosa succedeva prima?

« Fino al 2013 la Regione Sicilia sosteneva anche le produzioni di particolare valore artistico a prescindere da questi numeri. Parimenti sosteneva le tournée extra-regionali e l’acquisto delle attrezzature e il Teatro per ragazzi ».

Ma alla Regione Sicilia chi s’interessa di Teatro?

« A parole parecchi, nei fatti la delega allo Spettacolo è affidata ad un assessore che si occupa principalmente dei flussi turistici e delle aziende ( hotel, agenzie di viaggio, B&B etc…) annesse, trascurando il valore strategico della crescita culturale dei cittadini, cui contribuisce l’attività del Teatro ».

Ma col Teatro si mangia?

« Con il Teatro e con la Cultura in genere si favoriscono certamente le condizioni per un sano sviluppo economico. Ogni produzione mette in movimento una serie di operatori a volte “invisibili” di cui il legislatore sconosce la portata o non tiene conto, non comprendendo, per esempio, che in una produzione si lavora anche per mesi, chiedendo al territorio una serie di servizi, che sono alberghi, B&B, luoghi di ristoro, piccoli artigiani, taxi, spedizionieri, cartolerie etc…con benefici evidenti per tutte queste categorie ».

Com’è al momento la situazione legislativa nazionale? C’è una Legge sul Teatro?

« L’attuale ministro Dario Franceschini ha emesso a luglio di quest’anno un decreto ministeriale che dà nuove regole per F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo), ma siamo ancora in attesa dei regolamenti attuativi, per comprenderne la reale portata».

Quali sono le novità?

« E’ presto per pronunciarsi in assenza dei regolamenti, tuttavia la mia impressione o sensazione è che nei fatti verranno disattese le promesse di sostegno alle Compagnie giovani e di cancellazione delle situazioni di privilegio esistenti ».

A cosa ti riferisci?

«I 17 Teatri Stabili italiani ad esempio ( che hanno sperperato ingenti risorse pubbliche senza una reale responsabilità personale degli amministratori) non si sa bene come verranno sostituiti dai cosiddetti Teatri Nazionali, di cui non conosciamo il numero esatto né l’ubicazione. Da indiscrezioni pare che al di sotto di Roma ce ne sarà solo uno o addirittura nessuno. Si auspica una più stretta collaborazione fra Enti pubblici e Compagnie private, ma si predispongono strumenti che, di fatto, asserviranno queste ultime, più deboli, ai primi superdotati ».

Quale sarà il destino delle Compagnie private?

« Attualmente le Compagnie più ricche continueranno ad essere avvantaggiate perché solo loro potranno sostenere il costo di diverse migliaia di giornate lavorative e potranno diventare Teatri d’Interesse Pubblico con almeno 6000 (seimila) giornate lavorative in un anno. Inoltre temo che sopravvivranno solo quelle che riusciranno a captare la “benevolenza” di qualche struttura pubblica o privata che possa mettere a loro disposizione più o meno gratuitamente le strutture agibili indispensabili per sviluppare una tale mole di numeri».

E le Compagnie più piccole, quelle che fanno Teatro sperimentale e di ricerca che fine faranno?

« E’ previsto per il 2015 un contributo, di cui non si conosce l’entità, al Teatro d’Innovazione e Sperimentazione e al Teatro per l’infanzia e la gioventù. In questo caso queste Compagnie devono dimostrare almeno 1000 (mille) giornate lavorative con 90 recite ».

Con la nuova Legge si teme che scompaiano le Compagnie private dei giovani. E’ così?

« E’ probabile, perché con le nuove regole è difficile che una Compagnia appena costituita - seppure valida culturalmente - possa avere i requisiti richiesti che quantificando sono: precedenti finanziamenti ministeriali, fidejussione bancaria, dimostrare d’avere ottenuto un sostegno finanziario da parte dell’Ente locale ».

Puoi dire a quanto ammonta, in termini di euro, il finanziamento per le attività teatrali in Sicilia e in Italia?

« Per il 2014 ammontano in Sicilia circa 950 mila euro, in Italia circa 60 milioni di euro. Ma ci sarebbe ancora tanto da aggiungere, oltre ai semplici numeri».


intervista a Gigi Spetale pubblicata su Centonove il 14 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

Intervista a
Federica De Cola
di Gigi Giacobbe

Piccoletta, graziosa, gentile, timida, delicata, sorridente, brava, grintosa, in una sola parola Federica De Cola, trentenne attrice messinese molto impegnata di recente oltre che in Teatro e in Televisione pure nel Cinema.
Partiamo dall’ultima tua apparizione in pubblico ovvero il film di Martone “Il giovane favoloso” dove tu fai Paolina la sorella di Antonio Ranieri.

Cosa hai provato a calarti in questo ruolo e stare accanto ad un uomo che ha incarnato il vero senso della Poesia?

« È stata occasione per me di riavvicinarmi ad un poeta i cui scritti stavano sempre con me durante la lavorazione del film cosicché io potessi quotidianamente sentirne il valore immortale della suo opera ».

Hai pensato d’essere accanto ad Elio Germano o a Giacomo Leopardi?

« Ho pensato di stare accanto alla lettura che Elio Germano insieme al regista Mario Martone hanno dato del personaggio. E quella interpretazione è stata davvero eccezionale, mi ha coinvolto pienamente e a reso il mio lavoro più semplice »

Che ricordo hai del precedente film “Nuovomondo” (2006) di Emanuele Crialese ruotante attorno ad una famiglia che emigra negli States?

« Un ricordo di grande stupore .Era il mio primo lavoro per il cinema e per me era tutto una meravigliosa scoperta ».

Hai fatto parecchia televisione e hai preso parte a tante fiction di successo. Quali ricordi con più piacere e perché?

« Sicuramente “ Le sorelle Fontana” che mi ha portato la soddisfazione di vincere il premio LARA come migliore attrice al Roma Fiction Fest. Poi “Pane e libertà” perché ho avuto l’occasione di recitare accanto ad un grande attore come Pierfrancesco Favino. E se posso aggiungerne ancora una “Un matrimonio” dove sono stata diretta da Pupi Avati »

A Messina credo siano molti ancora a non sapere che sei messinese: magari pensano che la sola attrice di successo nazionale sia Maria Grazia Cucinotta. Hai mai pensato a questa mia domanda?

« Sinceramente non ci ho mai pensato. Ho avuto il piacere di conoscere Maria Grazia che è una persona deliziosa e che stimo molto anche per il suo impegno nel sociale. E chissà magari un giorno avremo il piacere di lavorare insieme ».

Per ciò che riguarda il Teatro ricordo almeno tre spettacoli diretti da Giampiero Cicciò in cui sei stata davvero brava e convincente: due visti a Taormina Arte 2007 e 2008 rispettivamente “Lo stato d’assedio” di Camus (tu nei panni di Victoria e Angelo Campolo in quelli di Diego eravate due giovani rivoluzionari) e “Salomè” tratto da Wilde, Bene, Flaubert e Baudelaire allorquando l’Erodiade di Carmen Panarello ti buttava addosso due secchiate d’acqua fredda e “I miei occhi cambieranno” su gli ultimi giorni di vita dell’attrice messinese Celeste Brancato morta a 40 anni per un male incurabile. Sono tre personaggi completamente diversi tra loro, ti chiedo quali sono i ruoli che ti senti meglio d’interpretare?

« Non so quale interpreto meglio, so però che qualsiasi personaggio lo affronto come una sfida che mi dà la possibilità di scandagliare dimensioni che sono dentro di me e che magari fino a quel momento erano rimaste inesplorate ».

Cinema, Televisione, Teatro. Dove ti senti più a tuo agio?

« Teatro, e sentirmi a mio agio è proprio la parola esatta. Mi sento più libera e provo maggior godimento sentendo il pubblico che respira insieme a me ».

Quando hai pensato che fare l’attrice sarebbe stato il tuo vero lavoro?

« Quando a 19 anni ho avuto la mia prima scrittura da professionista per il “Romeo e Giulietta “ di Karpov. Sapevo che quello era solo l’inizio! ».

I tuoi genitori ti hanno agevolato oppure ostacolato in questa tua passione?

« I mie genitori, dopo le prime comprensibili paure, mi hanno sempre sostenuto. Io li ho coinvolti molto e loro si divertono e gioiscono con me ».

Quando ci siamo sentiti per telefono mi hai detto che eri a Roma, ma non t’ho chiesto in quale lavoro eri impegnata se in televisione o al cinema. Puoi dire di che si tratta ?

« In questo periodo sono impegnata con le riprese di tre serie Rai: “Braccialetti rossi”, “Grand Hotel” ed ”E’ arrivata la felicità”. Inoltre sto riprendendo le prove de “I miei occhi cambieranno” per la regia di Giampiero Cicciò che sarà in scena al teatro Brancaccino di Roma da metà Novembre ».


intervista a Federica De Cola pubblicata su Centonove il 7 novembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Gianfranco Quero
di Gigi Giacobbe

Conosco Gianfranco Quero da più di 40 anni, da quando aveva una montagna di capelli neri alla maniera di Bob Dylan e portava al collo una sciarpa colorata odorante di patchouli. Adesso ha i capelli bianchi tirati sulla fronte e una barba pure bianca che non gli sta niente male.

Parlami un po’ di te, conosco poco del tuo privato e della tua famiglia.

« Sono nato a Reggio Calabria il 21 Ottobre 1948 ma non ci ho mai abitato. I miei stavano al Nord, ad Alessandria e mia madre è venuta giù in treno per farmi nascere, a Reggio appunto, dove lei è nata, e dove vi è nato anche mio padre. Sarà per questo che mi piace viaggiare in treno. Ho studiato a Messina, studi classici, Maurolico, poi Università, legge, ha deciso mio padre, io ho dato parecchi esami, ne mancavano sette alla laurea, ma non mi interessava, non sapevo cosa fosse “fare programmi, pensare al futuro”. Così come avevo studiato, senza sapere perché, ho lasciato e sono partito. Avevo la passione per i viaggi, ho girato l’Italia, in treno e in autostop, subito dopo il diploma. Mia madre era casalinga, cinque figli da crescere, sei con me che sono arrivato sei anni dopo l’ultima figlia. Tre fratelli e tre sorelle, il più grande 14 anni più di me. Mio padre era stato ufficiale, con Mussolini, due guerre, aveva anche insegnato, matematica mi sembra, poi era diventato capo ufficio all’UTIF ».

Quando ti è nata la passione per il Teatro?

« Non ho cominciato per “Passione”, per lo meno non l’ho avvertita, mi ci sono imbattuto per caso, mi piaceva, mi faceva sentire importante: tutta quella gente, anche quando erano pochi spettatori, seduti lì a guardarti, ad ascoltare le cose che dicevo ».

Cos’è che trovavi nel Teatro?

« Mi arricchiva, mi costringeva a leggere, a sapere cose non banali, mi faceva sentire Artista, con una visione più ampia del mondo, una visione dall’alto, come si vede da una torre e poi da ancora più su, direi da un aereo se non avessi paura di salirci, sugli aerei. Ma forse sarebbe più giusto “Dall’alto del palco”, che non è molto alto, ma sufficientemente per farti sentire più in alto dei comuni mortali. E mi piaceva il teatro come luogo fisico, il buio, la penombra delle quinte, starci dietro mi dava una sensazione particolare, una tensione certo, soprattutto i primi anni, ma anche una sorta di eccitazione, era sensuale, il teatro, dietro le quinte, nei camerini, in scena. All’inizio, diciamo nei primi vent’anni, ero molto preoccupato di esibirmi. Adesso mi preoccupa vivere, ma trovo sempre gran divertimento a stare su un palcoscenico, mi diverte, mi fa sentire vivo ».

Qual è stato il tuo primo spettacolo?

« Credo fosse il 1969, ero studente universitario: abbiamo messo in scena “Aspettando Godot” di Beckett: io facevo Hamm, Pucci Davoli Clov. Non ricordo chi era il regista ».

Perché ad un tratto decidi di lasciare Messina?

« Credo di non avere deciso: mi sono allontanato, nel 1973 la prima volta, per scoprire i Paesi Scandinavi, mitici allora, un modo di vivere avanzato rispetto al nostro, sotto molti aspetti. Ho abitato un anno a Copenaghen. Ho seguito per una decina di giorni un laboratorio dell’Odin Teatret, mi sembrava da pazzi il loro modo di prepararsi, di allenarsi, e mi affascinava, proprio perché folle. Durante l’Estate, a Messina, ho partecipato ad un lavoro teatrale diretto da Rocco Familiari, un drammone, “I Tessitori” di Hauptmann. Con Giovanna Conti, Walter Manfrè, Nino Frassica, Antonello Antonante, Antonella Giacobbe e altri. L’anno successivo, nel 1974 ero a Londra. Ho studiato l’inglese, ho fatto lavoretti per mantenermi, il cameriere, il macchinista teatrale, il partner di un (abilissimo) giocatore di ping-pong che, dopo avermi spillato un po’ di sterline facendomi credere di poterlo battere, mi ha usato come partner, facendomi vincere di fronte ad altri che poi scommettevano convinti di poterlo battere. Anche in quell’anno sono tornato d’estate a Messina, dove ho interpretato Dioniso nelle “Baccanti” dirette da Rocco Familiari. E’ stato bello, lo spettacolo, ma soprattutto la tournée, tutti i teatri greco-romani della Sicilia, tutte le isole Eolie, nelle piazzette, credo che nessuno abbia più fatto una cosa del genere ».

A Roma o altrove hanno apprezzato il tuo modo di fare Teatro? Il tuo essere attore insomma?

« A Roma ci sono arrivato nel 1977, dopo un anno a Parigi e una scuola di Mimo e Clown, l’Ecole du Cirque di Silvia Monfort. I primi anni a Roma, fino a metà degli anni 80, facevo molto Teatro di Strada e Clownerie, con Nino Montalto e Guido Ruvolo. Ho anche partecipato a qualche spettacolo della cosiddetta “Avanguardia”, con Pippo Di Marca e successivamente sono arrivato alla prosa con Mario Moretti (non il brigatista), al teatro dell’Orologio. Il mio modo di stare in scena, all’inizio, risentiva dei miei precedenti, non ero abituato alla “Parola” come espressione del Corpo, il Corpo rimaneva Corpo, mi sentivo a disagio, inadeguato. Poi ho capito che la Parola è Corpo, ho cominciato ad essere consapevole, a sentirmi bene sulla scena. E mi sentivo apprezzato, e lo ero ».

Torni a Messina e poi riparti ancora e ti stabilisci a Cosenza. Perché?

« Da Roma sono andato direttamente a Cosenza, per insegnare in una Scuola triennale di Teatro, per conto del teatro dell’Acquario diretto allora da Antonello Antonante e Massimo Costabile. Era il 2000. Dal 1999 lavoravo per il teatro di Roma, in uno spettacolo con la regìa di Tony Bertorelli, protagonista la grande Franca Valeri. Tre anni di tournée, in giro per tutta l’Italia, anche all’estero, mentre la mia base, la mia “casa” era a Cosenza, fino al 2005 ».

Perché da Cosenza torni ancora a Messina e poi vai a Firenze?

« Per seguire un grande amore, finito in Toscana ».

In te c’è un’anima girovaga, sempre alla ricerca d’un luogo dove trovare lavoro, amore e un po’ di pace. Cos’è che cerchi veramente?

« Non lo so. Forse la pace, sì. Non vorrei che fosse quella eterna, almeno non prestissimo. Anche se a volte l’ho desiderato ».

Quali sono i registi che hai stimato veramente e hanno arricchito la tua visione teatrale?

« Tutti hanno qualcosa da insegnarti, se sai ascoltare. Qualche volta ci sono riuscito, ad ascoltare. Mi sarebbe piaciuto lavorare con Peter Brook, Arianne Mnouchkine, Taddeus Kantor…forse poi avrei risposto allo stesso modo, ma certamente avrei arricchito il mio curriculum ».

Oltre che l’attore hai fatto regia di spettacoli tuoi. Ti piace più dirigere o essere diretto?

« Sono due cose diverse, estremamente gratificanti se le sai fare bene. Certamente come regista hai maggiori responsabilità. Devi sapertele assumere e gestire. Ma un Protagonista lavora fianco a fianco col regista, ha molte responsabilità anche lui. Non ho molte opportunità di fare regie, quando le faccio mi piace, mi impegno tantissimo. Anche quando sono Attore, certamente in questo caso posso divertirmi di più».

Hai fatto parecchio Cinema. Come ti sei trovato in questo ambiente?

« Se hai una parte impegnativa, e le ho avute, hai un sacco di gente intorno che ti fa sentire importante, che ti permette di credere in quello che fai, nel personaggio che interpreti. Se fai un piccolo ruolo, sei considerato poco o nulla, soprattutto in Italia, dove si lavora, nelle fiction in particolare, solo intorno ai protagonisti, e i risultati si vedono: un attore trascurato appare pessimo, anche se bravo ».

Adesso non sei più un ragazzino. Sei in grado di tracciare un bilancio della tua vita artistica?

« Credo di essere pronto a cominciare, mi sento maturo, mi serve un’altra vita. Puoi aiutarmi? ».

Che cos’è il Teatro veramente per te?

« L’espressione migliore della Vita, oltre la banalità e il quotidiano ».


intervista a Gianfranco Quero pubblicata su Centonove il 31 ottobre 2014

 

 

Torna su

 

 

al Biondo di Palermo
Io, Nessuno e Polifemo
(in scena sino al 2 novembre)
Spettacolo inaugurale della nuova stagione teatrale 2014-2015

Chi ha visto agli inizi del terzo millennio i primi ustionanti spettacoli di Emma Dante racchiusi nella trilogia “mPalermu”, “Carnezzeria”, “Vita mia”, fluttuanti tra un aldiquà e un aldilà odorante d’incenso e di cera, continuati e proseguiti poi con altre sulfuree apparizioni, sino ad arrivare al recente “Le sorelle Macaluso”, troverà in questo “Io, Nessuno e Polifemo” (basato sull’Intervista impossibile a Polifemo, pubblicata nel 2008 da Einaudi nella raccolta “Corpo a Corpo”) che ha inaugurato la nuova stagione teatrale del Biondo, un’altra Emma Dante: più riflessiva, più ironica, più disincantata, più matura, più serena, forse per la posizione di “artista residente” acquisita all’interno dello stabile palermitano, guidato con rinnovato entusiasmo da Roberto Alajmo. All’inizio, su una scena nuda con i mattoni delle mura ben visibili attorno al palcoscenico, insieme alla graticcia con i suoi spot, un trio di danzatrici ( Federica Aloisio, Giusi Vicari, Viola Carinci) si muove con ritmi marionettistici, tenendo in mano manichini miniaturizzati uguali a quelli che hanno reso grande De Chirico. Dietro di loro, su un quadrato metallico è situata la rock-star della serata Serena Ganci che esegue canzoni pop aiutandosi con tamburi e percussioni varie. Dalla sala giunge sul palco Emma Dante, con vestito da uomo su camicia bianca, leggendo alcuni passi del IX Canto dell’Odissea di Omero, approntando con quel foglio in mano una barchetta di carta con chiare allusioni ad Ulisse che se ne sta in viaggio per mare naufragando sempre in luoghi abitati da maghe e belle femmine. Adesso fate un falò di quel canto perché la Dante, da teatrante, vuole intervistare Polifemo per farci uno spettacolo come intende lei, o alla maniera di Carmelo Bene per il quale fare teatro era come compiere un reato. Il ciclope non ha niente di selvaggio o di cannibalesco, piuttosto appare tranquillo, si esprime in napoletano nei panni di Salvatore D’Onofrio, con abito scuro, con entrambi gli occhi e il luogo in cui vive non è intorno ad Acitrezza con i suoi faraglioni alle falde dell’Etna, ma in un’isola di fronte ai Campi Flegrei. Si scopre che Polifemo è un gigante buono, dedito alla pastorizia, tranquillo di vivere in sintonia con la natura, prima che l’Odisseo di Carmine Maringola, anche lui in abito scuro, (un modo più epico di appellare questo novello “malamente” di Scampia o del Pallonetto), non venisse a rompere il suo stato di beatitudine, facendosi chiamare Nessuno prima dell’accecamento e della fuga alla volta di Itaca per riabbracciare la sua Penelope che qui apparirà una e trina come una madonna avvolta da centinaia di metri di tulle bianco. Lo spettacolo di appena un’ora, dai risvolti metateatrali, quasi come nei dialoghi del “Fedone” di Platone o “Il nipote di Rameau” di Diderot, appare poco spettacolare evidenziando pure alcune lungaggini delle tre danzatrici che appariranno ad un tratto come tre bambole con parrucche colorate di biondo di rosso e di rosa-fucsia. Tuttavia l’intervistatrice non andrà via sino a quando quel “babbasone” di Polifemo non le svelerà una ricetta con i fiocchi a base di capretto rosolato con cacio e uova, dicendole pure che è da nove secoli che sopporta quello scornacchiato di Ulisse. La novità è aver visto la Dante oltre che regista e autrice del testo, artefice dei costumi, pure attrice in scena accanto al marito Carmine Maringola che ha firmato la scenografia, mentre le luci erano di Cristian Zucaro e le coreografie di Sandro Maria Campagna. Molti applausi nelle tre uscite del cast e repliche sino al 2 novembre.-
Gigi Giacobbe

____


articolo pubblicato su Centonove il 31 ottobre 2014

 


Dua passi sono (2011)


Premio Scenario per Ustica 2011
Premio In-Box 2012
Premio Internazionale T. Pomodoro 2013

T/Empio
critica della ragion giusta
(2013)


Vincitore Teatro del Sacro 2013
Spettacolo Finalista PREMIO NE(X)TWORK 2013

Conferenza tragicheffimera
sui concetti ingannevoli dell’arte

(2013)


Spettacolo Vincitore del Premio E45 Napoli Fringe Festival 2013
Spettacolo Vincitore BANDO COLLINAREA 2013

Torna su

 

 

Intervista a
Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
di Gigi Giacobbe


Quando li vedo arrivare al Bar Tosca di Via Garibaldi a due passi dal Vittorio Emanuele, sembrano gli innamoratini di Peynet. Lui, Giuseppe Carullo, per quanto nato in America, a Rochester nella stato di New York l’11 novembre 1978 è un reggino a tutti gli effetti, non ha la bombetta ma un baffetto e un filo di barba, lei invece, Cristiana Minasi, è di Messina, ha compiuto 34 anni il 10 giugno scorso e ha un frangettone biondastro sui vivacissimi occhi coperti da occhiali dai vetri sporchissimi. Una piccola-grande coppia teatrale che sta mietendo successi in tutta l’Italia con “Due passi sono”, uno spettacolo scritto-diretto-interpretato da loro due e da un paio d’anni sono pure stretti da un fidanzamento che dovrebbe concretizzarsi in un matrimonio il prossimo anno a Stromboli. Non sono uno accanto all’altro quando iniziano a far Teatro. Lui studia psicologia a Palermo e nello stesso tempo segue, a cavallo del terzo millennio, un laboratorio al Teatro Teatès di Michele Perriera e sino al 2004 frequenta la Scuola di Teatro del Vittorio Emanuele di Messina diretta da Pupetto Castellaneta e Maurizio Marchetti. I primi spettacoli li fa con il Gruppo Sancho Panza di Roberto Bonaventura e prende parte come attore a due applauditi spettacoli che sono “Le mosche” di Jean Paul Sartre e “Microzoi” di Beniamino Joppolo. Lei studia legge, si laurea pure, e comincia a far Teatro col Teatro dei Naviganti di Mariapia Rizzo e Domenico Cucinotta e significativa sarà la sua presenza nello spettacolo “Clo” di stampo beckettiano. Frequenta poi per quattro anni a Venezia la Scuola di Alta Pedagogia della Scena patrocinata dalla Fondazione Cini, Fondazioner Venezia e Teatro Paolo Grassi, avendo come insegnante il carismatico regista russo Anatoly Vasiliev.

E allora quando vi si siete incontrati?

« Dopo la malattia di Giuseppe - risponde prontamente la Minasi anticipando il compagno - un morbo terribile che ha messo a repentaglio la sua stessa vita. Ricordo che ci siamo frequentati in occasione dell’ultima estate messinese del 2007 quando Giuseppe decide di trasferirsi sul lago di Ganzirri perché lui, al contrario di me, non voleva avere rapporti col mondo e galeotti furono gli accompagnamenti in macchina sino a casa sua ».

Tu motorizzata e lui no. Come facevate a vedervi?

« Avevamo escogitato uno stratagemma - è sempre lei ad afferrare all’istante il pallino del discorso - e consisteva in questo: mettevamo una pezza a scacchi su un certo palo situato accanto ai luoghi dove uno dei due poteva trovarsi, come la Laudamo, il Teatro Naviganti etc…anche se è successo una volta che un brandello di stoffa è rimasto accanto agli imbarcaderi della Caronte per due anni ».

E quando avete fatto insieme qualcosa in Teatro?

« E’ avvenuto nel teatrino della Chiesa di San Gabriele situato sulla Nuova Panoramica dello Stretto - è sempre lei a non far parlare lui - credo nel 2010 allorquando entrambi siamo saliti sul palcoscenico e abbiamo improvvisato un canovaccio che avevamo scritto insieme della durata di sette minuti ».

Di cosa si trattava?

« Se vuoi - argomenta ancora Cristiana - era un rudimento di quello che poi sarebbe stato “Due passi sono”. Nel frattempo io vado a Londra da mio fratello, continuo la scuola a Venezia e con Giuseppe ci sentivamo per questo progetto a due, diventato quasi una necessità, una freschezza in divenire ».

Cosa avviene successivamente?

« Giuseppe aveva risolto la sceneggiatura - inutile dire che è sempre lei a parlare mentre lui annuisce - e decidiamo d’inviare a “Scenario” ( Associazione nazionale, molto ambita dai giovani teatranti under 30, che promuove il premio omonimo nato allo scopo di valorizzare nuove idee, progetti e visioni di teatro, n.d.r.) il progetto di “Due passi sono”: quindi andiamo nella sede di Palermo e facciamo 5 minuti di spettacolo che diventeranno poi 20 quando veniamo invitati al Festival di Sant’Arcangelo di Romagna, dove con molta nostra sorpresa lo spettacolo vince il prestigioso “Premio Scenario per Ustica 2011” ».

Ancora però non siete noti in campo nazionale. Quando avviene la vostra consacrazione ufficiale di artisti affermati?

« Avviene nel dicembre del 2011 quando al Teatro Franco Parenti di Milano - con Carullo muto come un pesce - “Due passi sono”( sotto l’egida del gruppo Sancho Panza di Roberto Bonaventura) va in scena nella sua forma compiuta e il pubblico ma soprattutto la critica nazionale decreta il nostro successo. E poi da quella sera in poi è stato un susseguirsi di inviti in molti festival e teatri italiani superando lo spettacolo ad oggi le cento repliche ».

La Compagnia Carullo-Minasi quando nasce ufficialmente?

« E’ stata formalizzata come tale nel 2013 - è sempre la Minasi a parlare - e ne fanno parte oltre a noi chiaramente, Cinzia Muscolino (scenografa), Roberto Bitto ( aiuto regia) Giovanna La Maestra come sostegno morale e culturale e Roberto Bonaventura che fa un po’ di tutto ».

Vuoi esporre in sintesi cosa avviene in “Due passi sono”? (ormai è un tete-à-tete con Cristiana).

« “Due passi sono” è il primo della “Trilogia sul limite” che potrà essere visto al Vittorio Emanuele l’8 aprile del prossimo anno e ruota attorno a due piccoli giganti che combattono una dolce e buffa battaglia per imparare a non fuggire dalla vita, usando le armi della poesia e dell’autoironia. Gli altri due spettacoli sono: “ T/Empio-critica della ragion giusta” in scena il 10 aprile con molta probabilità presso il Tribunale di Messina e “Conferenza tragicheffimera - sui concetti ingannevoli dell’arte” che prenderà corpo al Museo di Messina e in alternativa al Vittorio Emanuele »

Che cos’è il Teatro per voi due?

« Per me fare Teatro - è inutile dire che è sempre la Minasi a rispondere - è un atto di partecipazione politica che sottende un altissimo grado di responsabilità nei confronti degli invitati al grande buffet del Teatro cui bisogna rendere non delle soluzioni ma dei dubbi partecipati e il cuoco è importante che non cucini solo per sé ma che si occupi di realizzare una torta che possa alimentare la coscienza d’una società acriticamente volta ai processi di omologazione. Per noi il limite, la difficoltà in cui versa la società contemporanea vuole diventare motivo di risorsa drammaturgica creativa per la migliore valorizzazione delle persone per una migliore democrazia partecipata. Dunque il Teatro come necessità e non come virtuosismo ».-

 


intervista a Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi pubblicata su Centonove il 17 ottobre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Marika Pugliatti
di Gigi Giacobbe

« Mi chiamo Marika Pugliatti e sono nata a Messina il 5 giugno 1971, gemelli ascendente scorpione. Ho frequentato il Liceo Classico e poi per soli due anni Filosofia all’Università di Messina fino a quando non ho incrociato nella mia vita il Teatro. Mio papà, Enzo (Vincenzo) fa il ginecologo e mia mamma (Claudia) la casalinga. Ho un fratello, Carmelo, e una sorella, Alessia, entrambi più piccoli e occupati nel campo dell’arte: mio fratello fa il pittore e mia sorella cura un settore della Biennale di Venezia»

Quando hai iniziato a fare Teatro?

« Esattamente nel 1990. Mi ricordo che avevo appena dato la seconda materia del primo anno d’università e, come sempre, stavo spulciando la pagina degli spettacoli del quotidiano della mia città. Vidi la piccola pubblicità di un corso estivo su Pirandello, Fo e Feydeau, tenuto da un attore messinese che stimavo, Maurizio Marchetti e decisi di iscrivermi. Io frequentavo, sì, Filosofia ma la mia vera intenzione era quella di fare tutt’altro: andare al DAMS, vivere a Bologna, iniziare i miei studi per diventare giornalista oppure agente/manager d’attori, una novella talent scout o una casting director. Era questa la mia intenzione! Mi iscrissi, pensando che fosse una buona occasione per avvicinarmi a quel mondo che guardavo soltanto da lontano, non avendo mai avuto pratica di palcoscenico o frequentazioni, per così dire, artistiche. Invece quello che immaginavo essere un corso teorico, si rivelò totalmente pratico. Superati imbarazzo e timidezza iniziali, tutto fece il suo corso».

Qual è stata la molla scatenante?

« La molla scatenante? Vorrai dire le molle scatenanti! Al plurale! Allora, durante quel breve corso estivo, la molla fu il piacere di sentirmi finalmente accettata in un luogo sicuro; io che mi sentivo sempre fuori luogo finalmente mi sentivo protetta e allo stesso tempo a rischio, eccitata da un pericolo imminente ma piacevole. Poi, finito quel laboratorio, Marchetti con Donato (Pupetto) Castellaneta, un grande insegnante e attore, fondarono una scuola; feci il provino e mi presero. Il punto è che durante il primo anno io non riuscii a mantenere i due impegni presi, Università e Teatro; da brava ragazzina diligente, continuavo l’Università e tralasciavo il corso teatrale; fino a quando non mi arrivò una bella letterina di ammonizione da parte del corpo docente della scuola di Teatro. In quel preciso istante non so cosa sia scattato dentro di me: penso rabbia, grande rabbia nei miei confronti, rabbia perché stavo mollando qualcosa che mi faceva bene! E così decisi rabbiosamente di continuare e, appunto, non MOLLARE. Per questo parlo di due “molle scatenanti”: il piacere e la rabbia ».

Perché hai scelto di fare Teatro?

« In fondo allora non scelsi. Il teatro è capitato nella mia vita; sembrerà un luogo comune ma è stato lui a scegliere me. Difatti, per tanto tempo uno spettacolo seguiva l’altro; e io seguivo quello che capitava. Penso di aver veramente scelto di fare l’attrice, in maniera responsabile e cosciente, dopo due o tre anni sabbatici di assenza volontaria dalle scene in cui mi trasferii a Madrid dove ho vissuto per nove anni e che ancora rimane nel mio cuore come uno dei luoghi più importanti della mia vita! Il luogo che mi ha fatto comprendere ciò che realmente mi piace e ciò che odio».

Che cos’è il Teatro per te?

« Il Teatro per me è VITA! Cioè, deve essere Vita, perché DEVE essere portatore di Vita e non di Morte, come ormai spesso accade perché ci si rifugia in una remota idea di Bellezza, di virtuosismo e di bravura fine solo a se stessa. Per me invece, così come è la Vita, il Teatro deve essere Cambiamento, passando anche attraverso la crisi, Esperienza, mettendo la propria storia personale al servizio del personaggio, Comunicazione, cioè in un filo comunicativo di relazione tra l’attore, i compagni in scena e il pubblico, Concretezza perché ogni cosa DEVE accadere perché è, esiste e non è il mero frutto di un pregiudizio, di un’idea portata da casa; e quindi, da tutto ciò il Teatro è Azione, Onestà, Emozione e Credibilità ».

In genere quali sono i ruoli che ami o preferisci di più?

« Ho la tendenza a ricreare una storia attorno a ogni ruolo, a ogni personaggio, un filo biografico e logico legato alla breve vita che esso ha in scena, facendolo diventare una persona e fornendolo di un ricco e, a volte troppo, fantasioso bagaglio d’esperienza. Adoro però i personaggi sanguigni o quelli gelidi, quelli fortissimi oppure fragilissimi, comici quasi grotteschi oppure tragici... Ecco, i personaggi senza mezze misure... Così come spesso è la Vita ».

Quali sono stati i registi che ti hanno insegnato veramente qualcosa di Teatro?

« Anche se penso di aver tratto vantaggio da ogni esperienza fatta in palcoscenico, i registi che sono diventati dei veri maestri per me sono i registi/attori! Per me il teatro è il mondo dell’attore che diventa corpo del testo e dell’idea... Sembrerò una fanatica ma per me senza gli attori non esiste nulla in palcoscenico! Il corpo, la voce e la presenza degli attori danno vita alle parole dell’autore e alle idee del regista che, invece senza, sarebbero mortifere! Abbasso la morte in scena ed evviva la vita! Il regista/attore che mi piace è quello che conosce e riconosce in chi è in scena se stesso e, come tale, lo protegge, a tutti i costi, facendolo rischiare, mettendolo in crisi forse, durante le prove, dando a esse un vero e proprio, facendo sì che diventino non ripetizione di qualcosa venuto bene una volta o d’esecuzione di un’idea portata da casa, ma momenti di creazione! Quindi, anche se ogni regista incontrato nella mia vita è stato fondamentale per un verso o per l’altro, volendo fare i nomi di alcuni, dico in ordine cronologico d’incontro e non d’importanza: Donato (Pupetto) Castellaneta, Carlo Cecchi ed Enzo Vetrano. Ognuno di loro ha segnato la mia vita artistica e personale ».

Perché non vivi più a Messina e hai deciso di trasferirti a Palermo?

« Mi sono trasferita a Palermo tanti anni fa e non è, spero, la tappa definitiva della mia vita che vedo in movimento. Allora ci andai perché decisi di frequentare il Teates, di Michele Perriera, che un mio vecchio fidanzato attore mi consigliava, conoscendo abbastanza bene i miei gusti teatrali. Lì rimasi per un po’, feci tante esperienze, mi trasferii non felicemente a Roma, tornai di nuovo a Palermo che divenne il mio punto di ritorno dalle tournée e poi scoprii Madrid, un altro incontro karmico. Poi tornai nel capoluogo siciliano che sentivo (e sento tuttora) essere la mia città in Italia. Devo ammettere che a Messina non sono mai riuscita a inserirmi davvero. Avendo vissuto buona parte della mia vita professionale e personale fuori, ho la sensazione di avere lì indubbiamente una radice anagrafica ma anche di sentirmi un’estranea... Quando ritorno, non spessissimo a dire la verità, lo faccio per la mia famiglia o in tournée o chiamata per spettacoli di registi non messinesi. È una realtà, quella teatrale della mia città, che ho probabilmente trascurato! E un po’ mi dispiace, certo...».

Quali sono stati gli spettacoli che hai amato di più con te chiaramente sulla scena?

« In ordine cronologico: Amleto, con la regia di Carlo Cecchi, dove interpretavo Ofelia, il mio debutto come professionista. Un’esperienza fortissima, importantissima, intensissima dal punto di vista umano e professionale con un cast eccezionale, dove ho appreso un metodo di lavoro che a oggi mi sembra essere il migliore e il più poeticamente concreto. Poi Mondo di carta, con la regia a quattro di Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Elena Bucci e Marco Sgrosso. Un piccolo ma molto bello, secondo me, spettacolo sulle novelle di Pirandello. Da quel momento in poi per svariati anni ho lavorato con questo sodalizio artistico a quattro. Quindi Tragedia a mare con la regia di Alfonso Santagata: una macchina teatrale frenetica sulla spiaggia, in cui facevamo tutto e tutto noi attori e dove ho incontrato un altro grande attore/regista e dei colleghi bravissimi. Una bellissima esperienza. Infine SU-A, il mio spettacolo finalmente ».

Perché hai deciso (come questo SU-A) di fare spettacoli tutta da sola?

« L’attività di attrice/autrice/regista/produttrice indipendente è nata dalla necessità dei tempi che stiamo vivendo; ma da questa necessità è nato anche il piacere, il piacere di modulare ogni cosa in base al cambiamento. Ogni replica per me è una prova e le prove sono, a mio parere, il momento più bello di uno spettacolo, quando ancora nulla è fissato, o almeno non dovrebbe esserlo, il momento vero della creazione, della vita! Ora, essendo io il regista, io l’autore, io il produttore e l’unico coprotagonista è il pubblico (perché per me lo è!) mi sento libera di cambiare, tagliare, sentire e vivere la scena senza preoccuparmi di altro. È bello e rincuorante mettere in prova lo spettacolo a ogni nuova replica, stabilendo io tempi e modi; io che non mi fermo mai alla cosiddetta “buona la prima” ».

Ti piacerebbe ritornare a Messina?

« Sì, certo che mi piacerebbe! Mi piacerebbe dimenticarmi di quel senso di estraneità dolorosa di cui parlavo prima e che invece sento. Ci sono nomi che stimo e mi piacerebbe che qualcuno di loro mi chiamasse a collaborare e a lavorare nella mia città natale. Certo che mi piacerebbe! E ogni tanto, ripeto, ogni tanto mi piacerebbe anche che si pensasse a me come a un’attrice legata a un luogo: Messina o Palermo o Madrid o Timbuctù, magari! E non mi si chiedesse, invece, sempre: “Ma sei tornata?”. Ma forse questo non accadrà mai perché, in effetti, la mia vera radice la sento nella non appartenenza, anzi nell’appartenenza a un’unica e allo stesso tempo sempre diversa radice che è il mondo Come sono megalomane! ».


 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Antonio Lo Presti
di Gigi Giacobbe

« Per me il Teatro è la forma ideale per la conoscenza di se stessi e degli altri. Considero il Teatro non solo come messinscena, ma soprattutto le fasi laboratoriali in cui si scava nel profondo di se stessi e si prova a scalfire quell’armatura che col tempo diventa sempre più rigida nella vita normale e che Wilhelm Reich chiama “peste emozionale».

A parlare è Antonio Lo Presti, attore regista teorico del teatro, sessantenne nativo di Tripi ma abitante quasi da sempre a Messina, al momento impegnato alla Sala Laudamo con un Laboratorio su “Marat-Sade” di Peter Weiss la cui prima parte finirà a novembre e la seconda più selettiva, impegnerà un folto gruppo di giovani che daranno vita ad una vera messinscena nel marzo del 2015. Ma vedremo Lo Presti, sempre alla Laudamo, il 23 e il 24 ottobre alle prese, come voce recitante, in alcuni gustosi monologhi liberamente tratti dagli scritti di Aldo Nicolaj, titolati “Ritratti di signore”, accanto a Melo Mafali al pianoforte e alla cantante Eliana Risicato. E ancora, Lo Presti sarà di scena al Vittorio Emanuele dal 19 al 22 gennaio del prossimo anno, con “L’onorevole” di Sciascia, accanto a Laura Marinoni, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, dopo aver debuttato il 9 gennaio al Biondo di Palermo.

Vedo che sei impegnato su vari fronti teatrali.

« Certo è una fortuna di questi tempi, ma anche quando non faccio niente penso sempre al Teatro ».

Qual è la cosa che ti stimola di più nel far Teatro?

« A parte i laboratori, mi piacciono molto le prove degli spettacoli, prima della messinscena, quando si crea qualcosa che ancora non esiste. Mi piace anche fare le repliche per tutta l’Italia perché sono quelle che mi danno da vivere ».

Perché hai scelto di fare Teatro?

« La risposta, visto che io vivo a Messina, diventa più intima, perché, come sai, io ho un fratello gemello, identico a me che si lancia nella vita istintivamente mentre io l’affronto, come suo doppio, in modo più riflessivo. In sostanza io credo d’essere l’altra metà, cioè una parte, e ho capito che nel Teatro avrei potuto trovare - provando tutte le altre parti - quella o quelle che mi sono sempre mancate. Quindi il Teatro è ed è stato un mezzo per la ricerca dell’identità più profonda ».

E dunque il Teatro che cos’è o che cos’ha per te?

« Il Teatro ha un’altra grandissima qualità: non ha passato non ha futuro, il Teatro è l’unico tempo che non esiste, cioè il presente. Questo perché il Teatro è prima di tutto percezione: se io sento nell’attimo l’emozione il pubblico si commuove con me, nei casi migliori applaude se no finisce lo spettacolo ».

Perché hai scelto di riprendere il “Marat-Sade” 40 anni dopo aver debuttato alla Laudamo con la regia di Beppe Randazzo ed esserne stato uno dei protagonisti principali?

« Il “Marat-Sade” è stato lo spettacolo che mi ha consentito di avvicinarmi al Teatro. Benché si tratti d’un testo della fine degli anni ’60, quindi contemporaneo ai movimenti giovanili di quegli anni adesso quasi del tutto assenti, secondo me continua ad avere ancora oggi una profondità nella descrizione del contrasto dialettico tra l’istanza individualista e quella sociale, in una forma poetica e altamente avvincente».

Perché secondo te l’opera di Weiss è ancora attuale?

« Lo ritengo un ottimo testo per imparare il mestiere dell’attore perché ha bisogno di due fasi distinte di laboratorio: la prima è quella del lavoro del singolo allievo alla scoperta dei suoi blocchi psicofisici, alla ricerca non di personaggi ma di emozioni somatizzate e ripetute, cioè quelle che comunemente chiamiamo “follia”. Questo perché Weiss immagina che sia il Marchese De Sade, imprigionato nel manicomio di Charenton, a mettere in scena l’assassinio di Marat, facendolo recitare o giocare, come dicono i francesi, ai matti ricoverati. La seconda fase è la vera e propria messinscena in cui gli allievi non dovranno interpretare dei personaggi direttamente, perché saranno i “matti” a farlo. Questo meccanismo del “doppio” è l’elemento fondamentale dell’arte della recitazione, cioè la coscienza di sé in nell’attimo ».

Nella tua attività di uomo di Teatro a chi devi dire grazie?

« A tutti i registi con cui ho lavorato, perché ognuno di loro mi ha fatto crescere, ma in modo particolare un grazie a Beppe Randazzo, con cui ho fondato il Gruppo Daggide, che per me è stato un maestro, anche di vita ».

In che senso?

« Mi ha indicato la via che ancora oggi percorro per capire chi sono tramite gli altri, anche se so che finirò prima di riuscirci ».

Che ricordo hai di quell’osannato “Ubu re” tratto dall’opera di Alfred Jarry diretto sempre da Randazzo?

« “Ubu re” è stato uno spettacolo particolare in cui, come ricorderai, ci trasformavamo in nani-palla e che a furia d’improvvisazioni si rinnovava continuamente e che ci siamo trascinati dietro per un decennio e ci ha fatto conoscere non solo in Italia ma anche in molti Paesi europei ».

E dopo il fiasco d’uno spettacolo giostrato sull’improvvisazione teatrale nella Biennale di Venezia del 1985 cosa hai fatto?

« Ho indirizzato i miei studi ancora sull’ “improvviso in Teatro”, cioè il tentativo di far diventare jazz la recitazione e mi sono messo a fare l’attore in un “Amleto” secondo Carlo Cecchi al Garibaldi di Palermo e in un “Brutus” e “Giulio Cesare” diretti da Ninni Bruschetta alla Laudamo. Poi in Francia, alla Biennale di Bonn, ho preso parte ad uno spettacolo su “Sade” con la regia di Silviu Pulcarete assieme ad uno degli attori più bravi e umani che io abbia mai conosciuto e cioè Victor Rebengiuk. Quindi ho fatto “Miseria e nobiltà” di Scarpetta con la regia di Nanni Garella e infine ho incontrato i miei amici di gioventù con i quali avevo iniziato, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, e insieme abbiamo portato in giro una cinquina di lavori di Pirandello, vincendo con “I giganti della montagna” alcuni prestigiosi premi come “Le Maschere del Teatro” a Napoli, passando pure attraverso alcuni testi di Martoglio, sino ad approdare adesso all’”Onorevole” di Sciascia».


intervista a Antonio Lo Presti pubblicata su Centonove il 3 ottobre 2014


 

 

 

 

foto di Giammarco Vetrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

Intervista a
MariaPia Rizzo
di Gigi Giacobbe

Quando c’incontriamo con Mariapia Rizzo vicino al Vittorio Emanuele in una di queste mattinate “africane” cariche di afa e d’umidità, sembra sbucare fuori, con quei lunghi capelli biondi-rossicci, occhi celestrini, viso affilato somigliante a Hisabelle Huppert di 20 anni fa, senza lentiggini però, da un allenamento in palestra e… « In effetti - mi dice- mi piace molto il Kick-boxing che alterno ai pesi e poi gioco in casa perché il mio compagno è un trainer di questo sport».

Ma non pensi che dare pugni e calci sia pericoloso per la faccia e il tu corpo d’attrice?

« No perché per me è una sorta di scissione tra pensiero e azione ».

Senti Mariapia, adesso non sei più una ragazzina avendo tu adesso 41 anni, ti ricordi come ti è nata la passione per il Teatro?

« E’ stata quasi una condanna dalla nascita ».

In che senso?

« Nel senso che mio padre ha giocato un ruolo importante nella mia formazione di attrice, sin da quando frequentavo le scuole elementari, facendo la regia delle poesie che studiavo memoria, strutturando il testo, curando la mia dizione e raccomandandomi di non recitarle a cantilena. Erano i tempi quelli del Teatro in Tv con la Compagnia dei Giovani, della mia bisnonna materna che era stata un’attrice filodrammatica e d’una sua amica che si chiamava Ignaziella Bianca Cusumano che mia madre conobbe e non ci pensò due volte a mandarmi da questa signora e ritrovarmi a 9 anni nella sua compagnia e trascorrere dei pomeriggi interi nel suo salotto per le prove con persone grandi e bambini e sorbire negli intervalli delle tazzone di cioccolata calda. Insomma la mia famiglia mi ha molto aiutata e indirizzata al Teatro».

Che tipo di lavori proponevate?

« Erano delle commedie scritte dalla stessa Cusumano rappresentate nelle piazze e in luoghi periferici, delle vere piccole tournée realizzate pure grazie ai grandi sacrifici di mia madre che m’accompagnava».

I tuoi che lavoro fanno o facevano?

« Mio padre ha fatto il prefetto a Messina e adesso ha vari incarichi ministeriali, mia madre ha fatto l’insegnante di lettere, mentre mio fratello Francesco è avvocato, fa politica attiva, anche lui ha la passione per il Teatro ma basto già io a farlo, due sono troppi».

Dopo quelle esperienze infantili cosa è venuto dopo?

« I miei mi hanno affidato a degli amici di famiglia, a Franco Toldonato in particolare, che mi ha insegnato a stare sul palcoscenico».

Qual è il sentimento che provi per il Teatro?

« Il mio amore per il Teatro è indefinibile, mi piace questo mistero. E’ come parlare d’amore sminuendolo. Io facevo Teatro e nello stesso tempo studiavo da pazza. E’ stata una cosa guadagnata. Dormivo sui banchi di scuola. Però sono riuscita prendere la maturità classica al liceo La Farina e a frequentare poi all’Università Lettere classiche».

Poi cosa avvenne?

« A 17 anni ho frequentato un laboratorio teatrale con Gianni Fortunato e Giuseppe Luciani in un cantinato di Piazza Duomo, con me c’erano Margherita Smedile, Giovanni Moschella, Donatella Venuti, Angelo Tripodo e forse ne dimentico qualcuno. Erano fervidi quegli anni ’80, belli e con scambi di idee, anche se segnati da quell’edonismo reaganiano d’importazione cui non piaceva la cultura. Poi per tre anni frequento il CEIS (Consorzio Enti Imprese Spettacoli) con sede al Circolo Milani, adesso scomparso, nei pressi del Duomo e ricordo volentieri le lezioni di Teatro di Pupetto Castellaneta. Quindi inizio con l’Accademia Sarabanda di Gianni Fortunato il mio vero percorso teatrale lavorando nella Chiesa delle Varette di Via XXIV Maggio ».

Quando hai preso coscienza che il Teatro era ciò che volevi fare realmente?

« Ho preso coscienza quando avevo 21, 22 anni, grazie ad un’insegnante di lettere che lavorava in Calabria che si chiama Giovanna La Maestra, fondatrice tra l’altro dell’associazione “La Ragnatela” che si occupava di arte, di problemi sociali e di politica del territorio. Questa donna è stata per me illuminante, una guida spirituale alla quale devo moltissimo e che mi ha aiutato a trovare la libertà interiore ».

Quali sono le tappe successive?

« Nel 1997 nasce il Teatro dei Naviganti e nasce il sodalizio artistico con Domenico Cucinotta che continua ancora oggi. Mettiamo in scena “Escurial” di De Ghelderode e “La follia sia sempre autentica” di Beniamino Joppolo. Segue un periodo, dal 1998 al 2000, in Sud America dove incontro Eugenio Barba, allievo di Grotowski e faccio un seminario con Giulia Valrey, attuale compagna di Barba. Nel 2001 nascono in Via del Santo “I Magazzini del Sale” dove assieme a Cucinotta, Stefania Pecora, Saverio Tavenio e altri, realizziamo laboratori di pedagogia e spettacoli indirizzati agli adulti (come “Senza nuvole”, scritto da me e da Antonio Criseo, “Cirano”, “Clo”, “Alice”, “La burla” sul “Don Giovanni” secondo Tirso de Molina, “Vedettes” che sarà in scena il 26 novembre prossimo al Teatro Joppolo di Patti nella stagione “Scena nuda”) e spettacoli per bambini ruotanti attorno alle favole di Perrault, al racconto di “Pinocchio” e al “Piccolo principe” di Saint- Exupéry, messi in scena nei recenti anni pure alla Laudamo e al Vittorio Emanuele ».

Da cosa nasce questa tua espressione malinconica, di melancolia direi ?

« Forse dal fatto che ho nostalgia di qualcosa, o forse perché cerco qualcosa che non trovo nel quotidiano o che non ha a che fare col quotidiano, non saprei…pensa che il mio primo spettacolo s’intitolava “La nostalgia dell’interezza”…ma in definitiva posso dire d’essere appagata materialmente ed è quello che mi spinge a fare Teatro ».

Adesso a parte “Vedettes” cosa hai in programma?

« Sto provando a scrivere partendo dalla scrittura in se stessa, forse perché per dirla con Pasolini “piangevo per la meravigliosa straziante bellezza del creato”. E mi vengono in mente due ricordi di quando bambina passavo con i miei le vacanze a Lipari: uno è un amoroso timore per la luna perché pensavo che i cerchi e la luna fossero il senno perduto di Orlando (furioso) e l’altro è quando guardavo il tramonto e piangevo perché la bellezza mi sopraffaceva ».-


intervista a MariaPia Rizzo pubblicata su Centonove il 26 settembre 2014

 

Nunzio (1994)


Nel 1994 NUNZIO è opera vincitrice selezione IDI Autori Nuovi. Nel 1995 NUNZIO ottiene la Medaglia d'oro IDI per la drammaturgia.

Bar (1997)


Nel 1997 Spiro Scimone vince il Premio Ubu "nuovo autore"; Francesco Sframeli vince il Premio Ubu "nuovo attore

La Festa (1999)


Nel 1999 LA FESTA vince il Premio Candoni-Arta Terme per la nuova drammaturgia.

Il Cortile (2003)


Nel 2004 IL CORTILE vince il Premio Ubu per il miglior testo teatrale.

La Busta (2006)

Pali (2009)


Nel 2009, PALI vince il Premio Ubu come migliore novità italiana \ricerca drammaturgica.

Giù (2012)

Torna su

 

 

Intervista a
Spiro Scimone
di Gigi Giacobbe

Mentre Francesco Sframeli se ne sta in vacanza nel collinare paesino di Monforte San Giorgio, Spiro Scimone si riposa a Messina dove continua ad abitare con i suoi familiari nella Via Trieste. Ci incontriamo con Spiro in un bar ad uno schioppo dal Vittorio Emanuele, il teatro che ospiterà dal 28 al 31 ottobre prossimo la sua più recente pièce titolata “Giù” (rappresentata in prima assoluta un paio d’anni fa al Teatro Astra Torino, in seno al Festival delle Colline Torinesi) che vedrà in scena oltre agli stessi Scimone e Sframeli ( qui pure regista) gli altri due elementi della compagnia che sono Salvatore Arena e Gianluca Cesale.

Mi pare che tu e Francesco avete la stessa età.

« Sì io sono alcuni mesi più grande di lui essendo nato il 24 aprile del 1964 mentre Francesco è nato il 9 settembre dello stesso anno».

Tu non sei figlio d’arte.

« No, per niente, mio padre aveva una gioielleria poi ha fatto l’impiegato e mia madre la casalinga e neppure i miei due fratelli Giovanni e Nino e le mie due sorelle Cristina e Mimma hanno mai fatto teatro».

Come vi siete conosciuti con Francesco?

« Frequentavamo la stessa scuola, il Liceo Scientifico Seguenza e insieme riuscivamo a radunare nelle ore d’intervallo parecchi nostri compagni raccontando le storielle più disparate. Poi all’ultimo anno Saro Sardo formò un gruppo di studenti riuscendo a mettere in scena “L’aria del continente” di Martoglio. Fu un successo e al piacere si aggiunse una forte passione per il Teatro. Francesco cercò di farlo vicino casa sua a Giostra nell’Oratorio San Matteo mentre io mi sono unito a lui senza però prendere parte a nessun spettacolo ».

E dopo aver preso la licenza scientifica che avete fatto?

« La passione per il Teatro era forte ma di mezzo c’era pure il servizio militare che facemmo poi entrambi, io a Gorizia lui a Forlì ».

E poi?

« Avevamo a quel tempo 22 anni e decidemmo di partire andando a Milano. Io mi iscrissi all’Accademia dei Filodrammatici e lui alla Scuola del Piccolo di Paolo Grassi. In quei tre anni milanesi oltre all’aiuto finanziario delle nostre famiglie ci siamo sostenuti svolgendo lavoretti come quello di fare gli edicolanti, traslochi e volantinaggio. Abbiamo pure preso parte come attori ad un lavoro di Vaclav Havel titolato “Memorandum” diretto da Massimo Navone, un insegnante del Piccolo che poi a Messina ci ha diretto in altri tre lavori prodotti dal Teatro Popolare di Messina guidato da Enzo Raffa: “Emigranti” di Mrozeck, “Il buco” dello stesso Navone e in un “Aspettando Godot” di Beckett in dialetto siciliano».

Poi nel 1994 avviene il miracolo. Tu scrivi “Nunzio”, la regia al Palacongressi di Taormina in quell’edizione di Taormina Arte è curata da quel mago che di nome fa Carlo Cecchi e inizia il vostro successo nazionale e internazionale con parecchi riconoscimenti e premi importanti compreso il Leone d’oro con il film “Due Amici” ricavato proprio da quel lavoro.

« Sì è così, come dici tu, ma quello che ha mosso tutto è stata una passione sviscerata per il Teatro, imponendoci sia io che Francesco l’imperativo categorico di non mollare mai a costo di enormi sacrifici e di tante rinunce ».

Cosa puoi dire a tanti giovani che vengono colpiti dal morbo del Teatro?

« Di non soffocare mai le grandi passioni e poi in questo momento di crisi culturale chi ha queste passioni deve insistere e realizzarle. Se i giovani smettono d’avere queste passioni è la fine e arriviamo alla catastrofe. Vedi, la nostra è stata una necessità vera di creare rapporti veri e lo abbiamo capito attraverso il Teatro. La bellezza del Teatro è un mondo concreto, non solo parole ma anche un modo di trasmettere qualcosa. Il desiderio di fare gli attori ha bisogno d’una verifica. Non devi avere il rimorso di dire “perché non ci ho provato”, bisogna cercare di superare gli ostacoli».

Qualcuno lamenta che nei tuoi lavori mancano le donne.

« Forse mancano visivamente e corporalmente, ma quelle che vengono citate in “Bar” come “la madre” o “la prostituta”, oppure “la moglie” ne “Il cortile” o io stesso en-travesti ne “La festa” hanno una rilevanza straordinaria ».

Tu hai scritto in 20 anni 7 lavori, oltre a “Nunzio”, “Bar”, “La festa”, “Il cortile”, “La busta”, “Pali”, “Giù”, puoi dirmi qual è l’ottavo lavoro che stai scrivendo?

« Non parlo mai dei lavori futuri, è una regola che mi sono imposto, quando sarà il momento te lo comunicherò».

Credo che il riconoscimento più grande che tu e Francesco abbiate ricevuto sia stato quello di essere stati rappresentati alla Comedie Francaise di Parigi, il tempio del Teatro dove sono passati i grandi del teatro da Moliere a Dario Fo. E’ così o no?

« A parte questo importante riconoscimento, credo che il più grande sia stato quello d’aver compreso di fare parte della storia del Teatro italiano e internazionale, con studi, traduzioni in più lingue, tesi di laurea e riproposizioni dei nostri lavori».

E’ vero che avete lasciato Roma e vi siete stabiliti a Messina?

« In parte è vero perché vogliamo vivere di più a Messina, ma continuiamo ad avere sempre la base a Roma. Crediamo che la nostra presenza qui sia importante, anche perché dà modo a tanti operatori, giovani e semplici cittadini d’avere un riferimento e un arricchimento culturale. Bisogna però vedere se il territorio accetterà d’arricchirsi, certamente non dipende da noi».

Qual è il tu pensiero sulla nuova drammaturgia italiana?

« Gli autori italiani contemporanei non hanno nulla da invidiare a quelli inglesi tedeschi e francesi. In Italia manca un’attenzione vera soprattutto da parte dei teatri pubblici che dovrebbero aiutare maggiormente a inserire nei loro programmi lavori nuovi di giovani che scrivono di e per il teatro».

_________
Nel 2012 GIU' vince il Premio Ubu "miglior scenografia", realizzata da Lino Fiorito

www.scimonesframeli.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Walter Manfrè
di Gigi Giacobbe

«Qui non ci torno più » sembra il titolo della pièce di Tadeusz Kantor del 1988 (due anni prima della sua scomparsa) invece è il grido doloroso di Walter Manfrè verso la sua Messina, che gli ha dato i natali 65 anni fa e che ha dedicato al teatro tutta la sua vita. Lo incontro nel pomeriggio del 30 agosto scorso nella sala consiliare del Comune di Vizzini dove fra poco si sarebbe svolto un incontro con il pubblico, diretto da lui e dalla psicoterapeuta catanese Liliana Gandolfo, sullo spettacolo Cavalleria rusticana di Giovanni Verga che sarebbe andato in scena la sera stessa nello spazio antistante la Chiesa di San Michele.

Ma perché ce l’hai tanto con Messina?

« Non ce l’ho in particolare con nessuno ora che sto lavorando sulla malattia mentale e sono pronto a giustificare qualunque patologia compresa la pedofilia: bisogna solo curare queste persone con l’analisi e con i farmaci adeguati ».

Cosa vuoi dire?

« Ho scoperto uno dei vizi capitali: l’invidia. E l’ho scoperto all’età di 55 anni dopo che m’ha telefonato il commissario Giovanni Angileri dicendomi se m’interessava traghettare sino al maggio del 2005 la stagione teatrale del Vittorio Emanuele in mancanza d’un direttore artistico».

Ma mi pare che la stagione teatrale 2004/2005 da te diretta andò benissimo, compreso il tuo spettacolo “Conversazione in Sicilia” di Vittorini e le novità da te innestate come il cosiddetto “Pronto Soccorso Teatro” con testi popolari rivolti ai quartieri, villaggi e strutture d’anziani.

« Si è vero quella stagione andò bene, ma io percepivo l’invidia di alcuni personaggi che aspiravano sedersi al mio posto».

Puoi/vuoi fare i nomi?

« Qualcuno è scomparso, qualche altro come Marchetta campa ancora, ma ce n’erano altri…».

Cosa è accaduto poi?

« E’ accaduto che presidente del Teatro Vittorio Emanuele nel 2005 è stato nominato Antonio Barresi, la sventura più grave di quel momento, non solo perché mi ha dato il benservito, ma soprattutto perché c’ha messo Massimo Piparo con la scusa che il teatro aveva bisogno d’una direzione artistica più commerciale ».

E tu sei entrato in depressione.

« Certamente. Mi sono sentito utilizzato, anche perché 20 giorni prima avevo presentato, con accanto Barresi, il cartellone dell’anno successivo 2005/2006. A questo fatto se ne sono aggiunti degli altri personali che hanno amplificato il mio stare male che ho vissuto sulla mia pelle. E se non fossi ricorso all'aiuto di uno psichiatra che mi ha salvato la vita, sarei già stato anch'io nelle pagine di cronaca nera ».

E cosa mi dici di questa Cavalleria rusticana?

Che il motore di tutto, il senso della tragedia per me viene impresso da Santuzza che sembra la verginella disonorata, ma in realtà è colei che innesca il meccanismo omicida nei confronti del suo Turiddu da quando dice ad Alfio: "Tua moglie ti tradisce". Il codice d'onore non prevedeva altro che l'omicidio e Alfio non può fare a meno di ammazzare il rivale. Io lo annuncio con un piccolo gruppo di "talebani", uomini del paese che lo tallonano fino al fatto compiuto».

Senti Walter, a parte le tue molte decine di messinscene, tu hai creato un genere teatrale interattivo che i critici più illuminati hanno definito “Teatro di Persona”, per tutti valga l’esempio de “La confessione” da renderti famoso in Europa e in molti paesi del Sud America. Che fine ha fatto quel libro su questo argomento che stava curando il compianto Ugo Ronfani?

« Dopo la morte di Ronfani mi sono sentito con la figlia la quale ha preso in mano il manoscritto e lo ha dato ad una casa editrice pugliese dicendomi di recente che uscirà nei prossimi mesi».-


intervista a Walter Manfrè pubblicata su Centonove il 12 settembre 2014

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

Cavalleria rusticana
di Giovanni Verga

regia Walter Manfré

ouverture di Gioacchino Papa

con
Carla Cassola, Orazio Alba, Lucia Fossi, Marina La Placa, Liborio Natali

Quando Giovanni Verga scrive nel 1884 Cavalleria rusticana, Sigmud Freud ha 28 anni e i suoi studi sull’isteria verranno resi pubblici soltanto 8 anni dopo, nel 1892, non pensando minimamente di annoverare quella storia d’amore e di coltello come un esempio per quella “nuova” patologia. A distanza adesso di più d’un secolo il regista Walter Manfrè, coadiuvato invero dalla psichiatra catanese Liliana Gandolfo, vi trova elementi che possono ricondurre le perturbanti vicende del dramma a ciò che i media diffondono ormai col brutto termine di femminicidio. Individuando in particolare nel personaggio di Santuzza colei che innesca il meccanismo omicida nei confronti di Turiddu, quando confessa ad Alfio che la moglie Lola gli adorna la casa in malo modo. Una frase che scoppia nella testa di Alfio come una bomba. In quel momento è come se Santuzza avesse armato la mano di Alfio, il quale, secondo il codice d’onore di quel tempo, non può fare a meno di uccidere il rivale in un duello rusticano. Lo spettacolo rappresentato nello spazio antistante la chiesetta di San Michele, nel quartiere ebraico di Vizzini (luogo natio del Verga, celebrato nelle giornate Verghiane 2014), già di per sé una scenografia naturale con tutti quei balconi e balconcini disposti a varie altezze, inizia non con l’intermezzo dolcissimo di Mascagni ma con un’ouverture di musica elettronica composta da Gioacchino Papa. Sulla scena, giusto a qualche metro dai tantissimi spettatori assiepati intorno, un tavolino con una radio per la psicoterapeuta Carla Cassola in camice bianco, pure nei panni della gnà Nunzia, madre di Turiddu, poi quasi sempre accanto ad un lettino d’ospedale a cercare di rincuorare la paziente Santuzza della delirante Lucia Fossi, in preda ai rimorsi, alla gelosia, allo stalking nei confronti del suo Turiddu, a tutto quello che ha causato il suo “mal d’amore”. Nel bel lavoro di regia di Manfrè, per lui quasi terapeutico per essere riuscito con la psicoanalisi a sconfiggere i suoi fantasmi, la scena appare illuminata quasi dipinta di azzurro, di giallo e di rosso, onde caratterizzare umori e momenti dell’anima dei vari protagonisti nel giorno di Pasqua. I fatti sono già accaduti e le varie sequenze del dramma, che il pubblico vede partecipando in silenzio tombale, sono quelle che la mente sconvolta e malata di Santuzza partorisce in flash-back da quel lettino in maniera amplificata, dissonante, pure ironica e grottesca. Così l’immagine della Lola di Marina La Placa dal trucco pesante e in lungo abito nero, appare come una sorridente bambola in vetrina o su un carillon, avvolta da un ampio tulle bordeaux sul viso: l’Alfio di Orazio Alba, dai lunghi capelli biondi anellati, gilè nero con passamanerie dorata sui bordi, stivali e pantaloni neri su camicia bianca, simile ad un pupo, si esprime in dialetto palermitano con le cadenze vocali e sincopate e altisonanti del puparo Mimmo Cuticchio, per giunta imbracato da un trio di “talebani” che lo prendono a braccetto sino a fargli compiere l’annunciato delitto. Il Turiddu di Liborio Natali, agghindato secondo iconografia sicula, è l’unico assieme a Santuzza a vivere l’impossibile storia d’amore dai toni accesi e gridati, secondo gli stilemi dello psicodramma in stile Moreno. Spettacolo suggestivo, ben recitato da tutti i protagonisti che in chiusura udranno la stringata notizia dell’omicidio da quella radio sul tavolo diffusa come uno dei tanti fatti di sangue che possono accadere a Vizzini così come in qualunque altra parte del mondo.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 14 settembre 2014

____

__

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Clitennestra
testo liberamente tratto dal libro Fuochi di Marguerite Yourcenar
Diretto e interpretato da
Paolo Cutuli

Spettacolo vincitore del 1° Premio Parodos

svoltosi a Tindari dal 22 al 24 agosto
verrà inserito nella stagione invernale del
V.Emanuele di Messina e del Teatro Beniamino Joppolo di Patti

Va in scena quando è buio fitto al Teatro greco di Tindari la Clitennestra della Yourcenar e quando le sette isole Eolie sono invisibili e s’intravedono lontane in quel pezzo di Tirreno solo un gruppo di lampare accese di pescatori e la sinuosa penisoletta di Milazzo. A vestire i panni di questa donna terribile, fedifraga e assassina secondo la tradizione classica, curandone pure la regia, è Paolo Cutuli un giovane attore di 33 anni di Vibo Valentia che a torso nudo, capelli ingrigiti, un cuore dipinto sul petto, segue scalzo un fascio di luce che lo conduce diritto ad un microfono, mentre tutt’intorno la scena è puntellata da piccole lucette rosse. Con voce chiara si rivolge agli spettatori che per incanto diventano “i signori della corte” pronti a giudicare i presunti misfatti dell’imputata. E’ inutile dire che la Yourcenar sta dalla parte di Clitennestra e tutto ciò che Cutuli dirà con particolare bravura e con un’ampia gamma di variazioni tonali e vocali nei 50 minuti rimanenti, sono rivolti a giustificare i perché dei suoi comportamenti estremi. Per la Yourcenar Clitennestra è una donna che ha amato follemente, visceralmente e senza fine suo marito Agamennone e per quanto possa averla con lui, d’aver sacrificato la figlia Ifigenia per imbonirsi gli dei prima della partenza per la guerra di Troia e per tutte quelle lettere che nei dieci anni di assenza diventavano sempre meno affettuose, rese qui da Cutuli con dei cuoricini che diventavano nel tempo sempre più piccoli, la cosa che ha fatto letteralmente sballare di testa Clitennestra è stato vedere il suo sposo giungere nella sua reggia di Argo in compagnia della giovane troiana Cassandra pure in attesa d’un bambino. E come la mettiamo la tresca col suo amante Egisto? Niente. Una cosa di poco conto per la Yourcenar. Solo qualcuno cui da accudire, da cullare come un bambino e nulla più. Insomma un diversivo più affettivo che sessuale. Un peccato veniale il suo di fronte al peccato mortale del marito che merita soltanto la morte, d’essere ucciso, accoltellato come poi lei farà con lucidità e agghiacciante determinazione. Un delitto d’amore che Cutuli realizza aprendo uno dei trolley con su scritto “Agamennone” ( gli altri due sono quello di “Egisto” e di “Troia” intesa come Cassandra) e uscendone tutto imbrattato di sangue. Interessanti e opportuni alcuni inserimenti musicali sinfonici di Beethoven, Chopin, Mozart misti ad alcune canzoni di musica leggera ( Non sono una signora di Loredana Bertè, Guarda che luna di Magoni-Sppinetti, Ma che freddo fa degli Avion Travel, Non voglio mica la luna di Fiordaliso). Il lavoro della Compagnia Dracma volge al termine e il pubblico se non assolverà interamente Clitennestra, decreterà almeno, insieme alla giuria, d’essere stato il migliore spettacolo del 1° Premio Teatrale Parodos svoltosi a Tindari dal 22 al 24 agosto ( frutto d’una prima selezione nel mese di giugno nella Sala Laudamo di Messina con la partecipazione di otto compagnie nazionali) e secondo il regolamento d’essere inserito nella stagione invernale del Teatro Vittorio Emanuele di Messina e del Teatro Beniamino Joppolo di Patti e ancora che a Paolo Cutuli è stato assegnato il premio quale migliore attore della kermesse.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 27 agosto 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

XII Edizione dell’Horcynus Festival

Longa è a jurnata
di Salvatore Arena

con
Salvatore Arena
e Massimo Barilla

Sulla scia della “Nuova Drammaturgia Messinese” dei vari Spiro Scimone e Tino Caspanello (solo per citare i rappresentanti più significativi) s’affaccia adesso pure la figura di Salvatore Arena, autore del testo Longa è a jurnata, scritto in un dialetto siculo-calabro comprensibile anche a Bolzano, fra l’altro finalista al Premio Riccione per il Teatro nel 2005, rappresentato sotto forma di lettura drammatizzata dallo stesso Arena e da Massimo Barilla nella Corte degli Inglesi di Capo Peloro, a conclusione della XII Edizione dell’Horcynus Festival creato da Gaetano Giunta. Certamente il lavoro di Arena è interessante sia nella lingua che nella struttura del racconto e lo spettacolo prenderà una forma più compiuta quando al Barilla (prestato giusto per questa occasione) subentrerà Peppino Mazzotta, noto ai più per vestire i panni dell’ispettore Fazio nella serie televisiva del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Nel piccolo spazio all’aperto, ad Arena, è bastato solo un tavolo e due sedie, un paio di bicchieri e qualche bottiglia di vino, una candela e dei fiammiferi e i pregevoli inserimenti musicali di Giacomo Farina con bandoneon e armonica, per far tuffare gli spettatori negli anni ’70 al tempo delle BR, di cui qui si fa cenno, e conoscere le vite di Vanni (Arena) e Peppi (Barilla), due amici che vivono ai margini della società. Il primo, disoccupato dopo un incidente sul lavoro che gli ha lesionato un braccio, ingenuo e sognatore s’accontenterebbe di fare un lavoro di notte ed è sempre lì per lì per catturare un topo che s’aggira in casa: il secondo, ha un passato sanguinolento in famiglia, col padre che ha ammazzato una sera sua moglie e il compare-amante, sempre ad inseguire lavori precari e cercare di saldare un debito a due malviventi, provando a vincere, ma poi perdendo puntualmente, al gioco dello Stop. Parlano i due per 50 minuti filati, raccontando nel giorno di Natale aneddoti e fatti privati, bevendo vino e facendo brindisi, durante una longa jurnata che non passa mai e finendo solo con un lungo applauso dell’attento pubblico.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Palacongressi di Taormina

GIU’
di Spiro Scimone

Come nelle opere di Kafka con inizi lampanti, quasi traumatici, anche quest’ultimo lavoro di Spiro Scimone, titolato Giù, diretto dal suo alter-ego Francesco Sframeli, nonché attore e compagno di tutti i lavori che vanno dal nuovo corso iniziato nell’agosto di 20 anni fa con Nunzio e via via tutti gli altri ( Bar, Festa, Cortile, Busta, Pali) ha qualcosa che gli somiglia. Complice quell’uomo (Gianluca Cesale) che di prima mattina s’insapona il viso per sbarbarsi e si ode una vocina, che lo chiama “papà”, sopraggiungere dall’interno d’un grande cesso posto al centro della scena disegnata da Luca Fiorino (tra l’altro Premio Ubu 2012). E quando quel padre gli chiede perché se ne stia lì tutto nascosto e acquattato, il figlio (lo stesso Scimone) gli risponde che c’è finito anche per colpa sua, non in grado di risolvere i suoi problemi e che, avendo capito che nulla o poco può fare per aiutarlo a venire fuori, ha deciso di starsene in questa panciuta tazza di porcellana perché almeno lì sotto non dovrà pensare e non dovrà preoccuparsi del futuro e conclude dicendogli che se la sua presenza può dargli fastidio può tirare la catenella dello sciacquone. Sembra un inizio che ricalca l’aeterna questio del rapporto padri-figli, sennonché da quel salvifico cesso cominciano a udirsi le voci e apparire le facce di altri personaggi col solo scopo di poter prendere una boccata d’aria e chiarire loro condizione. Ecco Don Carlo (lo stesso Sframeli), un prete-scomodo costretto a pregare nel cesso, un corvo nero che bestemmia quando non trova la carta igienica ed ecco il suo sagrestano Pasquale (Salvatore Arena) che non si ribella mai e che quando trova il coraggio di farlo saprà suonare le campane e farà il verso delle pecore. C’è anche il povero cristo di Ugo che non si vedrà in scena e che preferisce cantare “Mamma” sotto un ponte per non smarrire e vendere la propria dignità. Giù sembra l’opera più “politica” di Scimone, una chiara metafora di un’intera generazione che è stata gettata nel cesso per colpa d’una società che ha più pensato ad “avere” e “sembrare” che ad “essere” e “fortificare”, edificare un futuro certo e sicuro per tutti i propri figli. Una società allo sbando di cui si sono smarrite le coordinate e le cui lancette della bussola sono impazzite al punto da non capire più dove sia il nord e il sud, il bene e il male. Ha voglia Pasquale ad accendere candele e porle sul proscenio, imitare versi e mosse d’un gattino miagolante (forse questa parte è troppo scontata, quasi didascalica, direi superflua e priva di mordente), raccontare pure che tale padre Sergio ha abusato di lui sin da ragazzino, perché tanto il giorno dopo i mis-fatti passano nel dimenticatoio e somigliano a quelle gocce d’acqua d’un acquazzone che scivolano su una cerata. Il colpo di scena finale sarà che anche quel padre, dopo essersi sbarbato e messo al collo la cravatta s’infilerà in quel cesso e tirando la catenella il vortice dell’acqua lo risucchierà nel profondo degli inferi. Moltissimi gli applausi finali con ovazioni da stadio al Palacongressi di Taormina dove accanto a Giù sono state ri-proposte in un calendario ristretto tutte le altre piecès di Scimone, inserite all’interno del progetto “L’universo teatrale di Spiro Scimone e Francesco Sframeli” con una giornata di studi in loro onore, con interventi di studiosi, docenti, critici italiani e stranieri, in collaborazione con Taormina Arte, sotto forma di "evento speciale", grazie al sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, alla individuazione di fondi europei e ai proventi di biglietteria. Importante il sostegno di ERSU e del Centro Internazionale di Studi sulle Arti Performative “Universiteatrali” dell'Università di Messina.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 7 agosto 2014

 

 

Torna su

 

 

Sogno di una notte di mezza estate
di William Shakespeare
regia di Tim Robbins

direttore musicale Dave Robbins
luci Bosco Flanagan
maschere di Erhard Steifel
fotografie di Dianna Oliva-Day
assistente alla regia Cynthia Ettinger

con
Pierre Adeli, Hannah Chodos, Adam Ferguson, Lee Hanson, Adam J. Jefferis
Will Thomas McFadden, Mary Eileen O'Donnell, Molly Mignon O'Neill, Monica Quinn
Cihan Sahin, Pedro Shanahan, Bob Turton, Sabra Williams, Jillian F. Yim

e i musicisti
Dave Robbins, Mikala Schmitz

una produzione di Actors' Gang
in collaborazione con Change Performing Arts

Teatro San Nicolò 3, 4, 5, 6 luglio 2014

Tim Robbins è un giovanottone americano di 56 anni. E’ alto 1.96 cm, fa l’attore di cinema (chi non ha amato Le ali della libertà accanto a Morgan Freeman o Mystec River che gli è valso un Oscar come miglior attore non protagonista o The Player- I protagonisti diretto da Robert Altman? ) è l’ex marito di Susan Sarandon e per “un modo onesto di fare l’artista” - come ama dire - dirige da una trentina d’anni l’Actors’ Gang: un teatrino di 90 posti fondato nel 1981, situato nella piccola città di Culver City (contea di Los Angeles in California) con poco meno di 40 mila abitanti e che sino ad ora ha prodotto un centinaio di spettacoli “sperimentali”, presentati negli Stati Uniti e in tutto il mondo tranne in Italia. Dunque, sulla carta, era una chicca, qualcosa di raro e prezioso questo Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare che Tim Robbins regista presentava al Teatro San Nicolò all’interno del 57° Festival dei due Mondi di Spoleto. Ma sino ad un certo punto visti poi i mediocri risultati alla fine dello spettacolo, di quasi tre ore con intervallo. Perché l’impressione che ne abbiamo ricavato è stata quella d’assistere ad una sorta di saggio di fine anno in stile commedia dell’arte, con cambi di costumi a vista, d’una qualunque scuola di teatro o d’un collettivo abbastanza affiatato a piedi nudi, senza quei tocchi di novità o di visioni magiche che il testo contiene al suo interno. Uno spettacolo indubbiamente “corretto”, liscio come l’olio, in alcuni momenti odorante di fior di loto, recitato da tutto il cast in modo accademico, riuscendo ad intrigare il numeroso pubblico, finalmente qui composto per la maggior parte da giovani, in quella parte finale che vede Bottom (Bob Turton) e compari rappresentare in un bosco, con effetti comici e pure esilaranti, la commedia di Piramo e Tisbe. Per il resto risultavano scialbi gli incantesimi che mettevano in atto il re delle fate Oberon (Pierre Adeli) e il folletto al suo servizio Puck (Cihan Sahin) nei confronti delle due coppie di giovani, rispettivamente gli innamorati fuggiaschi da Atene Lisandro ed Ermia (Will Thomas Mcfadden e Lee Hanson) e Demetrio ed Elena ( Adam J.Jefferis e Hannah Chodos) campioni di maratona che s’inseguono senza potersi amare, agghindati i quattro con costumi davvero bruttarelli. Un mondo surreale che di surreale aveva ben poco, tranne alcuni steli di fiori primaverili o coroncine di bougavillea che un po’ tutti i protagonisti tenevano in mano; per non dire della regina delle fate Titania (Sabra Williams) che s’innamora d’un asino ( lo stesso Bottom) la cui maschera somiglia più ad un felino, ad un gatto-leonessa con le orecchie a sventola. Tuttavia infine andranno a buon fine le nozze di Teseo con Ippolita (gli stessi interpreti di Oberon e Titania), i quattro giovani si ricongiungeranno secondo i loro voleri, Bottom continuerà a dilettarsi di teatro e tutti vivranno felici e contenti.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 12 luglio 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Peter Pan
di James Matthew Barrie
traduzione in tedesco di Erich Kästner
regia, ideazione scene e luci Robert Wilson

musiche e canzoni CocoRosie
costumi Jacques Reynaud
co-regia Ann-Christin Rommen
drammaturgia Jutta Ferbers, Dietmar Böck
collaboratore alle scene Serge von Arx
collaboratore ai costumi Yashi Tabassomi
direzione musicale Stefan Rager, Hans-Jörn Brandenburg
arrangiamenti Doug Wieselman
luci Ulrich Eh
traduzione in tedesco delle canzoni Arezu Weitholz

con
Antonia Bill, Claudia Burckhardt, Anke Engelsmann, Johanna Griebel, Winfried Goos
Traute Hoess, Boris Jacoby, Nadine Kiesewalter, Andy Klinger, Stefan Kurt, Christopher Nell
Stephan Schäfer, Luca Schaub, Marko Schmidt, Martin Schneider, Sabin Tambrea, Jörg Thieme
Felix Tittel, Georgios Tsivanoglou, Axel Werner e Lisa Genze

musicisti
Joe Bauer, Florian Bergmann, Hans-Jörn Brandenburg, Cristian Carvacho
Dieter Fischer, Jihye Han, Andreas Henze, Stefan Rager, Ernesto Villalobos

una produzione del Berliner Ensemble
in collaborazione con Change Performing Arts

Teatro Nuovo Giancarlo Menotti 4,5,6 luglio 2014

Non ci sono più aggettivi per descrivere i bellissimi spettacoli di Bob Wilson. Ne sono sufficienti due: “geniali” e “fascinosi”, declinati in tutti loro sinonimi. Come nel caso del Peter Pan di James Matthew Barrie rappresentato la prima volta nell’aprile dell’anno scorso a Berlino e adesso per il 57° Festival dei due Mondi di Spoleto andato in scena con successo e ovazioni finali al Teatro Giancarlo Menotti. Un successo che Wilson condivide con il duo musicale statunitense CocoRosie formato dalle sorelle Bianca Leilani Casady ("Coco") e Sierra Rose Casady ("Rosie") e con i formidabili attori tedeschi del Berliner Ensemble, diretti da Wilson in altri affascinanti spettacoli come L’opera da tre soldi di Brecht, la Lulu di Wedekind, I Sonetti shakespeariani. Prima che inizi lo spettacolo sulla scena c’è un manichino d’un ragazzino che tiene in mano un bastoncino con una lampadina accesa sulla punta e la sua ombra oltremodo ingrandita va a stamparsi su un fondale pieno zeppo di piccole barchette a vela: quell’ombra evidentemente di Peter Pan che qualcuno staccherà per riporla in un cassetto. Non s’aspettino i cultori della fiaba di ri-vedere quelle immagini che il film di Walt Disney ha impresso in modo indelebile nella mente di piccoli e grandi, riprodotte poi serialmente in album colorati, almanacchi e libri con copertine raffiguranti i beniamini dell’opera. Infatti qui il Peter Pan in stile dark di Sabin Tambrea ha capelli neri lucidi e stirati, non ha il cappellino verde alla Robin Hood, ma solo un giubbino di pelle verde scuro, come gli attillati pantaloni ( i costumi sono di Jacques Reynaud) e solo nel secondo tempo avrà sulle spalle due piccole ali da cherubino. Dal canto suo il Capitano Uncino di Stefan Kurt, pur conservando questa protesi, è diverso dall’oleografia corrente, muovendosi senza redingote e tricorno e al posto dei sottili baffetti alla Salvador Dalì si mostrerà con lunghi capelli e avrà sempre in odio l’eroe del titolo, nei confronti del quale confesserà che l’unico suo amico è pure il suo vero nemico. Anche se invero sarà sempre perseguitato dal mitico coccodrillo, qui con gli occhietti luminosi, che alla fine lo fagociterà sotto il suo lungo costume. Tuttavia risaltano in questa pop-opera, con scene e luci multicolori/psichedeliche che hanno reso grande Wilson, le musiche rock echeggianti in alcuni momenti motivi kurtweilliani e la figura di Christopher Nell, nei panni d’un cresciuto Campanellino dai capelli biondi plissettati, bruttarello ma simpatico, agghindato con un tutù e con una bacchettina magica in mano. La storia dell’eterno fanciullo è trattata da Wilson senza dover ricorrere al noto “complesso” di Peter Pan, l’eterno fanciullo che vuole restare tale, moltiplicando piuttosto il numero di alcuni personaggi, come quelle dei cagnolini che qui diventano tre cameriere dalle lunghe orecchie, facendo viaggiare su grosse nuvole (a rotelle) i personaggi dei tre fratelli, Wendy (Anna Graenzer), Michael (Andy Klinger) e John (Stephan Schäfer), mostrando con i visi illuminati di verde tre sirene sopra dei puntuti scogli e poi gli indiani, i pirati e tutto il mondo dell’Isola-che-non-c’è sopra la tolda d’una nave. A volte sembra d’assistere ad una performance di avanspettacolo con una sestina di donnine dai capelli rossi che si esibisce in frenetici balletti o ad un numero di prestidigitazione con una mega-lampada che cala dall’alto al centro della scena il cui filo interno diventa incandescente e Campanellino sembra entrarci dentro con movimenti di danza. In evidenza i genitori dei tre fratellini signora e signor Darling (rispettivamente Traute Hoess e Martin Schneider, quest’ultimo pure nei panni del vorace coccodrillo) e i nove musicisti (che andrebbero tutti citati) che eseguono dal vivo le musiche del duo CocoRosie e tutti i tecnici dietro le quinte (davvero tanti) e giustamente alla fine anche loro a ricevere i meritati applausi. Uno spettacolo che fa gioire gli occhi e fa pensare pure con quel finale in cui viene ribadito che “la morte è forse solo l’avventura più grande”.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 10 luglio 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

THE DUBLINERS
di James Joyce
15 : The Dead - Part 1
Regia di Giancarlo Sepe

con
Giulia Adami, Lucia Bianchi, Paolo Camilli, Federico Citracca, Manuel D'Amario
Enrico Grimaldi, Ivan Marcantoni, Annarita Marino, Bruno Monico da Melfi
Caterina Pontrandolfo, Giannina Raspini, Federica Stefanelli, Guido Targetti

e con la partecipazione speciale di
Pino Tufillaro

scene e costumi Carlo De Marino
musiche a cura di Harmonia Team
con la collaborazione di Davide Mastrogiovanni

produzione Bis Tremila srl
San Salvatore – 4,5,6 luglio 2014

The dubliners è una raccolta di 15 novelle pubblicate da Joyce nel 1914 ambientate tutte a Dublino in cui i personaggi che vi compaiono si muovono in modo circolare quasi come le lancette d’un orologio coattivamente a ripetere gli stessi movimenti. Giancarlo Sepe, regista di spettacoli che hanno fatto la storia del teatro come Zio Vania e Accademia Ackermann in quegli anni irripetibili delle cantine romane negli anni ‘60 e ’70, facendo suoi i racconti di Joyce, ri-crea qui, nella navata centrale dell’ex- chiesa del San Salvatore, giusto accanto al cimitero di Spoleto, all’interno del 57° Festival dei due Mondi, uno spettacolo suggestivo e affascinante facendo respirare agli spettatori, sistemati tutt’intorno allo spazio scenico, nebbiose atmosfere irlandesi dense di misteri e di enigmi in cui i vivi si confondono con i morti e viceversa e dove i personaggi appaiono come zombie atrofizzati e paralizzati dal tempo. Sembra che il destino della gente di Dublino e dell’Irlanda sia lo stesso di tanti che vivono la medesima condizione di isolani/isolati in altrettante isole sparse per il mondo con la stessa impronta esistenziale, quella cioè di vivere una vita in un luogo ostile da cui si cerca di evadere e da cui si viene poi inesorabilmente ri-cacciati nel medesimo cul de sac, avendo l’impressione di essere andati non lontano dal proprio naso, pieni di birra e di sogni, sospesi a mezz’aria fra cielo e terra, fluttuanti in uno status metafisico. E’ stato autorevolmente scritto che The dubliners è una “collezione di epifanie” e che la Dublino di Joyce è una “grande epifania una rivelazione di carattere religioso, il cui scopo è rendere manifesto ai suoi concittadini che essi si trovano al centro di una paralisi spirituale, corrotti e oppressi da regole inutili quanto crudeli”. Opportunamente Sepe ha condensato il suo spettacolo sul più bello e completo dei racconti, I morti appunto, che riassume il senso dell’intera opera: i morti più potenti dei vivi, reali i primi solo ombre i secondi. Si racconta nella Dublino del primo ‘900 dell’insegnante e scrittore Gabriel Conroy che partecipa con la moglie Gretta al ballo annuale delle signorine Morkan: la cugina Mary Jane e e le ospitali zie Julia e Kate. Tra densi fumi e nebbie accentuate dal bagliore dei riflettori ( il disegno luci era di Umile Vainieri), fanno bella mostra sul fondo della navata un gruppo di sagome di dublinesi con cappelli e pipa alcuni e c’è pure una bambina. Un cerimoniere in frac e fascia azzurra (il carismatico Pino Tufillaro fondatore con Sepe del Teatro La Comunità) esprimendosi in inglese dà il via allo spettacolo. Al centro della scena di Carlo De Martino (suoi pure io costumi) ristagna un grande tavolo ricco di girasoli e gerbere multicolori e tutt’intorno sono distesi a terra i personaggi che da uno stato di morte passeranno ad uno di vita con movimenti epilettiformi. I loro volti appaiono tinti di grigio, poi il sudore della fronte cancellerà lentamente il funereo colore. Dopo aver portato in processione quelle leggere sagome ha inizio la festa con danze e musiche tipiche dell’Irlanda ( quelle curate da Harmonia Team con Davide Mastrogiovanni) e quel tavolo, finalmente liberato dei suoi fiori, diventa il parterre per frenetiche danze. Il personaggio di Gabriel dopo essersi imbattuto nel nazionalismo bigotto della signora Ivors e nei comportamenti allegrotti e alticci di Mister Browne e Freddie Malins, sottolineerà in un discorso-pistolotto denso di malinconia il carattere ospitale del popolo irlandese e poi andrà via in albergo con la moglie. Qui cercherà di far l’amore con lei che invece sbotterà confessandogli d’aver conosciuto al suo paese un ragazzo malato innamorato follemente di lei, che pur d’incontrarla prima della sua partenza ha sfidato la pioggia e la sua grave malattia. Gabriel è rabbioso, si sente sconfitto come uomo e fallito come marito. Capisce che morire da giovani avvolti da una forte passione sia meglio che lasciarsi uccidere dal tempo e dalla vecchiaia. La sua anima muore e la nebbia sempre più fitta non distinguerà più i vivi dai morti. “Go west” (Andar all’ovest o morire) è la proposta finale di Gabriel che può attuarsi nella morte fisica o nella fuga della realtà irlandese che qui diventa la sintesi dei quindici racconti dei The dubliners, The dead Parte1. Molto concentrati e tutti all’altezza i protagonisti dell’attraente spettacolo di Sepe, a cominciare da Giulia Adami e finire con Lucia Bianchi, Paolo Camilli, Federico Citracca, Manuel D’Amario, Enrico Grimaldi, Ivan Marcantoni, Annarita Marino, Bruno Monico da Melfi, Caterina Pontrandolfo, Giannina Raspini, Federica Stefanelli, Guido Targetti.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 8 luglio 2014

 

 

Torna su

 

 

Danza macabra
di August Strindberg
traduzione e adattamento Roberto Alonge
regia Luca Ronconi

con
Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa

scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper

produzione
Spoleto57 Festival dei 2Mondi

Teatro Metastasio Stabile della Toscana
in collaborazione con Mittelfest 2014

al Teatro Caio Melisso dal 27 giugno al 6 luglio, 2014

Non esageri Giorgio Ferrara a voler fare l’attore al Festival dei due Mondi di Spoleto. Gli basti solo averlo resuscitato nel 2008 assumendo l’incarico di direttore artistico e avergli fatto compiere un salto di qualità indiscutibile, in particolare nel settore Teatro, avendo come fiori all’occhiello le presenze continue di Bob Wilson e Luca Ronconi, ma anche quelle di osannati attori e attrici internazionali del calibro di Jeanne Monroe, Isabelle Huppert, Gerard Depardieu e molti altri. Non esageri Ferrara, dicevo, non per un conflitto d’interessi ma perché fare l’attore non è affare suo, non regge sulla scena, anche se a dirigerlo è lo stesso Ronconi come già avvenuto altre volte e come è avvenuto adesso al Teatro Caio Melisso per Danza di morte o Danza macabra che dir si voglia di Strindberg, in cui cerca di interpretare il ruolo del capitano d’artiglieria Edgar, un uomo che s’è fatto da sé e depresso in parte per non essere mai assurto al grado di maggiore. Non deve soprattutto apparire Ferrara accanto ad Adriana Asti, sua moglie in scena e anche nella vita, qui nei panni di Alice, una ex attrice di teatro di cui si sconoscono le sue reali potenzialità, forse soltanto sacrificate alla sicurezza del talamo, perché c’è il rischio che anche lei subisca una regressione, una sottrazione alle sue innate doti di attrice intelligente e ironica. Certamente in questo spettacolo lo zampino di Ronconi ha giocato un ruolo determinante, avendo trattato l’inferno coniugale strindberghiano come un vaudeville, quello de I signori Boulingrin di Courteline ( andato in scena a Parigi al Théâtre Grand Guignol nel 1898, due anni prima di Danza macabra) in cui marito e moglie bisticciano non appena giunge in casa loro il signor Des Rilettes, diventato subito il capro espiatorio su cui vomitare crucci e risentimenti d’una qualsiasi coppia piccolo borghese. Solo così si spiegano le risate di parte del pubblico quando emetteva voce il capitano Ferrara e la moglie Asti, chiusa nel suo abito anni ’20 ( i costumi erano di Maurizio Galante) con annessa parrucca nera plissettata sulla fronte, lo stava ad ascoltare con un’aria incredula, smarrita quasi, all’interno d’una torre rotonda di una fortezza in pietra grigia, accanto ad un mobilio da 2 novembre, in cui spiccavano nella scena di Marco Rossi che subiva dei veloci spostamenti, avanti-dietro, in direzione delle quinte, a seconda della varie sezioni della pièce: un divanetto in pelle nera, un telegrafo nero, un alto letto in metallo nero con i quattro angoli terminanti con punte a lancia, una dormeuse nera, un pianoforte nero, una sedia nera, una lampada tipo faro naturalmente nero: il tutto avendo alle spalle un fondale materico dai colori verdognoli, secondo gli stilemi “poveri” di Burri o Kounellis. Una location da cappella funebre per due persone frustrate, insieme da 25 anni, quasi un carcere a vita, pronti a mettere in scena anche per un solo spettatore, il cugino Kurt (vestito dal lungo Giovanni Crippa dall’aria draculesca) la loro vita maritale alle soglie delle nozze d’argento. Certamente il testo è molto ambiguo e si presta a varie interpretazioni. Potrebbe essere in primis un gioco al massacro d’una coppia con i neuroni scoppiati o con le cellule diventate ormai tumorali, che pur di vivere insieme si strugge, si dilania, si strazia più a parole che con i fatti. Potrebbe essere una sorta di manifesto della coppia in crisi del 20° secolo. Un paradigma che i vari Pirandello, Sartre, Pinter, Ionesco, Beckett, tratteranno più tardi ognuno secondo il proprio stile, razionale, esistenziale, claustrofobico, assurdo, metafisico. Insomma Danza macabra anticipa quanto s’annida nei comportamenti della coppia contemporanea, con quel gusto sadico di confessarsi, di raccontare ad una piccola platea di ascoltatori - magari nelle medesime condizioni del narratore - particolari scabrosi, intimi, pruriginosi e stuzzicanti, cercando negli altri complicità e comprensione, affermazione del proprio “io”. In una sola parola un motivo per esistere e vivere. “ Cosa dice il dottore?” Esclama più d’una volta Alice all’ennesima crisi anginosa di Edgar, rivolgendosi al cugino Kurt. “ Che può morire”. E’ la risposta di quest’ultimo. E Alice: “Dio sia lodato!”. Certo, questa donna desidera la morte del marito che l’ha lusingata, sedotta, che l’ha fatta vivere da reclusa, che la stava quasi per ammazzare gettandola in mare e che l’ha privata d’ogni suo interesse. E così ogni “ospite/spettatore” diventa un soffio di libertà, qualcuno da ammaliare magari danzando la Marcia dei Boiardi, come farà col timido Kurt che ad un tratto, anche lui per alcuni istanti tramutatosi in Nosferatu e che scapperà da quel luogo infame e da quel demonio. Il “temporale” è passato, “il gioco delle parti” è finito e tanti “giorni felici” rischiariranno l’esistenza di questa coppia “normale”. Che continuerà a mantenere rapporti col mondo esterno col solo ticchettio del telegrafo, compresi i loro due figli che non compariranno mai in scena in questa Danza macabra.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

Torna su

 

 

Teatro Mercadante di Napoli

Il giardino dei ciliegi
di Anton Cechov
Traduzione Gianni Garrera
Regia Luca De Fusco

con
Gaia Aprea, Paola Cresta, Claudio Di Palma, Serena Marziale, Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Alfonso Postiglione, Federica Sandrini, Gabriele Saurio, Sabrina Scuccimarra, Paolo Serra, Enzo Turrin

Scene Maurizio Balò
Costumi Maurizio Millenotti
Luci Gigi Saccomandi
Coreografie Noa Wertheim
Musiche Ran Bagno


Coproduzione
Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Verona

Il bianco si conviene al Giardino dei ciliegi di Cechov. Da Strehler ai giorni nostri è stato il colore-non-colore predominante. Forse per evidenziare il candore dei personaggi che lo abitano, avvolti da un senso di purezza mista ad un’innocua follia infantile. Anche Luca De Fusco, regista e adattatore del testo tradotto da Gianni Garrera, si adegua a questo paradigmatico colore - anche se verso la fine vi immette alcuni effetti speciali in bianco e nero amplificando l’immagine di alcuni protagonisti - progettando Maurizio Balò nel Teatro Mercadante una scena nivea, bianchissima, astratta quasi, se non fosse per quella scalinata con un paio di colonnine crepate dal tempo, adagiata su una casa di campagna accanto a degli enormi massi (che nel finale si riuniranno come in un puzzle andando a combaciare quasi con la parte superiore della scena), da far sembrare l’insieme ad un avamposto del Deserto dei Tartari o a una raggelante villa sull’Etna contornata da alti muraglioni. Amici e parenti capitanati da Ljuba (Gaia Aprea) e il fratello Gaiev (Paolo Serra) sono giunti in questo luogo dell’anima, felici di trascorrere un periodo di vacanze, ignari o non consapevoli abbastanza che il mondo attorno a loro sta cambiando vertiginosamente. Lo status aristocratico cui appartengono sta tramontando e al suo posto sta per nascere una società borghese, quella cosiddetta dei nuovi ricchi, impiantata sul profitto e sugli affari. Si sa che Ljuba per seguire un amante che l’ha dilapidata è piena di debiti ed è costretta adesso a mettere all’asta la sua tenuta: un avvenimento questo che pesa sulle due figlie Anja (Alessandra Pacifico Griffini) e su Varja (Federica Sandrini) e sui pochi conoscenti che vivono attorno a loro. La stanza dei bambini e il vecchio armadio, pure lui bianco e vuoto, riportano Ljuba e il fratello ad un passato di memorie e dolori e ad un’incredibile leggerezza infantile, sottolineata da un paio di grandi aquiloni, bianchi, vicino alla graticcia. Anche i valzer e altre danze (troppe forse) nel corso dello spettacolo assumono una falsa gioia di vivere dei protagonisti, intenti più a ricordare il tempo andato che non quello presente, raffigurato qui dal mercante Lopachin (Claudio Di Palma), il nuovo che avanza, di cui è innamorata Varja e che pare voglia sposarla. Viene fuori il carattere di Ljuba cui Gaia Aprea cerca di darle nei suoi assoli i connotati di donna fragile, contraddittoria, sospesa tra disperazione e allegria, tra frivolezze e lacrime, partecipando il pubblico con lei alle sventure che le sono capitate, come quella di perdere il suo bambino per annegamento. Il giardino dei ciliegi se lo accaparrerà Lopachin dividendo il podere in tanti piccoli lotti per costruirvi villini e tutti gli altri personaggi, su disegno registico di De Fusco, andando via per quella scala si suicideranno uno ad uno gettandosi da quegli alti muraglioni. Resterà nella casa soltanto l’anziano servitore Firs (Enzo Turrin) dimenticato custode d’un passato che non ritornerà mai più. Le musiche metafisiche erano di Ran Bagno, le coreografie di Noa Wertheim, i costumi di Maurizio Millenotti, le luci di Gigi Saccomandi. Assieme a già citati protagonisti, vanno ricordati Paolo Cresta, Serena Marziale, Giacinto Palmarin, Alfonso Postiglione, Gabriele Saurio, Sabrina Scuccimarra che non disdegnavano esprimersi con accenti partenopei.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 14 giugno 2014

 

 

Torna su

 

 

Teatro San Ferdinando di Napoli
Prima mondiale 7-8 giugno

Il sindaco del Rione Sanità
di Eduardo De Filippo
regia Marco Sciaccaluga

con
Eros Pagni, Maria Basile Scarpetta, Angela Ciaburri, Marco Montecatino, Lucia Iervolino, Federico Vanni, Massimo Cagnina, Orlando Cinque, Francesca De Nicolais, Dely De Majo, Rosario Giglio, Pietro Tammaro, Gennaro Apicella, Gino De Luca, Gennaro Piccirillo

Scene Guido Fiorato
Costumi Zaira De Vincentiis
Luci Sandro Sussi
Musiche Andrea Nicolini

Coproduzione
Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Genova

In genere un sindaco è il capo d’una amministrazione comunale eletto direttamente e democraticamente con i voti dei suoi cittadini. Il contrario de Il sindaco del Rione Sanità di Eduardo De Filippo cui viene riconosciuta una leadership incondizionata in quanto è in grado di risolvere tutti i problemi della povera gente ignorante di quell’agglomerato. Lo spettacolo andato in scena in prima mondiale al Teatro San Ferdinando per la VII Edizione del Napoli Teatro festival con l’ottima regia di Marco Sciaccaluga in grado di scovare e mettere il luce tutti i lati più grotteschi del lavoro è stato salutato alla fine da applausi lunghissimi e da ovazioni sentite e meritate. Significative erano le scene di Guido Fiorato che si restringevano ad ogni inizio dei tre atti, mentre i costumi erano di Zaira De Vincentis, le luci di Sandro Sussi e le musiche di Andrea Nicolini. Si chiama Antonio Barracano questo singolare personaggio, un uomo, adesso 75enne, che ha capito sin da giovane che la scoperta più importante non è la Radio, la Televisione, l’atomica, lo Sputnick..ma un pezzo quadrato di carta che miracolosamente, incollando tre angoli lasciandone uno aperto, diventa una “busta” per mettervi dentro denaro contante che è pure di carta, per corrompere politici, avvocati, giudici e magistrati. Da quando Eduardo scrisse nel 1960 questo capolavoro di drammaturgia ad oggi, le cose non è che siano cambiate. Tutt’altro. Sono peggiorate. Lo vediamo, lo leggiamo e lo incassiamo ogni giorno dal mondo dei mass-media. Tuttavia il Barracano, anche se ha l’aplomb d’un camorrista, ha nel cuore e nella mente un senso di giustizia umana che travalica qualunque Codice Penale, in bella vista nel suo salone, utilizzato spesso o per mettere in galera dei poveracci che non hanno i mezzi economici per difendersi o per non riuscire a condannare chi veramente ha commesso i reati più gravi, spulciando i più reconditi cavilli oppure utilizzando dei testimoni, naturalmente falsi e ben ricompensati. Quello che è successo del resto allo stesso Barracano 18enne, quando lavorando come capraio le sue bestie sono andate a pascolare in un terreno proibito da tale Giacchino d’’a Tenuta Marvizzo che gli ruppe due costole e la mascella inferiore e che lui (il Barracano) si vendicò uccidendolo a coltellate. Seguirà una condanna in contumacia, un imbarco clandestino per l’America dove vi resterà 17 anni, un ritorno a Napoli con un gruzzolo di dollari che gli permetterà di costruire (abusivamente) una sfilza di case e villette, la riapertura del processo e la sua totale assoluzione grazie a otto falsi testimoni, un matrimonio con donna Armida (Maria Basile Scarpetta) e tre figli, Geraldina, Gennarino e Amedeo, rispettivamente Angela Ciamburri, Marco Montecatino e Luca Iervolino. Eccolo adesso Antonio Barracano, diventato sindaco del suo rione, accanto alla sua fida e servizievole Immacolata della bravissima Dely De Majo, ricevere a casa come un guaritore coloro che hanno dei problemi, spesso finanziari, con la presenza fissa del fido collaboratore, il dottor Fabio della Ragione, vestito autorevolmente da Federico Vanni, utile a sbrogliare problemi di piombo, intesi come pallottole che toglie ad inizio spettacolo dalla gamba di Palummiello ( Pietro Tammaro) sparato per occupazione di territorio da ‘O Nait (Gennaro Apicella) alla presenza di Catiello Gino De Luca) portinaio fedele della tenuta Barracano. Da antologia teatrale il dialogo-mimico d’un prestito elargito da Pascale ‘O Nasone (Gennaro Piccirillo) a Vicienzo ‘O Cuozzo (Rosario Giglio) con strozzanti tassi d’interesse, saldato da Barracano solo contando soldi inesistenti, solo mimati, e da feuilleton la storia di Rafiluccio Santaniello ( Orlando Cinque) e della sua fidanzata Rita ( Francesca De Nicolais) pure in cinta, perché il padre l’ha licenziato e non vuole più dargli una lira. Quel padre benestante con due botteghe di pane, vedovo e convivente con una donna svizzera che di nome fa Arturo Santaniello, che crede nella giustizia e che sembra venir fuori da un dipinto di Grosz o di Otto Dix quello di Massimo Cagnina, che sarà alla fine l’angelo sterminatore di Antonio Barracano mandandolo con una coltellata al creatore. Ma non finisce qui perché il dottore Della Ragione, detto ‘U Professo’, in chiusura con una botta di coraggio scriverà sul certificato di morte come sono andati realmente i fatti, sperando in una legge più giusta e uguale per tutti. Ci siamo volutamente lasciare per ultimo il nostro giudizio su Eros Pagni che in uno stato di grazia è stato davvero grandissimo nel ruolo di Antonio Barracano, un personaggio che veste come un guanto facendolo suo, restituendocelo a tutto tondo, calibrando le posture, misurando il movimento degli arti, delle mani in particolare, entrando quasi in competizione con Il padrino di Marlon Brando, esprimendosi – lui ligure di La Spezia – in una lingua napoletana che puoi sentire al Pallonetto, nei Quartieri Spagnoli e chiaramente nel rione Sanità, con la saggezza di uomo navigato che utilizza il verbo come un’arma ora soft ora letale, diventare il paciere, il sensale, il giudice, il sindaco del Rione Sanità.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 14 giugno 2014


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

al Teatro Nuovo di Napoli

Finale di Partita
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
Regia Lluís Pasqual

con
Lello Arena, Gigi De Luca, Stefano Miglio, Angela Pagano

scene e costumi Frederic Amat

Coproduzione
Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatro Stabile di Napoli

A distanza di 19 anni ancora vivo è il ricordo della versione pluripremiata di Finale di partita di Beckett secondo Carlo Cecchi interprete pure di Hamm, che dava a Valerio Binasco nel ruolo di Clov l’opportunità di aprirsi poi verso una luminosa carriera teatrale. Adesso è il Napoli Teatro Festival a proporre il capolavoro beckettiano del 1957 (nella classica traduzione di Carlo Fruttero) affidando a Lluis Pasqual la regia e a Lello Arena il personaggio di Hamm. Certamente attraente sulla carta il binomio, non così a spettacolo compiuto. Cosa non ha funzionato? Non tanto la scena di Frederic Amat ( suoi pure i costumi) composta da una ondulata plastica trasparente, due finestrelle molto alte da terra, porta laterale, i coperchi di due bidoni per la spazzatura, per rafforzare il senso di grigiore secondo le indicazioni di Beckett, quanto lo stesso Lello Arena. Che non ce ne voglia per carità, perché abbiamo apprezzato le sue doti attoriali in tanti altri spettacoli. Ma qui invero, forse perché lo abbiamo quasi sempre visto recitare in napoletano e qui in lingua italiana con qualche nuance partenopea, non sembrava neppure lui. Certamente la sua faccia era rossa, più da avvinazzato che da copione: gli occhialini neri per dare il senso della cecità non erano quelli giusti, troppo grandi e poco rotondi e una volta tolti i suoi occhi non erano cerulei né le pupille erano biancastre: poteva andare la palandrana bordeaux luccicante da clochard che gli avvolgeva il corpo, non però la sedia a rotelle più vicina ad una poltrona mobile molto simile a quei trabiccoli a batteria che si vedono pure in strada trasportare corpi di andicappati, per non dire del suo volto barbuto somigliante a Zucchero o al Grillo nazionale, andato giù monocorde per 80 minuti. Più corretta la presenza di Clov di Stefano Miglio, inguainato in una tuta beige tutta impolverata di talco come il viso e il cappellino e molto clowneschi, con viso bianco, labbra e guance rosse, i due “maledetti progenitori” di Hamm, interrati dentro quei due bidoni metallici: lui Nagg (Gigi De Luca) con copricapo bianco pulcinellesco, lei Nell (Angela Pagano) con fascia in fronte per trattenere i capelli. S’è scritto tanto sul significato apocalittico di questa pièce che a volta ha l’andamento d’una seriosa farsa, giocata tutta con molto disincanto e leggerezza. Beckett evidentemente alludeva al fatto che l’umanità già mezzo secolo fa era alla frutta, che non si poteva salvare, che il destino dell’uomo era segnato. I suoi personaggi sono immobili, non statici. Hamm giocherella col suo rampino e il suo cane di pezza e Clov, quasi il suo doppio, si muove come uno schiavetto al suono d’un fischietto. Entrambi giocano la loro ultima partita, fatta di parole sconclusionate e prive d’importanza, sembra che recitino parodiando un dramma classico. E mentre i due vecchi Nagg e Nell vivono la propria decrepitezza sino alla fine, Hamm e Clov giocano il loro Finale di partita con uno stimolante al mattino e un calmante alla sera e sanno bene di trovarsi in un cul de sac senza uscite e sanno pure d’aver superato un confine oltre il quale si stende una terra di nessuno in cui vita e morte s’incrociano in un’agonia senza fine. Il loro habitat è grigio come il mondo esterno, reso manifesto al pubblico, ad un tratto, quando Clov salito su una scaletta su ordine di Hamm l’osserva col cannocchiale dalla finestra, riferendo solo “zero…zero…e zero”. Tutto è mortibus. Non si sa se a causa d’una apocalittica distruzione o d’un catastrofico sviluppo. Ciononostante alla fine Hamm vuole farsi spingere da Clov al centro della scena, forse per dire che l’uomo, nonostante tutto e in modo assurdo, al centro del mondo.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 11 giugno 2014


 

Torna su

 

 


XV Edizione Castrovillari
dal 27 maggio al 2 giugno 2014

L’utopia teatrale intesa come ricerca di forme e contenuti nuovi continua ancora a Castrovillari per la XV Edizione di Primavera dei Teatri, resa possibile grazie al lavoro artistico e organizzativo di Saverio La Ruina, Dario De Luca e Settimio Pisano. Un’abbuffata di spettacoli mangiati in un breve periodo, metaforicamente goduti, come quel giovane dai capelli neri della foto del manifesto di Paul M O’Connel, che affonda il suo viso in una torta di crema con granella di mandorle tutt’intorno, da cui affiorano alcune candeline di colore celeste e sul cui tavolo di plastica cerata a quadri è adagiato un bicchiere di succo di frutta con cannuccia e un piccolo cono festaiolo. Non abbiamo visto tutti gli spettacoli programmati dal 27 maggio al 2 giugno, ma soltanto una parte. Ed ecco Discorso celeste della bottega d’arte Fanny & Alexander, terza tranche del progetto “Discorsi” iniziato con Discorso grigio sulla Politica e proseguito con Discorso giallo sull’Educazione lo scorso anno a Santarcangelo di Romagna, un continuum questa volta incentrato sullo Sport inteso come esperienza religiosa, che vede sulla scena Lorenzo Gleijeses solipsisticamente sostenuto nei 60 minuti dello spettacolo dalla voce registrata del padre Geppy. Certamente l’aggettivo “celeste” rievoca subito il colore del cielo in una giornata di sole, ma qui è utilizzato per rievocare qualcosa di divino, di soprannaturale, di celestiale. All’inizio Lorenzo fa alzare all’in piedi tutto il pubblico. Diamine, è pur sempre l’inno di Mameli che si sta ascoltando, mentre si sovrappongono le voci d’una radiocronaca d’una partita di calcio, quella mitica del 1970 allo Stadio Azteca di Città del Messico, e quella dell’anno scorso di Papa Francesco sui catecumeni, se si è disposti a “varcare le porte della fede”. Adesso sullo schermo bianco simile ad una grande tv c’è l’ombra d’un pugile che dà pugni ad un avversario invisibile, il tutto ritmato al suono di rimbalzi d’un pallone, sino a quando non cade giù per terra sconfitto. Il gioco si complica con la visione tridimensionale d’un avatar che assume le sembianze d’un giocatore, forse di basket, alle prese con un pallone invisibile e avversari fantasmi. La voce del padre gli dà coraggio. Utilizza citazioni bibliche. Lo incita a giocare una partita che forse non potrà vincere. Adesso una lampadina dondola dall’alto in varie direzioni. Forse il gioco consiste nel non farsi toccare. Sembra un duello in cui il padre sembra l’arbitro ma anche un allenatore che lo sprona a non arrendersi. Ecco adesso quelle quindici lampade da 200 watt al centro della scena, 5mila watt in totale, colpire il pubblico più volte per assumere poi, illuminate convenientemente, delle lettere che messe insieme formeranno la scritta E ADESSO INCONTRERARI TUO PADRE. Seguirà un dialogo padre-figlio, in verità qualcosa di incomprensibile o di misterioso, in cui il figlio confesserà d’aver avuto paura di morire e il padre quella che il figlio potesse non risorgere. Sapremo dopo che il dialogo è tratto da una dramma di Giuliano Scabia titolato Visioni di Gesù con Afrodite, messo in inscena qualche anno fa dai due Gleijeses. Adesso una luce intensa a forma di porta inghiottirà Lorenzo facendolo scomparire in una luce blu, per ricomparire il suo viso ingrandito subito dopo al centro d’un grande medaglione rotondo, la cui immagine si poteva meglio mettere a fuoco inforcando occhialini adatti dalle lenti rosso-blu (consegnati ad inizio di spettacolo) apparendo le sue braccia oltremodo ravvicinate quasi a voler abbracciare il pubblico. Spettacolo astruso ideato da Luigi De Angelis (sua pure la regia, le scene e le luci) e Chiara Lagani (sua la drammaturgia e i costumi) su musiche di Mirto Baliani, di non facile comprensione, tendente ad aprire nuovi varchi in un possibile teatro cibernetico, in cui i computer e i robot saranno non più degli intrusi ma degli amici dell’uomo.
La Piccola Compagnia della Magnolia, sorta a Torino una decina d’anni fa, salita sugli scudi per aver realizzato una espressionistica messinscena de La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca, qui a Castrovillari ha presentato senza entusiasmare Atridi/Metamorfosi del rito, con la regia di Giorgia Cerruti che ha attinto ad un sequel di autori quali Hofmannsthal, Yourcenar, Eschilo, Sofocle, Euripide, Maraini, Manfridi, Giraudoux, Kane, Sartre, Pasolini, riferendo sull’opuscolo di sala che lo spettacolo di 105 minuti ( in realtà è durato di più) è “una riflessione sui rapporti familiari nell’attimo esatto in cui degenerano, collassano, trasformano la forza proficua dell’amore in incontrollata passione…un affresco di famiglia (quella degli Atridi) nel quale è possibile scorgere la piccola e la grande storia dell’umanità e una parte di noi stessi in ogni vissuto dei protagonisti…” . Boom e ancora boom verrebbe da dire! Come è noto il capitolo degli Atridi è trattato - in particolare- da Eschilo nella sua Orestea: un trittico che comprende l’Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi. E’ una storia in stile tarantiniano, con molto sangue, lutti e ammazzamenti, causati in primis da Agamennone che per ringraziarsi gli dei all’inizio della guerra di Troia sacrifica la figlia Ifigenia, trovandosi contro la moglie Clitemnestra che aspetterà dieci anni per vendicare quell’uccisione. Un vendetta che la donna compirà con la complicità del suo amante Egisto uccidendo Agamennone e la di lui nuova concubina troiana Cassandra. E la faida continua con Oreste, che per vendicare l’uccisione del padre Agamennone, ucciderà la madre e il suo ganzo, procurandosi l’ira delle Erinni che diventeranno mansuete Eumenidi quando la dea Atena instituirà il tribunale ateniese, il noto areopago, e il suo voto decisivo salverà la vita di Oreste. Punto. Succede qui, forse per gli eccessivi riferimenti teatrali, che le storie s’ingarbugliano, i personaggi si sdoppiano, ne intervengono di nuovi come la sorella di Elettra, Crisotemi (Virginia Ruth Cerqua ), naturalmente c’è Oreste ( Matteo Rocchi ) e sua sorella Elettra ( Camilla Sandri), c’è la vigilante (Ksenija Martinovic ) in nero che guarda sempre di sottecchi in modo torvo e colui che interpreta Agamennone (Davide Giglio) diventa pure Egisto e si muove sulla scena come se fosse un maestro di arti marziali con codino e costume consono, venendo poi sommerso da palate di bruno terriccio sotto i versi d’una Medea pasoliniana. Per non dire d’un banchetto in stile Rodrigo Garcia con i sei protagonisti che si prendono a colpi di lattuga, insalate varie e cibarie d’ogni sorta, cui faranno seguito rapporti incestuosi e stilizzati accoppiamenti in stile kamasutra. Uno spettacolo kitsch che vedrà nel finale Clitemnestra ( Giorgia Coco ) con capelli elettrizzati contornati da un diadema mentre il suo petto nudo trattiene un piccolo coccodrillo e tutto il gruppo avrà sul naso una palletta nera.-
Hanno lasciato il segno Roberto Scappin e Paola Vannoni, pure registi e autori di Tutto è bene quel finisce. Uno spettacolo in cui la coppia, agghindata da cow-boy con relativo cappello in testa e fazzoletto al collo, per 60 minuti spara e sciorina in stile English un’infinità di calembour e di luoghi comuni ricchi di nonsense. Come tutte quelle cose che potrebbero morire: dalla bandiera rossa al Natale, dalla flemma degli operai comunali alle colorate guardie svizzere , non però le suore perché sono state un’eccellente scuola di ateismo. “E che differenza c’è tra Teatro e Spettacolo? Per fare Teatro bastano anche uno o due coglioni che parlano, per lo Spettacolo ci vuole un Tir, facchini e tutto quel segue. E noi che facciamo? Teatro. Perché? Perché non vogliamo guidare un Tir”. I due bravi protagonisti riminesi si muovono sulla scena con fare bislacco, al ralenti quasi, e qualunque argomento trattino ( politica, società, mass-media, sport etc..) è sempre visto con un’angolazione surreale, dando così motivo di far emergere una realtà squallida, degradata, inquinata, diventando così motivo di ilarità e divertimento mentale per il pubblico. Lo spettacolo pare che avrà un seguito visto che dei “tre capitoli per una buona morte” – si legge nel titolo- questo è il “Capitolo Uno” ed è incentrato su “L’anarchico non è fotogenico”. Chi vivrà vedrà.-
Dopo il suo trionfale Un bès della passata stagione, Mario Perrotta (Premio Ubu quale migliore attore nel 2013 per questo suo spettacolo) si presenta alla “Primavera dei Teatri” di quest’anno con lo spettacolo Pitur incentrato sempre sulla figura di Ligabue e vede coinvolti sulla scena otto danzatori/attori con Perrotta, per rendere ancora più manifesta l’anima e il mondo interiore del grande pittore vissuto tra Zurigo e Gualtieri, simbolo dell’arte naïve italiana. Nel suo insieme è uno spettacolo di Teatro-Danza in cui sette pannelli bianchi con rotelle con su impresse immagini degli anni ’50 e ’60, vengono fatti roteare all’inizio sulle note della Traviata di Verdi. Questa volta Perrotta nella sua postazione laterale con microfono e spartito fa il puparo e le sue parole servono a far muovere a suo piacimento le sue sette marionette ( Micaela Casalboni, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Alessandro Mor, Fanny Durel, Anaïs Nicolas, Marco Michel). Le danze sono astratte e molto ritmate, ma anche il charleston e il valzer sono presenti con la complicità dei sax e dei clarinetti. Movimenti, che diventano più gioiosi appena si nomina il nome d’un animale o quello d’un insetto come quello d’una farfalla.. I personaggi maschili sono dei multipli di Ligabue e quelli femminili mimano il movimento delle lavandaie al fiume. Vuole una donna Ligabue, come quel Ciccio Franco dell’Amarcord felliniano che salito sulla sommità d’un albero lo gridava ai quattro venti. Non l’avrà purtroppo. Ed ecco tutti insieme mimare la più lunga masturbazione vista in teatro, ottenuta solo sventolando gli ampi pantaloni bianchi accanto al sesso. Energie sessuali che certamente Ligabue, che si vedrà in video nel finale, ha trasferito sulle sue tele ricchi di felini e animali della giungla.
Ha deluso Padre figlio e sottospirito nella drammaturgia di Mario Santopietro e interpretato e diretto da Luca Fiorino, Filippo Gessi e Teresa Timpano che si muovevano su un spazio circolare quasi da circo o da box per bambini, raccontando in modo farraginoso la loro solitaria e confusa esistenza orfana dei genitori. Fiorino, molto positivo in altri lavori, qui appare fuori ruolo, spaesato e sopra le righe: vorrebbe arruolarsi volontario per combattere una guerra che non gli appartiene, pensando di guadagnare 5 mila euro a mese e aprire poi un’azienda di pomodori. Resterà lì dov’è, come gli altri due personaggi che hanno sperato di dare una svolta alla loro esistenza, senza però riuscirci. Amen.
Il gruppo della napoletana “Punta Corsara” nel presentare con successo e molti applausi Hamlet travestie è partita dalla riscrittura burlesque settecentesca di John Poole, cui si deve la prima parodia d’un testo shakespeariano, per approdare al Don Fausto di Antonio Petito. Trattasi d’un Amleto in salsa napoletana, in cui il personaggio del titolo, orfano di padre, se ne va in giro come il Linus di Schulz con la copertina di lana sulle spalle, dissociato depresso e pieno di dubbi. Lo spettacolo di cui Marina Dammacco ha curato la drammaturgia e Emanuele Valenti la regia, pure nei panni del “professore”, diventa un canovaccio perché la famiglia Barilotto con tutti i problemi di lavoro, casa, debiti e figli, possa fare rinsavire il proprio figlio che ha lo stesso nome del bel tenebroso di Elsinore. Lo spettacolo, in dialetto napoletano, ha l’andamento d’una farsa tragica e amara e pure divertente senza tradire le suggestioni del testo originale. Con Valenti tutti da citare gli altri bravi interpreti: Giuseppe Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice, Gianni Vastarella.-
Come era già successo per lo spettacolo Morir sì giovane e in andropausa dell’edizione passata, Dario De Luca, per conto di Scena Verticale, è salito sul palco del Teatro Sybaris per dare vita ed esternare alla sua maniera, ovvero parlando e cantando, le cronache tragicomiche della nostra società contemporanea, presentando questa volta il secondo capitolo della cosiddetta “Trilogia del fallimento” titolata Va pensiero che io ancora ti copro le spalle scritto da Giuseppe Vincenzi e mixato dallo stesso De Luca che cerca di rinverdire il genere del teatro-canzone inventato da Gaber-Luporini. Con De Luca sulla scena e sotto forma di ombra dietro un paravento bianco, c’è Paolo Chiaia alle tastiere, pure nel ruolo di spalla e di figurante, che gli fornisce gli attacchi musicali per esternare il suo disincantato e straniante stile di show-man. De Luca condendo con ironia le sue cronache, racconta che il nostro Paese è fondato sul reality, i suoi abitanti ormai privilegiano i rapporti virtuali a quelli reali e che tutti, grandi e piccoli esprimono le loro emozioni con le faccine nei messaggi su WhatsApp.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 5 giugno 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

50° Ciclo di Rappresentazioni Classiche
al Teatro greco di Siracusa

Intervista a
Daniele Salvo
regista di Coefore e Eumenidi

di Gigi Giacobbe

Con quella frangetta e quella barbetta ben sagomata, Daniele Salvo, 44 anni il prossimo 3 novembre, regista di Reggio Emilia, al momento al Teatro greco per le sue Coefore e Eumenidi, seconda e terza parte dell’Orestea di Eschilo, somiglia a Jeromy Irons giovane. E’ la quarta volta che gli viene affidata a Siracusa la direzione di uno spettacolo classico dell’INDA ( Istituto Nazionale del Dramma Antico) dopo aver curato la regia dell’Edipo a Colono di Sofocle nel 2009 interprete Giorgio Albertazzi, dell’Aiace sempre di Sofocle nel 2010 (protagonisti Maurizio Donadoni e Elisabetta Pozzi) e dell’Edipo re ancora di Sofocle con Daniele Pecci nel 2013.

Perché si dice che lei sia un regista di matrice ronconiana?

« Evidentemente perché mi sono diplomato due volte in due distinte “Scuole per Attori” quando Luca Ronconi le dirigeva ed era direttore artistico dei Teatri Stabili di Torino e di Roma e poi perché sono stato suo assistente alla regia in parecchi spettacoli, tanti in veste pure di attore, anche se poi ho seguito altri Corsi per giovani registi, il più noto dei quali è stato quello europeo presso la Royal Shakespeare Company di Stratford ».

Cos’è che caratterizza un regista come lei che è stato accanto a Ronconi in tantissimi spettacoli a cominciare da Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana di Gadda?

« Aver capito che un testo teatrale non va tradito, che bisogna inserire nello spettacolo i punti le virgole e anche le didascalie e che va offerto al pubblico in tutta la sua interezza per farlo comprendere al meglio».

L’Orestea di Eschilo è composta da tre parti. Perché lei non l’ha diretta per intero, accettando solo la regia di Coefore e Eumenidi, lasciando che Luca De Fusco curasse quella dell’Agamennone ?

« E’ una cosa bizzarra! In un primo momento avevo chiesto di fare Agamennone che è un testo più per attori: Egisto e Clitemnestra, Agamennone e Cassandra, l’araldo, la sentinella, i corifei, una storia truce con ammazzamenti mai in scena, poi invece la Fondazione dell’Inda ha deciso che l’avrebbe fatto Luca De Fusco e che io avrei fatto unite le altre due parti ».

Qual è per lei il senso delle Coefore?

« Nel testo è pregnante il senso del lutto e il vero protagonista del plot è il Coro che rende visibile in un mondo arcaico, delirante e allucinatorio, la maledizione del sangue degli Atridi ».

Come si caratterizzano le Eumenidi?

« Portano il segno della vendetta e della giustizia. In questo lavoro c’è la nascita della democrazia e lo stato del diritto moderno. Quando la dea Atena, vestita qui da una carismatica Piera degli Esposti, dà il suo voto per salvare il matricida Oreste, lo fa per non provocare conflitti nella città di Atene che è vista come simbolo del dialogo e della civiltà. Le Erinni o le Furie raffigurano le leggi antiche, quelle della vendetta, e forse bisogna dare ragione a Pasolini quando sosteneva che le Furie sono riapparse ai giorni nostri e sono loro a detenere il vero potere della nostra società ».

Cosa prova a dirigere attori del calibro di Piera degli Esposti e tanti altri?

« Lavorare con maestri di Teatro come Piera degli Esposti, Ugo, Pagliai, Paola Gassman, Elisabetta Pozzi, Mariano Rigillo, Massimo Venturiello, per me è stato un privilegio e un’occasione d’incontro artistico e umano di particolare rilievo. E sono pure contento che nel mio lavoro abbia incontrato attori come Francesco Scianna e Francesca Ciocchetti, qui nei ruoli di Oreste e Elettra, che per emotività e fisicità rappresentano il futuro del Teatro italiano ».

Le sono piaciute lea scene architettate da Arnaldo Pomodoro?

« Le scene di Pomodoro disegnano una realtà onirica e allucinatoria priva di qualsiasi realismo».

Come vede i personaggi dell’Orestea ?

« Li vedo come dei fossili del futuro che ripetono all’infinito i loro gesti e i loro assassini, come se fossero in un altro mondo, in una dimensione parallela. La statua di Atena è come il monolite di Stanley Kubrick, le Erinni mi sembrano inquietanti figure di Lynch, l’esercito fantasma di Agamennone ricorda quello dei soldati cadaveri di Akira Kurosawa e Oreste arriva in un mondo lunare, un cimitero quasi, un luogo di miraggi, allucinazioni e lutti infiniti ».

Quali sono nel suo lavoro di regia i riferimenti pittorici, teatrali, cinematografici?

« Amo molto i film di Tarkovskij (L’infanzia di Ivan e Solaris) di Bergman (Il settimo sigillo, Il posto delle fragole) e di David Lynch (The elephant man e Velluto blu). In Teatro ho apprezzato i lavori di Kantor ( La classe morta, Wielopole Wielopole ) di Marthaler, Peter Stein e chiaramente Ronconi. Nell’arte non si può prescindere dalle Avanguardie storiche ( Dadaismo, Surrealismo etc…) e mi piace molto la pittura di Füssli ».

 

 


foto di Antonio Parrinello

Torna su

 

 

Teatro Musco di Catania

Vento di tramontana
di Carmelo Sardo
riduzione e adattamento Gaetano Savatteri
regia Federico Magnano San Lio

con
Mimmo Mignemi, David Coco, Mario Incudine
Luca Iacono, Marina La Placa, Gianluca Belfiore, Erminio Caruso
Davide Intravaia, Giuseppe Manuli, Guglielmo Quattrocchi, Salvatore Rapisarda

scene e costumi Angela Gallaro
musiche originali Mario Incudine
luci Franco Buzzanca

produzione Teatro Stabile di Catania

Un romanzo, si sa, è scritto da una sola persona, il teatro invece – nel senso di mettere in scena magari il romanzo di prima – è un puzzle, fatto da tanti personaggi che bisogna mettere d’accordo tra loro per trasmettere al pubblico le idee e le emozioni della pagina scritta. Raramente accade questa magia, ma questa volta, per Vento di tramontana, primo romanzo del 53enne giornalista-scrittore Carmelo Sardo, di Porto Empedocle, pubblicato da Mondadori, è accaduto il miracolo. Propiziato da Gaetano Savatteri che ha curato la riduzione e l’adattamento dell’opera, dalla commovente regia di Federico Magnano San Lio, dalle scene astratte di Angela Gallaro (tre pittorici pannelli con stemperate grate a varie altezze per delimitare lo spazio scenico) suoi pure i costumi, da un gruppetto di attori siciliani capitanati da Mimmo Mignemi, David Coco, Luca Iacono, Marina La Placa e dal sorprendente Mario Incudine, di cui non conoscevamo le sue ottime doti attoriali, qui in veste pure di cantore di suoi componimenti poetici e musicali. Ai quali si aggiungevano sei-veri-detenuti-sei (Gianluca Belfiore, Erminio Caruso, Davide Intravaia, Giuseppe Manuli, Guglielmo Quattrocchi, Salvatore Rapisarda) della Casa circondariale di Giarre, utilizzati invero solo come figuranti e non come quegli attori del Living Theater protagonisti nel 1964 di The brig ( La prigione) di Kenneth Brown, o quelle vere star della Compagnia della Fortezza di Volterra diretta da Armando Punzo. Lo spettacolo segue parallelamente il romanzo di formazione ed è incentrato sul ventenne Federico ( Iacono) che per nove mesi svolge il suo servizio militare all’interno del carcere di Favonio, nome di fantasia ribattezzato il “Castello”, accostabile mentalmente a quello di Kafka. Qui il giovane capisce subito che tra carcerieri e carcerati non c’è alcuna differenza, come hanno bene evidenziato Ricci e Salierno in un loro saggio Il carcere in Italia edito da Einaudi nel 1971, vive accanto ad un umano maresciallo (Mignemi) e soprattutto accanto ad un boss mafioso (Coco) col quale riuscirà ad entrare in sintonia, in un rapporto vicino all’amicizia, chiudendo gli occhi quando in uno dei colloqui domenicali gli consentirà di potere avere un rapporto con la moglie Angela ( La Placa). Scorrono le vite di ognuno, pure quella del bibliotecario (Incudine) protagonista d’un assassinio raccapricciante d’un uomo con bambino in braccio, tanto da essere mandato in galera dagli stessi mandanti. Federico finirà il suo mandato, tornerà dalla sua fidanzatina e la moglie del boss avrà un figlio maschio. Molti applausi finali al Teatro Musco, Stabile di Catania che ha prodotto pure lo spettacolo.
Gigi Giacobbe

__

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

50° Ciclo di Rappresentazioni Classiche
al Teatro greco di Siracusa

Intervista a
Piera degli Esposti
di Gigi Giacobbe

« Da giovane sono stata Elettra, poi Clitemnestra e adesso Atena, è il destino delle attrici: prima figlie poi madri e quindi dee».

A parlare è Piera degli Esposti la carismatica attrice bolognese impegnata in questi giorni assieme a tanti illustri colleghi a festeggiare i 100 anni dell’INDA e vestire al Teatro greco i saggi panni della dea della giustizia nelle Eumenidi , terza parte dell’Orestea di Eschilo, con la regia di Daniele Salvo. La incontriamo in un albergo di Ortigia in uno di questi pomeriggi caldi di maggio senza che lei se ne prenda cura, avvolta com’è da una lunga sciarpa attorno al collo, da occhiali da sole che le celano occhietti vispi e curiosi e dai suoi lunghi capelli biondi quale ornamento naturale.

Signora Degli Esposti lei che è stata una “femminista” come giustifica il comportamento “maschilista” di Atena decidendo col suo voto di fare assolvere il matricida Oreste dal tribunale ateniese dell’Areopago?

« Anch’io me lo sono chiesto e penso che Atena nata armata dalla testa di Zeus e non dall’utero d’una donna, abbia una parte maschile molto forte anche dal punto di vista strategico. Lei salva l’eroe. Il suo è un gesto politico ».

Lei ha una voce che incanta: chiara forte potente gradevole, tutto il contrario di quanto oggi accade in molti teatri di prosa. Perché secondo lei?

« Veda ai tempi miei nelle scuole di teatro si studiava in particolare la dizione. I nostri maestri ci insegnavano la voce “portata”, ovvero la voce di cui si dovevano udire le sillabe finali. Oggi, forse per colpa del cinema o della televisione i registi badano alle immagini un po’ meno alle parole. Loredana Bertè mi diceva che riusciva a sentire benissimo tutte le parole quando sulla scena c’erano, oltre a me, Paola Borboni e Valentina Cortese ».

Facciamo un salto all’indietro. Lei nel 1980 ha curato assieme a Dacia Maraini la sceneggiatura de La storia di Piera, una storia che ha segnato la sua intensa gioventù, diventato poi un film diretto da Marco Ferreri.
Che ricordo ha dei personaggi che vi hanno preso parte?

« Isabelle Huppert che interpretava me era una ragazzina, Hanna Shigulla era nel suo massimo splendore e Marcello Mastroianni bellissimo faceva un padre comprensivo. Di Ferreri ricordo che non era bello ma era dotato d’una intelligenza profetica e la sua ironia confinava col sarcasmo. Ero affascinata, l’ho amato e le sono stata grata: con lui ho pure fatto il film Il futuro è donna».

Quali gli spettacoli al Cinema in televisione e in teatro che ricorda maggiormente e con più piacere?

« In Teatro Molly cara dal monologo Molly Boom di James Joyce, regia di Ida Bassignano (pure Premio Ubu quale migliore attrice della stagione 1978/1979 n.d.r.); in Televisione Tutti pazzi per amore, una commedia romantica durata tre stagioni dal 2008 al 2012, la regia era di Riccardo Milani e Laura Muscardin e al Cinema L’ora di religione di Marco Bellocchio ( Premio David di Donatello quale migliore attrice non protagonista n.d.r.».

Dopo Siracusa cosa farà?

« Dal 24 giugno prossimo alla Casa del Cinema di Torino verrà proiettato un documentario titolato Tutte le storie di Piera, la regia è di Peter Marcias, e mi auguro di esserci anch’io in questa manifestazione affettuosa».

 

 

Torna su

 

 

Teatro Brancati di Catania

Aragoste di Sicilia
di Gianni Grimaldi e Bruno Corbucci
adattamento di Romano Bernardi
regia Turi Giordano

con
Tuccio Musumeci
e Guia Jelo
e con
Fabio Costanzo, Marta Limoli, Margherita Mignemi
Claudio Musumeci, Olivia Spigarelli, Aldo Toscano

Scene Riccardo Perricone
Costumi Giovanna Giorgianni
Musiche Nino Lombardo

Foto di scena Giuseppe Messina

Sulla prima notte di nozze si è sempre favoleggiato, imbastendovi i cultori della materia sceneggiature e racconti, sketch e pièces succulente e piccanti, ricche di pruderie e particolari erotici, come hanno fatto Gianni Grimaldi e Bruno Corbucci nel 1970, scrivendo “Aragoste di Sicilia”, una commedia in tre atti, (da cui è stato ricavato nello stesso anno pure il film “La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del... giocattolo” con Lando Buzzanca) cui Romano Bernardi nella sua riduzione ha dato una ventata di attualità, Turi Giordano nel suo lavoro di regia ha svolto un ottimo lavoro di lucidatura e un drappello di attori etnei, in stato di grazia, capitanati dai formidabili Tuccio Musumeci e Guia Jelo, ha confezionato al meglio lo spettacolo al Teatro Brancati.
Si racconta d’una coppia in luna di miele in un hotel di Taormina. Lui, Carlo, vestito con la sua innata vis comica da Musumeci, è l’iper-maturo maschio che ha deciso, dopo aver fatto stragi di femmine d’ogni tipo ed estrazione, di sposarsi. Lei, Elena, spesso in guêpière in camera da letto è la mogliettina illibata, 39 anni più giovane del marito, alla quale Marta Limoli cerca di darle le sembianze più verosimili. Adesso sono lì nel tanto desiato talamo d’amore, ma non succede niente. Lui non riesce ad avere alcun rapporto. La colpa viene data a due aragoste ingurgitate la sera prima. Una vera Waterloo per un maschio del suo glorioso passato. Al mattino giunge preoccupatissima la suocera Donna Virginia, eccezionale come sempre Guia Jelo per come riesce a calarsi nei ruoli che interpreta, ansiosa pure perché aveva capito al telefono della débâcle del genero e dell’angoscia in cui era caduta la figlia. Si cerca di correre ai ripari facendo giungere in quella stanza un medico, che Claudio Musumeci (figlio di Tuccio) veste sapientemente e correttamente, il quale prescriverà al “paziente” tranquillità, riposo e lunghe passeggiate perché tanto lui è sano come un pesce e “quella cosa lì” è solo un fatto passeggero. Accade pure che nello stesso albergo ci sia un’amica di Elena, tale Laura ( la sempre brava Olivia Spigarelli) in compagnia del marito Arturo ( Aldo Toscano) un vero maniaco sessuale in vena sempre d’intonare brani di lirica, definito da lei un vero “stantuffo”, l’esatto contrario dell’ex-tombeur-de-femmes Carlo. E accade pure che tra la vedova Virginia, con alle spalle tre mariti stipati all’altro mondo, autodefinitasi ad un tratto una “nave scuola” e l’inesperto dottorino nasca una tresca, se non un vero amore qualcosa che gli somiglia. Ma non è finita qui, perché la suocera forse per risvegliare i sensi del genero, fa arrivare in camera la massaggiatrice Maruska, un donnone abbondante e muscoloso quello di Margherita Mignemi, che non riesce nel suo intento stupratorio per l’arrivo della mogliettina, preoccupata seriamente più tardi perché il maritino si sorbirà un intruglio che era indirizzato a quell’Arturo troppo caliente. Spesso interviene negli equivoci che si creano l’effeminato e applaudito cameriere Fabio Costanzo con capelli impomatati e tirabaci. Ma alla fine riusciranno i due piccioncini a consumare il loro matrimonio? Questa messinscena non ce lo dice. Forse si forse no. Chissà ?! Il film era più esplicito. Le scene essenziali delle due location erano di Riccardo Perricone, i costumi accesi di Giovanna Giorgianni, le musiche indovinate di Nino Lombardo.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro Annibale di Francia di Messina

Filumena Marturano
Teatro-Danza da
Filumena Marturano di Eduardo De Filippo
diretto e interpretato da Giovanna Battaglia

coreografie di Ivana Villari

Senza grande clamore ma con l’unico obiettivo, da parte d’un folto gruppo di medici cittadini, di aiutare poveri ed extracomunitari non regolarizzati, s’è svolta domenica scorsa al Teatro Annibale Maria di Francia una serata di beneficienza all’insegna della Danza e del Teatro. Il merito va dato alla pimpante organizzatrice Dott.ssa Maria Giannetto e al Prof. Emanuele Mazzaglia, ma anche all’Associazione Medici Cattolici, Sezione di Messina, nonché all’Associazione Volontariato Padre Annibale Onlus, il cui portavoce Dott. Fortunato Picciolo ha tenuto a precisare che il ricavato della serata sarebbe stato devoluto a quest’ultima struttura, situata all’interno di Cristo Re, per l’acquisto di farmaci e possibilmente, qualche apparecchiatura scientifica.
Lo spettacolo di Teatro-danza in questione era la Filumena Marturano liberamente tratto dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo, con le coreografie di Ivana Villari, per conto dell’Accademia Eurodanza 2000, mentre la vibrante regia era di Giovanna Battaglia, interpretando lei stessa magnificamente la parte teatrale: inframmezzando la sua monologante prova con le note struggenti della canzone Te voglio bene assai di Lucio Dalla: esaltando con accenti napoletani e con connaturata intensità drammatica i più riposti caratteri d’una donna vissuta tra sofferenze e poche gioie, facendosi sposare, durante un’intelligente e ingannevole pantomima da lei inscenata, dal quel Dummì Soriano che ha sempre amato, svelandogli solo nel finale che uno dei suoi tre figli è pure suo, gettando in faccia a quel farfallone amoroso una carta da cento lire con su scritto il giorno di quell’incontro fatale e sbandierandogli che “i figli non si pagano”. Giusy e Fabio Squadrito erano Filumena e Dummi da giovani, ripresi a passi di danza nei loro incontri amorosi, mentre le giovanissime ballerine, minorenni a prima vista, Isabella La Corte, Jennifer Mocabeo, Mariarosa Mazzeo, Katia Ugol, tratteggiavano, forse avendone soltanto sentito parlare o averle notate in alcuni film di Fellini e della Wertmuller, i caratteri di minuscole prostitute di vecchie “case chiuse”, con aure coloristiche rinvenibili in alcuni dipinti di Guttuso su questi soggetti.-
Gigi Giacobbe

 

 

Torna su

 

 

50° Ciclo di Rappresentazioni Classiche
al Teatro greco di Siracusa

Aristofane
Le Vespe
regia di Renato Giordano

Dal 9 maggio al 22 giugno2014

Le Vespe non è una delle migliori commedie di Aristofane. Lo scriveva pure Gennaro Pirrotta al tempo in cui, con passione, studiavo il suo Disegno storico della Letteratura greca in un liceo classico di Messina. Ciononostante l’Istituto Nazionale del Dramma Antico la ripropone ancora una volta al Teatro greco di Siracusa in quest’edizione del 2014, abbinandola all’Orestea di Eschilo, dopo averla inserita nel programma del 2003 con la regia di Renato Giordano e quando presidente dell’Inda era il compianto Turi Vasile. Tuttavia non mancano nel lavoro alcune scenette gustose come quelle che vedono processato un cane di nome Labete (diventato qui Ladrete nella traduzione di Alessandro Grilli) con evidente allusione allo stratega Lachete, che in Sicilia non era stato, pare, un modello di onestà. Un procedimento giudiziario architettato a dovere da Bdelicleone ( qui Abbassocleone) per calmare il vecchio padre Filocleone (qui Vivacleone) ammalato di giustizia e regalargli un piccolo processo in casa sua. Il titolo della commedia allude a quei vecchi eliasti, meglio noti come giudici popolari dei tribunali ateniesi, che considerano la gioia più grande della vita quella di poter pungere con il loro voto. Arnaldo Pomodoro, come suggerito del resto da Aristofane, li raffigura sotto forma di vespe dal lungo pungiglione (solo evidente nei bozzetti e non sulla scena), facendoli muovere all’interno e all’esterno d’una parete verticale a forma di grande arnia, quale chiara metafora sulla litigiosità degli ateniesi e rendere chiaro l’intero sistema giuridico della città. Il plot è incentrato sulla figura di Filocleone/Vivacleone, quello che con spiccata ironia, senso comico e navigata bravura veste Antonello Fassari, come se questo tipo di personaggi facessero parte del suo patrimonio genetico, il quale divide con l’amico Cleone uno spiccato senso della giustizia e di amare i processi oltre misura. Una caratteristica che Bdelicleone/Abbassocleone (Martino D’Amico si adegua nel suo ruolo di spegnitore d’incendi) odia oltremodo, cercando tutti gli escamotage per guarire il genitore dalla sua follia, riuscendovi alla fine dopo avergli fatto conoscere il bungabunga, le escort e le cenette eleganti. Sulla scena i personaggi arrivavano in sidecar, in Ape e in bicicletta e si notavano le presenze di Sosia e Santia (Sergio Mancinelli e Enzo Curcurù) mentre il coro dei veleniferi insetti spesso rimaneva immobile, vivacizzati solo dagli interventi musicali in stile jazzistico dei quattro componenti della Banda Osiris, agghindati con farfalla e neri frac su camicie gialle, con giudizi discordanti sulla regia di Mauro Avogadro che comunque si sarà (lui) molto divertito. Non così quella schiera di spettatori che hanno trovato gli interventi sulla contemporaneità scurrili e stereotipati. Un rischio che corrono pure alcuni registi quando cercano nei templi del melodramma di attualizzarne tematiche, scene e contenuti.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online 20 maggio 2014

 

 


foto G. L. Carnera - archivio INDA


foto Marialaura Aureli


foto Franca Centaro


foto Franca Centaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

50° Ciclo di Rappresentazioni Classiche
al Teatro greco di Siracusa

Orestea di Eschilo
Agamennone
regia di Luca De Fusco
Coefore e Eumenidi
regia di Daniele Salvo

Dal 9 maggio al 22 giugno2014

Cento anni di vita e cinquanta cicli di rappresentazioni classiche al Teatro greco di Siracusa. E’ festa per l’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) che propone quest’anno, nel 2014, l’Agamennone di Eschilo lo stesso dramma con il quale aveva iniziato ad esistere nel 1914. Le scene liberty d’un secolo fa le aveva realizzate Duilio Cambellotti, quelle futur-astratte di oggi sono opera di Arnaldo Pomodoro, artefice pure delle altre due parti dell’Orestea. Si dirà che la trilogia non è stata messa in scena da un unico regista: Agamennone da Luca De Fusco, Coefore e Eumenidi da Daniele Salvo. Più riflessivo il primo, più irruento il secondo. Tuttavia entrambi utilizzano lo stesso impianto scenico composto da un grande portale dorato, contornato da elementi scultorei astratti, aldilà del quale s’immagina possa esistere il luttuoso mondo degli Atridi. E mentre nell’Agamennone l’ampia skené è ricoperta interamente da un terriccio sabbioso per dare il senso d’un paesaggio misterioso di rovine, nelle Coefore e Eumenidi la scena è sgombra e linda e al centro campeggia un’ampia ara quadrata, pure tomba di Agamennone.
All’inizio i componenti del Coro, agghindati con gli stessi colori del terriccio col quale sono stati sotterrati, risorgono dai loro loculi e declamano al folto pubblico che la guerra di Troia è finita e che stanno per giungere gli Achei vincitori. In evidenza la sentinella di Mauro Avogadro e i corifei Francesco Biscione, Massimo Cimaglia, Piergiorgio Fasolo, Gianluca Musiu. La Clitemnestra dell’ottima Elisabetta Pozzi in abiti funerei è falsamente felice nel vedere il marito Agamennone (un autorevole e possente Massimo Venturiello) giungere dopo dieci anni festante nella sua Argo in compagnia della schiava e amante Cassandra (Giovanna Di Rauso appare come tarantolata) su una sorta di carro somigliante ad un osso di seppia o una tomba a forma di oblunga canoa. E’ tornato pure l’Araldo del carismatico Mariano Rigillo, che non sperava più di morire nel suo suolo natio. Dieci anni sono tanti per una donna senza il suo uomo. Tuttavia Clitemnestra non è come Penelope che è rimasta vent’anni senza il suo Ulisse e non ha mai dimenticato che il suo sposo ha ucciso la figlia Ifigenia, sacrificandola agli dei alla vigilia della spedizione contro Ilio, diventando nel frattempo l’amante di Egisto ( Andrea Renzi) e complice costui nell’uccisione di Agamennone e Cassandra. Sarà il Coro (che si muove in questo finale come quei rivoluzionari di Allonsanfan dei Fratelli Taviani capitanati da Bruno Cirino) a metterla in guardia da una possibile vendetta del figlio Oreste.
Sono due le attrazioni più evidenti delle Coefore e Eumenidi secondo Daniele Salvo: le incisive coreografie di Alessio Maria Romano per il modo come ha fatto muovere il folto Coro femminile listato a lutto, unito insieme da urla munchiane nelle varie fasi delle loro metamorfosi, anche quella intermedia quando vestono i ruoli di assatanate Erinni e le musiche di Marco Podda ricche di contaminazioni orchestrali e l’utilizzo di strutture tonali e atonali con parti corali emozionali e fascinosi. Il plot è noto come si sa, c’è da dire solo che l’Oreste di Francesco Scianna è un tantino sopra le righe, forse dovuto all’impianto fonico e che nel ruolo del vendicatore del padre è un po’ Charles Bronzon del “Giustiziere ella notte” e un po’ Clint Eastwood del “Tenente Callagan”. Sarà sostenuto dalla presenza dell’amico Pilade (Marco Imparato) anche quando si fermerà sulla tomba del padre e incontrerà sua sorella Elettra (una Francesca Ciocchetti tipo squarciagola) che porta libagioni funebri (“Coefore”) al genitore. Poi i due amici travestiti da messaggeri stranieri entrano nella reggia e Oreste prima ucciderà Egisto ( non quello di prima ma Graziano Piazza) e poi taglierà la gola alla madre Clitemnestra, (la stessa Pozzi qui vestita di bordeaux) che gli mostrerà un seno da dove da bambino aveva succhiato il latte, datogli invece dalla nutrice ufficiale (Antonietta Carbonetti). Le Erinni sono implacabili e inseguono dappertutto Oreste. Giunto poi il fuggiasco a Delfi al tempio di Apollo, custodito dalla profetessa Paola Gassman, verrà consigliato dal dio ( con arco e frecce e situato in alto su un carrello elevatore quello di Ugo Pagliai) a fuggire ad Atene. Qui, sull’Acropoli, il giovane si rifugia come supplice presso la statua della dea Atena, della sempre straordinaria Piera Degli Esposti il cui verbo giunge chiaro in tutti gli ordini dei posti, e quelle furie vendicatrici capitanate da Clara Galante, Marcella Favilla, Silvia Pietta ed Elena Polic Greco, fiutando la traccia di sangue del matricida, lo raggiungerà anche lì, avvolgendolo in una danza selvaggia. Ecco ancora apparire lo spettro di Clitemnestra ( ancora la Pozzi in scena) ed ecco la saggia Atena convincere le Erinni a rimettere ogni decisione al tribunale dell’Areopago ateniese da lei stessa istituito. Seguirà un aspro e vivace dibattimento giudiziario con la votazione che finirà in parità, ma Atena votando in favore del matricida gli salverà la vita. Infine, sempre la dea, dopo aver placato le Erinni, assicurerà loro culto e onori nella città di Atene, diventando “Eumenidi”, cioè benevole.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 13 maggio 2014

 

 


foto G. L. Carnera - archivio INDA


foto Franca Centaro


foto Franca Centaro


foto Franca Centaro


foto G. L. Carnera - archivio INDA

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Iaia Forte
di Gigi Giacobbe

VIAGRANDE (CT). Domenica 11 maggio, dopo i recenti successi ottenuti al Teatro Selinus di Castelvetrano e al Teatro Libero di Palermo, va in scena alle ore 21 al Viagrande Studios diretto da Corrado Russo Iaia Forte in Hanno tutti ragione dal testo del regista premio Oscar, Paolo Sorrentino con le musiche di Pasquale Catalano eseguite dal vivo da Fabrizio Romano. Lo spettacolo molto applaudito a Milano è stato elogiato anche da registi suoi amici quali Mario Martone e Pappi Corsicato con il quale ha esordito con Libera. Intanto Iaia Forte ha appena finito di girare il film di Giulio Manfredonia Madre Terra con Stefano Accorsi e Sergio Rubini e dopo Milano, tornerà ancora una volta a lavorare con Martone nel film su Leopardi dove interpreterà la proprietaria della casa in cui abitò il poeta negli anni vissuti a Napoli.

Come nasce l’idea di mettere in scena e d’interpretare tutta da sola questo monologo di Sorrentino?

« L’idea mi è venuta perché mi sono innamorata di Tony Pagoda, il cantante pop cocainomane, disperato e vitale, che può essere interpretato anche solo da una donna ».

Mi pare che non è la prima volta che lei è alle prese con un monologo!

« Infatti, come avvolta da un flusso di pensieri ho già interpretato Molly Bloom di James Joyce, mentre qui sono stata affascinata da questo personaggio maschile, certamente negativo, allucinato e rauco, come se ancora mi rintronasse tra le orecchie quell’urlo di amore di Molly, quell’urlo cui amo dar voce nei personaggi che incontro».

Cosa prova una donna a vestire i panni di un uomo, sulla scena ovviamente?

« Intanto in teatro la verosimiglianza è relativa, è un luogo dove il naturalismo può essere bandito. Senza contare che adoro il travestimento e la trasfigurazione, fanno parte del mio mestiere e dell'esplorazione continua in cui un attore dovrebbe impegnarsi. Del resto, secondo me, dietro all'atteggiamento macho, gradasso, si nasconde una profonda fragilità, qualcosa di femminile. E poi prendersi gioco di un certo tipo di machismo è un bel divertimento».

Come ha concepito lo spettacolo?

« Come un concerto, i cui pensieri di Pagoda nascono dall’emozione di esibirsi davanti a Frank Sinatra al Radio City Music Hall. E mentre canta, tra visioni e allucinazioni provocatigli dall’alcool e dalla cocaina, è attraversato da barlumi di memoria, illuminazioni di sé, “struggenze” d’amore, sarcastiche considerazioni partorite tra le note delle canzoni. Pagoda è un vulcano in eruzione, un filosofo della sottocultura. Uno che dice che “la vita è una meravigliosa rottura di coglioni. Sangue e sentimenti. Calore e risentimento. Tutto di fuori ».

E poi ancora come si esprime Tony Pagoda?

« Di sua moglie dice che: “Quindici anni fa si scopava da bufali. Ora è un oggetto d'arredamento”. Della gente pensa che sia: « Un’ articolata organizzazione umana che crede sempre di sfilare sull'orlo di un precipizio senza ritorno, mentre sta solo trascorrendo la vita: confonde la monotonia col disastro: un errore comune». Era anche un sentimentale Pagoda, uno che diceva che: « L'uomo è come la Coca-Cola. Basta scuoterlo un po' e attacca a spruzzare di tutto. Sangue e sentimenti. Calore e risentimento. Tutto di fuori».

 

 

Torna su

 

 

Intervista a
Toni Servillo
di Gigi Giacobbe

PALERMO.- Dopo aver fatto il giro del mondo e ricevuto riconoscimenti e premi prestigiosi (Ubu, Maschere del Teatro etc..) quale migliore spettacolo della stagione 2013/14, Le voci di dentro di Eduardo De Filippo approda al Biondo di Palermo dove sarà in scena sino a domenica 11 maggio. Sembra un giallo, un thriller, con un morto ammazzato da un componente della famiglia Cimmaruta che invece si rivelerà essere solo un sogno fatto dal vicino di casa Alberto Saporito (Toni Servillo, pure regista) che vive col fratello Carlo (Peppe Servillo) fra cataste di sedie che affittano per le feste, assieme allo Zio Nicola che si esprime solo attraverso lo scoppio di bengala e mortaretti. Incontriamo Toni Servillo un paio d’ore prima d’andare in scena.

Signor Servillo chi è Alberto Saporito?

« E’ un uomo semplice in un mondo complicato, così ha scritto in sintesi il The Sunday Times di Chicago. E’ un personaggio convinto nella prima parte d’aver assistito ad un assassinio d’un amico, poi gradualmente si trasforma in testimone, diventa uno spettatore seduto accanto al pubblico, e questa metamorfosi avviene in particolare dopo la morte dello Zio Nicola ».

Secondo lei ci sono ne Le voci di dentro delle analogie con il Berretto a sonagli di Pirandello, lì dove in particolare il personaggio di Pasquale Cimmaruta indossa un turbante per nascondere le corna della moglie Matilde?

« Credo che il riferimento calzi meglio con Questi fantasmi, infatti è qui che Eduardo attinge molto da Pirandello. E c’è anche da dire che mentre nel Berretto a sonagli entra in gioco l’escamotage della follia , nelle Voci di dentro è il sogno a modificare la realtà».

Secondo lei il testo di Eduardo è ancora attuale?

« Eduardo scrive Le voci di dentro subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale e secondo me la cosa più attuale del testo è la veemenza con cui Eduardo denuncia attraverso un crimine di sangue la questione morale».

Se in Teatro i suoi modelli sono Eduardo e Jouvet, quali sono quelli del Cinema?

« Ce ne sono tanti cui fare riferimento. Le segnalo solo Marcello Mastroianni per il suo charme e Volontè per l’ossessione manicale che ci metteva a ricostruire il personaggio. Sono due facce d’una stessa medaglia e due primissimi attori che non ci fanno rimpiangere quelli stranieri e non bisogna dimenticarsi d’un altro nostro grande che è stato Ugo Tognazzi».

In un’edizione passata di Taormina Arte lei è stato protagonista della scrittura scenica de L’impero della ghisa di Leo De Berardinis che ha avuto molto successo. In futuro proverà a ri-mettere in scena questo spettacolo?

« Credo di no. Penserei piuttosto a Novecento e mille per rendere omaggio ad un grande testo di De Berardinis incentrato sui movimenti politici e culturali»

Quale personaggio de Le voci di dentro avrebbe potuto ricoprire il suo Jep Gambardella de La grande bellezza di Sorrentino ?

« Jep Gambardella non c’entra niente con questo lavoro di Eduardo »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro Comunale Beniamino Joppolo di Patti
Mathilde
di Veronique Olmi
regia di Michelangelo Maria Zanghì

con
Gianni Fortunato
e Isabella Giacobbe

musiche di Chiara Pollicita
backstage di Antonio Ferraro e Giuseppe Contarini

Sarà alla Sala Laudamo di Messina sabato 10 maggio

“Mathilde” è una pièce di Veronique Olmi, una delle più apprezzate autrici teatrali francesi, pubblicata qui da noi da Einaudi con la traduzione di Alessandra Serra. Il testo, in versione ridotta, è stato messo in scena in Italia (a Milano) una sola volta nel 2011. Adesso il giovane regista pattese Michelangelo Maria Zanghi, evidentemente innamorato dei suoi contenuti, l’ha messo in scena al Teatro Comunale Beniamino Joppolo di Patti, per replicarlo il 10 maggio nella Sala Laudamo di Messina, avendo come protagonisti due interpreti all’altezza: il navigato e sicuro Gianni Fortunato Pisani dalle belle tonalità vocali e la giovane nascente e trepidante figuretta Isabella Giacobbe che già dimostra di possedere le qualità per interpretare ruoli d’un certo spessore drammatico.
La “Mathilde” del titolo è una scrittrice appena uscita dal carcere, condannata a tre mesi per avere avuto una relazione scandalosa con un ragazzo minorenne di 14 anni. Lo spettacolo inizia su una scena tutta occupata da una piramide di scatoli e scatoloni, mentre le note di Je ne regrette rien di Edith Piaf dilaniano le carni d’una figura maschile sul punto di traslocare, che sta cercando di riempire gli ultimi cartoni con libri e riviste d’ogni tipo. Ad un tratto giunge con una grossa valigia in mano Mathilde, la giovane moglie di quell’uomo che si chiama Pierre e che fa il ginecologo. L’uomo, un tipo razionale e conformista, è abbastanza stupito di quell’arrivo inatteso e sulle prime l’accoglie con freddezza come se avesse davanti un’estranea. Poi i due coniugi cominciano con fatica a parlarsi. Si capisce che lui-ama-lei più di quanto lei-ami-lui.
“Perché l’hai fatto” – dice lui – E lei: “ E’ stata una boccata d’aria fresca, un respiro di poesia”. L’uomo è disarmato, non sa come riprendere il bandolo della matassa, non trova gli espedienti, le parole per riavvicinarla a sé. “Questo processo mi ha reso ridicolo” – sostiene lui – . “Io mi sentivo sola, aspettavo che tu tornassi a casa” – risponde lei – . L’uomo vuole sapere se ha dormito col ragazzo. Lei le dice di no. Entrambi prendono gusto a ferirsi, a lasciare cicatrici indelebili. Infine si insinua sempre più forte la volontà di cercare le ragioni della loro convivenza, e di verificare se le ferite nel loro amore possano rimarginarsi. “ Rimani” – sussurra lui – . “ E’ questo l’amore ? “ – chiude lei - .
Una pièce da seduta psicoanalitica oppure una profonda riflessione sulla coppia e sul matrimonio, sul perché si sta insieme o ci si separa. Una riflessione all'insegna della più crudele sincerità, senza sconti e senza risposte preordinate.
Successo per la Compagnia teatrale Santina Porcino e Scena Nuda che hanno prodotto lo spettacolo.-
Gigi Giacobbe

 

 

Torna su

 

 

al Teatro Brancati di Catania
Finchè vita non ci separi
di Gianni Clementi

regia Vanessa Gasbarri

con
Giorgia Trasselli, Antonio Conte, Nicola Paduano,
Alessandro Salvatori, Cristiana Vaccaro

scene Tiziana Liberotti
costumi Velia Gabriele
musiche Andrea Perozzi

Teatro Brancati dal 3 al 27 aprile 2014

I lavori teatrali di Gianni Clementi, 58enne drammaturgo romano, sono diventati un brand di successo. Il pubblico si riconosce, si diverte pensando, vede riflessi sulla scena temi attuali come immigrazione e razzismo (Ben Hur), ri-vive il dramma delle miniere belghe di Marcinelle dove nel 1956 vi perirono 120 italiani ( Grisù, Giuseppe e Maria), partecipa neorealisticamente alle miserie d’una famiglia di muratori del 2° dopoguerra ( Il cappello di carta) o alla solitudine di due sorelle-zitelle (Sugo finto diventato poi ad opera del nostro Ninni Bruschetta Piscistoccu a ghiotta). Adesso con Finché vita non ci separi, diretto con molta leggerezza da Vanessa Gasbarri, il plot fotografa ciò che può vivere una famiglia piccolo-borghese alla vigilia delle nozze del figlio paracadutista (Nicola Paduano), con fidanzata in cinta, appena tornato dall’Afganistan. Sin dalle quattro e mezza del mattino c’è gran subbuglio in quella casa. Il padre (Antonio Conte) dai chiari accenti pugliesi, maresciallo dei carabinieri in pensione, non trova il vestito adatto per la cerimonia e la madre (Giorgia Trasselli), la più indaffarata, è alle prese con le bomboniere e con l’acconciatura dei capelli che dovrà farle una parrucchiera all’amatriciana (Claudia Ferri), cui piace raccontare le acrobazie amorose col suo culturista Jonathan. La madre ha solo il cruccio che il pranzo con 120 invitati si debba fare nel rustico ristorante “La Scamorza” dei consuoceri, definiti sguatteri, gretti e taccagni. Anche se con molto stress tutto procede bene, ma ecco il colpo di scena: alla porta bussa un militare (Alessandro Salvatori), collega del futuro sposo, che vuole conto e ragione di quei sei mesi d’amore passati nei deserti di Kandahar. Una bomba per quei due cristi che rimangano come impietratiti nell’apprendere che il loro unico figlio sia gay. Un finale salomonico accontenterà un po’ tutti, un po’ meno il padre che dirà al figlio se “almeno lui sia l’uomo”. Lo spettacolo, con scene e costumi di Velia Gabriele, è stato accolto molto favorevolmente dal pubblico del Teatro Brancati (repliche sino al 27 aprile) tributando al quintetto dei protagonisti, davvero bravi, applausi da stadio.-
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

Torna su

 

Intervista a
Tuccio Musumeci
di Gigi Giacobbe

CATANIA.- Al Brancati stavolta è andato in scena il compleanno di Tuccio Musumeci, legittimo erede dei grandi comici del passato come Grasso e Musco, in una serata di auguri per il singolare attore catanese che compiva 80 anni. Erano tantissimi martedì sera gli amici, i parenti, le attrici e gli attori, i registi, i giornalisti, i magistrati e le maestranze varie che hanno voluto rendergli omaggio sul palco e nella sala agghindata a festa con torte, champagne e regali d’ogni tipo. Miko Magistro ha letto una poesia di Renato Papa dandogli appuntamento per i 90 anni e lo stesso Musumeci lo incalzava dicendo che “quest’anno la Pasqua è coincisa col mio compleanno, Gesù risorge e io ringiovanisco”. Per Nino Frassica “ è stato un punto di riferimento, un maestro del far ridere in Teatro, tutte le volte che l’ho visto in scena ho cercato di rubargli i trucchi del mestiere che spesso rimangono nascosti”. Per Pippo Pattavina “ Tuccio è un pezzo della mia vita; ci chiamavano Pattameci e Musupatta, l’uno si integrava nell’altro, una simbiosi di vedute non solo teatrali che è durata a lungo, eravamo due macchine da guerra inarrestabili. Tuccio è un pezzo di me e della mia carne”. Per Pippo Baudo, compagno d’avventure sin dagli esordi “ è stato un rapporto carico di esperienze che mi ha arricchito moltissimo e se sono riuscito a fare quello che ho fatto lo devo a questo incontro scoppiettante tra me e lui, in piena sintonia di pensieri, di illusioni e di sogni, insomma il nostro è stato un matrimonio felice”.

Se l’aspettava questa festa preparata di nascosto dai suoi amici?

« Debbo dirle in verità che un po’ me l’aspettavo, anche se non con questa magnificenza e con tutti questi amici come Celano, Frassica e Baudo e che sono venuti da fuori ».

Come ci si sente ad avere 80 anni?

« Le sembrerà strano, ma non me ne sono accorto. A me pare d’avere 40 anni. Forse perché in vita mia ho sempre scherzato, come un fatto connaturato, genetico forse: come quando chiedevo a mio padre dove avesse comprato quella sua camicia gialla e lui mi rispondeva d’averla presa in una bancarella ».

Il Teatro allunga la vita?

« Se tu fai una vita d’ufficio ti appassisci e crolli. Nel nostro mestiere vivi a lungo perché cambi personaggio, lavori sempre e hai moltissime vite. Prenda Albertazzi che ancora a 91 anni lavora ed è lucidissimo, così come sono stati lucidi e longevi sino all’ultimo Calindri e Foà. Io lavoro sempre anche a casa, non sto mai fermo e poi prendo esempio da Eduardo De Filippo che da giovane interpretava ruoli da vecchi e da adulto poi non si accorgeva d’essere diventato vecchio ».

Cosa pensa di tutte queste donne che lo abbracciano e le fanno gli auguri?

« Forse lo fanno pure perché capiscono che sono diventato innocuo e non hanno nulla da temere ».

Cosa pensa guardandosi intorno?

« Che arrivato alla mia età puoi dire quello che vuoi: che i politici che oggi vanno in televisione non parlano di cultura, in particolare di quella siciliana che l’ha esportata dappertutto. Che nella prima repubblica nonostante tutto si respirava cultura. Che non è vero che con la cultura non si mangia, semmai è con l’ignoranza che muori di fame ».

Si ricorda a quanti spettacoli ha preso parte?

« Una ragazza in una sua tesi di laurea su di me ha scritto che io ho preso parte a circa 300 spettacoli e ha pure aggiunto che nel 1958 commentavo alla Rai il Giro d’Italia di ciclismo, io non lo ricordavo più ».

E fra questi quali ricorda all’istante e con piacere?

« Certamente Pipino il breve di Tony Cucchiara che l’ho fatto in tutto il mondo per cinque anni e poi Piccolo grande varietà, uno spettacolo d’un paio d’anni fa qui al Brancati, una sorta di tuffo nel passato perché è stato proprio con Pippo Baudo e con l’avanspettacolo che è iniziata la mia vita teatrale ».

____________

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Giovanna Battaglia
intervista a Giovanna Battaglia, Musa ispiratrice di Massimo Mollica
di Gigi Giacobbe

Giovanna Battaglia dopo aver fatto Teatro per quasi 25 anni accanto al suo pigmalione, Massimo Mollica, non disdegnerebbe di continuare a farlo con quanti le offrissero opportunità e ruoli adeguati. Se ne sta intanto in abiti neri, come i suoi capelli stirati all’insù, quasi un cameo, nella sua confortevole casa di Messina, accanto ad altarini, simili a piccole scene, ricchi di foto, locandine, libri e copioni, fra tanti dipinti e ritratti, di Ghersi in particolare, che la ritraggono con chi in tutti quegli anni le ha dato l’opportunità di esprimere le sue doti di attrice di razza. “ Sin dal primo momento Mollica – dice con orgoglio misto a commozione – ha creduto che io avessi talento e mi ha permesso di esprimerlo. Gli anni trascorsi accanto a lui non sono stati di privazioni di altre esperienze, come si può pensare, bensì di arricchimento e di studio, di scoperta e conoscenza di un uomo e di un “teatrante singolare” – come lei ha scritto dopo la sua scomparsa nel maggio dello scorso anno – da cui ho preso più che potevo”.

E dunque cos’è stato per lei Massimo Mollica?

« E’ stato il mio “insegnante privato” di Teatro, una scuola durata più d’un ventennio, chi può permetterselo? Sono rimasta fedele al suo Teatro sino alla fine, riconoscente e grata per la stima che nutriva per me ».

Andiamo un po’ a ritroso: lei è figlia d’arte ?

« Assolutamente no, i miei genitori erano ristoratori girovaghi, io sono nata a Napoli, sono figlia unica, ho sposato un militare, ho due figlie un nipotino di un anno e mezzo e non le dirò mai quanti anni ho ».

Vedo che è molto parca nel parlare del suo privato. Mi dica almeno se ha fatto qualche scuola di Teatro!

« Non ho fatto alcuna scuola, neppure l’Accademia, solo qualche laboratorio scolastico ».

E allora da dove le nasce tutto l’amore per il Teatro?

« Forse da un mio insegnante di lettere che mi ha fatto amare la letteratura, Dante in particolare, o forse da mia madre che mi portava al Cinema e mi ha fatto amare attori come De Sica, Totò, Eduardo, Anna Magnani e mi spiegava i film e l’arte del recitare ».

Lei è battagliera come il suo cognome?

« Il mio vero cognome è Fatone, ma non piaceva a Mollica, il quale diceva che bisognava mettere un cognome di battaglia e da qui è nato il mio nome d’arte, appunto Battaglia ».

Mi parli un po’ dei suoi inizi. Quando comincia a fare Teatro?

« Sentivo di voler fare Teatro e allora decisi d’andare allo Stabile di Catania. Poi un amico di mio marito, Piero Maglia, mi disse che potevo farlo pure a Messina e mi fece conoscere Massimo Mollica. Questo accadeva alla fine degli anni ’80 ».

Quale fu il suo primo spettacolo?

« Fu con il San Giovanni decollato di Nino Martoglio: uno spettacolo brutto che andò malissimo».

Poi successivamente cosa avvenne?

« Poi vennero tanti successi, almeno una cinquantina di spettacoli andati in scena tutti al San Carlino e al Teatro Pirandello ».

Quali ricorda in particolare?

« I sei personaggi in cerca d’autore e Il berretto a sonagli di Pirandello, Elena e la gioia di vivere di Roussin, Il re muore di Ionesco, Per un po’ di tenerezza di Nicolaj».

Quando Mollica ricevette lo sfratto e dovette lasciare il San Carlino quale fu la sua reazione?

« D’una profonda tristezza, anche perché Massimo ne aveva fatto una bomboniera e aveva agghindato il Teatro con delle poltroncine rosse, “come quelle della Scala” – si vantava - . Ma non ci perdemmo d’animo. Andammo in giro a cercare delle aree dove poter mettere un tendone. Io giravo col metro a prendere le misure. Fu un periodo turbolento frenetico che si acquietò quando riuscimmo a trovare un teatrino all’interno della “città del Ragazzo” al quale Massimo dette il nome di “Teatro Pirandello” ».

Cosa provava ad essere per Mollica la musa ispiratrice, la prima donna sulla scena, la compagna fedele su cui lui poteva contare incondizionatamente?

« Certamente una bel riconoscimento. Mi sentivo fiera di rappresentare quello che lei dice. Ma guardi che io ho fatto altro ».

Cosa?

« La donna delle pulizie, scopavo e lavavo la sala, mettevamo a posto le sedie, le scene, i costumi, i testi teatrali, le musiche, tutte quelle cose insomma che ruotano attorno all’evento spettacolo. E queste cose le facevamo con Massimo con umiltà e grande rispetto ».

Cosa prova quando è sulla scena?

« Una profonda gioia, anche perché penso che se io riesco a far comprendere al pubblico le parole e il pensiero dell’autore, lo rendo contento e uscirà soddisfatto dal Teatro».

Dalla scomparsa di Mollica è salita più su un palcoscenico?

« Qualcosina nello spazio dell’Avantgard di Rosalba Lazzarotta».

Che cos’è il Teatro per lei ?

« Il Teatro è mistero e sopravvivenza, perché quel mistero ti fa sopravvivere».

 

Questa intervista è stata pubblicata sul n° 3, 2014 di Moleskine

 

 

Torna su

 

 

Teatro Musco di Catania
Foemina ridens
di Giuseppe Fava
regia Giovanni Anfuso

con
Guia Jelo e Miko Magistro

scene di Giovanna Anfuso
costumi di Riccardo Cappello
musiche originali di Mario Incudine
movimenti di Scena di Donatella Capraro
luci di Franco Buzzanca

Produzione Teatro Stabile di Catania

Il Teatro Stabile di Catania nonostante la crisi economica e gli attori a paga ridotta, riesce a produrre spettacoli interessanti e di un certo spessore drammaturgico. Come nel caso di Foemina Ridens di Giuseppe Fava, scritto quattro anni prima del suo feroce assassinio per mano mafiosa il 5 gennaio 1984, andato in scena con successo nel Teatro Musco con una formidabile coppia di attori quali sono Guia Jelo e Miko Magistro. Protagonisti di due strampalati girovaghi segnati da un’esistenza narrata senza un ben preciso ordine cronologico, adeguandosi la regia di Giovanni Anfuso ad esaltare il pensiero di Fava e i suoi mirabolanti e ustionanti flash esistenzialisti. Pupa e Orlando, questi i loro nomi, vivono ai margini della società. Lei a 16 anni rimane in cinta d’un bandito ucciso poi dalle forze dell’ordine. Accusata di complicità si fa 4 anni di galera. Incontra poi Orlando, l’uomo della sua vita, col quale avrà sempre un rapporto conflittuale. Con le loro performances clownesche in giro per vicoli e piazze vivono male e mangiano poco. Lei farà la puttana, lui il ladruncolo. A volte somigliano Gelsonina e Zampanò de La stada di Fellini, in altri momenti sembrano Manfredi e la Santella di Brutti sporchi e cattivi di Scola. Una vita di stenti e di lordure, con Miko Magistro che esalterà con grande bravura i vari personaggi nei quali s’infilerà, sempre sgamato da Guia Jelo in sottana nera ( i costumi sono di Riccardo Cappello), la quale a sua volta in quel finale da antologia, scandito da una cascata di applausi - profetica la sua battuta “noi moriremo di fame, oppure assassinati dalla mafia?” - apparirà con un viso trasfigurato, quasi una maschera espressionista che ride piangendo o piange ridendo, sviscerando il suo istinto di mater-dolorosa quando dirà di voler pulire il corpo del figlio ammazzato dai poliziotti, come se davanti a lei giacesse il bianco cadavere del Che ucciso dai militari boliviani. Le scene “povere” erano di Giovanna Giorgianni, le musiche di Mario Incudine, in alcuni momenti troppo invasivi i suoni di fisarmonica sulle voci dei protagonisti, attorniati in tre momenti da un trio di figuranti che potrebbero anche non apparire.-
Gigi Giacobbe


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

Intervista a
Giorgio Bongiovanni
di Gigi Giacobbe

« Sono nato a Messina e faccio l’attore sin da quand’ero ragazzo. Mio padre era il direttore del Conservatorio Musicale di Messina e mia madre, adesso in pensione, era un’insegnante di scuola media. Ho frequentato il Liceo classico del La Farina e non mi sono laureato il Filosofia. Ho un fratello che fa l’avvocato a Milano e anch’io ormai vivo in questa città». A parlare è Giorgio Bongiovanni che incontro al Palacultura Antonello di Viale Boccetta ospite dell’Accademia Filarmonica con lo spettacolo “Mozart e Salieri-Requiem” in cui oltre che regista s’aggira sulla scena nei panni neri di Salieri. « E’ una produzione dell’Associazione Culturale Decimacasa – dice Bongiovanni - che ho fondato nel 2010 con Bianca D’Amato e Antonio Anselmi. Ci piace sperimentare una forma di spettacolo misto tra Teatro e Musica, che valorizzi musica e testo proprio con la stretta concordanza tra capolavori musicali e letterari. È proprio il caso di questo “Mozart e Salieri. Requiem” in cui convivono in scena la tragedia di Puskin (che poi costituirà il modello del mito della morte di Mozart) e il “Requiem” di Mozart. Ma la particolarità sta anche nell’esecuzione del “Requiem” in una forma “da camera”, la bellissima trascrizione di Lichtenthal, che offre una affascinante e potente versione per quartetto d’archi. Non è solo un concerto e non è solo uno spettacolo teatrale: è entrambe le cose, in una forma che suggerisca la messinscena tramite pochi oggetti e alcuni elementi di costume ».

Facciamo un passo indietro: come nasce in te l’idea di fare Teatro?

« L’idea nasce senza una ragione ben precisa, come tante idee nascono negli adolescenti per curiosità, per provare qualcosa di nuovo, forse per gioco: frequentavo la scuola media Cristo Re a Messina e, insieme ad altri compagni di classe, scopriamo che nell’istituto c’è un teatro, una sala che veniva usata per manifestazioni, premiazioni, feste… Così chiediamo al sacerdote il permesso di utilizzare il teatro per recitare una commedia. Il permesso ci viene accordato a patto di frequentare l’oratorio: così la domenica andavamo a messa e poi facevamo le prove in teatro, assistiti dal prete/regista. Tra quei compagni di classe c’era Giovanni Moschella, con cui comincerò a coltivare questa passione sin dall’età di tredici anni. Giovanni è stato un compagno fondamentale nei miei primi anni di Teatro. I sogni spesso crescono quando sono condivisi; sognare (o giocare) da soli e più difficile ».

Quando cominci a fare Teatro?

« Il Teatro “vero e proprio” (intendo fuori dell’oratorio) io e Giovanni cominciammo a farlo subito dopo, all’età di 15 anni, quando entrammo in contatto con alcune compagnie amatoriali della città e, dopo di queste, con l’ambiente teatrale professionale. Ricordo un notevole “fervore teatrale” negli anni ’80 a Messina, tra compagnie amatoriali e professionali: dalla Compagnia Giovane Mondo capitanata dal vulcanico Cesare Augusto, entrammo in contatto con altre figure di “teatranti” messinesi; fino all’incontro, che probabilmente ha dato la svolta decisiva alla nostra carriera, con Maurizio Marchetti che allora dirigeva l’ASTEC - Stabile del Giovani. Nel 1984 ricordo la mia prima scrittura teatrale (15.000 lire al giorno) e la nuova, strana sensazione di ricevere dei soldi per fare qualcosa che per me era ancora molto simile a un gioco d’adolescente.

Come hanno preso i tuoi genitori questa tua scelta di vita?

« Certo, con un po’ di timore e apprensione in un primo momento, ma sempre con grande rispetto. Sulle prime era un passatempo che toglieva tempo allo studio, dunque capisco che potesse essere guardato con sospetto; ma quando la cosa diventò più seria e impegnativa i miei dimostrarono grande disponibilità e fiducia, accettando che mi allontanassi da Messina per una vita sconosciuta e incerta. Mi aiutarono molto con il loro appoggio ».

Quali sono stati i primi spettacoli a Messina e con chi li hai fatti?

« Se non consideriamo il periodo “amatoriale” tra i 13 e 17 anni (periodo in cui sperimentai, sempre insieme a Giovanni Moschella, i primi testi di Martoglio, Pirandello, Scarpetta), posso dire di aver debuttato proprio sotto la guida di Maurizio Marchetti in uno spettacolo per bambini, una sorta di contro-favola che parodiava le favole tradizionali in una forma scanzonata e brillante: “C’era una volta, la vera storia di Cappuccetto Grosso e Cinerantola”. Ma la prima esperienza importante avvenne nel 1985, quando fui scelto (sempre insieme a Giovanni Moschella con cui ormai condividevo un lungo sodalizio artistico) per far parte della compagnia de “La corda a tre capi” la commedia che Arnoldo Foà metteva in scena prodotta dall’ASTEC di Marchetti. Fu la mia prima grossa esperienza professionale: all’età di 18 anni mi ritrovai ad affrontare una tournée di mesi con attori professionisti. Tutto sembrava davvero un sogno, qualcosa d’impossibile da immaginare fino a pochi mesi prima; lasciare Messina per recitare in decine di teatri diversi, ogni giorno una città nuova, Palermo, Catania, Enna, Napoli, Salerno, Isernia…».

Perché sei andato via da Messina?

« Questa è una domanda dolorosa. Rispondere purtroppo è facile quanto triste. Forse anche banale. Lasciai Messina per lo stesso motivo per cui la lasciarono la maggior parte dei miei amici del tempo: ciascuno seguendo i propri sogni, i propri desideri, tutti diversi, lungo strade che però, fatalmente, conducevano tutte fuori Messina. Questo è triste, ma era così, sarebbe ipocrita negarlo: per realizzare qualcosa di “particolare” bisognava guardare lontano, fuori da Messina, fuori dalla Sicilia. Non so se adesso sia ancora così: forse non più, o forse in misura minore. Ma questo forse fa parte della nostra secolare cultura isolana, non è certo una novità. Mi ricordo che i primi tempi che vivevo a Milano vidi al cinema “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore; fui folgorato perché quel film parlava di me, della mia storia! E ho dolorosamente impresse nella memoria le parole che il vecchio Philippe Noiret diceva al giovane cineasta in partenza per Roma in cerca di fortuna. Lo afferrava per la testa e gli sussurrava con cattiveria all’orecchio: “Vattìnni! Chista è terra maligna!… Vattìnni, non ti voltare… non ti fare fottere dalla nostalgia.” Parole terribili! Ma bisogna farci i conti con queste parole. Vorrei tanto che oggi non fosse più così… ma tante volte è necessario non voltarsi, almeno per un po’. E questo non significa non amare la propria terra ».

Quali consigli dai a chi vuole intraprendere questo lavoro?

« Ah, beh… consigli non sono certo io a poterne dare; io vorrei ancora qualcuno che li desse me. Ma sempre il vecchio Alfredo, Philippe Noiret nella stessa scena di “Nuovo Cinema Paradiso”, mi pare che consigliasse al giovane: “Qualunque cosa fai, amala!” Questo vale per tutti, certo, e soprattutto per questo lavoro. Un’altra cosa che i grandi Maestri mi hanno insegnato (oltre l’amore, o forse proprio conseguenza di quell’amore) è l’onestà intellettuale, l’approccio “onesto”, “sincero” con questo lavoro, senza cercare di “fregare” gli altri, i colleghi, il pubblico, o peggio il Testo: cercare di capire qual è la strada migliore, più onesta, più sincera, il che significa studio, pazienza e umiltà. Forse - capisco - non sarà la via più facile per il guadagno e per la popolarità; dunque forse non è un buon consiglio per un giovane in cerca di successo. Ma è l’unica cosa che mi sentirei di dire oggi: non cercare scorciatoie, percorrere tutta la strada, anche se lunga e faticosa ».

Mi pare che tu vai a Milano e inizi a vivere e lavorare qui. Come sono stati gli inizi?

« Non fui io a scegliere Milano: potrei dire che allora Milano scelse me, e oggi me ne considero fortunato. Io puntavo a Roma che sentivo più vicina geograficamente, culturalmente… a Roma c’ero già stato a recitare, avevo amici, parenti… Milano invece era un luogo sconosciuto, quasi straniero. Ma nel 1986, nel pieno del mio giovanile entusiasmo teatrale, feci contemporaneamente le audizioni all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e alla Scuola di Teatro del Piccolo Teatro di Milano. Passai entrambi le prime selezioni; ma alle successive fui respinto a Roma, mentre venni ammesso a Milano. Dunque non scelsi io, scelse Milano. E naturalmente dovetti affrontare l’esperienza della vita fuori dalla famiglia a 21 anni. Ma non per questo posso parlare di inizi duri o vita di stenti. Non sono questi i problemi della vita, non ci raccontiamo storie: questo è il normale iter di un essere umano che deve affrontare la vita prima o poi. E l’entusiasmo dei 20 anni fa scalare le montagne a mani nude, altro che vita di stenti: io sono stato un privilegiato ».

Quali i primi spettacoli in questa città?

Già durante i primi tre anni di scuola partecipai insieme a tutti i miei compagni al grandioso progetto del “Faust” di Goethe che Strehler metteva in scena al Teatro Studio. Durante il giorno facevamo lezione nelle aule della scuola (otto ore al giorno di recitazione, canto, mimo, danza…) e al pomeriggio fino a notte fonda facevamo le prove con Strehler in teatro. È stato un periodo indimenticabile, tra l’88 e il ’91, una esperienza umana e lavorativa impagabile che veramente ha segnato la mia vita ».

Com’è che conosci Strehler e inizi a lavorare al Piccolo di Milano?

« Strehler era il fondatore della Suola di Teatro che si inaugurava appunto nel 1987. Insegnava anche a Scuola talvolta, ma soprattutto si lavorava con lui in palcoscenico, oppure si andavano a seguire le sue prove al Piccolo, alla Scala… Le prove con Strehler sono state le lezioni di Teatro più preziose e indimenticabili della mia vita. In quel periodo toccai con mano la potenza e la necessità del teatro, provai quanto sconvolgente può essere uno spettacolo. Gli spettacoli di Strehler non erano solo belli, erano pugni in pancia, si usciva dal teatro stravolti, emozionati, felici… insomma diversi! Lo spettacolo ti aveva cambiato per sempre, ti aveva mostrato qualcosa di fondamentale della tua stessa vita, come davanti a uno specchio impietoso. Dopo i tre anni di scuola rimasi a lavorare al Piccolo Teatro perché Strehler mi riconfermò per alcuni ruoli anche successivamente: “Il campiello” di Goldoni, “L’eccezione e la regola” di Brecht, “Madre coraggio di Sarajevo” di Brecht…».

Il tuo più grande successo è stato (mi pare) Arlecchino servitore di due padroni ( mi pare tu fai Pantalone?) di Goldoni. Quante volte l’hai fatto? Non t’è venuto a noia?

« Sì, Arlecchino avrebbe bisogno di una intervista a parte. È davvero una esperienza di vita. Inizialmente fu il saggio di fine corso della Scuola, ma diventò subito uno spettacolo che fece il giro del mondo. Debuttai nel ruolo di Pantalone nel 1991 e tuttora, dopo 25 anni, lo recitiamo. Per questo è difficile parlarne in poche righe; in poche righe non si può riassumere una vita. Forse alcuni numeri possono solo dare l’idea dell’esperienza umana e professionale che questo spettacolo significa per me: quattro edizioni diverse, quasi 1.200 recite ad oggi, decine di paesi visitati di tutti i continenti (tutta l’Europa, Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Cile, Cina, Giappone, Corea, Hong Kong, Algeria, Egitto, Israele…), una settantina di attori che si sono alternati in palcoscenico. Si può facilmente immaginare quanto possa arricchire professionalmente una esperienza del genere, recitare di fronte a platee così lontane ed eterogenee, entrare in rapporto con culture e persone così diverse e nuove. Di Arlecchino si potrebbe parlare per ore… forse un giorno avremo il tempo di farlo».

Oltre che attore e pure regista hai scritto un romanzo? Parlane brevemente.

« Questa è stata un’atra scommessa con me stesso di alcuni anni fa. Pensai di scrivere un soggetto per il teatro o per il cinema partendo da una storia vera a cui mi ero appassionato: il processo a Giovanna Bonanno, la “vecchia dell’aceto”, celebrato a Palermo nel 1788. Ma scrivendo, studiando, andando a scoprire e consultare i documenti originali dell’epoca, il progetto mi crebbe tra le mani e diventò qualcosa di più complesso. Decisi di farne un romanzo che parlasse non solo della Palermo e della Sicilia di fine ‘700, ma che permettesse anche di riflettere su alcuni temi universali, partendo da una storia antica dal sapore di favola. Una favola amara ma terribilmente autentica, dove felicità e disperazione si mischiano, convivono e si confondono sullo sfondo del tramonto dei fasti borbonici e degli albori illuministici. Fu pubblicato da Marinotti nel 2010. Ma il mio sogno resta, comunque, di portarlo in scena primo o poi… Chissà ».

Per finire, un cenno sulle tue altre attività di regista, insegnante di Teatro…successi all’estero…cinema e televisione.

« Sì, oggi in periodo di crisi economica e culturale (crisi di cui, d’altra parte, sento parlare da trent’anni, da quando cominciai a occuparmi di Teatro) è necessario diversificare gli interessi e allargare lo spettro lavorativo. Ma è anche vero che mi hanno sempre interessato tutti gli aspetti dell’arte scenica: Teatro, Cinema, Musica, regia, scrittura, insegnamento… e provo, per quel che posso, a dedicarmi a quante più cose possibili. Oltre all’attività d’attore, la regia lirica mi impegna da tempo: a Spoleto ho messo in scena negli ultimi anni diverse opere (dall’ ”Elisir d’amore” di Donizetti a “Don Falcone” di Jommelli, “La favola dei tre gobbi” di Ciampi/Goldoni…), e l’anno scorso ho diretto “Il matrimonio segreto” a Tallinn, in Estonia. Ma contemporaneamente insegno spesso, soprattutto all’estero, Masterclass di Commedia dell’Arte, in Scozia, Russia, Estonia… La televisione l’ho fatta raramente, ma è quello che poi dà maggiore visibilità: “Il Commissario Montalbano”, “Le ragazze dello swing”, “L’avvocato Guerrieri”, “Eroi per caso”…».-

 

 

Torna su

 

 

al Teatro Biondo di Palermo dall'8 al 13 aprile 2014

Lucio
di Franco Scaldati
regia Franco Maresco

con
Gino Carista, Melino Imparato
e la partecipazione straordinaria di
Mimmo Cuticchio

scene e costumi Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza
musiche Salvatore Bonafede

produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

« I miei spettacoli tendono sempre ad essere al buio con dei bagliori. Le cose estremamente luminose sembrano non appartenermi, a meno che non sia il sole a dare la luce» - diceva Franco Scaldati l’attore e drammaturgo originario di Montelepre ma residente da sempre a Palermo scomparso l’anno scorso all’età di 70 anni-. Un’indicazione profetica la sua, messa in atto quasi alla lettera da Franco Maresco ( filmaker palermitano noto per Cinico Tv al Fuori orario di Ghezzi, un paio di memorabili pellicole assieme a Daniele Ciprì) regista adesso per conto del Teatro Biondo che l’ha prodotto di Lucio (in scena sino a domenica 13 aprile e molto applaudita alla fine), forse la più poetica pièce di Scaldati assieme a Il pozzo dei pazzi. Sul palcoscenico un trio di attori anch’essi targati Palermo (Mimmo Cuticchio, Melino Imparato e Gino Carista) che si dividono i ruoli dei sei personaggi del testo, sorvolando sui due topi di pezza Ziù e Ziè che occupano solo qualche paginetta. Non succede niente nei 70 minuti del visionario spettacolo che sembra vaporizzarsi ad ogni cambio di scena. Tuttavia il pubblico rimane affascinato dai personaggi che lo abitano. Lucio è un commediante gobbo con un braccio morto, perdutamente innamorato di Illuminata sciancata e anche lei commediante – si noti il contrasto dell’assunto con i nomi dei due personaggi che irradiano luce – Li vediamo all’inizio dopo il suono d’una fisarmonica che intona la canzone di Chellallà-Chellallà, dialogare sotto forma di due ombre dietro due schermi che evidenziano i loro contorni fisici. In realtà sono Imparato e Carista che passando il testimone a Cuticchio, prendono le sembianze clownesche di Pasquale e Crocefisso: una coppia divertente e metafisica da teatro beckettiano che disquisisce su massimi sistemi: se sia vero che quando piove muore la luna che somiglia ad un pallone arroccato o che le sue figlie che sono le stelle sono simili a dei palloncini bianchi, o che il mare che è come l’acqua finisca dove comincia il cielo. Da canto suo Cuticchio che dà voce a Lucio e Illuminata, fa muovere due stole colorate con impresse un uomo e una donna che tiene a tracollo come fossero i suoi pupi di legno e lo stesso farà quando porterà quasi in processione i due simulacri di Ancilà e di Ancilù con corona illuminata in testa, rese miniaturizzate in secondo momento. Uno spettacolo che Maresco tratta come se stesse girando un video d’arte o imbastendo un’installazione d’una fiaba noir, con Imparato e Carista seduti su due sedie uno di fronte all’altro mentre ai loro lati quattro schermi riproducono dagherrotipi e foto in cornici ovali e immagini forse d’una Palermo di relitti umani e nubi nere e tempestose che non promettono nulla di buono. Le scene e costumi erano di Cesare Inzerillo e Nicola Sferruzza, le luci di Cristian Zucaro, le musiche di Salvatore Bonafede.-
Gigi Giacobbe

 

 


foto Antonio Parrinello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro Angelo Musco di Catania

Testa di Medusa
di Boris Vian
traduzione Massimo Castri e Maria Grazia Tapognani
regia Ezio Donato

con
Miko Magistro, Olivia Spigarelli,
Giampaolo Romania, Riccardo Maria Tarci, Francesco Russo

scene Giovanna Giorgianni
costumi Dora Argento
luci Franco Buzzanca
musiche Carmen Failla

Scrivi una canzone e diventi immortale. Questo è successo al poliedrico artista francese Boris Vian che fu musicista jazz, cantautore, attore, inventore, corridore automobilista, romanziere, anche con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, e artefice d’una decina di lavori teatrali. La canzone antimilitarista in questione che è una lettera rivolta ad un fantomatico presidente che farebbe bene a dare lui il suo sangue in guerra e non quello di tanti giovani innocenti, fu censurata, tradotta in molte lingue, cantata poi da Luigi Tenco, Ornella Vanoni, Ivano Fossati, Serge Reggiani, Michel Piccoli, pure Joan Baez e tanti altri, s’intitola Le déserteur ( Il disertore) e Vian la scrisse nel 1954, cinque anni prima che l’eterna nemica falciasse il suo fragile corpo di appena 39 anni, mentre si trovava in un cinema parigino a vedere un film tratto da un suo romanzo. Lo stesso Ezio Donato minuzioso regista dello spettacolo Testa di Medusa (1951) accolto al Musco con molti applausi non può fare a meno di farla strimpellare al piano da Giampaolo Romania (nei panni dello spasimante Claudio Vilebrequin che nell’originale è un indossatore e non un musicista) mentre da una vecchia radio di radica s’ode in francese che la guerra in Indocina si sta concludendo e sta per iniziare la grana in Algeria. Canzone e fatti non inseriti nel testo ma che possono starci tutti benissimo, compresa la canzone-valzer Sous le ciel de Paris cantata da Edith Piaf. La pièce di Vian di stampo surrealista, molto vicina al “Teatro dell’assurdo” di Beckett e Ionesco, racconta dello scrittore e grossista di segatura Antonio Bonneau (quello del bravo e misurato Miko Magistro) che ridotto precocemente all’impotenza, costringe la moglie a cambiare amante ogni sei mesi e sei giorni, perché solo soffrendo così può trovare la giusta ispirazione. La moglie Lucia, cui Olivia Spigarelli chiusa nel suo drappeggiato abito bordeaux le conferisce un’allure perfetta e un glamour che pietrifica, è fedele al primo amante André Dupont alias Franco Lopez (con viso e testa fasciata quello di Riccardo Maria Tarci) che si sottopone in 16 anni a ben trenta operazioni di plastica per trasformarsi in altrettanti presunti seduttori. Un “triangolo” allargato che diventa un “quadrangolo” allorquando quel pianista da strapazzo alla fine convincerà la donna a fuggire con lui. I personaggi, cui si aggiunge il caricaturale chauffeur Carlo (Francesco Russo), si muovono in un salotto deco con pochi arredi e un portaombrelli sempre tra i piedi (scene di Giovanna Giorgianni), mentre i costumi sono di Dora Argento e le musiche di Carmen Failla.-
Gigi Giacobbe

questa recensione è stata pubblicata sulla Gazzetta del Sud giovedì 27 marzo 2014

 

 

 

Torna su

 

Prima Nazionale: 11febbraio 2014, Teatro Eliseo, Roma
al Verga Teatro Stabile di Catania dal 18 al 23 marzo 2014

Il gioco delle parti
da Pirandello
Adattamento: Valerio, Orsini, Balò
Regia: Roberto Valerio

con
Umberto Orsini e Alvia Reale
Michele Di Mauro, Flavio Bonacci, Carlo De Ruggieri, Woody Neri

Scene: Maurizio Balò
Costumi: Gianluca Sbicca
Luci: Pasquale Mari

Per Pirandello, la verità, al pari di Gorgia da Lentini è inconoscibile e incomunicabile. Dunque non è mai una sola. Come ne Il gioco delle parti (1918) in scena al Teatro Verga, con un grande Umberto Orsini nella pelle di Leone Gala, in cui il più antico, usurato ma sempre vivo triangolo – lui lei l’altro – non può passare solo come una semplice storia di corna. Certamente il dramma potrebbe essere la raffinata vendetta d’un marito geloso nei confronti dell’amante della moglie: infatti mentre accetta la sfida di battersi con la spada con l’insolente marchesino Miglioriti che ha mancato di rispetto alla moglie ( figura non prevista in questa messinscena, così pure il drappello dei tre ubriachi, antesignani quasi di quei teppistelli Kubrickiani di Arancia meccanica ) lascia all’amante il compito di duellare e perire, perché è costui in quel momento a vestire i panni del “vero” marito. Tuttavia potrebbe essere il sottile gioco d’un marito disincantato e calcolatore che ha scoperto il senso della vita nel vedersi vivere o che ha capito tristemente l’impossibilità d’un rapporto a due o d’intenderlo in un modo diverso, così come dirà Leone Gala alla moglie Silia: «Noi non siamo mica separati. Viviamo in perfetto accordo, divisi…». Potrebbe persino essere un esempio di rapporto sado-maso oppure uno spettacolo “crudele” alla maniera di Artaud. Potrebbe infine essere, buñuelamente, l’aver capito i protagonisti che la libertà non esiste e che è solo un “fantasma”. Potrebbe essere tante altre cose ancora, a seconda di chi vive la propria vita, appunto secondo Il gioco delle parti. Temi sempre attuali che la fresca e innovativa regia di Roberto Valerio ha reso lucidamente, spogliando il testo pirandelliano da quelle aure salottiere di “Teatro borghese” e calandolo in una realtà manicomiale, in cui i fatti sono già avvenuti e il protagonista li ri-vive in continui flashback. Un successo scandito oltre che dalla presenza su sedia a rotelle d’un carismatico Umberto Orsini, che con fine lucidità modula a suo piacere vocalità e sensibilità del paradigmatico personaggio, anche da un’ottima Alvia Reale, una Silia disperata, prorompente, fibrillante, erotica come una Lulu di Wedekind, avvolta nei raffinati abiti retro di Gianluca Sbicca, mentre echeggiano lontani motivi della Carmen bizettiana. Convincente e un po’ rude Michele De Mauro nel ruolo dell’amante Guido Venanzi e lodevoli gli apporti di Flavio Bonacci, Carlo De Ruggieri, Woody Neri. Ottanta minuti filati, rispetto ai tre atti originari, con l’unica scena di Maurizio Balò, quasi un’ovattata sala d’ospedale, raffigurata come un dipinto di Hopper, in cui è ben visibile in alto un lampadario deco con tre fioche luci a palla: una “stanza della tortura” descritta già da Giovanni Macchia, che diventa per Orsini e compagni una “sala della follia”, col protagonista collocato in un aldilà immaginario dove la ragione convive con la pazzia e ascolta smarrito gli ottoni d’una marcia funebre.-
Gigi Giacobbe

 


Foto Giuseppe Messina

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

al Teatro Brancati di Catania
Non ti pago
di Eduardo De Filippo

regia Armando Pugliese

con
Tuccio Musumeci, Olivia Spigarelli, Chiara Seminara, Riccardo Maria Tarci
Valentina Ferrante, Giovanni Rizzuti, Loredana Marino, Elisabetta Alma
Agostino Zumbo, Turi Giordano, Angelo D'Agosta, Fabio Costanzo

scene Riccardo Perricone
costumi Dora Argento

Teatro Brancati dal 6 al 23 marzo 2014

Quando alla fine di Non ti pago (1940) di Eduardo De Filippo, i dodici protagonisti capitanati da Tuccio Musumeci, sempre una formidabile macchina di comicità, nei panni del protagonista Ferdinando Quagliuolo, vengono avvolti dal numeroso pubblico del Teatro Brancati da applausi calorosi e scroscianti, si ha la sensazione che gli attori sul palco e gli spettatori in sala siano uniti in un grande abbraccio. Una sorta di “miracolo” che avverto ogni volta che vedo uno spettacolo in questo Teatro privato, diretto con acume e intelligenza da Orazio Torrisi e dallo stesso Musumeci. Un Teatro in attivo, che visti i tempi magri, può permettersi di utilizzare in una sola volta una dozzina di attori, d’allestire scene ( quelle di Riccardo Perricone ) che non sono solo quinte nere, di vestire gli attori con costumi adeguati (quelli di Dora Argento) e d’assegnare la regia ad uomo colto e ricco d’esperienza qual è Armando Pugliese. Il lavoro di Eduardo, scritto durante il secondo conflitto mondiale, trasposto qui in dialetto catanese, è incentrato su un cavillo apparentemente banale, che trova nel gioco del lotto e nella cabala un terreno di coltura fecondo e rigoglioso per alimentare la superstizione e la magia nella cultura popolare. Il Non ti pago del titolo è la frase perentoria rivolta da Ferdinando-Musumeci al proprio dipendente del banco del lotto, Mario Bertolini ( Giovanni Rizzuti) che è riuscito ad indovinare una quaterna milionaria sulla ruota di Napoli, grazie ai quattro numeri datigli in sogno dal defunto gestore del banco, padre di Ferdinando. In sostanza lo “spirito del defunto”- questo il cervellotico ragionamento di Ferdinando - credendo di dare i numeri fortunati a lui li ha dati invece al nuovo proprietario del suo appartamento. E cioè a quel giovane fortunato “Gastone” disneyano, che è riuscito con altre vincite al lotto a comprarsi l’appartamento del suo principale, che con tutti gli sforzi astronomici e metereologici che fa in compagnia del suo gobbo aiutante Aglietiello ( Riccardo Maria Tarci) non riesce neppure ad infilare un semplice ambo. Un cavillo pirandelliano che dà vita ad equivoci, sciarre e riappacificazioni finali, pregni di ilarità, anche perché il giovane fortunato è il promesso sposo di Stella (Chiara Seminara) figlia di Ferdinando e della di lui moglie Concetta, dallo scilinguagnolo coloratissimo quello di Olivia Spigarelli. Un successo, con repliche sino a domenica 23 marzo, condiviso con gli altri bravi protagonisti che sono l’avvocato Turi Giordano e il prete Agostino Zumbo e poi Angelo D’Agosta, Fabio Costanzo, Loredana Marino, Elisabetta Alma e Valentina Ferrante.-
Gigi Giacobbe

questa recensione è stata pubblicata sulla Gazzetta del Sud giovedì 20 marzo 2014

 

 

Torna su

 

 

al Teatro Verga di Catania
Otello
di Luigi Lo Cascio
ispirato all’Otello di William Shakespeare

regia: Luigi Lo Cascio
scenografia, costumi e animazioni: Nicola Console e Alice Mangano
musiche: Andrea Rocca
luci: Pasquale Mari

con
Vincenzo Pirrotta - Otello
Luigi Lo Cascio - Iago
Valentina Cenni - Desdemona
Giovanni Calcagno - Il soldato

p roduzione
Teatro Stabile di Catania – ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione

Teatro Verga dal 20 febbraio al 16 marzo 2014

Un avvertimento per le donne coniugate con generali, boss, manager e uomini di comando. Cercate di non smarrire niente di ciò che vi appartiene. Non un pettine, né un rossetto e neppure un fazzoletto. Perché male ve ne incoglie. Infatti se l’oggetto in questione viene sventolato sotto il naso dei vostri mariti, attizzando in loro il germe della gelosia da colui o coloro che non hanno avuto riconoscimenti o avanzamenti di carriera, elargiti invece ad altri concorrenti, l’oggetto potrebbe essere utilizzato come prova della vostra infedeltà e le vostre vite potrebbero finire in un niente su un letto sfatto con la gola affogata o tagliata da una parte all’altra. E’ quanto accade giusto 410 anni fa nell’Otello di Shakespeare, allorquando Cassio viene promosso luogotenente da Otello al posto di Jago relegato a semplice attendente. Non può Iago ingoiare il rospo. Deve in qualche modo vendicarsi, difendere il suo pupo. Ed ecco inventarsi una storia, propiziata da un semplice fazzoletto ricamato finito nelle mani di Cassio, presunto amante di Desdemona. Quello scorpione inoculerà il veleno della gelosia ad Otello che, pur amando alla follia la sua Desdemona, le stringerà le mani attorno al collo affogandola e poi a sua volta si suiciderà con un pugnale. Un uxoricidio fra i più famosi della letteratura teatrale, passato ai giorni col brutto vocabolo di “femminicidio”, generato spesso da uno dei sentimenti più mostruosi, la gelosia appunto. Luigi Lo Cascio che interpreta Jago come fosse Gregor Samsa della Metarmofosi di Kafka, ma anche il “Lucky” di Aspettando Godot di Beckett, imbracato ad un tratto in una lunga corda tirata da “Pozzo”, e che cura pure la regia dello spettacolo andato in scena con successo e molti applausi nel Teatro Verga (repliche sino al 16 marzo e poi al Biondo di Palermo), ha letteralmente scompaginato la tragedia del Bardo, anche se è ad essa che s’ispira, riducendo il lavoro a soli quattro personaggi che dialogano tra loro (tranne la Desdemona di Valentina Cenni che si esprime in lingua e somigliante quasi ad una donzelletta leopardiana) in un dialetto siculo vicino alle poesie di Buttitta, alle pièces di Scaldati e ai “cunti” del puparo Cuticchio, chiudendo lo spettacolo con un omaggio all’Orlando furioso di Ariosto, catapultando Otello sulla luna a cavallo dell’ippogrifo con in faccia un cielo luccicante di astri. E’ un Otello di due ore senza intervallo che inizia con un video, in cui dei bachi da seta daranno la materia prima per comporre poi quel maledetto fazzoletto, intessendovi Lo Cascio un “cuntu” che sa di esoterico e di magico. E’ un Otello con una scena nuda attraversata solo da pedane lignee ( scene e costumi sono di Nicola Console e Alice Mangano) e da immagini che s’adagiano su un velatino grande quanto il boccascena, in cui s’è già consumata la tragedia; ed è il soldato di Giovanni Calcagno a raccontare al pubblico il “cuntu”, in cui i termini più gettonati sono onestà e vinnitta ( vendetta). E’ un Otello, quello di Vincenzo Pirrotta, che non ha bisogno di tingersi di nero, debordante nella voce e irruento nel corpo, quasi uno Shrek se solo fosse tinto di verde, carnale, dolce e vendicativo, ingenuo come un bambino che si fa abbindolare da un genio del male che persegue solo il suo tornaconto, infischiandosi d’avere davanti un cristallo puro come Desdemona.-
Gigi Giacobbe

questa recensione è stata pubblicata sulla Gazzetta del Sud giovedì 13 marzo 2014

 

 

Torna su

 

 

già a Messina nel 2008

al Teatro Biondo di Palermo
L'uomo, la bestia e la virtù
di Luigi Pirandello

Regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

 

al Teatro Annibale M. di Francia
Antropolaroid
di e con Tindaro Granata

Capita spesso a chi scrive (romanzieri, poeti, sceneggiatori, drammaturghi) dover tornare al passato, al tempo della propria infanzia, per trovare spunti e aneddoti che abbiamo un minimo di originalità e d’interesse per chi poi leggerà e/o assisterà ad un film o ad uno spettacolo teatrale.
E’ il caso specifico di Tindaro Granata, trentacinquenne artista originario di Tindari, con la passione del Teatro, che non volendo ridursi a fare un lavoro qualsiasi, solo quello, per tutta la vita, a 18 anni decide di partirsene per Roma. Farà il commesso, il cameriere per pagarsi l’affitto d’una stanza e alcuni corsi di recitazione e avrà la fortuna nel 2002 d’incontrare Massimo Ranieri, suo primo maestro, e di far parte del cast d’un Pulcinella diretto da Maurizio Scaparro.
Da qui in avanti una sfilza di spettacoli che lo hanno visto accanto al regista Carmelo Rifici al Piccolo Teatro di Milano e d’installarsi in questa città, dove vive attualmente. Tre anni fa ecco il colpo di fulmine, la scintilla che porterà Tindaro Granata a scrivere un suo testo in forma monologante, denominato Antropolaroid, una liaison che unisce l’Antropologia alla Polaroid, come dire che l’argomento riguarderà l’aspetto antropologico fotografato come un’istantanea pronta all’uso. Spettacolo invero pregevole, ascrivibile al cosiddetto “Teatro di narrazione”, cui appartengono personaggi del calibro di Marco Baliani, Ascanio Celestini, Marco Paolini, Saverio La Ruina in un elenco che diventerebbe lungo. Non era mai venuto a Messina con un suo spettacolo Tindaro Granata, l’occasione gliela ha data Daniela Ursino, presidente dell’ Associazione D’aRteventi, assieme alla sorella Roberta, inserendo il suo Antropolaroid in un progetto denominato “Mano con Mano”, rivolto in particolare alla gente che soffre e che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
Ecco dunque, con il sindaco Accorinti sempre presente, lo spettacolo andare in scena nel Carcere di Gazzi e poi nel Teatro Annibale di Francia, con il ricavato dei biglietti devoluto alla Mensa di S. Antonio che distribuisce ogni giorno 400 pasti caldi ad altrettanti poveri cristi. Nello spettacolo, di poco più di un’ora, Tindaro, unico attore sulla scena, con un fare che ricorda il grande Fregoli o il più recente Arturo Brachetti, con accanto solo una sedia e con indosso un giacchino di lana che diventa uno scialletto o un chador attorno al viso e con un grande senso metamorfico, si cala nei panni del bisnonno Francesco morto per un cancro allo stomaco senza aver potuto ricevere adeguate cure da parte di medici e ospedali e della di lui moglie Concetta colta in cinta sulla tomba del marito al cimitero e dispiaciuta perché il defunto non potrà conoscere il nascituro. Il “cuntu” di Tindaro affonda nel tempo e nello spazio come quei cent’anni di solitudine di Marquez, una sorta di saga familiare che “fotografa” i tanti avi delle varie generazioni, assumendo differenti posture e esprimendosi con singolari effetti lessicali, sempre nel dialetto siciliano delle sue zone d’origine, infondendo nel pubblico scie di ilarità miste a taciti consensi nei confronti di questo bravissimo attore siciliano. Ecco adesso la nonna apostrofata come “puttana” perché si esprimeva in lingua italiana, sposata con chi vivrà insieme 67 anni, 30 dei quali vissuti senza mai essersi parlati a causa del “segreto della notte nera” mai rivelato. Tindaro era bambino e ascoltava i “cunti” dei nonni, Tindaro e Maria Casella e in particolare quello della zia Peppina, sciancata perché caduta da un albero di limoni, che ballava il valzer col sedere all’indietro per non toccarsi col partner e dello zio Aspirino, rimasto bambino e sposato ad un “angelo nero”, che significava meningite. Le musiche dal vivo a base di valzer e polke, sono ad opera di Leo Rizzo, Michele Sorbello e Antonio Stella, mentre le voci sono di Dolly De Francesco e Rocco Fodale accompagnati al pianoforte da Antonio Gennaro.
Nel racconto c’è pure il barone mafioso del luogo Badalamenti e i genitori di Tindaro: il padre Teodoro e la madre Antonietta Lembo che apriranno una falegnameria nel paese. Lui, Tindaro, non seguirà le orme del padre e farà l’attore.
« I personaggi che ho interpretato - dirà - fanno parte della memoria storica di questa terra. Come non riconoscere, in ognuno delle nostre famiglie, quella zia zitella, un po’ sciancata? O il barone di turno a cui sembra sempre difficile opporsi? ».
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

intervista a
Gianni Fortunato Pisani

fondatore dell’Accademia Sarabanda

di Gigi Giacobbe

Certo ha meno capelli da quando lo conosco, ma con quei fili ancora biondi in testa, celati quasi sempre da una lobbia a larghe falde, non sembra possa compiere 60 anni il prossimo agosto. Sto parlando di Gianni Fortunato Pisani un teatrante nato a Tunisi, ma cresciuto ampiamente a Messina, dove sin da ragazzo coltiva la passione per il Teatro e dove fonda trent’anni fa l’Accademia Sarabanda, dedicandosi meritoriamente nell’ultimo decennio ad allestire spettacoli per bambini e per ragazzi, preparando così il terreno di coltura perché le giovanissime generazioni possano avvicinarsi da adulti alla più entusiasmante avventura nel mondo del Teatro. Nella sua Accademia sono transitati attori nostrani del calibro di Giovanni Moschella, Margherita Smedile, Giorgio Bongiovanni, Donatella Venuti, Giuseppe Luciani, Antonio Caldarella, Mariapia Rizzo, Domenico Cucinotta, Maurizio Puglisi, Luca Fiorino e tanti altri, che hanno seguito strade proprie o che hanno fondato altre formazioni teatrali.-

Vuole accennare alla sua formazione teatrale: come, quando e perché nasce il suo amore per il Teatro?

« L’amore per il teatro, il ‘fuoco sacro’ probabilmente mi è stato trasmesso da mia nonna. Lei attrice della compagnia di Giovanni Grasso mi ‘buttò’ sul palcoscenico che avevo appena 5 anni. Poi, dopo avventure teatrali poco importanti, a 19 anni, al mio secondo anno di architettura, decisi di iscrivermi al laboratorio teatrale universitario di Palermo che in quegli anni ospitava maestri importanti provenienti da tutta Europa ».

Può fare i nomi di questi maestri?

« La mia fortuna è stata quella di frequentare corsi diretti da maestri con formazione, stili e tecniche teatrali molto diverse tra loro: Pampiglione e Molik per la voce, Yves Le Breton e Eugenio Barba per le tecniche del corpo, i fratelli Colombaioni (quelli del film di Fellini) per clownerie e acrobatica e altri ancora. Ho avuto ancora la fortuna di seguire uno stage, breve ma intenso, diretto da Grotowsky ».

Agli inizi il suo interesse è rivolto alla Nuova drammaturgia, ( basti citare autori come Weiss, Schwarz, Arrabal, Erdman, De Ghelderode, Büchner compresi Pirandello e Shakspeare e altri) non solo come attore ma anche come regista e autore di propri lavori e adattamenti teatrali. Quale o quali ruoli ama maggiormente?

« Amo moltissimi confrontarmi con ruoli di personaggi che si arrovellano in cerca di un ‘equilibrio’. Che non sono maschere, sempre coerenti e prevedibili. Preferisco i personaggi pieni di dubbi, incoerenze, contraddizioni ».

Nel 2008 in un’edizione di Taormina Arte lei da regista riscuote un buon successo con la pièce “La coda dell’oca” del nostro Andrea Genovese - che da anni vive a Lione- intepretato da Gianfranco Quero e Francesca Andò. Come mai questo “idillio” tutto messinese ( anche se lei è nato altrove) s’è fermato solo a questo lavoro e non ha avuto un continuum?

« In questi ultimi anni mi sono dedicato soprattutto a far crescere una compagnia di giovani. Giovani messinesi. Giovani e quindi ancora poco noti. Ma già nei miei prossimi progetti tornerà questo “idillio” tutto messinese ».

In Teatro succede che gli inizi, di qualunque gruppo o formazione teatrale, siano segnati da entusiastici spettacoli con parecchi personaggi per finire poi a fare delle piccole pièce o dei monologhi con nessun altro attorno. E’ successo pure a lei qualcosa del genere?

« Be’ diciamo che in questi ultimi anni , nei quali, per motivi finanziari, non è stato più possibile pensare a grandi allestimenti, ci siamo tutti ritrovati a mettere in scena pièce con due tre personaggi al massimo. La crisi del teatro è un dato di fatto. E dobbiamo affrontarla giornalmente. Non è un bell’argomento ma purtroppo per fare arte e cultura ad un buon livello ci vogliono anche i soldi. Se hai soldi sufficienti puoi reclutare attori validi e di una certa esperienza, ti puoi permettere il giusto numero di giornate di prova, riesci ad avere scene e costumi decenti, puoi avvalerti di tecnici e materiali all’altezza. Ma i nostri politici fingono di credere e di puntare sulla Cultura ( ne parlano solo in campagna elettorale); poi al momento di sostenere la cultura recitano la parte degli smemorati – dico così per essere gentile ed educato ».

Nel 2005 Walter Manfrè viene nominato direttore artistico del Vittorio Emanuele e ricco della sua esperienza introduce nei cartelloni stagionali il Teatro per ragazzi e le Fiabe per bambini e per lei inizia una nuova primavera teatrale perché infila una dopo l’altra una serie di fiabe pescate dal mondo di Andersen, Calvino, i fratelli Grimm, Collodi, Capuana, Perrault, Rodari, altri ancora e pure fiabe sue. Un successo durato dieci anni che ha subito un’interruzione quest’anno per i noti avvenimenti teatrali che coinvolgono la nostra città e la Regione Sicilia. Certo lei ha proposto sabato scorso “Il drago” di Schwarz, ma è stata una pena vedere il salone del 4° piano del V. Emanuele con pochi bambini accompagnati dai loro sparuti genitori. La domanda è: proporrà in altre strutture il suo repertorio fiabesco assieme ai simpatici protagonisti che si chiamano Carmelo Alati, Elisabetta Di Giambattista, Gabriella La Fauci, Vittoria Micalizzi, Mariachiara Millimaggi, Lorenzo Pizzurro ?

«Walter Manfré è sempre stato il mio fratello maggiore. Umanamente e artisticamente. Lui crede realmente nel valore e nell’importanza del Teatro per ragazzi. Conosce i giusti modi di realizzare un progetto per ragazzi senza nulla concedere all’opportunismo o all’improvvisazione. A mio modo di vedere le fiabe, soprattutto quelle classiche, così profonde, costruite con saggezza e pregne di significato, sono un momento importante per la formazione dei ragazzi. Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e l’impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato alla nostra vita. Oggi, come in passato, il compito più importante e anche il più difficile che si pone a chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita. La fiaba, la favola, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi e favorisce lo sviluppo della sua personalità. In questi ultimi anni ho realizzato adattamenti per la scena di ben 53 fiabe. In teatro si è creato un rapporto stupendo tra noi, compagnia, e i genitori, i ragazzi. Abbiamo creato anche un nostro stile. E la mia soddisfazione è immensa. Così come immenso è il mio dispiacere quando il teatro che ci ospita non ha neppure i mezzi per sostenere le spese di pubblicità. Tra il 2006 e il 2009, al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, si è arrivati a far sino a 3 repliche, con circa 250 spettatori a replica. Speriamo si torni presto a quei risultati. Nel frattempo noi abbiamo già esportato questa formula anche in altri teatri italiani. E sono sempre più convinto di continuare ad occuparmi anche di teatro per ragazzi: perché mi fa restare giovane, rappresenta la ‘gavetta’ per i giovani attori della mia compagnia e soprattutto è il mio modo, utile, socialmente e politicamente corretto, di ringraziare la fortuna che mi ha concesso di fare questo splendido mestiere ».

_____

 

 

foto Carmine Maringola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna su

 

Napoli, Teatro Mercadante dal 22 al 26 gennaio 2014

Le Sorelle Macaluso
di Emma Dante
regia di Emma Dante

con
Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio,
Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso,
Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier

luci Cristian Zucaro
armature Gaetano Lo Monaco Celano

produzione
Teatro Stabile di Napoli, Théâtre National (Bruxelles), Festival d'Avignon, Folkteatern (Göteborg)
in collaborazione con
Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale

Sono sette Le sorelle Macaluso di Emma Dante nella pièce scritta e messa in scena da lei in prima assoluta al Teatro Mercadante di Napoli salutata alla fine da applausi calorosi e standing ovation. Numero scaramantico il 7, magico direi, che porta bene al mondo dello spettacolo, contribuendo la geniale artista palermitana ad allungarne la serie con i suoi successi. Sette sono i nani di Biancaneve, quanti I sette samurai di Kurosawa che darà vita poi a quei Magnifici sette di John Sturges nel suo western del 1960 con una sfilza di star, ritrovandolo raddoppiato in quel film musicale Sette spose per sette fratelli di Stenley Donen. Ma attenzione perché sette sono pure i peccati o vizi capitali immortalati da Bosch in un suo dipinto vedibile al Museo del Prado di Madrid, quegli stessi forse, che investono Le sorelle Macaluso della Dante, che vivono meta-teatralmente e metafisicamente tra cielo e terra, tra inferno e paradiso, tra vita e morte. E' suggestiva la scena d'apertura, nuda e nera, occupata solo da una ballerina danzante e volteggiante come un pupo siciliano e da cinque scudi sul proscenio, luccicanti e nuovi di zecca, simili a quelli dei Paladini di Francia. Dal fondo s'intravedono un gruppo di personaggi, in maggioranza femminili, rigorosamente agghindati di nero, illuminati fiocamente e gradualmente sino a sostanziarsi in tutta la loro interezza. Per alcuni minuti marciano su e giù lungo la scena, da rievocare quasi quella marcia marziale, da brivido, che è stato il primo quarto d'ora del Woyzeck di Büchner secondo Carlo Cecchi nella prima metà degli anni'70. Solo che qui la Dante, forse con un pizzico di autoreferenza, fa un salto al suo spettacolo d'esordio alle soglie del 2000 (quello della sua nuova weltanschauung teatrale) che è stato mPalermu, con le protagoniste che sfilano poi in processione dietro uno stendardo religioso. Eccole adesso le sette sorelle togliersi quegli abiti neri al ritmo di dixieland e di musiche echeggianti gli ottoni di Bregovic e restare in sottane colorate e poi in costume da bagno intero e canticchiare più d'una volta alcune note di 'U pisci spada di Domenico Modugno, ruotante, come si sa, attorno ad un pescespada femmina catturata durante una mattanza che invita il maschio a fuggire, ma inutilmente, perché lui si lascia catturare per morire insieme a lei: una canzone d'amore in dialetto siciliano, accattivante musicalmente di cui però non vi trovo una liaison con lo spettacolo. Ed eccole ancora le sorelle raccontare a turno un episodio che le ha segnate quando erano bambine: quello che rievoca la loro prima volta al mare, il loro primo bagno nell'acqua salata, la pasta al forno sulla spiaggia, il melone dimenticato sulla strada e quella specie di gioco pericoloso che fanno molti ragazzini quando cronometrano contando a voce alta chi è capace di restare di più in apnea mentre qualcuno gli ottura il naso. Ci lascerà le penne, purtroppo, Antonella (Elena Borgogni), alla quale Katia (Leonarda Saffi), la sorella più appariscente per i coloriti e variegati toni dialettali, stringerà più del dovuto il naso facendola affogare. Una morte che rievoca un altro spettacolo cult della Dante titolato Vita mia, dove un ragazzo in bicicletta muore senza morire davvero perché è sempre in mezzo ai vivi. Come Antonella del resto che continua a giocare con le sorelle e insieme al padre (Sandro Maria Campagna) che ritorna dall'aldilà e che, con toni affabulatori, racconta i suoi tanti e disparati lavori per non far morire di fame la sua famiglia. E appare pure la loro madre (Stephanie Taillandier) anche lei defunta quando le figlie erano piccole e che non smetterà mai di fare l'amore col marito in lunghissimi abbracci e reiterati girotondi lungo tutto il palcoscenico. Sono senza parola le sorelle vive, si chiedono senza parlare il da farsi e di chi possa essere la colpa di quella morte involontaria e improvvisa. Sarà il padre ad assumersi la responsabilità, soprattutto per non averle potute controllare a sufficienza. E c'è un'altra giovane vittima, figlio della sorella Gina (Italia Carroccio) che è il giovane calciatore Davidù (Davide Celona) con la maglietta azzurra del Napoli di Maradona (certamente un omaggio della Dante verso quel capoluogo partenopeo che l'ha sempre amata e accolta a braccia aperte) deceduto mentre giocava a calcio per un attacco di cuore e che non smette di dribblare chi si trova davanti e dare colpi di testa al pallone. Adesso le sorelle si rivestono di nero. Dal gruppo si stacca la ballerina Maria (Alessandra Fazzino) la stessa dell'inizio, che accenna a qualche passo di danza, subito incoraggiata e incitata da Cetty (Marcella Colaianni) e Pinuccia (Daniela Macaluso), quindi si spoglia lentamente sino a rimanere nuda e mentre la sorella Lia (Serena Barone) le lancia un tutù che lei indossa lentamente, sembrerà in chiusura una bambolina danzante sopra un carillon. A Emma Dante, per imbastire spettacoli di tale fatta, non interessano storie del tipo Star Trek o di quelle americanate televisive abitate da morti che rivivono in mondi virtuali e/o para o fantascientifici. A lei interessano storie semplici che affondano nella cultura popolare, come il cuntu che gli ha fatto un amico con la nonna ammalata che di notte chiama la figlia urlandole se è viva o morta e quando la figlia le risponde che è viva, la donna non le crede affermando d'essere morta da lungo tempo e chi le sta attorno non le dice la verità per non farla spaventare. Poi la storia assume una vita propria, una via "dantesca", restando indelebile nella mente di chi l'ha visto. Le sorelle Macaluso sarà in scena al biondo di Palermo dal 25 febbraio al 2 marzo.
Gigi Giacobbe

articolo pubblicato su

 

 


Foto Umberto Favretto

 

Torna su

 

 

Catania - Teatro Verga
Il Teatrante

traduzione di Umberto Gandini
regia di Franco Branciaroli

con
Franco Branciaroli

e con
Barbara Abbondanza, Tommaso Cardarelli, Melania Giglio
Daniele Griggio, Valendtina Mandruzzato,Valentina Violo

scene e costumi di Margherita Palliluci di Gigi Saccomandi

Produzione
CTB - Teatro Stabile di Brescia

In genere i lavori teatrali di Thomas Bernhard, apprezzato scrittore drammaturgo austriaco scomparso nel 1989 due giorni dopo il suo 58° compleanno, sono dei lunghi monologhi i cui personaggi di contorno sono silenti o profferiscono brevi parole. Come nel caso de Il teatrante, diretto e interpretato con grande senso ironico da Franco Branciaroli, vera star dello spettacolo, che per cento minuti delizia il pubblico del Teatro Verga con i suoi ipocondriaci e pure comici sproloqui sullo scibile umano, iniettando velenose stille sul mondo teatrale. Al pari di quei capocomici tromboni sulla via del tramonto, verso i quali serba ancora una propria etica teatrale, Branciaroli nei panni di Bruscon, un guittesco teatrante di origini italiane trapiantato nell’alto Tirolo, deve rappresentare al Cervo Nero, una taverna tappezzata nella scena di Margherita Palli (suoi pure i costumi) da quadretti, corna di cervo, sanguinacci e maiali a vista, situata nel paesino montano Utzbach di sole 280 anime, un suo delirante dramma titolato La ruota della storia in cui Giulio Cesare incontra nientemeno che Churchill, Napoleone, Metternich, Hitler e altri. Al suo primo apparire Branciaroli con bastone, lobbia nera, sciarpa e soprabito bianco-crema, quasi un Aristide Bruant lautrecchiano, monologa con l’oste ( Daniele Griggio) spigolando qua e là anche sui suoi gusti culinari e sulla sua scalcagnata compagnia, composta da una moglie tossicchiante che dimentica le battute (Melania Giglio) e da due figli scemi e stonati ( Tommaso Cardarelli e Valentina Violo). Nella sua megalomania Branciaroli-Bruscon si sente d’appartenere alla genia degli Shakespeare e dei Voltaire e per il resto il Teatro è una follia, gli attori si intestardiscono ad interpretare ruoli che non gli appartengono, cadendo nel dilettantismo con l’avanzare dell’età, l’ipocrisia regna sovrana e le donne in genere sono senza talento. Se la prende pure con l’Austria stracciona, subnormale e irresponsabile e con i suoi abitanti che non sanno cos’è l’arte e pure col popolo polacco cattolico e bigotto, addebitando ai proletari l’origine d’ogni male, dal lusso alle vacanze alle Seychelles, accusandoli pure d’aver distrutto il Teatro. Eccolo adesso Branciaroli nel finale vestirsi da Napoleone e truccare di nero la faccia della moglie nei panni di Madame Curie e di rosso quella del figlio, pronti ad andare in scena, ma un improvviso incendio nella vicina canonica farà dileguare tutti i possibili spettatori e salterà la rappresentare. Spettacolo grottesco, al pari dei personaggi, quasi dei fumetti, spesso ridicoli, in grado di suscitare nello spettatore un misto di rigetto e di ilarità, ma, dietro alle loro caricature si nasconde il pessimismo i Bernhard, convinto che questa “umanità” non si potrà riscattare. Vanno citati la moglie dell’oste (Barbara Abbondanza) la figlia (Valentina Mandruzzato) e le luci di Gigi Saccomandi. Applausi molto calorosi in chiusura.-
Gigi Giacobbe

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud il 16 gennaio 2014

 

Contatti:
info@lemaschere.net
Presidenza
Direzione Artistica
Direzione Tecnica
Amministrazione

Siti collegati:
www.palantonello.it
www.itineraridellacultura.org
www.italianostramessina.it

Rubriche:
Le Recensioni di Gigi
Le pagine web in archivio
Non solo attori e tecnici

 

webmaster renzo Di Chio