Portale d'informazione teatrale della città di Messina - Prosa - Lirica - Musica - Spettacolo in genere negli spazi della città

Home - Chi Siamo - Soci - Progetti - Produzione - Area Tecnica - Copioni - Attori e Tecnici - Download - Link - Archivio

Le Recensioni di Gigi - 2015
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 



Still Life (2013)

Amore
Esterniscespiriani
Comme un souvenir
Roberto Bonaventura (intervista)

Il Bugiardo
Primavera dei teatri 2015
Ifigenia in Aulide (Siracusa 2015)
Una notte di Salomé
Amleto (prove)
Ritorno a casa
Barberia, barba capiddi e mandulinu
Annibale Pavone (intervista)
L'onorevole



Interno di casa con bambola
Marat-Sade
Il visconte dimezzato
Ricordando Giuseppe Luciani
Un uomo a metà e Punto Triplo
Hallo
Gioacchino Lanza Tomasi (intervista)

Le Supplici (Siracusa 2015)
Trilogia sul limite (Carullo-Minasi)
Una pura formalità
Enzo Vetrano (intervista)

SU-A
Enrico IV
Teatro a Parigi in tempo di Natale


Verso Medea
De Revolutionibus
Infinita
Borges Piazzolla
Festival d’Avignon 2015 Teatro Off
Afrodita Y El Juicio De Paris
Sergio Negri (intervista)
Progetto Ligabue
Il Compleanno
Angelo Campolo (intervista)
Aspettando Godot
Giuseppe Ministeri (intervista)
@ntigone
Patrizia Baluci (intervista)
Aliette Martin (intervista)


La pazza della porta accanto
Vento da Sud Est
Odissea movimento 1
Edipo e Giocasta
Festival d’Avignon 2015 Teatro In
Ein Volksfeind ( Un nemico del popolo)
Progetto PINOCCHIO
Medea (Siracusa 2015)
Lei e lei
Amleto
In cima al Campanile
Patrizia Bellitti (intervista)
Il Guaritore
Sira
Duccio Bellugi Vannuccini (intervista)

 

 

al Biondo di Palermo dal 15 al 20 dicembre 2015

VERSO MEDEA
di Emma Dante

Ogni essere umano di sesso femminile è una potenziale Medea. Una donna che, tradita dal suo compagno (Giasone), diventa una mina vagante pronta a deflagrare in ogni momento e in qualunque luogo. Rispetto al testo di Euripide che può godere nel finale di effetti speciali ante litteram, la Medea di Emma Dante o meglio il suo modo di veleggiare Verso Medea, un testo scritto e diretto da lei al Biondo di Palermo su una scena interamente nuda, pur mantenendo il carattere di femmina terribile, è in cinta per buona parte dello spettacolo, non volerà in chiusura su un carro alato verso il Sole con i cadaverini dei due bambini appena uccisi, le donne di Corinto sono cinque maschiacci (Carmine Maringola, Salvatore D’Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo, Davide Celona) agghindati con neri grembiali da monatti che si esprimono in dialetto siciliano e napoletano e che l’appellano nei modi più disparati, ora pazza ora tappinara, una che non socializza e che tutto sommato sarebbe meglio che facesse ritorno nella sua Colchide. Elena Borgogni in lungo abito nero scollato e scarpe rosse, veste l’immenso personaggio esprimendosi nell’idioma italico conferendole tratti da Lupa verghiana quando con passione bacia il suo Giasone ( con gilet luccicante quello dello stesso Maringola) e si esibisce con lui in alcuni sfrenati passi di danza compresa un’acrobatica spaccata, somigliando pure ad una Carmen bizettiana quando si offre spudoratamente a gambe aperte ad un pauroso re Creonte ( lo stesso D’Onofrio che non abbocca all’amo) per non essere esiliata da Corinto. Un luogo che questa tigre di Labuan sente ostile, distante, nel quale si sente persa e sperduta perché abitato da uomini che quando escono di casa passano il tempo con amici o puttane. Si martorizza il ventre Medea. Vorrebbe abortire. Tornare libera seguendo il suo istinto di donna barbara e straniera. Metaforicamente cercherà di rinnovarsi e rigenerarsi inzuppando mani e viso in un bacile d’acqua i cui corposi e copiosi schizzi le bagneranno tutto il corpo. Lei è donna fertile in grado di procreare nuove vite in un paese sterile abitato da un popolo maschilista. E quando è abbandonata ancora gravida, Giasone, esule in terra straniera, cercherà di soddisfare la sua vanitas impalmando la figlia d’un re, pensando che un nuovo status di agiatezza permetterebbe alla compagna e al nascituro una vita agiata senza problemi economici. Medea non vuole né regali né denaro, per lei Giasone è diventato il più infame degli uomini e a niente servirà ricordargli che per lui ha commesso omicidi, tradito il padre e gli ha fatto conquistare il Vello d’Oro. Ricordi che appartengono al passato e che Giasone pagherà a caro prezzo perché Medea, pure maga, fingendo una ritrovata serenità metterà in atto con lucida determinazione la sua vendetta regalando a Creusa, futura moglie del suo Giasone, un abito da sposa infiammabile, non prima d’averlo lei stessa indossato ( quasi un flash-back per la Dante nel ricordo forse della sua prima fortunata trilogia con mPalermu, Carnezzeria e Vita mia) morendo bruciata tra le fiamme unitamente al padre Creonte che voleva salvarla. E nel finale, in una scena memorabile, Medea partorendo un aborto o un feto che avrà vita breve, gli negherà il figlio e Giasone desidererà soltanto d’essere (inutilmente) ucciso da lei. Uno spettacolo-concerto, un inno alle donne di tutti i Sud del mondo che soffrono, lottano e vincono, impreziosito all’inizio dai canti con toni da cornamuse e/o ciaramelle dei fratelli Mancuso e poi dalle musiche degli stessi, quasi una colonna sonora, eseguite dal vivo con vari strumenti ad arco, a fiato e una sorta di armonium, creando atmosfere doloranti e deliranti, in grado d’ipnotizzare il pubblico che alla fine sommergerà di applausi calorosi tutti i protagonisti.
Gigi Giacobbe

______


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 21 dicembre 2015

 

 

al Teatro Vittorio Emanuele di Messina in scena dal 3 al 6 dicembre 2015

La pazza della porta accanto
di Claudio Fava
regia e adattamento scenico di Alessandro Gassman

con
Anna Foglietta
e in ordine alfabetico
Alessandra Costanzo, Angelo Tosto, Cecilia Di Giuli, Gaia Lo Vecchio, Giorgia Boscarino,
Liborio Natali, Olga Rossi, Sabrina Knaflitz, Stefania Ugomari Di Blas

costumi Mariano Tufano
musiche originali Pivio & Aldo De Scalzi
disegno luci Marco Palmieri

Sono nata il 21 a primavera / ma non sapevo che nascere folle, /aprire le zolle / potesse scatenare tempesta / … Sono alcuni versi ustionanti di Alda Merini, “la poetessa dei navigli” milanesi (nata il 21 marzo 1931 e scomparsa il 1° novembre 2009) forse la più grande della seconda metà del Novecento, più volte citati da Anna Foglietta, che ne veste mirabilmente ed empaticamente i panni, nella toccante pièce di Claudio Fava La pazza della porta accanto. Che ha lo stesso titolo d’un libro in prosa della Merini, edito da Bompiani nel 1995, andato in scena felicemente e molti applausi al Vittorio Emanuele con l’appassionata e passionale regia di Alessandro Gassman, ideatore pure d’una scena claustrofobica, composta da un grande cubo nero, quasi una Kaaba al centro della Mecca, con una fila di mattoni di vetro tutt’intorno in alto, giusto per far entrare un po’ di luce, i cui lati aprendosi a ventaglio delineano i vari ambienti d’un manicomio, compresa pure una gabbia mobile di ferro che a volte giunge sul proscenio, occupato da un velatino che proietta immagini oniriche come le nuvole, la luna e fiocchi di neve. E’ qui, in questo luogo di pena che si svolge l’intero spettacolo, reso esaltante dalla Foglietta, quasi una figurina espressionista sbucata fuori dai film di Murnau o Fritz Lang, con quei suoi capelli lisci tenuti da una forcina, puntuta nell’incedere in un fianco a piccoli passi e con una voce tendente al grido e alla ribellione. Incolpevole tuttavia del suo status mentale, diagnosticato dal direttore dell’ospedale, (autorevolmente vestito da Angelo Tosto che apprezzerà i suoi versi regalandole per giunta una lettera 22 Olivetti ) come una schizofrenia paranoica, ovvero un disturbo bipolare accusato pure da scrittori del calibro di Baudelaire, Hemingway, Strindberg e tanti altri, senza che costoro abbiano varcato quei reclusori infernali, ormai in gran parte liberalizzati da noi con la legge Basaglia. Nella sua messinscena, Alessandro Gassman opportunamente evita tanti luoghi comuni come i letti di contenzione, le grida e gli schiamazzi gratuiti, immettendovi solo un lettino per la classica terapia con l’elettrochoc, “utile a sciogliere il buio in testa” della Merini e popolando la scena con un’infermiera, una suora e un gruppo di devianti (Alessandra Costanzo, Giorgia Boscarino, Stefania Ugomari Di Blas, Cecilia Di Giuli, Sabrina Knaflitz, Gaia Lo Vecchio, Olga Rossi) libere di fumare ed esprimersi come vogliono, con la presenza maschile d’un “matto” di nome Pier ( Liborio Natali) che ricorda un po’ il nome del secondo marito della Merini, pure poeta, che si chiamava Michele Pierri, col quale avrà un’intensa storia d’amore, scambi di fiori, poesie, abbracci amorosi, un accenno alla canzone Azzurro di Celentano, rendendole più accettabile e vivibile quella specie di bolgia dantesca. Vi entrerà altre volte ancora la Merini in quei lager, uscendone sempre più bambina, ironica, sorridente, imprevedibile, impetuosa, allegra, triste, generosa, dolce, affettuosa, forse più selvatica, certamente fragile come un giorno di primavera, componendo e scrivendo poesie su poesie pubblicate poi dai più importanti editori italici, serbando sempre nel cuore un dolore che nessuno mai le toglierà. A noi piace ricordarla con questi versi : La poesia educa il cuore, la poesia fa la vita, riempie magari certe brutte lacune, alle volte anche la fame, la sete, il sonno. Magari anche la ferita di un grande amore, un amore che è finito, oppure un amore he potrebbe nascere.
Le musiche originali di Pivio& Aldo De Scalzi, i costumi di Mariano Tufano, il disegno luci di Marco Palmieri, hanno decretato pure un successo per gli Stabili di Catania e dell’Abbruzzo produttori dello spettacolo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 4 dicembre 2015

 

 

in scena al Teatro Biondo di Palermo dal 20 al 29 novembre

Still life (2013)
di ricci/forte
regia Stefano Ricci

In occasione di Still life (2013) che vuol dire Natura morta o Vita immobile spettacolo ideato dagli enfants terribles ricci/forte al secolo Stefano Ricci e Gianni Forte, il fondo del palcoscenico del Biondo di Palermo sembra un piccolo cimitero disseminato di lumini rossi, in netto contrasto con il quintetto di giovani attori (Fabio Gomiero, Anna Gualdo, Liliana Laera, Giuseppe Sartori, Francesco Scolletta) che con dei led illuminati in mano vi giunge dalla sala danzando al suono di musiche molto ritmate. Uno schiamazzo di pochi minuti perché poi i loro visi si fanno seri e sullo schermo scorrono i nomi e le età di tanti ragazzi che si sono suicidati per i motivi che conducono a quell’adolescente omosessuale di Roma che due anni fa s’è tolto la vita con la sua sciarpa rosa, vessato e avvilito da un piccolo branco di teppistelli che l’hanno fatto sentire un extraterrestre, un diverso, un estraneo, non degno d’appartenere alla comunità civile e sociale, con tante scuse dell’ex presidente Napolitano che risuonano come quel lavamani di Ponzio Pilato davanti al Cristo. E mentre quattro di loro stanno attorno ad un tavolo e leggere lettere di alcune madri di figli morti suicidi, la quinta protagonista imprime su una lavagna a fogli sostituibili ascisse, ordinate, circonferenze e numeri demoscopici del fenomeno bullismo. Eccoli poi soffocarsi il viso con dei cuscini e tenerli fermi con dello scotch adesivo, facendoli poi esplodere come neve al sole, svolazzando in aria per tutto il teatro milioni di piccole piume d’oca che vanno a depositarsi sugli abiti degli spettatori, con le facce pop degli attori che si riveleranno essere quelle dei nipotini di Paperino Qui Quo Qua. E’ tosto questo spettacolo della ditta ricci/forte, provocatorio, dirompente come una bomba che implode con leggerezza nella testa degli spettatori che non fiatano e non si distraggono, condividendo il pensiero dei due corrosivi autori incentrato su un perentorio j’accuse contro ogni forma di violenza e di discriminazione sessuale, prendendosela chiaramente col nostro Paese che non sa difendere i propri figli e forse per questo transfughi a Parigi. Di grande effetto visivo il nudo di Francesco Scolletta che ascolta musiche tecno in cuffia per non sentire le pedate inferte da grossi scarponi, colandogli per giunta dalla bocca rivoli di vernice color sangue come in una vera e propria tortura corporale. Poi agghindati con grembiuli da anatomopatologi eccoli gestire o cucinare interiora umane come macellai o chef sopraffini, per devolvere subito dopo un’infinità di baci in platea perché possano giungere con lo stesso significato della scritta alle loro spalle che dice: “vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. I messaggi contro la violenza e l’omologazione, stessi vestiti-stessi libri-stessi smartphone, vengono recitati a turno dalla Gualdo e dalla Laera come dei comandamenti con toni da rosario, esplodendo il quintetto infine in una sorta di danza liberatoria correndo e abbracciandosi l’uno con l’altro al ritmo di rock, gettandosi addosso parecchi innaffiatoi pieni d’acqua, scivolando per terra fra quelle piume bianche come se avessero fatto gol o mete impossibili. Ancora parole scorrono sullo schermo, insistendo su quelle che dicono rosa, sangue, nero, morte, amore…o piccole frasi come “il suicidio è una sconfitta per tutti” oppure “ognuno di noi ha una tomba da lucidare”. E lo spettacolo ha termine tra oceani di applausi e con numerosi spettatori giovani e meno giovani, un po’ invitati un po’ spontaneamente, certamente indignati, che saliranno sul palco a scrivere su un foglio nuovo della lavagna un nome, forse il proprio o di chi ha subito violenza, ucciso forse da uno dei tanti uomini “ tutti uguali come le uova” -avrebbe detto Leopardi- da non distinguere questo da quello”.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 29 novembre 2015

 

 

al Teatro Savio di Messina
Rassegna teatrale “Atto Unico” curata da QA-QuasiAnonimaProduzioni

Interno di casa con bambola
adattamento e regia di Manuel Giliberti
tratto da “Casa di bambola” di Ibsen

Se una moglie di oggi lascia figli e marito può interessare i media usi al gossip solo se è un’attrice famosa o una vip del jet set, altrimenti la notizia passa inosservata o tuttalpiù qualche fremito l’avrà un parente o un amico stretto, mentre il resto del mondo continuerà a farsi i fatti propri. Così però non doveva essere, nella pur evoluta e democratica Norvegia, al tempo in cui Ibsen 135 anni fa finiva di scrivere Casa di bambola, che, come è noto, suscitò subito scandalo e polemiche perché considerata un esempio di femminismo estremo. Ibsen addirittura - si legge negli annali - fu costretto a cambiare il finale quando il lavoro fu rappresentato in Germania, perché l'attrice che interpretava Nora si rifiutò di recitare la parte di una madre ritenuta da lei snaturata. Per la cultura vittoriana il legame del matrimonio era considerato sacrosanto e l'abbandono del marito da parte della moglie era inconcepibile e inaccettabile. Tant’è che nell’opera, il marito di Nora (l’avvocato Torvard) quando lei dopo otto anni farà la valigia per lasciarlo unitamente ai tre figli piccoli, si rivolterà contro dicendole che il suo comportamento è rivoltante tale da tradire i più sacri doveri, aggiungendo con autorità che lei sarà sua moglie per sempre. Il dramma di Nora è quello di una donna costretta a vivere in una società a cui non sente di appartenere perché la considera soltanto una bambola. La sua vicenda non è soltanto una polemica sulla condizione femminile del 19° secolo, ma rappresenta anche una testimonianza dell'insopprimibile anelito alla libertà e all'esaltazione della vita. Gli usi e costumi che le proibiscono di amare ed essere felice sono per lei parole scritte solo nel libro dei sogni. Nora vuole vivere pienamente e realizzarsi come persona, badando a sé stessa autonomamente senza essere mai più la bambola del marito o del padre. Vuole essere una creatura umana come tutti o almeno tentare di esserlo. Nell’intelligente messinscena di Manuel Giliberti, al Teatro Savio di Messina, che ha adattato il dramma in un solo atto, titolandolo Interno di casa con bambola, alla maniera di alcuni film di Ingmar Bergman, risultano chiari i caratteri dei protagonisti, capitanati dall’ottima Nora di Laura Ingiulla e dai quattro comprimari tutti all’altezza dei propri ruoli: il Torvard di Davide Sbrogiò, l’amica Cristina di Giorgia D’Acquisto, il procuratore Krogstad di Lorenzo Falletti e la governante Antonietta Carbonetti. Sulla scena in penombra di Rosa Lorusso (suoi pure i costumi d’epoca) rischiarata da luci ambrate e da un luccicante grammofono a tromba che irradierà poi una tarantella, forse uno dei momenti più felici di Nora, si capisce qual è la scintilla che determina in lei la fuga da quella casa. Nora è ricattata da Krogstad per aver contratto un prestito illecito falsificando la firma del padre, per salvare la vita di suo marito, il quale scoperto l’arcano viene assalito dalla paura e dalla disperazione di perdere la propria reputazione, al punto di dire a Nora di lasciare quella casa perché moglie indegna pure d’accudire i propri figli, senza riconoscere che il gesto, anche se compromettente, era stato dettato dall'amore per lui. Il deus ex machina qui è raffigurato dall’amica di Nora che dichiarando di voler sposare Krogstad, costui annullerà ogni ricatto e Torvard, l’unico ad essere felice della notizia, griderà "sono salvo!", anche se in questo spettacolo ha esclamato “siamo salvi”, perdonando di fatto la moglie. Ma è troppo tardi perché Nora, senza più certezze e illusioni, non potrà essere la donna di prima. Decide, dunque, di abbandonare suo marito in cerca della sua vera identità e, come dice lei stessa a Torvard, per «...riflettere col mio cervello e rendermi chiaramente conto di tutte le cose».
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 27 novembre 2015


 

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 20 al 22 novembre 2015

De Revolutionibus
Sulla miseria del genere umano
Dalle “Operette Morali” di Giacomo Leopardi
diretto e interpretato da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo

In questi ultimi anni Giacomo Leopardi ha avuto un risveglio prepotente grazie a Mario Martone, Premio Ubu 2011 per la regia delle Operette morali, al pluripremiato Elio Germano per aver vestito con molta aderenza i panni del poeta di Recanati nel film Il giovane favoloso diretto dallo stesso Martone e adesso per merito dell’affiatata coppia Cristiana Minasi-Giuseppe Carullo che ha diretto e interpretato due Operette, delle 24 scritte in prosa, titolando il colto spettacolo dal sapore ciceroniano con l’ablativo plurale del termine latino revolutio= rivoluzione ovvero De Revolutionibus - ruotante in maniera chiarificatrice Sulla miseria del genere umano, vincitore della rassegna Teatri del Sacro 2015. I temi dello spettacolo sono quelli cari al poeta: il rapporto dell'uomo con la storia, con i suoi simili ed in particolare con la Natura, di cui Leopardi matura una personale visione filosofica; il confronto tra i valori del passato e la situazione statica e degenerata del presente; la potenza delle illusioni, la gloria e la noia. I due simpatici protagonisti agghindati come due clown di strada, quasi due nipotini di Zampanò e Gelsomina felliniani, si presentano al pubblico tirando ognuno il proprio carrettino fornito di abiti e oggetti che, una volta accostati e assemblati, andranno a comporre una piccola scena con al centro una sorta di corolla azzurra ottagonale, con buco centrale per infilarvi la testa, che ricorda la sezione trasversale d’un caleidoscopio. La prima Operetta s’intitola Copernico (l’astronomo polacco che agli studi di Tolomeo contrappose il sistema eliocentrico, teoria ampiamente sposata da Galilei che dovette poi abiurare difronte alla Santa Inquisizione, episodio reso celebre da Brecht nel dramma Vita di Galileo) e si compone di quattro scene in cui s’affacciano l’ora prima e l’ora ultima e discutono animosamente il Sole e Copernico. Lo spettacolo accompagnato dai suoni d’un accordéon è sbandierato da Carullo, con giacca da domatore e dalla Minasi, con papillon nero al collo, come “Operetta infelice e per questo morale”, ha una forma dialogica (anche quella segue ha la medesima struttura), alla maniera degli scritti illuministi di Voltaire e Diderot e sembra che qui Leopardi, che definisce il Sole come Sua Eccellenza, stufo di girare intorno ad un granello di sabbia, non abbia grande considerazione del genere umano, attaccando con fine ironia, al limite del sarcasmo, quei filosofi che mettono gli uomini al centro dell’universo, appellati qui come “quattro animaluzzi”. La seconda Operetta titolata Dialogo Galantuomo e Mondo vede di fronte Carullo nei panni dell’ingenuo Galantuomo e la Minasi in quelli del Mondo saggio e scafato. Fra i due s’instaura un intenso dialogo in cui il Mondo alla stregua d’un magister cerca di dare all’interlocutore le istruzioni per l’uso d’una vita virtuosa, spiegandogli ad esempio che “la fama poco può consolare in vita e niente dopo la morte” e se pure tanti hanno vissuto a lungo e scritto cose degnissime non è detto che si parlerà di loro dopo morti. “E se qualcuno è straordinario o singolare per natura - argomenta il Mondo - bisogna che si corregga se vuol piacere a me”. “E che piacere troveremo quando tutti saranno uguali, e diranno e faranno le stesse cose?” è la risponda /domanda del Galantuomo. “ A questo non devi pensare” - replica il Mondo - perché gli uomini devono essere tutti uguali come le uova, in maniera che tu non possa distinguere questo da quello”. Sembra un Leopardi veggente, che a distanza di quasi due secoli preconizza un mondo globalizzato che viaggia in internet con i computer e con gli smartphone in cui l’uomo è solo un numero in mezzo a miliardi di numeri. L’Operetta ha dei messaggi pratici, non solo teorici e propone un umile rimedio agli effetti funesti della filosofia moderna o delle tante false verità e nel contempo recupera l'inesperienza, le passioni e l'immaginazione dell'antichità quale unico rimedio per migliorare la qualità della vita umana, e, in alternativa, suggerisce delle tattiche di narcotizzazione per alleviare il dolore. E non a caso verrà ascritta dal duo Carullo-Minasi come “Operetta immorale e per questo felice” e avrà il suo epilogo con la Minasi che girerà più volte sulla scena come un derviscio indossando con grazia e meraviglia quell’azzurra corolla ottagonale, diventata intanto un lungo abito da sera, mentre il suo partner, somigliante ad un inebetito Enzo Jannacci, non le leverà per tutto il tempo gli occhi di sopra. Un successo per il duo Carullo-Minasi cui hanno contribuito le scene e costumi di Cinzia Musolino, la scenotecnica di Piero Botto e il disegno luci di Roberto Bonaventura.-
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 22 novembre 2015

 

 

 

Progetto “Laudamo in Città” incentrato su Pier Paolo Pasolini
Sala Laudamo di Messina dal 6 al 13 nov. 2015

Vento da Sud Est
regia di Angelo Campolo

E’ da un po’ di anni che spira un Vento da sud est. E’ un vento nero fatto di gente africana che fugge dai propri paesi perché laggiù la vita non vale niente. Molti la pensano diversamente e affrontano viaggi incredibili con i mezzi più disparati e non importa se al seguito hanno bambini, vecchi e donne in cinta. Vogliono vivere una vita nuova, lontano dalle guerre dalla fame dalla sete, in cerca d’un luogo, d’una casa, d’un lavoro. Il mare è ciò che li separa dal resto del mondo e anche se la maggior parte non sa nuotare ugualmente tenta di raggiungere il nuovo mondo. Immaginate adesso che un gruppo di giovani migranti dal Mali under 30, dopo varie peripezie, giunga a Messina e che vengano ospitati nel Centro “Ahmed”. Immaginate ancora che in città ci sia un giovane attore-regista, di nome Angelo Campolo di 31 anni, che stia guidando un laboratorio teatrale con sette giovani attori, anche loro della stessa età, incentrato su Pier Paolo Pasolini nell’anno del 40° anniversario della sua morte, inserito nel progetto teatrale Laudamo in città 2015/2016 per conto della Compagnia DAF, in collaborazione con il Teatro Vittorio Emanuele. Ecco accendersi una serie di led nella testa di Campolo e pensare d’inserire quei giovani migranti nel suo spettacolo, prendendo come spunto Teorema, (prima film del 1968, scritto e diretto da Pasolini, poi romanzo arricchito da snodi e approfondimenti) per raccontare ciò che succede in un nucleo familiare quando piomba in casa loro un Altro, un estraneo, un ospite, un diverso. Certamente lo spunto dello spettacolo di Campolo Vento da sud est, che ha curato pure la drammaturgia assieme a Simone Corso, è quello del Teorema pasoliniano, ma il plot differisce nettamente, perché qui non c’è un ospite affascinante che si scopa tutta una famiglia compresi la domestica e il capofamiglia e quando andrà via non ci sarà una madre che si concederà sessualmente a giovanotti infoiati, né una figlia che diventerà catatonica, né un figlio che abbandonerà la famiglia e diventerà pittore, né un capofamiglia che donerà la sua fabbrica agli operai, denudandosi nella stazione di Milano, né una serva che leviterà nell’aria come una santa. Il film come è noto fece scandalo, fu giudicato osceno dalla Chiesa cattolica, mentre il popolo progressista lo esaltò attribuendogli il Premio dell’OCIC (Office catholique international du cinèma). Lo stesso anno la Procura di Roma sequestrò il film per oscenità ma poi il Tribunale di Venezia sentenziò che la pellicola era un’opera d’arte. Diversi anni dopo, tuttavia, un altro film di Pasolini verrà bandito per gli stessi motivi: il controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma. Qui si racconta della famiglia piccolo-borghese Banks (Glory Aigbedion, Patrizia Ajello, Luca D'Arrigo, Michele Falica, Claudia Laganà, Giuliano Romeo, Antonio Vitarelli) alle prese con i problemi di tutti i giorni, che vede in maniera non univoca il problema dei migranti, ricredendosi fermamente alla fine sulla loro umanità. Certamente per Campolo questo spettacolo è stata un’esperienza unica, forse irripetibile, comprendendo intelligentemente che il rapporto con questi giovani del Mali, davvero simpatici, saltellanti, disinvolti e a proprio agio sulla scena, meritevoli d’essere citati tutti, Mamoudou Camara, Moussa Yaya Diawara, Ousmane Dembele, Jean Goita e l’aiuto amichevole di Fasasi Sunday, poteva essere un modo d’interagire con un microcosmo di umanità africana, l’occasione per conoscere dall’interno il loro vissuto, il loro presente, il loro futuro: un confronto alla pari con ospiti giunti da noi col Vento da sud est, con un bagaglio incredibile di dolore e di speranza. I movimenti coreografici erano di Sarah Lanza, scene e costumi di Giulia Drogo, musiche di Giovanni Puliafito, luci di Gianni Grasso.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 8 novembre 2015


 

 

 

al Vittorio Emanuele dal 5 all’8 novembre 2015

AMORE
di Spiro Scimone
regia di Francesco Sframeli

con
Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale e Giulia Weber

E’ davvero una novità questo ottavo testo di Spiro Scimone titolato Amore, una delle parole più malate avrebbe detto il filosofo austriaco Ludwig Wittghenstein e con lui Moravia autore d’una pièce poco rappresentata, Il mondo è quello che è. Una novità perché nei sette precedenti lavori del drammaturgo di Messina, Nunzio, Bar, La festa, Il cortile, La busta, Pali, Giù, non compariva una presenza femminile in quanto tale, solo ne La Festa c’era una madre interpretata dallo stesso Scimone, poi più niente. Due tombe con un paio di crocette ai lati, che talvolta s’illuminano di rosso e quattro cipressi stilizzati impressi sul fondale compongono la scena minimale/essenziale di Lino Fiorito e quattro i personaggi senza nome, definiti come il vecchietto dello stesso Scimone, la vecchietta d’una brava Giulia Weber, integratasi benissimo nel gruppo, il pompiere di Gianluca Cesale e il suo comandante Francesco Sframeli pure regista dello spettacolo. Certamente anche in questo lavoro per un momento la mia mente vola a Beckett, al Pozzo di Aspettando Godot che ad tratto, rivolto ad Vladimiro e Estragone, dice… Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte. Come dire che nello stesso momento che nasciamo moriamo pure, senza più avere la cognizione del tempo. Ma il mio pensiero dura solo un attimo, perché credo che il Teatro di Spiro Scimone ormai sia unico e facilmente riconoscibile, acquistando sempre più una propria autonomia, allontanandosi in modo deciso dai facili raffronti con Kafka, Ionesco e lo stesso Beckett, poggiando su una solida scrittura scenica fatta di dialoghi incalzanti, densi di aure metafisiche, ironiche, allusive, mai volgari, quasi sospese in un vuoto senza tempo in cui tutto è comprensibile e in cui le battute finali dell’uno vengono ripetute dall’altro quando riprende a parlare. Ecco dunque i due vecchietti, più arzilla lei più svanito lui, alle prese con pannoloni da cambiare e con dentiere da pulire, ritornare con la mente ad un passato felice condito da baci appassionati, di viaggi indimenticabili come quelli sulla neve e focosi amori in albergo sotto le lenzuola accanto al caminetto acceso. Ed ecco i due pompieri, in una prova ilare e di grande clownerie, che giungono sulla scena con un carrello da supermercato, fornito d’un piccolo sterzo martorizzato dal comandante Sframeli rannicchiato al suo interno e tirato dal suo subordinato Cesale, uniti d’un amore che vorrebbero quasi celare, pure loro a rivangare momenti indimenticabili, amarcord dietro un’autobotte, pannoloni da cambiare unitamente a creme da spalmare per evitare irritazioni, piccole gelosie e incendi da spegnere, tristi vacanze separate, col cruccio di non aver potuto vivere liberamente la loro intimità, per colpa ancora d’una società omofoba che non condivide di buon grado queste unioni. Una storia di due amori, uno etero uno omo, entrambi vissuti con toni poetici e gesti amorevoli, in cui l’Eros diventa Thanatos, sino a quando le due coppie adagiate sulle loro tombe non si copriranno con delle lenzuola bianche. Successo per questa prima mondiale al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, in una produzione della stessa Compagnia Scimone-Sframeli in collaborazione col Théâtre Garonne Toulouse e salutata alla fine da infiniti applausi.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 7 novembre 2015


 

 

Monte di Pietà di Messina dal 28 al 31 ottobre 2015
prodotto dal Teatro di Messina.

Marat-Sade
di Peter Weiss
regia Antonio Lo Presti

Sulla scia di Bertolt Brecht il teatro di Peter Weiss è diventato documento e atto d’accusa, ponendo il pubblico nel ruolo di giudice e critico severo anziché di passivo spettatore, come chiaramente si evince dai suoi lavori ruotanti attorno a temi di grande spessore politico. Si veda L’istruttoria (1965) celebre oratorio sul processo di Francoforte ai responsabili del lager di Auschwitz, La cantata fantoccio lusitano (1967) sull’oppressione portoghese in Angola, Discorso sul progresso della prolungata guerra di liberazione del Vietnam e gli eventi che hanno portato a essa come illustrazione della necessità della resistenza armata contro l'oppressione e sui tentativi degli Stati Uniti d'America di distruggere le fondamenta della rivoluzione (1968) dal lunghissimo titolo chiaramente incentrato sulla guerra del Vietnam, Trotskij in esilio (1969) e ancora un lungo titolo con La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell'ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade (1964), delle cui quattro versioni redatte viene ormai più spesso ricordato come il Marat-Sade. Weiss è pure autore d’un testo largamente rappresentato da giovani compagnie titolato Come il signor Mockimpott è liberato dal dolore ricco di ironie e bizzarrie dalle atmosfere del Kasperltheatre, col suo baraccone collocato nella piazza della fiera, tra giostre, imbonitori e illusionisti in pedana. Ma qui ci occuperemo del Marat-Sade, successo indiscusso di Peter Brook che lo mise in scena a Londra subito dopo la prima stesura del testo, realizzando due anni dopo un memorabile film sotto forma di teatro-filmato. Uno spettacolo corale ripreso poi nel 1974/75 dal palermitano Beppe Randazzo, allievo di Michele Perriera, mettendolo in scena nella sala Laudamo di Messina dal grande impatto visivo, con gli spettatori chiusi all’interno d’una grande gabbia di ferro (realizzata dagli architetti Sidoti e Lo Curzio) e i teatranti aldilà delle grate, rimasto certamente nelle antologie teatrali cittadine, reso vivo e giocato da una trentina di giovani aspiranti attori, tra cui emergevano oltre al duo Vetrano-Randisi anche un tenerello Antonio Lo Presti, che adesso, ancora affascinato da quelle aure rivoluzionarie, lo mette in scena in questo fine ottobre in una delle due sale del barocco Monte di Pietà, utilizzando circa ventisei promesse teatrali. Come è noto, il Marat-Sade è un’opera provocatoria che si svolge contemporaneamente su diversi piani narrativi, coinvolgendo e turbando il pubblico, in una continua oscillazione fra il teatro di Artaud e quello di Brecht. Il dramma si svolge all'interno del manicomio di Charenton, riprodotto qui da Lo Presti con una sfilza di bianchi listelli di legno intrecciati tutt’intorno al salone, giusto per dare l’idea della gabbia, pedonabile pure per via d’una passerella che confluisce su un piccolo palcoscenico di fronte al pubblico, formato da non più di 80 spettatori. Cantano “La Marsigliese” gli internati del manicomio all’inizio della pièce agghindati con lunghi camicioni bianchi e coccarde al petto col tricolore francese, accompagnati alla chitarra da Antonio Larosa. Il Marat di Lelio Naccari è posteggiato di lato su una tinozza, lontano invero da quel dipinto di David, la Charlotte Corday di Giulia Merlino è distesa supina nel lato opposto in uno stato di sonno apparentemente tranquillo, mentre al centro il Marchese de Sade è raffigurato da tre fanciulle agguerrite che decidono di allestire una rappresentazione teatrale sull'assassinio di Jean-Paul Marat. Gli attori sono i pazienti del manicomio che, con il permesso del direttore François Simonet de Coulmier (Dario Delfino) si dispongono a mettere in scena il dramma. Si assisterà allo scontro fra lo scettico intellettuale disincantato Sade, esegeta del male assoluto e portatore di una anarchia distruttiva, contro l'Utopia visionaria del rivoluzionario Marat, amico del popolo. L'azione si svolge su due diversi livelli: il primo è il dramma in sé, il secondo è costituito dalle continue interruzioni e dai battibecchi che si svolgono tra gli attori, il regista (Sade) e il direttore del manicomio Il dramma spiega gli avvenimenti che hanno portato all'instaurazione della Repubblica e gli anni successivi del Terrore e si nota sempre in primo piano il rivoltoso Marat con benda in testa, accudito amabilmente dalla sua serva-amante per una malattia della pelle, mentre dirige l'attività politica seduto in una vasca da bagno, intento a redigere documenti poggiandoli su una tavoletta di legno e si conclude con Charlotte Corday che ucciderà Marat nella fatidica vasca da bagno. Lo spettacolo di Lo Presti finisce qui senza che i pazzi, controllati e sorvegliati dagli infermieri e dalle suore, possano diventare violenti, dando botte da orbi agli stessi addetti alla sorveglianza dell'ospedale psichiatrico, malmenando pure il direttore e la sua famiglia e distruggendo anche il materiale scenico. Con i già citati giovani virgulti vanno ricordati Mario Aversa, Francesca Baudo, Maria Concetta Bombaci, Massimo Bonanno, Aurora Ceratti, Mariaelide Colicchia, Sergio Colajanni, Elisa Cortorillo, Roberta Costanzo, Carmela Crisafulli, Cristina De Domenico, Antonella De Francesco, Adele Di Bella, Eugenio Enea, Noemi Mirabella, Dino Parisi, Giusyrene Pellegritti, Giuseppe Scafidi, Marco Sergi, Maria Squillaci, Danila Tropea, Letizia Veneziano.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 1 novembre 2015

 

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina 16-17-18 ottobre 2015

Infinita
un'opera di e con
Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel
regia - Michael Vogel, Hajo Schüler

Chissà perché giunge al Vittorio Emanuele di Messina proveniente dalla Germania la Family Flöz con lo spettacolo Infinita di nove anni fa e non con i successivi Hotel Paradiso, Garage d’Or oppure Haydi della passata stagione. La compagnia teatrale s’è formata a Essen nel 1994, risiede adesso a Berlino e la produzione oltre che della stessa Flöz è anche dell’Admiralspalast e del Theaterhaus di Stoccarda. Gli spettacoli, come questo Infinita, vengono realizzati dagli stessi attori, pure autori dei loro personaggi, utilizzando tecniche antiche ma efficaci come il teatro di figura, le maschere, una clownerie dirompente mista ad acrobazie e improvvisazioni, in cui un ruolo importante rivestono le ombre cinesi, i pupazzi e le silhouettes proiettate dietro uno schermo. Come quelle che il pubblico osserva giusto mentre prende posto sulla propria poltrona prima dell’inizio dello spettacolo. Ombre certamente non piacevoli visto che si tratta d’un funerale con una caterva di figure di adulti e bambini che segue il feretro. Ciò che poi nei 90 minuti succede ha a che fare con le due fasi critiche dell’essere umano: quand’è bambino e quando ormai è giunto alla vecchiaia, magari accudito sommariamente in un centro di riposo per anziani. Lo spettacolo procede al ritmo dei tableau vivant, con due bimbi che giocano dentro e fuori un box con una bambola di pezza o col personaggio più basso che non riesce a salire su una sedia o su un tavolo enormi. Eccoli poi tutti all’ospizio seduti su una panca bianca alle prese con una radio che gracchia, farsi i dispetti più ingenui, uscire dalle porte delle proprie stanze simili a cappelle funebri e c’è chi si muove con una pala piena di pipì in mano, chi corre dietro ad un girello e chi su una sedie a rotelle strabilierà il pubblico eseguendo da quella posizione esercizi da provetto ginnasta. Basterà poi un grosso pallone di gomma piuma per giocare e interagire col pubblico, che sta al gioco rigettandolo varie volte sul palco, per regalare infine dei momenti d’ilarità. Uno spettacolo per tutte le età, giocato sul filo d’una tragica ironia, in cui non si ride a crepapelle come accennato sull’opuscolo di sala, ma che riesce per pochi momenti a far riflettere sugli eterni temi della nostra esistenza: nascita, sesso, cibo, malattia, vecchiaia, morte. Quando poi alla fine si tolgono le maschere i quattro bravi attori Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Michael Vogel, questi due ultimi pure registi, sembrano molto più alti di quando li abbiamo visti in scena, salutati più volte da lunghissimi applausi.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 19 ottobre 2015

 

 

 

 

allo Spasimo di Palermo 9-11 ottobre 2015

Odissea movimento 1
di Emma Dante

Questa Odissea secondo Emma Dante - che per via d’una pioggia insistente rischiava venerdì 9 ottobre di non andare in scena allo Spasimo di Palermo, un monumento chiesastico dei primi anni del Cinquecento eretto e mai completato nel centralissimo quartiere della Kalsa, con la volta a cielo aperto lungo tutta la navata diventata un parterre e con la sola abside coperta trasformata in palcoscenico, sotto il quale si sono riparati acquattandosi per terra i numerosi spettatori - sembra un capitolo più corposo del suo precedente Io Nessuno e Polifemo. Un modo per circumnavigare intorno al poema, come se questo movimento 1 (di cui la Dante firma testo regia e costumi) potesse essere il primo di altri spettacoli ripescabili dai 24 canti attribuiti ad Omero. Intanto qui si narra di Telemaco (quello del riccioluto Alessandro Lenzi) che cerca di sapere dove s’è cacciato suo padre Odisseo, destreggiandosi come può dagli attacchi fisici e morali degli invadenti Proci, raffigurati in canottiera nera, pantaloni bianchi Armani e cappelli da guappi, che appaiono poi come abituali onanisti, visti di spalle, si esprimono in dialetto palermitano, sfoderano modi rozzi e volgari e cercano il momento buono per fare la festa a quella santa donna di Penelope ( Francesca Laviosa). Colei che si sostanzia sulla scena come una pirandelliana signora Ponza del Così è (se vi pare) tutta ricoperta dalla testa ai piedi di veli neri, gli stessi che lei istericamente tesserà di giorno e disfarà di notte, per essere subito dopo seppellita da lunghissime coltri di tulle nero che un gruppo di fanciulle le adagerà sul suo corpo, al ritmo d’una veloce danza in stile Pina Bausch. I ventidue allievi (la 23ª appariva solo a spettacolo concluso) della “Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo, guidati dalla Dante, mostrano già grande padronanza scenica ed espressiva e fra di essi si mette in luce uno Zeus culturista (Giuseppe Di Raffaele) alquanto ridicolo in slip rosso, colto mentre dialoga in palermitano con Atena sul futuro di Ulisse, che dovrà ancora penare per fare ritorno a Itaca, punito per giunta per avere reso cieco Polifemo figlio di Poseidone. Densa di pathos la lettera che Penelope invierà al suo sposo, scritta dalle ancelle su dei teli bianchi, quasi delle vele, gli stessi che poi tenuti per mano a varie altezze simuleranno il movimento delle onde marine, tuffandosi alcuni pure al loro interno, lanciando poi degli aeroplanini di carta in mezzo al pubblico plaudente. Una bacinella d’acqua sintetizzerà il vasto mare dentro cui l’Ulisse di Bruno Di Chiara (sue pure un paio di canzoni (Rapimi la porta e TerrAmare) vi infilerà la testa bagnandosi pure il corpo, avendo accanto la Calipso di Sara Calvario anche lei colta a inzupparsi la capigliatura. Si fa notare un Ermes con camicia rossa tigrata e una loquace nutrice Euriclea, quella di Maria Giulia Colace. E’ uno spettacolo, questo movimento 1 di Emma Dante, in cui non ci s’annoia mai, com’è nel suo stile sanguigno, spinto, spregiudicato, sensuale, salmastro, sgargiante come il colore dei costumi e dei bichini indossati da tutti gli aspiranti attori che in chiusura si muoveranno come dei ballerini delle Folies Bergère, tutti e 22 in fila, con le braccia mosse ritmicamente avanti e dietro e poi allargandole per imitare forse la nave dell’eroe intanto finalmente giunto nella sua Itaca. Non si sono esauriti qui tutti i personaggi dell’Odissea, manca ancora la maga Circe, Nausicaa figlia di Alcinoo re dei Feaci e altri ancora che saranno, forse, materia di studio e di altri saggi della Scuola della Dante. Vanno citati gli altri allievi che sono: Manuela Boncaldo, Toty Cannova, Silvia Casamassima, Domenico Ciaramitaro, Francesco Cusumano, Federica D’Amore, Clara De Rose, Silvia Di Giovanna, Marta Franceschelli, Salvatore Galati, Nunzia Lo Presti, Alessandra Pace, Vittorio Pissacroia, Lorenzo Randazzo, Simona Sciarabba, Giuditta Vasile, Claudio Zappalà. Fuori non piove più e dentro lo Spasimo si odono solo i lunghi applausi del pubblico.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 18 ottobre 2015

 

 

 

6-8 ottobre 2015 presso la Chiesa di Santa Maria della Valle detta La Badiazza,
Villaggio Scala Ritiro Contrada Badiazza (ME)

Esterniscespiriani
ideazione e regia di Alfonso Santagata

Doveva venire il regista foggiano Alfonso Santagata che abita in Toscana, a San Casciano in Val di Pesa, per scoperchiare una delle grandi incompiute di Messina, che nessun sindaco, a mia memoria, ha voluto/potuto risolvere, rendendo agibile uno sgangherato torrente nella periferia nord della città, che conduce dopo un paio di chilometri ad una delle più affascinanti chiese basiliane dell’XI secolo denominata Santa Maria della Valle detta La Badiazza, situata nel Villaggio Scala Ritiro in Contrada Badiazza. Invero alcuni anni fa una ditta appaltatrice aveva iniziato a sistemare tutto il tratto sterrato, ma s’è arrenata per mancanza di fondi, ultimando soltanto il tratto più vicino al monumento chiesastico. Li dove Santagata ha potuto mettere in scena i suoi Esterni scespiriani con una dozzina di giovani protagonisti che hanno fatto rinascere alcuni dei più gettonati personaggi delle opere di Shakespeare. Dopo un prologo di Daria Panettieri quasi in croce su una struttura illuminata da lampadine, gli spettatori entrano in una chiesa trasformata in un camposanto con tanti loculi disposti a quadrato sulla parete dell’abside illuminati da piccole candele rosse. Qui il becchino Nicola (Massimiliano Poli) si dà da fare per sistemare con una pala alcune tombe situate per terra, chiamando poi al microfono il signor Calibano direttore del cimitero che venga a raggiungerlo. Arriva un nero Otello che porta in braccio il corpo di Desdemona morta (Roberta Trovatello) dicendo al becchino, mentre le lava il corpo, che venga sistemata nel modo migliore, mentre sopraggiunge alle sue spalle un uomo tutto biaccato (Orazio Berenato), come i danzatori butoh, col quale intreccia una sorta di lotta. Intanto dalla parte opposta dello spazio scenico uno Jago non più traditore ( Antonio Alveario) aiuta un Otello morto (Giovanni Boncoddo) a tornare a nuova vita, al suono di musiche sacrali e canti iterativi che confinano poi col rock. Si ritorna nella postazione precedente con il becchino con farfallino, con fare da maître, che apparecchia una tavolino per due con tanto di rose rosse che depone in un vaso. Giunge un’Ofelia vestita di rosso (Cristiana Ioli) sempre sofferente d’amore per il suo Amleto e giunge pure il Calibano dello stesso Santagata con un fare imprenditoriale che fa cantare una fanciulla di turchese agghindata. Adesso veniamo condotti all’esterno e lungo lo stradone si rendono reali le figure di Lady Anna (Monia Alfieri) e di Riccardo III (Tommaso Taddei) che la seduce ancora una volta accanto al corpo morto di suo marito e ancora più distante da questa location Lady Macbeth ( la stessa Panettieri) non riesce a togliersi dalle mani il sangue di tanti delitti commessi insieme al suo sposo in ombra che le versa dell’acqua da una caraffa. Si ritorna all’interno e si nota una Desdemona (Adriana Mangano) che con toni da delirio dice di perdonare il suo sposo, mentre dal lato opposto Calibano ha nostalgia della sua isola perché avrebbe voluto amare Miranda dandole tanti Calibanini e ricorda i maltrattamenti di Prospero che gli faceva fare i lavori più umili. Si odono rintocchi di campane ed echeggiano le note di Bella ciao (luci e fonica Antonella Colella) spuntando come dal niente un biondo Amletino ( Dario Delfino) con occhiali da vista, maglioncino verde e scarpe da tennis, osservato da vicino dal solito becchino. E lo spettacolo finisce come ha avuto inizio con la solita protagonista attaccata a quella lignea struttura luminosa. « Il teatro - scrive Santagata - ha la capacità di inventare le “creature eterne”: Otello, Amleto, Riccardo, Lear, Desdemona, Ofelia; miti che consegnano la loro sfida agli uomini, alla natura e agli dei. Non moriranno mai, basta evocarli per farli tornare; nessuno ha il potere di ucciderli, di annientarli. Le creature evocate si prendono delle libertà, altre strade da quelle che hanno praticato nella vita, come se l’Ade avesse mutato il loro carattere». Successo per la Compagnia Katzenmacher e del Teatro Vittorio Emanuele di Messina che hanno prodotto lo spettacolo e per il gran lavoro svolto da Laura Giacobbe, assistente alla regia.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 8 ottobre 2015

 

 

 

 

Teatro Libero di Palermo, al Monte di Pietà di Messina

Il visconte dimezzato
di Italio Calvino
regia di Luca Mazzone

Sul fare degli anni ’50 Italo Calvino è avvolto da una nebulosa squisitamente fantastica e fabulosa del reale, partorendo nel giro di poche stagioni Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957) Il cavaliere inesistente (1959), una trilogia di curiosi personaggi riuniti poi sotto il titolo de I nostri antenati. A suo dire Calvino voleva scrivere una storia leggera per se stesso e per gli altri, convinto com’era, in accordo con Brecht, che la prima funzione sociale di un’opera teatrale era il divertimento, inventandosi dunque l’immagine di un uomo tagliato in due, dimezzato appunto, come può essere chiunque al tempo d’oggi, diviso in una sorta di “doppio” tra il bene e il male. Seguendo i suggerimenti dello stesso Calvino, Luca Mazzone per conto del Teatro Libero di Palermo mette in scena con successo nel barocco Monte di Pietà di Messina il fantastico romanzo di Calvino, utilizzando solo tre attori pigliatutto, due ragazzi (Vincenzo Costanzo e Giuseppe Viglieri) e una ragazza (Silvia Scuderi), che vestono i vari personaggi con i costumi grotteschi di Morena Fanny Raimondo, sui quali risaltano ruoli e nomi e avendo come supporto uno schermo dove far passare le immagini d’un video d’animazione ad opera di Valentino Lo Duca. E per meglio differenziare le due metà del visconte, la buona e la cattiva, Mazzone ha fatto imprimere sulle due maniche d’una camiciola gialla i due termini “destro” e “sinistro”, in modo che il pubblico capisse subito i caratteri del visconte Medardo di Terralba, una sorta di Don Chisciotte col suo scudiero Curzio, diviso in due parti per via d’una palla di cannone scagliatagli in battaglia dal nemico esercito turco. Lo spettacolo di Mazzone ha i caratteri d’una divertente pantomima e in accordo con l’autore mantiene i risvolti d’una didascalica fiaba in cui l’uomo di oggi, quasi in accordo con l’Io diviso di Laing, si sente alienato, oscillando tra il bene e il male, celando spesso una personalità schizoide. La parte destra del visconte, quella cattiva, soprannominato “il Gramo”, torna dalla guerra tutto ricucito dal ridicolo dottor Trelawney, e nel paese farà stragi d’ogni sorta: accuserà ingiustamente la vecchia balia Sebastiana di avere la lebbra scacciandola a Pratofungo, il paese dei lebbrosi, condannerà a morte numerosi cittadini per reati banali o inesistenti, opprimerà gli Ugonotti a causa della loro religione e tenterà più volte, senza successo, di uccidere suo nipote. S’innamorerà poi non ricambiato della contadinella Pamela, sino a quando alla fine, sopraggiungendo la metà sinistra del visconte, quella buona, dopo una serie di accadimenti le due metà per incanto si riuniranno e potranno convolare a nozze con la fanciulla. Le musiche ed effetti sonori erano di Antonio Guida e dello stesso Mazzone, le luci di Fiorenza Dado e Gabriele Circo.
Gigi Giacobbe

 

 

 

al Tindari Festival 2015

Borges Piazzolla
regia di Francesco Tavassi
con
Giorgio Albertazzi e Mariangela D’Abbraccio

C’era la luna piena sul Teatro greco di Tindari la sera del 29 agosto. Che illuminava la chioma bianca di Giorgio Albertazzi e quella nera di Mariangela D’Abbraccio. Alle prese entrambi con gli inconfondibili versi di Jorge Luis Borges e i vorticosi e virtuosi tanghi di Astor Piazzolla, accompagnati entrambi da cinque formidabili musici disposti a semicerchio sulla skené: Vicky Schätzinger (pianoforte),Gianluca Casadei (fisarmonica), Luca Pirozzi (chitarra), Alessandro Golini (violino), Raffaele Toninelli (contrabbasso) che hanno fatto danzare per 80 minuti la mente e il cuore dei numerosi spettatori seduti sui gradoni della cavea. Ruggisce ancora quel leone di Albertazzi nonostante la sua veneranda età, sia pure appoggiato ad un bastone e seduto poi su alto sgabello, avendo a lato la D’Abbraccio di cui non conoscevamo le sue doti di ottima cantante multilingue compreso il francese e lo spagnolo. Certamente uno spettacolo che ha incuriosito chi sconosceva il multiforme pianeta di Borges e che è stato molto apprezzato da chi quel mondo lo aveva letto e assaporato. Merito di Albertazzi per aver opportunamente scelto, in accordo forse col regista Francesco Tavassi, quei versi che meglio inquadravano la vita e l’anima del poeta quando da ragazzo viveva nel quartiere Palermo di Buenos Aires o quando più tardi il tango gli entrerà nelle ossa come un’isola di fuoco o d’un polposo mare. Borges per una malattia agli occhi ereditata dal padre resterà praticamente cieco quando ha 57 anni e resterà in questo stato, senza subire una stasi la sua creatività, sino al 1986 quando morirà a Ginevra all’età di 87 anni, ricevendo tre anni prima a Palermo il “Premio Novecento”. Le sue poesie rivelano una tendenza alla riflessione e al lavoro intellettuale della memoria, mentre i suoi racconti come “Finzioni” o “L’Aleph” sono dei labirinti ricchi di simboli come gli scacchi e gli specchi con espedienti che ci rimandano alla tecnica del romanzo poliziesco. “Rinascerò un’altra volta in una sera di giugno con questa voglia di amare…” recitava a viva voce Albertazzi in chiusura dello spettacolo rifacendosi ai versi di Horacio Ferrer tratti da Preludio para el ano 3001, musicata da Piazzolla.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

al Tindari Festival 2015

Edipo e Giocasta
da Edipo Re e Edipo a Colono di Sofocle
regia di Stefano Molica

All’interno del Tindari Festival 2015 diretto da Anna Ricciardi Il Teatro dei due Mari, giunto al suo XV anno di attività, ha presentato sulla skené d’uno dei più suggestivi Teatri greci con vista sulla penisola di Milazzo e sulle sette Isole Eolie, Giocasta Edipo, con la puntigliosa regia di Stefano Molica, originario di Patti, che ha assemblato tutto d’un colpo le due tragedie sofoclee Edipo re e Edipo a Colono. Solo una seggiola di velluto rosso con braccioli e alto schienale e una pedana lignea sono sufficienti al Tiresia di Renato Campese per introdurci all’interno d’una storia fra le più tremende del teatro classico e che ha dato modo a tanti studiosi capitanati da György Lukas e Peter Szondi di stilare le proprie teorie sul dramma moderno e a Freud, e non soltanto a lui, d’impiantare le teorie psicanalitiche, nella fattispecie il noto complesso edipico, che vede come oggetto l’eroe greco che senza saperlo uccide il padre Laio e prende in moglie la madre Giocasta, da cui per giunta avrà quattro figli: Eteocle e Polinice, Antigone e Ismene: i due maschi saranno poi i protagonisti dei Sette a Tebe di Eschilo, le due femmine dell’Antigone dello stesso Sofocle. Sembra un po’ un gioco ad incastro tutto il teatro greco in cui puoi incontrare dei ed eroi nei modi e nei luoghi più disparati, riuscendo infine, con po’ di fatica, a completare il puzzle. La prima parte dello spettacolo era incentrata su Giocasta, colei che uno s’immagina essere un gran donnone in grado di affrontare il cruccio d’avere partorito un bambino che il marito Laio le sottrae, abbandonandolo sul monte Citerone, perché l’oracolo gli aveva predetto che un figlio nato da Giocasta sarebbe stato causa della sua morte. Sopravviverà Edipo perché il pastore tebano incaricato dell’abbandono disobbedirà agli ordini affidandolo ad un pastore di Corinto che a sua volta lo consegnerà al re Polibo, il quale essendo senza figli lo adotterà dandogli il nome di Edipo. Caterina Vertova è una superba Giocasta, impetuosa nel suo incedere e femmina quando dice che suo marito se fosse stato magnanimo le avrebbe dovuto consentire di avere altri uomini con cui unirsi, non avendo poi tutti quei sdilinquimenti, in questa versione secondo Molica, allorquando scopre che colui che l’ha ingravidata quattro volte è il suo naturale figlio Edipo (quello che passa quasi inosservato di Cesare Biondolillo) abbracciandolo voluttuosamente a più riprese senza mettere fine ai suoi giorni. La seconda parte dello spettacolo vede in scena un possente Edoardo Siravo nel ruolo d’un Edipo somigliante un po’ all’Hamm beckettiano di Finale di Partita, forse per via degli occhiali neri, in realtà è perché avendo visto la sua condizione di figlio-sposo della madre Giocasta e fratello o fratellato dei quattro figli messi al mondo ha preferito non vedere più queste brutture e s’è letteralmente strappato gli occhi. Adesso è lì a Colono guidato dalla figlia Antigone (Valentina Enea) che per non farlo sentire abbandonato veste i ruoli della sorella Ismene che racconta la lotta fratricida tra Eteocle e Polinice, gli fa credere d’essere il cognato Creonte che vorrebbe ricondurlo a Tebe, dello stesso Polinice e dei suoi propositi bellici, mentre la notte si fa più fonda e la fine per Edipo diventa sempre più prossima, addentrandosi nell’oscurità e scomparendo misteriosamente.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

Arena Vittorio Emanuele di Portorosa (Furnari-Messina)

Comme un souvenir
(revoir Paris)
di Micha van Hoecke

A differenza di Tadeusz Kantor che prima di morire una quindicina d’anni fa scrisse uno dei suoi ultimi spettacoli titolato Qui non ci torno più riferito alla sua città natale Wielopole in Polonia, Micha van Hoecke originario di Bruxelles ma che ha vissuto e lavorato a Parigi accanto a coreografi del calibro di Roland Petit e Maurice Bejart non solo c’è ritornato tante volte ma ha titolato adesso il suo più recente spettacolo Comme un souvenir ( revoir Paris) che ha debuttato alcuni mesi fa al Teatro di Messina e adesso viene riproposto nella mega-Arena Vittorio Emanuele di tre mila posti di Furnari, un paesino sul Mar Tirreno ad una sessantina di chilometri distante da Messina. Un modo per rivangare con la mente e col cuore ricordi e souvenir della Ville Lumiere quando vi lavorava come attore o ballerino, creando coreografie da antologia, perseguendo una forma di teatro totale in cui la danza si sposa con la musica e il canto, con le arti visive e recitative. Elementi messi in luce già all’inizio con quegli ingrandimenti fotografici accarezzati all’inizio dalla danzatrice Rosa Merlino con impermeabile beige che sinuosamente si muoveva al ritmo delle note dolorose del 1° dei sette Gnossiennes di Satie suonate al piano da Giovanni Renzo, poi pure nei panni insoliti di attore-figurante. Ingrandimenti che schermavano la scena di Mariella Bellantone (mentre i costumi erano opera della sartoria del Teatro Vittorio Emanuele sotto la guida di Marella Ferrera e Cinzia Preitano), composta quasi astrattamente da un ponte e da una piattaforma, da tavolinetti rotondi con relative sedie e che ritraevano alcuni luoghi simbolo di Parigi, come la scalinata di Montmartre o il Café de Flore. Uno spettacolo gradito dal numeroso pubblico plaudente a più riprese, una sorta di plongée, un tuffo nel passato parigino di Micha van Hoecke, diciamo dagli anni’60 ai ’90, visto attraverso una serie di canzoni dei più significativi cantanti e chansonniers dell’epoca, come Yves Montand, Charles Aznavour, Edith Piaf, Charles Trenet, Gilbert Becaud, stranamente mancava Juliette Greco ma c’era il formidabile trio composto da Jacques Brel, Georges Brassens, Leo Ferré, con la ciliegina d’una poesia di Jacques Prevert titolata Déjeuner du Matin (Colazione al mattino) mimata da un bravo Denis Ganio e drammatizzata da una grande Adele Tirante, colta poi più volte a cantare dei brani della Piaf sfoderando la sua singolare voce canaille e rochita. Uno spettacolo ricco di sentimenti senza mai scadere nel patetico, durante il quale Yuri Mastrangeli sfoderava le sue doti di mimo alla Marcel Marceau, Rimi Cerloj quelle acrobatiche e muscolari di ginnasta e si mettevano in luce i volteggi e le corse di Ilenia Romano e Valentina Berretta e di tutto l’ensamble di Danza del Teatro messinese. Bello il contrasto tra colei che passeggia sul proscenio con palloncini in mano e colei che attraversa quel ponte con ombrellino in mano, quasi una figuretta di Renoir, mentre nello spazio centrale tutto il corpo di ballo si agita come se prendesse il sole a mare ( la canzone appunto è La mer cantata da Montand) cui fa seguito un fuggi-fuggi per un improvviso acquazzone. Ha l’odore dell’amore questo spettacolo: dei vecchi amanti di Brel, degli amori infelici di Brassens o dell’amore che dura solo un giorno come in Aznavour. C’è un salto nelle boites dei gigolo al ritmo di mazurche e di valzer a tre tempi e sfila come un trenino quella dozzina di donnine con giarrettiere sciolte al ritmo della marcetta Ça c’est Paris cantata da Mistinguette, emblema della vita notturna alle Folies Bergère o al Moulin Rouge. Adesso “col tempo tutto se ne va” e lo spettacolo si chiude con Renzo che strimpella la nota canzone di Ferré quando ci si dimentica delle passioni e degli anni perduti alle spalle.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 21 agosto 2015

 

 

 

 

Ricordando
Giuseppe Luciani
attore-regista-drammaturgo di Messina scomparso a soli 58 anni
di Gigi Giacobbe

« Il Teatro è seduzione, dolore interiore, fatica fisica, passione carnale, non solo con il pubblico, ma soprattutto con i colleghi sulla scena, in particolare con quelli che reagiscono perfettamente alle tue sollecitazioni o stimoli e tu in modo del tutto naturale rispondi ai suoi ». Era questo il Teatro per Giuseppe Luciani quando gli feci un’intervista pubblicata sul Giornale di Sicilia il 30 novembre del 1986, al tempo in cui un anno prima aveva fondato con Gianni Fortunato il gruppo teatrale “Accademia Sarabanda” - in attività ancora oggi - arricchito pure dalle presenze di Margherita Smedile, Palmira Occhipinti, Vincenzo Saterno, Michele Bordi, Giovanni Moschella e Giorgio Bongiovanni. Una formazione prolifica che nel giro d’un paio d’anni realizza “Copione, lo dico alla maestra”, un insieme di sketch di Woody Allen, Achille Campanile e Ettore Petrolini; “Ukulele” con brani tratti dal “Tingeltangel” di Karl Valentin; “Come il Signor Mockimport fu liberato dai suoi malanni” di Peter Weiss dai ritmi d’avanspettacolo con Luciani nei panni del titolo, in grado pure da lì a pochi mesi di scrivere e interpretare due atti unici: “Dagon” tratto su un racconto dello scrittore statunitense Lovecraft, su un tossicodipendente che registra l’ultimo messaggio su un nastro magnetico e “ Ben fatto” sul rapporto conflittuale con la madre attraverso un computer, assemblati entrambi sotto l’accattivante titolo di “Le stelle sono lame di coltello”.-
Giuseppe scopre d’essere attore a 20 anni, quando nel 1977 frequenta i corsi di drammaturgia di Lorenza Mitra Sacchetti presso l’Accademia Filarmonica di Messina, ma il suo vero debutto avviene due anni dopo quando col mio gruppo Teatro 221 int.7 è protagonista con Salvatore Paolilla e Antonella Giacobbe di due atti unici di Vaclav Havel, titolati “Udienza” sul rapporto operaio-caporeparto all’interno d’una fabbrica di birra e “Vernissage” sul nascente consumismo di quegli anni. Era bravo Giuseppe dalla bella voce calda e aveva pure un buon carattere, capiva subito la sua parte e non l’ho sentito mai gridare, né dire parolacce o perdere la testa. Lo vedevo sereno, con le idee chiare su cosa fare in Teatro. Ma si sa che in questi ambienti la vanitas regna sovrana e spesso vince chi ha dentro il Narciso più grande o gli opportuni contatti con chi poi ti fa lavorare e t’infila nelle produzioni teatrali che contano. Giuseppe, mi pare, non era uno di quelli che si faceva avanti tirando fuori la voce più grossa. S’accontentava di quel poco che le varie compagnie locali potevano offrirgli. Questo, forse, era il suo limite, mica si può essere ad ogni costo arroganti o fini ragionatori machiavellici. Adesso che l’eterna nemica se l’è preso via con sé all’età di soli 58 anni per un male che non ha potuto debellare, qualcuno magari recriminerà che bisognava inserirlo nei propri lavori e che era giusto farlo lavorare. Eppure la sua presenza non è passata inosservata. Vittorio Ciccocioppo, anche lui scomparso di recente, nei primi anni ’80 lo aveva voluto nel “Teatro dello Stretto” prima in un recital di poesie al Carcere di Gazzi, poi come fine dicitore all’interno d’un convegno su Rosso di San Secondo nell’aula magna della nostro Ateneo, poi come attore de dramma “Il miracolo di Teofilo” di Rutebeuf. La stessa Patrizia Baluci che privilegia un Teatro di ricerca, fondatrice de “Il Diario Celeste”, nel 1986 lo vuole accanto a sé nel “Requiem” di Rilke con le musiche dal vivo della flautista Alessandra Dalla Benedetta e l’anno successivo al San Carlino vestirà il ruolo di “Ciccino” nella novità in due tempi di e con Massimo Mollica e subito dopo parteciperà allo spettacolo “Cappiddazzu paga tutto” di Pirandello secondo Alvaro Piccardi per conto del Teatro Libero nei panni di aiuto regia. Per una decina d’anni perdo le tracce di Giuseppe. E’ come se deliberatamente si fosse allontanato dall’establishment teatrale senza più chiedere niente a nessuno. Qualche amica comune mi dice che scrive dei testi suoi per rappresentarli nelle scuole, fregandosene di tutti e di tutto. Lo rivedo nel febbraio del 1997 in uno studio sul “Woyzeck” di Büchner messo in scena al Teatro in Fiera da Gianni Fortunato in cui Giuseppe interpreta il ruolo del titolo avendo accanto Margherita Smedile nei panni di Maria, Fabio Raffa in quelli del tamburmaggiore, Maurizio Puglisi era il capitano, Antonio Caldarella (anche lui scomparso da anni) faceva il medico, mentre le musiche dal vivo erano di Giancarlo Parisi. Perdo ancora le tracce di Giuseppe, che intanto s’è fatto crescere i capelli diventati tutti bianchi e raccolti in un codino-codone e lo rincontro alla Lega Navale nel 2007 protagonista del pezzo “La panchina”, uno dei tre racconti dei 24 in tutto, de “L’uomo invaso” di Bufalino, scelti-diretti-interpretati da Donatella Venuti. Perdo ancora le sue tracce e mancherò di vedere al Savio nel 2012 un suo spettacolo profetico, titolato “Addio alle scene”, inserito nella Rassegna di Teatro “In direzione contraria e ordinata” voluta-organizzata-sponsorizzata con i soldi di Gianfranco Quero, uno dei pochi a Messina che ha creduto nelle qualità artistiche di Giuseppe Luciani.-


articolo pubblicato su Centonove il 30 luglio 2015

 

 

 

 

Mentre il Teatro In giunto alla sua 69ª Edizione registra un calo di rappresentazioni, in tutto una cinquantina di spettacoli dal 4 al 25 luglio, il Teatro Off che quest’anno ha tagliato il traguardo di mezzo secolo di vita, evidenzia numeri da capogiro con 1336 spettacoli in cartellone, 1071 compagnie in scena provenienti da 26 paesi. Evidentemente l’ambiente straordinario del Festival che si anima dalle 9 del mattino sino alle 23,45 della sera, anche con spettacoli di strada spontanei, fanno di Avignone un’artistica città vetrina, in grado d’attirare migliaia di spettatori provenienti da ogni dove della Francia ma anche da molte città europee. Si ha davvero l’imbarazzo a scegliere chi e quali spettacoli vedere, facendo combaciare orari e appuntamenti con quelli del programma ufficiale. Tuttavia sono questi quelli che siamo riusciti a vedere: Misa-Lisin del Langasan Theatre di Taiwan in lingua ahmi, era una sorta di rituale, una cerimonia sacrificale, nello spazio della Condition de Soies, durante il quale si richiamava alla memoria un mito drammatico e misterioso: quello d’un parricidio al suono di salmodie e canti ancestrali, ad opera d’un gruppo di danzatori-attori, anche aborigeni, che si rotolavano nel fango come in alcuni spettacoli di Rodrigo Garcia. Al Théâtre des Corps Saints quattro uomini s’incontrano nella sala dei passi perduti della Gare de Lyon di Parigi (Xavier Guittet, Jean-Marie Lallement, Jean Maricot, Olivier Salon), alla ricerca d’un ragazzo scomparso che si chiama Gaspard Winckler. Un modo per raccontare la biografia d’uno dei più grandi scrittori dell’OuLiPo (assieme a Raymond Queneau) che di nome fa Georges Perec, autore d’una sua biografia titolata W ou le souvenir d’enfance, messa in scena con molta ironia da Marie Guyonnet. Un libro funambolico di 37 capitoli in cui si ha l’impressione di leggere contemporaneamente due romanzi: il primo tempestato d’avventure con la fantasia d’un ragazzo, l’altro autobiografico, ricco di ricordi, brani sparsi, assenze, oblii, dubbi, ipotesi, aneddoti. Nello storico spazio del Théâtre du chien qui fume la magnetica Deborah Lamy, con la regia di Sarkis Tcheumlekdjian, ha raccontato con un’infinità di variazioni vocali L’homme qui tua Don Quichotte, un modo per attrarre gli estimatori di Cervantes e farli entrare in sala, perché se c’è qualcuno che ha ucciso il Don Chisciotte è proprio il suo autore e nessun altro. Da canto suo Thomas Marceul ha cercato di dare vita ad un Hamlet sottotitolo la fin d’une enfance, giocando nella sua stanza con pupazzi, marionette, soldatini e macchinine, mentre la voce della madre (che non compariva mai ) lo chiamava per farlo andare a tavola e di non sprecare il suo tempo in giochetti da bambino…forse solo temendo questo bamboccione che comparisse all’improvviso il buon William Shakespeare per dargli tante botte sul popò. Grazioso, divertente, infantile, Un gros gras grand Gargantua, anche per l’idea registica di Isabelle Starkier al Théâtre de Barriques, con un solo personaggio in scena, quello di Pierre-Yves Le Louarn, che se ne stava seduto avvolto da un grosso pancione rosso, con accanto un paccone di corn-flakes, di bevande che succhiava a più riprese, di telefonini e tablet, cui bastava solo affondare la testa in quell’impalcatura per uscirne trasformato in Pantagruel forse, aiutato a volte dal servo muto Fabiana Medina, per come in un’ora ha dato l’idea della bellissima storia di Rabelais rivista da Pascal Hillion, infarcita di bulimia e sensi colpi per non riuscire a dimagrire. Infine uno spettacolo italiano al Théâtre Isle 80, recitato in francese e buona la messinscena di Roberta Spaventa per conto del Teatro Peso Specifico di Modena che ha proposto una singolare visione della fiaba perraultiana Barbe-Bleue, in cui il personaggio del titolo, Santo Marino, più che un prestigiatore fallito somigliava ad un qualunque vampiro della Transilvania che si fa beffa nel suo cammino delle due fanciulle, Alessandra Amerio, Martina Raccanelli, che rimangano tuttavia affascinate dal personaggio, verso il quale provano nel contempo attrazione e repulsione, giochicchiando con una chiave magica, sostanziandosi a volte sulla scena il cadavere d’una terza donna fatta fuori da quell’orco, Cristina Carbone, e che avrà come epilogo l’uccisione di quella figura che nella storia è stato accostato al re inglese Enrico VIII, per aver cambiato nella propria vita sei mogli, alcune facendole condannare a morte, al re Shahriyar delle Mille e una notte cui Shéhérazade, per salvarsi la vita non terminerà mai il racconto iniziato la notte precedente o a quel Landru realmente esistito in Francia, un Barbablù criminale e assassino seriale, che morì decapitato alla ghigliottina.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 28 luglio 2015

 

 

 

Festival d’Avignon 2015
(4-25 luglio 2015)

Teatro In
diretto da Olivier Py

In questa 69ª edizione del Festival d’Avignon brillavano le stelle del tedesco Thomas Ostermeier e del polacco Krystian Lupa, vincitori il primo del Premio Europa Nuove Realtà Teatrali assegnato a Taormina nel 2000, il secondo del Premio Europa per il Teatro conferitogli a Breslavia (ex Wroclaw) nel 2009. Non ho visto lo spettacolo di Lupa tratto da un testo del 1984 di Thomas Bernard titolato A colpi d’ascia e in francese Des arbres à abattre, ma non ho perso il poderoso Riccardo III shakesperiano secondo Ostermeier, naturalmente in tedesco sottotitolato in francese e abiti contemporanei, messo in scena nel centralissimo Teatro Opera Grand Avignon, pieno zeppo in tutti i suoi posti e accolto con calorosi applausi e ovazioni finali, (ma è stato sempre così per tutti gli altri spettacoli cui ho assistito) indirizzati all’ottima interpretazione di Lars Eidinger nel ruolo del titolo, che caracollava sulla scena come un ragno velenoso con gobba posticcia sulla spalle e una sorta di cuffia di pelle nera in testa tipo quella dei giocatori di rugby o dei boxeur: quasi una rock-star in grado di fare Tarzan lanciandosi dal palco alle prime file con le mani appese ad un simil-lunga-liana con filo elettrico, su cui stava attaccato un microfono e una telecamerina: un finto-andicappato nel corpo ma lucidissimo nella mente, che aveva come unico obiettivo - passando attraverso una serie di ammazzamenti ammiccamenti e ruffianerie varie - solo e soltanto il potere regale e che tuttavia avrebbe finito i suoi giorni appeso con testa in giù come carne da macello.- Oltre al Re Lear con la regia di Olivier Py, il terzo Shakespeare del festival al Théâtre Benoit XII, in lingua portoghese sottotitolato in francese, era incentrato sulla storia d’amore e di morte di Antonio e Cleopatra che i due protagonisti, Vitor Roriz e Sofia Dias (in cinta), per disegno registico di Tiago Rodrigues, ci restituivano in una forma nuova, ovvero dialogando per la più parte in terza persona, creando un effetto oltremodo straniante, impersonale, quasi glaciale, come se la loro passionale storia, portata sugli scudi nell’omonimo film dell’accoppiata Taylor-Burton ( di cui s’individuavano le loro immagini su un LP accanto ad un impianto stereo) riguardasse altri innamorati. Di rilievo la scena di Ângela Rocha, in stile Calder, raffigurante tre segmenti metallici che tenevano in equilibrio due coppie di specchi colorati in blu e giallo, le cui ombre proiettate su un fondale grigio creavano delle pitture in movimento. Due gli spettacoli argentini in lingua spagnola, rispettivamente Dinamo su testo e messinscena di Claudio Tolcachir, Melisa Hermida, Lautaro Perotti al Gymnase du Lycée Mistral e Cuando vuelva a casa voy a ser otro (Quando rientrerò a casa io sarò un altro) di Mariano Pensotti a La Fabrica. Il primo giocato all’interno d’uno spaccato di caravan da parte di tre protagoniste di nazionalità diverse ( Marta Lubos, Daniela Pal, Paula Ransenberg) alla ricerca di solidarietà e affetto, il secondo incentrato su una storia realmente vissuta dal padre dello stesso Pensotti, un rivoluzionario militante, che durante la dittatura argentina nasconde oggetti compromettenti nel giardino della casa paterna, senza poterli più trovare alla fine di quel nero periodo e come poi, il nuovo proprietario di quella casa, solo di recente, volendo fare una piscina scopre quel sacco e lo restituisce al legittimo proprietario. Una sorta di vaso di Pandora che una volta aperto riporta i personaggi della pièce, spesso calati in ruoli di cantanti e musicisti di band musicali, a ri-vivere su un doppio tapis roulant ( la scena era di Mariana Tirantte suoi pure i costumi) un passato di miti personali e familiari e un presente socialmente e politicamente diverso, più aperto, certamente migliore. Parecchi gli spettacoli di Teatro-Danza: A mon seul désir di Gaelle Bourges al Gymnase du Lycée Saint-Joseph, che si rifà al sesto arazzo de La Dame à Liocorne, leggiadramente danzato da quattro nude protagoniste, vestite solo con maschere raffiguranti un coniglio, una scimmia, un pappagallo e una volpe e poi due di loro che indossano quelle d’un leone e d’un sensuale liocorno, accarezzato da una madonna in abiti medievali, con un finale altrettanto nudo da parte d’una trentina di figuranti. Movimenti astratti con ritmi intensi, frenetici e musiche assordanti con fumi a forma di cerchio caratterizzano Jamais assez di Fabrice Lambert al Gymnase du Lycée Aubanel, le cui coreografie di stampo ecologico, cui hanno dato vita una decina di ballerini, s’ispirano a quel progetto denominato Onkalo, il cui enorme cantiere realizzato in Finlandia prevede lavori già cominciati 10 anni fa e che dureranno 100 anni per seppellire 250.000 tonnellate di rifiuti radioattivi nel mondo dichiarati nocivi per 100.000 anni, facendo sembrare che il nucleare sia un buon affare salvo per i cittadini che gettano la spazzatura nei cassonetti. Alla Cloitre des Carmes è andato in scena Le bal du Cercle ad opera di Fatou Cissé, lei stessa ad intrecciare danze al ritmo di musiche molto ritmate a base di percussioni, assieme ad una cinquina di sue colleghe (qualcuna somigliante alla sensuale Grace Jones): uno spettacolo ispirato al Tanebeer, una pratica tribale riservata alle donne del Senegal, agghindate con coloratissimi abiti e copricapo, simili a quelli d’una sfilata del Carnevale di Rio e felici di muoversi come delle mannequin in un défilé di moda dai forti connotati erotici o come dei boxeur intorno ad un ring. Anche la coreografa Eszter Salamon, originaria dell’Europa dell’Est, per il suo Monument 0: Hanté par la guerre alla Cour du Lycée Saint-Joseph si rifà ad alcuni avvenimenti che ricalcano espressioni del passato, appropriandosi in particolare di quelle danze popolari e tribali provenienti da varie regioni del mondo, segnate da guerre e conflitti legati alla storia dell’Occidente. E così i sei danzatori in scena somigliano a dei guerrieri con il cranio a forma di teschio, a delle figure antropomorfe, scimmiesche quasi, a degli zombi pittati di nero o a delle siluette dai visi mascherati avvolti da larghe gorgiere o a fantastici e surreali personaggi che sprigionano vitalità e una forte energia positiva. Il tema della guerra è molto ben visibile nel bellissimo Retour à Berratham propiziato alla Cour d’Honneur des Papes dalla scrittura di Lauren Mauvignier e dalle coreografie di Angelin Preljocaj, che ha come protagonista un uomo che ritorna a Barratham dopo la guerra nell’ex Jugoslavia, alla ricerca di Katja, la donna che ama. Sulla scena di Adel Abdessemed composta nei tre lati da una sorta di muro di telai metallici giacciono un’infinità di sacchetti neri di spazzatura e agli angoli sono ben visibili due catorci di automobili incendiate e una grande stella illuminata. Quattordici i bravissimi ballerini in scena a rendere visibile ciò che una voce fuori campo racconta e per voce di Mauvignier “questa storia è ugualmente l’onda dello choc della violenza, della memoria sanguinosa, dell’istinto della sopravvivenza”. Ad ogni mezzogiorno delle tre settimane del Festival, tranne i lunedì, grazie ai registi Valerie Dreville, Didier Galas, Gregoire Ingold, i numerosi allievi della Scuola Regionale degli Attori di Cannes hanno letto con enfasi drammatizzata La Repubblica di Platone, ponendosi alcuni attorno ad un tavolo, altri qua e là in mezzo al numerosissimo pubblico del Giardin Ceccano, difendendo ognuno la propria visione politica. Il lavoro molto teatrale, realizzato da D’Alain Badiou in ventiquattro sequenze, è una riflessione sulla giustizia dell’uomo, sull’organizzazione politica e sulla querelle dei filosofi per delineare la città ideale, in cui Platone appare un nostro contemporaneo, lì dove in particolare si rimarcava quel passaggio di Ménon, in cui Socrate interpellando uno schiavo stabilisce che costui sarà capace di capire un difficilissimo problema di geometria. Molto interessante ma anche difficile da seguire la Trilogie du revoir ad opera di Botho Strauss realizzata nel Gymnase du Lycée Aubanel da Benjamin Porèe, ruotante intorno ad argomenti che riguardano la pittura, il teatro, la fotografia e la letteratura. Una riflessione sulle immagini che consente al regista di esplorare le crisi che avviluppano gli esseri umani senza punti di riferimento. Lo spettacolo di tre ore senza intervallo, si svolge all’interno d’uno spazioso salone con una grande vetrata sul fondo in cui staziona, nella scena di Mathieu Lorry-Dupuy (i costumi di oggi sono di Marion Moinet) un lungo divano in cui ci si può sedere d‘ambo i lati. Qui ogni anno si ritrovano in villeggiatura gli amici delle Arti per scoprire in anteprima la nuova mostra di Moritz ( Sylvain Dieualde) direttore d’un museo sperduto nella natura. La discussione sulle opere, ma anche il loro modo di conoscersi rivela subito la loro solitudine e la disperazione che li avvolge. Un lavoro ben recitato da tutta la compagnia formata da 17 attori, le cui donne fanno da accessorio ai loro mariti appartenenti alla classe medio borghese. Infine Fugue di Samuel Achache pure regista alla Cloitre des Celestins ambientato in una scalcagnata baracchetta ai confini del Polo Sud (la scena è di Lisa Navarro e Francois Gauthier-Lafaye) in cui la sabbia bianca tutt’intorno imita le distese di neve e di ghiacciai. Uno spettacolo ricco di musiche con i personaggi agghindati con giubbottoni pesanti e occhiali da scalate alpine ( costumi di Pauline Kieffer con l’aiuto di Dominique Founier) che oltre a recitare e suscitare grande ilarità con i loro numeri, sanno cantare con voce da soprano o da contralto e suonare il piano, il violoncello, la tromba, l’oboe la chitarra brani di Bach.
Gigi Giacobbe

__

__


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 28 luglio 2015

 

 

 

dal 6 al 31 luglio 2015 al Forte San Jachiddu


un progetto di
Stefano Barbagallo e Roberto Bonaventura

intervista a
Roberto Bonaventura
a cura di Gigi Giacobbe

Dopo alcuni anni di silenzio Roberto Bonaventura con la combriccola del Castello Sancio Pancio (Adriana Mangano, Stefania Catalfamo, Martina Morabito) torna al Forte San Jachiddu artefice della V Edizione del Forte Teatro Festival, partito già il 6 luglio con “In fondo agli occhi” di e con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, cui si aggiungeranno oltre a spettacoli con i vari Domenico e Gerri Cucinotta, Venuto, Tavano, Bonaffini, Quero, Brie, Giovanni Maria Currò, la carismatica figura di Ascanio Celestini (il 20) con i suoi “Racconti d’estate” e che chiuderà il 30 e il 31 luglio con “MostroCaligola” tratto da Albert Camus, Svetonio e altre fonti storiche con la regia dello stesso Bonaventura, i cui interpreri saranno Monia Alfieri, Raimondo Brandi, Ferruccio Ferrante, Gianluca Cesale, Gionni Boncoddo, Lucilla Mininno. I costumi sono quelli d’oggi, la scena minimale avrà solo qualche arredo, le luci saranno di Stefano Barbagallo, « mentre per le musiche - lamenta Bonaventura - mi sarebbe piaciuto mettere in scena il gruppo rock A Toys Orchestra, ma per mancanza di quattrini suoneranno gli strumenti gli stessi protagonisti, forse più validi come musicisti che come attori ».-

Dopo Joppolo, Beckett e altri autori del “Teatro dell’assurdo” possiamo dire che anche il Caligola di Camus può inserirsi autorevolmente in questa corrente teatrale. Perché hai scelto questo testo?

« Sono stato sempre attratto dalla violenza scaturita da una mancanza di comprensione. Tutto parte dalla morte di Drusilla, sorella e amante di Caligola, che non viene capita dai senatori e da quelli che circondano il giovane imperatore, il quale diventerà un tiranno senza farsi odiare. Tu spettatore stai dalla sua parte. Non lo odi. Morta Drusilla, Caligola comincia a chiudersi nella sua sofferenza e quando ne viene fuori la prima cosa che dice ai senatori è quella di occuparsi delle finanze, del tesoro. “ Ho deciso di essere logico” - dirà ad un tratto Caligola - mettendo in atto una serie di atti brutali e arbitrari, attraverso i quali sfogherà il suo disprezzo verso gli uomini e le convenzioni sociali ».

Che idea ti sei fatta di questo testo scritto nel 1938 con varie elaborazioni successive e rappresentato la prima volta al Théâtre Hébertot di Parigi il 5 settembre 1945, protagonista Gérard Philipe?

« E’ uno spettacolo che dovrebbero fare i ragazzi di 20 massimo 25 anni, perché è un testo incosciente per quello che dice e per il modo in cui lo dice. Caligola per me è un Amleto per ragazzi. Caligola è figlio del tempo e non lo accomuno a nessun altro dittatore dei nostri tempi. Sarebbe riduttivo dargli dei connotati hitleriani o mussoliniani. Ci sono altri lavori di Camus, come La Peste o Lo stato d’assedio, in cui la figura del dittatore è più presente e invasiva ».

Che tipo di messinscena sarà la tua?

« Sto lavorando con gli attori. La mia idea non la dico mai. Il lavoro che faccio durante le prove sarà poi quello che si vedrà a spettacolo finito. Non ho un’idea preconfezionata. So che voglio fare uno spettacolo di cabaret, con musiche, pezzi comici e balletti, da qui il sottotitolo che si legge in locandina. In genere io creo lo spettacolo insieme agli attori, per ottenere alla fine una “scrittura scenica” che alla fine è ciò che gli spettatori vedranno ».

Chi è Caligola per te ?

« Vorrei evitare qualunque riferimento a personaggi del nostro tempo, gli accostamenti sarebbero facili e potrebbe sminuire la portata del lavoro, verso il quale mi piace muovermi in un non-tempo e che non abbia riferimenti temporali ».

Chi interpreterà il ruolo di Caligola?

« Questo è un problema. Non lo so ancora. Uno dei cinque attori o tutti e cinque insieme. Si vedrà durante le prove ».

Con questo Caligola cos’è che vuoi trasmettere?

« Vorrei che a fine spettacolo ogni spettatore potesse sentirsi un po’ Caligola ».

 


articolo pubblicato su Centonove il 9 luglio 2015

 

 

Un uomo a metà
di Giampaolo G.Rugo
regia di Roberto Bonaventura

Un rappresentante di articoli religiosi, non si capisce se dalla galera, dall’aldilà o da un manicomio, con in mano una statua di gesso della Madonna saldata in vari punti, racconta solipsisticamente perché si trovi in quella condizione. Inizia così Un uomo a metà, un testo minuzioso nei particolari, scritto da Giampaolo G. Rugo, interpretato magnificamente da Gianluca Cesale e diretto in modo eccellente da Roberto Bonaventura, che dopo il successo riscosso con Mamma di Annibale Ruccello con lo stesso attore originario di Salerno, si pone fra i registi giovani più promettenti in campo nazionale. Dopo il debutto al Castel Sant’Elmo nella sala del Fringe Napoli Festival, lo spettacolo è andato in scena nella Sala Laudamo di Messina e certamente verrà riproposto in altre città italiane. Il personaggio del monologo si chiama Giuseppe, zoppica per aver subito un colpo al ginocchio durante una partita di pallone e soffre della stessa malattia del Bell’Antonio di Brancati. Ovvero quella di non riuscire ad avere rapporti sessuali, in particolare con la ricca fidanzata Maria che crede d’amare ricambiato, perché ogni qual volta è lì pronto per fare l’amore gli appare la statua del sacro cuore di Maria a braccia larghe e mani aperte come se volesse abbracciarlo. Un’immagine devastante per il poverino tale da farlo sentire impotente, un uomo a metà tout court. Una sera, durante l’addio al celibato in un locale con donne nude pieno di fumo di alcol, succede il miracolo. Giuseppe nudo sul piccolo palcoscenico riesce davanti a tutti gli amici calciatori ad avere un rapporto sessuale con una pornostar thailandese, soddisfacente quanto liberatorio, al punto da ritornare nottetempo nello stesso luogo e passare una notte d’amore nell’appartamentino della donna asiatica. Il problema si ripresenterà anche dopo che i due si saranno sposati e qui è molto bravo Cesale a raccontare inzuppato di acqua alcuni particolari della cerimonia nuziale e del ricevimento, e dopo un ennesimo tentativo andato a vuoto con la moglie, pure in cinta del cugino, eccolo prendere fra le mani quella madonnina di gesso bianco, spaccargliela in testa e certamente mandandola all’altro mondo. Amen.


Punto triplo

di Pierluigi Tedeschi e Cinzia Pietribasi
regia Cinzia Pietribasi

Il punto triplo ad opera di Pierluigi Tedeschi e Cinzia Pietribasi pure regista, è un lavoro infarcito di chimica, fisica e matematica in cui tre personaggi, Tommaso Monza, Davide Tagliavini e lo stesso Tedeschi, spesso in tuta bianca, come degli scienziati che hanno a che fare con materiali radioattivi, si muovono sulla scena del ridotto del Mercadante come degli automi, aldilà d’un velatino che proietta immagini di ascisse e ordinate e di formule incomprensibili ai più. Una colonna musicale di stampo elettronico fa da supporto ad una voce fuori campo che cerca di spiegare che il punto triplo non esiste, è solo sfuggente e precario e i tre personaggi in scena, quasi due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, cercano di formare la molecola dell’acqua. Che può subire dei cambiamenti passando dallo stato solido a quello liquido a quello gassoso, soltanto attraverso un processo d’idratazione o disidratazione. Un pensiero scientifico che nella sua accezione umanistica possa identificarsi con la giovinezza e con la vecchiaia. Spettacolo noioso e privo d’interesse.
Gogi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 21 giugno 2015

 

 

 

 


alla Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta
Afrodita Y El Juicio De Paris
a cura de La Fura dels Baus

Ogni spettacolo della Compagnia catalana La Fura dels Baus (La Furia dei Tori) è un evento. Qualcosa che ha a che fare col Teatro totale in cui le immagini e le musiche giocano un ruolo importante in grado di coinvolgere grandi e piccoli. Esterina Zarillo curatrice della regia e dei video di Afrodita y el juicio de Paris ( Afrodite e il giudizio di Paride) lo spettacolo messo in scena nell’ampio spazio della Mostra d’Oltremare ha cercato di meravigliare gli oltre cinque mila spettatori avendo forse in testa il pensiero rivolto a quei due barocchi versi di Giovan Battista Marino per il quale: “E’ del poeta il fin la meraviglia...chi non sa far stupir vada alla striglia". Uno spettacolo che aveva come filo conduttore quell’episodio della mitologia classica riconosciuto ormai come Il pomo della discordia, in cui si racconta di Eris (che significa discordia) la dea figlia della notte che pur non invitata alle nozze di Peleo e Teti, si presenta ugualmente alla cerimonia gettando una mela d’oro nel mezzo del banchetto su cui sta incisa la frase “Per la più bella”. Dietro suggerimento di Zeus, le tre dee che aspiravano al titolo cioè Era, Atena e Afrodite, decidono di affidare il giudizio a Paride. Tutte offrono qualcosa: Atena la vittoria in guerra, Era tutta l’Asia, Afrodite l’amore di Elena. Paride sceglie quest’ultima, consegna la mela ad Afrodite e poi scoppierà la guerra di Troia. Episodi che vengono spettacolarizzati con il coinvolgimento d’una gigantesca gru che aggancia le tre dee vestite di bianco e le depone danzanti sul palco centrale, in cui staziona uno schermo che manda curiose immagini di uomini-arieti o con tre facce, mentre da un’alta superficie di lato, illuminata di viola, scende strisciando giù Paride proteso poi a prendere il pomo grande come un grosso pallone dorato. Adesso rotola minacciosa tra il pubblico un’enorme palla, fatta di teli bianchi che scoppietta rosse scintille, forse una mela amplificata, e in alto dondola una struttura somigliante ad una pigna sbuffante vapori biancastri, forse fumi d’incenso, con un nugolo di personaggi in tuta bianca agganciati ai lati. Sembra di stare in un grande circo all’aperto con gli spettatori che seguono gli avvenimenti fotografando o riprendendo le esibizioni dei tantissimi figuranti volanti. Bellissima l’immagine della nascita di Elena all’interno d’un sacco volante che secerne acqua sul pubblico; curiosa quella sorta di gigantesco burattino-automa con le sembianze di Afrodite che passeggia tra il pubblico; affascinanti quelle figure geometriche colorate d’azzurro, d’arancio, di rosso composte da più di quaranta personaggi legati a dei fili e fatti muovere dalla solita gru; poetico quel cavallo alato che porta via in sella la bella Elena e Paride, festeggiati in chiusura con giochi d’artificio del colore dell’oro. Viva l’amore. Consuetudine della Fura dels Baus è che ogni esibizione s’accompagna con le persone della città dove si realizza lo spettacolo, così quei tantissimi giovani reperiti e assunti a Napoli, non dimenticheranno certamente questa esperienza unica e altamente acrobatica.
Gogi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 21 giugno 2015

 

 

 


al Teatro Politeama
Ein Volksfeind
(Un nemico del popolo)
di Henrik Ibsen
regia di Thomas Ostermeier

Ein Volksfeind ( Un nemico del popolo) di Ibsen va in scena la prima volta al Kristiania Theater di Copenaghen il 13 gennaio 1883. Al tempo in cui in alcuni paesi europei industrializzati, come l’Inghilterra e la Germania, cominciano a manifestarsi fenomeni di inquinamenti dell’aria come dell’acqua. L’Italia sarebbe divenuta una società compiutamente industriale dopo il secondo conflitto mondiale, anche se è in età giolittiana, in Lombardia, Liguria, Piemonte e in parte nel Veneto, che cominciano a sorgere i primi impianti industriali. Questo per dire come il testo di Ibsen, a distanza di 132 anni, sia di grande attualità, profetico quasi, per aver trattato argomenti d’interesse sociale e sanitario che coinvolgono il mondo dei media, dei lavoratori, dei cittadini, dei governi e dei sindacati. Certamente un lavoro d’impegno civile, ben tratteggiato nell’accurata regia di Thomas Ostermeier, per conto della Schaubühne di Berlino, che sfonda una porta aperta quando dice che è l’economia a farla da padrona sulla politica e non viceversa. E chi, ieri come oggi, cerca d’informare correttamente i popoli di qualunque nazione sui tanti veleni che possono rinvenirsi nei cibi, nelle acque, nei vaccini, nell’atmosfera, viene additato come “un nemico del popolo”. Uno, come il dottor Stockmann, interpretato da Christoph Gawenda con molta grinta e passione, che va contro gli interessi dell’industria delle acque termali dove presta la sua opera di sanitario e che con le sue veritiere analisi di laboratorio che ne documentano la velenosità, solo se pubblicate sul giornale locale, potrebbero allarmare tutti i cittadini, mandare sul lastrico i lavoratori di quell’industria, impoverire il territorio, mettere in tilt l’intero establishment politico e sociale. Ci sarebbe la soluzione: chiudere per due anni quella velenifera industria, chiaramente mettendo in serio pericolo la sopravvivenza dell’intera comunità. Farà di tutto il cinico Peter Stockmann (Ingo Hülsmann) sindaco e presidente della Società delle Terme per far cambiare idea al fratello, convincerlo che non può rendere manifesta la sua letale scoperta, fino a licenziarlo dal suo incarico. E un comportamento da vigliacco avrà il direttore della Voce del Popolo Hovstad (Andreas Schröders) non facendo pubblicare l’articolo sul giornale con tutti i valori delle analisi. Ne è venuto fuori un dibattito, dopo una sorta di comizio dello stesso Stockmann, previsto pure dal testo, che ha visto pure partecipi alcuni spettatori del Teatro Politeama, col risultato poi di buscarsi il protagonista una caterva di bombe d’acqua colorata. In chiusura, come un deus ex machina, apparirà Morten Kill (Thomas Bading) suocero di Stockmann che tiene al guinzaglio un pastore tedesco, il quale dirà alla figlia (Eva Meckbach) e al genero d’aver comprato per loro a prezzi stracciati le azioni di quell’Industria termale. Stockmann, pare diventato più accomodante, dirà che aiuterà il giornale a non chiudere, che farà fare la manutenzione ai condotti dell’acqua senza che la cassa municipale debba spendere un soldo, constatando ancora una volta che tutta la comunità è corrotta e inquinata come l’acqua, che anche l’opposizione è d’accordo nell’impedire che si sappia la verità, verificando infine che “l’uomo più forte del mondo è quello che è più solo”. Cinque atti all’origine ridotti nella drammaturgia di Florian Borchmeyer in un solo lungo tempo di due e mezza, giocato su un’unica scena nera infarcita, come su una lavagna, di disegni riproducenti lampade e arredi vari ad opera di Jan Pappelbaum. I costumi erano di Nina Wetzel, le musiche di Malte Bechnbach e Daniel Freitag e accanto ai già citati protagonisti c’erano il tipografo Aslaksen di David Ruland e il redattore del giornale Billing di Moritz Gottwald.
Gogi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 21 giugno 2015

 

 

 


al Castel Sant’Elmo - Piazza D’Armi
Il bugiardo
di Carlo Goldoni
regia di Alfredo Arias

Sembra uno spettacolo più da tournée estiva che non da Festival Internazionale, qual è quello di Napoli, questa edizione de Il bugiardo di Goldoni adattato da Geppy Gleijeses e da Alfredo Arias, pure regista, andato in scena nella bella location del Castel Sant’Elmo da dove si può ammirare l’intera città partenopea a 360° comprese le isole. Da non riconoscere quasi quel fine metteur en scene franco-argentino (Arias appunto) che ci aveva deliziato negli anni passati con le sue Peines de cœur d'une chatte anglaise e poi pure francaise e altre chicche che lo contraddistinguevano. Uno spettacolo familiare, potremmo dire, come nelle antiche tradizioni teatrali, in cui il capocomico, qui Gleijeses padre nei panni del protagonista Lelio, s’attornia del figlio Lorenzo, invero bravo nei costumi funambolici di Brighella e Arlecchino, della compagna Marianella Bargilli elegante negli abiti di Rosaura, dell’amico Andrea Giordana autorevole nel ruolo di Pantalone, del figlio di quest’ultimo, Luchino, che cerca d’interpretare il poeta bolognese Florindo e poi la triade restante di Valeria Contadino (Beatrice, sorella di Rosaura), Mauro Gioia (un Ottavio con bautta sul viso in grado pure di cantare) e Luciano D’Amico ( Dott. Balanzone padre delle due donne). Come si sa Goldoni prese il soggetto della sua commedia da Le menteur di Corneille rafforzandone le tinte in più punti, offrendo al personaggio centrale più d’un motivo per mettersi in mostra. Del resto questo fa Geppy Gleijeses sulla scena di Chloe Obolensky (suoi pure i costumi), costruita con quinte di legno scuro che chiudono centralmente in fondo l’immagine dipinta d’una approssimativa Venezia col suo Canal Grande, prendendo ogni spunto per gigioneggiare, afferrare qualche applauso e sbandierare ai quattro venti che è meglio vivere una vita spericolata, magari raccontando bugie, o spiritose invenzioni come lui le chiama, piuttosto che accettare passivamente che il mondo passi davanti ai suoi occhi in modo sterile e monotono. Eccolo così dire a Rosaura che il sonetto e il pizzo prezioso inviatole da Florindo siano opera sua; raccontare ad Ottavio, innamorato di Beatrice, d’essere stato accolto allegramente; mentire al padre Pantalone d’essere sposato con un’altra donna quando lo si vuole far sposare con Rosaura; menzogne su menzogne che metteranno nel sacco questo bugiardo patentato quando una ragazza da lui ampiamente strombazzata giungerà da Roma reclamando di farsi sposare da colui che apparentemente capitolerà, assumendo il lavoro i connotati d’una farsa in cui Lelio raffigura un momento di transizione tra le maschere della commedia francese e quelli che diventeranno i singolari personaggi goldoniani.
Gogi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 21 giugno 2015

 

 

 

 


al Teatro Mercadante
Hallo
di Martin Zimmermann

Vi sono vari elementi che fanno somigliare lo svizzero Martin Zimmermann a Buster Keaton: il viso triste e scavato su un’esile corpo, l’espressione stralunata, la mimica incisiva, la spiccata ironia manifestata sin dal suo primo apparire in scena quando stride le sue suole gommose sulle tavole del palcoscenico, facendo immaginare che questo suo Hallo sarà uno spettacolo ai confini del surreale e dell’assurdo. Eccolo entrare fasciato da un impermeabile all’interno d’uno scatolone a forma d’armadio e uscirne vestito in modo diverso, trasformando quelle ante in una piccola casa buona per consumare un frugale pasto; modificare poi quella frontale scena astratta in un’opera di Mondrian e lui stesso, indossando una bombetta, diventare un personaggio magrittiano che vola in alto su quella struttura centrale, diventata intanto una cornice, o meglio una vetrina, qualcosa forse che Zimmermann vuole rimuovere visto che in passato ha svolto il lavoro di vetrinista d’un centro commerciale. Da qui in avanti quel rettangolo centrale diventerà per lui un’ossessione, qualcosa da destrutturare senza riuscirci perché i tre lati oscillano senza sosta, pare vogliano schiacciarlo, metterlo sotto, ma lui reagisce andando a ficcarsi all’interno di spazi che si aprono all’improvviso, salvandolo, catapultandosi all’interno d’uno scheletro di sedia metallica senza piano seduta. Sembra che improvvisi Zimmermann, ma tutti i movimenti sono ben studiati, ampiamente provati e collaudati. Sembra un clown circense che al posto dell’oplà pronunci solo Hallo, un modo per dire che lui esiste e che è lì a giocare col pubblico invogliandolo ad intervenire. Nessuno si muove però. Tutti rimangono al loro posto ad osservare quali saranno le prossime giravolte e acrobazie. Adesso gioca con degli specchi e la sua immagine si moltiplica, poi gioca con un manichino, agghindato come lui, un suo doppio le cui due metà non vengono comaciate nel verso giusto. Zimmermann è stato spesso definito un “clown dal gelido umorismo”, da qui il riferimento a Keaton, anche se a volte la sua sembra una clownerie metafisica, tipo quella di Karl Valentin sfoderata nel suo osannato Tingeltangel. E’ uno spettacolo grottesco questo di Zimmermann, accompagnato da musiche di stampo jazzistico ( quelle ad effetto di Colin Vallon), in cui il funanbolico personaggio cerca di riportare l’arte del circo a teatro, la figura del clown al tempo del cinema muto, in cui il corpo e i gesti possano dire tutto senza profferire verbo. Se si vuole Hallo è pure uno spettacolo di mimo d’alto livello, in grado di fare sorridere grandi e piccoli e di strappare alla fine consensi e lunghi applausi.


Articolo pubblicato su Sipario online 17 giugno 2015

 

 

Intervista a
Sergio Negri
di Gualtieri (Reggio Emilia)
a cura di Gigi Giacobbe

La curiosità di conoscere Sergio Negri mi è sorta nei giorni in cui ho vissuto tre giorni nell’accogliente Hotel Ligabue di Gualtieri ( un piccolo comune di non più di 7 mila abitanti in provincia di Reggio Emilia) per seguire la terza e ultima tranche del triennale Progetto Ligabue ideato scritto e diretto da Mario Perrotta e allorquando mi sono imbattuto in un catalogo a firma sua sulla vita e sulle opere di Ligabue, edito da Electa-Mondadori ( 2002). Tramite l’ufficio stampa della manifestazione, che tempestivamente mi fissa un appuntamento, incontro il Signor Negri in una tarda mattinata piovosa al Bar del Teatro Sociale, un locale posto al piano terra del Palazzo Bentivoglio che si affaccia sulla bella e grande Piazza omonima, di fronte alla caratteristica Torre dell’Orologio, che ospita il "Museo Documentario e Centro Studi Antonio Ligabue", dedicato alle opere del celebre pittore del Novecento nato a Zurigo nel 1899, vissuto proprio a Gualtieri e scomparso qui nel 1965 e di cui quest’anno ci celebra il 50° anniversario della sua morte. Negri è un distinto signore di 82 anni splendidamente portati, con un diploma alle spalle preso all’Accademia delle Belle Arti di Parma, vive a Gualtieri, ha una Galleria d’Arte nella vicina Guastalla che porta il suo nome, autentica le opere di Ligabue di cui è pure un copioso collezionista e giunge nel luogo fissato in compagnia della moglie, la simpatica signora Carla Canuti con frangetta sulla fronte e dagli occhi vividi e intelligenti.

Signor Negri quando ha conosciuto Antonio Ligabue?

« Da bambino quando stava all’Ospizio di mendicità Carri di Gualtieri o dormiva dietro casa nostra in un fienile. Io avevo un po’ di paura e l’osservavo di nascosto fra le serre di mio padre che faceva il floricultore e notavo che era sconvolto da tante manie come quelle d’arrabbiarsi moltissimo quando sentiva tossire qualcuno o parlava ad alta voce ».

Era un figlio d’arte Ligabue?

« Che io sappia non c’era nessun artista nella sua famiglia. La sua vita sin da piccolo è stata una via crucis puntellata dalla mancanza d’affetto e da tanti disagi ».

Racconti

« Il Toni, così come lo chiamavamo qui a Gualtieri, nasce a Zurigo da una madre che si concedeva facilmente e da un padre ignoto che scompare nel nulla. Ad un anno la donna si sposa con tale Laccabue Bonfiglio che lo legittima dandolo subito dopo in adozione ad una famiglia per niente tranquilla visto che vive in modo precario e cambia spesso città. Sin dalle elementari Ligabue ha problemi con i suoi coetanei andando spesso in escandescenza, dicendo parolacce, bestemmiando, manifestando tuttavia particolari doti nel disegno. Cresce male il Toni entrando in conflitto con la matrigna che lo affida la prima volta ad un istituto rieducativo, dove vi rimane due anni dal 1913 al 1915, e la seconda volta nel 1917, sempre per una lite con la donna che lo fa rinchiudere nell’istituto psichiatrico di Pfäfers, nel cantone tedesco di San Gallo in Svizzera, dove vi rimane 4 mesi. L’anno successivo viene riformato alla visita di leva e nel 1919 dopo un’ennesima lite con la matrigna viene spedito dalle autorità a Gualtieri e non tornerà mai più in Svizzera ».

C’è un episodio in particolare che sconvolge la psiche di Ligabue quando vive in Svizzera?

« Sì c’è e accade nel gennaio del 1913 quando i tre piccoli fratellastri, una bambina e due maschietti, e pure la madre, sia pure ricoverata per un mese in ospedale, muoiono per aver ingerito cibi avariati. Ligabue pensa che ad averli avvelenati sia stato il patrigno, il quale pur essendo stato incarcerato per due mesi, verrà poi rilasciato perché innocente. Ma questo episodio sconvolge la mente di Ligabue al punto che cambierà il cognome da Laccabue in Ligabue e tutte le volte che s’incontravano a Gualtieri - sì perché il patrigno dopo quel fatto tornerà in paese ospitato pure al Carri - il Toni cambiava strada, non andava a dormire nell’ospizio preferendo passare la notte in qualche casotto della golena, il bosco di pioppi accanto al fiume Po ».

Come viveva Ligabue a Gualtieri ?

« Non riusciva ad avere rapporti con la gente, viveva da solo nel bosco a contatto con gli animali, imitandone gesti e versi, nutrendosi con quel che riusciva a trovare, anche carcasse di cani e gatti che faceva bollire dentro scatole di latta. Dormiva all’ospizio con poveri vecchi e malati mentali e parlava un dialetto emiliano misto ad una lingua italo-tedesca. In paese lo chiamavano “Toni al mat”, “al pitur”, “il tedesco”, vestiva di quello che la gente gli dava e molti avevano disgusto nel vederlo o provavano paura, le donne in particolare che però non ha mai molestato. Certe volte sbatteva la testa e il naso contro il muro di cinta del cimitero e il sangue gli scorreva sul viso. Diceva che doveva fare uscire gli spiriti maligni e che doveva avere il naso come quello di un’aquila. Addirittura qualche volta voleva che qualcuno gli desse un pugno sul naso e dopo averlo ricevuto lo ringraziava pure».

In un filmato di Andreassi per la Tv di stato ho visto che Ligabue si travestiva da donna. Perché secondo lei?

« Non credo fosse un feticista, piuttosto che avesse bisogno dell’affetto d’una madre che non gli ha mai dato un bacio o una carezza. Il fratello di Cesarina - una donna molto grassa che il Toni nell’ultimo periodo della sua vita voleva sposare, dissuaso però perché gli avevano fatto credere che la madre della probabile sposa voleva nientemeno che 30 milioni - di notte lo vedeva vestirsi con biancheria intima intonando una nenia in ricordo forse della madre ».

Quante volte Ligabue è stato ricoverato nel manicomio di Reggio Emilia?

« Tre volte: le prime due nel ’37 e nel ’41 per pochi mesi, la terza volta nel 1945 per più di tre anni, per aver spaccato una bottiglia in testa ad un nazista e “salvato” dalla fucilazione da un medico del nosocomio dichiarando al comandante tedesco che era solo un povero pazzo da ricoverare ».

Era pazzo Ligabue?

« Secondo me no, era un diverso, uno che amava le Moto Guzzi, in particolare gli animali che dipingeva come fossero suoi amici da cui ricevere e dare un po’ d’affetto. La domenica andava nel Cine-Teatro Sociale di Gualtieri sedendosi nel loggione per vedere i film di Tarzan, quelli interpretati da Johnny Weismuller col suo urlo inconfondibile che lottava contro tigri feroci, quelle tigri che lui dipingerà con le fauci spalancate, facendolo diventare un pittore famoso e riconoscibile in tutto il mondo. Una volta due ragazze fiorenti gli passano accanto e qualcuno gli dice di farsi avanti e per tutta risposta si sentiranno dire che a lui piacciono i cani. Era così il Toni ».

Lei nel suo catalogo dell’Electa divide la produzione artistica di Ligabue in tre periodi: il primo dal 1928 al 1939 caratterizzato da un evidente primitivismo con incertezze e ingenuità su tutto l’apparato pittorico: il secondo dal 1939 al 1952 quello dei valori formali che evidenziano una colorazione brillante e intensa, mai naif, accostabile alla pittura dei macchiaioli toscani: l’ultimo quello della consacrazione di Ligabue che va dal 1952 al 1962, anno questo che chiude il suo ciclo pittorico perché Ligabue viene colto da un ictus restando paralizzato in tutta la parte destra, condannato all’immobilità permanente sino alla morte che giungerà il 27 maggio 1965.
A parte queste note ciò che m’interessa sapere è come e quando Ligabue diventa pittore? Con quali soldi si procura tele e colori?

« Dicevamo prima che sin da bambino Ligabue aveva una predisposizione al disegno che ha sempre coltivato anche quando si stabilirà a Gualtieri, facendo qui piccoli lavori in campagna, scambiando le sue opere per un piatto di legumi, una ministra, dipingendo su ciò gli capitava prima, cartone, faesite etc., sino a quando nel 1928 incontra nel bosco Marino Mazzacurati che sarà nei suoi confronti una specie di pigmalione, fornendogli soldi, sigari, pennelli tele e colori, organizzandogli nel 1961 alla Barcaccia di Roma una “personale” che lo farà conoscere al mondo intero, facendo così scoppiare il “Caso Ligabue”. Nel 1962 seguirà un’esposizione antologica nella mia Galleria di Guastalla, un’altra ancora a Suzzara nel 1966 e nel 1975 quella “storica” a Gualtieri. Ma lui oltre a conoscere me che l’aiutavo fornendogli colori e tele, ospitandolo a casa mia e in galleria dove fra l’atro dipingeva, era pure in contatto con altri pittori, quali Arnaldo Bartoli verso il quale Ligabue non nutrirà grande stima visto che per fare moneta si vendeva i suoi quadri e non quelli propri e poi un altro pittore che si chiamava Andrea Mozzali che nel 1937 s’interesserà per farlo uscire dal manicomio e sarà lui che morto Ligabue prenderà il calco della sua faccia per farne una scultura che adesso si trova nel cimitero di Gualtieri ».

Perché secondo lei si ritraeva spesso, si contano infatti a centinaia i suoi autoritratti?

« Credo che il suo fosse un viaggio introspettivo per guardarsi dentro, per vedere gli stadi della sua esistenza. Si ritraeva con gli occhi allucinati, il naso adunco con cicatrice, il volto scavato, le orecchie a sventola, il cranio spelato e l’immancabile gozzo. Nei suoi autoritratti s’avverte una forte malinconia di fondo, per il resto la soggettistica era rivolta sempre al mondo animale. Quanto poi ad accostarlo a Van Gogh credo che lui non sapeva neppure chi fosse, anche se frequentando la casa di Mazzacurati qualche libro d’arte l’avrà certamente sfogliato ».


articolo pubblicato su Centonove il 11 giugno 2015

 

 

Progetto sul Pinocchio di Collodi suddiviso in quattro capitoli
Istinto, Solitudine, Inganno, Amore
ad opera di Angelo Campolo e Annibale Pavone
andati in scena da novembre 2014 al giugno 2015 nella Sala Laudamo di Messina

Io non so se sia una moda del momento o un morbo che va diffondendosi nel nostro paese a cominciare dall’inizio del terzo millennio, ma osservo che a molti teatranti non basta più mettere in scena un solo spettacolo per esprimere il proprio pensiero, ma che hanno bisogno di dirlo in trilogie o in progetti tri o pluriennali. Mi salta alla mente subito la “Trilogia sulla famiglia” (mPalermu, Carnezzeria, Vita mia) o quella “degli occhiali” ( Acquasanta, Il Castello della Zisa, Ballarini) di Emma Dante, la “Trilogia sul limite” (Due passi sono, T/empio - critica della ragion giusta, Conferenza tragicheffimera - sui concetti ingannevoli dell’arte) di Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, il triennale Progetto Ligabue di Mario Perrotta conclusosi in terra d’Emilia giusto poco tempo fa, il pluriennale Progetto sul Discorso della Compagnia Fanny & Alexander poggiante su alcuni colori cui si fa corrispondere altrettanti ambienti sociali. E certamente ce ne saranno altri Progetti che mi sfuggono. Questo per dire che anche Angelo Campolo e Annibale Pavone, per conto dell’Associazione DAF di Messina, in collaborazione con il Teatro Vittorio Emanuele, rientrano di diritto in questo mio pensiero perché artefici d’un Progetto sul “Pinocchio di Collodi” suddiviso in quattro capitoli-spettacoli diretti da quattro differenti registi ( oltre gli stessi Campolo e Pavone, Paride Acacia e Giacomo Ferraù) alle prese con i temi che riguardano l’Istinto, la Solitudine, l’Inganno, l’Amore, sentimenti insiti nel burattino più famoso del mondo. Un viaggio ideale che gli spettatori (più di 6 mila da novembre a giugno) hanno compiuto nella Sala Laudamo all’interno di quelle quattro stanze per esplorare quei quattro temi infiocchettati, da ottobre a giugno di quest’anno, da trenta giovani attori del laboratorio di ricerca teatrale permanente “Nel Paese dei Balocchi” in grado di cantare danzare recitare.- Lo spettacolo di Campolo che ha come scenografia solo un nugolo di sedie di legno scendono giù dalla graticcia, titolato Istinto, ha un inizio da training ginnico durante il quale ogni attore è un pezzo di legno che puoi trovare nella bottega di Mastro Ciliegia diventata una Spa, un centro benessere in cui, come in un supermarket, puoi comprare quello che ti piace. Lo spettacolo per niente superficiale è uno spaccato della nostra società di oggi, che bada più all’apparenza che alla sostanza, in cui puoi comprare o vendere qualunque cosa, pure te stesso, corrompere e dire bugie, promettere senza mantenere, con la sola visione d’un futuro senza speranza. All’inizio Pinocchio è un finto bambino e Geppetto un finto padre, entrambi hanno paura d’assumersi responsabilità e doveri, poi è l’Istinto a spingerli a stare insieme, cercare di non essere cancellati da una società egoista che ha perso il senso della solidarietà e del vivere civile. E quando il burattino cresce cercando una propria autonomia le loro strade saranno segnate dalla Solitudine, argomento questo trattato da Pavone attraverso l’idea dell’assenza. Infatti se si fa attenzione Geppetto e Pinocchio s’incontrano solo all’inizio e alla fine, nel mezzo c’è appunto la Solitudine, la mancanza fisica di padre e figlio. E se le generazioni passate avevano bisogno metaforicamente di ammazzare il padre, magari scrivendogli una lettera come ha fatto Kafka, quelle successive vedevano padre e figlio relazionarsi quasi da amici, da coetanei che si chiamavano per nome, adesso invece sono i figli ad avere bisogno d’un padre che indichi loro il senso della vita, che dica loro autorevolmente che la vita va vissuta comunque sia, con le proprie crisi e le proprie debolezze e l’obiettivo sarà quello d’incontrarsi e stare insieme, come accadrà al burattino nel buio del ventre della balena quando troverà sé stesso e potrà riabbracciare il padre. Ma la vita è fatta di tradimenti e d’inganni e Paride Acacia nel trattare il terzo capitolo, appunto quello dell’Inganno, agghinderà la scena come un Luna Park guarnito di maschere con lunghe linguacce (quelli disegnati da Francesca Gambino) che ci ricordano subito quel tonante e paterno Mangiafuoco, qui in numero di quattro, che consegnerà al Pinocchio di turno (Marco Mondì) cinque monete d’oro che invece di portarle a Geppetto (Lelio Naccari) si farà abbindolare e derubare dal Gatto (Roberta Catanese) e dalla Volpe (Laura Giannone) che per giunta l’impiccheranno, salvato subito dopo dalla Fata dai capelli turchini. Forse è il capitolo più divertente dei quattro, per gli episodi che vi si narrano in stile Rocky Horror Picture Show, nei disegni ritmici di Peppe Pullia, senza un attimo di tregua e in cui gli avvenimenti si succedono accompagnati tutti da ritmi musicali indiavolati eseguiti dal vivo con chitarre e percussioni. Sono sette i Lucignolo che arrivano in scena su carrelli da supermarket con coppole di pelle nera, quasi come quelli kubrickiani dell’Arancia meccanica, con l’intento di chiudere scuole, giocare e godere di tutto, che spingono Pinocchio a fargli fare un viaggio nel Paese dei Balocchi, di fatto ingannandolo perché verrà imbottito di droghe e allucinogeni tipo Lsd, mentre si diffondono in sala le dolci note di Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles. Pinocchio non è una semplice favola, perché ad un attento esame è un libro ricco di elementi esoterici e di riferimenti alla buona massoneria non quella deviata - del resto pure Collodi era massone iscritto alla loggia di Firenze - e vive di profondi contenuti e simboli archetipici che attengono alla psicoanalisi e ai vari cicli della nostra vita. Lo spettacolo prosegue poi riassumendo i vari momenti della vita di Pinocchio da quando si trasforma in asino a quando verrà gettato in mare, divorando i pesci il suo involucro asinino a quando inghiottito da una balena incontrerà Geppetto al suo interno, a sua volta inghiottito nella ricerca affannosa del suo burattino, che dopo aver fatto qui una sorta di transustanziazione alchemica diventerà un bambino vero.- Un bambino senza essere stato partorito da una madre, quella che tanti intravedono nella Fata turchina che nell’ultimo capitolo del Progetto, titolato Amore, completamente reinventato dal giovane regista Giacomo Ferraù, con Giulia Viana, in una drammaturgia collettiva, viene chiamata a viva voce dall’intero gruppo dei tanti Pinocchietti con cono colorato in testa, se per caso non sia in sala. Lo spettacolo è suddiviso i vari capitoli che vedono il bambino crescere, andare a scuola, frequentare gli amici, dare il primo bacio alla fidanzatina, il dolore o la stizza quando lei lo lascerà per un altro, gli sms, i messaggi, l’omosessualità, i rapporti d’amore, la casa, i bisticci, i figli, la vecchiaia, la morte. L’amore trattato in tutti suoi aspetti con lievità e ironia, con canti e musiche dal vivo, riscuotendo consensi e applausi davvero meritatissimi e che certamente vanno almeno citati i loro nomi: Patrizia Ajello, Giulia Sara Arcovito, Mario Aversa, Francesca Baudo, Roberta Catanese, Roberta Costanzo, Simone Corso, Noemi Bevacqua, Nunzio Bruno, Aurora Ceratti, Carmelo Crisafulli, Gabriele Crisafulli, Luca D’Arrigo, Antonella De Francesco, Dario Delfino, Diego Delfino, Adele Di Bella, Bruno Di Sarcina, Alessandro Fazio, Gabriele Furnari Falanga, Laura Giannone, Francesco Grasso, Gabriella La Fauci, Adriana Mangano, Marco Mondì, Lelio Naccari, Massimo Pino, Lorenzo Pizzurro, Rosario Popolo, Sara Quartarone, Nicole Rossitto, Alessandro Santoro, Gianluca Sciliberto, Serena Sicilia, Giada Tarantello, Damiano Venuto, Antonio Vitarelli. I movimenti coreografici erano di Sarah Lanza, le scene e i costumi di Giulia Drogo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 13 giugno 2015

 

 

XVI Edizione Castrovillari dal 29 maggio al 2 giugno 2015


Nuovi linguaggi della Scena contemporanea

Una bambinetta con vestitino rosa a pois e fiocco blu se ne sta seduta su una sedia con una banana già sbucciata in mano senza che le sue gambette con calzini bianchi e scarpette rosse riescano a toccare terra. E’ come se volesse offrirla ad un grosso orango che non l’afferra e che se ne sta seduto accanto su due sedie con occhi inorriditi, quasi a volerle dire che lui di quelle banane ne ha mangiate tante in vita sua. E’ il manifesto di John Lund e Stephanie Roeser che vogliono sintetizzare, forse, il nuovo che avanza con la bimba e il vecchio che è alle spalle con l’orango, e dare un senso a questa XVI Edizione del Festival Primavera dei Teatri resa possibile ancora una volta grazie al lavoro organizzativo di Saverio La Ruina, Settimio Pisano, Dario De Luca: una triade compatta e affiatata che ha messo insieme dal 29 maggio al 2 giugno un programma con tredici spettacoli rivolti ai nuovi linguaggi teatrali, andati in scena tutti nel Protoconvento francescano di Castrovillari.
La kermesse è stata inaugurata con La bisbetica domata di Shakespeare, manipolata dal regista Tonino De Nitto come una farsa di Feydeau, per il modo come i personaggi che appaiono grotteschi nei loro costumi (quelli di Lapi Lou) e nelle loro acconciature, aprivano e chiudevano le porte, ma soprattutto le finestre, di quelle tre sagome di casette fiabesche con rotelle, architettate da Roberta Dori Puddu, a guisa che potevano scorrere sulla scena scomponendosi e ricomponendosi, sfoderando i protagonisti un linguaggio, nella traduzione e adattamento di Francesco Niccolini, molto vicino alla nostra contemporaneità. Tra intrighi, imbrogli e travestimenti il lavoro si concluderà come piacerà al pubblico, anche se potrà indispettire alcune sfegatate femministe sulla repentina capitolazione della bisbetica Caterina (Angela De Gaetano) che come una pera cadrà tra le braccia di Petruccio ( Ippolito Chiarello) determinato oltremodo a farla sua. Accanto ai due suscitava ilarità Antonio Guadalupi en travesti che impersonava Bianca, e poi Dario Cadei, Franco Ferrante,, Filippo Paolasini, Luca Pastore e Fabio Tinella.
Serena Balivo è la solipsista interprete de L’inferno e la fanciulla, una pièce ideata e drammatizzata con Mariano Dammacco, pure regista dello spettacolo, per conto dell’omonima Piccola Compagnia modenese che porta il suo nome. E’ una sorta di viaggio che la Balivo, in stile Coraline o d’una Dotothy del mago Oz, compie nei più reconditi meandri dell’anima, che sia pure frequentando le elementari è in grado di fare ragionamenti sui massimi sistemi, spiegando senza sosta di non riuscire a stare con le sue coetanee, di non trovare amiche che capiscano i suoi desideri, le sue aspettative, i suoi sogni. In abiti d’una inquietante bambina che emette parole con voce birichina d’una bambolina, la Balivo si rende conto delle difficoltà di vivere assieme e accanto agli altri. « L’inferno sono gli altri » sosteneva Sartre nel suo lavoro A porte chiuse. Un cul-de-sac in cui s’è infilata la protagonista, convincendosi d’essere sola a questo mondo, rasentando comportamenti misantropici. Uno spettacolo generazionale che fa pensare e riflettere, cui dovrebbero assistere bambini e fanciulle accompagnate da genitori e maestri.-
Saverio La Ruina dopo la trilogia dei monologhi (Dissonorata, La Borto, Italianesi) torna sulle scene con un suo nuovo testo titolato Polvere. Dialogo tra uomo e donna, interpretato da lui e da un’ottima Cecilia Foti. Sin dalla prima scena, con i bui che scandiscono le varie sequenze, il pensiero vola subito a quel capolavoro televisivo, poi cinematografico e teatrale, che è stato Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, tanto che il lavoro in questione potrebbe titolarsi “Scene da un fidanzamento”. Con un lui che rimprovera lei il giorno dopo il loro primo incontro per non averlo presentato ai suoi amici come il suo nuovo compagno. Un rapporto già malato all’inizio che via via diventa sempre più infetto, patologico, maniacale, perché lui ha sempre da ridire e rimproverarle anche le cose più piccole e banali, amplificandole oltre misura, manifestando in sostanza una morbosa gelosia, segno d’una profonda insicurezza. E’ inutile che lei faccia il pompiere, spegnere qualunque sospetto, cercare di tranquillizzarlo, perché lui è sempre lì a martirizzarla, a chiedere questo e quello, non accontentandosi mai delle sue risposte. Litigate che finiscono sempre a letto, allontanando solo per poco i fumi che gli covano nella sua testa. La pièce si conclude con lei che dirà basta, finalmente, ponendosi in un lato della scena, quasi a voler uscire dalla vita di colui che avrebbe potuto compiere un atto di violenza, reso manifesto il giorno dopo dai media, buono solo per le statistiche di femminicidio.
Ha favorevolmente impressionato La beatitudine diretta da Licia Lanera, lei stessa autrice e interprete della pièce assieme a Riccardo Spagnulo, per le sue aure surreali e iperreali, ruotante attorno ad una sorta di mago da strapazzo chiamato Cosma Damiano (Mino Decataldo) inneggiante all’amore e al piacere e a due strane coppie. La prima formata da moglie e marito ( gli stessi Lanera e Spagnulo) e un bimbo giocattolo, la seconda da una madre avanti negli anni ( Lucia Zotti) che accudisce il figlio (Danilo Giuva) su sedia a rotelle che però può alzarsi quando gli aggrada. Un lavoro giocato tra realtà e fantasia, ricco di citazioni colte, un po’ farneticante invero, che perora l’atto sessuale, l’orgasmo o la piccola morte, come momenti di beatitudine nel rapporto uomo/donna di qualunque età, genere e razza, declinato nei modi e nei tempi che più vi piacciono. “Il sesso è l’unica religione rimasta all’Occidente per dimostrarsi che esiste qualcosa di vero e che questo vero - si legge nelle note di regia - è addirittura piacevole.-
Mario Perrotta reduce dei successi riscossi in Emilia col suo Progetto Ligabue, si è presentato a Castrovillari con lo spettacolo Milite ignoto-quindicidiciotto, tratto da alcuni scritti e diari di Pier Vittorio Buffa e Nicola Maranesi, in cui l’attore e regista di Lecce indossando alla grande i panni d’un soldato qualunque, ignoto appunto, sfoderando una serie di dialetti italici dalla Sicilia al Trentino, racconta per 70 minuti seduto su dei sacchi di juta la sua Grande Guerra, vista dai futuristi come “la grande festa della giovinezza”. Ma quale festa, solo uno sterminio di poveri contadini morti ammazzati all’interno di malsane trincee scavate nelle montagne del Friuli, piene di fango, di respiri affannosi misti a mugugni, lamenti, fetori e pidocchi in tutto il corpo e da bombe e strali che arrivavano sulle loro teste dal nemico austriaco. Una guerra, di cui quest’anno si celebra il centenario, che iniziò pretestuosamente per quell’attentato a Sarajevo ai danni dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando da parte d’un indipendentista slavo, che ha visto 4 milioni di soldati reclutati tra le fasce più povere della nostra popolazione, ignara di cosa volesse dire “patria” e che alla fine, tra civili e militari, si contarono nel nostro paese qualcosa come più d’un milione e duecentomila morti. Una carneficina finita con la disfatta di Caporetto, con le solite Francia, Germania e Inghilterra a farla da padroni.
Scannasurice (Scanna topi o Ammazza topi) è uno dei primi sulfurei testi di Enzo Moscato più volte da lui interpretato. Scritto dopo il terremoto del 1980 va di diritto inserito in quel fermento letterario passato alla storia come “La nuova drammaturgia napoletana” di cui facevano parte Annibale Ruccello e Manlio Santanelli. Adesso è toccato a Imma Villa prenderne il testimone, passatole dal regista Carlo Cerciello che ha trasformato lo spettacolo in un cristallo prezioso, collocando la protagonista all’interno d’un alveare di loculi per defunti che occupava quasi tutta la scena costruita da Roberto Crea. Quella della Villi è stata una grande prova d’attrice, superba nei panni d’un “femminiello” dei Quartieri Spagnoli - ecco il motivo per cui pure una donna può vestire il personaggio - che racconta il suo modo di vivere in un napoletano strettissimo, cui sarebbe stato utile sottotitolare le parole di questo poetico e gangrenoso testo di Enzo Moscato. Da quello che siamo riusciti a capire, il lavoro evoca personaggi e spiriti presenti, dà vita a finti dialoghi, e lei, in mutande bianche e retina nera in testa, quindi avvolta da un cappottone e poi da un giaccone rosso e parrucca pure rossa, ad un tratto pure una madonna contornata da lucette, s’arrampica e striscia all’interno di quella struttura, tra spazzatura e oggetti simbolo, vivendo accanto ai topi, metafora dei napoletani, compiendo velocissimi spostamenti e continui cambi d’abito. Le musiche di Paolo Coletta, il suono di Hubert Westkemper, le luci di Cesare Accetta e i costumi di Daniela Ciancio, hanno contribuito al successo dello spettacolo.
Ritornano a Castrovillari Roberto Scappin e Paola Vannoni autori e interpreti di Io muoio e tu mangi 2° capitolo di Tutto è bene quel che finisce dell’anno passato, che è poi il rimprovero rivolto al figlio dal padre che sta morendo. Come ormai ci hanno abituato, i due personaggi utilizzano una linguaggio demenziale, ricco di nonsense e di battute gettate lì con nonchalance tali da suscitare ilarità e un’intelligente comicità. La scena è quella d’una camera mortuaria con al centro un quadro raffigurante una Madonna con Bambino e col papà di lei che se sta lì defunto di lato. I due seduti uno di fronte all’altro discutono con molto fair play dell’uomo che per 30 anni ha svolto volontariato alla Caritas, delle visite in ospedale, degli infermieri, e quali possono essere i trastulli d’un uomo in quei luoghi dell’aldilà che sono il paradiso, il purgatorio e l’inferno, augurando al genitore il limbo dove c’è almeno una discoteca con i morti che ballano come gli astronauti nello spazio. Forse c’è meno mordente rispetto al precedente spettacolo, ma la coppia è davvero brava e lui che fa il resoconto d’una giornata passata in geriatria è davvero molto divertente.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 13 giugno 2015

 

 

intervista a
Gioacchino Lanza Tomasi
a cura di Gigi Giacobbe

Gioacchino Lanza Tomasi ( Roma 11 febbraio 1934) oltre ad essere un fine musicologo, è stato professore universitario di Musica, direttore artistico di numerosi Teatri italiani (compresi il Teatro Vittorio Emanuele di Messina e il Festival di Taormina Arte), ex sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli, insignito della Medaglia d’oro delle Belle Arti in Spagna e da poco è stato nominato dall’attuale ministro alla Cultura, Dario Franceschini, sovrintendente dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antic) di Siracusa.

Il Vittorio Emanuele viene inaugurato il 24 aprile 1985 quando il sindaco di Messina era il democristiano Antonio Andò. Qual era l’aria che si respirava in quei giorni per questo importante avvenimento culturale visto che il Teatro era rimasto chiuso per ben 77 anni ?

« La ricostruzione del teatro fu al centro molte polemiche. Vi erano tradizionalisti (dove era come era) e altri disposti a prendere in considerazione una soluzione diversa. Queste polemiche non tenevano conto di che cosa venne prospettato a me e al Prof Tito Varisco dalla ditta, la Russsotti, che aveva vinto la gara per un appalto chiavi in mano. La ditta aveva seguito il progetto del prof. Calandra fino all’altezza della copertura ».

Cosa prevedeva il progetto?

« Il progetto prevedeva un auditorio a cavea unica. Era un disegno elegante, razionalista che non teneva conto però delle esigenze teatrali. Difatti mancando la torre scenica non sarebbe stato possibile effettuare il cambio delle quinte portandole, come si dice in gergo teatrale, in prima. Cioè sollevandole all’interno della torre fino a scomparire dalla vista dello spettatore. Il progetto era funzionale per un auditorio ma non per un teatro d’opera ».

Quando emerse questo punto di vista?

« Emerse quando la Russotti che aveva affidato il subappalto della macchina scenica alla Decima, una fra le migliori ditte di carpenteria metallica per teatri, fu messo in guardia che il progetto così com’era non poteva funzionare per un teatro d’opera. Russotti era molto preoccupato e venne a trovarmi a Roma dove io ero direttore artistico del Teatro dell’Opera assieme al sindaco Andò. Risposi che avevo l’uomo giusto pe dare un parere. Era allora direttore degli allestimenti scenici del Teatro il prof. Tito Varisco, unico ordinario di scenografia all’interno delle università italiane. Un sopralluogo al cantiere confermò le perplessità della Decima».

Cosa avvenne dopo ?

« A questo punto il partito conservatore fece pressioni per ripristinare un teatro a palchi. La nostra proposta, attesi anche l’avanzamento dei lavori, fu quella di costruire un teatro fine Ottocento con due file di palchi ed una vasta cavea superiore. Era il modello seguito verso la fin-de-siècle per il Teatro dell’Opera, il Covent Garden, e quasi tutti teatri dello Strand di Londra. Venne quindi realizzata la torre scenica ed un piano per uffici, che altrimenti avrebbero dovuto esser collocati fuori del teatro».

A quel tempo tu eri stato designato a ricoprire il ruolo di direttore artistico. Fosti tu a volere Giuseppe Sinopoli a dirigere la Philarmonia Orchestra di Londra in quel programma che comprendeva “ I Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi, Le Tombeau de Couperin e la V Sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler ?

« La designazione di Giuseppe Sinopoli per l’inaugurazione sinfonica dipendeva e dalla qualità dell’artista e dalla sua origine messinese. Sinopoli era di padre messinese e di madre veneziana. Aveva studiato musica a Messina con Gino Contilli. Era già attivo al Festival di Taormina che si avviava a diventare un grande evento internazionale. Le esecuzioni al Teatro Greco-Romano di Elektra, scene di Aldo Rossi e regia di Giorgio Pressburger e di Lohengrin facevano sperare che il progetto di un festival internazionale collegato ai luoghi della civiltà classica era in procinto di decollare. Sinopoli era allora all’apice della carriera. L’esecuzione della V di Mahler fu invero memorabile ».

Ricordi quali sono stati i commenti sulla ristrutturazione del Teatro, in particolare di tutta quella la parte interna, ampiamente criticata, comprese le pareti tappezzate con moquette rosa?

« Le divergenze di opinione sul restauro del teatro perdurarono negli anni successivi e sono presenti ancora oggi. Il teatro doveva avere uno stile. L’interno doveva avere uno stile e questo fu identificato nella reminiscenza dei tetri dello Strand e di tutti quei teatri di rivista costruiti a fine Ottocento dall’Europa alle Americhe. Il color rosa shocking del parato discende proprio dai teatri vittoriani dello Strand. Era d’altra parte necessario un raccordo fra la sala e l’affresco del Colapesce realizzato da Renato Guttuso. Anche su questo dipinto i contrari affermavano che era stata realizzata dall’assistente su un’idea di Guttuso. Non è assolutamente vero. Guttuso aveva fatto collocare nel suo studio romano un’intelaiatura sulla quale potevano esser collocati sei pannelli e potevano esser spostati in altezza e larghezza. L’ho visto molte volte al lavoro. La pittura del soffitto lo impegnò ed affascinò per più di un anno, L’assistente ha eseguito soltanto il ritocco delle giunture fra i pannelli dopo che vennero fissati alla tensostruttura del soffitto. Le sette sirene rappresentano il cuore della sua dipendenza femminile. Vi compaiono Marta Marzotto, la moglie Mimise ed alcune delle sue modelle preferite. Pittore della femminilità di seni e glutei Guttuso è qui in uno dei suoi momenti migliori. Soltanto Oskar Kokoschka nei Windliebenden ha raggiunto un risultato di questa levatura, e forse oltre ».

C’erano già sin d’allora problemi d’acustica, come avvertirà alcuni anni dopo il violinista Uto Ughi che ebbe a dire che non avrebbe più messo piede al V. Emanuele ?

« Il controllo acustico della sala era stato affidato ad un ingegnere della DDR. Egli compì vari sopralluoghi e stabilì le risonanze. Purtroppo il segreto dell’acustica non è stato scoperto nel mondo occidentale e lo possiedono soltanto le sale giapponesi, o anche l’auditorio di Linz, la Breucknerhalle dovuto al finlandese Heikki Siren, la Suntori Hall di Osaka o il Teatro sul lago di Otsu. Uto Ughi ha protestato poi contro tutte le nuove sale costruite in Italia, da quella del rinnovato Teatro di San Carlo, all’Auditorio della Città della musica. La sua preferenza va al suono morbido e vellutato dei teatri antichi. Ma in occidente si è preferito incrementare le frequenze fra i 6000-8000 herz che danno un suono più brillante. Il problema però può esser migliorato. Lo si è fatto a Torino dove il piano acustico del prof. Sacerdoti è stato trasformato con interventi sulle riflessioni e riflettori acustici, Lo stesso dicasi per l’auditorio della città della musica realizzato dallo studio Muller ».

Qual è il tuo parere artistico-politico-culturale su questo Teatro?

« La decadenza dello spettacolo teatrale in Italia è generale. Le restrizioni economiche sono state costanti. Inoltre nel meridione i teatri hanno assorbito in blocco cooperative di impiegati d’ordine. Se dovessi scrivere una storia dell’Italia contemporanea darei a quanto stiamo vivendo il titolo di “La corruzione democratica”. Una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata alle clientele elettorali della dirigenza politica. Come ebbi a scrivere su “Economia della cultura” il modello spagnolo delle cooperative di servizio con contratti triennali ha dato risultati artistici superiori, con risparmi sui costi di circa il 30%. L’equiparare le professioni artistiche alla catena di montaggio è stato un errore. Il vero artista è un orgoglioso artigiano non un servo della gleba. Carlo Fuortes ha tentato di introdurlo al Teatro dell’Opera. Ma il continuismo (quel processo dell’antico PC che quando il Comitato Centrale cambiava linea i fedeli andavan dicendo che nulla era cambiato) lo ha bloccato. I teatri sono pieni di debiti e l’unica via di salvezza è quella di vederseli cancellati quando le rate del mutuo verranno in scadenza. Si è fatto tante volte, si farà ancora ».


 

 

21-24 maggio 2015 a Gualtieri, Guastalla e Reggio Emila
Progetto Ligabue
Terza e ultima parte
Bassa Continua - Toni sul Po di Mario Perrotta


Ci s’innamora, come la Compagnia Fanny & Alexander sta facendo da anni, di quel progetto sul Discorso ai cui colori grigio-giallo-celeste-viola-rosa-viola-rosso fa interfacciare vari ambienti sociali che sono quelli politici-pedagogici-sportivi-religiosi-sindacali-giuridici-sociali, e ci si può innamorare come ha fatto Mario Perrotta dei colori e della vita del singolare pittore Antonio Ligabue, erroneamente considerato un naif , meglio inquadrarlo come un primitivo, un fauve, il cui progetto triennale iniziato al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari con Un bès (Un bacio) e Pitur (Pittore), ha avuto il suo epilogo in questo fine maggio, dal 21 al 24, con l’evento Bassa Continua-Toni sul Po, svoltosi a Gualtieri, Guastalla, Reggio Emilia. I tre luoghi dell’anima in cui Ligabue dopo la parentesi svizzera durata 19 anni - ricordiamo che è nato a Zurigo nel 1899 trascorrendo un’infanzia non augurabile a nessun bambino ed è morto a Gualtieri nel 1965 quando aveva 66 anni - ha vissuto come un clochard, tra follia e emarginazione, la sua diversità e asocialità, preferendo passare i suoi giorni e le sue notti come un animale solitario e selvaggio nella golena ( i boschi che lambiscono il fiume Po), nell’Ospizio di mendicità Carri di Gualtieri e nei fienili delle case contadine della Bassa Padana. Tre luoghi, tre differenti spettacoli, tre percorsi itineranti che partivano dalle tre località accennate prima, il cui primo Percorso aveva come location l’ex-manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, di cui si utilizzavano cameroni e stanzette del padiglione Lombroso, dentro il quale Ligabue fu ricoverato tre volte: le prime due nel ’37 e nel ’41 per pochi mesi, la terza volta nel 1945 per più di tre anni, per aver spaccato una bottiglia in testa ad un nazista e “salvato” dalla fucilazione da un medico del nosocomio dichiarando al comandante tedesco che era solo un povero pazzo da ricoverare. Raffaele Latagliata, dall’aplomb d’uno psichiatra in lungo camice bianco, riferisce ai visitatori-spettatori lo status mentale del paziente-Ligabue che appare depresso, confuso, con barba ispida e una ferita sul naso, forse procurata da lui stesso, per affilarselo come il becco di un’aquila: dice bestemmie e frasi irriguardose, chiede di fare passeggiate all’aperto imitando il verso degli uccelli e manifestando episodi di onanismo e disturbi sessuali. Intanto un manipolo di giovani attori e attrici cercano d’imitare gesti smorfie e manie dei devianti, quindi gli interpreti di sesso maschile, moltiplicandosi in tanti Ligabue, invitano gli spettatori ad entrare a piccoli gruppi dentro le piccole celle, alcune con apparecchi e strumenti scientifici di quell’epoca in bella mostra, che, come in una sorta di “confessione” in stile Walter Manfrè, raccontano alcune ossessioni di Toni il pitur. Sul pullman poi verso Gualtieri un televisore proietta alcuni filmati realizzati nei primi anni ’60 per la Tv di Stato da Raffaele Andreassi in cui appare un giovane Romolo Valli nei panni veri d’un giornalista della Gazzetta di Reggio Emilia e si vede un Ligabue indossare biancheria intima di donna, forse per feticismo forse per carenza d’amore, e in un’altra scena al tavolo di un’osteria l’artista baratta un disegno di un setter col bacio di una donna: una comparsa assoldata giusto per girare la sequenza che a Ligabue doveva sembrare vera e reale. « Ma non era poi così stupido il Toni - a detta di Sergio Negri, gallerista di Gualtieri che l’ha conosciuto sin da bambino e che possiede un’ampia collezione dei suoi dipinti - perché nel 1961 dopo il successo che riscuote una sua mostra personale organizzata da Marino Mazzacurati alla Barcaccia di Roma, tanto da fare scoppiare il Caso Ligabue e fare acquisire ai dipinti un’ottima quotazione, Toni ironicamente mi dice: “perché Arnaldo Bartoli - anche lui pittore quotato del periodo e possessore d’una sfilza di sue opere - “vende i miei quadri e non i suoi? ». Il regista di questo Percorso Manicomio era Andrea Paolucci, mentre gli altri due Percorsi, Città e Fiume, erano firmati da Alessandro Migliucci e Donatella Allegro, sintonizzati in modo che tutti e tre gli spettacoli si svolgessero in contemporanea, finiti i quali gli spettatori salivano sui pullman, scendevano nelle prossimità di Gualtieri, venivano fatti incolonnare in processione dietro tre bande musicali intonanti le note più celebri di Nino Rota create per l’Amarcord di Fellini. Infine queste tre piccole folle convogliavano nella bella e ampia Piazza Bentivoglio, al centro della quale subito dopo sopraggiungeva un corteo funebre formato per lo più da figuranti del luogo, la cui testa era capitanata da una dozzina di giovani attori che portavano a spalla una bara, sulla quale stava seduto lo stesso Mario Perrotta con cappottone nero nei panni di Ligabue che, una volta smessa la marcia funebre composta da tale Montanari, sbraitava a destra e a manca del come e perché molti dei presenti, segnandoli a dito, s’erano arricchiti alle sue spalle comprando per un pugno di lenticchie le sue opere. Nel secondo Percorso il Ligabue, impersonato da Lorenzo Anzaloni, arriva con una valigia in mano su una piazza di Guastalla accanto ad un bronzeo monumento lì dove un folto gruppo di ballerini intreccia danze astratte, proseguite poi all’interno d’uno stabile con ampio cortile e tetto di vetro mentre tutt’intorno alcune attrici intonano canzoncine del periodo fascista come Maramau perchè sei morto e si sprecano slogan inneggianti a Mussolini di cui si udrà pure un suo farneticante comizio, riempiendosi l’aria di sirene, bombe, colpi di fucili e cannoneggiamenti vari. Si risale sui pullman con l’invito di alcune figure femminili d’oscurare i finestrini con le tendine poste di lato, di stare zitti, mentre loro si agitano con le torce accese in mano. Evidentemente Migliucci ha voluto ri-creare le atmosfere vissute dal delirante artista in quel ventennio fascista culminante con la fine della seconda guerra mondiale e con il Ligabue che esternava in uno stanzone le sue difficoltà esistenziali. Non tralasciando la regia, quasi come in un piano-sequenza, di farci ricordare, passando da un bar, l’era del Lascia e Raddoppia in bianco e nero di Mike Bongiorno e le atmosfere dell’avanspettacolo sul palcoscenico del rinato Teatro Sociale ad opera di tre colorite e ironiche soubrette, quelle di Paola Roscioli, Lara Puglia, Alessia Martegiani. Uno spazio che a quel tempo era pure un cinematografo dentro il quale Ligabue andava a sedersi sull’alto loggione e assistere estasiato ai film di Tarzan interpretati da Johnny Weismuller col suo grido inconfondibile a lottare con delle tigri feroci. Quei felini che Ligabue ha dipinto chissà quante volte, inserendovi animali d’ogni genere e riproducendo centinaia di volte il suo autoritratto dalla faccia scavata, gli occhi allucinati rivolti sempre verso il lato sinistro per chi guarda, il naso adunco con una visibile crosta, le orecchie a sventola, il gozzo e il cranio spelato. Il terzo Percorso sulla golena del fiume Po è stato forse quello più suggestivo, che pur insidioso per il fango creato dalle piogge cadute in quei giorni, è stato vissuto dal pubblico come una magia. Non solo per le migliaia di lucciole che brillavano fra le macchie verdi e il fitto bosco di pioppi, ma anche per i vari luoghi vivacizzati da percussionisti e danzatori, per una piccola balera popolata da tre splendide donnine (Micaela Casalboni, Alice Melloni e Silvia Lamboglia) che cercavano di fare avvicinare il Ligabue di Marco Cavaldoli, colto più volte a raccontare tranches di vita dell’artista su un romantico barcone, che rifiutava quel luogo odorante di sesso, lui che in vita sua mai ha fatto l’amore con una donna, forse per paura o perché preferiva la compagnia dei cani, mentre si respiravano momenti di sublime quiete per il suono astratto d’un violino che sopraggiungeva da quelle acque stagnanti e fumanti. Un mega spettacolo visibile in tre giorni, cui hanno preso parte 180 protagonisti fra musicisti, danzatori, cantanti, figuranti, maestranze varie e attori, di cui almeno vanno citati i vari Emmanuele Aita, Lorenzo Ansaloni, Giacomo Armaroli, Simone Baldassari, Andrea Bellacicco, Nicola Borghesi, Marco Briatti, Federico Caiazzo, Chiara de Pascalis, Gabriele Genovese, Gilberto Giuliani, Roberto Marinelli, Valentina Maselli, Claudia Mosconi, Anais Nicolas, Davide Paciolla, Michele Pagliai, Alice Pavan, Livio Remuzzi, Vincenzo Romano, Eleonora Zappetti e Federica Restani, pure novello Cicerone quest’ultima, di bordeaux vestita per piccoli gruppi di curiosi, guidati a conoscere i meandri del Teatro Ruggero Ruggeri di Guastalla, all’interno del quale sino a pochi anni fa viveva, con balconcino sulla scena (adesso murato), tale Spino con la sua famiglia che poteva godere degli spettacoli mentre se ne stavano beatamente seduti a cenare. Una trilogia teatrale dipanatasi in tre anni che per Perrotta e compagni è stata un vero e grande successo e che ha fatto riscoprire un grande artista di cui quest’anno si celebra il 50° anniversario della sua scomparsa.
Gigi Giacobbe

__

__

__

__


Articolo pubblicato su Sipario online 31 maggio 2015

 

 

51° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro greco di Siracusa
Medea
di Seneca
Traduzione Giusto Picone
Adattamento teatrale e regia Paolo Magelli
scene e costumi Ezio Toffolutti
musiche Arturo Annecchino

Sin dal suo primo apparire sulla skené disseminata da una serie di pozzanghere salmastre con accanto cumuli di sabbia che simulano montagnette di sale, qualcuna con una sfilza di remi, non distanti da una sorta di casa bianca a forma d’un teleobiettivo fotografico situato accanto ad una serie di paratie biancastre utilizzate come quinte evidentemente ( la brutta scena è di Ezio Toffolutti, suoi pure i costumi inizio scorso secolo), la Medea di Valentina Banci con basco in testa, impermeabile pantaloni e maglia tra il beige e in verdolino chiaro, appare già andata via di testa. Tant’è che subito dopo si strappa le vesti, indossa una lunga veste bianca con velo in testa da sposa e viene fatta girare come una bambola fra le braccia delle otto corifee agghindate con lunghi abiti anni 20’ e cappellini di varie fogge, mentre gli otto corifei indossano vestiti chiari e borsalini in testa. E’una Medea questa di Seneca, nel disegno registico di Paolo Magelli, che odora d’una Mitteleuropa d’antan, che può rinvenirsi nei romanzi di Mann o di Svevo o nei film di Visconti, in cui si sono già affermate le teorie sull’isteria di Freud e s’affacciano quelle ancora più specifiche di Wilhelm Reich sulla rivoluzione sessuale e sulla follia dell’amore. Medea non può, non vuole credere che il suo Giasone, con cui ha condiviso la conquista del vello d’oro, che gli ha dato due figli e che per lui ha commesso i delitti più esecrabili, l’abbia lasciata per un’altra donna. Il cervello le va in tilt, ancor di più quando il re Creonte le intima di lasciare Corinto, concedendole solo 24 ore di permanenza, dopo di che questa sorta di direttore d’albergo di bianco vestito o di croupier di casino impersonato da Daniele Griggio, non le consentirà più di fare un’ultima puntata nella roulette della vita. Deve andare in esilio Medea, lasciare i figli a Giasone e consegnare alla futura sposa, Creusa, il suo uomo. Non c’è nessuno in grado di farla ragionare, neppure la sua nutrice, ammantata tutta di nero quella di Francesca Benedetti, carismatica come sempre, dalla voce antica e profonda in questo suo cameo al Teatro greco di Siracusa. La Medea della Banci scalpita su tutta la sabbiosa scena, sembra un’indiavolata che butta all’aria i giocattoli dei suoi figli prendendoli da una grande cassa, una tarantolata che all’apparire del suo Giasone ( Filippo Dini con barbetta, impermeabile color sabbia e dalla voce stridula) gli salta addosso cercando un amplesso che lui subisce, ribellandosi e maltrattandola poi violentemente, intimandole infine d’andare via, perché solo così quella terra si purificherà. Un invito amplificato dagli stessi corifei e corifee che accennando ad eleganti passi di tango inviteranno la barbara maga a fare fagotto per non tornare mai più in quei luoghi. Medea è disperata, non sa a chi rivolgersi, ad un tratto uscendo fuori dalla scena cercherà aiuto fra il pubblico salendo di corsa i gradoni della cavea, poi infine ecco mettere in atto le sue vendette. In primis farà avere tramite uno dei suoi bambini un mantello magico per Creusa, che appena indossato prenderà fuoco, cui seguirà la morte di Creonte per spegnere quelle vampe. Uccisioni di cui si vedranno solo i fumi che saliranno tutt’intorno all’impianto scenico. Subito dopo, agendo come un’estranea, Medea ucciderà con fredda determinazione i suoi due figlioletti alla presenza del pubblico e non come in Euripide dietro la skené. Certo Giasone vorrebbe morire anche lui, ma la donna non se ne cura e lo spettacolo si chiude non con Medea che fugge in alto su un carro magico trascinato dai dragoni, ma rannicchiata a terra, chiusa nel suo abito dorato, con tutti i corifei dai visi lordi di fuliggine che a turno le svuoteranno addosso sabbia e cenere dai loro secchi rossi, ricoprendole la testa e il suo infinito dolore. La traduzione era di Giusto Picone, le musiche di Arturo Annechino e accanto ai già citati interpreti, apparivano il messaggero di Diego Florio e l’argonauta di Enzo Curcurù.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 19 maggio 2015

 

 

 

51° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro greco di Siracusa
Ifigenia in Aulide
di Euripide
traduzione Giulio Guidorizzi
regia Federico Tiezzi
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
musiche Francesca Della Monica, Ernani Maletta
consulenza musicale Sandro Lombardi
luci Gianni Pollini

« Se tu non sacrifichi a me tua figlia Ifigenia i venti saranno sempre contrari alla navigazione e le tue navi non potranno partire per la guerra di Troia ». E’ questo in sintesi ciò che dice Artemide ad Agamennone per bocca dell’indovino Calcante. Un aut-aut perché l’Ifigenia in Aulide di Euripide è forse una delle tragedie più ricche di contrasti e di mutamenti psicologici della letteratura greca. Certamente un padre pacifista avrebbe mandato a quel paese dea, navi e spedizione bellica e non avremmo poi studiato a scuola l’Iliade, accontentandoci forse solo dell’Odissea o di quell’episodio della Genesi (22,2-13) in cui si racconta di Dio che per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare sul monte Moriah il proprio figlio Isacco e quando l’uomo sta per sgozzarlo un angelo scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo. Episodio, guarda caso, che riguarda l’epilogo dell’opera euripidea, quello del sacrificio di Ifigenia, pare opera postuma d’un Bizantino, in cui la fanciulla viene salvata da Artemide e sostituita con una cerva. Un coup de théâtre che Federico Tiezzi nella sua devota messinscena al Teatro greco di Siracusa risolve con una sorta di lampo al magnesio e sparizione di Ifigenia, vestita da una brava e soave Lucia Lavia in abiti color arancio, come il coro che l’accompagna, avendo alle spalle un boia con maschera nera come da iconografia mediatica sbandierata dai jihadisti dell’Isis. Un finale festoso poi con il coro che indosserà dei copricapo da cerve. Certamente ha avuto un gran daffare il dark Sebastiano Lo Monaco a calarsi nei panni di Agamennone, riuscendoci comunque con una pacatezza e una misura che non gli conoscevamo, combattuto in più momenti quale sarebbe stato il modo migliore per dire la terribile verità alla moglie Clitemnestra ( superba la prova di Elena Ghiaurov, con lungo abito bianco e mantello bordeaux, eccedendo a volte in enfasi per troppo generosità) e alla figlia Ifigenia. Sceglie di scrivere due lettere Agamennone. Nella prima s’inventa un matrimonio inesistente tra Ifigenia e un ignaro Achille ( quello di Raffaele Esposito che si vanta che centinaio di ragazze gli vengono dietro), nella seconda scrive che moglie e figlia che se ne stiano al paesello e non partano. Lettera questa intercettata dal fratello Menelao (Francesco Colella) che gliele canta di santa ragione, accusandolo di tradimento e d’essere un padre tutto cuore. Quando poi giungono sulla scena Clitemnestra e Ifigenia, e Menelao è commosso del dolore del fratello al punto di rinunziare alla spedizione, Agamennone torna sui suoi passi e decide di sacrificare la figlia, e tutt’intorno un rettangolo di fuoco deciderà i loro destini, presente pure il piccolo Oreste. Ma più notevole è il mutamento che avviene nell’anima di Ifigenia. Se prima supplicava il padre perché le risparmiasse la vita, quella vita che lei ha sempre amato e che per lei le nozze erano un sogno, adesso trova gloriosa e necessaria la sua morte, che affronterà come se si avviasse a partecipare ad una festa. “Tutta la Grecia mi guarda”, dice, “La mia vita dovrebbe impedire che i soldati greci periscano per colpa mia … è giusto che i greci comandino sui barbari” e il pensiero di essere l’eroina, la salvatrice della patria, la conforta moltissimo, sostenuta pure da quel canto finale di Goran Bregovic titolato Ederlezi. Spiccavano sull’ampia skené sabbiosa tre navi color piombo, un cavallo alato e un toro dorato ai lati della scena ad opera di Pier Paolo Bisleri, mentre i costumi erano di Giovanna Buzzi. Si sente e si vede la presenza del vecchio schiavo Gianni Salvo con zucchetto rosso in testa unitamente alle due corifee Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin e poi l’araldo di Turi Maricca e Giorgio Rizzo su un pezzo di roccia bianca che martorizza un tamburo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 19 maggio 2015


 

 

51° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro greco di Siracusa
Le Supplici

di Eschilo
traduzione Guido Paduano
adattamento scenico in siciliano e greco moderno
Moni Ovadia, Mario Incudine, Pippo Kaballà
regia Moni Ovadia
scene Gianni Carluccio
costumi Elisa Savi
musiche Mario Incudine
movimenti coreografici Dario La Ferla
luci Elvio Amaniera

Moni Ovadia la butta sempre in musica, anche se non so se sa suonare qualche strumento. Di sicuro sa cantare, è un grande affabulatore non solo di storielle yiddish, un animale da palcoscenico, parla un’infinità di lingue, compreso il siciliano e il greco moderno che ha sciorinato il lungo e in largo ne Le Supplici di Eschilo al Teatro greco di Siracusa, curandone l’adattamento scenico assieme a Pippo Kaballà e ad un vero talento musicale siciliano di Enna che di nome fa Mario Incudine, in grado, lui si, di suonare un’infinità di strumenti musicali, compreso mandolino e fisarmonica, e di sapere stare (solo da un paio d’anni) sulla scena da attore navigato, come se avesse fatto sempre questo lavoro. Un connubio vincente Ovadia-Incudine: il primo regista dello spettacolo, colto pure ad impersonare il re Pelasgo, il secondo a collaborare alla regia e a vestire i congeniali abiti del “cantastorie” in stile Ciccio Busacca, con qualche nuance di Mimmo Cuticchio, che se ne andava intorno alla scena non su un carretto siciliano ma a pedalare su un triciclo agghindato con immagini dell’opera dei pupi. Nelle loro quattro mani Le Supplici, nella traduzione di Guido Paduano, diventano una tragedia in musica, nel cui incedere grande importanza riveste il coro delle Danaidi guidato dalla prima corifea Donatella Finocchiaro dalla bella voce armoniosa e da una cinquina di altre corifee (Rita Abela, Sara Aprile, Giada Lorusso, Elena Polic Greco, Alessandra Salamida) anche loro in palla, che se non sono proprio cinquanta come vorrebbe Eschilo ma poco meno della metà, ugualmente riescono ad emozionare e trascinare il pubblico nel loro preciso pensiero che è quello di poter scegliere in piena libertà gli uomini che vogliono e non quelli imposti da altri. Argomento sempre attuale, anche se di 25 secoli fa, in cui si racconta di cinquanta fanciulle, figlie di Danao (Angelo Tosto), che per sfuggire alle nozze con i loro cinquanta cugini figli di Egitto, si sono rifugiate con il vecchio padre ad Argo, la città da dove prende origine la loro stirpe, implorando l’ospitalità del re Pelasgo. Quello che Ovadia, corona e kippah in testa, avvolto da un ampio e regale mantello azzurrino, dà il meglio di sé esprimendo a parole e nei fatti la sua grande generosità d’animo, respingendo con fermezza e autorevolezza le intimazioni e le minacce dell’araldo egiziano (Marco Guerzoni), che giunto sulla scena su un gigantesco cavallo metallico, pretende che quelle donne vengano ricondotte in Egitto. E’ inutile dire la felicità che esprime il coro con canti e danze, con l’apporto della voce egizia di Faisal Taher, nel ricordo di tutti quei migranti che tentano di giungere sulle nostre rive e con lo stesso Ovadia che rafforza questi istanti aggiungendo che: “io e il mio popolo sovrano siamo i garanti…qui si parla la lingua della libertà” e poi rivolto ad settore della cavea popolata da veri migranti aggiungerà che: “chissi su l’amici mei” (questi sono i miei amici). La colonna musicale a base di stornellate e canti siciliani era scandita da un quartetto affiato di musici ( Antonio Vasta alla fisarmonica e zampogna, Antonio Putzu ai fiati, Manfredi Tumminello alla chitarra e bouzouki, Giorgio Rizzo alle percussioni) posti in alto alla scena firmata da Gianni Carluccio, quasi un’agorà, con voluminoso portale finto-marmo sul fondo tappezzato da piccole foto di persone defunte, (forse quelle di tanti migranti) e spiccavano di lato nove giacomettiane figure argillose, simulacri di divinità argive e al centro confondendosi col terreno sabbioso s’intravedevano una dozzina di tappeti persiani su cui agivano Le Supplici, finte nere con finti seni, vestite con i costumi dai colori vivaci, floreali e geometrici di Elisa Savi.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 19 maggio 2015

 

 

al Teatro Angelo Musco di Catania dal 5 al 10 maggio
Il compleanno
di Harold Pinter
regia di Fulvio D’Angelo

scene e costumi Giovanna Giorgianni
con
Fulvio D'Angelo, Liborio Natali, Alessandra Costanzo,
Leonardo Marino, Ramona Polizzi, Giampaolo Romania

prodotto dal Teatro Stabile di Catania

Il compleanno ( The Birthday Party) è forse l’opera più “assurda” di Harold Pinter. Andata in scena la prima volta nel 1958 all'Ars Theatre di Cambridge, l’anno successivo al debutto de La stanza (The Room), vi compaiono nei tre atti sei personaggi che parlano di continuo senza comunicare realmente. Nella messinscena di Fulvio D’Angelo ridotta in due tempi, lui stesso nei panni ambigui di Goldberg, al Musco di Catania, incontriamo in una mattina d’estate i coniugi Meg e Petey (Alessandra Costanzo e Leonardo Marino) nel proprio tinello di casa con annessa cucina ( scene di Giovanna Costanzo che firma pure i costumi) che discutono pacatamente della colazione, se c’è qualche notizia importante sul giornale e se si è svegliato Stanley, l’inquieto ospite o inquilino che staziona da tempo nella loro pensione marina. Una coppia piccolo-borghese come tante, lei un po’ petulante e ansiosa, lui in stile english tira lunghe fumate di pipa, per uscire poi a svolgere il lavoro di custode delle seggiole a sdraio sulla spiaggia. Intanto scende giù dalle scale in vestaglia, spettinato e con gli occhiali Stanley (Liborio Natali) un pianista trentenne senza successo, che vive quasi da recluso come se fosse perseguitato chissà da chi o da che cosa, subito accudito dall’ancora arzilla Meg che s’infervora quando le viene detto che il suo pane fritto mattutino è “succulentissimo”. I gesti, i comportamenti, i dialoghi sembrano gli stessi di tutti i giorni, durante i quali s’inseriscono talvolta le visite della giovane Lulu (dall’aria stupidina quella di Ramona Polizzi), interrotte quel giorno dall’arrivo di due nuovi clienti misteriosi, il McCann di Giampaolo Romania intento sempre a fare a strisce le pagine dei giornali e il Goldberg luciferino dello stesso D’Angelo, vogliosi solo di prendere una stanza in affitto. Due loschi individui che potrebbero essere due killer, due agenti segreti di una Spectre alla Fleming, due affiliati di chissà quale setta, due figure che Pinter, come Kafka de Il processo, non rivelerà mai la loro vera identità, “limitandosi a suggerire, a comunicare suggestioni, paure, timori ancestrali, emozioni prive di una vera ragione d’essere, ma talmente reali da lasciare il pubblico senza fiato”. Ecco perché i lavori di Pinter vengono pure etichettati come "commedie della minaccia", che solitamente iniziano con una situazione all’apparenza innocente per diventare poi “assurda” e “minacciosa” poiché gli attori si comportano in modo inspiegabile sia per il pubblico che, a volte, per gli altri personaggi. Questo Compleanno contiene e anticipa tutti gli elementi che diventeranno caratteristici del Teatro di Pinter: un luogo chiuso, una stanza apparentemente tranquilla, che viene improvvisamente disturbata da influssi esterni, minacce oscure che contaminano la quiete quotidiana, un passato opprimente e soffocante che torna ad incidere sulla vita dei protagonisti. Quasi una “stanza della tortura” per citare il saggio di Gianni Macchia su Pirandello, per come poi i due oscuri individui massacreranno a parole il povero Stanlay durante la festa serale del suo “compleanno”, prima ballando e giuocando a moscacieca e poi, come in un incubo, indossando delle maschere da porcelli, svuotando di fatto la sua personalità, mentre Meg e Petey avranno sul viso nasi e occhiali finti. E non si fermeranno qui, questi due progenitori dell’Arancia meccanica di Kubrik, perché per bocca della malcapitata Lulu sapremo che Goldberg di notte le ha fatto la festa, mentre Stanlay ripulito, pettinato, senza occhiali e in giacca e cravatta, scenderà quelle scale come uno zombie, incapace di camminare, di profferire verbo, portato via a braccio da quei due sconosciuti, lasciando a bocca aperta i personaggi rimasti.
Gigi Giacobbe

____


Articolo pubblicato su Sipario online 11 maggio 2015

 

 

 

al Teatro Vittorio Emanuele di Messina dal 16 al 19 aprile 2015
Lei e lei
scritto, diretto e interpretato da Giampiero Cicciò
con
Federica De Cola

Giampiero Cicciò non s’accontenta più di fare l’attore e il regista di testi altrui. Adesso mette su carta le piecès che più gli piacciono e se le cuce addosso. Prova ne è questo suo Lei e Lei scritto-diretto-interpretato da lui stesso, avendo come partner Federica De Cola, un’attrice che gli è molto cara per essere stata presente in altri precedenti lavori ( “Lo stato d’assedio” di Camus, “Salomè” tratto da Wilde, Bene, Flaubert e Baudelaire, “I miei occhi cambieranno” di Celeste Brancato), nota pure in Cinema e in TV, che anche stavolta gli è accanto. Lei e Lei è un lungo atto unico di un’ora e quaranta minuti senza intervallo, andato in scena in prima assoluta al Vittorio Emanuele che l’ha prodotto, in cui Cicciò si cala perfettamente nei panni eleganti d’un travestito con parrucca biondo-platino, minigonna rossa, giubbino di pelle nera, lo stesso colore degli alti stivaloni a spillo sui quali cammina agevolmente, roteando una borsetta mentre batte la notte di Natale a Piazza Cavallotti, qui sintetizzata nella scena di Francesca Cannavò (suoi pure i costumi ) con tre rettangolari panche e un abete spezzato con le lucette che brillano ad intermittenza. Luogo cruciale della città di Messina in cui è situata pure la stazione ferroviaria, con un via via di giorno di mezzi pubblici e privati davvero assordante. Una location emblematica come altre citate nel lavoro, che, credo, voglia essere un omaggio di Cicciò alla sua città natale, la stessa della De Cola e di tutti coloro che a vari modi e titoli hanno preso parte allo spettacolo. E mentre Cicciò si esprime in un dialetto messinese italianizzato o viceversa, spesso con accenti gergali che suscitano sonore risate del pubblico, la De Cola nei panni di una giovane prostituta parla sempre la nostra lingua. Ciò che unisce le due creature è di avere lo stesso magnaccia, tale Carmelo che comparirà mai in scena. Del resto è come se Stella, questo il nome del travestito, prendesse sotto le sue alucce la giovane donna non ancora esperta del mestiere, con un passato di alcol e droga, un fidanzato che l’ha fatta abortire e che poi s’è volatilizzato, un amore per il Teatro anche questo andato in fumo per vari motivi. Sono lì adesso i due a farsi coraggio, cercare col solo cambio d’una parrucca di cambiare nome, da qui il titolo dell’opera, interpretare per un istante, come in teatro, coloro che non potranno mai essere nella vita. Più ricco e colorito sembra il passato di Stella, ricordando più le nonne che i genitori e i suoi trascorsi infantili presso istituti scolastici gestiti da monache, come Moana Pozzi, andando orgogliosa d’essere un travestito all’antica sfuggendo ogni pratica sado-maso. Più di maniera appare il vissuto della giovane prostituta quando quattordicenne andrà via di casa per fare l’attrice e un flash back la ricondurrà ad un provino teatrale che le consentirà per tre stagioni di calcare alcune scene e poi ridursi invece a battere in strada. Molte sequenze, in cui Cicciò appare più vero della De Cola, sono scandite da brani musicali scelti da Fausto Cicciò (fratello di Giampiero) che ne potenziano i lati sentimentali dell’opera, che tuttavia rimane distante da quei lavori sulfurei e ustionanti dei vari Dario Bellezza, Enzo Moscato, Annibale Ruccello e anche Pau Mirò, i cui protagonisti sembrano vivere con più laido realismo i loro ruoli. Qui, grazie alle luci sideree di Renzo Di Chio, ai botti di capodanno, alla neve che cade giù dalla graticcia, ai due personaggi che solidarizzano abbracciandosi come due innamoratini di Peynet, sembra un finale da baci perugini.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 18 aprile 2015

 

 

 

Sala Laudamo di Messina 10-11 aprile 2015
Una notte di Salomè
atto unico di Emanuele Vacchetto
regia di Gianni Fortunato Pisani

Alle 5 del mattino piomba in uno squallido pub di periferia, avvolta da una morbida pelliccia e capiente borsa in mano, una star del teatro di prosa, tale Veronica Lopez che ordina subito alla proprietaria che sta chiudendo un whisky liscio. Nel tavolo accanto con la testa pesantemente adagiata sul piano dorme profondamente un uomo dai lunghi capelli che gli fuoriescono neri e lunghissimi da un cappello di cowboy (lo stesso Lorenzo Pizzurro pure aiuto regista). Ha un atteggiamento spavaldo l’attrice e forse per voler eccessivamente immedesimarsi nel disinibito personaggio, Francesca Andò va sopra le righe, innalzando oltremodo il suo volume di voce. Tutto il contrario della barista, che si chiama Daisy e a cui dà vita Vittoria Micalizzi, che appare triste, stanca e dagli accenti compassati Tra le due donne s’instaura subito un’intesa che diventa subito complicità, sino a confessarsi le cose più intime riguardanti i loro mariti. Quello descritto dall’attrice, la quale intanto continua a bere e a sniffare coca offrendola pure alla nuova amica, è un tipo manesco, violento al punto d’averla fatta abortire dandole un calcio sulla pancia e non apparirà mai in scena. Il marito di Daisy invece è l’uomo seduto a quel tavolo, che per tutto lo spettacolo non profferirà mai verbo - trovando io la cosa alquanto paradossale - che tutte le sere si ubriaca di brutto addormentandosi senza dare fastidio, anche se il fastidio nel recente passato l’ha dato proprio a sua moglie quando l’ha accusata di non potere avere figli, scoprendo poi fra i due che ad essere sterile era proprio lui. Chiacchierano senza sosta le due donne, scoprendo pure d’essersi in certo modo incontrate nel recente passato, quando Daisy da spettatrice ha visto la Lopez interpretare in teatro la Salomè di Oscar Wilde. Da qui il titolo della pièce Una notte di Salomè, un atto unico scritto da Emanuele Vacchetto che si colorerà di giallo nel finale, cui Gianni Fortunato regista (che fra l’altro celebra i 30 anni della sua “Accademia Sarabanda” ) poco ha potuto fare per frenare l’esuberante e anfetaminica Francesca Andò, che ad un tratto nel posare il suo bicchiere di whisky sul tavolo lo farà in mille pezzetti, cui ha fatto seguito un’interruzione di pochi minuti, il tempo per scopare quei cocci taglienti per non doversi tagliuzzare i piedi quando subito dopo si sarebbe esibita nella mitica danza dei sette veli, senza peraltro essere tanti di numero. Danza alla quale parteciperà la stessa barista, ormai anche lei nel pallone, che in precedenza aveva cantato in bello stile una canzone francese che ricordava quelle di Jacques Brel. Sono trascorsi intanto 80 minuti quando ad un tratto l’attrice con una scusa qualunque lascerà quel pub dimenticando sul tavolo la sua capiente borsa, dicendo alla barista che sarebbe ritornata da lì a poco. Passano alcuni secondi ed ecco una voce alla radio comunicare che è stato scoperto un omicidio in una villa e che l’uomo ammazzato è senza testa e che si stanno mettendo in atto le ricerche per scoprire questo raccapricciante delitto, in tema fra l’altro, però con altre motivazioni, con quanto sta accadendo a molti sventurati nei paesi arabi. Se non s’è capito dove potrebbe trovarsi la testa dell’ucciso, il o i lettori sono pregati di rileggere l’articolo. Sicuramente capiranno dove potrebbe essere e chi è l’assassino.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 16 aprile 2015

 

 

 

Teatro Vittorio Emanuele di Messina 9-10-12 aprile 2015
Trilogia sul limite

“Due passi sono”
“T/empio - critica della ragion giusta”
“Conferenza tragicheffimera - sui concetti ingannevoli dell’arte”

Scritto-diretto-interpretato da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo

Due passi sono, lo spettacolo scritto-diretto-interpretato da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, dopo aver superato le cento repliche credo lo conoscano un po’ tutti in Italia. Per chi ancora non li conosce dirò solo che sono piccoli di statura ma molto più alti di Brunetta e che lui (Carullo) pur essendo nato in America, a Rochester nella stato di New York l’11 novembre 1978 è un reggino (nel senso di Reggio Calabria) a tutti gli effetti e che lei, dirimpettaia, è di Messina e compirà 35 anni il prossimo 10 giugno. Entrambi portano gli occhiali, ma quelli di lei solitamente sono molto più sporchi di quelli di lui. Sulla scena sono due giganti, non come quelli pirandelliani della montagna, piuttosto vicini a quel mondo del Mago di Oz di L. Frank Baum, in cui lei è una Coraline (quella scritta da Neil Gaiman) che attraversa senza paura una porticina magica per incontrare il suo bizzarro compagno. E poi insieme combattere una battaglia per non scappare davanti a nessuno, imbracciando soltanto le armi della parola, della poesia, dell’ironia, del teatro. Affrontando la vita con la consapevolezza che in faccia a loro c’è un limite, un confine, una barriera, una linea ideale che delimita il loro praticello di fresie e viole, dove potranno germogliare sentimenti forti come la solidarietà, l’amicizia, l’amore. Adesso due passi sono solo per superare quella soglia, e il loro cammino s’arricchisce di altre due pièces: T/empio - critica della ragion giusta sul tema della giustizia e Conferenza tragicheffimera - sui concetti ingannevoli dell’arte incentrata appunto sull’Arte. Una “Trilogia sul limite” - così i due artisti definiscono i tre lavori - andata in scena in tre giorni differenti e che ha avuto come location (per i primi due pezzi) il palcoscenico del Vittorio Emanuele di Messina con gli spettatori seduti tra le quinte dietro il sipario e l’ex manicomio “Mandalari” (per la terza parte) nei locali del Centro di salute mentale “Camelot” in cui era allestita una mostra di tele di Gaetano Chiarenza (un paziente vissuto e morto all’età di 68 anni in questo luogo di cura) in stile Art brut ( Arte grezza) secondo le intuizioni espresse nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet per indicare le produzioni artistiche realizzate da non professionisti o pensionanti di un ospedale psichiatrico. Il secondo pezzo vede il duo Carullo-Minasi agghindato di nero. Lui ha una cravatta bianca tipo punto esclamativo, lei una collana al collo tipo punto interrogativo e per cappellino ha in testa un porta penne. Poi lei stessa sistema a terra una sorta di maquette ad organetto riproducente un nugolo di case e palazzi, e ha alle spalle una slide raffigurante l’austero tribunale di Messina (opera dell’architetto Marcello Piacentini, reso attivo a partire dal 1928) la cui facciata somiglia ad un tempio, quasi un piccolo Reichstag di Berlino. Lo spettacolo fa riferimento a quel dialogo filosofico di Platone, titolato Eutrifone ed è tutto spiegato nel titolo. Infatti il T/empio è allo stesso tempo sostantivo e aggettivo e indica il luogo dove i greci dibattevano le cause e individua il peccato o il crimine di “empietà” di cui s’è macchiato Socrate nei confronti dei giovani ai quali non avrebbe dovuto fare da maestro. E mentre la Minasi assume il ruolo dell’accusato Socrate, Carullo si addosserà la parte dell’accusatore Eutrifone, un indovino che per dovere di coscienza ha denunziato il padre per avere gettato un suo bracciante omicida in una fossa che poi morirà di freddo e di fame. Il dialogo va avanti per una cinquantina di minuti e i termini chiave saranno “empio” e “giusto” inteso pure come “santo”. In sostanza ciò che ha spinto Eutrifone ad agire così è stato un atto di pietà religiosa, per una reverenza agli dei. Una risposta che non soddisfa Socrate che vorrebbe una definizione più completa della santità. Al che Eutrifone dirà semplicisticamente che “santo” è ciò che è caro agli dei ed “empio” ciò che non lo è. Il dialogo astruso farà arrabbiare Carullo al punto d’interrompere il dialogo, del resto anche nel testo di Platone rimarrà inconcluso, e alla Minasi toccherà chiudere lo spettacolo inneggiando ad una vita in comune allietata dalla fede e dall’amore.- La terza tranche della Trilogia vedeva la sola Minasi con un paio d’alucce bianche, naso rosso da clown, esibirsi sul parquet d’uno stanzone dell’ex manicomio “Mandalari”, dissertare per poco meno di un’ora su alcuni episodi di tragica comicità capitatele a Messina, come quando recatasi nella costumeria del Teatro Vittorio Emanuele, situata nella banlieue di Messina, districandosi fra i costumi di prosa che stavano a destra, quelli di lirica a sinistra, non è riuscita a trovare quello che le serviva dopo aver vagato per cinque ore in quell’inferno senza aver un aiuto del guardiano che intanto l’aveva lasciata sola per cinque ore. Raccontare pure con grande divertimento del pubblico in piedi o seduto tutt’intorno allo spazio scenico, episodi esilaranti di quando ragazzina frequentava un istituto di suore dove le facevano fare spesso circonferenze di carta da giornale con l’utilizzo d’un pericoloso compasso. Le basta alla Minasi un giocattolino sgusciato fuori da un involucro cartaceo o togliersi quelle alucce bianche per scendere giù dal cielo sopra Messina, cavalcare un teatro intelligente, profondo, fatto solo di piccole cose che hanno un senso e dei significanti che lasciano il segno, avvolta infine da applausi affettuosi e pieni di riconoscenza. Lo spettacolo è stato preceduto dagli interventi colti di Pierpaolo Zampieri sul territorio attorno all’ex- manicomio e di Mosè Previti sui dipinti brut di Chiarenza.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 16 aprile 2015

 

 

Intervista a
Angelo Campolo
di Gigi Giacobbe

Angelo Campolo è il nostro attore giovane per eccellenza, in grado di rivestire ruoli da protagonista come avvenuto nel recente passato in “Ultimo giorno” di Dario Tomasello con la regia di Antonio Calenda calandosi nel ruolo d’un fanatico fondamentalista islamico con bomba nello zaino, o nei panni di Picasso in un breve testo di Dacia Maraini rivisto da Calenda, accanto ad una modella rapata interpretata da Adele Tirante o in quelli del giovane skipper Elj Nilsen immaturo d’un amore fragile per la Donata Genzi di Mascia Musy in “Trovarsi” di Pirandello entrambi diretti dal duo di coppia Vetrano-Randisi. Adesso Ninni Bruschetta, realizzando un suo antico sogno, lo ha chiamato per fargli indossare i panni dell’”Amleto” shakespeariano che andrà in scena in prima assoluta il 12 e il 13 aprile prossimi nel Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto.

Laurence Olivier aveva intepretato il ruolo di Amleto nel 1937 quando aveva 30 anni, Vittorio Gassman nel 1954 a 32 anni, Carmelo Bene nel 1962 a 25 anni, Kim Rossi Stuart nel 1998 a 29 anni. Cosa provi adesso tu a rivestire, nel 2015 a 31 anni, un ruolo così difficile quanto carismatico?

« Sono felice dell’opportunità che mi ha dato Bruschetta a farmi fare un ruolo così importante vestito nel passato da attori formidabili, ma al momento non posso dirti granché perché lo sto scoprendo in questi giorni di prove al Vittorio Emanuele iniziate giusto una settimana fa. Posso però dirti che Bruschetta ha voluto che mi radessi quel filo di barba che faceva parte del mio habitus ».

Facciamo un salto nel passato quando tu enfant prodige ancora al liceo Maurolico hai scritto un testo che poi ha rappresentato. Ti ricordi di che si trattava?

« Sì certo, il testo s’intitolava “Nemici del cuore”, mi pare era il 2001, e fu Vincenzo Tripodo a curare il tutto compresa la messa in scena alla Laudamo in cui avevo come partner Federica de Cola diventata poi un’attrice affermata ».

Finito il liceo classico cosa decidi di fare?

« Non l’Università come avrebbe voluto mia madre, ma quello d’iscrivermi alla Scuola di Teatro del Piccolo di Milano diretta da Luca Ronconi e durante i tre anni prendo parte come allievo allo spettacolo “Infinites” di Barrow, poi sono dentro a “Le rane” di Aristofane, nell’edizione post-Teatro greco di Siracusa, quindi partecipo al “Memoriale” di Tucidide elaborato da Enzo Siciliano che riguardava la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta durata 27 anni, trattata non come cronaca ma come una riflessione sull’evento bellico ».

Dopo aver festeggiato i tuoi 21 anni quale strada scegli ?

« Resto al Piccolo per altri due anni durante i quali Stefano De Luca, assistente di Strehler del celebre “Arlecchino servitore dei due padroni”, vuole che io faccia parte del cast de “La barca dei comici”, tratto dai “Memoires” di Goldoni, uno spettacolo che mi ha consentito di tornare a scoprire il gioco della scena, compreso l’uso del dialetto ».

Poi cosa accade ?

« Torno in Sicilia e c’è l’incontro con Emma Dante che a quel tempo era alla prese con le fasi preparatorie de “Le pulle”, spettacolo ancora in fase di studio al quale non prendo parte perché nel frattempo Giampiero Cicciò mi chiama per interpretare, in un’edizione di Taormina Arte, un riadattamento della “Salomè” di Oscar Wilde in cui c’è pure Federica De Cola, che come ricorderai prenderà una secchiata d’acqua in scena e mi piace pure ricordare lo spettacolo dell’anno seguente, “Stato d’assedio” di Camus messo in scena sempre da Cicciò all’interno del Festival di Taormina Arte ».

Quand’è che hai sensazione che il Teatro sarebbe stato il tuo lavoro di sempre ?

« Quando incontro Antonio Calenda e Franco Braciaroli, con i quali lavoro per ben tre anni in un’edizione psicanalitica dell’”Edipo” di Sofocle e quando sempre con Calenda divento un Picasso giovane, in una breve pièce di Dacia Maraini, in cui Adele Tirante appariva nei panni d’una modella col capo rasato e subito dopo quando in “Ultimo giorno” di Dario Tomasello, mi calo nel ruolo d’un fondamentalista islamico ».

Poi la coppia Vetrano-Randisi ti chiama per “Trovarsi” di Pirandello (ti richiamerà anche di recente per “L’onorevole” di Sciascia), poi sei “Otello” in un’edizione in cui ricevi ad Asti il “Premio Scintille” riservato agli under 35, ma lo spettacolo non viene rappresentato a Messina. Perché ?

« Perché penso sia più importante investire il mio impegno sulla formazione teatrale e culturale non solo rivolta ai più giovani di me ma anche al pubblico».

E così nasce con l’Associazione Daf di Giuseppe Ministeri il progetto “Laudamo in città”.

« Esatto. Non prima d’aver esaurito quel percorso intorno alla galassia Shakespeare, iniziato nel 2009 e durato cinque anni con la realizzazione di ben quattro spettacoli, individuando nel “Paese dei balocchi” del Pinocchio” di Collodi e nel progetto “Laudamo in città” i nostri intendimenti di fare cultura teatrale ».

Tu hai già ultimato la prima parte di questo progetto titolato “Istinto” e Pavone la seconda parte con “Solitudine” e restano le altre due , “Inganno “ e “Amore”, che verranno realizzate prossimamente.
Ti chiedo, che faranno da grandi i 32 ragazzi partecipanti ai vostri spettacoli che hanno un’età media tra i 23 e i 24 anni?

« Non so cosa faranno, so solo che adesso stanno vivendo un’esperienza culturale unica tale da non farli sentire distanti da quei paesi europei come Germania, Francia, Gran Bretagna, in cui questi percorsi caratterizzano una società che si definisce civile e avanzata. Credo pure che per fruire del fatto teatrale devi essere in grado di riconoscerne il codice, capire le regole come avviene in una partita di scacchi, un codice che è più invisibile rispetto ad altre forme d’arte, ma che può essere capito da un pubblico che interagisce, ad esempio, a questi quattro capitoli del nostro progetto “Laudamo in città” ».

Secondo te a che punto è lo status della cultura teatrale di Messina?

« In questo momento siamo in una fase ottimale, ma la strada da fare è molto lunga perché c’è da ricostruire un innegabile strappo che s’è venuto a creare tra il pubblico e il Teatro. Pensa che molti ragazzi che ho incontrato l’anno scorso non sapevano neppure dove fosse il Vittorio Emanuele e certamente non per colpa loro. Infatti siamo reduci da un black-out totale durato due anni, che nella vita d’un ragazzo sono un secolo. Credo che il Teatro debba tornare ad essere un centro di aggregazione sociale e che lo spettacolo da solo non può essere il solo momento per avvicinare i giovani al teatro ».

In che tipo di Teatro credi ?

« In un Teatro che non rinunci a nessuna condivisione col pubblico, pensando che bisogna lavorare , come diceva Ronconi, al servizio d’uno spettatore ideale »

Quale sarà secondo te il futuro del Teatro a Messina?

« Mi auguro che le cose positive inaugurate quest’anno dall’amministrazione del Vittorio Emanuele possano proseguire negli anni futuri, possibilmente sganciando il Teatro dai soli contributi regionali e aprendosi alle altre opportunità che vengono dall’Europa e dagli sponsor privati. A Messina manca completamente - tranne il periodo il cui Massimo Mollica operava bene nel suo Teatro San Carlino contando su un pubblico di tremila abbonati - una tradizione teatrale e ogni volta che si apre il sipario si ha la sensazione che bisogna ricominciare da zero e quest’aspetto, senza piangersi addosso, va compreso e sfruttato a favore d’un Teatro per tutti che segni infine una rinascita culturale della città ».

 

 

Teatro Mandanici di Barcellona P.G. (ME)
Amleto

di William Shakespeare
nella traduzione di Alessandro Serpieri
regia Ninni Bruschetta

produzione
Ente Teatro di Messina

Se chiedete ad un gruppo di persone - statisticamente significativo - bianche di arte e teatro qual è il dipinto e il lavoro teatrale che più ricordano, quasi certamente risponderanno la Monna Lisa di Leonardo e L’Amleto di Shakespeare. Un fenomeno che riguarda l’invadenza dei mass-media nelle teste delle popolazioni da far parte ormai parte del loro immaginario collettivo. E se chiedete ad un regista e ad un attore qual è l’opera che vorrebbero mettere in scena e interpretarne il personaggio del titolo quasi sicuramente vi risponderanno che è l’Amleto il loro frutto proibito. Un’opera che lo stesso Ninni Bruschetta voleva cavalcare una quindicina d’anni fa, poi fallita, e che adesso, finalmente, grazie alla convergenza favorevole di astri e singoli individui, ha potuto realizzare curando un’efficace edizione del bel tenebroso di Elsinore, nel ri-nato Teatro Mandanici di Barcellona P.G., utilizzando la chiara, limpida, intrigante e contemporanea traduzione di Alessandro Serpieri, cui invero ha attinto Gabriele Lavia e compagni (Falk,Orsini, Guerritore) nell’edizione di Taormina Arte del 1984. Credo che l’Amleto sia una piccola enciclopedia dei sentimenti, in grado di far viaggiare lo spettatore (ma anche il lettore se pensa soltanto di leggere il testo) per mondi neuronali i più reconditi. A primo acchito trattasi d’un regolamento di conti tra Amleto e lo zio Claudio che gli ha ucciso il padre re di Danimarca e preso la madre Gertrude. Poi diventa invece una sofisticata “trappola per topi” che Amleto architetta nei confronti dei colpevoli. Tuttavia Amleto non può agire come un piccolo ‘ndranghitista che dà inizio ad una faida infinita. Lui è colto, raffinato nei modi e nei comportamenti. Giocherella a fare il ganzo con Ofelia dicendo di averla amata dopo che costei s’è suicidata annegandosi in un fiume, ma in realtà non gliene frega niente di lei e quel “vai in convento…vai convento…” enunciato qui da Angelo Campolo nei suoi oscuri panni, senza fare il verso a Carmelo Bene, è abbastanza esplicativo. Amleto ha capito che il padre è stato ucciso. E’ la sua coscienza a dirglielo. L’escamotage dell’apparizione dello spettro del padre che gli dice come-quando-dove-perché suo fratello Claudio gli ha provocato la morte è solo una conferma dei suoi sospetti. Da qui in avanti Amleto ha in mano una scala reale in grado di vincere qualunque poker può avere lo zio usurpatore. Agirà come un Pirandello ante-litteram utilizzando l’escamotage del teatro nel teatro o come un Freud anticipatore delle dottrine psicanalitiche, osservando le reazioni dello zio allorquando i comici chiamati a corte rappresenteranno l’Assassinio di Gonzago, una pantomima che aprirà le danze d’una carneficina che vedrà Polonio infilzato da Amleto che a sua volta poi perirà insieme a Laerte, Gertrude, Claudio. E’ un Amleto con molto sound quello di Bruschetta grazie ai due musici, Tony Canto alla chitarra e Gianluca Scorziello alle percussioni, che sono andati avanti per quasi tre ore senza intervallo e il cui inizio, quasi per non-udenti era siglato dal gesticolare di Riccardo Morganti che a suo modo mimava il noto monologo dell’essere o non essere sottotitolato in alto sul proscenio e da una marcia militare in fondo all’ampio palco del teatro in stile Full Metal Jackett di Stanley Kubrick. Poi a differenza d’una bella “tirata” in un pomeriggio di prove al Vittorio Emanuele di Messina (che lo accomuna al Mandanici di Barcellona per avere una lunga distanza tra palco e prime poltrone e una pessima acustica) forse per l’emozione che può giocare una “prima”, forse pure per una carenza dei due microfoni laterali, le voci dei 18 protagonisti non giungevano chiare al pubblico: un inconveniente che verrà certamente risolto nelle prossime repliche di Taormina e di Messina. Angelo Campolo che veste i panni di Amleto a 31 anni, in media con alcuni grandi come Laurence Olivier che lo aveva intepretato nel 1937 quando aveva 30 anni, Vittorio Gassman nel 1954 a 32 anni, Carmelo Bene nel 1962 a 25 anni, Kim Rossi Stuart nel 1998 a 29 anni, padroneggia il personaggio, marcando dubbi e vuoti esistenziali, perseguendo con ironico ardore i suoi intenti di pura e giusta vendetta. Gli è accanto una coppia che si muove al ritmo di rock, raffigurata dalla Gertrude di Maria Sole Mansutti e dal Claudio di Emmanuele Aita. Antonio Alveario con farfallino al collo si fa ammirare per aver dato al suo Polonio toni di saccenteria ironica; Celeste Gugliandolo è un’Ofelia con minigonna da discoteca non tanto sottomessa al padre, piuttosto intenta più a cantare che a fare la calza. Il trio Francesco Natoli (Orazio), Ivan Bertolami (Laerte), Alessandro Lui ( Fortebraccio) è stato molto applaudito non solo perché originario di Barcellona. I fratelli Delfino, Dario e Diego, erano perfettamente sincronizzati nei ruoli di Rosencrantz e Guildenstern o viceversa. Una chicca per Maurizio Puglisi è stata quella di vestire i panni del becchino odorando per un po’ le tavole del palcoscenico e non i tavoli di presidente del Vittorio Emanuele e pure per Giovanni Boncoddo negli abiti dello spettro è stato un modo per ritornare al Teatro che conta. Si facevano notare l’attrice-regina Fabrizia Salibra, il soldato Bernardo di Stefano Cutrupi, il Francisco di Michele Falica, il Marcello di Simone Corso e il prete di Luca D’Arrigo. I costumi contemporanei erano di Cinzia Preitano e la bella scena riproducente il gioco del tris sospeso in alto e una pedana bicolore era di Mariella Bellantone. Il simpatico manifesto dello spettacolo è opera del compianto attore Donato (Pupetto) Castellaneta.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 14 aprile 2015

 

 

 

11, 12 e 13 aprile
al Teatro Mandanici di Barcellona P.G. (ME)

Amleto
di William Shakespeare
nella traduzione di Alessandro Serpieri
in scena con la regia di Ninni Bruschetta

produzione
Ente Teatro di Messina

Durante le prove al V. Emanuele di Messina abbiamo chiesto ai protagonisti dell’Amleto di Shakespeare che debutterà l’11 aprile (repliche 12 e 13) al Teatro Mandanici di Barcellona P.G. con la regia di Ninni Bruschetta di parlarci dei personaggi che andranno ad interpretare. Ecco le loro risposte.
Celeste Gugliandolo ( Ofelia ) : « E’ un personaggio che nasce con uno spirito molto giocoso e gioioso. La mia è un’Ofelia un po’ ribelle che non vive lo stereotipo del mito. Nonostante sia vittima degli ordini paterni cerca di combatterli. E’ un’Ofelia forte, tesa a sperimentare la follia senza incarnarla. Io ho asciugato questa follia con uno sguardo lucido cantando e non cucendo».
Angelo Campolo (Amleto) : « Amleto è la sfida continua col pensiero. Non può essere interpretato come un personaggio giovanilistico, non c’è psicologismo, è un vettore emotivo verso il pensiero in tutte le sue forme. E’ una sfida che mette in campo tutti gli archetipi di ciascuno di noi che risiedono nell’infanzia e in Amleto arrivano sino alla famosa scena del letto, quella accanto alla madre Gertrude. Lo spettro del padre è una proiezione d’una mente che vuole fare vendetta ».
Antonio Alveario (Polonio) : « E’ il cattivo consigliere del re, la cui peculiarità è quella d’essere uno spione, tant’è che viene ucciso da Amleto mentre lo spia. E’ un ruffiano, un personaggio losco, uno che esercita pedagogia repressiva nei confronti dei figli Ofelia e Laerte ».
Giovanni Boncoddo (Spettro del re) : « Sono uno spettro vero. Ho studiato. Un testo fondamentale per la vita. Studio dal 2007 il ruolo dello spettro. Quando sono riapparso, Bruschetta ha deciso di fare l’Amleto ».
Maria Sole Mansutti (Gertrude) : « La mia Gertrude è una donna moderna che alla morte del re suo marito reagisce perdendosi. La sua risposta al dolore è quella di drogarsi di eroina e d’imbottirsi di qualunque droga, certamente in questo sollecitata dal nuovo sposo Claudio, fratello del re defunto. In questa versione Gertrude non sa che Claudio ha ucciso suo marito, non è sua complice, lo scopre durante il dialogo che ha con suo figlio Amleto ».
Emmanuele Aita (Claudio) : « E’ un birbante, un politico dei giorni nostri somigliante un po’ a John Belushi. In questo spettacolo Gertrude è inconsapevole del fatto che io le ho ucciso il marito e si lascia andare nelle mie braccia perché io le offro una vita di dissolutezza, di sesso, di droga e rock and roll ».
Ivan Bertolami (Laerte) : « E’ assolutamente bigotto, soffre delle paternali del padre Polonio prima di partire per la Francia e nei confronti di Ofelia non risparmia lui stesso improperi perché non si conceda ad Amleto. Quando ritorna ad Elsinore per l’uccisione del padre attraversa tre momenti: prima in maniera furiosa vuole vendetta scagliandosi contro il re, poi quest’ultimo pensa solo di plagiarlo per vendicarsi a sua volta di Amleto e infine quando sta per morire per mano di quest’ultimo capisce d’essere stato vittima del suo stesso inganno e ha una metamorfosi misericordiosa ».
Francesco Natoli (Orazio) : « Non mi aspettavo un’apparizione comica, certamente divertente e ironica e questo mi ha divertito. Poi c’è un’evoluzione sull’attore di tipo introspettivo quando Orazio chiude la storia raccontata da Amleto ».
Maurizio Puglisi (becchino) : « Per me è un modo per stare dentro lo spettacolo perché sento la necessità di respirare l’aria del palcoscenico. Per ciò che riguarda il personaggio, pur essendo piccolo, è significativo perché è quello che dà sepoltura ad Ofelia ed è colui che offre il teschio del buffone di corte Yorick ad Amleto quando costui era ancora bambino ».
Alessandro Lui (Fortebraccio) : « E’ una figura emblematica, una presenza costante anche se non parla durante tutto lo spettacolo. Non compare sino alla fine e nel momento in cui lo fa si appropria di tutta la Danimarca e quindi di Amleto, per cui in realtà c’è e non c’è. Quando arriva, nonostante tutti siano morti, riconosce il valore regale di Amleto ».
Diego e Dario Delfino (Rosencrantz e Guildenstern) : « Il regista ci ha detto di vedere il film di Stoppard del 1990 col titolo dei due personaggi e noi ci siamo ispirati a queste immagini. I due non hanno una storia passata, il loro legame è come se fossero fratelli, legati in un’unica persona, anche se noi nella realtà siamo davvero fratelli. Qualche volta ci muoviamo a specchio e qualche altra parliamo all’unisono. Noi li abbiamo interpretati come se l’amicizia con Amleto fosse genuina e piuttosto che ucciderlo, secondo i voleri di Claudio, l’avremmo dovuto soltanto scortarlo e tenere a bada in Inghilterra ».
Fabrizia Sàlibra farà l’attrice-regina della pantomima e pure Rinaldo servo di Polonio; Stefano Cutrufi sarà il soldato Bernardo e vestirà pure i panni d’una donna; Simone Corso indosserà gli abiti di Marcello e d’un becchino.
Mariella Bellantone (Scenografa) : « E’ uno studio di elementi distribuiti all’interno dello spazio teatrale nudo. Concettualmente la scena accarezza l’idea del Teatro nel Teatro: una piattaforma bicolore, pure palcoscenico, tavolo multifunzionale, sospesa o che sembrerà tale. Una scenografia come gioco, jeu o play, che avrà un secondo elemento, speculare al primo, sospeso in aria a bilanciare lo spazio che riproduce lo schema geometrico del gioco del Tris ».
I Costumi contemporanei in prevalenza neri, grigi e bianchi sono di Cinzia Preitano. Le Musiche dal vivo sono di Tony Canto (chitarra) e Gianluca Scorziello (percussioni). L’assistente alla regia è la giovane romana Valentina Tommasi.
A Ninni Bruschetta regista dello spettacolo abbiamo chiesto solo qual è il motivo per cui si dovrebbe andare a vedere a Barcellona P.G. il suo Amleto. Questa la risposta: « Perché? Prima di tutto per sentire il testo, direi…lavorare su Amleto è stata la cosa più faticosa della mia carriera…ma ascoltare il testo mi consola giorno per giorno e secondo dopo secondo. Lo considero un testo sacro anche se non sacralizzato, se così si può dire. Credo che la cosa più importante sia proprio porgere il testo nel suo ampio ma forse unico significato che pur passando per uno straordinario racconto e pur affondando nella verità metafisica è il più grande omaggio e forse anche l’unico infallibile manuale sul lavoro dell’attore ».
Gigi Giacobbe


articolo pubblicato su Centonove il 2 aprile 2015

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dal 26 al 29 marzo 2015
Una pura formalità
dal film di Giuseppe Tornatore
versione teatrale e regia di Glauco Mauri

con
Glauco Mauri, Roberto Sturno
Giuseppe Nitti, Amedeo D'Amico
Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore

costumi Irene Monti
musiche Germano Mazzocchetti
luci Gianni Grasso

produzione
Compagnia Mauri-Sturno

Quando nel 1994 uscì il film Una pura formalità di Giuseppe Tornatore con un trio noto di attori (Polanski, Depardieu, Rubini) non fu accolto come meritava. Cervellotico, assurdo, kafkiano, surreale, metafisico, furono gli aggettivi sciorinati dai critici, mentre invece piacque agli estimatori del regista di Bagheria e ad una buona fetta di pubblico. E anche di recente a qualche teatrante navigato come Glauco Mauri che ne ha tratto una riduzione teatrale, curandone la regia e vestendo lui stesso i panni del commissario di polizia, mentre Roberto Sturno interpreta il ruolo dello scrittore Onoff, che sta riscuotendo lusinghieri consensi in tante piazze italiane compreso il nostro Teatro Vittorio Emanuele di Messina dove lo spettacolo è stato accolto con molti applausi e consensi. E tranne qualche sbadiglio nella parte centrale e qualche piccolo particolare qui omesso, chiaramente perché il-Teatro-è-il-Teatro e il-Cinema-è-il-Cinema - come opportunamente diceva Godard - la pièce s’allinea al plot filmico. C’è Sturno che in una notte di tregenda, scandita da pioggia tuoni fulmini e saette, viene trascinato da un gruppo di agenti in uno strano commissariato, nel cui stanzone in fuga dai colori grigi (scena di Giuliano Spinelli, costumi di Irene Monti e musiche di Germano Mazzocchetti), spicca un orologio appeso al muro senza lancette, i libri e i tomi delle due librerie non hanno stampati nomi e titoli sul dorso e il ticchettio d’una macchina da scrivere non è in grado d’imprime i caratteri sui fogli, e c’è dall’altro lato della scrivania Mauri che l’interroga per un’ora e mezza per sapere se chi ha di fronte è colpevole di un assassinio avvenuto la sera prima. L’atmosfera che si respira è quella d’un allucinato dramma notturno, quasi da letteratura nordica, giocato tutto sulla corda pazza del teatro dell’assurdo. In sostanza quello che si vede e s’ascolta non esiste, appartiene ad un mondo senza tempo nel quale si scoprirà che l’assassino di quel delitto è lo stesso Onoff che s’è suicidato, dunque un fantasma che un tempo era un trovatello di nome Biagio Febbraio e che suo maestro è stato un clochard del quale ha decifrato un libro scritto in codice che lo ha consacrato definitivamente. E' stato sposato due volte e la donna con cui ha trascorso le ultime ore è la seconda ex moglie, Paola. Il commissario gli mostra delle fotografie trovate nella sua casa e che lui cercava da tempo. Onoff vi riconosce volti e nomi della gioventù e infine ha la visione di se stesso che si spara. Accanto agli inossidabili Mauri e Sturno in grado sempre di lasciare il segno con una recitazione asciutta, efficace, senza sbavature, ruotano un quartetto di “poliziotti” raffigurati da Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 18 marzo 2015


 

 

al Teatro Verga Stabile di Catania con la
Aspettando Godot
di Samuel Beckett
regia di Maurizio Scaparro

“Che facciamo adesso? Aspettiamo Godot”: è il refrain che più volte ripetono Estragone e Vladimiro in uno dei più celebri testi di Samuel Beckett, composto alla fine degli Anni ’40 dopo il 2° conflitto mondiale e la bomba atomica in Giappone e andato in scena la prima volta nei primi di gennaio del 1953 nel Thèatre de Babylone di Parigi. Un titolo, Aspettando Godot, che nel linguaggio corrente è diventato pure un modo per esprimere con quel gerundio del verbo aspettare, che qualcosa o qualcuno tarderà a giungere, non che non arriverà mai e che in tanti si sono scervellati a indicarlo come Dio, il Destino, la Morte. Noi propendiamo per quest’ultima affermazione. Anche se lo stesso Beckett mai ha voluto dare una risposta univoca. Tuttavia, assistendo al Verga di Catania a quest’ultima versione di Maurizio Scaparro, elegante e fedele al dettato beckettiano, la nostra convinzione diventa sempre meno peregrina. Infatti cos’è la nostra vita se non solo un’attesa dell’eterna nemica che in un giorno qualunque verrà a falciarci da questa terra? Certo, l’uomo sin dagli albori ha riempito il tempo con i suoi interessi, la famiglia, i figli e tutto ciò che poteva servire ad allontanarlo dall’idea della sua finitezza. Ed ecco che ha creato una lingua per comunicare, ha inventato la meridiana, la clessidra, l’orologio per frazionare il tempo, dividendolo in secondi, ore, giorni, settimane, mesi, anni etc.. Quel tempo che il noto fisico Stephen Hawking, condannato all'immobilità su una sedia a rotelle, ha dimostrato che non esiste, come se tutta l’umanità fosse chiusa in una sorta di buco nero. Quel tempo che fa andare in bestia lo stesso Pozzo nel secondo atto della pièce, qui vestito come un domatore da circo con bombetta e frak rossi ( i costumi sono di Lorenzo Cutuli) da un superbo Edoardo Siravo, che tiene al guinzaglio il facchino Lucky di Enrico Bonavera (molto applaudita la sua aulica tiritera senza senso), nel momento in cui Vladimiro gli chiede quando ha perso la vista, facendogli esclamare di finirla con le storie del tempo: “ è successo un giorno come tutti gli altri, un giorno io sono diventato cieco…un giorno siamo nati, un giorno moriremo, lo stesso istante , non vi basta? Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”. Un pensiero che accomuna Beckett a quei tre versi di Quasimodo che già nel 1930 scriveva : “Ognuno sta solo sul cuore della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera”. Ergo: moriamo nel momento in cui nasciamo. Certamente i clochard Estragone e Vladimiro o meglio Gogo e Didi come amano appellarsi i due grotteschi personaggi, vestiti in modo impeccabile da Antonio Salines e Luciano Virgilio, in grado sempre d’impreziosire lo spettacolo con i loro nonsense e le frasi smozzicate a metà, senza riuscire a dare risposte ai loro tanti perché, pensando talvolta d’impiccarsi, sono anche ilari e mai banali e rappresentano il campionario della nostra umanità colta nei momenti in cui qualcuno (Godot nello specifico) ha dato loro appuntamento in una landa assolata e desolata accanto ad un salice spoglio, senza mai farsi vedere, giungendo al suo posto un ragazzo in salopette (Michele Degirolamo) che dirà solo che Godot è un vecchio con una barba bianca e che arriverà domani forse un altro giorno. E ciò che resta ancora dello spettacolo è la bella scena di Francesco Bottai, resa ancor più metafisica dalle luci calde di Salvo Manganaro, cui seguivano le notti di luna piena tinteggiate d’un azzurro-cobalto e calorosissimi gli applausi finali mentre echeggiavano lontane le note di Sous le ciel de Paris.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 16 marzo 2015


 

 

al Teatro del Canovaccio di Catania
In cima al Campanile
regia di Manuel Giliberti

con
Carmelinda Gentile, Deborah Lentini, Francesco Di Lorenzo,
Davide Sbrogiò, Laura Ingiulla, Vladimir Randazzo

scene e costumi Rosa Lorusso
luci Elvio Amaniera

Bisogna davvero dire bravi a quel manipolo di personaggi con in testa Salvo Musumeci e poi Saro Pizzuto, Giuseppe Calaciura, Eliana Esposito, che hanno fatto ri-vivere da alcuni anni nei meandri della vecchia Catania, in un palazzo del ‘700 al n°12 della Via Gulli, un teatrino di 54 posti con le volte a crociera, cui hanno dato il nome di Teatro del Canovaccio, molto amato da due attori etnei recentemente scomparsi come Mariella Lo Giudice e Piero Sammataro. Il gruppo paga un affitto, Musumeci ha assunto il ruolo di direttore artistico e con una manciata di euro della regione siciliana ha il coraggio d’allestire del piccoli cartelloni teatrali. Invitato dal Manuel Giliberti, ho assistito assieme a dei vecchi attori e amici che mi fanno compagnia nelle mie scorribande catanesi, ad un suo delizioso spettacolo titolato In cima al Campanile, molto applaudito dal pubblico, ruotante attorno a tante schegge delle opere funamboliche di Achille Campanile e interpretato da un sestetto di attori siracusani, davvero in palla, che rispondono ai nomi di Carmelinda Gentile, Deborah Lentini, Davide Sbrogiò, Laura Ingiulla, Vladimir Randazzo, Francesco Di Lorenzo. Un modo intelligente da parte di Giliberti di giocare sul cognome dello scrittore e osservare idealmente con lui dall’alto d’un campanile, le spiritose tragedie umane che vivono gli esseri mortali, spesso loro stessi soggetti involontari di esilarante divertimento per via della nostra sfaccettata lingua italiana in grado di creare fraintendimenti e incomprensioni. Come nel caso d’un cliente al bar che chiede dell’acqua “minerale” e il cameriere risponde se la vuole “naturale”, diventando i due aggettivi motivi di diverbio dialettico e dunque di riso. Altre volte, varcando il Teatro dell’assurdo, un signore entra in un negozio di borse per fare un regalo alla sua donna e la commessa presentandogli un’infinità di modelli, il poveretto finirà di sceglierne una qualunque per regalarla alla zia. O come ci si possa ugualmente accontentare, essere felici e convolare a nozze, allorquando una giovane donna nel provare il suo il suo abito da sposa avverte chiaramente che la sua voce si sta mascolinizzando crescendole pure la barba in faccia e subito soccorsa con una pozione miracolosa per farla tornare alla normalità, nel trambusto generale la berrà il futuro sposo, metamorfosandosi lui in una donna e lei in un uomo. I calembour, i giuochi di parole su oggetti e persone cui hanno attinto i vari Petrolini Totò e lo stesso Frassica, sono entrati oggi nel gergo quotidiano e gli esempi si sprecano, come quando l’autore fa dire ad Archimede “datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo” e a Galileo gli fa esclamare, in merito all’oscillazione del pendolo, che il mondo si muove. E non si tralascia qui lo sketch della cronista mondana che scriverà il suo articolo su un incendio come se in quel luogo da tragedia si stesse svolgendo un party del jet-set. L’augurio mio ai gestori di questo gioiellino di Teatro del Canovaccio è che possa avere vita lunga e che possa proporre oltre che spettacoli comici e divertenti come questo anche altre pièces che riguardino la nostra drammaturgia contemporanea.-
Gigi Giacobbe

foto di scena di Sebastiano Trigilio

 

 

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online 12 marzo 2015

 

 

al Teatro Verga, Stabile di Catania, dal 4 all’8 marzo
Ritorno a casa
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia di Peter Stein

con
(in ordine di apparizione)
Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Antonio Tintis, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna

produzione
Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Spoleto56 Festival dei 2Mondi

Sono contento d’aver recuperato uno spettacolo perso un paio d’anni fa al Festival dei due Mondi di Spoleto, andato in scena adesso al Verga di Catania con molti applausi e ovazioni finali. Mi riferisco a Il ritorno a casa di Harold Pinter, un testo di cinquant’anni fa, diretto col rigore che lo contraddistingue da Peter Stein, tradotto in modo chiaro crudo e concreto da Alessandra Serra e recitato da un sestetto d’attori formidabili, per i quali la parola sacra raggiunge le ultime file del Teatro, capitanati da Paolo Graziosi nel ruolo del vecchio Max chiuso nel suo cardigan beige, coppola in testa ( i costumi erano di Anna Maria Heinreich) che s’aiutava nel suo gibboso incedere con un bastone di legno che spesso alzava in alto come se volesse colpire chi lo contraddiceva. Appunto, gli stessi suoi due figli, Lenny e Joey, rispettivamente Alessandro Averone e Antonio Tintis, il primo un rampante magnaccetto con vari appartamentini per le sue donnine, il secondo un boxeur con qualche problemuccio di testa e c’è con loro l’anziano zio Sam, fratello di Max, cui dà vita un misurato Elia Schilton che svolge l’attività di chauffeur privato. I quattro vivono in una vecchia casa nel Nord di Londra e lo spettacolo, di due ore e quaranta con intervallo, si svolge in un living room per niente elegante (la scena è di Ferdinad Woegerbauer) in cui campeggia al centro un’usurata poltrona di pelle, una sorta di scranno per il re Max, ai lati c’è un ampio sofà e qualche sedia, un paio di mobili in legno demodé e sul fondo una scala che porta al piano superiore. Sin dalle prime battute si capisce che il vecchio Max, pure vedovo, ha abusato dei figli quand’erano piccoli e il suo fare da padre-padrone ricorda il Nino Manfredi di Brutti sporchi e cattivi di Scola e si respira tutt’intorno un’aria che accomuna i quattro a quei protagonisti di Parenti serpenti di Monicelli ma anche ai Parenti Terribili di Cocteau. Insomma nessuno ha pietà o considerazione per chi gli sta accanto. Anche le parole gentili risultano false, compresi i diminuitivi. Un atteggiamento che metterà in evidenza ancor più il loro squallore esistenziale quando nottetempo piomberà in quella dimora obsoleta il terzo figlio Teddy (Andrea Nicolini) che è un dottore in filosofia e la di lui moglie Ruth (Arianna Scommegna) ex-mannequin, che sposati da sei anni con tre figli piccoli, sono giunti dall’America senza avvertire nessuno, pensando solo di fare una sorpresa e ritrovare i congiunti più intimi. Da qui in avanti quei maschi si riveleranno delle belve buone solo a strusciare e corteggiare pesantemente quella donna che per loro è solo un oggetto di desiderio, una prostituta buona solo a soddisfare i loro istinti sessuali, pensando pure ad un tratto a farla battere, magari in uno degli appartamentini di Lenny e perché no, farle fare i servizi di casa e cucinare per loro. Il marito è sbigottito, impassibile, non muove un dito, non redarguisce i fratelli che le saltano addosso, né rimprovera la moglie per il suo concedersi facilmente e allegramente, pensa solo a fare le valige e prendere il primo aereo per ritornare a casa sua, naturalmente con la moglie. Ma costei, evidentemente non contenta della vita grigia che l’avrebbe attesa in America, forse anche contenta di fare il lavoro di prima, che certamente s’immagina non fosse solo quella di modella ma qualcosa che l’accomunava alle escort, sceglie di restare in quella casa a condizione che le venga assegnato un comodo trivani, una cameriera e un vitalizio per vivere. Il marito va via, Ruth occuperà lo scranno di pelle e come un’ape regina accoglierà quei maschi che le sbavano addosso, compreso il vecchio Max ringalluzzito che strisciando per terra le chiederà di baciarlo sbraitando pure che questa donna li fregherà tutti.
di Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 9 marzo 2015

 

 

 

Intervista a
Enzo Vetrano
in occasione della messinscena de
L’onorevole di Leonardo Sciascia
dal 19 al 22 gennaio al Vittorio Emanuele di Messina
di Gigi Giacobbe

Assieme a Stefano Randisi e alla tua Compagnia dei Diablogues almeno da un quindicennio state ri-scoprendo e ri-pronendo con aspetti singolari e attraenti autori della galassia siciliana: vedi Martoglio, Pirandello, Scaldati e adesso Sciascia con il suo “L’onorevole”.

A cosa si deve questo vostro interesse?

« Crediamo che la nostra più profonda identità culturale si trovi in questi autori e nei loro testi nei quali, attraverso la nostra formazione che viene dal teatro di ricerca, abbiamo grande libertà di scavare e di elaborare una visione molto personale. E crediamo che il nostro forte attaccamento alla drammaturgia siciliana abbia origine anche dalla lontananza. Per tanti anni abbiamo lavorato fuori dalla Sicilia, mantenendo un legame forte con le nostre radici. Pur producendo i nostri spettacoli sempre al nord, fra Imola, Bologna e le città che hanno accolto e sostenuto il nostro lavoro, abbiamo scritto e diretto storie che parlavano della Sicilia, come Il Principe di Palagonia, Mata Hari a Palermo e L’isola dei Beati e poi, negli ultimi quindici anni, abbiamo formato una Compagnia di attori siciliani. Il rapporto con questi attori, quasi tutti messinesi, il loro talento, la loro storia personale intrecciata più volte con la nostra, la loro appartenenza alla cultura siciliana, alla sua lingua e alle sue maschere, ci hanno permesso di arricchire e approfondire ulteriormente questa nostra ricerca. Attori come Antonio Lo Presti, Margherita Smedile, Giovanni Moschella, Ester Cucinotti, Marika Pugliatti, Maria Cucinotti, Antonio Alveario e più recentemente Angelo Campolo, con Luca Fiorino e Monia Alfieri, sono diventati per noi fonte di nuove idee e suggestioni. E poi quando si vive lontani la lente dei ricordi gioca in modo importante e allora si fanno spazio il sogno e la poesia, il mondo del surreale e del grottesco. Un Autore come Franco Scaldati diventa per me e Stefano un riferimento personale, ci immergiamo nel suo mondo e lo reinventiamo attraverso il nostro corpo e la nostra voce ».

“L’onorevole” di Sciascia uscito nel 1965 (in pieno boom economico e rinascita culturale del nostro Paese) è un’impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia: un testo profetico quasi, a distanza di 50 anni, su quanto in questi mesi si sta dibattendo nelle aule dei tribunali se c’è stata o meno, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, la famosa “Trattativa” tra organismi governativi e nuclei mafiosi. Nella vostra messinscena vengono evidenziati questi aspetti?

« Sciascia denunciò il degrado della classe politica del suo tempo e le sue collusioni con la mafia non solo come scrittore, ma anche come parlamentare, nella sua breve esperienza politica, e questa dichiarata guerra alla corruzione che è nelle sue parole, senza bisogno di essere sottolineata dalla messinscena, riporterà senza dubbio all’attualità di quanto stiamo vivendo oggi. Ciò che più ci interessa in questo testo, e che secondo noi lo collega all’attualità drammatica che stiamo vivendo è il rapporto diretto che Sciascia crea tra i comportamenti delittuosi del politico e il suo simultaneo abbandono della cultura. Ne L’onorevole la signora Assunta, moglie di Frangipane, nel rendersi conto della metamorfosi del marito che abbandona integrità e senso morale per adeguarsi a un modello malato e vantaggioso di politica, si immerge nella lettura del Don Chisciotte per diventare lei stessa paladina di un idealismo puro e onesto, fino ad accettare di essere considerata pazza. Il finale, che ribalta la prospettiva di questa eroina, ci trascina invece di fronte a un abisso pauroso e senza salvezza ».

Mi pare che tranne un’edizione del Teatro Stabile di Catania nella stagione 1964/1965 e qualche rappresentazione filodrammatica, “L’onorevole” di Sciascia, è un testo teatrale pochissimo rappresentato. Perché secondo te?

« In effetti il testo venne censurato dallo stesso Teatro Stabile di Catania che lo aveva commissionato e messo in cartellone per la stagione 1964/65. Lo spettacolo non andò in scena nemmeno in quella occasione, perché la sua verosimiglianza e il chiaro riferimento a qualche politico del tempo ne fece vietare la rappresentazione. Poi il testo è caduto in una sorta di dimenticatoio un po’ per la sua scomodità, un po’ perché in effetti è materiale drammaturgico vivo e interessante ma da trattare, nel senso che ha bisogno di trovare una scrittura scenica, registica e interpretativa, che lo liberi da un eccessivo realismo nella prima parte e dall’eclatante bisogno di rompere gli schemi nel finale. Insomma, c’è bisogno di quello che a noi piace fare con un testo per renderlo un nostro spettacolo, come abbiamo fatto con Pirandello, Martoglio e Scaldati ».

In una sua nota, sul testo pubblicato nel 1965 da Einaudi - “Collezione di Teatro”- , lo stesso Sciascia, non smentendo la sua natura “illuminista”, scrive che “L’onorevole” non è una commedia (quasi come Magritte che dice “questa non è una pipa”) ma uno “sketch” in tre tempi con due o tre “caratteri” e un solo larvatico personaggio, con uno svolgimento naturalistico dei primi due tempi e parte del terzo. Ecco. Che tipo di spettacolo vedremo?

« Il giudizio di Sciascia sul proprio testo è troppo severo. Forse si rendeva conto che nella sua scrittura non c’era la maturità del drammaturgo, ma ci sono tanti riferimenti a Pirandello, Brecht, e per noi anche a Eduardo, che ci permetteranno di giocare sul sogno e sull’ironia che viene fuori quasi naturalmente da alcune battute e passaggi scenici. Ironia amara, sogno che rischia in ogni istante di diventare incubo, e allora il passaggio al surreale o al grottesco che tanto amiamo ci permetterà di popolare la scena di cloni tutti uguali di studenti, di galoppini, di aspiranti deputati…».

Sempre Sciascia avverte che nel testo l’onorevole Frangipane è democristiano, ma potrebbe pure essere di un altro partito con esperienze governative. Voi gli avete dato dei connotati identificabili con qualche politico ben preciso o ne avete sfumato i caratteri e connotati ?

« Il nostro onorevole, come tutti i personaggi che portiamo in scena, passerà attraverso lo spirito di chi lo interpreta. Leo de Berardinis, che per noi è stato un Maestro anche nell’impostazione della regia, non amava il termine “personaggio”, preferiva parlare di “stato di coscienza”, e in questa direzione va il nostro modo di stare in scena: chiediamo a noi stessi e ai nostri attori di farci attraversare dalle parole, sentire le emozioni che procurano e ri-produrle senza imitazioni o figure di riferimento individuabili. Il nostro istinto e inconscio, fatto di immagini reali, di un vissuto preciso, di cose viste e sentite, si trasfigurano in una nuova creatura, nella quale il pubblico sentirà vibrare sensazioni ed emozioni che appartengono anche a lui. Ed è qui che vorremmo arrivare: al teatro che emoziona e - attraverso il sogno - fa pensare, riflettere, capire »

intervista a Enzo Vetrano pubblicata sul n.3 2015 di Frammenti (la rivista del V.Emanuele)

 

 

 

Intervista a
Giuseppe Ministeri
Operatore teatrale e presidente dell'Associazione DAF
di Gigi Giacobbe

Ha la faccia d’un bamboccio Giuseppe Ministeri, poi man mano che parla seduto nel retro del Bar Torino di Via Cavour, t’accorgi che, forse per l’esperienza maturata nel settore dello Spettacolo, dimostra molti più anni dei suoi 31 che compirà il prossimo 28 marzo.

Qual è il tuo lavoro?

« Faccio l’operatore culturale e sono presidente dell’Associazione DAF che è l’acronimo del Teatro dell’esatta Fantasia ».

Cosa ha prodotto di recente questa Associazione?

« Assieme ad Angelo Campolo e Annibale Pavone abbiamo cercato di dare continuità al “progetto Shakespeare” concretizzatosi negli anni precedenti in ben quattro spettacoli, rispettivamente “Tanto rumore per nulla” in dialetto siciliano, “Orchestra Shakespeare” al Monte di Pietà, un “Otello” e uno spettacolo nella Torre inglese di Capo Peloro. Poi dopo aver constatato esaurito questo percorso abbiamo pensato che il “progetto Pinocchio” poteva essere appetibile a tutti i tipi di pubblico compresi i bambini ».

In cosa consiste questo “progetto Pinocchio”

« Lo abbiamo denominato “Nel paese dei balocchi” ed è una sorta di viaggio che Pinocchio compie e, con lui il pubblico, in 4 “stanze” con 4 differenti spettacoli curati da 4 diversi registi, che è già iniziato lo scorso novembre con la prima tranche denominata “Istinto” a cura di Angerlo Campolo e già lo scorso venerdì ha preso il via la seconda parte titolata “Solitudine” , incentrata sul rapporto padri-figli, con la regia di Annibale Pavone in scena alla Laudamo sino all’8 marzo. Le altre due “stanze” rispettivamente “Inganno” ( dal 17 a 26 marzo) e “Amore” (dal 29 maggio al 7 giugno) verranno dirette da Paride Acacia e Giacomo Ferraù ».

Accanto al “progetto Pinocchio” la tua DAF si è “impossessata”, uso un termine improprio ma che dà l’idea, della Sala Laudamo per tutta la stagione teatrale - da novembre 2014 al giugno 2015 - allestendo un vero e proprio cartellone denominato “Laudamo in città”, ricco d’una ventina di spettacoli che hanno visto coinvolti molti locali, lasciando parecchi all’asciutto, dimostratisi alcuni dei veri flop. Cosa rispondi alle tante critiche che ti sono piovute addosso?

« Noi come DAF abbiamo agito in tutta correttezza. Abbiamo presentato all’Ente Teatro di Messina il progetto “Laudamo in città” e questo è stato approvato per intero. La rassegna da noi stilata è stata fatta per dare spazio alla realtà del territorio, alle compagnie locali, con spettacoli che incrociavano vari temi e infine per i malpensanti, io non faccio parte di nessun organismo all’interno del Vittorio Emanuele ».

Spettacoli costati una manciata di euro, come quelli che proponevi a Patrizia Baluci per il suo spettacolo su Shakespeare titolato “La tragedia sfortunata di Donna Capuleti” e che a suo dire ha rifiutato l’offerta perché per due spettacoli, in due differenti serate, le sarebbero stati corrisposti solo 400 euro.

« Non ho mai parlato con Patrizia Baluci, non so niente del suo spettacolo, né ho mai parlato di cifre, forse si sarà rivolta ad altre persone, non a me».

C’è pure qualche spettacolo, come “Tirone” con Margherita Smedile e Tino Calabrò, che è saltato. Perché?

« “Tirone” non si è fatto perché i materiali reperiti si dovevano approfondire e invece d’un recital pensavamo di fare uno spettacolo su un tema molto sentito nella città di Messina e che durasse almeno una settimana. Se il progetto andrà avanti si farà il prossimo anno. C’è però d’accogliere positivamente la “Festa delle Scuole” una maratona teatrale con premi e cotillon che si svolgerà dal 5 al 9 maggio, il coinvolgimento dei presidenti Quartieri tra aprile e maggio per vedere quali spettacoli portare, e i “Libri a Teatro” che non sono solo presentazioni di libri ma degli incontri stimolanti con gli autori di testi teatrali ».

Parliamo di cifre. Quanto costa “Laudamo in città”?

« Costa 45 mila euro + iva, un quarto di quello che costavano le stagioni passate alla Laudamo, oscillanti tra 180 mila e 220 mila euro, e se gli incassi alla Laudamo per gli spettacoli in programma arriveranno quest’anno ad incassare 20/25 mila euro, ovvero la metà del budget, voglio una cattedra alla Bocconi ».

Qual è il tuo compenso?

« Dovrebbe essere 5 mila euro come quello di Campolo e Pavone, ma visto che mi hanno fatto una multa di 4.700 euro per affissione abusiva delle locandine della manifestazione, prenderò alla fine solo delle briciole ».

Nel recente passato sei stato direttore artistico del Festival “Un mare di Cinema “ che si realizzava a Lipari. Perché non copri più quella carica?

« Sono stato direttore artistico solo per un anno, nel 2010, quando l’”Efebo d’oro” fu assegnato a Martin Landau e quando ero riuscito ad avere dalla Regione Sicilia un contributo di 56 mila euro a fronte dei 15/20 mila euro che le venivano assegnati negli anni precedenti. Adesso sono in causa col Centro Studi Eoliano perché non mi ha pagato. Credo che una manifestazione di questo tipo in grado di coinvolgere tutte e sette le Isole Eolie non sia perseguibile perché troppo dispersiva e forse perché pure un po’ paesana ».

Cosa pensi di quell’elenco stilato dalla Commissione consultiva per la prosa del Ministero della Cultura guidato da Dario Franceschini in cui i due nostri Teatri stabili di Catania e Palermo non sono stati classificati come Teatri Nazionali ma solo come TRIC ( Teatri di Rilevante Interesse Culturale) ?

« E’ da quando avevo 16/18 anni che sia Carriglio a Palermo che Baudo a Catania dovevano cercare un’unificazione dei due Teatri Stabili: un matrimonio che non s’è mai realizzato né mai si realizzerà anche se al loro posto ci saranno altri, tuttavia ritengo che sia i sette Teatri Nazionali (MI-TO-FI-Veneto-EmiliaRomagna-Roma-NA), sia i Tric come quelli siciliani, per mantenere e rispettare i requisiti loro richiesti, s’indebiteranno sempre di più al punto di non arrivare a fine anno e sarà motivo di sterminio delle Compagnie private».


intervista a Giuseppe Ministeri pubblicata su Centonove il 5 marzo 2015

 

 

 

Intervista a
Patrizia Bellitti
ballerina e coreografa.
di Gigi Giacobbe

Si muove al ritmo d’uno spartito musicale di Stavinskij, dondolando a destra e a manca come un esile ma nerboruto giunco sbattuto dal vento Patrizia Bellitti ballerina e coreografa residente a Patti che non dimostra affatto i suoi 50 anni compiuti nel novembre scorso.

Ma tu sei nata a Patti?

« No, a Cagliari per caso, quando mio padre svolgeva lì l’attività di liquidatore per conto d’una assicurazione e mia madre faceva l’insegnante. Poi c’è Catania e quindi Messina dove frequento le scuole Crispi, Pascoli, La Farina, prendendo la licenza liceale e iscrivendomi dopo in legge nell’ateneo cittadino ».

Quando cominci ad amare la danza?

« All’età di 11 inizio a danzare alla scuola di Emma Prioli, poi a 19 anni disattendendo i piani della mia famiglia, che mi volevano avvocato, faccio di nascosto l’esame d’ammissione all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, passando l’esame brillantemente: pensa che su 20 persone io sola passo quell’esame che prevedeva fra gli altri la “Variazione del Don Chisciotte di Minkus”. Devo pure confessarti che l’anno precedente, quando avevo 18 anni, il ballerino russo Victor Litvinov, noto pure per aver danzato con Carla Fracci, aveva detto a mia madre, traumatizzata, del mio talento e che per il futuro avrebbe provveduto lui per qualunque cosa ».

Cosa avviene dopo?

« Durante l’Accademia ho detto chiaramente ai miei genitori di non volere i loro soldi e riesco a mantenermi da sola facendo due volte alla settimana l’insegnante di danza a Gioiosa Marea. Una spola tra Roma e la Sicilia che dura due anni, perché il terzo anno ho fatto solo l’Accademia ».

Quali sono stati gli avvenimenti che ti hanno portato ad abitare a Patti?

« Avendo uno zio politico, fratello di mia madre, che ha ricoperto varie cariche compresa quella di vice ministro ( Ciccio Cimino del PSI, n.d.r.), durante una campagna elettorale ho conosciuto a Patti colui che poi sarebbe diventato mio marito, trasferendomi poi definitivamente in questa graziosa cittadina sul Tirreno ».

Che tipo di danza privilegi?

« Nessun tipo di danza in particolare, anche se il mio percorso iniziale è stato di tipo classico, così pure la mia formazione ».

Mi pare comunque che poi ti sei aperta ad altri stili di danza!

« Sì certamente, frequentando seminari di Modern Dance a Losa Angeles, Cannes, Parigi, Londra, New York e in tante altre città ».

Ma tu che tipo di danza ami davvero?

« La Modern Dance sicuramente e lo si può notare dalle mie coreografie basate su questo stile in cui si mette in evidenza un mélange di linguaggi classici , contemporanei e astratti, però io ho creato un mio linguaggio particolare ».

In cosa consiste?

« Io non schiaccio l’occhiolino al pubblico, non sono ruffiana con lui, sono molto attenta all’utilizzo dei brani musicali che in genere mi compongono amici musicisti ai quali chiedo specifiche partiture, investo il pubblico responsabilmente a costo di risultare ostica cercando comunque di colpirlo emotivamente ».

Fammi un esempio!

« Io parto dall’idea drammaturgica che può essere un testo, un film, uno spettacolo teatrale, poi lo metto in scena verificando col pubblico se la mia idea è passata o se ha individuato altre cose ».

Parlami adesso della scuola di danza che hai fondato a Patti.

« Si chiama “ContempoDanza” e l’ho fondata nel 1990. E’ una realtà particolare in un territorio curioso di novità ma nello stesso tempo carente di strutture culturali. E’ l’unica scuola di danza a Patti e rappresenta un microcosmo per tanti motivi. Intanto perché sono aperta a tutte le collaborazioni esterne e poi perché la mia linea didattica è stata sempre in continua trasformazione. Forse questa è la mia cifra artistica, sempre in evoluzione, come può evidenziarsi da tanti coreografi di fama internazionale invitati a fare seminari o stage di danza come Ime Essien, donna bellissima originaria della Nigeria, Manfredi Perego di Parma o Paolo Mangiola che vive a Londra ».

Quanti sono i giovani che frequentano la tua scuola di danza?

« Circa 180 ragazzi e ragazze che arrivano pure dai territori viciniori ».

Mi pare che tu hai pure un tuo gruppo di danza!

« Si è così e lavoro in team con due coreografi: Pucci Romeo (presente durante l’intervista, n.d.r.) che è di Palermo ma risiede a Messina e Claudia Bertuccelli che è di Messina, e tra qualche mese ci sarà un mio spettacolo titolato “Geografie Labili” che sarà messo in scena dal 22 al 24 maggio nel Teatro Comunale Beniamino Joppolo ».

Quali sono i coreografi al mondo che ami di più e perché?

« Intanto Pina Bausch per la sua danza naturale non artefatta e poi perché nei suoi spettacoli non ci sono orpelli, c’è quello che è necessario; poi viene l’israeliano Hofesh Schechter che ammiro per la potenza espressiva, quindi l’americano Stephen Petronio perché in lui ho finalmente visto la mia matrice di danza, è come se avessi ritrovato mio padre, mi sono quasi collegata alla linea genetica della mia formazione di Modern Dance, infine George Balanchine, fondatore fra l’altro del New York City Ballett, perché è il padre della danza americana e poi perché ha dato dignità al balletto classico statunitense ».

Che cos’è la danza per te?

«E’ come avere un amante da curare, dargli retta e amarlo e con cui condividere tutto il tempo ».


intervista a Patrizia Bellitti pubblicata su Centonove il 19 febbraio 2015

 

 

 

al Teatro Comunale di Patti Beniamino Joppolo

Barberia, barba capiddi e mandulinu
di Gianni Clementi
regia Massimo Venturiello

con
Massimo Venturiello
e
l'“orchestra da barba” (compagnia popolare favarese)
diretta da Domenico Pontillo

Nonostante la crisi economica, avviene stranamente ma coraggiosamente che alcuni Teatri della costa tirrenica messinese riprendano a funzionare. Vedi Pace del Mela, Milazzo, Barcellona, Patti, Tindari, Capo D’Orlando, e scalpitano pure S. Agata di Militello, Novara di Sicilia e Mistretta. Tratteremo qui del Teatro comunale di Patti titolato da qualche anno al suo illustre concittadino Beniamino Joppolo e della piccola stagione teatrale (solo 7 spettacoli) denominata “Caustica” sponsorizzata dal suo illuminato sindaco, Mauro Aquino, e messa insieme con competenza ed entusiasmo dalla sua direttrice artistica Anna Ricciardi. E’ già transitato “L’onorevole” di Sciascia secondo Vetrano-Randisi ed è andato in scena con successo la scorsa settimana “Barberia” barba, capiddi e mandulinu, del prolifico Gianni Clementi, spettacolo “commissionato” da Massimo Venturiello allo stesso autore che tanti consensi sta riscuotendo in tutta la Penisola, con le sue oltre sessanta repliche, e che sarà in scena il 21 e il 22 febbraio nella cittadina etnea di Belpasso e poi ancora in tournée.
Già dal nome “Barberia” si capisce che di “barba” si tratta, d’un luogo che non viene più appellato così, preferendogli nomi quali “salone”, “parrucchiere” o “coiffeur” per uomo e per donna o il più sofisticato “hair stylist”. Luoghi illuminatissimi e profumatissimi oggi, con tanti “figari” ed estetiste in abiti colorati in grado di cambiarti i connotati nel giro di qualche ora, contrariamente a quanto avveniva un secolo fa in cui il “varveri” (barbiere) oltre che tagliarti barba e capelli, raccontarti fatti e fatterelli più o meno piccanti, regalarti ad inizio d’anno calendarietti profumati con foto di donnine discinte, era in grado di cavarti i denti, di applicarti sulla pelle sanguisughe, di fare salassi, di fungere da veterinario togliendo pure dal corpo dei bovini le larve di mosca. Di queste pratiche d’antan parla lo spettacolo per bocca di Massimo Venturiello che veste il personaggio brillantemente con grande padronanza, sfoderando un discreto scilinguagnolo siciliano, curandone lui stesso la regia, contornandosi d’una cinquina di formidabili musici di Favara, seduti di fila a lato della scena e ai quali a turno farà pure la barba, che costituiscono l’Orchestra “da barba” Siciliana (Maurizio Piscopo, fisarmonica e voce, Peppe Calabrese, chitarra e voce, Pasquale Augello percussioni, Raffaele Pullara mandolino, Mimmo Pontillo strumenti a plettro) davvero molti bravi in grado di condurre il pubblico con i loro brani tipici della tradizione siciliana in una dimensione arcaica pregna di sapori paesani, segnati da ingenuità e malinconia, forse d’un tempo più vero e autentico. Al centro della scena staziona come un feticcio o un totem una poltrona di pelle celeste, accanto c’è un tavolinetto metallico con i ferri del mestiere compreso uno scaldino e una ciotola d’acqua fumante per ammorbidire con una pezzuola le barbe più dure, non mancano gli specchi deformanti ed è ben visibile un’insegna a cilindro mobile con i colori bianchi-rossi-azzurri degli States. Sì, perché è in America che emigra il primo protagonista, Aspamo, colui che dopo una “fuitina” con la sua Palmina emigra nella Little Italy di New York aprendo una “Barberia”, tratteggiata a grandi lettere con lucette accese, dalla cui unione nasce Salvo, il figlio che apprenderà l’arte del mestiere e che diventato suo malgrado testimone di un regolamento di conti, scappa dalla Grande Mela e tornerà in nave in Sicilia dove l’attende lo zione Rosario che gli affiderà il suo salone. Un modo per ritrovare le sue radici e tutte le bellezze e le sventure di questa terra.-
Gigi Giacobbe


Recensione pubblicata su Centonove il 19 febbraio 2015

 

 

 

al Teatro dei Naviganti di Messina

SU-A
di e con
Marika Pugliatti

All’inizio vestita da domatrice con frustino cilindro e lungo spolverino nero, Marika Pugliatti incarna quella stessa bestia che c’è in lei. Un modo per domarla, per calmarla e riuscire ad iniettarle delle siringhe di valium e farla sopravvivere in un mondo in cui tutti debbono essere belli, attraenti palestrati e senza un fil di pancia. E’ un inizio alla Wedekind questo suo monologo titolato con l’acronimo SU-A che sta per un’azione teatrale in 4 posizioni SUll’Attore, in cui la Lulu della Pugliatti conduce il pubblico da una stanza ad un’altra dei Magazzini del Sale del Teatro dei Naviganti e a fargli a malapena tenere il sedere piantato sulla sedia. Sì, perché poi su una scena con un trino separé che alloggia tre specchi, uno pure in bella mostra di lato, una sedia e un bancone e una sfilza di luci rosse per delimitare una piccola ribalta, diventano i luoghi per poter sviscerare la Pugliatti metaforicamente e/o realmente il suo disgusto per il mondo, riflettere e far riflettere il pubblico cosa significhi il lavoro dell’attore, precario come ogni altro lavoro, attraversare momenti di scoramento e solitudine come tutti, amplificare senza freni corporali e verbali la condizione di chi vive ai bordi d’una lama affilata, portarlo infine nei suoi labirinti neuronali e farle provare le stesse sofferenze che vive lei. Ecco dunque la Pugliatti in sottana nera e una sorta di museruola simile ad uno strumento di tortura che le serra la bocca, udire registrata la voce di chi vive nella penombra, snocciolare in 50 minuti quattro brevi frammenti di opere teatrali nelle quali le parole di Ionesco, Sara Kane, Karla Valentin e Shakespeare aderiscono come una seconda pelle alla biografia della protagonista. Gli occhi della Pugliatti fissano il pubblico, lo costringono ad entrare nel personaggio femminile de La cantatrice calva tanto assurdo quanto reale e a fargli prendere coscienza poi che l’Ofelia shakespeariana, respinta più volte da Amleto, pazza certamente ma d’amore per lui, tutto affaccendato costui a scoprire chi realmente gli ha ucciso il padre, è destinata a rinchiudersi in convento o a suicidarsi, facendosi trascinare dalle acque gelide d’un fiume ricoperta di foglie e fiori come ben raffigurata in quel dipinto di Millais. Eccola poi, dopo aver abbracciato e toccato alcuni spettatori, montare su quel bancone di legno, smuovere il suo corpo e i suoi seni e apostrofare al mondo con le parole di Sara Kane e del suo quinto e ultimo lavoro titolato 4,48 Psycosis, alcuni giorni prima di suicidarsi all’età di 28 anni, perché al massimo della depressione la sua carne le fa schifo e perchè non ne può più della madre, del padre, di dio e di tutte le cose animate e disanimate che le stanno intorno. Infine, dopo i versi di Karl Valentin (Nel fienile), in dialetto siciliano vicini alla poetica teatrale di Franco Scaldati, le parole di Wedekind del prologo iniziale chiuderanno il cerchio d’uno spettacolo sanguigno, ustionante e applaudito: “ Signori, avanti! E voi, gaie signore, / Entrate nel serraglio, avanti, avanti! / Vi potrete ammirar, con freddo orrore / O con ardente voluttà, le belve / Senz’anima che il nostro genio doma”.-
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online 17 febbraio 2015

 

 

nel nuovo Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

@ntigone
(da Sofocle, Anouilh, Cocteau)
elaborazione drammaturgica in un atto unico e regia
di Michele di Mauro
scene e costumi Giulia Drogo

con
Federica Genovese, Mariasole Mansutti, Giuseppe Manuel De Diomenico,
Carola Colajanni, Fulvio Cauteruccio,
e con
Livio Bisignano, Simone Corso, Gabriele Crisafulli, Francesco Tozzi,
Lucia Cammalleri, Stefania Di Pietro, Valentina Illuminati, Maria Marinio

L’ultima volta che avevo messo piede nel costruendo Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto, ancora a cantiere aperto, era l’agosto del 1986 e lo spettacolo in programma, Didone Asdonais Domine, era stato ideato dal pittore-drammaturgo Emilio Isgrò originario di quelle parti, messo in scena da Memè Perlini con la scenografia di Antonello Aglioti e interpretato da una grande attrice che di nome fa Francesca Benedetti. Adesso, dopo quasi trent’anni, quel Teatro che ricordo rustico e dalle pareti imbrattate di cemento grigio, è stato ultimato e ha ripreso a vivere in tutto il suo splendore, disponendo di quasi mille posti tappezzati di rosso e sistemati a guisa di semiluna con la platea collocata in quell’area inizialmente prevista per la scena centrale. E’ stato un ConcertoOpera con sinfonie e cori di opere liriche italiane ad inaugurare la struttura il 6 dicembre scorso, cui ha fatto seguito una vera e propria stagione teatrale, allestita dagli stessi dirigenti del Teatro di Messina. Ecco dunque l’@ntigone (si proprio con “A” diventata una chiocciola), in un bel lavoro di regia compiuto da Michele Di Mauro, sua pure l’elaborazione drammaturgica attinta dal testo di Sofocle per ciò che riguarda il Coro, utilizzando come impalcatura portante la versione di Anouilh e piluccando da quel libretto d’opera di Cocteau, sul medesimo argomento, scritto per l’opera lirica in tre atti di Arthur Honegger. Certo qui, al Teatro Mandanici, le scene non erano di Picasso e i costumi di Coco Chanel, come nella versione di Cocteau-Honegger, ma semplicemente di Giulia Drago (suoi pure i costumi) che rendevano ugualmente in modo efficace l’idea del dramma - neon in fondo alla scena nuda popolata da un nugolo di sedie tutte diverse e di varie dimensioni - trattato calviniamente da Di Mauro con molta “leggerezza”, con tanto di canzoni di Frank Sinatra, una colonna musicale da thriller tipo Velluto blu di David Lynch, innesti jazz e rock. Un atto unico di quasi due ore, con un epilogo da suspense per quei tre suicidi finali compiuti da @ntigone, dal suo fidanzato Emone e dalla madre di quest’ultimo, Euridice, moglie di Creonte re di Tebe. Le varianti apportate da Di Mauro (con l’aiuto di Annibale Pavone) riguardano alcuni episodi che si svolgono secondo il classico plot di Sofocle ma con i personaggi che assumono una connotazione psicologica più vicina ai giorni nostri. Così @ntigone, interpretata da un piccolo talento a me sconosciuto che si chiama Federica Genovese, è una ragazza selvaggia, ribelle, piccola e scontrosa, inquieta e insoddisfatta, desiderosa sola di dare un senso alla propria vita. Dice d’essere gelosa della sorella Ismene (Mariasole Mansutti), e non sa perché vuole sposarsi con Emone (Giuseppe Manuel De Diomenico) manifestando un infantilismo irriducibile, evidenziato chiaramente da Di Mauro inserendo in scena una bambina (Carola Colajanni) quale segno di purezza della nostra eroina, che ad un tratto bisticcerà col fidanzato cacciandolo via in modo irragionevole. Creonte, vestito superbamente con voce calda, ironica e suadente da Fulvio Cauteruccio, rappresenta la ragion di stato, l’uomo di governo, incline al compromesso e a quell’arte della mediazione e della menzogna, rinvenibile tanto in Platone quanto in Machiavelli, secondo cui il fine giustifica i mezzi e le masse, ottuse ma irrazionalmente sensibili, devono essere manipolate. Non è un tiranno Creonte, sembra piuttosto un uomo di spettacolo, un lavoratore che persegue le ragioni della realtà e del buon senso. Di fronte alla notizia che il corpo di Polinice è stato seppellito “con una paletta da bambino vecchia e tutta arrugginita”, sospetta una macchinazione dell’opposizione democratica. Questo sovrano fratello di Giocasta, e zio di @ntigone, non vede le ragioni per uccidere la nipote che ha voluto bene e alla quale da bambina ha regalato “la sua prima bambola” e sa che il sangue di una fanciulla potrebbe fare insorgere il partito avverso. La sua reazione ha toni paternalistici, giocando sulla giovane età e sulla magrezza della ragazza, più indicata a farlo diventare nonno che non a farsi uccidere. Il Coro intanto, quattro ragazzi e quattro ragazze con occhiali da sole ( Livio Bisignano, Simone Corso, Gabriele Crisafulli, Francesco Tozzi, Lucia Cammalleri, Stefania Di Pietro, Valentina Illuminati, Maria Marinio) agghindati con una sorta di tuta nera, sopra la quale a tratti adageranno vestiti color rosso-sangue, funge da collante con i dialoghi dei protagonisti, allestendo in pochi secondi siparietti e luoghi appartati, stendendo a terra larghi drappi colorati, fissandoli sulle tavole del palcoscenico con delle cucitrici metalliche perché non provochino grinze. Ad un tratto Creonte si prende gioco del rito della sepoltura, per lui solo un “passaporto ridicolo” per l’aldilà, e per salvare la nipote le dice che se fosse dipeso da lui avrebbe già fatto seppellire suo fratello, ma non può farsi canzonare dai suoi rozzi sudditi che s’aspettano solo che quel corpo puzzi per tutta Tebe almeno per un mese. Al culmine del contrasto Creonte distrugge l’immagine dei due fratelli, di fatto svuotando di senso il gesto ingenuo e stupido di @ntigone, dicendole che i due fratelli, simmetrici nella violenza e nell’inganno, nient’altro erano che due ladroni che si sono uccisi in un volgare regolamento di conti e che dei loro corpi, ridotti in poltiglia, ne ha fatto raccogliere uno, il meno rovinato per i funerali nazionali, e ha dato l’ordine di fare marcire l’altro dov’era, non sapendo nemmeno quale fosse dei due. @ntigone sembra turbata e confusa, ma non si fa convincere dalle retorica dello zio e alla domanda del perché del suo gesto, risponde che l’ha compiuto solo per se stessa. Bello il dialogo tra i due, quando Creonte parlerà del senso della vita fatta di piccole cose e @ntigone rilancerà chiedendogli quali sacrifici dovrà compiere per raggiungere uno scampolo di felicità e se per riuscire ad acchiapparlo dovrà ipotecare se stessa, allora non vorrà più né la vita né la felicità, anche perché avendo un animo da bambina vuole tutto e subito, altrimenti è preferibile la morte. Anche il confronto tra Creonte-padre e Emone-figlio vive gli stessi sentimenti di rifiuto adolescente-adulto, illusione-disincanto, scoprendo Emone che suo padre non è onnipotente e che non potrà salvare la giovane promessa sposa dalla sua stessa ostinazione. Creonte cercherà di consolare il figlio, invitandolo ad accettare l’inevitabilità della situazione, dicendogli che essere uomo vuol dire vedere cadere tutte le illusioni e che nelle decisioni si è completamente soli. @ntigone diviene suo malgrado una figura cristologica e sacrificale. La tragedia si conclude con il Coro che, dopo aver steso per terra, con la stessa tecnica di prima, un lungo lembo di stoffa, sistemerà su dei supporti metallici una cinquantina di piccoli grembiuli rosa, celesti e bianchi, e la voce registrata di Gianna Nannini intonerà forte la canzone Sei nell’anima. Moltissimi applausi per i giovani protagonisti, parecchi al loro primo debutto, e successo per l’Ente Teatro di Messina che ha prodotto lo spettacolo.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 10 febbraio 2015

 

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina

Il guaritore
di Michele Santeramo
regia Leo Muscato

con
Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Gianluca Delle Fontane, Paola Fresa, Michele Sinisi

testo vincitore del 51° Premio Riccione per il Teatro

produzione
Teatro Minimo, Fondazione Pontedera Teatro

Un cosiddetto “guaritore” da noi in Italia, forse in altri Paesi, è stato ampiamente sgamato (vedi i tanti casi scoperchiati da “Striscia la notizia”) perché pretende di guarire delle malattie valendosi di mezzi empirici, certamente non riconosciuti dalla scienza ufficiale. Non so adesso, ma nel recente passato questi personaggi (non tutti chiaramente) apparivano pure in emittenti televisive locali agghindati con ampie palandrane colorate o tutte stelline, in genere con turbanti in testa, maneggiando tarocchi e palle di vetro. Per i casi più semplici, tipo pene d’amore, amicizie non ricambiate, venivano date indicazioni comportamentali, per i casi più complicati, tipo malanni o malattie fisiche e/o psichiche si suggeriva all’utente di prendere appuntamento, previa telefonata, con il numero ben in evidenza, per una visita più particolare e profonda. Chiaramente uno strano lavoro, ascrivibile alla fantasia dell’uomo, basti solo vedere quali e quante attività è stato in grado d’inventarsi, non solo in territori napoletani, per riuscire in qualche modo a campare. Il guaritore di Michele Santeramo, un testo che da un paio d’anni gira per festival e teatri italici, fra l’altro pure vincitore del prestigioso “Premio Riccione”, appartiene indubbiamente a questa categoria di poveri cristi, con la peculiarità d’agire come uno psicanalista, facendosi raccontare dai “pazienti” i rovelli che li attanagliano, risolvendoli (forse) semplicemente con le parole e il buon senso. Michele Sinisi nei panni del titolo ha una barba da clochard, porta occhiali rotondi e vetri spessi, indossa pigiama e vestaglia e forse, perché sta male al punto che sarebbe lui ad aver bisogno d’un guaritore, per tutto lo spettacolo una flebo gli inocula nelle vene chissà quale medicamento. Se ne sta seduto su un lungo sedile bianco ( la scena è firmata da Federica Parolini, suoi pure i costumi) avendo dietro una radio con due figurette di carta e sono in bella vista un nugolo di foto sospese in alto raffiguranti visi di donne vecchi e bambini, trofei evidenti di tutto quel bestiario umano salvato con leggerezza e una bevuta di grappa. Ha il buon senso però questo guaritore di non farsi etichettare come mago, veggente o ciarlatano e ha un fratello chiacchierone dagli accenti pugliesi che lo accudisce, fungendo da segretario, smistando le visite dei pazienti, ( quello interpretato con molta verve da Gian Luca delle Fontane) sotto-sotto desiderando di occupare lui quel posto, ma è troppo accecato dal dio denaro e il suo ruolo resta relegato a quello di sarto, limitandosi a prendere le misure dei “malati”, che, una volta guariti, pagheranno esclusivamente per il confezionamento di un nuovo abito con cui andar via. I tre personaggi che hanno bisogno del guaritore sono una donna oltremodo irascibile (Simonetta Damato) che disperatamente cerca di liberarsi da una gravidanza non desiderata cui piace camminare su ciglio di quel sedile e una coppia di sposi: lei (Paola Fresa) che desidera ardentemente d’avere un bambino per dare continuità alle loro vite, lui (Vittorio Continelli) un pugile suonato per i pugni presi, che nasconde il terribile segreto della propria sterilità, fingendo d’essere per la moglie un emerito “scemo”, esclamando ogni volta che deve intervenire nel dialogo se tocca a lui parlare. Si presume che le cose andranno per il verso giusto, regalando quell’isterica donna a quella coppia il bimbo che ha in grembo, mentre al guaritore arriverà un diretto in faccia lasciandolo stecchito per terra. Al Vittorio Emanuele di Messina poco pubblico ma molti applausi.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 6 febbraio 2015

 

 

Intervista a
Annibale Pavone
attore messinese
di Gigi Giacobbe

Arriva puntuale all’appuntamento con il piede sinistro fasciato da un tutore e due stampelle che lo sorreggono.

« E’ successo a fine anno al Teatro Argentina di Roma - mi dice subito tranquillizzandomi - alla terzultima replica di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo con la regia di Antonio Latella: io con un tubino nero senza parrucca interpretavo il ruolo di Carmela, ad un tratto verso la fine metto il piede in fallo e sento un dolore intenso da non poterlo più poggiare a terra: il giorno dopo faccio una radiografia e la diagnosi è frattura composta del 3° e 4° metatarso».

A parlare è l’attore messinese Annibale Pavone che compirà 50 anni il prossimo 8 agosto, al momento impegnato al Vittorio Emanuele, nel ruolo insolito di aiuto regia, per le prove di “Antigone” di Sofocle, diretta da Michele Di Martino e prodotta dal Teatro di Messina, che andrà in scena al Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto il 7 e l’8 febbraio.-

Quand’è che hai pensato seriamente di fare l’attore?

« Le prime avvisaglie avvengono al Liceo La Farina e all’Università di Messina quando tra uno spettacolino e l’altro penso di laurearmi in legge. Prendo parte a varie rappresentazioni di Francesco Vadalà ( “Antigone” ) e Ninni Bruschetta ( “L’incredibile incontro”) e quando mi mancano quattro o cinque esami per laurearmi mi iscrivo nel 1988 alla Bottega teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman. Qui, nei due anni di frequenza, vengo impegnato in vari spettacoli, il più noto dei quali è un testo di Marivaux, “Gli attori in buona fede”, con la regia di Walter Pagliaro, ma contemporaneamente faccio Teatro a Messina con Mollica e con il Teatro della Munizione di Massimo Piparo ».

E dunque non riesci a laurearti?

« No no, riuscirò a prendere la laurea alcuni anni dopo, anche per fare contenti i miei genitori, ma sulla mia strada c’era solo e unicamente il Teatro ».

Teatro che abbracci definitivamente quando decidi di partire per Firenze?

« Sì appunto, una partenza da Messina che significava mettermi in gioco, mettermi alla prova, capire veramente se dietro l’angolo c’era solo e unicamente il Teatro ».

Che tipo d’attore ti senti d’essere?

« Non un attore tradizionale, piuttosto un attore i cui registi devono fare uscire fuori i sentimenti più reconditi, le cose che ho da dire e da dare con tutte le necessità esistenziali. Quando un attore s’identifica col personaggio, quando riesce ad essere un tutt’uno con lui, solo allora realizzi il tuo modo di essere attore».

Chi fra i registi ti ha davvero fatto sentire così?

« Federico Tiezzi e Antonio Latella: il primo è una parte fondamentale della mia vita, il secondo è una condivisione d’un processo artistico antico e unico ».

Parlaci un po’ di entrambi e delle loro ellissi teatrali?

« Il Teatro di Tiezzi mi piace come attore, perché è uno che ti dà molti stimoli, lui è un visionario, è la perfezione formale e dà all’attore la possibilità di agire. Il Teatro di Latella, che conosco meglio perché ci lavoro da quasi vent’anni, mi piace perché mette al centro le persone e con loro costruisce gli spettacoli: a lui interessa l’uomo, non esistono i personaggi, esistono le persone con i caratteri che hanno dentro. I suoi spettacoli all’inizio erano corporei e corporali, pieni di energia del tipo lacrime e sangue, come lo studio sull’”Amleto”, il Godot beckettiano e il “Porcile” pasoliniano.: spettacoli per me importanti per quello che hanno significato nel mio percorso teatrale ».

Perché ti sei stabilito a Firenze e non a Roma?

« A Roma ci ho provato almeno tre volte, l’ambiente è difficile e non mi sono mai sentito in sintonia con la città, invece a Firenze una serie di coincidenze mi hanno permesso di incontrare Tiezzi e poi Latella quando s’è trasferito qui. Nel frattempo la mia fidanzata doveva finire i suoi studi nell’Università di Firenze, quindi sono andato a vivere a casa sua, poi abbiamo affittato un appartamento e poi abbiamo fatto una figlia che si chiama Caterina e adesso sto a Firenze in pianta stabile dal 1998 ».

Da qualche mese sei impegnato alla Laudamo con Angelo Campolo in un progetto sul “Pinocchio” di Collodi per conto dell’Associazione DAF di Ministeri. Di che si tratta?

« E’ un laboratorio per far compiere ad una trentina di ragazzi un’esperienza teatrale diversa. La prima tranche intorno a “L’istinto” l’ha fatta Campolo, io sto occupandomi della seconda parte titolata “Solitudine” e ruota attorno alla condizione del figlio. Infatti se t’accorgi Geppetto e Pinocchio s’incontrano solo all’inizio e alla fine, nel mezzo c’è appunto la “solitudine”, la mancanza fisica di padre e figlio ».

Oggi che cos’è questa mancanza-assenza? Cosa vorrebbero i nostri figli dai loro padri?

« Sto cercando attraverso un lavoro d’improvvisazione di fare esprimere ai ragazzi la loro idea di “assenza”, cosa significhi oggi essere figlio, farli entrare in una condizione di attesa tipo quella, per esempio, che provava Telemaco nei confronti di suo padre Ulisse. La tua generazione (rivolto a me, n.d.r.) aveva bisogno metaforicamente di ammazzare il padre, quella successiva, di breve durata, vedeva padre e figlio quasi amici, coetanei che si chiamavano per nome, adesso, forse, i figli hanno bisogno d’un padre che indichi loro il senso della vita, che testimoni che la vita va vissuta sia pure con le proprie crisi e le proprie debolezze. La terza parte è “L’inganno” ed è curata da Paride Acacia, mentre “L’amore” è la quarta parte ed epilogo del progetto messo in atto da Giacomo Ferraù, giovane attore messinese cresciuto alla corte del maestro argentino Cesar Brie ».

Qual è la tua idea di Teatro?

« Il Teatro per me è un luogo vivo di domande, di confronti e di discussioni. Ci sono tanti modi per fare Teatro e ognuno merita rispetto, ma il nocciolo del Teatro non è rassicurare, intrattenere, consolare, ma mettere in crisi lo spettatore ».

Lavorerai ancora con Latella?

« Certamente, ad aprile comincio le prove del nuovo spettacolo di Latella ispirato a “Veronica Voss” di Fassbinder con Isabella Ferrari protagonista ».


intervista a Annibale Pavone pubblicata su Centonove il 5 febbraio 2015

 

 

al Teatro Verga di Catania

Enrico IV
di Luigi Pirandello
diretto e interpretato da
Franco Branciaroli

e con
Melania Giglio, Giorgio Lanza, Antonio Zanoletti, Valentina Violo, Tommaso Cardarelli, Daniele Griggio
e con (in o.a.)
Sebastiano Bottari, Andrea Carabelli, Pier Paolo D'Alessandro, Mattia Sartoni

produzione
CTB Teatro Stabile di Brescia / Teatro de Gli Incamminati

Ogni volta che vedo l’Enrico IV di Pirandello ho sempre la sensazione che i primi trenta minuti passino senza aver chiaro cosa stia succedendo. All’inizio ci sono quattro cavalieri con i visi truccati in maniera espressionista e agghindati con abiti medievali che parlucchiano tra loro e si capisce da quello che dicono che non siamo nell’anno 1100. Poi giungono sparati su una specie di go-kart quattro personaggi in abiti moderni con un aplomb simile a quelli che vanno a visitare un museo e dai loro dialoghi si comprende perché si trovino in un salone con due ritratti raffiguranti due figure regali. Tra loro c’è un dottore, uno psichiatra di scuola freudiana, si direbbe, per come pensa di scuotere l’amico che sono andati a trovare, cercando di fargli rivivere quella cavalcata in maschera, con conseguente caduta da cavallo e botta in testa, che lo hanno portato a vivere rinchiuso in quel luogo da 20 anni, credendo d’essere re Enrico IV di Germania, colui che fu scomunicato da papa Gregorio VII, noto in particolare per il ruolo svolto nella lotta per le investiture. E’ un personaggio, questo Enrico IV, fra i più noti della letteratura teatrale e dell’ampia antologia drammaturgica di Pirandello, il quale volle nel 1922 che venisse interpretato da Ruggero Ruggeri, il solo attore degno per lui, in grado di dargli corpo e anima. Da allora questo ruolo che dà il titolo al dramma è diventato un cavallo di battaglia per attori di razza, da Carraro a Randone, da Rigillo a tanti altri, provandoci adesso a vestirlo Franco Branciaroli mettendolo lui stesso in scena, senza potersi divincolare dall’assunto iniziale, transitando lo spettacolo pure dal Verga di Catania di cui siamo stati spettatori. E’ un mattatore Branciaroli, dal suo primo apparire sulla scena, da quando si fa fustigare sulla schiena a quando veste subito dopo un enorme saio da penitente, giocando con gli ospiti come il gatto col topo, lui chiaramente è il gatto, o fingendo socraticamente di sapere-di- non-sapere. Infatti dopo aver redarguito elegantemente i suoi ospiti, costretti fra l’altro ad abbigliarsi, prima di apparire al suo cospetto, con abiti di 900 anni prima, si vedrà la marchesa Matilde Spina (Melania Giglio elegante nel suo vestito attillato e dalla chioma bianco platino) tramutarsi in donna “Adelaide” madre della ventenne Frida (Valentina Violo) raffigurata pure in uno dei due ritratti sotto forma di marchesa di Toscana, mentre il barone Tito Belcredi ( Giorgio Lanza) e il dottor Dionisio Genoni (Antonio Zanoletti) vestiranno ampi abiti di due frati benedettini. Ecco dunque, su una scena su più piani a grandi scaloni (quella di Margherita Palli, suoi pure i costumi) su cui domina una mega-affiche in bianco e nero raffigurante un cavaliere bardato di tutto punto e visibili sono un paio di stilizzati cavallucci tipo dondolo, Enrico IV-Branciaroli giocare la sua partita di scacchi, confessando agli amici che lui dopo aver vissuto 12 anni di obnubilamento delle facoltà sensitive, ha riacquistato nei restanti 8 anni il lume della ragione, vivendo così una finta pazzia, accudito comunque dai quattro cavalieri tedeschi, stipendiati lautamente dal marchesino Carlo di Nolli ( Tommaso Cardarelli) perché fingessero le parti di “consiglieri segreti”. E’ straordinario Branciaroli sulla scena illuminata ad un tratto da un pallido sole, offrendo al personaggio toni disincantati, ironici, enigmatici, misantropici, ipocondriaci, stizzosi, diffidenti, sfoderando per ciascun atteggiamento una serie voci diverse per meglio far ri-vivere colui che non ha altro nome se non quello di Enrico IV, che ha capito dopo la non-ragione che la sua mente, per incanto, ha ripreso a funzionare, a pensare ciò che ha patito prima e dopo la botta in testa, a valutare nel giusto modo gli amici che son venuti a trovarlo. Botta che nient’altro è che un fattaccio, un rovello che gli ha consentito di capire che la donna amata, appunto Matilde Spina, è diventata l’amante di Belcredi e che costui è il responsabile principale della sua caduta da cavallo. Adesso pensa solo a come vendicarsi. Troverà il modo quando stringerà a sé la giovane Frida che è l’immagine della madre di 20 anni prima, infilzando a morte con un pugnale Tito Belcredi quando costui cercherà di staccarlo da lei. Adesso non potrà uscire più dal personaggio e resterà per sempre Enrico IV il pazzo.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 2 febbraio 2015

 

 

Intervista a
Patrizia Baluci
attrice e drammaturga messinese
di Gigi Giacobbe

Quando incontri Patrizia Baluci sei avvolto da un senso di leggerezza che ti fa volare come un aquilone che dall’alto osserva quanto gli uomini siano piccoli. Una leggerezza che lei ha impresso come un marchio nei suoi lavori da quando ha cominciato a far Teatro nel 1983 con il compianto Ugo Cassaro regista, scrivendo e interpretando un lavoro tratto da un testo di Guido Ceronetti titolato “Visioni del Profeta Isaia” con le scene tutte veli di Sergio Tramonti.

Patrizia, tu hai due lauree, una in Economia e Commercio e l’altra in Lettere e Filosofia. Avresti potuto fare tante attività nella vita, invece hai scelto di fare Teatro. Perché?

« Ho avuto sempre il senso del suono e della musica, sono stata la prima a pensare il Teatro come “Phoné”. Certo Carmelo Bene mi ha influenzata e in sintonia con lui ho capito che il Teatro non è fatto solo d’immagini che ti penetrano nelle carni come facevano i “Magazzini Criminali” di Federico Tiezzi. Il problema è il linguaggio: attraverso la parola puoi ricostruire le immagini e attraverso le immagini puoi ricostruire la parola ».

Certamente se fosse stato per te avresti scelto di chiamarti Carmela Bene, ma a parte questo grande artista, ci sono stati altri teatranti con cui ti sei trovata in sintonia?

« Certamente mi sono sentita vicina a Leo De Berardinis, Carlo Cecchi, Castellucci della Raffaello Sanzio, ma a parte costoro io ho cercato di creare una mia visione di Teatro. Il Teatro aldilà di tutto, il Teatro vero, io l’ho cercato dentro di me e ho capito che il Teatro di parola e il corpo dell’attore sono le cose più importanti. Poi ho scoperto la drammaturgia di Ruccello in “Anna Cappelli” e quella di Enzo Moscato di “Little peach” e “Compleanno” tuffandomi dentro e cercando quanto ci poteva essere di più vivo e non di cartaimpecorito. Credo d’aver anticipato le mode e d’essere stata pronta a coniugare le novità teatrali adeguandole al mio linguaggio ».

Nello stesso anno in cui cominci a fare Teatro tu fondi “Il diario celeste”. Quali erano gli intenti di questa Associazione culturale?

« Operare in quegli ambiti cui il Teatro si contamina con le altre forme di arte, dalla musica alla pittura alla poesia, senza mai abbandonare una viscerale attrazione per la cultura mitteleuropea. Rivisitare i classici con sarcasmo ed incisività e leggere i contemporanei con rispettosa licenza».

Vuoi ricordare a grandi linee il percorso effettuato a tutt’oggi?

« “Il diario celeste” ha proposto al pubblico di tutta Italia Shakespeare (Londra), Cechov, Wilde, Milton, Ceronetti, Moscato, Ruccello e Sciascia. Da un po’ di anni, l’Associazione nella scrittura scenica dei vari lavori, ricorre spesso alla cultura siciliana (vedi collaborazione con Anna Cuticchio, Leonardo Sciascia, ecc…) attraverso corpi di voci, di luci, di suoni, di fonemi, contaminati da irradiazioni e innesti dialettali ».

Tu hai agito pure in ambiti, diciamo filosofici, collaborando alla riscrittura teatrale d’un testo del filosofo Manlio Sgalambro titolato “Schopenhauer come rappresentazione” con la regia di Alfonso Santagata, andato poi in scena a Taormina Arte ’95 e pure a Gibellina. Come va inquadrato?

« Questo progetto su Schopenhauer in collaborazione col filosofo Manlio Sgalambo e il compositore Franco Battiato va visto come una tappa del mio percorso di ricerca teatrale approdato poi su quegli scogli neri che uniscono teatro e filosofia. E’ stata un’operazione complessa il cui svolgimento si è dipanato lungo i piani paralleli del pessimismo cosmico ottocentesco e della cruda lucidità contemporanea atta a consolidare una visione del teatro come crocevia di contaminazioni culturali ».

Qual è la tua visione teatrale?

« La mia visione poetica-teatrale mi ha sempre portato ad avere un particolare interesse per Shakespeare. Oltre a una remota partecipazione a un “Sogno di una notte di mezza estate”, in questi ultimi anni ho realizzato “Shakespeare’s sonnets”, trasfigurazione recitativa di quei sonetti, opera nell’opera shakespeariana, lirica che riecheggia nella sua tragedia; e “Angelica e Giulietta”, spettacolo decentrato sulla figura della nutrice ».

Mi pare che l’ultima tua fatica ruoti su motivi shakespeariani. Di che si tratta?

« Il titolo che gli ho dato è “La tragedia sfortunata di Donna Capuleti – Dolori e doveri di una madre”, liberamente ispirato ad un racconto, “Doveri”, tratto dal libro ” Se così vi piacciono”- Tutte le donne di Shakespeare” della scrittrice Pamela Rafael Berkman, in cui Romeo e Giulietta sono solo comparse di fronte al personaggio principale che è la madre di Giulietta appunto Donna Capuleti che ripercorre nella cripta, come in un play back, il suo passato fino a ricordare l’amore provato e negatosi per Montecchi, il bel padre di Romeo. Si tratta di un affettuoso omaggio a William Shakespeare, alle donne della sua vita, a quelle reali e a quelle immaginarie: quelle che l’hanno amato e quelle che ha amato, e quelle ora dolci, ora terribili, che hanno alimentato la sua fantasia e che sono diventate le indimenticabili protagoniste dei suoi lavori ».

Perché questo spettacolo non è stato incluso nel variegato programma del nostro Ente teatrale stilato per la Sala Laudamo?

« Io ho parlato con i vari responsabili del Vittorio Emanuele i quali mi hanno detto di rivolgermi a Giuseppe Ministeri il quale mi proponeva solo un rimborso spese di 400 euro per due sere di spettacolo. A queste condizioni ho rifiutato. Non sono una pivellina che fa Teatro da poco. Ho la mia dignità da rispettare. Io non ho nessuno dietro di me a portare avanti le mie istanze. Non Credo che Pippo del Bono abbia qualcuno dietro di lui. Lui propone e va. Qui a Messina c’è sempre un tale dietro il quale ce n’è un altro e un altro ancora. Non mi va di fare dei nomi ».

Ti senti più attrice o autrice?

« Direi che mi sento attrice in quanto sono autrice. Non credo a queste distinzioni, non esistono ad esempio nella drammaturgia napoletana dove attore-regista-autore sono un tutt’uno e per tutti valga l’esempio del grande Eduardo De Filippo ».

Che idea ti sei fatta dei nostri due fenomeni siciliani: il messinese Spiro Scimone e la palermitana Emma Dante?

« Scimone ha re-inventato un linguaggio straordinario, diciamo neo-beckettiano, partendo dalle radici della sua città, coniugando dialetto e lingua italiana, la Dante invece si è rifatta a personaggi coloriti come Ciprì e Maresco, Franco Scaldati attingendo a tutto quel patrimonio palermitano grottesco molto vicino ai “bassi” napoletani ».

Qual è l’autore che ami di più e perché?

« Sicuramente Shakespeare perché è un nostro contemporaneo e perché nello stesso tempo è lontano da noi ».

E dunque qual è secondo te il compito del Teatro?

« Deve colpire il cuore degli esseri umani, deve cercare attraverso una scena di trasmettere il dolore con la consapevolezza politica di ciò che accadendo e non entrare dentro la realtà come è dato da vedere in televisione attraverso un documentario livido e violento ».


intervista a Patrizia Baluci pubblicata su Centonove il 29 gennaio 2015

 

 

Messina, Chiesa Santa Maria Alemanna, 25 gennaio, 2015

SIRA
di Tino Caspanello
regia Cinzia Muscolino

con
Tino Calabrò e Tino Caspanello

Produzione Teatro Pubblico Incanto

A differenza di suoi precedenti lavori quali Mari = Mare, Nta ll'aria = Nell’aria ai cui titoli dialettali corrispondeva una parlata in vernacolo - quella dei paesini collinari tra Messina e Taormina di Pagliara e Pagliara Rocchenere, luoghi natii dell’attore e drammaturgo Tino Caspanello - in questo poco rappresentato Sira = Sera scritto una ventina d’anni, la lingua è il nostro idioma italico. Trattasi d’un breve atto unico andato in scena nella chiesa gotica di Santa Maria Alemanna di Messina, all’interno della rassegna “Atto Unico. Scene di Vita, Vite di Scena” 2014-2015 di QAProduzioni, diretta da Auretta Sterrantino e propiziato da Cinzia Muscolino, attrice e moglie di Caspanello, questa volta nei panni di regista, che ha pensato di fare agire i due personaggi della pièce, lo stesso Caspanello e Tino Calabrò, in una sorta di ring, uno spazio scenico ricavato nella parte centrale della navata sistemando le poltroncine tutte intorno a forma di quadrato: qualcosa che ricordava Jerzy Grotowski e il suo teatro povero, quando in una Biennale di Venezia del 1975 metteva in scena nell’isoletta di San Giacomo in Palude Apocalipsis cum figuris officiato dal grande attore polacco Cieslak scomparso nel 1990, con soli cento spettatori sistemati a terra su un quadrangolare parquet di legno. E’ uno spettacolo breve questo Sira, appena 40 minuti, che ha l’andamento d’un apologo o d’una breve parabola tipo quella del figliol prodigo o d’una tranche dei Fratelli Karamazov di Dostoievskij quella incentrata su Il grande inquisitore sull'esistenza di Dio, sul senso del dolore e sull'essenza della libertà, durante il quale un professore (Caspanello) diventato poi giornalista di cronache politiche, incontra casualmente o volutamente un suo alunno (Calabrò) soprannominato Salvatore ‘o scuru (l’oscuro) al quale non piaceva, seppure preparato, essere interrogato. Il dialogo tra i due, punteggiato da lunghi silenzi, che caratterizzano tout court il Teatro di Caspanello, si carica di suspense, di allusioni e di sottintesi, di argomenti insomma che dicono senza approfondire i come i perché e i quando. Sembra d’assistere a quei dialoghi kafkiani a mezze parole espresse in quel film di Tornatore Una pura formalità, diventato qualche anno fa per mano di Glauco Mauri uno spettacolo teatrale. Il professore dice di sé d’essere solo, senza una casa e una famiglia, di non avere figli e parenti e neppure un cane, di vivere in una pensione e se ad un tratto dovesse morire non ci sarebbe nessuno al suo funerale. Del giovane invece, lodato dal professore quale bravo allievo profondo e riflessivo, sappiamo solo che lavora col padre che fa il camionista. Nei minuti restanti finali il professore dirà al giovane d’essersi recato una mattina per un suo articolo in un luogo dove, pare, in un attentato dinamitardo, siano morti moglie e figli e d’aver capito poi che fra i responsabili poteva entrarci il padre di Salvatore. Si può intuire che padre e figlio potevano far parte del gruppo armato, che potevano avercela col professore perché testimone di qualcosa di cui non è dato sapere, non si sa perché e per chi agissero, né quanto meno è circoscritto il tempo e il luogo del o degli attentati. Fatto è che in chiusura il giovane offrirà al professore una pistola per farlo fuori, ma costui andrà via senza prenderla in mano piuttosto si defilerà senza più profferire verbo. Un finale che lascia attoniti gli spettatori, che applaudono comunque, senza del resto aver potuto udire bene tutte le battute dei due concentrati protagonisti, certamente a causa della cattiva acustica della chiesa, per cui le loro voci erano udibili a coloro che stavano di fronte, mentre quelli alle loro spalle stentavano a percepirle nella loro interezza.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 27 gennaio 2015

 

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina
L’onorevole
di Leonardo Sciascia
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

con
Enzo Vetrano, Laura Marinoni, Aurelio D’Amore
Aurora Falcone, Angelo Campolo, Stefano Randisi
Giovanni Moschella, Antonio Lo Presti, Alessio Barone

scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai

produzione
Teatro Stabile di Palermo
ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
Associazione Diablogues

« Contraddì e si contraddisse » è l’epigrafe che Leonardo Sciascia voleva fosse messa sulla sua tomba. Un modo per sintetizzare il suo pensiero illuminista rivolto a Voltaire, tanto in auge in questo momento dopo gli attentati jiadaisti a Parigi, sbandierato nei suoi libri nei suoi articoli e in ciò che rimane delle sue poche opere teatrali come la Recitazione della controversia liparitana ambientata nel primo Settecento nell’ultimo scorcio della dominazione spagnola in Sicilia e I mafiosi calata al tempo del trapasso dai Borboni ai Savoia, in cui la sua corda pazza denuncia, chiarisce, manifesta tutto il suo ardore per un mondo migliore a difesa della ragione e del diritto. Adesso una delle sue opere dimenticate, L’onorevole, scritta nel 1965, dieci anni prima d’essere eletto a Palermo consigliere comunale nelle liste del PCI e prima ancora della sua elezione a deputato nazionale nel Partito Radicale di Pannella, occupandosi in prevalenza di antimafia e terrorismo al tempo dell’uccisione di Aldo Moro, viene messa in scena, curandone l’adattamento, da un’affiatata e premiata coppia teatrale palermitana, in pianta stabile ormai da parecchi anni ad Imola, che risponde al nome di Stefano Randisi e Enzo Vetrano. Interpreti il primo del mellifluo monsignor Barbarino, il secondo dell’onorevole Frangipane, vestendo Laura Marinoni in modo eccellente gli abiti di donna Assunta, avveduta e amorevole moglie di quest’ultimo che andrà via di testa quando il marito, un tempo professore di latino che arrotondava lo stipendio con lezioni private, accetterà di farsi candidare nel partito di maggioranza, diventare deputato a Montecitorio per due legislature ed essere infine nominato ministro. I tre tempi dello sketch, così Sciascia appellava la sua commedia, vengono riassunti in un solo lungo atto di 90 minuti, scanditi con toni caricaturali e grotteschi e dalla bella scena di Mela Dell’Erba (suoi pure i costumi), che ristretta e rimpicciolita in un primo momento quasi come un cul-de-sac, per evidenziare le ristrettezze economiche della famiglia Frangipane, va sempre più allargandosi metaforicamente e anche realmente per il benessere sopraggiunto, avendo come fondale un velatino buono per osservare i movimenti esterni dei personaggi che vi compaiono e proiettare alla fine una serie d’immagini del Festival del Cinema di Venezia, forse alludendo Sciascia a quel Giulio Andreotti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega allo spettacolo pronto con le forbici in mano a censurare immagini di alcune pellicole. Il duo Vetrano-Randisi non ha bisogno di attualizzare fatti e avvenimenti. Per loro le cose sono rimaste quelle raccontate ne L’onorevole dal 1947 agli anni ’60, con i soliti giochi di partito, le spartizioni di potere, le corruzioni e gli affari con gente malavitosa, i compromessi politici, l’abisso tra i cittadini e i governanti. Piuttosto preme loro evidenziare l’abbandono della cultura da parte dei tanti “onorevoli”, recuperata qui da donna Assunta che sciorinerà a più riprese brani del Don Chisciotte e non solo, immolandosi quasi nel nome d’una purezza culturale ad accettare pirandellianamente una follia inesistente e d’essere rinchiusa in una clinica psichiatrica, così come evidenziato in quelle infuocate pagine che la vedono duellare dialetticamente con quel falso uomo di chiesa che è Barbarino. Alla fine, rubando le battute di quest’ultimo, sarà il Don Giovannino Scimeni di Giovanni Moschella a dire al microfono brechtianamente, come in uno show televisivo, che tutto quello finora visto niente altro è stato che uno scherzo e che era meglio che gli spettatori stessero tranquilli ad ammirare volti di star cinematografiche compreso il nostro Frangipane con signora. Non sarebbe male a nostro avviso che Vetrano, sempre in forma, come sempre per carità, ma qui un po’ compassato e dolente, vestisse il ruolo del prelato e Randisi quello de L’onorevole, indubbiamente più spregiudicato, più ricettivo, più pimpante, più falso, pronto a trasformarsi in un dottor Jekyll qualunque (cosa non nuova del resto così come avvenuto con l’Otello di Shakespeare, i cui ruoli del moro e di Jago venivano interpretati a sere alterne da Gassman e Randone, emulati poi da tanti altri). Accanto ai due protagonisti e la Marinoni, si fanno notare il Fofò di Angelo Campolo, un comunista che per opportunismo passa tra le fila del futuro suocero Frangipane, il dottor Micciché di Antonio Lo Presti, l’alunno Margano di Alessio Barone e i due figli dell’onorevole, Mimì e Francesca, Aurelio D’Amore e Aurora Falcone. Lo spettacolo andato in scena al Teatro Biondo / Stabile di Palermo che lo produce assieme a Emilia Romagna Teatro Fondazione e Diablogues – Compagnia Vetrano/Randisi, è transitato con successo al Teatro Vittorio Emanuele di Messina e dopo alcune tappe in Sicilia potrà essere visto in parecchi teatri della penisola.-
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online 21 gennaio 2015

 


Ariane Mnouchkine


Macbeth di Ariane Mnouchkine


Noel revient tous les ans


La nuit des rois


L’affaire de la Rue de Lourcine

 

Teatro a Parigi in tempo di Natale
di Gigi Giacobbe

La Ville lumiere diventa più luminosa a Natale. Concorde, Bastille, Nation, Republique e tutti i quartieri nel cuore di Parigi s’illuminano di sera di luci quasi accecanti, un po’ meno invero le varie banlieue da Clamart a Creteil nel sud, da Saint Denis a La Corneuve al Nord. I milioni di turisti che si riversano in questa unica città al mondo trovano davvero qualunque divertissement pour s’amuser, per divertirsi nei giorni di fine anno.
I mercatini accanto alla Tour Eiffel e sugli Champs-Elysées, le gallerie d’arte a Saint-Germain des-Prés e a Place des Vosges, i numerosissimi Musei con accattivanti mostre come quella di Hokusai e Niki di Saint Phalle al Grand Palais, Jeff Koons e Marcel Duchamp al Beaubourg, Sonia Delaunay al Museo d’Arte Moderna: per i cinephiles Francois Truffaut alla Cinémathèque, per gli intellettuali l’Oulipo alla Biblioteque de l’Arsenal, per gli sporcaccioni il Kama-Sûtra alla Pinacotheque, per gli etnologi i Mayas al Quai Branly, per i fotografi Garry Winogrand al Jeu de paume e per i bambini c’è l’acquario, lo zoo, i dinosauri, i circhi, i giochi interattivi e naturalmente sono sempre lì il Louvre il Museo d’Orsay e la barocca Versailles.
E i Teatri?
C’è davvero l’imbarazzo a scegliere tra gli oltre 150 spazi teatrali, molti con più proposte giornaliere, gli spettacoli più validi e interessanti, anche perché come avvertito da una mia amica, anche lei critico teatrale, durante le feste natalizie le offerte non sempre sono di buona qualità. Dandole ragione riguardo a L’ideal club al Theâtre Le Monfort con la regia di Philippe Nicolle, uno spettacolo di cabaret di 5 anni fa di quasi 3 ore con intervallo, i cui sketch, a loro modo irriverenti, erano prevedibili e le risate si smorzavano in un ghigno al suono jazz-rock d’una piccola band di quattro elementi.
Lo stesso valga per il mega-show nel mitico Olimpia (con l’accento sulla “a” ) pubblicizzato come magicomique dalla star emergente Eric Antoine ( una specie del nostro Mago Forest, indegno erede dei maghi Silvan ed Houdini ) un omone di oltre due metri, molto amato dal pubblico della televisione francese, che in un teatro pieno zeppo nei suoi duemila posti, suscitava risate sguaiate in quei tanti spettatori in delirio che a loro modo si divertivano pure, lasciando spesso, chi scrive, perplesso e con la bocca serrata.

Sembra che a Parigi non ci sia crisi teatrale così come si avverte in Italia. I Teatri sono sempre pieni, così pure i bar e i luoghi di ristoro annessi e non è detto che quando scegli di vedere ciò che t’interessa trovi sempre i posti. Devi prenotare anzitempo, contattando gli uffici stampa, come ho fatto quando ho voluto vedere alla Comedie Francaise nello stesso giorno due capolavori di Moliere: Tartufo e Misantropo. Il primo diretto da Galin Stoev con i costumi di Bjanca Adžic Ursolov, abbraccianti almeno tre secoli dal ‘600 all’’800, e con un finale curioso lì dove il nero personaggio del titolo ( Michel Vuillermoz ) appariva trino dietro tre mega-maschere riproducenti il suo viso draculesco. Superbe le prove di Dorina ( Cecile Brune), di Orgone e sua moglie Elmira (Didier Sandre e Elsa Lepoivre) e di Cleante (Serge Bagdassarian).
In costumi contemporanei invece (quelli di Caroline De Vivaise) il Misantropo secondo Clément Hervieu-Léger che ha fatto del suo personaggio centrale, l’Alceste di Loïc Corbery, un tipo oltremodo ansioso e nevrastenico, sempre a lisciarsi e tirarsi i capelli, paradigmatico col suo amico Filinte ( Eric Genovese) e in un continuo lascia-e-prendi verso la sua Celimene ( Georgia Scalliet ) che ama-riamato a suo modo e che complice una lettera anonima li renderà estranei, intrappolandoli nelle loro solitudini.

Mi ha deluso un po’, questa volta, il Macbeth shakespeariano di Ariane Mnouchkine tradotto e messo in scena con la sua numerosa compagnia del Theatre du Soleil alla Cartoucherie di Vincennes (in tutto 45 attori in abiti contemporanei) diventato un affresco di quasi quattro ore o un vero set cinematografico, in cui pur riconoscendo il talento di questa grande regista francese, visibile in particolare in quei cambi fulminei di scene e costumi al ritmo d’una scrollatina di caleidoscopio, il suo Macbeth (vestito qui da Serge Nicolaï ) diventa una caricatura, un modo per accostare il rampante personaggio all’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy, avido di successi, furbo quanto basta e che fa paura e terrorizza chi gli sta accanto, quando in realtà a muovere i fili dell’ascesa al potere è la moglie, la Lay Macbeth cui ha dato vita qui Nirupama Nityanandan.

Sempre nel bosco di Vincennes, al Theâtre de l’Aquarium, una bella messinscena de La piazza reale di Corneille propiziata da Francois Rancillac su uno spazio scenico all’inizio di sola cenere (poi d’un parterre tutto piccoli poligoni) come quella che regna nel cuore del nobile e ricco Alidoro (Christophe Laparra) che pur amando follemente la bella Angelica (Hélène Viviès) che lo ricambia in egual misura, preferirà la libertà d’essere libero, coinvolgendo l’amico Cleandro (Assane Timbo), l’amica della sua amata, Phylis (Linda Chaïb) e il fratello di quest’ultima, Dorasto ( Nicolas Senty), con un finale che vedrà Angelica sepolta da una cascata di cenere, prima di rinchiudersi, come l’Ofelia dell’Amleto, in un convento.

Nel Vingtieme Theatre, nel popolato quartiere di Menilmontant, non distante dal piccolo appartamento abitato da Edith Piaf quando aveva18 anni e diventato un piccolo Museo privato, Nabil El Azan è il regista di Les patissières, un testo di Jean-Marie Piemme con risvolti gialli, interpretato da tre brave attrici, Chantal Deruaz, Christine Guerdon e Christine Murillo, sorelle sulla scena, alle prese con una pasticceria che hanno dovuto vendere loro malgrado, anche perché le nuove generazioni preferiscono i prodotti industriali a quelli artigianali, che alla fine hanno uno scatto d’orgoglio facendo fuori, pare, l’agente immobiliare che aveva riscattato il locale.

Nel centralissimo Rond-Point, Karelle Prugnaud, in sintonia con il periodo festivo, ha messo in scena Noel revient tous les ans, un testo di Marie Nimier, per il quale occorreva sforbiciare alcuni passaggi, visto che i tre protagonisti, madre figlio e fidanzata, la brava Marie-Christine Orry assieme a Pierre Grammont e Felicité Chaton ( con la partecipazione in video di Philippe Duquesne ) per 8 anni, 8 bui e 8 bianchi pini, rinnovavano quasi sempre come un noioso rituale la festa di Natale, sino a quando la madre, sempre più spenta e liquefatta, non tirerà le cuoia.

Bellissimo lo spettacolo di Teatro-Danza Plexus al Théatre de la Ville, ad opera della ballerina e coreografa giapponese Kaori Ito, concepito dallo scenografo e regista Aurélien Bory per uno spazio quadrangolare, chiuso da lunghi elastici che lasciano intravedere in penombra i movimenti aracnoidei della danzatrice, dopo essersi metaforicamente liberata del suo cuore e vagare in quegli anfratti come in un sogno nell’aldilà.

Al Theâtre des Quartiers nella banlieu d’Ivry ancora uno Shakespeare quello che qui amano chiamarlo La nuit des rois, La dodicesima notte appunto, quella che intercorre dal Natale all’Epifania quando i tre Re Magi portano oro incenso e mirra al neonato Gesù.
Il lavoro messo in scena da Clement Poirée, come si sa è tutto un intreccio di amori che s’incontrano solo alla fine dopo una serie di equivoci e travestimenti propiziati da Orsino (Matthieu Marie), Viola (Suzanne Aubert) e con un buffo Malvolio (Laurent Ménoret) di nero vestito che indosserà una strana calzamaglia e non dei calzettoni gialli tenuti da giarrettiere, preso in giro dalla combriccola capitanata da Sir Toby (Eddie Chignara) e in cui spicca un bravo Feste (Bruno Blairet) che canta e suona un accordeon.
La recitazione, quella della contessa Olivia in particolare, è enfatica, colorata d’una falsa allure tendente all’accademismo, ma qui si applaude ogni cosa e alla fine tutti escono felici e contenti.

Finisco questo tour teatrale con uno spettacolo che non mi è piaciuto, quello titolato L’affaire de la Rue de Lourcine di Eugene Labiche visto al Théâtre 13 con la regia di Yann Dacosta, dai tratti kafkiani e vicino al Teatro dell’assurdo con il benestante Lenglumé che si risveglia al mattino con un violento mal di testa trovando nel suo letto un uomo della sua stessa età.-


Articolo pubblicato su Sipario online 17 gennaio 2015

 

 

 

Intervista a
Aliette Martin
direttrice delegata alla programmazione della Comedie Francaise di Parigi
di Gigi Giacobbe

Questa intervista con Aliette Martin, direttrice alla programmazione della Comedie Francaise, era stata concordata con Vanessa Fresney, responsabile delle relazioni con la stampa, l’8 gennaio scorso, il giorno prima che io facessi ritorno a Messina, giusto in quelle ore cui alcuni terroristi islamici imbrattavano di sangue la sede della rivista satirica Charlie Hebdo e altri luoghi parigini. E’ una confortevole piccola stanza rettangolare quella in cui la robusta signora Martin dal bel faccione sorridente mi accoglie andando a sedersi dietro una scrivania di legno lucido pieno di riviste con libreria alle sue spalle, facendomi accomodare su una poltrona dal cui lato destro posso ammirare, attraverso una finestra bassa sino al pavimento, la Place Colette con una fontana illuminata al centro e un via vai di gente che si muove vite-vite. Naturalmente il dialogo è in francese.

Da quanti anni svolge questo lavoro?

« Da 40 anni, dal 1975 sotto l’amministrazione di Pierre Dux. Ho conosciuto dieci amministratori prima di me, l’ultimo dei quali si chiama Eric Ruf che cura pure la direzione artistica alla quale io collaboro ».

In cosa consiste il suo lavoro?

« Collaboro alla programmazione dell’origine dei progetti per costruire la stagione teatrale e stabilire il calendario degli spettacoli che si alternano nelle nostre tre sale, la Richelieu (862 posti), lo Studio-Teatro (135 posti) e il Teatro del Vieux Colombier (300 posti) ».

Quanti sono gli attori che lavorano alla Comedie Francaise e qual è il loro salario?

« Sessantaquattro sono i societaires ovvero quegli attori che costituiscono la troupe permanente e che ricevono un salario mensile da 39 società e un supplemento basato sui benefici che producono gli spettacoli programmati. Poi ci sono venticinque pensionnaires che sono quegli attori che prendono un salario mensile che già nel XVII secolo il re Luigi XIV aveva creato per gli attori supplementari pronti a sostituire in ogni momento questo o quell’attore. Per entrambe le categorie non le so dire la cifra precisa dei loro stipendi ».

Com’è organizzata la Comedie Francaise?

« C’è un sistema democratico. Il comitato d’amministrazione è composti da 7 attori societaires che cambiano tutti gli anni, che non si occupa della distribuzione dei ruoli ma che vota il budget ».

A quanto ammonta la sovvenzione che la Comedie Francaise riceve dallo Stato Francese?

« La sovvenzione per l’anno 2015 è di 24 milioni di euro. Ma bisogna dire che questa somma non copre la massa salariale (attori e maestranze varie) che è di circa 27 milioni di euro ».

Quanti sono gli abbonati della Comedie Francaise?

« Non le so dire l’esatto numero degli abbonati, so solo che quest’anno sono aumentati ».

In Italia al momento, col nuovo governo Renzi, l’attuale ministro della cultura Dario Franceschini ha emesso nel luglio del 2014 un decreto ministeriale che dà nuove regole per F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo), ma siamo ancora in attesa dei regolamenti attuativi, per comprenderne la reale portata. Pare che la nuova legge sul Teatro, cancellerà i 17 Teatri Stabili come tali e introdurrà una distinzione tra “Teatri nazionali” (che saranno solo sette) e “Teatri di rilevante interesse culturale”, i cosiddetti TRIC (per i rimanenti).
In Francia cosa avviene esattamente? Avete una legge sul Teatro che regolamenta le sovvenzioni?

Mi guarda quasi esterefatta la signora Martin come se avessi detto cose d’un altro pianeta, poi aggiunge:

« In Francia non c’è che io sappia una legge sul Teatro, ci sono i Teatri nazionali come la nostra Comedie Francaise cui si aggiungono il Teatro nazionale di Strasburgo, il Teatro Nazionale per la danza di Chaillot, l’Opera comique per la lirica, il Teatro della Colline per il Teatro contemporaneo e l’Odeon per il Teatro europeo. Poi ci sono i Centri drammatici nazionali come i Teatri nazionali di Marsiglia, Bordeaux, Toulouse, Nizza e Lione, che ricevono tutti un contributo di cui non le so dire l’ammontare delle cifre ».

E dunque come vengono regolamentati i contributi per il Teatro in Francia?

« Di questo lei dovrebbe parlare con la nostra ministra della cultura Fleur Pellerin ».

In Italia il finanziamento per le attività teatrali per il 2014 è stato di circa 60 milioni di euro (in Sicilia di circa 950 mila euro).
In Francia lo Stato quanto ha elargito per il Teatro?

« Non so rispondere a questa domanda, dovrebbe rivolgerla alla nostra ministra Pellerin ».

In Italia la grave crisi economica ha colpito sia i Teatri pubblici (costringendo ad esempio gli attori del Teatro Stabile di Catania a prendere uno stipendio dimezzato del 50%) ma in particolare i Teatri privati, costretti ormai a chiudere in tanti, ecco, le chiedo se in Francia accade la stessa cosa.

« Certo anche noi avvertiamo una crisi economica in tutti i settori compreso il Teatro, ma non le so dire numeri, cifre e percentuali ».

Insomma pare che la Comedie Francaise sia un’isola felice senza crisi e senza affanni?
Pensi che un precedente ministro della cultura del governo Berlusconi, tale Giulio Tremonti, diceva che “con la cultura non si mangia”!

« Non conosco quel ministro, ma posso dirle che qui alla Comedie avvertiamo la crisi forse non come tutti gli altri,, noi lavoriamo tutti i giorni dell’anno e otteniamo dei buoni risultati per chi abita a Parigi e per chi viene da tante città della Francia ».

Gli attori e tutti i lavoratori dello spettacolo senza lavoro sono assistiti in Francia?

« Certamente e per loro c’è un sistema di assicurazione che garantisce uno stipendio, di cui non le so dire la cifra, ma che dipende dalle ore lavorative effettuate in un mese o in un anno ».

Quali sono secondo lei i migliori spettacoli programmati dalla Comedie Francaise per il 2015?

«Tartufo di Moliere, La doppia incostanza di Marivaux, I villeggianti di Gorki, La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca, Innocenza di Dea Loher ».

La Comedie Francaise invita, o meglio, inserisce nei suoi cartelloni stagionali compagnie straniere?

« Noi non possiamo invitare compagnie straniere perché per tutto l’anno abbiamo nostri spettacoli, possiamo di contro chiamare, invitare registi, autori non francesi ma che lavorino con i nostri attori e i nostri tecnici, come già è successo con alcuni italiani come Strehler, Ronconi e altri come Giorgio Barberio Corsetti regista in questi giorni nella Sala Richelieu con Un cappello di paglia d’Italia di Eugene Labiche ».

Alcuni anni fa avete invitato anche un drammaturgo della mia città che conosco bene e che si chiama Spiro Scimone e che lavora sempre in coppia con Francesco Sframeli. Si ricorda qual era lo spettacolo?

« Certamente che mi ricordo. Si trattava de La Festa messo in scena al Teatro del Vieux Colombier da Galin Stoev e Serge Bagdassarian nel ruolo principale. Uno spettacolo che ha avuto molto successo per il quale sono stata contenta di programmare ».

Per vedere spettacoli della Comedie Francaise bisogna venire a Parigi o riuscite pure ad andare in tournée?

« Certo che no, di recente il nostro Oblomov di Goncarov è andato per 40 giorni lavorativi in America e pure in Cina. Andiamo un po’ dappertutto ».

Non però ad Avignone da dove mancate almeno da 20 anni.

« Non è detto che non avvenga nelle prossime stagioni. Il nostro Eric Ruf e Olivier Py, direttore del Festival d’Avignone stanno riflettendo ad una possibile collaborazione ».


Articolo pubblicato su Sipario online 12 gennaio 2015

 

 

 

Incontro con l’attore del Theâtre du Soleil
Duccio Bellugi Vannuccini
di Gigi Giacobbe

Il Macbeth di Shakespeare secondo Ariane Mnouchkine con i suoi 45 attori del Theâtre du Soleil (situato nella Cartoucherie di Vincennes, all’interno del bosco omonimo, un tempo polveriera e deposito di armi e poi a partire dagli anni ’60 diventato una fabbrica di Teatro e di Danza perché all’interno oltre alla Mnouchkine vi operano il Teatro dell’Aquarium, L'Atelier de Paris-Carolyn Carlson, il Teatro della Tempête) certamente non esaltante come altri suoi spettacoli precedenti, è appena terminato dopo quasi 4 ore con intervallo e i 500 spettatori, molti dai canuti capelli, certamente della generazione che ha vissuto il ’68, escono ordinatamente senza tanto bruit, rumore dalla grande sala. Mi avevano detto che non avrei potuto intervistare la Mnouchkine perché elle era troppo fâscée, arrabbiata, forse perché non riusciva a pagare per intero gli stipendi alla sua numerosa troupe di attori, ricevendo tuttavia le stesse sovvenzioni statali degli anni precedenti e che mi sarei dovuto accontentare di incontrare tale Duccio Bellugi Vannuccini, un attore d’origine italiana, che avevo visto prima sulla scena nel doppio ruolo di maitre d’hotel e quello più impegnativo di Malcom, figlio del re Duncan. Aspetto con un’amica e collega nella grande hall piena di tavoli rotondi, lo stesso luogo che diventa pure prima dell’inizio dello spettacolo una grande sala da cena per moltissimi spettatori che sembrano contenti di sorbire brodose zuppe di funghi e verdure accompagnate da fette di pane e beveraggi vari. Dopo un po’ arriva un biondino piccoletto e dai suoi accenti italiani capisco che è la persona che aspetto. Ci sediamo attorno ad un tavolo, lui ordina qualcosa da mangiare, io bevo un bicchiere di vino rosso che mi offre e che bevo lentamente mentre parliamo.

Parlami un po’ di te, dove e quando sei nato e com’è che ti trovi a lavorare con la Mnouchkine?

« Sono nato a Firenze il 28 dicembre del 1962, mia madre è una giornalista di Repubblica e mio padre, deceduto due anni fa, era direttore d’orchestra impegnato in varie città come Vienna e Palermo».

Quando cominci a fare Teatro?

« Dopo gli studi scolastici mi sono trasferito a Parigi, studiando l’arte della recitazione e in particolare del mimo con i più grandi maestri di questa disciplina che sono Jacque Le Coque, Marcel Marceau e Etienne Decroux. Ho anche perfezionato il mio modo di stare in scena frequentando in Germania il Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch che poi ho interrotto per entrare a far parte del Teâtre du Soleil di Ariane Mnouchkine ».

Da quanti anni lavori con la Mnouchkine?

« Da 27 anni, dal 1987, prendendo parte a tutti i suoi spettacoli dall’Indiade, Il Tartufo, Tamburs sur la digue, Les ephemeres , sino a quest’ultimo Macbeth ».

In questo Macbeth tu vesti il personaggio di Malcom che diventerà poi re di Scozia con l’aiuto di MacDuff (Sebastien Brottet-Michel) dopo che il padre Duncan (Maurice Durozier) viene ucciso da Macbeth. E’ un ruolo importante e tu lo interpreti con grande slancio e partecipazione. Chi è Malcom per te?

« Malcom dopo l’uccisione del padre torna in patria da eroe dopo aver combattuto coraggiosamente con i suoi soldati. Quello che lui incarna è la speranza, la speranza d’un re migliore e come dice alla fine “sarà difficile ma tutto ciò sarà fatto con misura a tempo e luogo, perciò grazie a tutti quanti e ad ognuno ».

Devo dirti invero che, questa volta, la messinscena di Ariane, che ha curato pure la traduzione del testo di Shakespeare, non mi ha convinto. Certo è sempre uno spettacolo di alta fattura, con i cambi di scena memorabili e con i numerosi attori che si muovono ben amalgamati quasi come su un set cinematografico. Ma resto perplesso sull’opportunità di ambientarla ai tempi nostri con costumi contemporanei che stridono a volte con le battute del testo e poi sul perché Ariane abbia spostato l’interesse della tragedia sul personaggio di Macbeth ( Serge Nicolaï ), che ho trovato in vari punti ridicolo, e non su Lady Macbeth ( Nirupama Nityanandan ) chè è il vero motore di tutti gli ammazzamenti per giungere al potere. Tu che ne pensi?

« Siamo già alla 150ª rappresentazione e arriveremo nel prossimo mese di marzo a superare le 180 repliche. Ciò vuol dire che quando è nato questo spettacolo c’era ancora Nicolas Sarkozy presidente della repubblica francese ed è a questo personaggio che s’è ispirata Ariane, per farne un Macbeth-Sarko avido, furbo che fa paura e terrorizza chi gli sta vicino ».

Hai rapporti con strutture teatrali in Italia?

« Qualche anno fa ho collaborato con il Teatro Comunità insieme all’Associazione Culturale Choros di Torino, la cui responsabile è Maria Grazia Agricola, alla realizzazione de Le Troiane di Euripide, ma non è detto che non torni per altri avvenimenti ».


Articolo pubblicato su Sipario online 13 gennaio 2015

 

Contatti:
info@lemaschere.net
Presidenza
Direzione Artistica
Direzione Tecnica
Amministrazione

Siti collegati:
www.palantonello.it
www.itineraridellacultura.org
www.italianostramessina.it

Rubriche:
Le Recensioni di Gigi
Le pagine web in archivio
Non solo attori e tecnici

 

webmaster renzo Di Chio