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Le Recensioni di Gigi - 2016
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 


Le serve
Il piacere dell'onestà
Vinafausa
Lettera alla Madre
Peccato che fosse una puttana
Caino. Homo Necans
Horcynus Orca
Donnacce
Camposanto mon amour
Volevo essere brava!
Libera i miei nemici


Opera Corsara
Sogno d'una notte di mezzestate
Il Marchese di Ruvolito
Shakespeare horror story
Il funambolo
Primavera dei Teatri 2016
Nathan The Wise
I Siciliani
Variazioni Enigmatiche
Il bell’indifferente, La voce umana

Contrazioni


Intra a’ Medea
Giacominazza
Versoterra - A chi viene dal mare
Lecture on nothing
Les aiguilles et l’opium
Alcesti
Bye e Axe di Mats Ek
Bloom's day
Minetti, ritratto di un artista da vecchio
L'ultima Madre
Terra che non sa


Qualcuno volò sul nido del cuculo
Cammina cammina... Peppe Barra
Dionysus - Il dio nato due volte
La grenouille avait raison
Fedra
Elettra
Un Thé-Tango per Evita
Re Lear
Zoff
H istoire du soldat
Caterina

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al Teatro Verga di Cataniadal 20 al 30 dicembre 2016

Le serve
di Jean Genet
regia di Giovanni Anfuso

con
Anna Bonaiuto, Manuela Mandracchia, Vanessa Gravina

Servi camerieri e badanti aspirano a diventare padroni dei loro padroni. Ce lo dice Joseph Losey nel suo film Il servo del 1963, sceneggiato da Harold Pinter tratto da un romanzo di Robin Maugham con Dirk Bogarde protagonista, ce lo dice ancora prima nel 1946 Jean Genet nel suo atto unico Le serve ovvero Les bonnes. Una tragicommedia o se vuole pure un piccolo giallo psicanalitico, tratto realmente da un fatto di cronaca realmente accaduto a Le Mans (Francia) nel 1933 che ha per protagoniste le sorelle Papin, Christine e Léa, di 28 e 21 anni, che dopo quattro anni a servizio presso una famiglia borghese, uccidono madre e figlia. Un lavoro certamente molto rappresentato per il quale spesso chi lo mette in scena utilizza una traduzione diversa. Qui al Teatro Verga di Catania, dopo essere transitato dal Biondo di Palermo, il regista Giovanni Anfuso adopera la traduzione di Gioia Costa, fedele invero al testo originario, omaggiando in certo modo Genet, facendolo iniziare con delle battute in francese di Solange, vestita da un’Anna Bonaiuto apprensiva inquieta ansiosa, come se qualcuno potesse notare in lei i disegni criminosi che ha in testa e che vorrebbe mettere in pratica. L’altra sorella è Claire, cui Manuela Mandracchia conferisce connotati revanscisti, colei che più di Solange vorrebbe cambiare il suo status di semplice bonne, proiettandosi in un mondo da dolce vita, giocando intanto in modo perverso con la sorella, schizoide direi, vestendo lei i panni della padrona e Solange quelli suoi, di Claire appunto. Una sorta di rituale, consumato in un’elegante camera da letto in fuga, tutta dai differenti colori verdi, architettata da Alessandro Chiti, in modo che sulle due quinte possono ammirarsi le gigantografie di due donne, una supina che fuma l’altra nuda accovacciata, separate (le due quinte) da una porta centrale che diventa pure un grande specchio, mentre tutto il palcoscenico è un tappeto di fiori bianchi. Parlano le due sorelle, senza fermarsi, ammirando-invidiando-odiando la padrona che è fuori per affari, indossando i gioielli e i suoi abiti più belli (i costumi sono di Lucia Mariani), sventolati fuori da un armadione, imitandone voce e atteggiamenti, manifestando una femminilità cattiva, libidinosa, malata tout court, sfogando il loro rancore e simulando il momento della sua uccisione. Nei loro giochetti ci sono pure delle lettere anonime in cui denunciano l’amante della padrona, scarcerato poi per mancanza di prove. Adesso giunge da quella porta centrale Madame, avvolta nel suo mantello impellicciato e Vanessa Gravina cerca di darle i connotati più verosimili di donna stravagante, capricciosa pure generosa verso le sue serve, le quali dopo aver ricevuto in regalo vestiti e gioielli, cercano di farle bere, senza mai riuscirci, una tisana di tiglio con dieci gocce di velenoso Gardenal, per mandarla all’altro mondo. Madame pensa al suo uomo in galera e quando le viene detto che ha telefonato e che libero l’attende in dato luogo, scappa via in taxi, lasciando esterrefatte le due potenziali assassine. Riprendono i giochi di travestimento, le due sorelle cercheranno di eliminarsi a vicenda ma colei che berrà il tiglio sarà Claire. Amen. Il lavoro di Genet che avrebbe voluto che le serve fossero interpretate da due giovinetti, è stato oggetto di studio per psicanalisti del calibro di quali Musatti e Lacan e pure di filosofi come Sartre che nel suo saggio Santo Genet, commediante e martire scrive che: « La sola reazione di quelle creature senza rilievo è che esse, a loro volta, sognano e immaginano di diventare il Padrone che le immagina».
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 22 dicembre 2016

 

 

 

 

 

 

al Teatro Savio di Messina 18 dicembre 2016

Opera Corsara
tratta dal racconto Settecani di Cinzia Pierangelini
regia di Roberto Bonaventura

con
Gianluca Cesale
, Monia Alfieri e Giovanni Boncoddo
musicisiti Maurizio Salemi e Giuseppe Ruggeri

Ci sono tanti modi per ricordare un amico scomparso. Se poi questo amico era un musicista di fisarmonica e zampogna, laureato al Dams di Bologna, insegnante di etnomusicologia e storia della musica all’Università di Messina e sempre qui per tanti anni maestro di palcoscenico al Teatro Vittorio Emanuele, è quasi d’obbligo allestire per lui uno spettacolo teatralmusicale che lo ricordi nel modo più affettuoso. Anche se il regista Roberto Bonaventura ci tende a dire che: « Non è possibile fare uno spettacolo su di lui, perché la sua musica scende dal paradiso e arriva all’inferno e per chi ne ha bisogno si ferma sulla terra ». Aggiungendo il cast che « È solo un omaggio nei riguardi di un grande artista, niente di commemorativo, solo un’azione contemplativa». Il personaggio di cui si sta parlando era Orazio Corsaro, qualcuno che io conoscevo sapendo poche cose su di lui: che aveva pochi capelli e un gran barbone incolto, che abitava a Spadafora, che veniva a Messina con una macchina tipo spider, che avevo visto sulla scena varie volte suonare i suoi cari strumenti e che incontravo spesso al Vittorio scambiando con lui fugaci impressioni sugli spettacoli lirici in programma e la cui immagine, nel senso del visus, è molto vicina al personaggio di Settecani, tratto dal bel racconto omonimo di Cinzia Pierangelini, su cui si poggiava lo spettacolo Opera Corsara messo in scena con molta dedizione dal Bonaventura al Teatro Savio di Messina. Un racconto d’iniziazione alla vita da parte di un bimbo di otto anni che si chiama Totò e che curioso di conoscere il clochard del paese, appellato Settecani, perché sempre in compagnia di altrettanti cani di varie razze, entra in sintonia con lui facendosi raccontare le storie più fantastiche e la sua vita girovaga in tante città del mondo. « La prima volta che lo incontrai - racconta Torò - non notai il suo saio da frate, i piedi nudi, il gilet di lana pecoreccia che gli copriva le spalle, nonostante il caldo della primavera siciliana. Con i miei occhi da bambino vidi un pirata arabo, alto, scuro, affascinante. I pochi capelli intorno alla nuca erano generosamente compensati da un barbone nero, ricciuto e spropositato, che gli invadeva il collo e le guance fin sotto gli occhi, e proseguiva con ugual prorompenza sul petto e le braccia. Aveva uno sguardo profondo, penetrante e insieme deridente, che era come una risata, canzonatoria e amara; uno sguardo in cui non brillava ombra di benevolenza. Lo sguardo di un umo solo ». Certo Orazio Corsaro non aveva il saio di frate, né camminava a piedi nudi, ma la descrizione è molto verosimile, amplificata dalle voci di Gionni Boncoddo seduto di spalle e poi rivolto al pubblico, di Gianluca Cesale e Monia Alfieri, agghindati questi ultimi due con frac nero e tuba in testa, scoppiettanti, sorridenti all’inizio, come poteva avvenire in una serata futurista nel segno di Marinetti, e rattristati in chiusura dopo aver infilato in una borsa di pelle le canne e una zampogna che stazionava sotto un plaid sul proscenio. Un’assenza che diventava presenza quando ai tre attori si univano i suoni del violoncello di Maurizio Salemi e la tromba di Giuseppe Ruggeri che eseguivano per quasi tutto lo spettacolo musiche di Corsaro ma anche altre composte da Giovanni Puliafito. Lo spettacolo fa parte della IV edizione della rassegna teatrale Atto Unico curata da QA Quasi Anonima Produzioni-
Gigi Giacobbe

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Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 19 dicembre 2016


 

 

al Clan Off Teatro di Messina 17-18 dicembre 2016

Intra a’ Medea
scritto e diretto da
Daiana Tripodi e Germano Marano

con
Daiana Tripodi

Ogni donna tradita è una potenziale Medea. Una bomba ad orologeria pronta a deflagrare non appena s’accorge che il proprio uomo la sta lasciando per un’altra donna. Euripide dipinge la sua Medea come una “donna di pietra”, “una leonessa più selvaggia di Scilla”, intrigando la sua immagine tanti altri scrittori, da Seneca a Corneille, da Grillparzer a Pasolini…vedendo in lei pure una barbara, una maga, una dea, una madre di due figli, in grado, per macchinazioni divine, di tradire suo padre Eeeta, re della Colchide, uccidere suo fratello Assirto e Pelia, zio di Giasone. Intervenendo pure, con i suoi poteri occulti, perché si concretizzasse la conquista del Vello d’Oro molto cara al suo amato Giasone e ai suoi Argonauti. Una donna insomma la cui sola colpa è l’amore per il suo uomo, per il quale ha fatto le più inumane cose e che adesso se lo vede sparire sotto gli occhi, preferendole la giovane Creusa, figlia del re Creonte. Sulla piccola scena del Clan Off Teatro di Messina adesso c’è solo lei, una Medea monologante impersonata da Daiana Tripodi, originaria di Polistena, in abiti bianchi e neri ( i costumi erano di Umay Kuo), con medaglione al collo a forma di sole, pure autrice e regista assieme a Germano Marano, dello spettacolo Intra a’Medea (dentro Medea) recitato in lingua calabrese, impressionando non poco all’inizio chi scrive, sentendole dire ad alta voce comu pozzu jeu jettari sangu, jeu Medea figghia di re… ( come posso io gettare sangue, io Medea figlia di re…). Oppure: Amuri meu, ma comu fascisti u' ti scordi chidu chi jeu e tia eravamu...A pigghiammu n'zemi sta navi, affruntammu tutti li correnti, tutti li mari chiu' agitati, tutti li tempesti sempi n'zemi ( Amore mio, ma come hai fatto a dimenticarti quello che io e te eravamo…L’abbiamo preso insieme questa nave, affrontando le correnti, tutti i mari più agitati, tutte le tempeste sempre insieme…). Si certo queste parole le abbiamo capite, ma tante altre no, anche perché per alcuni suoni gutturali, aspri e sibilanti, quasi in greco antico, ci volevano i sottotitoli. Tuttavia l’assolo della Tripodi, segnato da tre lumini durati accesi poco meno di un’ora e dalle musiche sotto forma di tarantelle curate dai Mattanza, non era affatto noioso e si seguivano le magarie della protagonista, tesa a rendere infiammabile, con gocce tratte da un boccetto, l’abito bianco quale regalo per la futura sposa di Giasone e del di lei padre e mettere in atto infine la tremenda vendetta di soffocare i suoi due pargoli tratti da due cullette-canestri.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 19 dicembre 2016

 

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo
di Dale Wasserman
dall'omonimo romanzo di Ken Kesey
traduzione di Giovanni Lombardo Radice
adattamento di Maurizio de Giovanni
regia di Alessandro Gassmann

con
Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso, Davide Dolores,
Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Antimo Casertano, Gabriele Granito, Giulia Merelli

produzione: Fondazione Teatro di Napoli

Cominciamo col dire che Qualcuno volò sul nido del Cuculo (One Flew Over the Cuckoo's Nest) è un romanzo di Ken Kesey pubblicato nel 1962, da cui Dale Wasseman nel 1971 realizzò a Broadway uno spettacolo teatrale con Kirk Douglas, scrivendo un copione utilizzato poi nel 1975 da Milos Forman con Jack Nicholson protagonista, uno dei tre film nella storia del cinema (insieme a Accadde una notte di Frank Capra e Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme) ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali (miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura non originale). Adesso nel 2016 la drammaturgia di Wasserman, rielaborata da Maurizio Di Giovanni, torna in scena ad opera di Alessandro Gassman raccontando l’euforizzante e disperata vita di Randle McMurphy, tramutato qui in Dario Danise e ambientato non più in un istituto per malattie mentali dell’Oregon ma in uno Ospedale Psichiatrico di Aversa nell’anno 1982. Anno in cui la legge di Franco Basaglia n.180 del 13 maggio 1978", promossa dall’Associazione Psichiatria Democratica, era già vigente, imponeva la chiusura dei manicomi, regolamentava il trattamento sanitario obbligatorio e istituiva i servizi di igiene mentale pubblici, facendo dell’Italia il primo ( e al 2016, finora l’unico) paese al mondo ad avere abolito gli ospedali psichiatrici. Stona dunque un po’ l’aver voluto Gassman calare il suo spettacolo quattro anni dopo che i nostri manicomi erano stati chiusi ( in realtà aperti e liberalizzati) e mettere in scena oggi uno spettacolo un tantino anacronistico che ha il sapore di come eravamo. E’ la stessa sorte che capita a certo teatro politico per il quale nessun regista oggi pensa o si sogna di rappresentare Il fantoccio lusitano di Peter Weiss o l’ Arturo Ui di Bertolt Brecht etc.etc. Avrebbe potuto Gassman scalare di quattordici anni e ambientare il suo Cuculo nel 1968 quando i manicomi somigliavano a dei lager e l’Italia vinceva il suo unico Campionato Europeo battendo la ex Jugoslavia 2 a 0 con reti di Riva e Pietruzzu Anastasi e non farci ri-vedere in quel velatino sul proscenio la faccia incredula e il grido di Tardelli autore della seconda rete nella finale di Italia Germania vinta da noi per 3 a 1 e che ci consacrava nel 1982 campioni del mondo nello stadio Santiago Bernabéu di Madrid. Ha preferito Gassman continuare il suo percorso, diciamo di tipo psichiatrico dopo l’esperienza de La pazza della porta accanto di Claudio Fava con una grande Anna Foglietta nei panni di Alda Merini, cercando di bissare il successo di otto anni fa riscosso con il dramma La parola ai giurati, scritto da Reginald Rose nel 1954 e oggetto di un film di Sidney Lumet del 1957. Il nido del cuculo (the cuckoo's nest) cui si fa riferimento nel titolo dello spettacolo, andato in scena al Vittorio Emanuele di Messina con molti applausi finali, è una delle molte espressioni del gergo americano che indicano il manicomio, qui raffigurato e sintetizzato dallo stesso Gassman con un ampio salone semicircolare su due piani (invero quello superiore poco utilizzato) con box infermieristico in evidenza e water visibile solo quando in controluce. Un luogo in cui Dario Danise ( il McMurphy del film) vestito con molta disinvoltura e accenti napoletani da Daniele Russo cerca di trascorrere gli ultimi sei mesi della sua condanna non più in carcere ma in un manicomio. Qui dovrà fare i conti con Suor Lucia (Elisabetta Valgoi) una capoinfermiera che si comporta come un’aguzzina sottile e vendicativa, e familiarizzerà con un gruppo di pazienti affetti da tante patologie, rese con molta verosimiglianza dai vari Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso, Daniele Marino e in particolare da Gilberto Gliozzi nei panni di Ramon Machado, un gigantesco uomo che si finge sordomuto. Dopo una bravata notturna del gruppo cui partecipa pure la prostituta Titty Love (Giulia Merelli), Danise viene sottoposto ad elettroshock che lui supera in tutta allegria e dopo l’ennesima scappatella notturna, in cui uno dei pazienti si suiciderà, Danise infuriato si avventerà contro quel Kapò in gonnella per strangolarla e per risposta verrà lobotomizzato, reso un vegetale, soffocato pietosamente subito dopo con un cuscino dal suo amico Ramon che apparirà gigantesco per un luminoso effetto speciale che si stamperà su quel velatino e infine sollevando in alto una statua della Madonna la scaglierà contro una vetrata e fuggirà via lontano senza avere più paura di nulla alla ricerca della sua libertà. Certamente questo Cuculo è un atto d’accusa, come si suol dire, telefonato, visto che ormai i manicomi sono definiti come ex, tuttavia un grido estensibile oggi giorno a tutte quelle strutture in cui i cittadini subiscono disagi, dove i diritti civili vengono calpestati e il Potere costituito utilizza trattamenti discriminatori.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 3 dicembre 2016

 

 

 

al Teatro Verga di Catania

Il piacere dell’onestà
di Luigi Pirandello
regia di Antonio Calenda

scene e costumi Domenico Franchi
musiche Germano Mazzocchetti
luci di Salvo Orlando

con
Pippo Pattavina
e
Debora Bernardi, Valentina Capone, Fulvio D'Angelo, Francesco Benedetto,
Marco Grossi, Santo Pennisi, Giulia Modica

Due panche imbottite di soffice tessuto bianco ai lati del proscenio, tre porte bianche, una frontale due laterali, fondali e quinte rigorosamente nere d’una stoffa tipo velatino, che quando s’illuminano in controluce significa che qualcuno entra in scena, sono gli elementi scenografici ad opera di Domenico Franchi (suoi pure i costumi) che gli spettatori hanno davanti nelle due ore de Il piacere dell’onestà di Pirandello al Verga di Catania, lontano invero da quella scena di alcuni d’anni fa ad opera di Luigi Perego, (con Leo Gullotta, regia di Fabio Grossi) composta da una casetta in plexiglass in mezzo a un bosco di betulle, paradigma del candore, della trasparenza, dell’onestà del protagonista. Un lavoro che adesso un non ispirato Antonio Calenda ha ridotto in due tempi, certamente alle prese con un testo arduo, restituitoci con intatte aure degli anni ’20 del secolo scorso, puntando su un attore di grande esperienza come Pippo Pattavina che veste il personaggio di Angelo Baldovino con tutta la sua navigata grinta attoriale come quando una squadra di calcio di media classifica incontra il Real Madrid. Il suo è un uomo senza qualità, un personaggino in bombetta sbucato fuori da un metafisico dipinto di Magritte, un fallito nella vita, vissuto tra gioco e sregolatezze, colto e infarcito di filosofia cartesiana, che coglie al volo l’occasione presentatagli dal compagno di collegio Maurizio Setti (qui l’elegante e ipocrita Francesco Benedetto): ovvero quella di dare una svolta alla sua vita, d’avere il piacere di assaporare il piacere dell’onestà. Come? Accettando una congrua somma in denaro per sposare Agata Renni (una superba Debora Bernardi in un bell’abito liberty color bordeaux) giovane donna ingravidata dal marchese Fabio Colli (Fulvio D’Angelo lo veste nervosamente con un pigli e scatti contemporanei) che vive separato dalla moglie, riconoscere il bambino che nascerà e poi, zitto e mosca, fare ritorno al suo ovile. Ma quei nobilastri non hanno fatto i conti con l’oste. L’omino dal fine cervello infatti darà scacco matto a quel gruppo di aristocratici, eviterà di passare per ladro e impalmerà infine, con il plauso del pubblico, quella neo-mamma, anche lei desiderosa d’una vita onesta e cristallina. E se in quest’opera, come anche in Pensaci Giacomino e Ma non è una cosa seria, Pirandello utilizza l’escamotage del falso matrimonio per smascherare coloro che ingannano il prossimo e se stessi, il pensiero di Calenda e pure quella del pubblico vola ai nostri attuali drammi, intrisi di corruzione, d’imbrogli e di ruberie. Oltre ai già citati interpreti si notano le presenze della madre di Agata, Maddalena (Valentina Capone) del grottesco parroco di Santa Marta (Santo Pernnisi) del portaborse Marchetto Fongi (Marco Grossi) e della fugace cameriera ( Giulia Modica).
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 1 dicembre 2016

 

 

al Teatro Brancati di Catania

Sogno d’una notte di mezza estate
di William Shakespeare
regia di Nicasio Anzelmo

con
Margherita Mignemi, Plinio Milazzo, Salvo Piro, Elisabetta Alma, Giuseppe Bisicchia,
Massimo Giustolisi, Roberta Andronico, Alessandro Burzotta, Pietro Casano, Angelo D' Agosta,
Luigi Nicotra, Marina Puglisi, Eleonora Sicurella, Giovanni Strano, Irene Tetto

Questa edizione shakespeariana del Sogno d’una notte di mezza estate allestita al Teatro Brancati di Catania ad opera del regista Nicasio Anzelmo non resterà nella storia degli annali teatrali. Non tanto per le sue aure etnee messe in atto dal gruppo dei cortigiani capitanati dal tessitore Bottom, qui nelle vesti capocomicali femminili di Margherita Mignemi - del resto pure Tato Russo più d’una ventina d’anni fa aveva dato all’opera dei connotati partenopei - quanto per la piattezza d’uno spettacolo che restava al di qua del mondo dei sogni, espresso solo a parole per bocca di Oberon, pure nei panni di Teseo (Salvo Piro), e dal suo fido Puck ( Plinio Milazzo) a torso nudo solo coperto da un gonnellino sfrangiato in stile hawaiano, accompagnato costui talvolta dall’approssimativa fata di Irene Tetto. Tutto il cast vestiva rigorosamente in bianco da prima comunione ( i costumi erano di Sara Verrini) e si muoveva su una scena completamente nuda, pure in sala e talvolta pure nella tribunetta del teatro, rischiarata solo dalle luci di Sergio Noè di vari colori. Delle due coppie di giovani, più in palla risultano i maschietti di Demetrio e Lisandro ( Alessandro Burzotta e Giovanni Strano), mentre le femminucce di Ermia e Elena (Eleonora Sicurella e Roberta Andronico) amavano esprimersi più con moine e gridolini piuttosto che far capire il senso del loro verbo. Marina Puglisi da canto suo risultava più credibile come infoiata Titania che come statuaria Ippolita. Buona l’idea all’inizio di vestire Egeo (Angelo D’Agosta) come un imam in lunga tunica , bianca naturalmente, che concede alla figlia Ermia il nullaosta per sposare il non amato Demetrio. Infine sembra solo una farsa la tragedia di Piramo e Tisbe in onore di Teseo e Ippolita, inscenata da sarti, calderai, carpentieri, ( Elisabetta Alma, Giuseppe Bisicchia, Massimo Giustolisi, Pietro Casano, Luigi Nicotra), guidati dal Bottom della Mignemi, che nel dream, sotto le vesti d’un asino, aveva goduto delle grazie della bella Titania, che chiude un sogno da incubo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 27 novembre 2016

 

 

Messina, Clan Off Teatro 19-20 novembre 2016

Giacominazza
scritto e diretto da Luana Rondinelli

con
Luana Rondinelli e Giovanna Mangiù
musiche originali Adriano Dragotta

luci Amedeo Abate
aiuto regia Silvia Bello

produzione Accura Teatro

Fino a qualche tempo gli omosessuali venivano derisi o segnati a dito. Adesso, dopo che anche nel mostro Paese possono sposarsi, credo che nessuno ci faccia più caso, anche quelle famiglie più retrive del sud Italia che vivevano questo status come se un proprio figlio/a fosse macchiato chissà di quale colpa o malattia, certamente qualcosa da nascondere. Al punto da considerare la pièce di Luana Rondinelli, Giaominazza, in scena al Clan Off Teatro di Messina, come qualcosa di anacronistico o non conforme con i tempi che viviamo. Certamente, l'omosessualità di Giacomina, apostrofata in modo dispregiativo e a cui dà vita Giovanna Mangiù, è vissuta in malo modo, come se si trovasse chiusa in una gabbia da cui vuole fuggire e volare in un'altra città. Sarà la Mariannina della fattucchiera a dare a Giacomina i consigli giusti, a farle vivere il suo amore in piena libertà perché pure i diavoli con l'amore non ci possono, a non sentirsi più guardata di traverso, ad avere rispetto della sua persona e affrontare gli altri con la sicurezza d'una persona normale. Da dietro il suo rotondo tavolinetto con madonnina e palla di falso vetro, gli occhi vispi della cartomante ipnotizzano quelli della ragazzina Giacomina, le danno sorsate di sopravvivenza in un mondo cattivo popolato da cattivi, anche se poi i loro dialoghi virano sui tanti luoghi comuni: il malocchio, i pregiudizi della gggente, il cicaleccio da cortile, lo sparlare di tutto e di tutti, figurarsi poi se qualcuno/a è pure omosessuale. Sembra insomma che questa Giacominazza, nata tre anni fa, possa ritrovarsi in un paesino d'una vecchia guida del Touring della Sicilia.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 21 novembre 2016

 

 

Palacultura Antonello
68ª Stagione dell’Accademia Filarmonica di Messina

Peppe Barra
in
Cammina, cammina…

Peppe Barra appare alla Camera di Commercio di Messina nella prima metà degli anni ’70 quando in città non c’era un Teatro che poteva ospitare la Nuova Compagnia di Canto Popolare guidata da Roberto De Simone. Assieme a Barra c’era il fior fiore di musicisti e cantanti napoletani che rispondevano ai nomi di Bennato (Eugenio), Giovanni Muriello, Nunzio Areni, Patrizio Trampetti e Fausta Vetere ( unica presenza femminile). Comprai tutti i loro LP e le loro canzoni come Cicerenella, Lo guarracino, La serpe a carolina etc. che mi accompagnarono per parecchi anni e ricordo come la Compagnia poi si disgregò, non prima d’aver rappresentato la Gatta Cenerentola dello stesso De Simone. A Messina Peppe Barra è ritornato poi varie volte assieme a sua madre Concetta quand’era in vita, sia al Teatro in Fiera che al Vittorio Emanuele, e adesso meritevolmente è stata l’Accademia Filarmonica, presieduta da Marcello Minasi, ad invitarlo per un concerto al Palacultura Antonello dal titolo semplice Cammina, cammina… quasi a voler ricordare a noi e a sé stesso la strada che ha fatto e che farà ancora dall’alto dei suoi 72 anni. Un concerto di quasi due ore contraddistinto da una serie di canzoni scritte da poeti, drammaturghi, musicisti e cantautori del calibro di Petito, Basile, Rossini, Monteverdi, Di Giacomo, Eduardo, Pino Daniele e in cui Peppe Barra, agghindato all’orientale con mise bordeaux, nere e colorate e un copricapo taqiyah, con la sua potente e armoniosa voce baritonale, pure tenorile, interpretava con grande bravura e un tocco di captatio benevolentiae: un modo certamente ruffiano per avvicinare maggiormente il pubblico alle sue esecuzioni, anticipate da chiarimenti, aneddoti e spiegazioni, cui seguivano scroscianti applausi. Il fil rouge era sempre e comunque l’ammore declinato in tutti i suoi aspetti, anche visto, secondo Petito, come un verme peloso dopo essere stato pulce e sanguisuga o come in quella villanella di Vinci in cui il protagonista vorrebbe diventare un suricillo (un piccolo topo) per trovare una moglie pure lei piccirinella. C’è l’amore tra Pulcinella e Colombina di Cimarosa che s’insinua nella favola de I sette palombelli tratta da Il cuntu di li cunti di Basile e c’è il duetto buffo di due gatti innamorati di Rossini eseguita da Barra assieme ad Angela Luglio, che ha interpretato magnificamente in assolo alcuni brani di Paisiello, Monteverdi, De Simone. Curioso il componimento di Di Giacomo titolato ‘O Munasterio in cui si narra d’una ragazza che tradisce il fidanzato che per il dolore va a chiudersi in un monastero di clausura. Lei per farsi perdonare va trovarlo con il cuore avvolto in un grembiule ma è respinta categoricamente dal priore e lei andando via mestamente perderà il suo cuore in piccoli brandelli. In chiusura Barra omaggia l’amico Pino Daniele con la bellissima Cammina Cammina e chiude il concerto con la famosa Tammuriata Nera cui partecipano festosamente tutti gli spettatori. Mi sembra doveroso citare i bravi componenti del complesso strumentale capitanato Paolo Del Vecchio alla chitarra e mandolino e poi Luca Urciuolo (pianoforte e fisarmonica), Giorgio Mellone (violoncello), Sasà Pelosi (basso), Ivan Lacagnina (percussioni), Alessandrio De Carolis (flauti).
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 18 novembre 2016

 

 

 

al Clan Off Teatro di Messina

Vinafausa
In morte di Attilio Manca
di Simone Corso
regia Michelangelo Maria Zanghì

con
Francesco Natoli, Michelangelo Maria Zanghì, Simone Corso

Costumi ed elementi scenici Francesca Cannavò
luci Franco Zanghì
musiche Chiara Pollicita

Produzione Compagnia Teatrale Santina Porcino

I mafiosi utilizzano una lingua dura: i pizzini, il silenzio o le metafore più curiose per dire chi vogliono mandare all’altro mondo. E così il dialettale “Vina Fausa” ( Vena Falsa) vuole riferirsi a quel rabdomante che seguendo le vibrazioni di una bacchetta forcuta, tenuta orizzontalmente con le mani per le due estremità, va in cerca d’un tesoro o d’una vena buona d’acqua e se invece scavando trova solo sabbia e fango non gli conviene andare avanti, non serve a niente, bisogna solo farla essiccare quella vena, farla morire. Prendendo spunto da questa metafora il 26enne Simone Corso ha scritto il testo Vinafausa (tutto attaccato). In morte di Attilio Manca che nella sua struttura sembra un puzzle: tante tesserine che ricomponendosi fanno intuire il come e il perché questo giovane medico di 34 anni, specializzato in urologia, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, il 14 febbraio del 2004 sia stato trovato morto nel suo appartamento di Viterbo in una pozza di sangue, con il corpo tutto ammaccato e due buchi di siringa sul braccio sinistro. La regia di Michelangelo Maria Zanghì ( pure nei panni mesti, dolenti e pure indagatori del titolo) è snella, veloce, tutta giocata sui ritmi, grazie pure agli interventi dello stesso Corso e di Francesco Natoli che interpretano grottescamente vari personaggi del plot, avendo alle loro spalle la scena minimale di Francesca Cannavò, composta solo da un albero spoglio e una sedia e su cui echeggiano un paio di canzoni cantate da Mina. Un lavoro d’impegno civile in cui i fatti vengono illustrati senza optare per nessuna conclusione tout court, ma che lasciano intuire come quella morte non fu accidentale, né tantomeno per overdose o per suicidio. Ne sono consapevoli genitori e inquirenti, al punto che nel processo che seguì vennero a galla lati oscuri e altre verità, diventando sempre più concreto che in quel fatto di sangue c’entrasse lo zampino di Bernardo Provenzano, noto nei suoi ambienti come ‘u zu binnu (ovvero il trattore) per la violenza con cui ammazzava i suoi nemici. Come si sa, questo capo mafioso, che ha comandato dal 1993 fino al suo arresto avvenuto nel 2006, aveva un cancro alla prostata e niente toglie che venendo a sapere della bravura di questo giovane urologo, tra l’altro in vista negli ambienti scientifici per essere stato il primo in Italia ad effettuare un intervento alla prostata in laparoscopia, lo avesse convocato per farsi operare (intervento in realtà avvenuto poi in un ospedale di Marsiglia) e che una volta incontratosi faccia a faccia diventasse un testimone scomodo, una vinafausa e che andasse eliminato. Ad oggi nessuno è andato in galera, né ha mai pagato per questa morte. Vinafausa ha inaugurato il Clan Off Teatro una piccola struttura teatrale di 70 posti in una zona paracentrale di Messina, grazie alle fatiche non solo economiche di due giovani teatranti locali che di nome fanno Giovanni Maria Currò e Mauro Failla, ed è il primo spettacolo d’un cartellone ricco di tredici appuntamenti rivolti in particolare alla nuova e giovane drammaturgia non soltanto italica.
igi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 6 novembre 2016

 

 

 

 

al Teatro Brancati di Catania dal 20 ottobre al 6 novembre 2016

Il marchese di Ruvolito
di Nino Martoglio
regia Giuseppe Romani

con Tuccio Musumeci
e
Rossana Bonafede, Turi Giordano, Maria Rita Sgarlato, Riccardo Maria Tarci, Roberta Andronico,
Fabio Costanzo, Antonio Castro, Donatella Liotta, Enrico Manna, Savì Manna,
Claudio Musumeci, Luigi Nicotra, Marina Puglisi, Raniela Ragonese, Giovanni Strano

costumi Mela e Rosa Rinaldi
scene Susanna Messina
movimenti coreografici Silvana Lo Giudice

Un grande attore qual è Tuccio Musumeci, adesso 82enne, non ha bisogno di profferire verbo sulla scena. Gli basta solo esserci. Con la sua presenza, i suoi sguardi, i suoi movimenti, certo anche con le sue parole, o mimare con gli occhi e con le mani, per esempio, quel pesce o quella torta che Don Jabicu Timurata (Riccardo Maria Tarci) depone per finta su un tavolo e lui, Musumeci, nei panni d’un nobile in miseria, cerca di fare spazio spostando alcuni oggetti come se quelle prelibatezze ce le avesse lì davanti, sentire per giunta per bocca di quel nero-arricchito che non avendo voglia di gustarle né lui né la sua famiglia, sarebbero poi state gettate nella spazzatura. Succede questo ne Il marchese di Ruvolito di Nino Martoglio con l’eccellente regia di Giuseppe Romani, in una replica pomeridiana al Teatro Brancati di Catania, con Musumeci che calza il personaggio come un guanto e con un pubblico che va in sollucchero durante i tre atti della commedia, giostrata da un cast ricco di 15 attori. Quasi un’eccezione di questi tempi, visto come vanno al ribasso le finanze nei teatri privati ma anche pubblici. Merito alla comprovata esperienza di Orazio Torrisi che diligentemente e oculatamente dirige il teatro etneo. Il battesimo di questa commedia si deve ad Angelo Musco e alla sua compagnia che la mise in scena il 23 dicembre 1920 al Teatro Nazionale di Roma: un successo poi bissato dall’omonimo film di Raffaello Matarazzo del 1939 con i fratelli De Filippo Eduardo e Peppino assieme a Rosina Anselmi, Turi Pandolfini e Tina Pica e poi negli anni ’60 allo Stabile di Catania con Turi Ferro. Assieme a L’aria del continente e San Giovanni decollato, Il marchese di Ruvolito è una delle commedie più divertenti di Martoglio e l’ultima purtroppo, per lui e per noi, perché pochi mesi più tardi, il 15 settembre 1921, morirà in modo accidentale, come ci ricorda Sarah Zappulla Muscarà nell’opuscolo di sala, precipitando nella tromba dell’ascensore in costruzione dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Il lavoro ruota attorno alla famiglia Timurata, arricchitasi con la vendita dell’olio e del formaggio pecorino, che malata di nobiltà vuol fare sposare la figlia ‘Mmaculata ( Roberta Andronico) ad un vero blasonato. Invero è più la madre, donna Prazzita, vestita da una colorita e volutamente sguaiata Rossana Bonafede, a perseguire ad ogni costo, questo obiettivo, a costo pure di pagare quel marchese in miseria perché possa offrirle uno stemma qualunque. Questa ex rivendugliola ha individuato in quel baronello di Mezzomondello (Claudio Musumeci, sufficientemente cinico e borioso e in cerca di dote) chi possa impalmare la figlia. La quale a sua volta ama-riamata il giovane Adolfo (Giovanni Strano) figlio di Don Neddu Grisi ( Turi Giordano dialoga ripetendo sempre “certo…certo..) e Donna Nzula ( Maria Rita Sgarlato dai cappelli piumati e che parla gridando) anche loro famiglia straricca per aver fatto i soldi vendendo saponi e potassa. Qui entra in gioco il saggio marchese di Ruvolito che tifando per il giovane Adolfo, adottandolo come figlio, lo nominerà marchese di Gebbiagrande (secondo titolo del marchese) consentendo così di sposare ‘Mmaculata e fare felice in particolare donna Prazzita che in un solo colpo è diventata mamma d’una marchesa di curuna cch’ ‘i gigghia, non con le palle ( corona con i gigli e non con le palle). Da canto suo Il marchese di Ruvolito non subirà più minacce di sfratto del palazzo che abita perché sarà riscattato da Adolfo. Il lavoro è recitato in dialetto catanese, il cui scilinguagnolo è comprensibile anche a chi viene da fuori e viene sciorinato bellamente dai tanti protagonisti raffigurati dai signori Mangialardo ( Enrico Manna e Donatella Liotta) lui che distribuisce carta moneta ai camerieri di casa Timurata, lei a mostrarsi elegante nelle sue ampie mise, non dimenticando la governante Marianna del marchese (Raniela Ragonese), Antonio Castro (padre del baronello), Savì Manna in vari ruoli, Fabio Costanzo (Tanu Cionti) anche lui malato di nobiltà e infine la Teresina di Marina Puglisi e il servitore Luigi Nicotra. Le scene per lo più dipinte erano di Susanna Messina, i costumi delle sorelle Rinaldi, i movimenti coreografici di Silvana Lo Giudice
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 1 novembre 2016


 

 

 

in vari luoghi del Salento dal 30 settembre al 2 ottobre 2016

VERSOTERRA
A chi viene dal mare.
Progetto teatrale di Mario Perrotta

Nel momento in cui scrivo, 3 ottobre 2016, si celebra in Italia la giornata delle vittime dell’immigrazione, moltissime annegate nel Mar Mediterraneo, senza nome e senza tomba. Una giornata di particolare commozione preceduta da un trino spettacolo di Mario Perrotta, titolato Versoterra - A chi viene dal mare, dipanatosi in tre giorni in terra di Salento (dal 30 settembre al 2 ottobre), avendo come centro focale la città di Lecce. Ai tre spettacoli invero, frutto d’una nota trasmissione radiofonica sull’emigrazione italiana del dopoguerra, Emigranti Express, realizzata dallo stesso Perrotta per Radio Rai 2, è stato associato il testo Lireta non cede, di Lireta Katiaj, diario d’una ragazza albanese di Valona, finalista del Premio Pieve Saverio Tutino 2012, drammatizzato e diretto pure da Perrotta. Ma andiamo per ordine. I tre spettacoli potevano essere visti in tre giorni diversi o come ha fatto chi scrive vederli nel corso d’una intera giornata, dall’Alba al Tramonto alla Sera, in tre suggestivi siti salentini, raggiungibili in pullman e poi a piedi. Per chi non è abituato ad alzarsi alle quattro e mezza del mattino certamente è come ricevere una mazzata. Ma per certi eventi si fa questo e altro, pure indossare abiti di lana e giacche a vento in un autunno ancora mite e ritrovarsi a San Foca, sulla marina frastagliata di Melendugno, nel piazzale polveroso di quello che un tempo era l’ex-CPT (Centro di Permanenza Temporanea) Regina Pacis, raffigurato qui da una fatiscente palazzina bianca su cui s’imprimevano all’inizio le immagini di coloriti barconi, nere sagome di migranti in fila indiana, massicce catene e lettere scritte con caratteri minuti e si leggeva chiara in alto alla facciata la nostra patria il mondo. Poi mentre il cielo si tinge di tutti i colori del rosso, ecco giungere dall’Adriatico stancamente a piccoli gruppi le figure di almeno una trentina di figuranti/attori/attrici, calarsi nei panni di migranti, indossare abiti asciutti e gridare tutti, come gli antichi navigatori-scopritori di nuovi mondi, la parola terra. Si forma anche una piccola band di otto elementi che suonerà sino alla fine motivi dolenti quasi da marcia funebre, ma anche motivi fracassosi in stile Bregovic, come si udivano nel film Il tempo dei gitani di Kusturica. Lo spettacolo dura poco più di un’ora e ognuno avrà il tempo di prendere la parola e dire i motivi per i quali ha rischiato la pelle per giungere nel nostro paese. Sono motivi i più disparati che hanno il sapore del già visto, letto e udito a causa dei media che fanno a gara per diffondere le notizie più bizzarre con ricchezza di particolari. Il sole comincia ad alzarsi e illumina uomini e cose, compresi quei migranti che spariscono lentamente nella vegetazione della costa e che ritroveremo nella seconda parte del progetto. Che inizia già nel pomeriggio dopo un lungo e non tanto facile percorso in pullman e dopo aver attraversato a piedi più di due chilometri del verde Parco di Porto Selvaggio con la sua bella pineta che giunge sin sulla costa dello Jonio col sole che tramonta, lì dove dei palazzinari famelici avrebbero voluto edificarvi ville e villette: obiettivo fallito per l’opposizione dell’assessore Renata Ponte rimasta uccisa nel 1984. Sul dissestato percorso finale s’incontrano i migranti che abbiamo visto prima, identificabili ognuno con un cartoncino bianco con su scritto in un latino maccheronico la professione che ha scelto ( o che è stato costretto ) a fare: puttana, spacciatore, danzatore, elemosinante, operaio, raccoglitore di pomodoro, ladro, magnaccia e così via. Si giunge poi in uno spiazzo scoglioso dove convergono quattro nutriti gruppi di spettatori che osservano sospesi su quattro diversi alberi quattro distinti migranti che raccontano la difficoltà ad ottenere un permesso di soggiorno: un modo per stare in una sorta di limbo, né di qua né di la del territorio italiano. Le musiche sono coinvolgenti e le coreografie di Maristella Martella, corporali pure ginniche fanno muovere l’intero gruppo disteso a terra come se volesse nuotare con veloci movimenti di braccia e gambe, mentre un ragazzino di colore lancia sul mare un voluminoso mappamondo gonfiabile e giungono nuotando ombre umane per raccontare nuove storie. Si riparte alla volta dell’Insenatura Acquaviva di Marittina, frazione di Diso, simile ad un piccolo porticciolo a scaloni, accostabile al “pertuso” di Ginostra, quasi un anfiteatro a semiluna, che lambisce le bianche acque salmastre, dove ci si poteva sedere risultando più riposante rispetto agli altri due siti in cui ci si doveva arrangiare o stare all’in piedi. Quasi a contatto con la riva la scena è solo una piattaforma in legno sulla quale Paola Roscioli per un’ora e venti si cala nel corpo di Lireta Katiaj raccontando con molto patos la vita di questa giovane donna albanese, sfoderando in alcuni momenti eccellenti doti canore dagli accenti brechtiani, accompagnata dai suoni stranianti del violoncello di Samuele Riva e dalla chitarra di Laura Francaviglia. Diciamo solo che Perrotta s’è innamorato subito di questo testo, che a suo dire è una storia archetipa che contiene in se i cromosomi d’una Medea dei nostri giorni che vuole andar via dal suo paese costi-quel-che-costi. Io ho conosciuto questa giovane donna, adesso 39enne, dagli occhi luccicanti come punte di spilli, assieme al marito Salvatore durante il tragitto in macchina da Bari a Lecce e sono rimasto impressionato dal suo modo di esprimersi in perfetto italiano con argomenti che riguardavano la sua povera famiglia numerosa d’origine, nove figli, una stupenda madre ricca di fantasia e un padre disoccupato e violento che l’ha fatta smettere di studiare, costringendola a sposare un uomo non scelto da lei e che rischierà la vita almeno tre volte in mare, una volta con la sua bambina di tre mesi, per emigrare in Italia, il paese che ha sempre amato. Una donna volitiva, dal carattere forte, che dopo tante vicissitudini ha trovato un po’ di pace in Sicilia, a Modica , dove vive col marito da ben 15 anni, gestendo insieme una piccola impresa di serigrafia, assieme a quella bimba che è cresciuta e va all’università e una famiglia che s’è arricchita d’un secondo figlio maschio. Ecco dunque un altro successo per Mario Perrotta dopo il progetto Ligabue conclusosi l’anno scorso a Gualtieri e dintorni, scegliendo questa volta il progetto Versoterra, organizzato dall’associazione culturale Permàr e dalla cooperativa Coolclub col sostegno di vari enti pugliesi pubblici e privati e distribuito nel suo territorio e nella sua terra d’origine.

Dei 50 artisti coinvolti tra attori, musicisti, danzatori, videomakers e fotografi, vanno almeno ricordati: il regista di percorso Ippolito Chiarello, il progetto musicale e arrangiamenti di Claudio Prima ed Emanuele Coluccia, gli attori e le attrici Helen Anokwute, Gabriele Avantaggiato, Lian Cavalera, Dario De Mitry, Chiara De Pascalis, Angelica Di Pace, Antonio Guadalupi, Paul Ng’ang’a Karami, Agyaemang Clement Paul Kosono, Simone Maci, Patrick Kochwa Marende, Piergiorgio Martena, Richard Gathiomi Murigu, Elisa Murrone, Eliane N’Cho, Diego Perrone, Giulia Piccinni, Maria Chiara Provenzano, Artur Safonov, Paolo Stanca, il gruppo dei musicisti Rachele Andrioli (voce), Rebecca Bove (voce e violino), Vincenzo Gagliani (percussioni), Igor Legari (contrabbasso), Vera Longo (violino e voce), Maurizio Pellizzari (chitarra elettrica e voce), le danzatrici e i danzatori Alessandra Ardito, Livio Berardi, Stefano De Benedittis, Eugenia Gubello, Laura De Ronzo, Fatoumata Piconese e Manuela Rorro, Hermes Mangialardo (videomapping) e Sabrina Beretta (costumi).
Gigi Giacobbe

 

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Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 5 ottobre 2016


 

 

Teatro greco di Taormina 24 settembre 2016

Dionysus
Il dio nato due volte
da Le Baccanti di Euripide
regia di Daniele Salvo

Agave Manuela Kustermann
Cadmo Paolo Bessegato
Tiresia Paolo Lorimer
Penteo Ivan Alovisio
Una guardia / Primo Messaggero Simone Ciampi
Secondo Messaggero Melania Giglio

Daniele Salvo è un giovane regista quarantino talentuoso di scuola ronconiana ( a volte pure attore) a suo agio con i più importanti tragici greci. Doti evidenziate già quattro volte a Siracusa per conto dell’Istituto del Dramma Antico, realizzando Edipo a Colono ( 2009), Aiace (2010), Edipo re (2013) tutte e tre di Sofocle e Coefore Eumenidi di Eschilo (2014). Mancava solo Euripide, ritrovato quest’anno con uno dei suoi lavori più misteriosi, appunto Le baccanti, qui titolato semplicemente Dionysus per il quale lo stesso Salvo ha curato l’adattamento vestendo lui stesso il ruolo del Dio nato due volte: una prima volta da Demetra e una seconda volta da Semele, complice sempre Zeus che incenerì quest’ultima dopo aver esaudito la richiesta della donna di mostrarsi come un semplice mortale. In questa applaudita messinscena di Salvo al Teatro greco di Taormina, lo scheletro annerito della madre giace sul proscenio mentre al centro del grande palco (la scena minimale è di Michele Ciacciofera) è situata una compatta montagnetta di sale o di sabbia, simile a volte ad un bianco lettone come era dato da vedere in alcuni spettacoli di Carmelo Bene o di Aldo Trionfo, qui occupato spesso dalle otto infoiate e scosciate Baccanti di bianco vestite (costumi di Daniele Gelsi) con il loro tirso in mano ( un bastone infiocchettato di nastrini colorati), bravissime e meritevoli d’essere tutte citate: Elena Aimone Giulia Galiani, Annamaria Ghirardelli, Elena Polic Greco, Francesca Maria, Silvia Pietta, Alessandra Salamida, Melania Giglio, quest’ultima pure negli abiti neri del secondo messaggero. Questa tragedia di Euripide dai risvolti spesso misterici e irrazionali, è incentrata sulla spietata vendetta di Dioniso che Daniele Salvo veste come un wagneriano olandese volante per via del suo ampio pastrano, sfoderando varie tonalità vocali, punendo i nemici del suo culto, raffigurati dalle zie (Ino Agave e Autonoe) sorelle di sua madre Semele e dal suo cugino Penteo re di Tebe. Parenti che un po’ per invidia un po’ per superficialità, hanno diffuso la voce che Dioniso non è nato da Zeus, ma da una relazione tra Semele e un uomo mortale e che la storia del rapporto con il re dell’Olimpo è solo uno escamotage per mascherare la loro scappatella giusto per negare la natura divina del dio del vino, del teatro, del piacere fisico. Utilizzando le sue arti magiche Dioniso renderà folli le donne tebane che fuggiranno sul monte Citerone dove si celebreranno riti in suo onore, diventando Baccanti, ossia donne che celebrano i riti di Bacco, altro nome di Dioniso. Ma a non credere sulle qualità divine di Dioniso c’è ancora il Penteo tutto dark e oltremodo arrabbiato quello di Ivan Alovisio che lo considera un semplice mortale e un adescatore di donne e a poco serviranno i saggi interventi del nonno Cadmo ( Paolo Bessegato) e di Tiresia, qui con seni posticci quello di Paolo Lorimer (uno status il suo che mitologicamente durerà sette anni per una vecchia storia di uccisione di serpenti) a persuadere l’irascibile Penteo che Dioniso ha la patente di vero dio. Il racconto prosegue con Penteo che arresta Dioniso, ma è solo come incarcerare il vento visto che il dio, giocando come il gatto col topo, si libererà in un niente e metterà in atto la sua vendetta. Come? Farà travestire Penteo da donna, lo condurrà sul monte Citerone per fargli vedere cosa fanno le Baccanti e poi zac…zac gli aizzerà contro quelle sensualissime e voraci femmine che di Penteo faranno dei piccoli brandelli. E il caso vuole che la prima ad infierire su Penteo sia proprio sua madre Agave, vestita qui da Manuela Kustermann, un cameo il suo, una carismatica apparizione da far ripiombare chi scrive a quel suo felice sodalizio affettivo e teatrale con Giancarlo Nanni nelle cantine romane degli anni ’70. Quei fatti sono narrati a Cadmo da un messaggero (Simone Ciampi) tornato a Tebe dopo aver assistito a quella tarantiniana scena sanguinolenta. Adesso su quel montarozzo la svanita e delirante Agave appare con il tirso in mano e la testa del figlio attaccata in cima, credendo, nel suo delirio di baccante, d’avere ucciso un leone e d’avere tra le mani la sua testa sanguinante e non quella del figlio. Cadmo intanto, sconvolto da questo truculento spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire la figlia Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. In chiusura riappare Dioniso in tutto il suo splendore, spiega d’avere architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, condanna Cadmo e Agave all’esilio e riabbraccerà lo scheletro della madre Semele. Una messinscena sanguigna questa di Salvo in cui le Baccanti hanno finalmente il ruolo che le compete, lontana da quella sofisticata di Familiari con brani di Ezra Pound e un mix di versi di Rilke e Benn o da quella solipsistica di Ronconi con la monologante Marisa Fabbri, una sorta di discesa agli inferi la sua in quel progetto di Laboratorio Teatrale di Prato nel 1977 e distante pure dall’edizione di Calenda del 2012 a Siracusa dove il ruolo delle Baccanti era giocato dalla Martha Graham Dance Company, pure con funzioni di coro.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 27 settembre 2016

 

 

Estate Catanese 2016 a cura del COMUNE di CATANIA
16 Luglio nella Corte del Castello Ursino di Catania

Lettera alla Madre
di Luigi Pirandello
regìa di Gianni Scuto

scene e costumi di Consuelo Macarrone
luci e service Audio di Marco Favara

con
Cettina Bonaffini, Barbara Cracchiolo, Elmo Ler, Loriana Rosto

produzione Teatro Gamma di Catania

Chiariamo subito che non esiste la novella Lettera alla madre di Pirandello che da il titolo allo spettacolo di Gianni Scuto messo in scena nella bella Corte del Castello Ursino di Catania. Il riferimento alla madre lo si incontra nella seconda parte d’una novella pubblicata nel 1915 intitolata Colloqui coi personaggi, che diede pure allo scrittore girgentino lo spunto per scrivere uno dei suoi lavori più originali i Sei personaggi in cerca d’autore. Più che una lettera, trattasi d’un dialogo di Pirandello con la madre morta, che lui va a trovare nella casa paterna di Kaos, arrivando in treno da Roma dopo un viaggio di due giorni. Qui la madre, quasi in modo surreale, gli appare piccola e seduta in poltrona, pronta a consolare il figlio che piange. Lei è morta e non può più pensarlo e dunque lui non è più vivo per lei. Questo il nodo centrale del ragionamento, anche se Pirandello chiederà alla madre di raccontargli ancora una volta della sua adolescenza, del viaggio verso l’isola di Malta, dove il padre in esilio attendeva la famiglia e altro ancora che non interessa a Gianni Scuto, volto piuttosto in un lavoro certosino di regia a innestare nel suo spettacolo altre schegge e brani di lavori pirandelliani che trattino il rapporto madre-figlio/a. Ed ecco La vita che ti diedi un dramma incentrato sull’amore d’una madre che si nutre solamente del ricordo d’un figlio rimasto lontano da lei per sette anni, giocato qui dai quattro interpreti (Cettina Bonaffini, Barbara Cracchiolo, Elmo Ler, Loriana Rosto) come un coro d’una tragedia greca, diventando più intrigante quando il figlio ritornerà a casa e la madre non lo riconoscerà, perché per lei il ricordo era più vero della realtà. L’altra scheggia sibillina è il Così è (se vi pare) dove una madre non capisce più chi sia la sua vera figlia. Un’attesa vanificata sino alla fine, quando una figura femminile col viso coperto da un velo nero presentandosi come la moglie del signor Ponza, l'unica in grado di mettere in chiaro la verità, affermerà d’essere al contempo sia la figlia della signora Frola che la seconda moglie del signor Ponza, mentre di sé affermerà di non essere nessuna: "io sono colei che mi si crede". Sul tema della maternità ruota L’altro figlio, che vede un’umile popolana, tale Maragrazia, soffrire da matti perché non riceve notizie dei due figli emigrati in America, dove pare abbiano fatto fortuna. Con l’aiuto d’una amica scrive loro una lettera, senza ricevere risposta, in cui per invogliarli a tornare dice d’essere disposta a donare loro il proprio casale. Con lei vive un altro figlio, sinceramente affezionato e buono che vorrebbe prendersi cura di lei, ma la donna non lo considera veramente suo, perché frutto d’uno stupro subito da parte di un brigante che le ha ucciso il marito. Maragrazia si rende conto che proprio questo figlio non voluto meriterebbe quell'affetto che lei riserva invece ai figli lontani diventati dei criminali e ingrati con lei ma sente di non poter cambiare il suo affetto perché “è il sangue che si ribella”. Nel ricordo delle favole ascoltate da bambino Pirandello scrive La favola del figlio cambiato incentrata su una madre cui viene sostituito il figlioletto sano e paffuto con uno malaticcio e deforme. La donna disperata corre dalla fattucchiera del paese Vanna Scoma, per sapere come fare a riprendersi il figlio trafugato. Saprà poi che è stato portato nel palazzo d’un re e potrà essere allevato e cresciuto tra lusso e agi se lei si prenderà cura con affetto del bimbo deforme. Nonostante abbia un trattamento regale però il figlio cambiato si sente infelice e malato nell’anima, decide quindi di tornare in paese e vivere felicemente con la madre. Bella la colonna sonora di Vanghelis.
Gigi Giacobbe

 

 

 

Forte San Salvatore ( Madonnina del porto)
sede del Comando della Marina Militare di Messina
9/10 e 15/16/17 luglio 2016

Shakespeare horror story
di Daniele Gonciaruk

C’erano almeno tre motivi per andare a vedere lo spettacolo Shakespeare Horror Story ideato diretto interpretato da Daniele Gonciaruk. Il primo per omaggiare uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi nel 400° anniversario della sua morte. Chiaramente mi riferisco al grande William. Il secondo per l’accalappiante foto di Davide Scimone ritraente i 35 protagonisti dello spettacolo, dai più giovani ai meno giovani, della Scuola Sociale di Teatro di Messina, diretta dallo stesso Gonciaruk, come dei parenti noir della Famiglia Addams che la sera leggono Arsenico e vecchio merletti di Kesserling, alternandola con Les bonnes di Genet, non facendosi mancare, nei momenti più gai, Il Caro estinto di Achille Campanile. Il terzo motivo è senza dubbio l’affascinante location del Forte San Salvatore del XVI sec. in cui s’è svolto lo spettacolo, cosiddetto dal famoso monastero basiliano di S. Salvatore dei Greci distrutto nello stesso secolo, in cui è situata la colonna votiva con la Madonna della Lettera in cima, patrona della città di Messina, arcinota ormai come la Statua della Libertà di New York che saluta chi giunge e chi va via per mare e sede da parecchio tempo del Comando della Marina Militare della città. Uno spettacolo itinerante per 50/70 spettatori con partenza in pullman dalla Piazza della Stazione e arrivo al Forte dopo severo controllo di alcuni militari della base navale e iniziare poi una sorta di via crucis con 24 fermate o stazioni attraverso stanze, cunicoli, scale, terrazzi, terrapieni, opportunamente illuminati, che vedevano i protagonisti proporre alcune schegge tra le più sanguinolente e crudeli di sei tragedie di Shakespeare (Amleto, Macbeth, Re Lear, Otello, Giulietta e Romeo, Riccardo III) cui se ne aggiungeva una settima, forse la più terrificante di tutte che era il Tito Andronico, cui dava vita lo stesso Gonciaruk. Fumi d’incenso e di ceri accesi avvolgono le streghe del Macbeth pronte a cantilenare i nomi dei personaggi che poi incontreremo, come quelli di Gonerilla e Regana, le cattive sorelle che qui, con un filo d’ironia, strangoleranno il proprio padre Lear che indossa occhiali bianchi e cappellino da baseball. Va sopra le righe Riccardo III che convince Lady Anna ( Enza Ciacchella) ad accettare le sue profferte amorose nonostante le abbia ucciso marito e suocero. Amleto si vendicherà della morte del padre. Otello accecato dalla gelosia farà fuori Desdemona. La sanguinaria Lady Macbeth ha per compagno solo un automa senza volto. Giulietta è cazziata da padre e madre che non accettano un Montecchi in famiglia. Infine Tito Andronico, tragedia d’orrori di tipo senechiano, che piacerebbe tanto proporre al cinema Quentin Tarantino e vero filo conduttore di tutta l’operazione teatrale di Gonciaruk, vedrà triplicati sgozzamenti e uccisioni. Un dramma che vede al centro Tamora ( Sabrina Samperi) regina dei Goti, condotta prigioniera a Roma da Andronico, che per vendicarsi di costui per avergli fatto sacrificare agli dei un figlio, fa violare e mutilare orrendamente col taglio di lingua e mani, la figlia di lui, Lavinia, dai propri due figli superstiti. Costoro uccidono anche altri due figli di Andronico e lo provocano a mutilarsi da solo. Andronico poi fingendosi pazzo invita Tamora, andata sposa intanto all’imperatore Saturnino, ad un banchetto durante il quale le fa mangiare un cibo fatto con i corpi dei suoi figli uccisi e il dramma finisce con carneficina generale in cui muoiono tutti, compreso Tito vestito da cuoco.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 17 luglio 2016

 

 

59° Festival dei due Mondi

al Teatro Caio Melisso di Spoleto (7e 8 luglio)

Lecture on nothing
di John Cage
regia scene e luci di Robert Wilson

con Robert Wilson
testo John Cage
musiche Arno Kraehahn
video Tomek Jeziorski
co-regia Tilman Hecker / Ann-Christin Rommen
uomo con il binocolo Tilman Hecker

commissionato e prodotto da Ruhrtriennale
produzione esecutiva Change Performing Arts

È la terza volta che vedo in scena Bob Wilson tutto da solo nella veste di attore, anche se rispetto all’Hamlet a monologue di Shakespeare al Goldoni di Venezia in una Biennale del 1995 o all’Ultimo nastro di Krapp di Beckett al Caio Melisso di Spoleto nel Festival dei due Mondi del 2009, qui in questa Lecture on nothing (Lezione o conferenza sul nulla) di John Cage sempre al Caio Melisso nell’edizione festivaliera del 2016, c’è la presenza d’un personaggio (Thilman Hecker) che se ne sta in alto alla scena, occupata per intero da cartelloni di varie misure con slogan, scritte e frasi di Cage (quasi un’opera astratta di Rauschenberg), che tutto pulitino nella sua giacchetta nera osserva con un monocolo ciò che accade intorno al palcoscenico, disseminato da carta di giornali spiegazzati simili a delle acuminate pietre e un lettino posto lateralmente sul proscenio. Lui, Wilson, tutto biaccato dalla testa ai piedi, se ne sta seduto immobile, statuario dietro un tavolo, sopra il quale s’accendono delle semplici lampadine, muovendo solo il braccio per afferrare con una mano mezzo bicchiere di latte che non berrà, mentre per una decina di minuti sì è avvolti da stridenti brani di John Cage fatti di rumori irritanti, assordanti e ossessivi. Una volta cessati, inforca un paio di occhiali e sfoglia ciò che sembra un volumone, in realtà solo una grossa risma di carta, i cui fogli vengono tracciati con le dita della mano. « Io sono qui e non c’è niente da dire » rompe il silenzio con la sua profonda voce, iniziando una vera lettura di quelle che sono le visioni e i pensieri di Cage, allievo di Schöenberg all’Università di Los Angeles, pioniere della sperimentazione musicale e sonora, legittimo erede del futurista Russolo e di Edgar Varese, musicista quest’ultimo che più di ogni altro ha esplorato il “rumore” e il “suono” sganciato da schemi compositivi del passato, al punto che Cage dirà: « Ora i nostri occhi e le orecchie sono pronti a vedere e sentire ». Il testo di Cage è affascinante, divertente a volte come alcune pièces di Beckett, spesso volutamente irritante e profondamente stimolante e Wilson lo rende eccezionalmente interessante, quasi come un testo del Teatro dell’assurdo in cui si esalta il niente il nulla. Concetti evidenziati in quel raccontino in cui tre individui esprimono tre differenti pareri su cosa stia facendo una donna sulla porta di casa sua, avendo come risposta che lei è lì e basta. Poi seguendo le indicazioni di Cage, che se qualcuno è assonnato può tranquillamente andare a dormire, Wilson s’è alzato dalla sua postazione ed è andato a coricarsi in quel lettino tirandosi su la copertina chiudendo gli occhi, mentre su un piccolo schermo, in alto alla scena, appariva una foto del poeta e drammaturgo sovietico Vladimir Majakovskij. Poi nel tornare alla sua postazione ammicca al pubblico, facendo l’occhiolino, e quelle facce perplesse di prima diventano sorridenti, incapaci tuttavia di sottrarsi alla sua coerente interpretazione. Poi continua a leggere imperterrito, compiendo qualche pausa fatta di sguardi e micro-movimenti. Restano impresse frasi del tipo «Lentamente, come il discorso va avanti, noi non stiamo andando da nessuna parte ed è un piacere». Oppure «Tutto quello che so sul metodo è che quando non sto lavorando io a volte penso di sapere qualcosa, ma quando sto lavorando, è del tutto evidente che non so nulla ». Il senso profondo di questa Lecture on nothing forse è che riducendo il tutto al nulla, si inizia a capire che l'arte è l'esperienza del momento e che tutto ciò che conta è di goderla nel momento in cui si viene a contatto. Spettacolo breve, poco più di un’ora, salutato alla fine da applausi calorosi che hanno avvolto Bob Wilson per alcuni minuti, confermandosi geniale regista e coraggioso attore in grado di esaltare ancora di più la sua indiscussa competenza artistica.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 10 luglio 2016

 

 

 

Napoli Teatro Festival 2016

al Teatro Bellini di Napoli (1 - 2 luglio 2016)

La grenouille avait raison
di James Thierrèe

Erano tanti i bimbi accompagnati dalle mamme per assistere allo spettacolo di James Thierrée La grenuille avait raison ( La rana aveva ragione) al Teatro Bellini per l’edizione 2016 del Napoli Teatro Festival. Attratti forse dal titolo e da chissà quale storia fantastica li avrebbe coinvolti facendoli sorridere, schiamazzare e applaudire, in realtà facendoli poi soltanto piangere a più riprese. Lo spettacolo infatti scorreva come un puzzle noir, in stile dada, di cui non si capiva dove volesse andare a parare, sembrando le varie gag slegate tra loro senza che ci fosse un fil rouge a collegare l’intero plot. Lo stesso Thierrée che capitanava il gruppetto dei protagonisti sembrava una sorta di Doctor Who ( quello della serie televisiva britannica di fantascienza prodotta dalla BBC a partire dal 1963) che ha per protagonista un Signore del Tempo, cioè un alieno viaggiatore del tempo. La scena con le quinte tutte di plastica traslucida ad opera di Thierrée, che firma pure musiche e regia, sembra un laboratorio d’uno scienziato folle attraversato da una selva di fili che scendono giù dalla graticcia tenendo appesi delle lampade quadrangolari somiglianti a degli aquiloni, che talvolta s’illuminano d’un rosso rubino sembrando i petali d’un fiore il cui elemento centrale, più capiente, nasconde il corpo della danzatrice Thi Mai Nguyen. Seguono delle gag demenziali con Samuel Dutertre, dei numeri circensi con la contorsionista ed equilibrista Valerie Doucet, e si fa notare la cantante Mariama con una lucetta in testa e l’attore Yann Nedelec avvolto in un tabarro. L’impressione che si ha è quella di vedere in scena dei clochard alle prese con una scala a chiocciola, un pianoforte e una vasca piena d’acqua dentro la quale passerà alcuni minuti in apnea la brava Doucet. Della rana nessuna notizia. Sarà per la prossima volta.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 7 luglio 2016

 

 

Napoli Teatro Festival 2016

alla Galleria Toledo di Napoli (28 - 29 giugno 2016)

Peccato che fosse una puttana
di John Ford
regia di Laura Angiulli

Piacerebbe molto a Quentin Tarantino il dramma di epoca elisabettiana Peccato che fosse una puttana (1633) di John Ford, messo in scena adesso da Laura Angiulli nella Galleria Toledo di Napoli nella traduzione di Nadia Fusini. Non tanto per le sue tinte fosche ruotanti attorno all’amore incestuoso di Giovanni e Isabella ( Gianluca D’Agostino e Cloris Brosca) quanto per il suo finale sanguinolento durante il quale il fratello sgozza la sorella in cinta di lui, finendo pure accoltellati Soranzo ( Giovanni Di Colandrea), marito non amato da Isabella, il suo servo Vasques ( Michele Danubio) e per ultimo messere Florio ( Stefano Jotti), padre dei due giovani amanti, che si suiciderà. Certamente negli anni precedenti al lavoro di Ford pure Shakespeare aveva fatto scorrere molto sangue in alcuni suoi drammi ( Amleto, Macbeth, Riccardo III etc.), ma mai l'incesto e il delitto si erano così tragicamente incontrati. Lo stesso titolo, invero molto esplicito e dal sapore contemporaneo, messo in bocca al cardinale (Gennaro Maresca) in chiusura dello spettacolo, risuona come un finale moraleggiante: una donna giovane, bella, corteggiata e ricca di doni della natura, non può che essere una puttana. Ed è forse per questa ragione che il lavoro di Ford è stato sempre mal compreso e trascurato dalla maggior parte dei critici, a parte pochi romantici come Charles Lamb o Swinburne, e alcuni letterati francesi di fine Ottocento, facendo le spese di quel miope moralismo razionalista con cui la si è sempre accostata. Insomma questo dramma va goduto interamente nella sua rilevanza estetica, e non rapportato a modelli di comportamento che appartengono al sociale. Cosa che hanno ben compreso, dagli anni ’60 in avanti, i nostri Visconti e Ronconi e lo stesso Patroni Griffi che ne realizzò un film titolato Addio, fratello crudele. Laura Angiulli regista, cui si deve pure l’elaborazione drammaturgica, ha ambientato l’opera in quel ‘600 di Ford, facendo vestire ai tredici interpreti ( un miracolo di questi tempi vederne tanti lavorare in un lavoro teatrale) i costumi barocchi dell’epoca, utilizzando una scena povera (quella di Rosario Squillace) con sole due colonne e dei sedili tutt’intorno al palcoscenico nudo, quasi in stile commedia dell’arte, rischiarato dalle belle luci di Cesare Accetta, per cui alcuni personaggi sembravano uscir fuori da alcuni dipinti di Caravaggio o di Fragonard. Un lavoro corale in cui Cloris Brosca esaltava il suo ruolo di donna passionale che amava-riamata suo fratello Giovanni, sostenuta dalla nutrice di Alessandra D’Elia secondo la quale un fratello è un uomo-maschio e se una ragazza si sente il diavolo in corpo, prenda il primo che capita, padre o fratello che sia. Agostino Chiummariello era un padre Bonaventura comprensivo; Antonio Speranza un rigoroso spasimante che elimina l’innocente Bergetto di Vittorio Passero senza che il suo servo Poggio (Luciano Dell’Aglio) possa fare niente; Federica Aiello un’Ippolita, amante di Soranzo, che muore avvelenata.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 7 luglio 2016

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival 2016

al Teatro Sannazzaro di Napoli (30 giugno - 2 luglio 2016)

Il funambolo
di Jean Genet
regia di Daniele Salvo

Sembra d’entrare in un bar e poi incredibilmente andando più avanti ti trovi nel Teatro Sannazzaro al n.157 di Via Chiaia a Napoli dove si rappresenta Il funambolo di Jean Genet con la regia di Daniele Salvo, che in questa occasione non s’è fatto mancare nulla, toccando tutti i generi dello spettacolo perseguendo un tipo di teatro totale teorizzato da Gropius e perseguito da Piscator. L’interno della sala, nella scena di Fabiana Di Marco, è ridotto a poche poltrone e il suo posto è stato occupato da una tonda pedana roteante di tipo circense, chiusa ai due lati da due scivoli che partono dal proscenio e giungono sino a metà di quella piattaforma, mentre il fondo del palcoscenico è occupato da uno schermo bianco, utile a proiettarvi immagini di repertorio da cinemateca (quelle curate da Paride Donatelli), riproducenti numeri di clown e acrobazie varie, domatori di leoni, belve ammansite, suonatori di violino, insomma quello che è il mondo del circo nell’immaginario collettivo. Un modo pure per far ri-vivere per un momento ciò che è capitato al 46enne Jean Genet quando incontra il 18enne Abdallah Bentaga, un giovane funambolo figlio di padre algerino e di madre tedesca, diventato suo amante lasciando in lui un segno indelebile e al quale Genet dedicherà Le funambule, un piccolo poema in prosa pubblicato poi nel 1958 dalla casa editrice L’Arbalète. Si respira un’aria parigina da Saint-Germain-des-Prés in questa bella messinscena di Salvo, complici le canzoni di Piaf, Brel, Greco, Aznavour e le musiche originali di Marco Podda, attraverso le quali i due danzatori Yari Molinari e Giovanni Scura, su coreografie di Ricky Bonavita, diffondono sensualità ed erotismo nei loro impeccabili gesti e movimenti ed è bravissima Melania Giglio nei panni d’un nero Pierrot ( i costumi sono di Daniele Gelsi) dalla voce chiara dai timbri brechtiani. Andrea Giordana da canto imbacuccato con sciarpa e cappotto, veste il ruolo di Genet, più un padre, uno sparring partner, che un amante del giovane Abdallah, cui da vita con partecipata sofferenza e adesione Giuseppe Zeno che ad un tratto indosserà i panni rossi che s’addicono ad un “cadavere che danza sul filo”, mentre Ivan, un vero funambolo, si esibirà sul palcoscenico avvolto da una cortina di nuvole, frutto delle belle luci di Beppe Filipponio. In questo spettacolo affascinante Genet/Giordana descrive l’arte del funambolo che esige un tipo di vita austera quasi ascetica, sempre e comunque solitaria, identificando la figura dello scrittore con quella del funambolo. Certamente una metafora che prendendo spunto dall’arte circense, Genet ci mostra la propria condizione di solitudine, vissuta sulla sua pelle di ladro, criminale, omosessuale: una maledizione quasi molto prossima al deserto e alla morte. Immagine quest’ultima, che accanto alla solitudine, rappresenta una costante dei lavori di Genet. Una morte non come conseguenza di un omicidio o come condanna d’un crimine commesso, come premio, come strada per la santità, ma un modo per cui l’acrobata deve sentirsi morto prima: “solo così la sua esibizione potrà essere perfetta: non più legato alla terra, potrà danzare senza pericolo”. Le parole che Genet rivolge al funambolo sono parole che egli dice a se stesso e quella morte che anticipa l’esibizione del funambolo è anche la morte di Genet. “ E’ da quella morte che nasce la vita, una vita che continua perché risolta in immagine poetica”. Si sa che Abdallah cadde dal filo una prima volta nel 1959, poi vi risalì ricadendo ancora una volta ponendo fine alla sua carriera e lasciò definitivamente questa terra cinque anni dopo inghiottendo un barbiturico e tagliandosi le vene.
Gigi Giacobbe



Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 7 luglio 2016

 

 

 

Napoli Teatro Festival 2016

al Teatro Politeama di Napoli (29-30 giugno2016)

Les aiguilles et l’opium
di Robert Lepage

Ormai Robert Lepage sta diventando per il Napoli Teatro Festival quello che Bob Wilson è diventato per il Festival dei due Mondi di Spoleto. Una presenza fissa di sicuro richiamo e di successo come sono stati i suoi precedenti spettacoli Lipsynch e Le Dragon blu. Per questa edizione del 2016, Le Page ha portato al Teatro Politeama di Napoli Les aiguilles et l’opium ovvero Gli aghi (quelli delle siringhe d’eroina) e l’oppio, uno spettacolo del 1991, ri-proposto negli anni successivi un po’ in tutta l’Italia, tanto che io lo vidi nella Sala Laudamo di Messina nel gennaio del 1998. Se la memoria non m’inganna adesso ho trovato lo spettacolo completamente cambiato, certamente più attraente e più geniale soprattutto per il modo come Lepage lo ha messo in scena. Inventandosi una scatola quadrata del tempo, un grande cubo con tre facce che si muove roteando in mezzo al palcoscenico, che evidenzia spesso la camera n.9 dell’Hotel de La Lousiana di Parigi, dove un canadese di nome Robert (forse lo stesso Lepage) andandovi per lavoro, abita quella stessa stanza cercando di dimenticare un antico amore. L’attore che l’interpreta, Marc Labrèche molto a suo agio nei panni di Robert e di Cocteau, ri-vive come in un sogno o in un delirio le vite di alcuni personaggi famosi che sono transitati per quella stanza, come Simone de Beauvoir e Sartre alle prese con la sua Nausea, una giovane Juliette Greco sempre in nero, per omaggiare i suoi amici esistenzialisti, che vi passò una notte d’amore col trombettista Miles Davis che si faceva d’eroina e c’era pure Jean Cocteau che s’imbottiva di oppio. L’interno di quel cubo diventa pure uno schermo per proiettarvi perfettamente cieli stellati e immagini di New York, la città in cui Cocteau aveva presentato nel 1949 il suo ultimo film L’aquila a due teste, dandogli l’opportunità sull’aereo che lo stava riportando in Francia, di scrivere una Lettera agli americani, in cui il geniale artista fa il blow up su una nazione destinata a guidare il mondo, esprimendosi nel modo che segue: «Non sarete salvati né dalle armi né dalla fortuna. Sarete salvati dalla minoranza di coloro che pensano». Rotea quel cubo e con lui rotea Wellesley Robertson III che attraverso alcuni pezzi jazz di Davis ci fa rivivere la caduta all’inferno per les aiguilles e il suo ritorno a Parigi dopo diversi anni per comporre e incidere la colonna sonora del film Ascensore per il patibolo di Luis Malle, che resterà un capolavoro della musica.. Non incontrerà mai più Juliette Greco. Spettacolo affascinante da non perdere.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 7 luglio 2016


 

 

 

52° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa
dal 23 al 26 giugno 2016

Fedra
di Seneca
traduzione Maurizio Bettini
regia Carlo Cerciello

costumi Alessandro Ciammarughi
musiche Paolo Coletta
coreografia Dario La Ferla
progetto audio Vincenzo Quadarella
progetto luci Elvio Amaniera

con
Imma Villa, Fausto Russo Alesi, Bruna Rossi,
Fausto Russo Alesi, Sergio Mancinelli, Elena Polic Greco

È un amore impossibile quello della matrigna Fedra verso il figliastro Ippolito. Un amore malato, pure, perché è solo lei ad amare lui a sua insaputa. E quando Fedra gli manifesta che non potrà vivere senza di lui, Ippolito fuggirà nei boschi. Eppure sta santa donna doveva sapere che il giovane era il figlio dell’amazzone Antiope (o Ippolita), prima moglie di Teseo e che il figliastro tanto bramato si teneva lontano dai piaceri di Venere manifestando una buona dose di misoginia. Certamente incesto è quello tra Edipo e Giocasta: figlio e madre ignari del loro status e poi sposi generatori di quattro figli : Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Ma qui in questa Fedra di Seneca - argomento già trattato in un’opera perduta di Euripide - tradotta da Maurizio Bettini, messa in scena da Carlo Cerciello al Teatro Greco di Siracusa e interpretata da Imma Villa, possiamo dire che la possibile unione tra Fedra e Ippolito sarebbe passata alla storia come una relazione incestuosa? In concreto Fedra e Ippolito sono due estranei, non c’è rapporto di sangue. Il rapporto di sangue è solo col padre Teseo. Punto. E allora dov’è lo scandalo? La spiegazione ce la offre la nutrice della brava Bruna Rossi, quasi una madre badessa agghindata con un abito dorato e viola, velo nero attorno alla testa e benda bianca sulla fronte ( gli eleganti costumi erano di Alessandro Ciammarughi), che dice a Fedra: « Vuoi dunque mescolare il letto del padre con quello del figlio? Concepire nel tuo grembo una prole empia, ibrida, confusa? Ma si, continua, sconvolgi la natura con la tua nefanda passione - dove sono finiti i mostri? ». Facendo intendere chiaramente che l’unione del seme del padre con quello del figlio, complice il grembo di Fedra, potrebbe fare nascere dei figli mostruosi. Un ragionamento arcaico alla luce degli studi contemporanei sulla biologia genetica, perché la procreazione avviene ad opera d’un solo spermatozoo che va a fecondare una sola ovocellula. Una volta avvenuta questa unione gli spermatozoi di qualunque altro individuo faranno retromarcia. Sia come sia la fuga ad Ippolito costerà cara perché la nutrice per difendere la sua regina lo calunnierà gridando ai quattro venti che Fedra è stata stuprata proprio da lui. E questo accade nel momento in cui giunge nella reggia il re Teseo - qui sintetizzata nella scena di Roberto Crea, in un selva di alberi tutti della stessa altezza con pedana-scivolo centrale nero - una specie di Indiana Jones ante litteram cui gli è piaciuto affrontare in passato minotauri e centauri, e adesso si presenta tutto argentato e col viso fuligginoso per aver trascorso 4 anni agli inferi, cercando in una mission impossible di riportare all’amico Piritoo la bella Proserpina, sposata per giunta con Ade, e infine miracolosamente salvato dall’amico Eracle, affaccendato a rapire l’infernale Cerbero. E’ la stessa Fedra, mostrando la spada di Ippolito, a dire a Teseo d’aver subito violenza dal figliastro. Una falsa verità che scatenerà l’ira di Teseo che invocando il padre Nettuno farà sorgere dal mare un mostro dalle sembianze d’un toro che farà a pezzetti il povero Ippolito. L’episodio che ha l’aura d’uno tsunami, è narrato in bello stile dal messaggero di Sergio Mancinelli, tutto macchiato di rosso-sangue. E la tragedia si conclude con la confessione di Fedra che si suiciderà con quella stessa spada che tiene in mano Teseo. Personaggio costui bene interpretato da Fausto Russo Alesi, che lo colora con una varietà di sfumature, non così visibili quando invece veste i panni di Ippolito che appare incolore e senza mordente. Certamente Imma Villa nei panni di Fedra non vedeva l’ora all’inizio di togliersi da dosso un abito estremamente lungo e pesante dai colori rosso-oro e vestire poi abiti più leggeri ed esprimere con le sue connaturate doti il dramma d’una donna che ama follemente qualcosa di cui non potrà godere. Il coro femminile era bene intonato, merito pure le musiche atonali di Paolo Coletta, e vestiva stranamente dei kimono bianchi con fasce dorate e si muoveva con una gestualità stilizzata di tipo orientale, mentre il coro maschile appariva come una tribù di guerrieri forniti di lance e guarnizioni varie e simil-tatuaggi sui corpi nudi. Infine ultimo-non-ultimo un plauso a Carlo Cerciello per la sua regia asciutta e concreta, senza sbavature, e peccato solo che un lavoro così ben realizzato sia stato proposto dal commissario dell’Inda solo per quattro giorni.
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 30 giugno 2016

 

 

Sala Laudamo di Messina 19 e 20 giugno 2016

CAINO. Homo Necans
regia e drammaturgia di Auretta Sterrantino

QUASIANONIMAProduzioni

Gli spettacoli di Auretta Sterrantino sembrano dei rituali. E questo Caino. Homo Necans, alla Sala Laudamo di Messina, come dire uomo uccidente con l’utilizzo del participio presente del verbo necare=uccidere, non è da meno. Addirittura questa volta la Sterrantino, con un passato teatrale presso l’Inda di Siracusa, è andata alle origini bibliche del genere umano. A quella coppia di fratelli generati da Adamo ed Eva che tutte le versioni delle sacre scritture descrivono Caino come agricoltore, Abele come pastore. Il primo passa per peccatore, traditore e assassino del fratello, il secondo come osservante delle regole umane e divine, la prima vittima ad essere uccisa. Sebbene la Bibbia designi l'invidia come causa del crimine commesso da Caino, il punto di vista di molti altri testi non-biblici è differente. Il Midrash per esempio (uno dei metodi ebraici di interpretazione e commento dei testi sacri ebraici) afferma che alla base dell’omicidio ci fosse una donna bellissima, di nome Aclima, che sia Caino che Abele avrebbero voluto sposare. Il padre Adamo interessa lo stesso Dio, che sia lui a decidere a chi dei due deve andare sposa la donna. Addirittura Caino vuole dedicargli un sacrificio che Dio rifiuta quale segno di disapprovazione e allora Caino in un raptus di gelosia uccide Abele. Secondo un testo apocrifo Caino elimina Abele come risultato di un accordo con Satana ricevendo in compenso le greggi del fratello. Questa è la medesima versione dei mormoni secondo i quali le pecore sarebbero il motivo dell’assassinio di Caino. Nello spettacolo della Sterrantino cui si deve regia e drammaturgia, pare non interessino queste antiche versioni e interpretazioni, piuttosto le interessa lo studio per una messinscena che veda Caino e Abele “come due facce di una stessa medaglia, un'unica entità spaccata da una dicotomia massacrante: l'istinto del più forte, il tentativo di resistere del più debole”. In concreto, un unico essere, un “doppio” che contenga in sé i cromosomi danzanti del bello e del brutto, dell’istinto e della ragione, della ferocia e della saggezza, che il tutto insomma sia il contrario di tutto, come del resto è l’uomo nella storia dei secoli e seculorum. «Il rapporto tra i due fratelli - sottolinea la Sterrantino- viene affrontato sia dal punto di vista fisico che dialettico, seguendo il solco segnato dalla drammaturgia di Koffka, senza ignorare il sapore irriverente della visione di Saramago o il lavoro di stampo prettamente poetico di Mariangela Gualtieri». Sulla scena di Giulia Drogo composta da un paio di inginocchiatoi con due gradini ciascuna e in mezzo una sfilza di soli forconi (senza bastoni) che pendono giù legati da catenelle, come una sorta di arcano lampadario, e un paio di sgabelli lignei su cui siedono in posizione yoga il Caino di Oreste De Pasquale con il volto da maori e l’Abele del biondo Livio Bisignano, si consuma un sacrificio che dura 75 minuti, tra buie luci, rituali vari accompagnati dalle musiche seriali di Vincenzo Quadarella. La voce dei due giovani protagonisti, agghindati di nero, alle prime è da tragedia greca, per assottigliarsi più avanti sotto forma dialogica a guisa che Caino sembra Abele e viceversa, al punto che alla fine Caino stringendo a sé Abele con una pietra in mano esclamerà “ti chiedevo la vita, tu mi hai dato la morte”. Caino. Homo Necans è il primo capitolo d’uno studio che sfocerà in una trilogia dei Traditori o dei portatori di colpa, incentrata su Caino, appunto, Giuda e infine Gesù.


Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 22 giugno 2016

 

 

 

Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari XVII Edizione
dal 29 maggio al 5 giugno 2016

Nuovi Linguaggi della Scena Contemporanea

I manifesti del Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari sono sempre singolari ed emblematici, come in questa XVII edizione, diretta con comprovata perizia e saggezza da Settimio Pisano, Dario De Luca, Saverio La Ruina. L’opera in questione è di Miles Aldridge e riproduce la foto d’una donna “formosa”, intorno alla trentina, seduta a gambotte larghe su un divano di pelle color arancio in accordo, come in un dipinto di Edward Hopper, con la parete verde, il pavimento azzurro e l’abito blu finemente ricamato che inguaina la donna. Sembra dall’espressione del suo rubicondo viso dalle sopracciglia nere e labbra pittate di rosso, accarezzato da ondulati capelli platinati che finiscono con due boccoli tra collo e decolleté, che i suoi occhi guardino qualcosa, forse lo schermo d’una tv accesa o meglio, come si spera, uno spettacolo teatrale tra i quindici proposti qui al Capannone Autostazione o nel Teatro Sybaris dalle confortevoli poltroncine rosa shocking.

Il Festival ha preso il via con Giovanna D’Arco. La rivolta di Carolyn Cage messa in scena da Luchino Giordana e Ester Tatangelo e interpretata con molta passione da Valentina Valsania per conto del gruppo Hermit Crab. La quale agghindata di nero come una parà, scalpitante su uno spazio illuminato da una sfilza di tubi di neon che scendevano tutt’intorno dalla graticcia ( scena di Francesco Ghisu, costumi di Ilaria Capanna), ha precisato all’inizio che lei non era la Pulzella d’Orléans come da tradizione ma Jeanne Romée, dal cognome della madre Isabelle Romée e non quello del padre che tuttavia si chiamava Jacques d’Arc. Comunque sia la pièce ripercorre le tappe più salienti della giovane eroina che guidò vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi durante la Guerra dei Cent’anni e che una volta catturata dai Borgognoni fu venduta agli inglesi che la sottoposero ad un processo per eresia conclusosi il 30 maggio del 1431 con la condanna al rogo e arsa viva a soli 19 anni.

Non s’è capito bene, fra questi chi scrive, dove volessero andare a parare Gli uccelli migratori di Francesco Lagi, sua pure la regia, che vedeva sulla scena disseminata da lunghe strisce di juta, ad opera di Salvo Ingala, quattro protagonisti: un fratello e una sorella in uno stato avanzato di gravidanza (Mariano Pirrello e Anna Bellato) che ricevono nella loro casa di campagna l’in-aspettata visita d’un tale (Francesco Colella) che afferma d’essere colui che ha messo in cinta la donna, con evidenti dinieghi di quest’ultima e giunge pure ad un tratto un altro personaggio, in sintonia col linguaggio degli uccelli, che assieme alla donna cerca invano un esemplare che sfugge alla loro cattura. I due in-attesi intrusi andranno via e i due fratelli resteranno a parlare attorno ad un tavolo. Amen.

Sarebbe piaciuto molto a Georges Perec, a tutti i componenti dell’OuLiPo ed è piaciuto pure a me Drammatica elementare dei fratelli Marta e Diego Dalla Via, autori interpreti e registi d’uno spettacolo che pone al centro la parola o meglio le parole dell’alfabeto dalla A alla Z. Se Perec era un maestro di lipogrammi ( l’esempio più noto è il suo romanzo La dispariotion - La scomparsa - senza la vocale “e”) di parole crociate e di palindromi (parole e frasi che possono leggersi da sinistra a destra e viceversa come “acetoteca” o “anilina” etc…), i fratelli Dalla Via eccellono nei tautogrammi e acrostici. Ovvero riescono ad imbastire concetti, pensieri, comizi, giornali radio etc.. utilizzando parole che iniziano con la “i” o la “a”, la “c” (…chiese con case chiuse… cristo compare con cinque caduti…cari compagni chiediamoci ciò che ci crocifigge…) ma anche la “m” (… meglio mangiare macrobiotico…) o la “n” etc…oppure parlare con parole che iniziano con tutte le lettere dell’alfabeto partendo dalla “a” e finire con la “z”. Uno spettacolo intelligente, certamente faticosissimo nella preparazione ma che una volta capito l’ingranaggio può odorare un po’ di fior di loto, ma non più di tanto.

Succede spesso in Italia, ma ormai un po’ dappertutto che alcuni classici subiscano adattamenti, rifacimenti o delle sottrazioni, come qui a Castrovillari ha fatto la Compagnia Òyes, per cui Lo zio Vania di Cechov nell’idea registica di Stefano Cordella si chiami soltanto Vania e che a rappresentarlo siano soltanto quattro personaggi, in grado pure di elaborare una drammaturgia collettiva. La scena minimale di Stefania Corretti e Maria Barbara De Marco (loro pure i costumi) è sintetizzata da tre bianche sedie, due piantane che irradiano una fioca luce e una rettangolare cornice che funge da uscio d’entrata in casa del professore Serebrjakov, mai scena, (vedovo della sorella di Vania), di cui si odono solo affannosi respiri da un respiratore artificiale e dove la vita di coloro che ci abitano si consuma tra grigia rassegnazione e desideri inappagati. L’esuberante Sonja ( nipote di Vania) di Francesca Gemma, che ama-non-amata il medico Astrov di Umberto Terruso, cerca di cambiare vita andando a fare la cameriera in un’altra città ma dopo un po’ ritorna all’ovile. La civettuola giovane Elena di Vanessa Korn, seconda moglie del professore, è un vulcano apparentemente spento, in grado ad un tratto di esibirsi in una danza erotica e risvegliare in Vania e Astrov nuove smanie, rimpianti e pure amarezze e c’è il Vania di Fabio Zulli che cambia continuamente d’umore passando da atteggiamenti irascibili a quelli più pacati, segni d’una saggezza acquisita nel gestire le proprietà dell’ingrato cognato che non stima per niente.

Contrariamente al titolo Ma perché non dici mai niente? Monologo di Lucia Calamaro, Elisa Poli in stile vintage anni ‘40/’50 del secolo scorso, pelliccetta di volpe su giacca marrone, stesso colore delle scarpe chiuse, camicetta senape, gonna beige plissettata in sintonia con i capelli stirati tenuti raccolti sulla nuca (i costumi sono di Sofia Vannini) parla di continuo senza fermarsi per 70 minuti, con voce talvolta che s’attenua senza che le parole giungano chiare, del suo Henry, il marito partito forse per la guerra, forse per altri motivi non escluso perché non ne poteva più di questa donna ciarliera. Lei si chiama Mary. Adesso è sola e en attendant Gogot, prima su una sedia bianca (il solo elemento in scena) poi in piedi, quasi per tutta la durata nella medesima postura, racconta solipsisticamente al pubblico i giorni felici trascorsi assieme al suo Henry. Sono ricordi, a volte confusi di quando lui al mare sotto l’ombrellone faceva le parole crociate… delle lettere e telegrammi mai arrivati… dei film visti al cinema quando erano fidanzati… ricordi rivolti in seconda persona a un lui forse nascosto nel cinema sotto casa o chissà dove in quale posto, tanto da farla esclamare che “ i ricordi sono belli, ma impegnativi”. Infine sedendosi nuovamente su quella sedia si spoglierà restando in sottana, tutta bagnata di sudore, scomparendo poi dietro le quinte.

Di ben altra struttura la pièce Little Europa del gruppo barese Vico Quarto Mazzini da un’idea di Gabriele Paolocà pure nei panni del titolo e regista assieme a Michele Altamura che a sua volta interpreta il padre d’un figlio ammalato d’una strana malattia della pelle che lo rende simile ad un mostro, senza che la madre d’origine scandinava Gemma Carbone) riesca mettervi riparo, pace e tranquillità. Il testo è tratto da Il piccolo Eyolf di Henrick Ibsen ruotante attorno ad una coppia in continua lite per aver generato un figlio storpio al punto di non accorgersi che sta annegando in mare. Lo sventurato personaggio, per il quale risultano chiari i riferimenti attuali alla nostra piccola Europa, non potrà essere salvato neppure da una tata, in stile Mary Poppins quella di Maria Teresa Tanzarella, perché quel mostro farà saltare il banco mettendo a soqquadro l’appartamento in cui vive in coincidenza d’uno scoppio (nucleare?) oltremodo asfissiante e dannoso. Una voce fuori campo, fastidiosa e didascalica, conferisce allo spettacolo un tono di leggerezza, nell’intento evidente di rendere più digeribili i guasti esistenti all’interno dell’unione europea. Lo spettacolo si conclude con aure da day after, con due personaggi che entrano nell’appartamento, forse la coppia di prima, vestiti con tuta, bombole di ossigeno e maschera antigas, vogliosi solo di riprendere a vivere ed amarsi.

Non abbiamo visto tutti gli spettacoli in programma, fra i quali certamente meritava una nota Il Vangelo secondo Antonio scritto-diretto-interpretato da Dario De Luca e Geppetto e Geppetto scritto-diretto-interpretato da Tindaro Granata, ma abbiamo partecipato alla presentazione del libro di Dario Tomasello La drammaturgia italiana contemporanea che per lo studioso e docente messinese inizia nel 1921 con la rappresentazione dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello e abbiamo assistito nottetempo al Castello Aragonese alla performance del quartetto vocalist Glorius di Messina capitanato da Cecilia Foti, Carr Agnese, Federica D’Andrea e MariaChiara MilliMiles.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 7 giugno 2016

 

 

 

 

52° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa
dal 14 maggio al 19 giugno 2016

Alcesti
di Euripide
traduzione Maria Pia Pattoni
regia di Cesare Lievi

scene e costumi Luigi Perego
musiche Marcello Panni
direzione coro e strumenti musicali Salvatore Sampieri
progetto audio Vincenzo Quadarella
progetto luci Elvio Amaniera

con (in ordine di apparizione)
Massimo Nicolini, Pietro Mantandon, Sergio Mancinelli, Ludovica Modugno, Galatea Razzi,
Stefano Santospago, Paolo Graziosi, Danilo Nigrelli, Sergio Basile, Mauro Marino

L’equivoco che l’Alcesti non sia una tragedia tout court nasce dal fatto che al suo esordio (438 a.C.) andò in scena al quarto posto d’una tetralogia che comprendeva tre drammi satireschi. Certo il carattere dell’opera è poco tragico, come lo evidenziano alcune scene, al punto d’essere considerata una tragedia semicomica, una tragedia con elementi satireschi. Ma sono in tanti che considerano Alcesti una vera tragedia, anche se a lieto fine, per il modo come la protagonista offre la sua vita a Thanatos al posto di quella del marito Admeto, splendendo la sua figura d’una luce eroica rispetto all’egoismo e alla mediocrità degli altri personaggi. La regia intelligente e accurata di Cesare Lievi si snoda nel modo di non scontentare detrattori ed estimatori dell’opera. Facendola iniziare con un funerale, simile a quello che poteva scorgersi nel film Divorzio all’italiana di Pietro Germi, con tanto di banda musicale, feretro sulle spalle, prelati e chierici dietro e poi una lunga processione nera di uomini con coppole e donne con scialli in testa. Un modo anche per dire che quello è il funerale di Alcesti in terra di Sicilia, con le musiche di Marcello Panni, e che ciò che poi si vedrà sulla scena è il plot di Euripide nella contemporanea traduzione di Maria Pia Pattoni, raccontato come in flash back. Plot che si svolge sulla scena di Luigi Perego (suoi pure i costumi) che ha sintetizzato la reggia del re Admeto come lo scheletro d’un palazzo laccato di rosso, col piano superiore in vista diviso in più scomparti o siparietti chiusi da tendaggi neri e con tre larghi scivoli/pedane che declinano verso l’orchestra occupata tutt’intorno da un fiorire di migliaia di papaveri rossi, quasi in stile pop. Qui Thanatos, dio della Morte, quasi un Nosferatu quello di Pietro Montandon di nero vestito e dal volto imbiancato, s’incontra con il dio Apollo, tutto dorato e con arco e faretra quello di Massimo Nicolini. Il quale chiarisce a se stesso e al pubblico che a causa d’una lite con suo padre Zeus, sia stato punito a servire il mortale Admeto (un misurato Danilo Nigrelli in grigio, chioma folta che per via del lutto sparirà) con il quale ha stabilito un bel rapporto al punto da sottrarlo alla morte ingannando le Moire, terribili dee mortifere che accettarono che l'amico potesse sfuggire alla morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Anche se amici e parenti non fanno il gesto dell’ombrello, si capisce che nessuno è disposto a sacrificare la propria vita per Admeto, neppure suo padre Ferete, tutto in rosso quello di Paolo Graziosi, dalla voce chiara e convincente che nel suo pistolotto (applaudito) argomenta che la vita è un bene assoluto non barattabile né cedibile con niente, cazziando il figlio piuttosto a farsi una severa autocritica. Solo la moglie Alcesti, agghindata di bianco-giglio quella di Galatea Ranzi, accetterà di morire al posto del marito, facendosi promettere che non prenderà un’altra moglie e che si curerà dei figli. Intanto il coro, in grigio militare con bretella attorno al torso nudo, capitanato dai due autorevoli corifei Sergio Basile e Mauro Marino, fa una bella figura non solo vocalmente ma anche inscenando compatte coreografie di stampo militaresco, e si noterà, scendendo dalla pedana centrale, la figura in rosso dell’ancella Ludovica Modugno che annuncia con commozione che la sua padrona è pronta a morire. Eccola ancora Alcesti in una scena strappalacrime, tipo I figli di nessuno con la coppia Nazzari/Sanson, pronunciare le sue ultime parole, salutare la luce del sole, compiangere se stessa, accusare i suoceri, che egoisticamente non hanno voluto sacrificarsi, consolare il marito e infine morire. Con l’arrivo di Eracle con clava in mano ( un po’ falstaffiano invero quello di Stefano Santospago) la tragedia rallenta. E rallenta pure per l’entrata in scena d’un servo di stampo plautino (Sergio Mancinelli) che si lamenta del comportamento del super-eroe, che senza alcun riguardo per lo status di lutto della famiglia ospitante, del resto occultato in parte dallo stesso Admeto, si è perfino ubriacato mangiando a quattro ganasce. Come sempre accade quando si dice a qualcuno di non rivelare una qualche verità, il servo spiffererà ad Eracle che la tristezza percepita in Admeto non è per la morte d’una donna del palazzo, ma per la moglie Alcesti. L'eroe è dispiaciuto e risentito e come nel suo stile, una-fatica-tira-l’altra, decide emulando Orfeo di scendere nell’Ade e prendersi la sua Euridice, per riportarla in vita. Eracle ritorna con una donna velata, situata in piedi all’interno d’un carrettino, dicendo agli amici d’averla vinta a dei giochi pubblici. Alle prime Admeto ha quasi orrore a toccarla, convinto che non sia Alcesti, poi la guarda solo per compiacere il suo ospite e scopre che la donna non è di cera come una figuretta del Musée Grevin di Parigi, ma la sua Alcesti, la donna che visse due volte, restituita all'amore suo e dei suoi cari, spiegando poi (Eracle) che non le è consentito parlare per tre giorni, il tempo necessario per essere sconsacrata agli inferi. E mentre i protagonisti escono di scena, l’oceanico pubblico del Teatro greco di Siracusa accompagna la loro uscita con ovazioni e calorosissimi applausi.
Gigi Giacobbe__


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 19 maggio 2016

 

 

 

52° Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa
dal 13 maggio al 19 giugno 2016

Elettra
di Sofocle
Traduzione Nicola Crocetti
Revisione, adattamento Teatrale e regia
Gabriele Lavia

Scena Andrea Viotti
Costumi Giordano Corapi
Musiche Andrea Viotti
Maestri del coro Francesca Della Monica, Ernani Maletta
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Progetto luci Elvio Amaniera

con (in ordine di apparizione)
Massimo Venturiello, Jacopo Venturiero, Massimiliano Aceti, Federica Di Martino,
Pia Lanciotti, Maddalena Crippa, Maurizio Donadoni, Giulia Gallone

Il palazzo degli Atridi, nella scena di Alessandro Camera, è un ferrovecchio che perde pezzi nello spazio sugheroso della skené e dell’orchestra. Avvolto da una ruggine che corrode le impalcature, l’alta scala trasversa e quei due, Clitemnestra ed Egisto, che da tempo vi fornicano dentro. Se la Crisotemi di Pia Lanciotti s’è rassegnata alla loro presenza e che non si può lottare contro chi ha il potere, vivere per la sorella Elettra di Federica Di Martino è solo schifo e dolore, declassata a semplice schiava, una questuante vestita di nero ( i costumi erano di Andrea Viotti) ingobbita e raggomitolata su se stessa, una pazza quasi dai corti capelli rossicci azzannati da un rozzo coiffeur che fa vibrare nervi e muscoli solo quando pensa al come e al quando far fuori madre e amante rei d’aver ucciso il padre Agamennone. In questa pregevole messinscena dell’Elettra di Sofocle ad opera di Gabriele Lavia cui si deve revisione e adattamento teatrale e che ha utilizzato la chiara traduzione di Nicola Crocetti nel 52° Ciclo di rappresentazioni classiche dell’Inda nel Teatro greco di Siracusa, si respira un’aria da faida, come se il sanguinoso finale consumato dentro quel palazzo di Micene dovesse acquietare gli animi. Ma non è così, come sappiamo da Eschilo, che tratta il medesimo argomento nella seconda parte della sua Orestea, quella de Le coefore ambientandola ad Argo e che finisce con Le Eumenidi. Certamente l’Elettra sofoclea mette in risalto personaggi che altrove sono solo accennati. Si veda la presenza del pedagogo, qui interpretato da un Massimo Venturiello che ha esaltato il racconto della finta morte di Oreste durante la corsa dei carri con i cavalli ai grandi Giochi di Delfi ricevendo in cambio un grosso applauso. E non è da meno la carismatica figura di Clitemnestra d’una superba Maddalena Crippa dai lunghi capelli biondi e avvolta da ampi abiti di due diverse tonalità di viola nell’acceso dialogo che ha con Elettra, facendo valere i suoi diritti di madre e di sposa di colui (Agamennone) che per ingraziarsi gli dei e dare inizio alla guerra di Troia non c’ha pensato due volte a sacrificare la figlia Ifigenia, adducendo che lo stesso sacrificio avrebbe potuto benissimo compierlo il cognato Menelao con uno dei suoi figli. Tuttavia durerà poco la tracotanza di questa forte e volitiva femmina e anche la felicità d’essere scampata a morte sicura ad opera del figlio avrà il sapore d’un alito di primavera, perché giunto Oreste in compagnia di Pilade, quelli di Jacopo Venturiero e Massimiliano Aceti, entrambi capelli lunghi tenuti da un nastrino ( il primo) e bandana (il secondo), simili a due autostoppisti con zaino sulle spalle, si consumerà il matricidio aldilà di quelle ferrose mura, completando Oreste il secondo omicidio quando arriverà canticchiando lo spocchioso Egisto di Maurizio Donadoni che crederà che sotto quel corpo insanguinato in bella vista a terra possa esserci Oreste e non la sua amata Clitemnestra. In evidenza le 27 fanciulle del coro agghindato con abiti bordeaux e scialli neri, la corifea di Giulia Gallone e le prime corifee (Simonetta Cartia, Flaminia Cuzzoli, Giovanna Guida, Giulia Modica, Alessandra Salamida). Le musiche da film horror erano di Giordano Corapi, le luci di Elvio Amaniera.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 17 maggio 2016

 

 

 

al Biondo di Palermo dal 6 al 15 maggio 2016

Horcynus Orca
da Stefano D'Arrigo
drammaturgia e regia Claudio Collovà

con
Vincenzo Pirrotta, Manuela Mandracchia, Giovanni Calcagno

scene e costumi Enzo Venezia
luci Nino Annaloro
musiche Giuseppe Rizzo
video Alessandra Pescetta

produzione Teatro Biondo Palermo

Claudio Collovà dopo aver vagato per una decina d’anni nei labirinti dell’Ulisse di Joyce, s’avventura adesso con tanta lena nei marosi agitati di Scilla e Cariddi cercando d’arpionare l’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, trattando l’argomento, nella sceneggiatura con Dario Tomasello, come un’Odissea visionaria più vicina a noi o una nuova Comoedia in tre tempi o in tre cantiche di memoria dantesca, mettendolo in scena al Biondo di Palermo che l’ha prodotto. Il voluminoso romanzo di 1257 pagine, dedicato alla moglie Jutta, invero era stato già proposto al Teatro greco di Taormina nel luglio del 1989, senza lasciare tracce, in un’edizione di Taormina Arte ad opera di Roberto Guicciardini che s’era servito d’una libera riduzione ad opera dello stesso D’Arrigo e di Biagio Belfiore, avendo tra gli interpreti principali Renzo Giovampietro, Aldo Reggiani, Paola Pitagora, Regina Bianchi, Anna Moleti. L’Horcynus Orca, come è noto, ha avuto un’incubazione di circa 20 anni, dal 1957 al 1975 e racconta in soli cinque giorni le vicende di ’Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina che ritorna, dopo il Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, a Cariddi (adesso Torre Faro), suo paese natale, sulle rive dello Stretto di Messina, scenario immaginifico e allo stesso tempo tremendo di tutto il racconto. L'opera dalla struttura complessa e raffinata, architettata con un linguaggio che ha le radici nell'antico dialetto siciliano, affronta il mito dell'eroe errante, presente nella letteratura dalle origini fino ai nostri giorni, dall'Odissea di Omero all'Ulisse di James Joyce, con un'attenzione particolare alla cultura e agli scrittori marinareschi come Melville, Conrad, Stevenson, Hemingway. Qui il mare o meglio il suo fondale è ri-proposto attraverso un video in bianco e nero di Alessandra Pescetta le cui immagini appaiono ad ogni apertura dei tre tempi denominati Transito, Ricongiungimento, Morte. Sono immagini di corpi nudi, vivi o morti scivolanti o sguscianti tra alghe e oggetti di varia natura, accanto a fotografie formato tessera o dagherrotipi: costante quest’ultima che caratterizzano gli spettacoli di Collovà. Ancora più evidenti ( le foto) quando la femminota un po' maga Ciccina Circé di un’infoiata Manuela Mandracchia (più avanti pure nei panni del fantasma dell’Acitana, madre di ‘Ndrja, morta di parto nel dare alla luce il secondo figlio, prima di sposare Caitanello) traghetta con la sua barca sulla sponda sicula ‘Nndria Cambia dello scialbo Giovanni Calcagno, tenendo a bada le fere ( i delfini) con il dolce suono dei suoi campanellini e tutto il fondo scena di Enzo Venezia ( suoi pure i costumi) è occupato da una quadreria di volti e immagini, tenuti insieme da ganci, gomene e sartie varie, che ricorda un po’ il finale a sorpresa del film La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Per tutte le tre ore dello spettacolo, complici le musiche grevi di Giuseppe Rizzo, odoranti di mare salato e di bombe che echeggiano lontane, si respira un’aria di morte, di day after, sin da quando all’inizio quel soldato alienato di Vincenzo Pirrotta ( che poi si calerà nei panni di Caitanello padre del protagonista) si mette addosso dei cenci che trova e tira sassi su quel pezzo di spiaggia calabra, discutendo col protagonista cui preme tornare a casa. E quando vi arriva si troverà davanti una grande caverna occupata da un groviglio di reti e vele, in mezzo alle quali spicca la sua foto di marinaio, e un padre che stenterà a riconoscerlo, più interessato alle prime ad innaffiare con acqua salata una grande orca a testa in giù piuttosto che ascoltare il figlio partito tre anni prima e che da sei mesi non ha sue notizie. Morirà in maniera babba ‘Ndria Cambria, colpito da una palla di cannone in fronte scagliata da una nave inglese, vanificando il sogno di potersi comprare una barca per la pesca, una palamidara, con le mille lire che avrebbe guadagnato con una gara nautica con americani e inglesi, infrangendosi i suoi sogni tra quelle spiagge di Cariddi abitate dai suoi amici pescatori, chiamati pellisquadre per via della loro pelle indurita dal mare e dal sole somigliante a quella del pescecane. Sono tanti i personaggi che popolano l’opera di D’Arrigo, qui sintetizzati da solo tre attori, non si sa se per scelta di Collovà o del Biondo che deve stringere la cinghia. Fatto sta che lo spettacolo è stato accolto con applausi vellutati, registrando la sala alla fine moltissime poltrone vuote.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 15 maggio 2016

 

 

allo Student Cultural House di Craiova (Romania) - 26 aprile 2016

Nathan The Wise
(Nathan il saggio)

di Gotthold Ephraim Lessing
regia di Andreas Kriegenburg

con
Elias Arens, Nina Gummich, Bernd Moss, Julia Nachtmann, Jörg Pose, Natali Seelig

Andreas Kriegenburg 53enne regista autodidatta tedesco di Magdeburgo, insignito a Craiova del 13° Premio Europa Realtà Teatrali, avrebbe dovuto fare nella vita il falegname o il carpentiere. Poi invece viene assunto come tecnico di scena nella sua città natale e comincia a fare il regista riscuotendo nel 1992 a Berlino particolari consensi con la messinscena del Woyzeck di Büchner. Da qui in avanti i suoi lavori, rivolti ad autori come Brecht, Cechov, Kafka e altri, hanno riscosso sempre un grande successo tale d’essere considerato uno dei più importanti registi tedeschi. Di lui è stato detto che è magico, che gli attori che lavorano con lui si sentono liberi e un po’ anche clown, che le sue scenografie eliminano la gravità e che lui nel suo teatro cerca il dubbio, forse anche le risposte. In occasione del ricevimento del Premio ha presentato allo Student Cultural House le sue credenziali mettendo in scena uno dei testi più amati dal popolo tedesco, in particolare quello studentesco, che s’intitola Nathan the Wise (Nathan il saggio) di Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) significativa figura della letteratura e dell’illuminismo tedesco, sullo stesso piano di Goethe e accostabile, anche se odiato in parte dai nostri ragazzi, al Manzoni de I promessi sposi. Ambientato a Gerusalemme durante la terza crociata (1192), il dramma racconta in che modo il saggio mercante ebreo Nathan, l'illuminato sultano Saladino e un cavaliere templare senza nome, cerchino di non litigare ponendo sullo stesso livello le tre religioni monoteiste Ebraismo, Islam e Cristianesimo. Il trio di figure centrali, in compagnia delle loro compagne, per tutte le tre ore dello spettacolo con intervallo, appaiono come fatti di fango o d’argilla fresca che cola imbrattando quinte e costumi (quelli di Andrea Schraad) al suono delle musiche di Wolfgang Ritter e Martin Person, e man mano che s’asciuga macchia i lor visi di bianco sembrando i loro corpi sculture espressioniste ambulanti. Sommo rilievo riveste l’elemento ligneo a forma d’un cubo ruotante (quello dello scenografo Harald Thor) che aprendosi sui lati assume la forma d’una palizzata, tornando all’originaria forma quando lo si richiude, evidenziando talvolta al suo interno due piccoli spazi, due mini-stanze una sull’altra. Lo spettacolo è in lingua tedesca sottotitolato in inglese e rumeno, ma non ci si fa caso perché è abbastanza noto, incentrato come si sa sulla parabola dell’anello, quella che Nathan sul tetto di quel cubo racconta al sultano Saladino, appollaiato su un’alta scala ad ascoltare quale sia secondo lui la religione più vera e autentica. Il saggio mercante espone allora la storia di un uomo che viveva in Oriente e che possedeva un anello d’inestimabile valore. La sua pietra infatti, un opale dai cento bei riflessi colorati, aveva un potere segreto: chiunque lo portasse con fiducia era gradito a Dio e agli uomini. Morto l’uomo l’anello passò al figlio più amato e così via per varie generazioni sino a quando arrivò a possederlo un uomo con tre figli amati tutti allo stesso modo promettendo alla sua morte di donare l’anello a tutti e tre. Ma come fare se l’anello era uno solo? L’unico modo era far fare da un orafo due copie identiche all'originale. Detto fatto. L’uomo morì contento non pensando che i suoi figli, volendo sapere chi possedeva l’anello originale, potessero arrivare a risolvere la querelle in tribunale. Fortunatamente un saggio giudice consigliò loro di comportarsi come se ognuno avesse quello originale, in modo che, col tempo, le virtù possedute dall’anello sarebbero prima o poi uscite allo scoperto. La regia di Kriegenburg assecondando il pensiero di Lessing pone tutte e tre le religioni sullo stesso piano, evitando in tal modo che una delle tre prenda il sopravvento sull'altra. Un modo attuale e intelligente per promuovere la tolleranza tra le religioni e respingere invece il fanatismo, riconoscibile inizialmente nel personaggio di Saladino. Lo capiranno mai questo pensiero i jihadisti dell’Isis? No. Non credo leggeranno mai Nathan the Wise! L’anello è la summa di tanti valori come l’amicizia, la tolleranza, il relativismo di Dio, il rifiuto dei miracoli, il bisogno di comunicare con gli altri. Si tenga presente che questo dramma fu proibito dalla Chiesa durante la vita di Lessing e insieme ad un'altra sua opera, Gli ebrei (Die Juden), fu bandito anche sotto il regime nazista. La trama per molti versi richiama la novella dei tre anelli nella prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio e con piccolo sforzo ricorda pure il finale di Filumena Marturano di Eduardo, lì dove la furba e saggia donna napoletana farà accettare all’uomo che sposerà in chiesa da lì a poco che i tre figli - l’equivalente dei tre anelli della parabola - uno sicuramente è di Domenico Soriano. In conclusione il messaggio di Lessing è chiaro ed è un’esortazione ad accettare la pluralità delle fedi ed a praticare la tolleranza religiosa. Lo spettacolo è stato particolarmente gradito in questa piccola ma intensa kermesse di Craiova e i sei protagonisti, davvero formidabili, somiglianti alla fine a degli zombie erano Elias Arens, Nina Gummich, Bernd Moss, Julia Nachtmann, Jörg Pose, Natali Seelig.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 7 maggio 2016

 


Foto di
Luciano Rossetti © Phocus Agency

 

 

al Teatro Nazionale di Craiova Marin Sorescu

Bye con Sylvie Guillem - Axe con Ana Laguna e Yvan Auzely
di Mats Ek

Chi l’ha mai detto che dei ballerini âgés, avanti negli anni, non possano danzare insieme? Certamente non fa parte della filosofia di Mats Ek, danzatore, regista teatrale, coreografo svedese di fama internazionale, insignito a Craiova (Romania) del XV Premio Europa per il Teatro, succedendo simbolicamente a Pina Bausch premiata a Taormina nel 1999 con lo stesso Premio. Un continuum quasi tra i due visto che Ek ha manifestato largamente d’aver stimato la grande coreografa e danzatrice tedesca e aver succhiato da lei il pensiero d’una danza che s’ispiri a stilemi accademici ma che guardi con molta forza alla contemporaneità e alla vita di tutti i giorni. Un pensiero quello di Ek messo in atto in due schegge danzanti, sul palcoscenico del Teatro Nazionale Marin Sorescu, dopo il ricevimento del Premio, di cui purtroppo nel frammento Romanian Memory non ha potuto prendervi parte in veste di protagonista (non per i 71 anni compiuti alcuni giorni prima, ma per essere ancora convalescente d’una polmonite contratta di recente) sostituito da un balletto in video d’una ventina di minuti, titolato Bye (2012) che vedeva la presenza della ballerina francese Sylvie Guillem (51 anni) giocare quasi al nascondino con superficie trasparente dietro cui appariva in bianco e nero quando stava dietro e con i colori naturali, pure della sua gonna gialla, quando ne usciva fuori. Vitalità, espressività, acrobazia, caratterizzano questo balletto creato per lei da Ek in cui risulta chiara la sua idea di danza coniugata ad un Teatro-immagine quando dietro quello schermo appaiono altre figure che per incanto si volatizzeranno quasi salutandoci. Ancora più teatrale la coreografia di Axe con la presenza di Ana Laguna (61 anni) d’origine spagnola moglie dello tesso Ek, interprete di tanti spettacoli di successo come Giselle, qui in compagnia dello svedese Yvan Auzely (57 anni) nei panni d’un tagliaboschi che imperterrito con la sua ascia taglia la legna sopra un ceppo ligneo non lontano da una catasta di tronchetti ben ordinati. Sembra dispiaciuta la Laguna veder ridurre quella legna in tanti frammenti, complice forse lo struggente Adagio di Albinoni che ne accentua reconditi sentimenti, espressi dalla danzatrice rotolandosi in lungo e in largo salendo e sedendosi su quella catasta, abbracciando come dei neonati quei tronchetti, invitando ad un tratto l’uomo a danzare con lei, uscendo infine di scena con lui tenendo tra le braccia un fascio di quella legna.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 29 aprile 2016

 

 

al Palacultura Antonello il 16 aprile 2016
all’interno della 67ª Stagione dell’Accademia Filarmonica di Messina

Un Thé-Tango per Evita
di Fernando Pannullo
da un’idea di Fatima Scialdone

Le piaceva che il popolo della povera gente degli oppressi degli affamati e dei senza casa la chiamasse Evita. Che le facesse sentire quel calore famigliare che le è mancato nella sua umile casa del Villaggio Los Toldos, a 280 km da Buenos Aires, dove vi era nata il 7 maggio 1919. Lei che, ultima di cinque figli, tutti bastardi, verrà abbandonata assieme alle sorelle Blanca, Elisa, Erminda e al fratello Juan, da un padre-padrone che tornerà a stare con moglie e figli legittimi. Lei era María Eva Duarte de Perón, nata Eva María Ibarguren, poi seconda moglie del presidente Juan Domingo Perón e First Lady dell'Argentina dal 1946 fino alla morte nel 1952, avvenuta per un tumore, a soli 33 anni, appellata Eva Perón, o con l'affettuoso diminutivo in lingua spagnola Evita. Un nome diventato leggenda per milioni di argentini e poi un film nel 1996 diretto da Alan Parker, tratto dall'omonimo musical composto da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice con Madonna e Antonio Banderas, portato al successo pure in un altro musical col medesimo titolo da Massimo Piparo con Olivia Cinquemani nel ruolo di Evita. La ri-vediamo adesso ri-prendere la scena grazie ad un minuzioso testo di Fernando Pannullo titolato Un Thè-Tango per Evita, da un’idea di Fatima Scialdone, lei stessa negli abiti del mitico personaggio, il cui spettacolo di prosa, musica e tango, molto applaudito a più riprese, è stato ospitato al Palacultura Antonello all’interno della 67ª stagione concertistica dell’Accademia Filarmonica di Messina. S’inizia con una voce fuori campo che dà notizia della scomparsa di Evita. Solo pochi secondi perché subito dopo, quasi in modo surreale, si sostanzia sulla nuda scena lei, la Scialdone-Evita, capelli stirati tenuti sulla nuca da uno chignon di fiori bianchi, lo stesso colore del mantello con cappuccio che l’avvolge e che una volta toltolo rimarrà in abito bianco a portafoglio con spacco centrale ( i costumi sono di Isabella Scialdone). Eccola adesso raccontare ( più avanti pure cantare e ballare) i momenti più salienti della sua breve e frenetica vita, come quelli che la vedranno ancora una bambina di 15 anni lasciare il paesello e fidarsi di tale Augustin Magaldi ( qui vestito da Eduardo Morano, argentino puro sangue e provetto tanghero) che la introdurrà nel mondo dello spettacolo di Buenos Aires. Piccole parti in teatro, comparsate alla radio e attrice non protagonista d’una serie di film passati inosservati ma che le daranno tuttavia una certo benessere economico. L’incontro poi con Juan Peron, il suo impegno politico e sindacale verso i diseredati, i descamisados, il voto alle donne, grande attenzione a risolvere i problemi della scuola della sanità e della casa e infine un cancro all’utero che la toglierà da questo mondo. Le schegge della narrazione sono interrotti da puntuali interventi musicali di Giovanni von Gartner al pianoforte, qui nel ruolo di Enrique Santos e da Mariano Navone alle prese col bandoneon nei panni di Astor Piazzolla, movimentando entrambi la scena con tanghi acrobatici eseguiti da Luciano Donda in giacca bianca doppio petto, che impersona Juan Peron e da Laura Grandi in mini abito nero che interpreta pure la parte di Libertad Lamarque, attrice e cantante argentina nota per il suo lavoro al cinema in teatro e alla radio e in netta competizione con Evita. Raccapricciante, pure necrofilo, quasi una sciarada il racconto del dopo-morte di Evita che non voleva essere sotterrata e che il medico spagnolo Pedro Ara ne mummificò il cadavere posto poi in una bara chiusa da un vetro trasparente e di tutti i luoghi più impensati, alcuni pure in Italia, in cui fu nascosto l’ingombrante involucro, che trovò finalmente pace dopo ben 22 anni di giochi al nascondino prima d’essere collocato nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires, nella cappella della famiglia Duarte. In chiusura una commossa e brava Fatima Scialdone interpreterà la bellissima canzone Rinascerò su versi di Horacio Ferrer e musiche di Astor Piazzolla.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 19 aprile 2016

 

 

al Teatro Brancati di Catania dal 7 al 24 aprile 2016

Donnacce
di Gianni Clementi
regia di Ennio Coltorti

Tindara e Tullia sono due prostitute in pensione. L’appellativo della prima dalla chiara parlata catanese è Occhibeddi, quello della seconda dagli inconfondibili accenti romani è Sofia Loren. Le scorgiamo all’inizio della pièce Donnacce del prolifico Gianni Clementi nel modesto salotto di casa (la scena è di Jacopo Manni, i costumi delle Sorelle Rinaldi), tutte intente a mettere nei bagagli le ultime cose, per concedersi finalmente dopo 30 anni di onorata e tranquilla carriera, una vacanza in Egitto in un confortevole resort a 5 stelle di Sharm El Sheik. Invero è più la pimpante Tindara ad occuparsi in modo concitato che tutto sia a posto, notando che il trolley più voluminoso è oltremodo pesante e scoprendo che Tullia ci aveva infilato dentro abbondanti vettovaglie nostrane come se in quei posti ne sarebbero stati privi. L’agile regia di Ennio Coltorti, avvezzo da anni a manipolare commedie brillanti, tiene sempre desta l’attenzione del pubblico del Teatro Brancati di Catania, sganasciandosi dalle risate in particolare quel binomio di donne mature al mio fianco, tanto da non farmi sentire alcune battute. Nell’attesa che arrivi il taxi per portarle all’aeroporto, ecco piombare sul loro balconcino con un rumore fragoroso un uomo tutto borchiato di nero con maschera al volto, fuggito o reduce d’un incontro sadomaso con un trans brasiliano del piano superiore. Le due donne, davvero brave e perfettamente calate nei loro grotteschi ruoli, quelle interpretate dalla Tindara di Alessandra Costanzo e dalla Tullia di Paola Tiziana Cruciani, sono basite, incredule di vedersi davanti una specie di Zorro in calzoncini corti di pelle nera, che cerca in qualche modo un aiuto uno scampo o una via d’uscita. Il personaggio misterioso, anche lui all’altezza come le colleghe, è vestito con molto fair play da Pietro Bontempo, indugerà in un primo tempo a togliersi la maschera adducendo d’essere un personaggio molto noto del nostro paese, probabilmente un politico importante per l’appellativo “eccellenza” con cui verrà appellato poi dalle due donne. L’uomo si rasserena, si veste con i suoi costosi abiti, si trova a proprio agio in quella casa, sfodera il suo scibile e la sua cultura di fronte a due donne ignoranti e promette in cambio del loro aiuto una somma considerevole e aiuti logistici quando arriveranno in quel luogo di vacanza. Non sveleremo come si conclude la storia, diciamo solo che l’epilogo è tragico, volendo pure aggiungere che trovo questo lavoro di Clementi “minore” rispetto ai suoi precedenti, pieno di luoghi comuni e di stereotipi, prevedibile nel suo incedere, forse perché mancano altri personaggi che poteva essere chessò un magnaccia o un pappone che compariva improvvisamente chiedendo cose strane o dei clienti devoti (qui accennato soltanto da una telefonata d’uno di loro prima della partenza) che s’intrufolavano nella vita delle due Donnacce rimescolando e ingarbugliando il plot.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 15 aprile 2016

 

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 16 al 18 aprile 2016

I Siciliani
di Antonio Caldarella
regia Ninni Bruschetta

con
Annibale Pavone, Margherita Smedile, Maurizio Puglisi
al piano Giovanni Renzo

Quando muore un poeta muore una parte di te. Quando poi quel poeta è pure un tuo amico, il suo viso e i suoi gesti si stampano nei tuoi occhi, i ricordi e gli aneddoti riaffiorano reali e la tua mente vola sul come e quando vi siete incontrati la prima volta, ai versi che ti leggeva, agli acquarelli con dedica che ti aveva regalato. Se poi vuoi fare uno spettacolo su Antonio Caldarella ( nativo di Siracusa e vissuto ad Avola ma anche a Napoli e Messina scomparso nel 2009 a soli 50 anni) che fu poeta ma anche scrittore-attore-regista-artista, così come ha fatto Ninni Bruschetta alla Sala Laudamo di Messina, omaggiando l’amico di tante avventure, i ricordi diventano visibili, tangibili, emozionanti e indelebili. S’intitola I Siciliani di Antonio Caldarella lo spettacolo con cui Bruschetta regista ha voluto ricordare l’amico scomparso sette anni fa. E’ come se Bruschetta glielo doveva e fosse in debito con lui, per tutte le volte che non lo aveva fatto comparire fra i protagonisti delle sue pièce teatrali o dei primi film girati con Francesco Calogero. Un modo adesso di far salire sugli scudi un amico talentuoso che aveva lavorato con il Teatro dei Mutamenti di Napoli, la compagnia di Antonio Neiwiller, “ praticamente un mito per tutti i giovani teatranti degli anni ottanta”, ricorda Bruschetta che ha viaggiato con lui per circa vent’anni, scrivendo insieme alcuni testi teatrali, rappresentati poi in alcuni Festival teatrali come quello di Sant’Arcangelo e in quelli cinematografici di Torino e San Sebastian. Adesso un gruppo di amici diventati noti non solo a Messina, come lo stesso Bruschetta, “attore non protagonista” di tanti film e serial televisivi nazionali, Annibale Pavone ormai Latella-dipendente, Maurizio Puglisi, fedelissimo ai Nutrimenti Terrestri di Bruschetta nonché presidente del Teatro di Messina, Margherita Smedile con la sua voce roca in veste di cantante jazz alla maniera di Billie Holliday o di Nina Simone, accompagnata al piano da Giovanni Renzo, musicista e direttore artistico della sezione musicale del Vittorio Emanuele, si sono resi protagonisti d’uno spettacolo di livello, grazie ai componimenti di Caldarella che non erano solo poesie e liriche, ma pensieri, scritti, calembour ricchi d’ironia e di nonsense, che ricordavano quelli di Achille Campanile, brani di piccole pièce rimaste incomplete in stile iperrealista alla maniera dei vari Mamet e Shepard. Sul palco una sfilza di piccoli dipinti di Caldarella assemblati sulle quinte e sul fondo come in una mostra personale, un tavolino rotondo dietro il quale stazionava Puglisi, mentre Pavone s’aggirava in sala inanellando in smoking versi e brani selezionati da Bruschetta. Un concerto a più voci in cui i siciliani maschi apparivano come quelli che si pettinano in controluce, mentre le femmine solo alla toilette, le quali per giunta il loro andare a messa era solo per uscire di casa. Amava il mare Caldarella, Basquiat, Pollock e la Pop Art, le interminabile discussioni notturne, le ragazze, la vodka e il fumo non solo delle 40 sigarette che fumava ogni giorno, fottendosi i polmoni e andandosene col viso rivolto al mare che amava sopra ogni cosa.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 18 aprile 2016

 

 

 

prodotto dal Teatro Argot di Roma
al Teatro Savio di Messina il 3 aprile 2012.

Bloom’s day
di Claudio Collovà

con Sergio Basile

E’ da una decina d’anni che Claudio Collovà ruota attorno al pianeta dell’Ulisse di Joyce. Edificando le sue regie sui personaggi emblematici del romanzo più conosciuto e meno letto della letteratura internazionale, forse per la sua pazzesca punteggiatura, forse per il suo modo labirintico di procedere tra le tante location della città di Dublino. Ma volendo il lettore ritornare a ri-leggerlo, tenga presente che trattasi d’un romanzo di avventure urbane che ha per protagonisti due uomini: uno più maturo Leopold Bloom, trafficante semita vagabondo, che impersona l’Ulisse del poema e l’altro più giovane, inquieto intellettuale, Stefano Dedalus, che raffigura Telemaco. Due figure complementari in quanto Bloom cerca il figlio che gli è morto quando aveva 11 anni, Dedalus cerca il padre per equilibrare i sui vuoti mentali. Le avventure cui vanno incontro i due personaggi si svolgono nel giro di una giornata, dall’alba alla notte, e ogni ora ha il suo episodio corrispondente a un canto dell’Odissea. Adesso quest’altro spettacolo, Bloom’s day ( Il giorno di Bloom) presentato da Collovà nel Teatro Savio di Messina e prodotto dal Teatro Argot di Roma, è incentrato sull’infedeltà di Molly, cantante lirica e moglie di Bloom, il quale gravato da questo rovello vaga tutto il giorno per Dublino cercando di capire perché la moglie ha per amante un’altra donna di nome Marta, alla quale scrive lettere infocate con lo pseudonimo di Henry Flower. Quando gli spettatori entrano in sala, il corpo di Molly, dormiente o morta come l’Ofelia preraffaellita ricoperta di rose e fiori di Millais o come un fercolo d’una santa in processione, è situato nel centro della scena. Le luci sono basse e un suono greve e continuo accompagnerà l’azione per tutti i 60 minuti dello spettacolo. Giunge Bloom in bombetta, quello che Sergio Basile veste impeccabilmente, simile a quegli omini di Magritte che vagolano in lungo in alto e in largo. In realtà la sua Molly e viva e vegeta. E’ la sua mente, forse, che vorrebbe vederla morta nel giorno del suo funerale. Bloom-Basile mangiucchia qualcosa, ricordando come la sua Molly ami fare colazione al mattino con pagnottelle calde, croste imburrate e thè, dialogando con quel manichino, in realtà solo monologando, incuriosito d’osservare col cannocchiale le donnine che può scorgere dietro le persiane. Parla Bloom senza sosta, spazzolando i capelli a quella bambola, scovando tra le coltri un paio di lettere della moglie che legge ad alta voce e soffermandosi in particolare ad esaminare il significato della parola metempsicosi. Poi Bloom fa pure i suoi bisogni in scena leggiucchiando un giornale e sfoderando con un aplomb tutto english delle massime del tipo “la gente ama il povero pur sapendo che conta il ricco” oppure “dove c’è del fumo potrebbe esserci del salmone affumicato”. Si riposa Bloom, vedendosi poi in video beatamente immerso in una vasca da bagno con lui che si getta in testa dell’acqua calda fumante, e riflettendo ad alta voce sul essere ebreo, del resto come tanti illustri personaggi come Mendelsohn, Marx e tanti altri. Chiudendo infine bellamente sfoderando un paio di acrostici come IHS (Io ho sofferto) o INRI (Il nostro re inchiodato). Questo l’intenso spettacolo di Collovà all’interno della rassegna “Atto unico, Scene di vita , Vite di Scena”.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 8 aprile 2016


 

 

 

al Verga di Catania dal 1° al 17 aprile
dal 20 aprile al 1° maggio al Mercadante di Napoli

Re Lear
di William Shakespeare
regia di Giuseppe Dipasquale

Se per l’attor giovane l’Amleto è una tappa importante del suo iter artistico, il Re Lear è il personaggio che ogni attore maturo, avanti negli anni, vorrebbe interpretare. Stessa cosa può valere per qualunque regista di cartello, giusto per colmare quei vuoti che rimarrebbero tali se non li si portasse a termine. A mia memoria, credo, che né Mariano Rigillo né Giuseppe Dipasquale si siano mai smarriti tra le brume del bel tenebroso di Elsinore. Adesso invece entrambi affrontano una delle opere più complesse di Shakespeare, qual è appunto il Re Lear, certamente tra le più pessimistiche del grande William, i cui referenti possono individuarsi, per ciò che concerne il rapporto vecchio-giovane, nel De Senectute di Cicerone. Con una significativa differenza però: che nell’opera di Shakespeare s’innesta il tarlo della “pazzia” come equivalente della “saggezza”: «Non avresti dovuto farti vecchio, prima d’essere diventato savio…» gli dirà il Matto, quello magnificamente interpretato da Anna Teresa Rossini, quasi una Scaramacai in frac bianco, zazzera e cilindro neri, in questa edizione del Teatro Verga di Catania, prodotto assieme al Teatro Stabile di Napoli, che vede Rigillo nei possenti e fragili panni di Lear e di Dipasquale in quelli trini di regista-scenografo-adattatore del testo, tradotto in un linguaggio più vicino ai giorni nostri da Masolino D’Amico, per il quale la divisione del regno di Lear con una corona d’oro alle due figlie Gonerilla e Regana equivale metaforicamente ad aver gettato il bimbo con l’acqua sporca. Ed è grazie al Fool, al Matto, che Lear acquista coscienza della sua condizione di uomo, impazzendo appunto, penetrando direttamente nella verità delle cose. Il Matto come colui che trasmette a Lear le verità più vere, il disincantamento della vita « …se tu non sai sorridere secondo il vento che tira…» la gioia del vedersi vivere e nel gioire delle cose più semplici e naturali. Ma Lear capirà troppo tardi che « pazzo è colui che si fida della mansuetudine del lupo , della salute del cavallo, dell’amore d’un ragazzo o del giuramento d’una puttana ». Morirà accanto alla sua Cordelia profumante di tuberose quella vestita da Silvia Siravo, che non ha voluto “nulla” e felice forse d’aver capito di non essere stato “compiaciuto” da lei così come invece hanno fatto le altre due malefiche arriviste figlie, Gonerilla e Regana, entrambe en travesti quelle interpretate da Roberto Pappalardo e Luigi Tabita con bandana nera in testa. Parallelamente alla tragedia di Lear, assistito dal signore di Kent sotto mentite spoglie ( Filippo Brazzavente), se ne svolge una seconda che s’interseca con la prima e che ha per oggetto il conte di Gloucester, cortigiano di Lear (Sebastiano Tringali) che ha due figli: uno naturale, di indole buona, Edgar del bravo Giorgio Musumeci e uno malvagio, pure bastardo Edmud quello che David Coco interpreta con fare mefistofelico: prima parlando malissimo al padre del fratello Edgar, il quale per sfuggire alle sue ire vagherà nudo per i boschi trovando rifugio in una misera casupola: poi per una delazione, pare, spifferata ai Francesi sbarcati intanto in Inghilterra insieme a Cordelia, andata sposa al re di Francia (Cesare Biondolillo), sarà la causa dell’accecamento del padre: infine diventerà l’amante di Gonerilla e Regana. Come dire che il male si sposa sempre col male. Seguiranno guerre ammazzamenti e suicidi e il re d’Albania regnerà nella Britannia di Lear. Funzionale, astratta la scena di Dipasquale, con un fondale dai colori ocra che si muove in lungo sin quasi al proscenio, da cui traspaiono a volte alcuni personaggi che le luci di Franco Buzzanca fa risaltare come nei dipinti di Caravaggio e bello l’inizio con Lear-Rigillo quasi un uno stadio di crisalide, attorniato dalle tre figlie che lentamente lo vestono assumendo l’aspetto d’una farfalla per via degli ampi costumi ad opera di Angela Gallaro Goracci e pittorico quel girovagare di Lear, Edgar, il Matto, Glucester che si tengono per mano durante l’uragano come quei ciechi di Bruegel vecchio. Uno spettacolo corale di oltre tre ore, cui sarebbe opportuno qualche taglio per renderlo più fluido.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 4 aprile 2016

 

 

 

al Teatro Savio di Messina
rassegna teatrale “Atto unico. Scene di vita, Vite di Scena”
curata da QA- QuasiAnonimaProduzioni, diretta Auretta Sterrantino

Camposanto mon amour
di Paride Acacia

produzione: Efrem Rock di Messina

Contrariamente a quanto diceva Albert Camus che “sapere che dobbiamo morire mette in luce l’assurdità della vita”, Paride Acacia esorcizza l’eterna nemica mettendo in scena nel Teatro Savio di Messina Camposanto mon amour, un musical in chiave pop rock di cui ha scritto la drammaturgia, collaborando alle musiche composte da Massimo Pino eseguite dal vivo con le chitarre di quest’ultimo, con le percussioni e batteria di Peppe Pullia e le tastiere di Simona Vita. Certo, un po’ tutti cerchiamo di non pensare a quando non faremo parte di questo mondo. Achille Campanile ne Il povero Piero ha reso la morte esilarante, non così Totò nella sua Livella che ci riporta all’editto di Saint Cloud per il quale tutte le tombe dovevano essere uguali, per non dire dei Sepolcri di Foscolo costruiti in particolare per soddisfare la vanitas dei vivi. Acacia da canto suo è convinto che “la morte non esiste perché quando lei arriva noi non ci siamo più”. E dunque che fa? Veste quattro ragazze da indiavolate becchine con i nomi di alcuni elementi chimici che cantano, ballano e dissertano con ironia sul senso della morte e della vita e non avendo costoro in mano nessun teschio di Yorick da riesumare, interagiscono tra loro alla scoperta d’una pietra filosofale che possa renderle immortali. Certamente un pensiero utopico che tuttavia consente loro d’intonare la canzoncina del titolo che continua con se ci entri non ci esci più. Le quattro ragazze sono Vetriola, meglio noto come acido solforico ( Gabriella Cacia), Antimonia (Francesca Gambino), Arsenica ( Elvira Ghirlanda) alle quali si aggiunge Saturnia ( Milena Bartolone) una singolare figurina bionda che da una dozzina d’anni vive reclusa nel cimitero cittadino all’interno di un’ampia cassa-sarcofago dagli interni rossi, trasformata in un sorta di camerino teatrale, con un passato da cantante col soprannome di Baby Jane, pure sfortunata perché diventata afona, cui si aggiunge il fantasma di Cassandra ( Laura Giannone). Dello spettacolo si apprezzano le musiche della piccola band musicale, le coreografie di Sarah Lanza e la regia di Acacia che s’ispira ad alcuni musical dark di Broadway e di Londra, ricchi di fumogeni arcobaleno, con mezzi quei teatri supersonici e pure esagerati, cercando di evitare tanti luoghi comuni sul significato dei defunti e di tutto il bailamme che segue.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 25marzo 2016


 

 

Sala Laudamo di Messina dal 18 al 20 marzo 2016

Variazioni enigmatiche
di Eric-Emmanuel Schmitt
regia di Gabriela Eleonori

con
Saverio Marconi e Gian Paolo Valentini

Succede spesso che l’inizio d’un amore sia legato ad una melodia, un’aria musicale, una canzone, come accade in Variazioni enigmatiche (Variations énigmatiques), opera sinfonica del compositore inglese Edward Elgar, che da il titolo alla pièce del 56enne drammaturgo francese, Eric-Emmanuel Schmitt, scritta nel 1995 e molto rappresentata in Europa e pure qui da noi in Italia dai vari Mauri e compagni e adesso pure da Gian Paolo Valentini e Saverio Marconi - sì proprio il fondatore della Compagnia della Rancia - artefice pure d’una scorrevole traduzione assieme a Gabriela Eleonori che firma la regia dello spettacolo andato in scena nella Sala Laudamo di Messina. Marconi è molto a suo agio nel ruolo di Abel Znorko, uno scrittore arrogante e misantropo, pure premio Nobel, che ha scelto di vivere ritirato in un’isola sperduta vicina al Polo Nord, scrivendo lettere per una donna che forse non esiste, un'immagine ideale o solo sognata, che egli ama ormai da 15 anni; mentre Valentini è Eric Larsen, un acuto giornalista che è venuto a trovarlo per fargli un’intervista sul suo ultimo libro titolato L’amore inconfessato, ruotante attorno ad una misteriosa donna indicata solo con le sue iniziali e che si scoprirà essere Helene (mai in scena) amata da entrambi. Il colloquio tra i due è ricco di tensione sin dall'inizio, pure feroce in alcuni momenti, addirittura quando Larsen sta per lasciare bruscamente lo studio di Znorko ( ricco di libri e un paio di poltrone nella scena di Carla Accoramboni, suoi pure i costumi) verrà preso a fucilate da quest’ultimo per farlo ritornare indietro e continuare l’intervista. Non voglio raccontare la trama, anche perché le sorprese si succedono di continuo, come quella dell’inizio che vede proprio quel giornalista e non altri aver voluto incontrare quello scrittore. Piuttosto è interessante il duello verbale ricco d’ironia, ma anche con qualche deja vu, che i due personaggi innescano ogni qual volta esprimono la propria visione sulla parola amore: disinibito, eccitante, erotico, passionale per lo scrittore: romantico, quotidiano, indagatore, mortale e qualche slancio per il giornalista. L'amore, diretta conseguenza della musica, è il motore del testo. Di Helene abbiamo alcune tracce delle sue lettere, come quando scrive a Znorko: « Noi ci diciamo parole d'amore, ma chi siamo noi?....A chi dici: io t'amo? A chi lo dico io? Non sappiamo chi amiamo. Non lo sapremo mai. Ti dono questa musica perché tu ci rifletta». Il lavoro di Schmitt è ben orchestrato, quasi sul filo del paradosso, per il modo come i colpi di scena giungono quando sta per scemare l’attenzione dello spettatore, il quale assiste quasi ad un dramma che è poi soltanto la commedia di tre vite che s’incontrano separatamente in tempi diversi, con la complicità di un epistolario galeotto, oggetto dell’ultimo libro dello scrittore, che condurrà il giornalista ad incontrarlo in quelle lande nevose e che finisce senza vinti e vincitori, senza una vera e propria conclusione.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 19 marzo 2016

 

 

al Biondo di Palermo dal 4 al 13 marzo 2016

Minetti, ritratto di un artista da vecchio
di Thomas Bernhard
regia di Roberto Andò

con
Roberto Herliztka

Li univa il nome dell’uno che era il cognome dell’altro. Loro erano Bernhard Minetti e Thomas Berhnard. Il primo considerato da molti il più grande attore teatrale tedesco del secondo dopoguerra morto a 93 anni nel 1998, il secondo era scrittore e drammaturgo olandese di lingua austriaca scomparso nel 1989 a 59 anni. Erano diventati amici i due al punto che Bernhard gli dedicò una pièce titolata Minetti, Ritratto di un artista da vecchio, rappresentata la prima volta nel 1977 al Württembergischer Staatstheater di Stoccarda con la regia di Claus Peymann, con lo stesso Bernhard Minetti nel ruolo del protagonista. E’ un lavoro quasi esoterico, in cui, nella colta e fine messinscena di Roberto Andò al Biondo di Palermo, nella traduzione di Umberto Gandini, s’incunea prepotentemente il fantasma del pittore belga James Ensor, precursore dell’espressionismo tedesco e ampiamente citato attraverso le maschere indossate dalle figure che fanno da contorno al Minetti di Roberto Herlitzka, forse l’unico attore vivente in Italia in grado di indossarne i panni, aderendo incredibilmente al personaggio in modo da diventare la vera impalcatura drammaturgica di tutta l’opera. Lo spettacolo ha come location la hall d’un hotel demodé, in stile mitteleuropeo, con macchie di muffa al soffitto, ascensore a vista, pianoforte e una quaterna di squadrate poltrone in pelle (la scena è di Gianni Carlucci che firma pure gli eleganti costumi con Daniela Cernigliano), illuminato con le luci giallo-arancio di Gianni Carluccio. Un quadro fatiscente, baluginante quasi alla maniera di Hopper, anche per l’immagine d’una donna in rosso in primo piano (Roberta Sferzi) che talvolta mette al viso la mascherina d’una scimmia e poi da una donnina in minigonna nera ( Verdiana Costanzo) che andrà via dopo un po’ col suo ganzo. Minetti-Herlitzka vi giunge la sera d’un capodanno piovoso, squarciato da tuoni e fulmini (suoni e rumori di Hubert Westkemper), facendo scampanellare la porta al suo entrare, vestito con giacca e cravatta e avvolto da un cappotto scuro come l’ombrello che ha in una mano, mentre nell’altra ha un valigione che cela la maschera, costruitagli da Ensor, del Re Lear shakespeariano. Un personaggio a lui molto caro, recitato in privato, ad ogni 13 del mese, in inglese e in tedesco davanti uno specchio della casa della sorella e che dovrebbe ri-proporre, dopo 30 anni che non lo fa davanti ad un vero pubblico, nel Teatro di Flensburg, nel bicentenario della sua nascita, e che adesso è in mano ad un direttore senza nome che tarda ad arrivare in quel luogo spettrale. Parla Minetti-Herlitzka, parla senza fermarsi per 80 minuti, volgendo educatamente la parola alla concierge e ai clienti dell’hotel e pure ad un nano mostruoso, senza avere mai delle risposte che siano tali. Nel giro di pochi minuti è come se lì sul palco ci fosse il Willy Loman di Morte d’un commesso viaggiatore di Miller, o un maestrino de La classe morta di Kantor o un Vladimiro o Estragone di Aspettando Godot di Beckett. Qualcuno insomma che ha travalicato la quarta parete e che va avanti a ruota libera, rimarcando che lui è contro la letteratura classica, pur avendola studiata, d’essere contro il teatro, contro il pubblico, contro i direttori di teatro che non sono puntuali, prendendo le difese dell’attore, del Mar del Nord, di Londra, pure di Scotland Yard, divagando sul rapporto scrittore-attore come catastrofe artistica. Certamente prova rammarico d’essere stato scacciato da Lubecca al tempo in cui pure lui dirigeva un teatro e resta della convinzione che l’attore deve esibire la sua presenza inquietante, avendo come peggiore nemico il pubblico. Suo desiderio sarebbe quello d’interpretare il Prospero de La Tempesta di Shakespeare e fare sparire le persone, come s’avvererà in chiusura quando inghiottendo alcune pillole e indossando la maschera di Lear si siederà su una poltrona venendo inghiottito da una tormenta di neve davanti al fondale che scomparirà, occupato da un paesaggio marino dai toni grigio-piombo. Successo per lo spettacolo prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e per gli altri interpreti che erano Pierluigi Corallo, Vincenzo Pasquariello, Matteo Francomano.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 14 marzo 2016

 

 

 

 

Sala Laudamo di Messina l’8 e 9 marzo

Zoff
di Maurizio Greco e Sara Greco Valerio
liberamente tratto da “Tra i legni” di Giuseppe Manfridi

Maurizio Greco arriva sul palco della Sala Laudamo di Messina con giubotto in mano che deposita in un lato e un golfino che si toglie depositandolo sul lato opposto. Formando in certo modo un’idea di porta come quando da ragazzini si giocava al pallone in qualunque spiazzo circoscrivendo i pali mancanti. Certo Greco con la pelata e qualche chilo di troppo non ha il fisico del portiere di calcio. Ma a lui non interessa vestirne i panni, quanto piuttosto raccontare la vita di Dino Zoff, uno dei più grandi portieri italici. Un ruolo che da ragazzini vestivano quelli scarsi, a differenza dei mediocri piazzati in centro campo e dai più bravi che giocavano all’attacco. Un racconto il suo titolato Zoff liberamente tratto dalla pièce Tra i legni di Giuseppe Manfridi e di cui firma pure la regia assieme a Elisa Panfili. Sono pochi invero i testi teatrali che trattano di calcio. Ma anche il cinema lo ha trattato poco e male a differenza degli States che hanno sempre riservato grandi attenzioni al loro sport nazionale che è il baseball. Mi viene in mente la canzone di Ligabue Una vita da mediano, la pièce Italia-Germania 4 a 3 di Umberto Marino, un amarcord tra amici per rivedersi e ricostruire quell’incontro del mundial messicano del 1970 in cui il Brasile ci batté in finale per 4 a 1 e non dimentico quella memorabile partita del mondiale spagnolo del 1982 raccontata da Davide Enia in Italia-Brasile 3 a 2 che aprì la strada all’Italia campione del mondo, ripetuto e urlato più volte, dal telecronista Nando Martellini, in cui Zoff, alla venerabile età di 40 anni, salvò il risultato parando un colpo di testa dell’attaccante brasiliano Oscar, giocando poi in aereo a tressette con Pertini e compagni di ritorno in Italia. Maurizio Greco nel suo monologo ripercorre le fasi più salienti dì Dino Zoff portiere. Poco o niente sulla famiglia, sul suo carattere taciturno, sulla sua voce dai toni bassi, sulle sue stringate dichiarazioni post-partita, né si fa cenno al suo ruolo di allenatore della nazionale italiana e alle sue dimissioni per alcune critiche pesanti avanzate da Berlusconi. Critiche che non hanno scalfito questa colonna del calcio mondiale nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio del 1942 e che, tra l’altro pure campione europeo nel 1968, è considerato uno dei più grandi portieri nella storia del calcio. Greco racconta del Zoff ragazzino che parava tutto, i suoi esordi a Mariano, poi nell’Udinese, quindi a Napoli e infine alla Juventus, in cui militò per 11 anni a cavallo degli anni ’70 e ’80, senza mai saltare una partita di campionato. Con la Juve collezionò 479 presenze (330 in Serie A), vincendo sei campionati italiani, due Coppe Italia e una Coppa UEFA, e disputò due finali di Coppa dei Campioni e una di Coppa Intercontinentale. Zoff infine formò, costituì assieme al libero Gaetano Scirea ed ai terzini Claudio Gentile e Antonio Cabrini, una delle migliori difese della storia del calcio. Sono servite al bravo Maurizio Greco solo tre sedie e 75 minuti per raccontare, anche in dialetto friulano, la vita di questo portiere che detiene il record mondiale d'imbattibilità per squadre nazionali, non avendo subito reti per 1142 minuti consecutivi. Spettacolo incalzante, molto applaudito prodotto da Le Maschere e dal Teatro di Messina.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 14 marzo 2016

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 4 al 6 marzo 2016

Volevo essere brava!
liberamente tratto dal testo
The perfect body
- Il corpo giusto
di Eve Ensler
regia di Paride Acacia

Eve Ensler, adesso 63enne, è una scrittrice e drammaturga newyorkese che ha raggiunta il successo una ventina d’anni fa con l’opera teatrale I monologhi della vagina, premiata con un Obie Award nel 1997 e da cui è nato poi il V-Day contro la violenza sulle donne. All’inizio era lei stessa a recitare i monologhi, poi sono stati portati in scena a Broadway da Susan Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder, a Londra da Kate Winslet e Cate Blanchett e in altre città europee e pure da noi in Italia. I monologhi, opera davvero viva, è il frutto di interviste fatte dalla Ensler a tantissime donne riguardo il sesso omo o etero e comprendono pure storie raccontate in terza persona. La Ensler è convinta che l’emancipazione delle donne sia legata alla loro sessualità e che le violazioni, gli stupri e gli incesti accadono a causa della propria vagina, sessualmente superiore all’organo maschile. Indagando sempre sul corpo e la mente delle sue coetanee la Ensler ha scritto The perfect body ovvero Il corpo giusto, mutuato poi da Paride Acacia (storico protagonista dell’osannato musical Jesus Christ Superstar secondo Piparo) con Volevo essere brava!, liberamente ispirato al testo della drammaturga, messo in scena da lui stesso nella sala Laudamo di Messina con ritmi indiavolati in stile rock-punk e interpretato otto-ragazze-otto gagliarde e volitive, disinibite e simpatiche in grado di cantare, ballare e muoversi ottimamente secondo i disegni coreografici di Sarah Lanza. Le giovani interpreti meritevoli d’essere tutte citate ( Gabriella Cacia, Francesca Gambino, Elvira Ghirlanda, Laura Giannone, Rita Lauro, Anna Musicò, Giovanna Verdelli, Milena Bartolone ) emotivamente hanno qualcosa di Thelma & Louise ( film del 1991 di Ridley Scott con Susan Sarandon e Geena Davis), mosse da una voglia d’essere protagoniste del loro tempo, non disdegnando le attenzioni dei maschi, tenuti però a debita distanza, badando che il proprio corpo non sposti troppo verso destra l’ago della bilancia e chissenefrega se questo accade. Guidate da Eve ( la Cacia) che sin da adolescente si propone di far parte dell’esercito delle brave ragazze che anche quando fanno l’amore tengono le gambe strette, le altre sette monologando confessano senza censure che cos’è il proprio corpo, avendo come spunti musicali canzoni di Lou Reed, David Bowie, Sex Pistols, The Prodigy, Beatles. Certo il mondo globalizzato le vuole perfette al lavoro, in casa, con i mariti e con i figli. Ma come si fa? Ci vorrebbe una formula magica che non esiste. Ed ecco proliferare i dietologi, chirurghi estetici, i miracoli sbandierati dalle Spa, il botulino che si inietta a litri nelle rughe facciali e non solo, perdendo tante poverine l’originaria espressione del visus al punto da non essere più riconosciute da amici e parenti. E non c’è solo l’acne accusata da qualcuna o i ripetuti lifting o le liposuzioni alle cosce dagli esiti incerti, ma anche i conflitti con le madri e i padri, restando il pane l’unico nemico da sconfiggere, con i morsi della fame che le attanagliano. C’è la lesbica e pure qualcuna che per piacere maggiormente al partner si sottoporrà a dolorosi interventi chirurgici alla vagina e c’è infine la donna grassa che pare eccelli nella fellatio. La felicità infine, con accordo di tutto l’ottetto femminile, pare che risieda nell’accettare quello che si è senza se e senza ma. Su una scena architettata con scatoli di cartoni con su impresse le facce di molti leader di gruppi musicali rockettari, su cui fa bella mostra una cyclette, varie bilance, tre ventilatori e uno specchio ovale, si consuma nel giro di un’ora un piccolo tomo di militanza femminista, maneggiato da Acacia con una leggerezza calviniana e con una irriverenza che non disturba mai. Successo per le protagoniste e per la Compagnia teatrale Vaudeville che ha prodotto lo spettacolo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 8 marzo 2016

 

 

 

Teatro Musco di Catania, dall’1 al 6 marzo 2016

Grigio Parigino
Il bell’indifferente, La voce umana
di Jean Cocteau
regia di Gianni Scuto

Ciò che mi accomuna a Gianni Scuto, regista teatrale di Catania, che conosco da più di 40 anni, è il grande amore per Parigi, per questa luminosa città sempre all’avanguardia in tutte le forme d’arte. Alcuni mesi fa, sentendolo al telefono, mi ha confessato che suo grande desiderio, dopo che l’eterna nemica svolgerà il suo compito, sarebbe quello d’essere sepolto nel cimitero Pere Lachaise di Menilmontant, nel colorito 20° arrondissement di Belleville, accanto a tantissimi personaggi celebri. Intanto, nel ricordo di ciò che è accaduto nella scoppiettante Parigi della prima metà del ‘900, Gianni Scuto mette in scena nel Teatro Musco di Catania due chicche teatrali di Jean Cocteau: Il bell’indifferente e La voce umana, unendole sotto l’unico titolo di Grigio parigino. Quel tipico colore autunnale, reso celebre dai pittori della rive gauche o di Montmartre, i cui alberi dei vari boulevard si spogliano delle foglie, non facilmente riproducibili sulla piccola scena del teatro, carica piuttosto di vari oggetti come l’insegna d’un Hotel illuminata da una lucetta rossa, una vecchia radio, un orologio come quello della Gare Saint Lazare, un telefono accanto ad un letto sopra il quale, quasi come in un sogno magrittiano sono dipinte varie nuvolette con luna centrale. E poi loro, les femmes ( Azzurra Drago e Valentina Ferrante), agghindate di tulle bianco con boa colorati al collo ( i costumi erano di Concetta Maccarone) in compagnia dei due gaga (Luigi Nicotra e Federico Fiorenza) assieme all’Edith (un po’ Piaf) di Cettina Bonaffini che canta La vie en rose o Les feuilles mortes di Prevert, accompagnata al piano dal maestro Alberto Alibrandi situato al centro sotto il proscenio. Un modo per entrare nel vivo della prima pièce de Il bell’indifferente scritto da Cocteau nel 1940 per la Piaf e il suo compagno di quell’epoca, l’attore Paul Meurisse, noto per la sua maniera molto distaccata di recitare, appunto indifferente. Lo veste qui lo stesso Nicotra, che ha il nome di Emile, che se ne sta per tutto il tempo muto a leggere Le Figaro, un po’ come farà il Willie nei Giorni felici di Beckett, mentre lei Edith, cui dà vita la stessa Bonaffini, urla e sbraita perché il suo uomo la trascura, preferendole una donna che ha il doppio degli anni del suo uomo. Il quale ad un tratto, stanco di ascoltare ciance e predicozzi e non volendo più sentirla inveire contro di lui, si vestirà di tutto punto e se ne andrà via, mentre lei canterà la straziante Ne me quitte pas (Non andare via) di Jaques Brel. Il secondo pezzo, certamente più noto e vero cavallo di battaglia di tante attrici di rango, a cominciare da Anna Magnani e finire con Adriana Asti nella Spoleto di qualche anno fa, è La voce umana. Un monologo di una donna sola nella sua camera da letto che si corrode la vita al telefono, aggrappata alla flebile voce dell’uomo che l’ha lasciata per un’altra, cui dà voce corpo e anima una splendida Nellina Laganà in grado di esaltare un amore giunto ormai alla frutta, cantando all’inizio Et maintenant, que vais-je faire / De tout ce temps que sera ma vie/ De tous ces gens qui m'indiffèrent/ Maintenant que tu es partie… resa celebre da Gilbert Becaud, dilaniandosi le carni per ri-agguantare qualcuno che non ne vuole più sapere di lei. Il telefono diventa un totem, un oggetto mitico, una scappatoia per sfogare la sua incalzante acredine verso chi è diventato assente e astratto, perché è sempre lei a profferire verbo attraverso quel filo che la unisce e la separerà per sempre dal suo amore. Qui Scuto inserisce accanto alla Laganà una ragazza (la stessa Ferrante) vestita di bianco, un angelo forse o un ermafrodito con baffetti con le sembianze del poeta Raymond Radigurt, che se ne sta beata su un’altalena a dondolarsi seraficamente. Mi pare opportuno ricordare che quando Cocteau scrisse nel 1930 questo monologo s’ispirò a se stesso al tempo in cui era innamorato di un giovane poeta - tale Jean Desbordes che morirà da eroe il 16 luglio del 1944 in seguito alle torture inferte dai tedeschi perché si rifiutò di dare i nomi dei suoi compagni francesi della Resistenza - e per il quale due anni prima aveva firmato la prefazione di J’adore, trasfigurando quell’amore infelice nella disperazione telefonica di una donna. In qualche modo, attraverso il personaggio femminile, Cocteau aveva messo se stesso sul palcoscenico e la propria disperazione.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 5
marzo 2016

 

 

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 26 al 28 febbraio 2016

L’ultima madre
drammaturgia e regia di Giovanni Greco

Così come credo sia giusto ricordare con film libri spettacoli teatrali la Shoah, non solo per controbattere e tacitare quei pochi personaggi che ancora oggi negano che a cavallo degli anni ’40 siano stati ammazzati nei campi di concentramento nazisti sei milioni di ebrei, credo altresì giusto che il Teatro, il Cinema, la Letteratura facciano sempre più luce sulle tante migliaia di desaparecidos (letteralmente "scomparsi" in spagnolo) che tra il 1976 e il 1983, per i motivi più banali, furono arrestati, torturati e uccisi dalla polizia dei regimi militari argentini di Videla, cileni di Pinochet e di altri paesi dell’America latina, sui quali si persero letteralmente le tracce, spariti volatilizzati nel nulla. Ricordare e fare luce soprattutto perché nessuno debba più in futuro comportarsi come le tre-scimmiette-non vedo-non sento-non parlo: comunicare piuttosto al mondo intero cosa realmente stia succedendo per prendere tempestivamente i più idonei provvedimenti. Film come La notte delle matite spezzate (1986) di Héctor Olivera, La morte e la fanciulla (1989) di Roman Polanski (tratto dall’omonima pièce di Ariel Dorfman) oppure Garage Olimpo (1999) del nostro Marco Bechis e tanti altri ancora, hanno chiarito (purtroppo a-posteriori) che a giocare un ruolo a favore delle forze governative sia stata la segretezza con cui arresti e sequestri avvenivano nottetempo senza testimoni. E quando i familiari chiedevano notizie dei loro cari, le autorità non fornivano alcuna informazione chiudendosi in un mutismo ostinato. Alcuni fatti si conobbero solo dopo la caduta del regime militare e il ritorno alla libertà e alla democrazia con la pubblicazione del rapporto Nunca màs ( mai più) che permise di ricostruire ciò che era capitato a tanti desaparecidos, detenuti in prigione o in campi di concentramento, torturati e uccisi in tutta segretezza, nascondendo le salme in fosse comuni o gettati nell’Oceano Atlantico o nel Rio della Plata con i cosiddetti voli della morte. Si ritiene che in quegli anni Videla sia stato responsabile d’aver fatto uccidere almeno 30 mila dissidenti, che poi nel 1992 il Tribunale Penale Internazionale delle Nazioni Unite riconoscerà come “crimini contro l’umanità”. Un ruolo importante hanno avuto le “madri” di Plaza de Mayo che denunziarono gli orrori avvenuti in Argentina, madri di tanti giovani che protestando pacificamente e sfidando il regime, riuscirono a far conoscere all’opinione pubblica il dramma che stava avvenendo nel proprio Paese. E alle “madri” fecero udire il loro dissenso pure le “nonne” che sono riuscite ad oggi a “recuperare” 117 nipoti, dispersi in vari luoghi, forse pure in Italia, senza poter avere una vera identità. Il paese di Maradona obnubilato nel 1978 per aver vinto i campionati mondiali di calcio non vedeva tutte quelle donne arrestate mentre si trovavano in stato interessante oppure rimaste gravide a seguito delle violenze subite nei centri di detenzione. Molte di esse partorirono mentre erano detenute, molte furono uccise, e i loro figli illegalmente affidati in adozione a famiglie di militari o poliziotti. Di quest’ultimo fenomeno tratta il romanzo-inchiesta L’ultima madre di Giovanni Greco, andato in scena alla Sala Laudamo di Messina, di cui oltre a curare la drammaturgia e la regia ha vestito pure i panni di Elias Levy, padre di Irene (mai in scena), nonno d’una ragazza che da Berlino scrive lettere ad una tale Maria di Buenos Aires per sapere notizie della nipote Antonia. Uno spettacolo oratoriale di stampo politico, con quinte e laterali nere tempestato da foto in bianco e nero di tanti desaparecidos e sul cui palco stanno seduti i personaggi realmente esistiti, avvolti in vari momenti dalle note del tango di Anibal Troilo rielaborate e cantate da Daniela Troilo. Si racconta di due donne: Maria ( Vittoria Faro) e Mercedes ( Ilaria Genatiempo) le cui vite s’intrecciano raccontando l’una la storia dell’altra. Maria è analfabeta, è contro la dittatura e per questo arrestata torturata e esiliata e cerca prima i suoi figli gemelli (mai in scena) Miguel e Pablo, chiaramente assassinati, poi i nipoti nati dalla relazione tra Pablo e Irene. Mercedes, da canto suo, è figlia sterile, finta incinta, di Ignacio Mendoza, un generale (anche lui mai in scena) collegato alla giunta militare di Videla. Visto che spesso i figli nati dai sovversivi venivano affidati a famiglie militari, la famiglia di Mendoza crescerà i figli di Irene e di Pablo, quelli che Mercedes chiamerà Ignazio e Maria, l’unica questa forse rimasta in vita. Accanto a questi personaggi circola Stefano Guerrieri ripreso in vari ruoli come quello di capo dei servizi segreti, pure ministro di chissà quale cultura, e poi anche medico e cappellano, anche costoro responsabili di persecuzioni varie e Ilenia D’Avenia negli abiti di un’ispettrice post-dittatura e di Antonia, compagna di cella di Irene. Successo per lo spettacolo prodotto dalla Compagnia DAF, dal Teatro Vittorio Emanuele di Messina e dall’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 27 febbraio 2016

 

 

 

Vittorio Emanuele di Messina dal 18 al 21 febbraio 2016

L’Histoire du Soldat
di Ramuz-Stravinsky
adattato e diretto da Gianni Fortunato Pisani

« Non essendo un uomo di Teatro, avevo proposto a Stravinskj di scrivere, piuttosto che una pièce nel senso proprio, una “storia”, facendogli vedere che il Teatro poteva essere concepito in un senso molto più largo di come lo si faceva ordinariamente e che si prestava, per esempio ( e io lo continuo a pensare), a ciò che si potrebbe chiamare lo stile narrativo ». Questo il pensiero dello scrittore svizzero di lingua francese Charles-Ferdinand Ramuz, estrapolato dai suoi Souvenirs sur Igor Stravinsky, allorquando tra il 1917 e il 1918 Ramuz e Stravinsky s’incontrano e decidono di realizzare l’Histoire du soldat. Ramuz scriverà il libretto ricavandolo da alcuni racconti popolari russi pubblicati da Afanasjev col titolo Le deserteur et le diable, Stravinsky comporrà una geniale partitura comprendente vari generi musicali, compreso il jazz, i cui suoni che sorprendono sono le marcette militari e le fanfare, i corali e i ritmi danzanti del paso-doble, tango argentino, valzer, ragtime. I due autori avevano pensato che lo spettacolo doveva avere un carattere itinerante, girando facilmente per città e piccoli paesi con pochi mezzi come un teatrino ambulante. Ma non andò cosi perché l’opera debuttò il 28 settembre del 1918 in un teatro piuttosto borghese di Losanna e negli anni che seguirono fu realizzata in vari modi, sotto forma di lettura scenica o drammatizata, mimata o danzata e poche volte è stata messa in scena come ha fatto adesso Gianni Fortunato Pisani al Vittorio Emanuele di Messina, curando regia e adattamento e vestendo lui stesso i panni del narratore, somigliante (senza malizia), con giubotto, cappello e ad un tratto pure con una frusta, ad un novello Indiana Jones. Seguando le indicazioni testuali Fortunato Pisani ha collocato a lato del palco l’orchestrina diretta da Michele Amoroso, composta da Giuseppe Fabio Lisanti (violino), Walter Roccaro (contrabbasso), Fabio Costantino (clarinetto), Salvatore Palmeri (Fagotto), Giuseppe Ruggeri (cornetta), Giuseppe Paratore (trombone), Francesco Russo (percussioni), mentre le coreografie erano firmate da Carlotta Bolognese. L’Histoire du soldat non è una fiaba a lieto fine e ruota attorno ad un soldato in licenza, quello che Mauro Failla veste con accenti svaniti e sognanti, che durante il tragitto verso casa incontra il diavolo, che nella fiaba russa è chiamato L’impuro, mentre qui è una sorta di doppio in coppia: Francesca Andò è un sensuale Lucifero, Carmelo Alati un Mefistofele mangiafuoco su alti trampoli. Nel suo sacco il soldato, che si chiama Giuseppe, tiene un piccolo violino, come dire la metafora della sua anima e il diavolo, con la scusa di voler imparare a suonarlo, tenta nei modi più subdoli di impossessarsi del prezioso oggetto, offrendo in cambio un libro magico. Quando l’incantesimo svapora sono passati tre anni e non tre giorni come crede il soldato, il quale ritornato al paese nessuno lo riconosce, compresi gli amici e la madre, trovando pure la fidanzata sposata ad un altro e già con due figli. Ripresosi dallo shock diventa un ricco mercante, cercherà giocando a carte col diavolo d’impossessarsi del suo violino, poi nei panni d’un medico guaritore sarà in grado di far tornare a nuova vita una pricipessa (Erny Lamponi, pure eterea danzatrice) che sposerà, rimanendo ancora una volta nel finale intrappolato nelle grinfie del diavolo. Fortunato Pisani questa volta non s’è fatto mancare nulla, arricchendo il suo “spettacolo totale”, prodotto dal Teatro di Messina, con alcuni spezzoni di film muti e pure una chicca di Meliès in cui si vede una diligenza guidata dallo scheletro d’un cavallo che rovinerà poi in un abisso con tutto il cocchiere. «L’Histoire du soldat - scrive Nathalie Sichler-Wolff nelle note al testo di Ramuz edito da Sequences - è il destino dell’uomo incatenato dal dramma della guerra e alle prese con i suoi più intimi desideri - la ricchezza e l’amore - che bisogna svelare in questo racconto musicale ».
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 26 febbraio 2016

 

 

 

Teatro dei Naviganti
Sala Laudamo 6-7 febbraio 2016

Libera i miei nemici
dal romanzo di Rocco Carbone
adattamento e regia Basilio Musolino

Con Libera i miei nemici, un romanzo del 2005 di Rocco Carbone, edito da Mondadori, adattato e messo in scena da Basilio Musolino nella Sala Laudamo di Messina, sembra esser tornati al terrorismo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, a quegli anni di piombo quando tante nostre città italiane, ma anche europee, venivano macchiate col sangue di giudici, giornalisti, politici, forze dell’ordine e talvolta di semplici e innocenti cittadini. Io non so se al momento alcuni brigatisti neri o rossi stanno scontando le loro pene in carcere, so solo che tanti sono liberi, svolgono i lavori più disparati e si sono integrati ormai a vivere una vita socialmente “normale”. La frase biblica del titolo rivolta forse ad un legislatore, ad un governo, ad un dio, risuona come un voler chiedere perdono per gli atti, certamente non veniali, compiuti da tanti giovani che, all’inizio, colti da fervori rivoluzionari o da passioni libertarie, li ha visti poi protagonisti d’un disegno politico molto più grande di quello che pensavano e li ha fatti partecipare ad azioni belliche in cui morivano tanti innocenti e il cui vero nemico si disperdeva in tanti rivoli da diventare quasi invisibile e irriconoscibile. Questo spettacolo vuole forse colmare un buco nero, riprendere le fila d’uno avvenimento non chiaro che ha visto coinvolta la giovane Francesca (Renata Falcone), rimasta uccisa in uno scontro a fuoco per mano d’una algida Lucia (Maria Pia Rizzo), in carcere da oltre 18 anni e che Lorenzo, fidanzato di Francesca sin dai tempi della scuola, cui da vita animosamente e amabilmente Domenico Cucinotta, svolgendo attività di volontariato come insegnante d’italiano per le recluse, va a trovare in carcere per capire i motivi del suo gesto. Su una scena minimale composta da quattro sedie e due tavoli di diversa foggia rigorosamente in metallo (quella di Aldo Zucco, sue pure le luci) i tre protagonisti cercano, con l’utilizzo di alcuni flashback che attraversano un ventennio, un motivo di quel gesto. Non lo troveranno, precipitando in un altro buco nero e con loro pure noi.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 8 febbraio 2016

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 29 al 31 gennaio 2016

Contrazioni
(Contractions)
di Mike Bartlett
regia di Luca Mazzone

C’è qualcosa di Quo vado? di Checco Zalone in questa pièce del 36enne inglese Mike Bartlett titolata Contrazioni (Contractions) nella traduzione di Monica Capuani, messa in scena con molta cura da Luca Mazzone nella Sala Laudamo di Messina. Lì dove in particolare il tema ruota sul lavoratore che deve/vuole conservare il “posto fisso” costi quel che costi. Anche se i due finali, quello del film e della commedia di Bartlett, divergeranno significativamente: Zalone “rinunciando” a quel posto dedicandosi con la compagna in missioni umanitarie di bambini, Emma ( la sottoposta dello spettacolo teatrale cui da vita un’ottima Silvia Scuderi) preferirà mantenere il suo status impiegatizio, scegliendo la via dell’integrazione e della “normalizzazione” aziendale, diventando la fotocopia della grigia manager che l’ha sempre avversata, interpretata con grande adesione da Viviana Lombardo. L’agile regia di Luca Mazzone per conto del Teatro Libero di Palermo, fondato dal padre Beno e dalla madre Lia Chiappara, entrambi affiatati teatranti insieme da più di 40 anni, tende a mettere in evidenza i caratteri delle due donne: di colei che sta sopra e dell’altra che sta sotto, la quale suo malgrado dovrà attenersi a regole aziendali balorde, come quelle che non si può avere alcun rapporto sentimentale, affettivo e sessuale con i colleghi. Addirittura quando Emma si legherà ad un compagno di lavoro e avranno un bimbo che morirà da li a poco, la perfida manager vorrà vedere de visu il corpicino accovacciato in una scatola di cartone. Il pensiero vola a Metropolis di Fritz Lang o ad Orwell 1984 in cui sono rigorosamente vietati sentimenti e amori, ma anche a certo Teatro dell’Assurdo, di Havel e Ionesco in particolare, per l’impianto drammaturgico che si articola in quattordici scene, i cui quattordici bui sono rischiarati da immagini oniriche ( il video è di Pietro Vaglica) tendenti a mettere in luce il carattere delle due protagoniste. Un modo per raccontare per frammenti la vita delle due donne, riprese nelle proprie due sedie con rotelle, divise da un tavolo d’ufficio e agghindate sempre con costumi che scandiscano i diversi momenti teatrali.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 31 gennaio 2016

 

 

Sala Laudamo di Messina per conto della Compagnia DAF dal 15 al 24 gennaio 2016

Terra che non sa
spettacolo di Teatro-Danza ideato e diretto da Sarah Lanza

Terra che non sa ideato e diretto con successo dalla coreografa Sarah Lanza, nella Sala Laudamo di Messina, è la seconda tranche del Progetto Parola Pasolini prodotto dalla Compagnia DAF, quale omaggio a Pier Paolo Pasolini nel quarantennale della sua morte. Un modo per ripercorrere sotto forma di teatro-danza alcune opere di questo nostro grande artista, diventato scomodo per l'establishment politico-culturale del nostro paese. Al centro della scena di Giulia Drogo (suoi pure i costumi) c’è una mega clessidra in plastica traslucida, non così bella invero come quella in plexiglas dei Giorni felici beckettiani secondo Missiroli all'interno della quale stazionava Adriana Asti nei panni di Winnie. La cosa curiosa è che all’inizio dello spettacolo scendono giù i granelli di sabbia, poi questa lenta cascatella si ferma come se il tempo non ha più senso e come se ciò che conta sono quei due gruppetti di danzatori, quattro a sinistra con i visi di cenere e i costumi in grigio, due a destra agghindati con colori bordeaux, capeggiati da due distinti corifei che hanno impresso sulle loro magliette nere la sagoma del viso di Pasolini. Intenti a narrare con le espressioni del viso e i movimenti dei loro arti, alcune volte in sincrono, volanti e sognanti schegge della filmografia di Pasolini, quasi idealmente a ricongiungersi col precedente spettacolo Vento da Sud Est di Angelo Campolo, di cui abbiamo già riferito su questo sito e che pone al centro la famiglia Banks che accoglie in casa propria degli extracomunitari di colore. Gli otto giovani protagonisti ( Patrizia Ajello, Massimo Bonanno, Alessio Bonifacio, Veronica Capodici, Luca D’Arrigo, Michele Falica, Ilaria Tartaglia, Antonio Vitarelli) approdano in una terra che non sa niente delle sofferenze che possono patire tutte quelle popolazioni del Nord Africa. Essere umani, direbbe Shilock del Mercante di Venezia shakespeariano, che amano, ridono, soffrono e piangono come noi, pregni dei nostri stessi sentimenti e la stessa voglia di vivere, amare e lottare. Nelle vitali, corporali, energiche e pure poetiche coreografie di Sarah Lanza sono tanti i film di Pasolini che si riconoscono: i duelli col coltello di Accattone con Franco Citti, (scomparso da alcuni giorni); zanzare fastidiose nei giorni assolati di Mamma Roma o quel gioiellino che è La ricotta, tratto da Ro.Go.Pa.G., in cui il sottoproletario Stracci fa il buon ladrone in un film sulla Passione, ma durante una pausa s’ingozza di cibo, fino a morire d’indigestione sulla croce e via via tanti altri, resi evidenti con molta espressività da tutto l’ensemble, accompagnato da musiche scelte con molta oculatezza, oscillanti tra Mozart e Bach, con puntate a quelle ambientali di Brian Eno e in chiusura pure una canzone di De Gregori (L’infinito).
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 21 gennaio 2016

 

 

 

 

dall’8 al 10 gennaio alla Sala Laudamo di Messina

Caterina
scritto e diretto da Donatella Venuti

con
Margherita Smedile, Alessio Bonaffini, Donatella Venuti,
Gerri Cucinotta, Nicola Buonomo

scene e costumi Franco Lombardo
musiche scritte ed eseguite dal vivo Arcadio Lombardo

Spesso il Teatro ma anche il Cinema e le Arti visive attingono a piene mani alle news che i media diffondono con più o meno libido sul web o sulla carta stampata, insistendo spesso su particolari colori e tinteggiature. Esempio è la pièce Caterina di Donatella Venuti, scritta in dialetto messinese (forse un omaggio a Spiro Scimone) e in lingua, lei stessa curatrice della regia alla Sala Laudamo di Messina, riservendo per sé pure un ruolo per niente marginale, ruotante attorno ad uno stupro perpetrato da un padre-padrone nei confronti della figlia del titolo, che scorgiamo all’inizio dello spettacolo all’interno d’un manicomio. Un luogo in cui Margherita Smedile, che le dà fattezze realistiche, abita da un paio di anni, sviscerando dolori e sofferenze recategli da un orco in casa che avrebbe dovuto darle solo affetto e amore e che va ripetendo di continuo, rivolta ad una figura astratta sul proscenio, che il suo tesoro, inteso come anima o verginità, lei lo tiene gelosamente nascosto dentro di sé non regalandolo a nessuno. Una prova superba, intensa, pregna di pathos la sua, espressa con una varietà di toni vocali, in grado certamente d’affrontare questa nostra piccola-grande attrice nostrana ruoli impegnativi come la Carmen bizettiana, la Lupa verghiana, la Maria del Woyzeck di Büchner o la Lulu di Wedekind. In questo lager Caterina è curata da un medico (un po’ legnosetto invero quello di Nicola Buonomo) che cerca di confortarla e sostenerla generosamente e la scena, ad opera di Franco Lombardo, suoi pure i costumi, su un accompagnamento musicale del figlio Arcadio, si veste di grottesco quando giunge la sua famiglia, con l’intento di riportarla a casa, composta da una madre (la stessa Venuti) su sedia a rotelle in grado di deambulare come una bambola in preda ad Alzheimer, un padre dai capelli impomatati (Gerri Cucinotta) un malamente quasi, sempre su di giri, in continuo evidente disagio e dunque irascibile per qualunque argomento gli venga propinato e infine la nonna en-travesti di Alessio Bonaffini con gonfia parrucca grigia, esagerato crocefisso d’Assisi al collo, goffo nell’incedere su due gambe somiglianti a due stampelle a forma di sette, molto vicina a quella nonna in carrozzella di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola. Questi famigliari, le cui donne abbracciano tre generazioni, sembrano i parenti terribili di Cocteau, con la differenza che qui il lavoro della Venuti si incunea in alcuni risvolti di tipo antropologico, inserendovi una preghiera del Pitrè che la nonna utilizza per fare con quella croce dondolante sul petto un esorcismo e togliere il malocchio alla nipote. E in un finale consolatorio (con qualcosa da rivedere) si vedrà il padre che si leverà di torno perché colto da un ictus e Caterina che giunta all’età di 40 anni, cinque passati in quell’ospedale psichiatrico, potrà finalmente aprire la finestra della sua stanza e volare come un cuculo dove meglio le piacerà. Successo per il Gruppo Morman 2 che ha prodotto lo spettacolo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 14 gennaio 2016


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