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Le Recensioni di Gigi - 2017
a cura di Gigi Giacobbe - gigigiacobbe@fateatro.it
 



Ma non è una cosa seria
Bestie di scena
I fratelli Fiticchia
Amunì
U Ciclopu, Giufà e Firrazanu

Le Rane
Raccogliere & Bruciare NTF2017
Il Ciclope
Sette contro Tebe
Animali da bar
Il fatto del sogno
Contrada Acquaviola n.1
Macbeth
Miseria e nobiltà
Machbeth



Il Giuramento
Rosso d'ottobre
Sei personaggi in cerca d'autore
Uno nessuno centomila
Hamletmachine
I malvagi NTF2017

Tempi Nuovi NTF2017
Il cavaliere Pedagna
Il sistema Ribadier
Giuda, la cena
Per non morire di mafia
Assolutamente deliziose
De rerum natura

Oh Dio mio!
Delirio bizzarro


NO43 Filth
Fidelity card
Il signior Dopodomani
Il pozzo dei pazzi
Lighea la sirena
Intorno ad Ifigenia, liberata
Amanti Enigmi NTF2017
Primavera dei Teatri 2017
Troilo vs Cressida
Billy Elliot
Profumo di donna
Sincopi Deliqui Infarti e ...
Le gattare juventine
Polvere
Vizio di famiglia
Niño


Filumena Marturano
Matrimoni e altri effetti collaterali
Mari/age
Festival Tracce di Memoria
Sogno d'una notte di mezza estate
La scortecata
Frame NTF2017
Come un granello di sabbia
Fenicie
Emigranti
Il guardiano
Minchia signor tenente
Così è (se vi pare)
Il gran duello di Agricane e Orlando..
Enigma
Ccu i ‘nguanti gialli

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al Teatro Argentina di Roma 13 dicembre 2017

NO43 FILTH
diretto e messo in scena da Ene-Liis Semper e Tiit Ojasoo
bodywork Jüri Nael
luci Petri Tuhkanen
musica Jakob Juhkam, Tiit Ojasoo, Ene-Liis Semper

con
Marika Vaarik, Helena Pruuli, Rea Lest, Rasmus Kaljujärv,Ragnar Uustal, Gert Raudsep,
Simeoni Sundj, Jörgen Liika, Reimo Sagor

Sarebbe stata la gioia di tanti bimbi poter giocare all’interno di quella massa di fango sparsa su tutto il palcoscenico del Teatro Argentina di Roma per lo spettacolo NO43 Filth del Theatre NO99 di Tallin diretto e messo in scena da Ene-Liis Semper e Tiit Ojasoo. Una formazione estone vincitrice, assieme ad altre cinque, del XIV Premio Europa Realtà Teatrali, di cui è bene subito chiarire che NO99 indica il numero degli spettacoli che questo Teatro allestirà durante la propria esistenza e poi si scioglierà e che NO43 è il titolo dello spettacolo in questione cui è stato aggiunto il termine Filth che significa “sporcizia” “sozzura”, pure “fango” naturalmente, quello che la compagnia, in maniera sorprendente, s’è portato dal proprio paese per poterlo poi stendere sulla scena dell’Argentina. Guarnita pure da vetri trasparenti a mezza altezza, posti per tutta la lunghezza del proscenio, certamente a salvaguardia degli spettatori delle prime file che altrimenti sarebbero stati investiti dagli schizzi fangosi ad opera dei nove attori (tre donne sei uomini), Marika Vaarik, Helena Pruuli, Rea Lest, Rasmus Kaljujärv,Ragnar Uustal, Gert Raudsep, Simeoni Sundj, Jörgen Liika, Reimo Sagor, vestiti con abiti normali che agivano con i piedi affondati in quella melma fino alle caviglie per quasi due ore. Durante le quali con facce scure e avvolti da suoni seriali e scampanellii vari, ( le musiche erano di Jakob Juhkam, Tiit Ojasoo, Ene-Liis Semper) vivevano in questo luogo insolito e ostile, più ideale per i maiali che per l’uomo, in cui ognuno compiva azioni varie con atteggiamenti anarchici, tali da far venir in mente La fattoria degli animali di George Orwell e si cercasse in mezzo a loro un capo, una guida che potesse inquadrarli e normalizzarli. Hanno il viso arrabbiato i nove personaggi e i loro rapporti sono sbrigativi e sfuggenti come se si odiassero o non potessero vedersi l’uno con l’altro. I loro gesti sono quelli usuali della gente normale quando è in casa o fuori al lavoro o va a ballare. Tuttavia si respira un’aria di tensione mista a noia o nausea. E quando una coppia allude ad un rapporto sessuale sembra che questo rimanga sempre incompleto. All’inizio i loro abiti sono lindi, poi cominciano a lordarsi di fango e più avanti quando se lo gettano addosso riempiendosi le tasche o cadendo giù in quella poltiglia scura che li copre per intero, diventeranno irriconoscibili, degli zombi quasi rischiarati da secchiate di acqua che qualcuno tira loro in faccia. Dopo quasi due ore, forse troppe, sembrano sculture viventi, esseri umani urlanti senza un domani che sceglieranno di morire così come fanno gli elefanti estinguendosi al suono dei loro barriti.
Gigi Giacobbe

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 19 dicembre 2017

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dall’8 al 10 dicembre 2017

Filumena Marturano
di Eduardo De Filippo
regia Liliana Cavani

con
Mariangela D'Abbraccio, Geppy Gleijeses, Mimmo Mignemi, Nunzia Schiano, Ylenia Oliviero,
Elisabetta Mirra, Agostino Pannone, Gregorio De Paola, Adriano Falivene, Fabio Pappacena

scene e costumi Raimonda Gaetani
musiche originali Teho Teardo
luci Luigi Ascione

Produzione Gitiesse Artisti Riuniti diretta da Geppy Gleijeses

Filumena Marturano di Eduardo racchiude in sé i cromosomi diabolici della sofferenza femminile. Che alla fine però trova il suo riscatto con l’escamotage della finta morte, facendosi sposare dal suo Domenico Soriano, che lei chiama Dummì e con il quale, tra poche gioie e molti dolori, convive almeno da un quarto di secolo. Nonostante i continui litigi i due si amano alla follia. E se adesso lui vuole annullare quel matrimonio strappatogli in articulo mortis, per continuare a fare il farfallone amoroso con donnine compiacenti, lei lo inchioderà dicendogli che dei tre figli avuti durante la sua attività di prostituta, uno è suo, concepito in uno di quegli incontri Sturm und Drang durante il quale lei ha veramente amato il suo Dummì. Ricordandogli più avanti che in quell’occasione lui la pagò con una cento lire, conservata da lei come una reliquia al collo e che adesso strappandone un pezzetto, su cui ci sta scritta la data, gli getta in faccia il rimanente pezzo di cartamoneta apostrofandolo con una di quelle battute indelebili che fanno parte ormai dell’immaginario collettivo che i figli non si pagano. Una battuta che diventa un tarlo per quell’uomo vanesio e benestante, figlio d’un ricco pasticcere di Napoli che ama i cavalli da corsa e gli ippodromi, luoghi pure per nuove conquiste amorose e che, una volta conosciuti i tre giovanotti, cercherà, senza successo, di scoprire chi sia veramente suo figlio. Filumena ha vinto e convinto Dummì a farsi sposare in chiesa in grande pompa, accompagnata dai fidi servitori e dai tre figli, rilassandosi in poltrona dopo la cerimonia, senza più le scarpe a spillo ai piedi, scoppiando in un pianto liberatorio che le fanno dire: Dummì, sto chiagnenno…Quant’è bello a chiàgnere… Filumena Marturano scritta da Eduardo nel 1946 al tempo in cui i figli illegittimi non venivano salvaguardati, facendosi carico l’Assemblea Costituente d’approvare l’anno successivo un “articolo che stabiliva il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare anche i figli fuori dal matrimonio” e otto anni dopo, nel 1955, d’approvare una legge che aboliva l’espressione figlio di N.N. ( “Nomen nescio” o “Non Nominato”), era stata scritta per la sorella Titina De Filippo, diventando negli anni un personaggio femminile molto ambito e interpretato poi da grandi attrici del calibro di Regina Bianchi, Pupella Maggio, Valeria Moriconi, Isa Danieli, Lina Sastri, Mariangela Melato e Sofia Loren al cinema assieme a Marcello Mastroianni diretti da Vittorio De Sica. Adesso, dopo aver debuttato l’anno scorso al Festival di Spoleto, lo spettacolo giunge al Vittorio Emanuele di Messina riscuotendo un notevole successo, in grado di risvegliare il pubblico gelido delle “prime” che ha applaudito a più riprese una strepitosa Mariangela D’Abbraccio: una prova la sua giocata con una naturalezza tutta partenopea, entrando interamente nel sanguigno personaggio di Filumena, erede quasi di tante eroine di classici greci, pregno di filosofia popolare dove la famiglia rappresenta il centro nodale della società civile. Accanto a lei un trasognato Geppy Gleijeses, ironico e disincantato nei panni di Domenico Soriano, tuttavia simpatico, che ha dei sussulti responsabili solo quando Filumena gli rivela che dei tre ragazzi che ha cresciuto uno è suo figlio. La messinscena di Liliana Cavani, la prima di questa signora, regista di numerosi film significativi (per tutti valga Il portiere di notte) prestata al Teatro, è sobria e incisiva, considerando che gli interpreti recitano nella lingua napoletana di Eduardo. Si fanno notare i personaggi di contorno: l’Alfredo di Nino Mignemi e la Rosalia di Nunzia Schiano, e poi i tre figli Agostino Pannone, Gregorio Maria De Paola, Adriano Falivene, la Diana di Ylenia Oliviero, l’avvocato Fabio Pappacena e la Lucia di Elisabetta Mirra. Un ampio salone era la scena di Raimonda Gaetani (suoi pure i costumi) e ottime le luci di Luigi Ascione. Centocinquanta minuti di uno spettacolo tutto da godere.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 16 dicembre 2017


 

 

al Brancati di Catania dal 7 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018

Ma non è una cosa seria
di Luigi Pirandello
regia Romano Bernardi

con
Debora Bernardi, Filippo Brazzaventre, Sebastiano Tringali, Salvo Scuderi, Camillo Mascolino,
Maria Rita Sgarlato, Riccardo Maria Tarci, Riccardo Vinciguerra, Evelyn Famà, Lorenza Denaro,
Gianmarco Arcadipane, Maria Juvara

scene Susanna Messina
costumi Sorelle Rinaldi
luci Sergio Noè

produzione Teatro della città di Catania

Un Dongiovanni da strapazzo crede di fare i comodi suoi e alla fine ci riesce pure. Si può condensare così il plot di Ma non è una cosa seria di Pirandello andata in scena la prima volta quasi un secolo fa al Teatro Rossini di Livorno e riproposta adesso con successo al Teatro Brancati di Catania in un’accurata messinscena di Romano Bernardi e con un cast per lo più etneo che eccelle in bravura. Certamente lo spunto iniziale, quello del matrimonio per burla, per finta o bianco era stato già trattato in altri lavori da Pirandello: con toni drammatici in Diana e la Tuda, con accenti paradossali come nel Gioco delle parti. Qui, nella commedia in questione, tratta dalle novelle La signora Speranza e Non è una cosa seria, sembra d’entrare in un film surreale di Buñuel per come lo sciupafemmine Memmo Speranza, interpretato con esiti felici da Filippo Brazzaventre, si accosta al pianeta femminile, considerato soltanto un campo su cui piantare effimeri alberelli, se è il caso pure di duellare con mancati cognati, decidendo ad un tratto di non correre più il rischio di ammogliarsi prendendo moglie. Un modo paradossale per continuare a dragare signorinelle disponibili, compiacenti e sorridenti, come le due donnine fru-fru, rispettivamente la Fanny di Lorenza Donato e la più disponibile Loletta di Evelyn Famà, senza più nessuna che gli dica di sposarsi perché già sposato. E con chi s’è sposato, solo in municipio, questo latin lover elegante nei suoi doppi petti? Con una brava e grigia donna con cuffia nera in testa di trentadue anni che ne dimostra venti di più di nome Gasparina, vestita con grande adesione e bravura da Debora Bernardi, una sorta di governante sicula che gestisce una piccola pensione, frequentata da personaggi agés come il polemico Grizzoffi di Camillo Mascolino e il canuto Barranco di Sebastiano Tringali che sotto-sotto aveva fatto un pensierino nei confronti di quella donna così a modo e attempata e dove vi lavorano come camerieri Maria Iuvara e GianMarco Arcadipane. In concreto la poverina, che mai aveva pensato che un uomo potesse prenderla in moglie, diventando la signora Speranza non gestirà più la pensioncina, avrà un vitalizio e una villetta dove abitare e quando, dopo cinque mesi di illibatezza, deciderà di metamorfosarsi in una donna attraente dagli abiti floreali, il marito, forse perché il Barranco è li pronto a prenderla in moglie, forse perché all’improvviso vede in lei un’altra donna, bella, sorridente e giovanile, s’innamora all’istante e quel matrimonio-burla si trasforma in qualcosa di molto serio, senza sapere se poi i due vivranno felici e contenti. Nelle tre location dei tre atti si nota il professore Virgadamo di Salvo Scuderi, colto poi da un colpo apolettico e accudito dalla maestrina Terrasi di Maria Rita Sgarlato e i due amici di merenda di Memmo Speranza, rispettivamente il Magnasco di Riccardo Maria Tarci e il Lamanna di Riccardo Vinciguerra. Le scene che vanno puntellate meglio erano di Susanna Messina, i costumi anni ’20 delle Sorelle Rinaldi, le luci di Sergio Noè.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 9 dicembre 2017


 

 

 

al Teatro Verga di Catania dal 5 al 17 dicembre 2017

Il giuramento
di Claudio Fava
regia Ninni Bruschetta

con
David Coco, Stefania Ugomari Di Blas, Antonio Alveario, Simone Luglio,
Liborio Natali, Pietro Casano, Federico Fiorenza, Luca Iacono, Alessandro Romano

musiche originali Cettina Donato
scene e costumi Riccardo Cappello
luci Salvo Orlando

produzione Teatro Stabile di Catania

Il giuramento di Claudio Fava con l’eccellente regia di Ninni Bruschetta al Verga di Catania che lo produce, allunga la fila dei lavori d’impegno civile che ha visto entrambi lavorare in piena sintonia. E’ successo per Il mio nome è Caino su fatti di mafia, per L’istruttoria sugli atti del processo in morte di Giuseppe Fava, per Lavori in corso sull’utopia d’un ponte sullo Stretto di Messina e adesso per Il giuramento ispirato alla figura di Mario Carrara, medico e docente universitario, uno dei padri della medicina legale italiana seguace degli insegnamenti di Lombroso incentrati sulla fisiognomica del corpo umano e non solo, passato alla storia come uno dei pochissimi docenti universitari italiani che rifiutarono il giuramento di fedeltà al Fascismo. Il personaggio è interpretato splendidamente da David Coco con un aplomb di galantuomo che ama il suo lavoro e i suoi studenti e che non scorge alcun motivo perché debba giurare su qualcosa in cui non crede. Di quella dittatura gli sembrava ridicolo l’apparato estetico: le camicie nere inamidate, i fez col fiocco, i pugnaletti che i ragazzi e pure i suoi studenti portavano al fianco e non apprezzava né i pistolotti patriottici né le canzoncine tipo faccetta nera e gli facevano pena i suoi colleghi che avevano smarrito il senso del dubbio. In Italia nel 1931 quando Carrara ha 65 anni furono 1238 i professori che giurarono fedeltà al re e al duce, compresi intellettuali del calibro di Croce, Calamandrei, Lombardo Radice, Eimaudi e solo in 12 manifestarono il loro rifiuto perdendo la cattedra e i lavoro e tra questi Mario Carrara che venne escluso da tutte le cariche pubbliche. Alcuni anni dopo la sua casa fu perquisita nell'ambito dell'operazione che portò all'arresto di Vittorio Foa e Massimo Mila e nell’ottobre del 1936 fu arrestato per attività contro il regime fascista, e solo la sua età avanzata lo salvò dal confino. Detenuto alle carceri Nuove di Torino, dove continuò a lavorare al suo Manuale di medicina legale, morirà nel giugno successivo. La scena di Riccardo Cappello (suoi pure i costumi) è uno spaccato di un’aula universitaria dove a volte appare una lettiga con un malato, oggetto delle lezioni anatomiche e antropologiche di Carrara e luogo pure d’incontro con la segretaria Tilde (Stefania Ugomari Di Blas) che pende dalla sua labbra e che si cura di lui propinandogli pillole per la gastrite e stilare gli argomenti delle sue lezioni. Fa capolino il professore Pareschi di Antonio Alveario, sempre sfarfalleggiante, amico di Carrara ma che ipocritamente giurerà fedeltà al duce, stessa cosa farà il rettore di Simone Luglio che si adeguerà giusto per non avere noie. Carrara non se la sente di giurare e non lo fa per spocchia, capisce solo che non può farlo, non sentendosi per questo un eroe o un simpatizzante di Gramsci. Colpisce tuttalpiù che quei poveri goliardi con rosso cappello a punta che cantano a squarciagola banali canzonette (Liborio Natali, Pietro Casano, Federico Fiorenza, Luca Iacono, Alessandro Romano) non solidarizzino neppure per un momento con il loro colto professore che probabilmente non vedranno mai più. Molti furono gli intellettuali e politici dissidenti che abbandonarono l’Italia, milioni credettero a quell’uomo calvo dagli occhi roteanti e altrettanti vi restarono turandosi il naso. Noi apprezziamo quei dodici docenti, forse eroi senza saperlo, che ebbero il coraggio di dire di no. Belle le musiche di Cettina Donato, in particolare quelle astratte che coglie Carrara e Tilde danzare a passi lenti stilizzati, immagine d’un rapporto che svanirà nel tempo come una farfalla che è la vita.
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 8 dicembre 2017

 

 

al Clan Off Teatro di Messina 18 e 19 novembre 2017

Fidelity card
di Nella Tirante
regia e ideazioni luci Roberto Bonaventura

con
Gianmarco Arcadipane e Nella Tirante

scene, costumi e grafica Cinzia Muscolino
aiuto regia Michelangelo Maria Zanghì

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, echeggia un nero adagio. Diventato nel frattempo un popolo di allenatori di calcio, cui possiamo aggiungere, senza essere smentiti, un popolo di drammaturghi. Infatti da quando un gruppo di critici ha caldeggiato un nuovo teatro del tipo fatevi i testi vostri, rispondenti alla nostra contemporaneità, è sorta in Italia una nutrita schiera di sceneggiatori, commediografi, drammaturghi tout court, rappresentati e messi in scena da giovani o meno giovani registi alla ricerca di nuove fortune e di nuove identità. Spesso sono monologhi o dialoghi, raramente i personaggi superano le dita d’una mano, complice la “perenne” crisi teatrale che condiziona scene e costumi, dibattendosi la regia a non eccedere e nemmeno a essere insufficiente. Gli argomenti ruotano sulla condizione femminile, sulle identità sessuali, sulle famiglie ristrette o allargate, su fatti di cronaca rosa, nera o gialla, su argomenti surreali o paranormali in cui può stazionare tra il pubblico una Madonna che muove a suo piacimento alcuni personaggi in scena, così come è accaduto poche settimane fa al Clan Off Teatro di Messina con Mari/Age di Rosario Palazzolo, lo stesso spazio che adesso ospita con la regia di Roberto Bonaventura la pièce Fidelity Card di Nella Tirante, lei stessa protagonista d’una madre sconvolta, convinta che compiendo una serie di fioretti dedicati a tutti i santi del calendario, acquisirebbe, a suo dire, quei punti utili a fare guarire il figlio disabile. Un ragazzo che Gianmarco Arcadipane, di nome Darex col numero 11 sulla maglia azzurra della nazionale italiana, veste spasticamente per tutti i 70 minuti dello spettacolo in una postazione rettangolare simile a una culla o una gabbia per animali domestici, situata sopra una sorta di mini-stanza di eguali dimensioni con tanto di tendina diventato l’abitacolo della madre. La quale, poverina, si cinge la vita con una max-cintura nera da cui le pendono una sfilza di santini tenuti da catenelle e che passa il tempo pregando e udendo da una radio religiosa i consigli che qualcuno le impartisce per acquisire nuovi punti, esortando nel contempo il figlio a non bestemmiare e ripromettendosi di condurre il marito in chiesa per la messa di domenica. Da quella sorta di balconcino il ragazzo fa come un pazzo, non sopporta di vedersi in quello stato rispetto ai fratelli normali, sogna di diventare un calciatore, pure un pilota di Formula Uno, insomma vorrebbe essere una persona normale con una vita normale in grado di passeggiare su quel lungomare che vede dalla sua postazione. Il miracolo non arriva. Giunge solo in sogno, in un momento in cui il ragazzo può palleggiare a suo piacimento e muoversi come vuole, desiderando in chiusura di librarsi in aria come un uccello. Un testo fragile che si rompe varie volte come un cristallo di Venini per ingenuità e bigottismo e che per quanto vincitore assieme ad altri tredici spettacoli al Festival I Teatri del Sacro 2017 ad Ascoli Piceno lascia gli spettatori attoniti e inebetiti.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 20 novembre 2017


 

 

 

Teatro Brancati di Catania dal 16 novembre al 3 dicembre 2017

Matrimoni e altri effetti collaterali
tratto da Salviamo le balene di Ivan Campillo
adattamento e regia di Manuel Giliberti

con
Mita Medici, Annalisa Insardà, Carlo Ferreri, Emanuele Carlino

scene e costumi di Rosa Lorusso
musiche originali di Antonio Di Pofi

Ciò che colpisce subito nello spettacolo Matrimoni e altri effetti collaterali - titolo, adattamento e regia di stampo cinematografico (primi piani, campo-controcampo) di Manuel Giliberti al Brancati di Catania, tratto dal testo Salviamo le balene dello spagnolo Ivan Campillo - è una sorta di altarino sul proscenio dell’immagine di Joan Baez, cantautrice e attivista statunitense, nota per il suo stile vocale, assurta qui ad una specie di madonnina, cui Mita Medici si prende cura d’accenderle un lumino, per una sorta d’amore misto a riconoscenza verso chi si è battuta per i diritti civili ed è stata leader di tante battaglie sul pacifismo legate alla guerra nel Vietnam. Mita Medici qui veste il ruolo di Jane, non quella della compagna di Tarzan piuttosto la Barbarella di Jane Fonda, sperticandosi sin dalle prime battute d’appartenere a quella generazione del ’68, citando una sfilza di nomi che hanno resi mitici quegli anni, indossando lei, figlia dei fiori, ancora larghe tuniche colorate e vistose collane afro-asiatiche, inneggiando ai sogni libertari di un tempo e sventolando una bandiera con su scritto “Salviamo le Balene Salviamo l’Ambiente”. Dove per Balena s’intende pure il matrimonio della figlia Claudia (grigia all’inizio e poi sempre più colorita quella di Annalisa Insardà) che rischia d’andare in malora, forse per usura forse perché da nove anni non riesce ad avere un bambino. E dire che il marito Gregorio, cui da vita un acquietato Carlo Ferreri, c’ha provato tante volte non riuscendo però ad ingravidarla, al punto che adesso è da più di sei mesi che ha smesso d’avere rapporti con lei. Una condizione che preoccupa la madre Jane che consiglia la figlia d’andare in vacanza in un centro benessere per risvegliare le voglie del marito che continua ad essere impigliato nel suo lavoro di professore di scuola. La loro vita è una matassa d’infelicità e neppure gli aiuti in video d’una simpatica psicologa (l’attrice etnea Evelyn Famà) risollevano la coppia. Il caso vuole che si rompa una serranda in casa di Jane e succede che Fabio, una sorta di angelo riparatore, quasi come quello pasoliniano di Teorema, interpretato dal giovane e aitante Emanuele Carlino, che si esibisce pure in un veloce spogliarello, riesca a rinverdire antichi e mai sopiti bollori della matura donna, sposata ad un uomo che non si vede mai. Il giovane ri-apparirà pure in casa della figlia, perché il caso vuole che anche le sue serrande si guastino, mostrando la donna le sue beltà e le sue voglie sopite. Sia come sia, è ancora mamma Jane a metterci una pezza, fornendo al genero pillolette azzurre miracolose e come per incanto un neonato bello e pronto giungerà in una carrozzella tirata dalla coppia fra le note di Blowin’ in the Wind di Bob Dylan.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 20 novembre 2017

 

 

Teatro Verga di Catania dal 7 all’11 novembre 2017

Bestie di scena
di Emma Dante

elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro

con
Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Alessandra Fazzino,
Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier

e con
Daniela Macaluso e Gabriele Gugliara

Produzione
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa /Atto Unico
Compagnia Sud Costa Occidentale /Teatro Biondo di Palermo / Festival d’Avignon

Bestie di scena è uno spettacolo breve (50 minuti), conciso, chiaro, profondo, come un apologo di Leonardo Sciascia. Forse il più tosto e personale di Emma Dante, regista ormai che splende di luce propria nel panorama teatrale internazionale. Quando gli spettatori entrano al Verga di Catania, i 12 attori, 6 uomini, 6 donne ( non più 14 per gli infortuni di Emilia Verginelli e Sabino Civilleri) sono già sul palco a fare esercizi di Fitness. Per un po’ hanno l’aspetto di persone normali. Poi gradualmente cominciano a spogliarsi. Prima, sui corpi sudati, si tolgono le magliette, poi i calzoni, quindi le scarpe e le calze, infine le mutande e i reggiseni per le donne. Sono tutti nudi adesso e si coprono i sessi con le mani. Sembra un’immagine moltiplicata di Adamo ed Eva di Dürer scacciati dal Paradiso. Ma l’esempio sarebbe troppo semplice perché gradualmente i 12 assumono l’aspetto di bestie, ricoperti della loro sola pelle, la cui spontanea equazione potrebbe essere, prendendo ad esempio un cane ma potrebbe essere qualunque altro animale, che il cane sta al padrone come l’attore sta al regista (cane:attore = attore:regista). Iniziano i lanci di oggetti sul palco e nessuno emette verbo se non solo guaiti o suoni di parole senza senso. Prima arriva un bidone d’acqua per potersi tutti dissetare e sbuffare in alto il liquido tenuto in bocca che le luci di Cristian Zucaro mettono più a fuoco, poi una lunga pezza di stoffa gialla viene utilizzata come coltre per nascondersi di sotto, mentre lo scoppiettio di numerose bombette-di-capodanno li fanno saltellare come canguri per non essere colpiti o bruciacchiati. Giungono adesso tre palloni, tutti giocano, qualcuna imita i movimenti meccanici d’una bambola parlante, qualche altra esegue un’infinità di piroette e altri ancora fissano sul proscenio degli assi di legno forniti d’una serie di piccoli carillon che puoi trovare nei bugigattoli parigini di Montmartre. E cosa succede se uno del gruppo volteggia in aria una spada? Certamente vorrà ferire qualcuno, però senza mai riuscirci. Rieccoli adesso tutti a ri-bagnare i propri corpi e scivolare stesi di spalle sullo spazio scenico come dei bob umani. Ogni cosa gettata sul palco serve a creare movimento, dinamismo, velocità, anche se certamente una bestia non potrà mai strizzare uno straccio bagnato e depositare l’acqua residua in un secchio. La voce dei Platters con la loro sempre soft Only you crea un momento di quiete e di serenità. Tutti danzano ma subito dopo giocano a lanciarsi a vicenda straccetti colorati. Adesso piovono dall’alto un’infinità di noccioline americane ed ovvio che ad alcuni viene voglia d’imitare le scimmiette nei loro tipici gesti e nell’atto di mangiarne ad libitum, cui segue una calata di scope che li obbliga a scopare e pulire. Lo spettacolo volge al termine con un lancio di abiti utili a farli rivestire e farli apparire come persone normali. Certamente è grande il potere d’un regista. A volte può plagiare i suoi attori. Penso a Ryszard Cieslak (attore polacco scomparso nel 1990 all’età di 53 anni) esempio vivente delle teorie ipotizzate da Grotowski nel suo Per un Teatro povero che fuori dalla scena -quando lo vidi a Venezia in una Biennale del 1975 interprete di Apocalypsis cum figuris - fumava 80 sigarette al giorno ed era un ammasso di tic e di insicurezze esistenziali, Penso anche al Teatro della Crudeltà di Artaud e a quello dell’immedesimazione di Stanislavskij e al suo epigono statunitense Lee Strasberg le cui teorie hanno fatto andare via di testa alcuni attori rimasti chiusi nei loro personaggi. Credo non sia il caso di Emma Dante e delle sue Bestie di scena.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 9 novembre 2017

 

 

alla Sala Laudamo di Messina dal 3 al 5 novembre 2017

Rosso d’ottobre
da un’idea di Federico Martino, Daniela Conti, Nino Saterno, Pompeo Oliva, Renato De Luca
regia Daniela Conti e Nino Saterno
musiche originali David Carfì

con
Federico Martino, Daniela Conti, Nino Saterno, Renato De Luca, Luca Fiorino,
Giseppe Di Marco, Angelo Sorace, Gregorio Anastasi, Sergio Tripodo

Su, lottiamo! l'ideale/ nostro alfine sarà/ l'Internazionale/futura umanità!... è la più famosa canzone socialista e comunista adottata dalla fine del XIX secolo come inno dalla Seconda Internazionale, (da non confondere con l'attuale Internazionale Socialista) cantata alla fine tra uno sventolio di bandiere rosse dai dieci elementi dell’Associazione “Le armi della critica” che con entusiasmo e coraggio e un filo di naïveté hanno presentato nella Sala Laudamo di Messina lo spettacolo Rosso d’Ottobre. Un modo intelligente, forse malinconico, per celebrare i 100 anni della Rivoluzione sovietica del 1917 mentre si svolgeva la prima Guerra Mondiale con russi e tedeschi che si combattevano, gli americani che entravano in guerra e noi italiani che subivamo la sonora sconfitta di Caporetto. I fatti e gli avvenimenti vengono narrati qui nei particolari dallo storico Federico Martino che per tutti i settanta minuti dello spettacolo se ne sta di lato seduto in poltrona con una mano poggiata su un bastone dietro le sue trasparenti lenti da intellettuale, come in un talk show o un oracolo di Delfi che, rispondendo alle domande di Nino Saterno nel ruolo d’un giornalista, rende più chiare le varie fasi di quella rivoluzione capitanata da Lenin, vestito qui dal professore di filosofia Giuseppe Di Marco. Saterno, regista assieme a una Daniela Conti emozionata dopo tanti anni d’assenza dalle scene (unica donna in scena, prima in abiti proletari a fiorellini poi, in chiusura, un’immagine pop d’una madre Russia agghindata con abito e copricapo rossi e stella al centro) cercano di rendere gradevole uno spettacolo che procede in maniera spezzettata, simile ad un puzzle. Appare e riappare a più riprese David Carfì che esegue le sue composizioni al pianoforte comprendenti pure alcuni brani di Shostakovich e Prokof’ev, salutate sempre con applausi come in concerto. Fanno capolino tre rivoluzionari con colbacco e fucili (Angelo Sorace, Gregorio Anastasi, Sergio Tripodo), invero grotteschi nelle loro posture; tra di loro s’aggira il dandy Renato De Luca in smoking nero, immagine dell’ancien regime. Il bravo Luca Fiorino s’avventura nell’oceano poetico di Majakovskij avendo sul fondo scena una ventina di manifesti della Rivoluzione Russa ad opera di noti artisti come il costruttivista Lisinskij pubblicati dagli Editori Riuniti e un dipinto materico di Mimma Oteri su un cavalletto, mentre su uno schermo al centro del palcoscenico scorrono spezzoni di Ottobre, i dieci giorni che sconvolsero il mondo film di Eisenstein del 1927, ripreso poi da Sergei Bondarchuk nel 1982 col medesimo titolo. Un modo per mettere insieme avvenimenti, per molti versi ingarbugliati, che per renderli più comprensibili e accettabili si è fatto ricorso, me lo auguro, alle teorie del “Teatro Politico” di Erwin Piscator, per il quale scene, recitazione, musiche, spezzoni di film e altri elementi pedagogici avevano enorme importanza per trascinare lo spettatore nel “turbine della passione politica”, proporgli razionalmente elementi utili a giudicare fatti storici e indurlo così a partecipare alla loro trasformazione. Risulta chiaro tuttavia che quella rivoluzione scoppiò in un paese autocratico ed arcaico, pure ignorantone, governato dallo zar Nicola II, con i rivoluzionari divisi in vari orientamenti. Da un lato i “bolscevichi”, in maggioranza, guidati da Lenin e Lev Trockij, dall’altro lato i “menscevichi”, in minoranza, fautori d’una “rivoluzione borghese”; poi i "cadetti", che volevano riforme costituzionali e il suffragio universale e infine i “socialisti rivoluzionari”, radicati fortemente nelle campagne. Le sconfitte militari e la grave crisi economica danno un colpo di grazia alla Russia e nel febbraio 1917 parte da Pietrogrado (adesso San Pietroburgo) una prima rivolta che porta alla costituzione dei primi “soviet” (consigli elettivi dei rivoluzionari). Il governo provvisorio passa a L’vov e Kerenskij, mentre lo zar va in esilio e Lenin torna in Russia, diffondendo le famose Tesi di Aprile. I tumulti del luglio 1917 e l’arresto di molti bolscevichi favoriscono la svolta conservatrice del governo e sono il preludio alla Rivoluzione di Ottobre (24-25 del calendario russo) che condurranno poi alle pesantissime condizioni della pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918). Dopo la guerra civile e la repressione delle forze anti-bolsceviche sostenute dall’Intesa nasce il 30 dicembre del 1922 l’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). A Lenin, succede poi Stalin (rivale di Trotskij), che segna il passaggio alla teoria del “socialismo in un solo paese”. Certamente lo spettacolo, realizzato in collaborazione col Vittorio Emanuele, verrà proposto agli studenti delle scuole territoriali messinesi, queste almeno le intenzioni del neo-collettivo-teatrale e dei vertici dell’Ente teatrale, rispettivamente Luciano Fiorino (presidente) e Egidio Bernava (soprintendente) che ricordano come Rosso d’Ottobre nasca da un’idea del compianto Pompeo Oliva, scomparso da pochi mesi, che ha rivestito in passato i ruoli di presidente e soprintendente dello stesso Teatro.
Gigi Goacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 5 novembre 2017

 

 

Teatro dei 3 Mestieri di Messina dal 27 al 29 ottobre 2017

Il Signor Dopodomani
di Domenico Loddo
regia Roberto Bonaventura

costumi Aurora Melito
elementi scenici Carlo Omodei

con
Stefano Cutrupi

produzione Teatro dei 3 Mestieri

Se Krapp nel suo ultimo nastro festeggia da solo il suo 70° genetliaco stappando bottiglie di champagne, mangiando eroticamente banane, rivivendo tramite un registratore un passato certamente più roseo di quello presente, Il signor Dopodomani del reggino Domenico Loddo, un monologo che va a mille all’ora con la pregevole regia di Roberto Bonaventura, vestito da un adrenalinico Stefano Cutrupi, anche lui di Reggio Calabria nonché tra i leader a dirigere il Teatro dei 3 Mestieri nella zona Sud di Messina, sembra un parente del personaggio beckettiano, solo per via d’un registratore a bobine e d’uno stereo portatile su cui ad inizio di spettacolo vi infila un’audiocassetta di 45 minuti che racchiude tutto ciò che è rimasto della sua compagna Ada che l’ha lasciato. Sono parole vere o false, brani musicali che sentivano insieme e che Cutrupi agghindato di frac e farfalla neri su camicia bianca e piedi nudi, quasi un personaggio marinettiano sbucato fuori da una serata futurista, ascolta masochisticamente come a volersi continuare a far del male. Del resto, si sa che quando si è abbandonati, e questo vale per entrambi i sessi, viene fuori una verve poetica, un fiume di parole che possono essere scritte su carta o registrate su nastro, salvifiche quasi, utili a lenire le ferite d’amore. Si torna indietro con la mente e ci si proietta in avanti per individuare il bandolo della matassa, del perché l’altro è andato via e non è più con te. Si analizzano ricordi, incontri e scontri, i tanti perché l’altro/a non è più accanto a te: cause, luoghi e modi ben descritti da Igor Alexander Caruso nel suo libro-saggio La sepazione degli amanti. Sembra impazzito Cutrupi, andando tutto torno allo spazio scenico, vivendo anfetaminicamente il personaggio, ora afferrando una rosa rossa mentre echeggiano le parole della canzone Cogli la mia rosa di Rino Gaetano, ora ricordando la sua Ada con Un anno d’amore cantata da Mina. I neuroni di Cutrupi s’illuminano come quando una biglia d’acciaio colpisce i bersagli d’un flipper e non gli è chiaro perché in matematica 3x0 faccia 0 e tre mele x zero rimangano lì come tre mele, come dice pure Dylan Dog. Ma gli è chiaro - alla maniera di Catalano - che si è felici fintanto che non si è infelici e che non può essere felice un condannato a vivere. Grida Cutrupi il suo status esistenziale. Il suo sembra uno sproloquio delirante, schizofrenico, malato. Un uomo senza domani ma con un dopodomani. Verso la fine, forse immaginato forse reale, il personaggio assume le fattezze d’un giustiziere della notte con un coltello in mano. Lui uomo del Sud, che non voleva vivere solo per vivere ma per conoscere, sente che la sua Ada l’ha tradito, sembrandogli un palindromo (che non è) stra-fottente, poco stra e molto fottente, al punto da mimare sul proprio corpo un’infinità di colpi di pugnale, mentre le mele non ne vogliono sapere di scomparire. In chiusura s’ode la voce di Ada (quella registrata di CristianaNicolò) che dice d’aspettarlo, riferendosi chiaramente a tempi più felici. Sia come sia, se femminicidio c’è stato non è giustificabile. Mai.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 30 ottobre 2017


 

 

Clan Off Teatro di Messina dal 28 al 29 ottobre 2017

Mari/age
testo e regia di Rosario Palazzolo

luci Alice Colla
scene Luca Mannino
costumi Ylenia Modica

aiuto regia Monica Cavatoi
assistente alla regia Angelo Grasso

con
Delia Calo`, Viviana Lombardo, Sabrina Petyx, Dario Raimondi, Chiara Italiano

produzione TMO (Teatro Mediterraneo Occupato, Palermo) con teatrino controverso

Mari/age è il titolo d’un lavoro del 45enne palermitano Rosario Palazzolo che fa parte assieme a Lo zompo e ad altri due capitoli, di cui non si sconoscono i titoli, d’una tetralogia appellata Santa Samantha vs Sciagura in quattro mosse. Lo spettacolo in questione ha inaugurato la nuova stagione del Clan Off Teatro di Messina diretto dal due di coppia Mauro Failla e Giovanni Maria Currò. Se il termine (francese) si legge senza la sbarra d’interruzione, ovvero Mariage, il significato in italiano sarà: “matrimonio”, “nozze”, “sponsali” etc… ed è di questo che tratta lo spettacolo. Ma se la parola s’inframmezza così come ci viene mostrata, il significato cambia e Mari/age potrebbe significare Marito/anziano che chiaramente non di questo tratta e dunque sarebbe opportuno non dividere il vocabolo. Ma andiamo avanti. Lo spettacolo inizia con gli spettatori che s’accomodano nella tribunetta del piccolo teatro avendo innanzi uno spazio scenico trasformato in un salone delle feste con una grande finta torta nuziale su un tavolo e un bel numero di flutes di plastica su un altro con una bottiglia di spumante al centro, mentre sul fondo campeggia un festone di tulle bianco con al centro un grande cuore che luccica sopra il fatidico tavolo degli sposi che ancora devono arrivare. Sono invece ad attenderci due figure femminili, cugine della sposa Fatima e Rita, ( Sabrina Petix e Viviana Lombardo) che in un dialetto palermitano misto ad un approssimativo italiano e con un fare anfetaminico e confusionale trattano gli spettatori come se fossero gli invitati alla cena post-matrimonio. Arrivano gli sposi (Delia Calò e Dario Raimondi) al suono delle abusatissime note musicali prendendo posto dietro il tavolo apparecchiato per loro due e non si raccontano barzellette, storie di disgrazie, malattie, litigi coniugali come ne Le nozze dei piccolo borghesi di Brecht, né c’è un esuberante invitato che seduce la sposa intrattenendo gli invitati con canzoni e storielle volgari. Qui c’è solo lo sposo che si chiama Girolamo e che ad un tratto sbotta dicendo che lui s’è maritato per volontà del padre senza mai essersi fidanzato e che l’amore l’ha imparato dalla televisione. Da canto suo la giovane sposa Samantha che preferisce farsi chiamare Maria, come la Madonna che staziona in fondo alla tribunetta dietro il pubblico, cui dà vita Chiara Giuliano, sembra che si diverta e sembra che abbia poteri magici perché in grado di zittire le cugine e lo sposo che cadrà a terra stecchito per due tre volte senza che mai un medico, chiamato a viva voce tra il pubblico , potrà portargli soccorso. Si danno da fare le due donnette per vivacizzare l’evento con canzoni stereotipate, karaoke e balli imbastiti lì sul momento, senza che lo spettacolo prenda quota. Rialzandosi un po’ quando Samtantha/Maria confessa d’essersi sposata, senza essere innamorata di quel Girolamo, solo per migliorare la propria vita vissuta in un quartiere popolare di Palermo. Il finale tragico vedrà la sposa spogliarsi del proprio abito bianco, salire su quel tavolo nuziale, annodarsi il collo con due funicelle e saltare giù gridando Madanna ti staiu futtennu ( Madonna ti sto fregando), mentre echeggia la canzone Felicità di Al Bano e il personaggio della Madonna invita il pubblico ad uscire perché lo spettacolo è finito.
GigiGiacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 30 ottobre 2017


 

 

Prima nazionale: 26 ottobre 2017 Teatro Brancati di Catania

I Fratelli Ficicchia
di Luigi Capuana
regia: Giuseppe Romani

scene: Susanna Messina
costumi: Sorelle Rinaldi
musiche: Matteo Musumeci
luci: Sergio Noè

con
Tuccio Musumeci, Margherita Mignemi, Margherita Papisca, Riccardo Maria Tarci,
Giovanni Strano, Miko Magistro, Eleonora Sicurella , Francesco Fichera,
Gianmarco Arcadipane, Maria Iuvara, Enzo Tringali

produzione: Teatro della Città - Catania

« Mamma, chi veni a diri ‘nnamuratu?/ …Voldiri…un omu ca si fa l’amuri/…». E’ L’Amuri, una fra le più belle poesie di Martoglio tratta dalla sua Centona, che ad inizio della commedia di Luigi Capuana I Fratelli Ficicchia (1912) viene cantata (invero in chiave musicale non l‘avevo mai sentita) con molto trasporto da Elena Sicurella, con voce da mezzo soprano, vestendo mirabilmente gli abiti di Lisa somigliante ad una figuretta del Boldini, che intonerà altre arie più avanti compresa quella della Traviata (sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia…). L’abile regia di Giuseppe Romani ha mantenute intatte le aure degli anni ’20, lo si nota subito per come i personaggi sono agghindati con i costumi delle Sorelle Rinaldi, come se i fatti che vi si narrano si ripetessero in ogni epoca e ciò che cambia non sono i sentimenti e le beghe ma solo gli abiti e gli arredi. Al centro del fragile testo di stampo verista, per lo più vernacolare, con un cast tutto all’altezza, vi sono i due fratelli del titolo. I quali a causa di un’eredità divisa in forme ineguali, più privilegi al primogenito Giacomo (Riccardo Maria Tarci) pure sindaco del paese, meno beni al più giovane Giovanni (Miko Magistro), si odiano a morte badando bene a non incontrarsi mai di faccia. Entrambi sono vedovi con un figlio ciascuno: Peppino (Giovanni Strano) è figlio di Giacomo, Lisa è figlia di Giovanni. Ma a differenza dei genitori, i due giovani si amano e vorrebbero sposarsi. Tra le due famiglie campeggia la figura di ‘Nzulu Trombetta, maestro elementare e segretario comunale cui Tuccio Musumeci conferisce come sempre il suo estro attoriale fatto di improvvisazione e d’una mimica tutta sua in grado di suscitare risate allo stato nascente. Il personaggio s’accompagna spesso con la moglie Anna (Margherita Mignemi) e la figlia Saridda (Margherita Papisca), grottesche oltremodo entrambe dallo scilinguagnolo etneo e dalla voce squillante la seconda quando si rivolge al padre. Don ‘Nzulu è un paciere nato, una sorta di deus ex machina che cerca di mettere pace fra i due fratelli, intervenendo in particolare quando il Giovanni di Miko Magistro (che allunga i camei dei suoi personaggi) cerca di far sposare la figlia con l’ispettore forestale Eugenio Crispo (Gianmarco Arcadipane) mandando in tilt la giovane Lisa che s’ammala d’inedia, decidendo di farsi monaca pur di non unirsi a quell’uomo scelto dal padre. I fatti prenderanno il verso giusto quando Giovanni busserà alla porta di Giacomo e ancor di più quando i rispettivi figli potranno liberamente scegliere d’unirsi in matrimonio con buona pace di tutti e dei due fratelli che alla fine si abbracceranno senza più odio e rancori. Tra i già citati compaiono il Minicu di Francesco Fichera, la meschinella donna Peppa di Maria Iuvara e il medico di Enzo Tringale. Le scene dai fondali dipinti erano di Susanna Messina, le musiche di Matteo Musumeci, le luci di Sergio Noè. Successo al Teatro Brancati di Catania per questo primo spettacolo che inaugura la nuova stagione 2017/18 e che persegue un repertorio del grande Teatro Siciliano.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 27 ottobre 2017

 

 

 

Prima nazionale: Teatro Verga di Catania 17 ottobre 2017
Produzione: Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Goldenart s.r.l.

Sei personaggi in cerca d’autore
di Luigi Pirandello
regia Michele Placido

musiche: Luca D’Alberto
costumi: Riccardo Cappello
luci: Gaetano La Mela

con
personaggi della commedia da fare:
Michele Placido, Guia Jelo, Dajana Roncione, Luca Iacono, Luana Toscano, Paola Mita, Flavio Palmieri

gli attori della Compagnia:
Silvio Laviano, Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Florenza,
Marina La Placa, Giorgio Boscarino, Antonio Ferro

Certamente si continuerà a parlare dei pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore a quasi cent’anni della loro prima rappresentazione al Valle di Roma, che “hanno scelto - parole di Giovanni Macchia - il luogo della loro rincarnazione sul teatro, come luogo della loro tortura, per mostrare le loro piaghe”, ma non verrà annoverato quasi certamente nelle antologie teatrali lo spettacolo messo in scena da Michele Placido al Verga di Catania, inaugurando la nuova stagione dello Stabile etneo, per i motivi che illustrerò di seguito. Uno spettacolo piatto, come la “piana” di Catania, durante il quale Placido, piazza “gli attori della compagnia” in un lato del teatro nudo con la graticcia a vista, non necessariamente nell’atto di provare Il gioco delle parti di Pirandello, esprimendosi alcuni interpreti con accenti romaneschi e siciliani e con il capocomico (Silvio Laviano) che si da fare a tenere compatto il gruppo. Quand’ecco sostanziarsi sulla scena il gruppo dei Sei, in cerca paradossalmente di un autore che li faccia vivere, da qui la diatriba tra attore (falso) e personaggio (vero), capitanato dallo stesso Placido nel ruolo del “padre” in rigoroso doppio-petto-grigio-scuro e maglia d’identico colore, sul cui orecchio destro spiccava un auricolare come quello utilizzato da Arnoldo Foà per ricevere non tanto celati suggerimenti, avendo a lato la moglie che è una massa nera avvolta da abiti e scialli neri quella di Guia Jelo dal volto trasfigurato e dolente come davanti al Cristo in croce, pure mater dolorosa di quattro figli, avuti il più grande da chi le sta accanto, gli altri tre da un umbratile amante ormai deceduto, che era il segretario del marito. Il figlio più grande (Luca Iacono sembra fresco d’accademia teatrale) se ne sta per i fatti suoi trattando i familiari come degli estranei; i due più piccoli (Flavio Palmeri e Paola Mita), muoiono entrambi in scena: il primo sparandosi alle tempie con un colpo di pistola, giacendo sopra una scala e non dietro gli alberi d’un giardino, la seconda morendo affogata in una vasca che qui è una tinozza d’antan. E infine c’è lei, la figliastra, guanti neri come le scarpe e il resto dell’abbigliamento, ragazza avvenente, selvaggia, esuberante, temperamentosa, a suo agio in scena quella vestita da Dajana Roncioni anche se talvolta rossellafalkineggia con quelle sue risate tremule quasi isteriche, caduta nelle grinfie di una certa Madame Pace, pacchianamente elegante Luana Toscano con stola di visone, parrucca bionda che si esprime in una lingua buffa tra l’italiano e lo spagnolo, che più che modista ha fatto del suo appartamento una casa d’appuntamenti. Ed è qui che il padre incontra la figliastra, mentre si diffondono le note della canzone in spagnolo di Quizas, quizas, quizas, del cantautore cubano Osvaldo Farrés, lontano invero per emotività dalla scena creata da Vassiliev in un’edizione del Festival d’Avignone del 1988 in cui, tra un gruppo di spettatori sul palco, echeggiavano le note di Besame mucho e i due tra aure verdognole s’incontravano ripetutamente, quasi furtivamente, fra un nugolo di cappellini d’ogni foggia appesi su un mobile porta-abiti. E’ chiaro che fra padre e figliastra non c’è stato mai alcun rapporto sessuale, anche se la cosa farà inorridire la madre che li scoprirà in quel luogo, facendo vergognare oltremodo il padre per le sue voglie senili. Una risata delle sue da parte della figliastra e un fascio di luci sparate sul pubblico chiuderà lo spettacolo di poco più di due ore di filato con un paio di bui a simulare gli atti. Uno spettacolo forse che verrà ricordato più per la querelle tra Pippo Pattavina (che ha rifiutato il ruolo del “padre”) e Michele Placido, impiantata sul fatto che il primo non voleva alcun riferimento vernacolare, mentre il secondo avrebbe privilegiato dei sicilianismi che in realtà non sono stati messi in atto.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 



Articolo pubblicato su Sipario online sabato 21 ottobre 2017

 

 

 

 

 

Nuovo Teatro VA Vittorio Alfieri di Naso (ME) - 6 ottobre 2017

Il pozzo dei pazzi
di Franco Scaldati
regia di Georges Lavaudant
Un progetto di Georges Lauvaudant, Matteo Bavera e Melino Imparato

con
Luigi Rausa, Fabio Lo Meo, Luciano Sergio Maria Falletta, Fabiola Arculeo,
Alessio Barone, Valeria Sara Lo Bue, Salvatore Pizzillo, Antonella Sampino

elementi scenici e costumi Mela Dell’Erba
luci Georges Lavaudant

Grande festa a Naso ( paesino collinare sui Nebrodi di 4 mila anime in provincia di Messina facilmente raggiungibile uscendo dall’autostrada a Brolo-Capo D’Orlando) per la ri-apertura dopo ben 67 anni del grazioso Teatro Vittorio Alfieri con 150 posti distribuiti tra la sala e i tre ordini di palchi. Assieme a quasi tutti i raggianti cittadini c’era il sindaco, il presidente della Regione Sicilia, varie autorità e notabili e la banda musicale ad accompagnare il significativo evento. E c’era Matteo Bavera, direttore artistico del teatro e artefice principale della rinascita del Teatro, ribattezzato con la sigla “VA” che ha il suono dell’inglese “GO” , un auspicio per andare avanti, affrontare nuovi cammini culturali e artistici - come quelli lasciati alle spalle con l’avventura più che decennale del Teatro Garibaldi di Palermo - rendere più vivo un paese che va sempre più spopolandosi per la crisi economica, convincere tanti giovani a restare perché un Teatro può fare nascere nuove speranze, nuovi modi per affrontare la vita, renderla piacevole, stimolante, più bella insomma. Bavera ha voluto rendere omaggio all’attore-regista-drammaturgo Franco Scaldati scomparso il 1°giugno del 2013, scegliendo quale spettacolo inaugurale uno dei suoi primi corrosivi lavori titolato Il pozzo dei pazzi, in una messinscena curata dal regista francese Georges Lavaudant e con un gruppo d’attori tutti all’altezza in grado di suscitare emozioni. Uno spettacolo drammaticamente comico, in dialetto palermitano, verso il quale lo stesso Vincenzo Consolo ha avuto parole d’elogio accostandolo al Pirandello vernacolare, “non verista e neanche realista”, piuttosto “irreale e surreale”, in cui i personaggi in scena sono quelli che puoi incontrare in qualunque sito urbano degradato, accostabile a quello in bianco e nero di Cipri e Maresco su Cinico Tv al Fuori orario di Ghezzi, che vivono nel buio, rischiarati da bagliori luminosi, lontano dai naturali raggi del sole. La scena di Mela Dell’Erba (suoi pure i costumi) è composta da un grande fondale tappezzato da ritagli di giornali e riviste (forse un omaggio ad Antonio Presti alla hall del suo Hotel Atelier sul Mare di Castel di Tusa) su cui fanno capolino, a mo’ di siparietti, personaggi spernacchianti che puoi sognare o incontrare in ogni angolo di strada, che tuttavia facevano parte del mondo di Scaldati e del suo Teatro del sarto. Ecco la coppia di clochard Binirittu e Aspanu (rispettivamente Luigi Rausa e Fabio Lo Meo) in eterna lite per un non niente, per una cicca o un bicchiere di vino, ma sempre pronti come Totò e Vicè a sostenersi e darsi coraggio, insinuandosi ad un tratto tra i due la figura di uno strano personaggio, quello in mutande e colletto bianchi di Luciano Sergio Maria Falletta, che gioca con le mosche e alleva con amore la gallina Catarina (di pezza qui ma viva nell’originario spettacolo con Scaldati e Melino Imparato) che Biniritto gli ruba per mangiarsela cruda o cotta assieme ad Aspanu. Ecco la coppia di suonatori di chitarrine Matteo e Giovannino (Valeria Sara Lo Bue e Salvatore Pizzillo) dallo scilinguagnolo estremamente lascivo e coprolalico e spunta pure un’altra coppia di giovani sposi Pinò e Masino (Fabiola Arculeo e Alessio Barone) senza un soldo che vaga per la città, incontrando ad un tratto una donna (Antonella Sampino) che offre loro delle mele, sognando i due d’avere una casa con ciò che metteranno dentro, non escludendo di mettere al mondo un bambino. Li vedremo più tardi con lei di rosso vestita che fa la puttana e lui con rigurgiti di gelosia che la strangolerà.
Gigi Giacobbe

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Articolo pubblicato su Sipario online domenica 8 ottobre 2017

 

 

 

Montalbano Elicona (ME) dall’1 al 3 settembre 2017
a cura dell’Associazione culturale ArchiDrama

Festival Tracce di Memoria

Tracce di Memorie è il titolo d’un piccolo grande Festival di Teatro che si è dipanato dall’1 al 3 settembre a Montalbano Elicona: un centro di poco più di due mila abitanti in provincia di Messina, inserito nel circuito dei borghi più belli d’Italia, proclamato lui stesso Borgo dei Borghi nel 2015. Si respira aria fine in questo paesino arroccato fra i Monti Nebrodi a 920 metri d’altezza, facilmente raggiungibile uscendo dal casello autostradale di Falcone, inerpicandosi poi in macchina per una ventina di kilometri, in cui ci si può tuffare in epoca medievale perché giusto fra le case con i tetti a tegole sorge un antico Castello in ottimo stato che fu residenza estiva di re Federico II di Svevia. Luogo questo scelto dagli ideatori e organizzatori del Festival, Alfio Zappalà, Maria Rita Simone, Alessandro De Luca e concesso dal Comune di Montalbano per poter svolgere non solo gli spettacoli programmati, ma anche una serie di Convegni e Tavole rotonde, con studiosi critici docenti all’altezza, sui linguaggi teatrali contemporanei, quali trait d'union con le epoche passate e quelle di oggi per lasciare appunto alle nuove generazioni tracce di memorie. Il programma davvero molto ricco prevedeva nelle tre mattinate pure una visita guidata a cura dell’archeoastronomo Adrea Orlando nel sito Megalitico dell’Argimusco, lì dove si ergono delle gigantesche rocche di pietra che fuoriescono dalla terra perché la natura ha voluto così, da non confondere con i dolmen o i menhir in cui l’uomo c’ha messo il suo zampino. Per completezza d’informazione dirò che il Progetto Tracce di Memorie, ideato dall’ArchiDrama, cui fanno parte pure l’Associazione Aurora e I Borghi più belli d’Italia, è stato finanziato nel 2013 nell’ambito del Piano Azione Coesione “Giovani no profit” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, leggi Renzi, Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, per complessivi 160 mila euro, di cui, si lamenta Zappalà, è stata erogata soltanto il 30% dell’intera somma, e ciò nonostante il gruppo organizzatore è andato avanti (anche con debiti personali) e adesso attende di ricevere, al più presto, il resto del contributo. Nei giorni antecedenti al Festival si sono svolti dei laboratori residenziali di Teatro, Musica e Danza, guidati rispettivamente da Mamadou Dioume, Angelo Privitera e Sara Orselli, culminanti nel tardo pomeriggio della terza giornata in uno spettacolo incentrato sulle memorie di Montalbano Elicona. A parte gli spettacoli serali di cui dirò più avanti, hanno preso parte al Festival 6 Gruppi o Compagnie teatrali scelte e selezionate da una giuria composta dagli stessi docenti dei laboratori residenziali, esibitisi in un vero e proprio agone teatrale che ha visto prevalere alla fine Il cavallo fatato del paternese Salvatore Ragusa, con due attori-musici in scena, Salvatore Ragusa e Giorgio Maltese, che hanno rielaborato il ricco repertorio di fiabe, novelle e racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè. Al secondo posto la catanese Tiziana Giletto, protagonista di Mongibella, una storia vulcanica, mentre la medaglia di bronzo è andata allo spettacolo Quel santo di mio padre, scritto-diretto-interpretato da Giuseppe Brancato di Fiumefreddo di Sicilia e prodotto dalla Compagnia Nave Argo di Caltagirone. Certamente Parashurama, spettacolo di Teatro-Danza indiano in stile Kathakali propiziato da un ottimo Mario Barzaghi, cultore della materia da 35 anni sotto la guida del suo maestro Kalamandalam, per conto del Teatro dell’Albero di Milano, ha lasciato il segno fra le mura del Castello di Montalbano. Ipnotizzando il pubblico con il suo incredibile trucco facciale e il suo colorito costume, muovendo per circa un’ora al suono di musiche percussive e iterative ogni parte del suo corpo, comprese pupille e palpebre, che poi è il modo per rendere visibile il racconto di questo saggio guerriero che incarna il dio Visnù, una sorta di avatar che combatte con ascia arco e frecce. Un esempio di Teatro totale che ha visto fra i suoi estimatori e proseliti geniali registi del calibro di Barba, Grotowski, Brook, Mnouchkine. La sera seguente è stata la volta del cantautore e poeta Juri Camisasca, artista ispirato dal sacro in pittura e in musica, esibitosi in un concerto titolato Adunanza Mistica: una voce la sua che pare di sentire quella di Francio Battiato e che ha esaltato le sue più recenti composizioni (Le acque di Siloe, Primo motore, Arcano enigma), alternandole a letture di brani mistici, un canto gregoriano, parti musicali e dialogo col pubblico. A seguire il concerto Come albero scosso da interna bufera, tratto da un verso del poeta Eugenio De Signoribus, a cura dei Fratelli Mancuso, Onofrio e Lorenzo originari di Caltanissetta, noti per aver ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia del 2013 il Premio Sound Track Stars per aver composto la colonna sonora del film Via Castellana Bandiera di Emma Dante, in grado di fare compiere agli spettatori un tuffo in un passato arcaico siciliano, impreziosito da canti di tradizione e suoni vocali simili a quelli delle cornamuse o ciaramelle, eseguiti con vari strumenti ad arco e a fiato e pure con una sorta di armonium, creando atmosfere intime e dolorose e mandando in sollucchero il pubblico che alla fine li ha sommersi di applausi calorosi. Ha chiuso il Festival un balletto di alto livello propiziato dalle musiche astratte di Paki Zennaro e da una coppia formidabile di danzatrici, rispettivamente Sara Orselli, da più di 15 d’anni a stretto contatto con Carolyn Carlson e Frida Vannini che danza con la Compagnia Simona Bucci, colte nel primo struggente pezzo, Frammenti di Lady M. in un intensissimo rapporto a due, sofferto e sofferente, in cui le braccia e le cosce di entrambe si sfiorano, si toccano, in maniera quasi pudica, nel pensiero forse che un proibito rapporto d’amore possa condurle in un dantesco girone infernale; mentre nel secondo pezzo, titolato Still, si percepiscono aure kandinskyane, astratte, simili a figure geometriche, trasmettendo le due danzatrici un senso di fratellanza e di solidarietà umana. Infine perseguendo quest’ultimi temi, vi sono stati momenti emozionanti come l'esibizione tra vie e piazze di Montalbano dei Cara's free spirits, gruppo di percussionisti e danzatori africani provenienti dal Cara di Mineo, ospiti del borgo durante l'ultima giornata del Festival. Un'occasione di confronto tra culture e memorie differenti.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online marterdì 5 settembre 2017

 

 

Horcynus Festival di Capo Peloro- 26 agosto 2017

Amunì
scritto e diretto da Giuseppe Provinzano

Quando nel 1946 Jean Paul Sartre pubblica La putain respecteuse, les Pieds-Noirs (arabi e nordafricani) cominciavano ad invadere Parigi e iniziava a diffondersi nei francesi un sentimento razzista sia pure mitigato per l’alto grado di tolleranza e di democrazia del loro patrimonio genetico. Il lavoro, liberamente ispirato al dramma di Sartre è stato riscritto da Giuseppe Provinzano col titolo di Il rispetto di una puttana, ed è al centro del Progetto Amunì messo in atto dalla Compagnia multietnica e multiculturale Babel Crew, vincitrice in Sicilia della seconda edizione del MigrArt 2017, voluta dal MIBACT, leggi Franceschini e il suo Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che quest’anno ha raddoppiato i fondi investendo un milione e mezzo di euro per finanziare i due bandi MigrArti Cinema (750mila euro) e MigrArti Spettacolo (750mila euro). La Compagnia di Palermo, composta da 10 attori, professionisti e non, provengono da diverse parti del mondo ( Mali, Nigeria, Marocco, Tunisia, Egitto, Iraq ...Italia) con esperienze diverse e in modo satirico e grottesco cercano di trattare i problemi razziali della società occidentale. Anche se nello spettacolo in questione, titolato Amunì, termine siciliano che significa “andiamo”, un modo per darsi una mossa e andare da qualche parte, non si parla di Ius soli (in latino «diritto del suolo») espressione che indica l'acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, è come se invece la locuzione venisse sbandierata per tutta la vivace rappresentazione ricca di musiche etniche e tecno. Che vede al centro la prostituta Lisa/Lizzie (Marta Bevilacqua) che si è spostata in una città degli Stati Uniti meridionali e che al mattino, dopo aver trascorso una notte d’amore con il bianco Alfredo/Fred (lo stesso Provinzano), rampollo benestante del governatore locale, piomba nella sua camera da letto il nero Doudou/negro ( Bandiougou Diawara) in cerca d’aiuto. I personaggi, apparentemente distanti, convergono in una storia a tinte gialle. La prostituta nel suo viaggio in treno assiste all’omicidio, senza alcun motivo, del compagno di Doudou da parte di tale Tommaso/Thomas cugino di Alfredo. Da qui in avanti il copione di Provinzano assume altri aspetti rispetto a quello di Sartre, perché al posto del governatore Clarke c’è una tale Marina (Rossella Guarnieri) donna influente politicamente, che cerca di convincere la prostituta a non testimoniare in favore del nero per una serie di motivi riconducibili tutti alla superiorità della razza bianca su quella nera e mentre in Sartre la prostituta si farà convincere dal governatore a firmare, sia pure forzatamente, il documento che scagionerà il bianco, finendo infine nelle ricche braccia di Alfredo, qui in Provinzano la donna non firmerà niente e certamente il potere bianco troverà un altro capro espiatorio, un’altra strada per farla franca e Lisa e Doudou andranno via insieme. Assieme ai già citati c’era un coro composto da Meniar Boutia, Hajar Lehmam, Andrea Sapienza, il narratore iracheno Yousif Latif Jaralla, e Molka Bouatia, spesso a declamare nei cinque microfoni sul palco le loro origini, la loro provenienza, i loro sogni, le loro speranze. Amunì è stato allestito a Capo Peloro di Torre Faro (la mitica Cariddi, giusto di fronte a Scilla) all’interno dell’Horcynus Festival diretto da Gaetano Giunta.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 28 agosto 2017

 

 

 

Fiera di Messina 21 agosto 2017

Uno nessuno centomila
di Luigi Pirandello
regia Alessandra Pizzi

con
Enrico Lo Verso

Uno nessuno centomila, romanzo di Pirandello pubblicato nel 1927, è l’opera forse che più delle altre svela la sua weltanschauung, la visione d’un mondo con molte verità tutte uniche e tutte vere. Qualcosa che può far girar la testa ad ogni uomo, ma che dimostra la fondatezza d’una filosofia di stampo gorgiano che mentre scopre la sua essenza, può infilarlo in un cul de sac o in un labirinto rischiando una sola cosa: la pazzia. La follia come strumento di contestazione per eccellenza rispetto alle falsità della vita sociale, l'arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'incoscienza. L’opera è stata proposta adesso in alcuni spazi della Fiera di Messina in maniera solipsistica da un Enrico Lo Verso su di giri con folta barba bianca e camicione bianco, di lui abbiamo sempre viva l’immagine di Farinelli - Voce regina film di Gérard Corbiaud del 1994, disinvolto a calarsi nei panni di Vitangelo Moscarda e fare il verso ad alcuni personaggi di contorno quali la moglie Dida che vorrebbe rinchiuderlo in manicomio e la 25enne Anna Rosa che pur amandolo gli sparerà alcuni colpi di pistola senza ammazzarlo. L’adattamento e regia sotto forma di monologo sono state curate con dovizie di particolari da Alessandra Pizzi, trattando la materia come una storia contemporanea chiedendosi lei come noi chi sia realmente il Moscarda in una società diventata sempre più tecnologia e multimediale. Che vede al centro un personaggio benestante figlio d’un banchiere, convincersi ad un tratto che l’uomo non è “uno”, ma “centomila”, ovvero tante diverse personalità quante gli altri gliene attribuiscono, solo chi scopre tale verità nella realtà diventa “nessuno”. Una verità scoperta per caso, allorquando la moglie gli dice che il suo naso è leggermente storto, subendo una crisi di identità, rendendosi conto che le persone che lo circondano hanno un'immagine di lui completamente diversa. Alla ricerca di scoprire chi sia veramente, il tranquillo Gengè, così lo chiama la moglie, arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo da un'altra prospettiva. Moscarda conclude che per uscire dalla prigione in cui la vita lo ha rinchiuso non basta cambiare il proprio nome perché la vita è in continua evoluzione.Il nome rappresenta la morte. Dunque, l'unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso, pure sotto forma d’un oggetto naturale che può essere pietra, nuvola, pianta o vento. Questo è il senso di Uno nessuno centomila. Lo spettacolo prodotto dalla Ergo Sum, fa parte della rassegna “Agosto in… Fiera a Messina”, promosso dalla People on the Move di Claudio Prestopino in collaborazione della Rete di Drammaturgia Contemporanea “Latitudini” di Gigi Spedale.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 25 agosto 2017

 

 

 

Rassegna “Promontorio Nord” - Capo Rasocolmo (ME)
curata da Roberto Bonaventura e Francesco Giostra Reitano

Lighea la sirena
dal racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

con
Gianfranco Quero
e Katia Pesti

Sul punto più a Nord della Sicilia che contraddistingue il Capo Rasocolmo, sito in Contrada Piano Torre sulla riviera tirrenica ad una ventina di chilometri dal Comune di Messina con affaccio a mare, Gianfranco Quero attore e Katia Pesti pianista hanno dato vita ad uno dei racconti più celebri di Giuseppe Tomasi di Lampedusa titolato La Sirena o Lighea come avrebbe voluto chiamarlo Alessandra Wolff Stomersee, vedova dello scrittore, salito sugli scudi con Il Gattopardo. Uno spettacolo quasi da land-art in mezzo ai vigneti, salvati fortunatamente dagli incendi dolosi di questi mesi estivi, con gli spettatori che prendevano posto su delle panche di legno, mentre il sole al tramonto diventava una palla di fuoco e s’immergeva lentamente in quel mare Tirreno che accarezzava le isole Eolie. Quero vestito di bianco con cappello di panama in testa racconta di due singolari personaggi siciliani che nel tardo autunno del 1938 s’incontrano in un bar di Via Po , in una Torino distante da entrambi. Il primo è un giovane palermitano redattore de La Stampa, laureato in legge di nome Paolo Corbera, un tantino depresso al momento perché piantato contemporaneamente da tutte e due le sue amanti, il secondo è un eccentrico signore di 75 anni originario di Aci Castello che di nome fa Rosario La Ciura che vive della sua pensione di senatore e si pregia d’essere pure un illustre e stimato grecista. Fra i due si crea una simpatia reciproca, mista ad una curiosità tipica dei siciliani, che nasce dal primo istante, allorquando al Corbera, che sta leggendo il Giornale di Sicilia, gli viene chiesto da La Ciura se può dargli una scorsa, scoprendosi entrambi originari della stessa terra. Gradualmente fra i due sboccia un’amicizia che li porta a parlare delle umane cose con colte argomentazioni, mai banali sempre pregne di ironia, ricordando odori e i sapori dei ricci di mare, del rosmarino dei Nebrodi, accennando pure ad alcune avventure dongiovannesche personali. Un racconto che Quero, con naturale e maturata bravura e con innesti di poeti come Baudelaire e altri, continua poi su una barcone accanto al pubblico, mentre le note al piano della Pesti si vestono d’improvvisazioni in stile jazz, grazie pure all’utilizzo di vari strumenti percussivi (ocean drum, kalimba, theremin), alcuni forse costruiti da lei stessa, in grado di generare brezze e risacche e suoni astratti che rispecchiano ciò che passa nella mente dei protagonisti. E mentre le storie del Corbera risultano piuttosto banalotte, quelle di La Ciura si placcano d’incanto e di mistero, in particolare quando racconta d’una sua giovanile vacanza di studio ad Augusta e durante una gita in barca incontra una stupenda sirena, così come la si raffigura nell’immaginario collettivo, la quale salita sulla piccola imbarcazione ed esprimendosi in uno stentato greco gli dice: “ Mi piaci, prendimi. Sono Lighea, sono figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto”. Una creatura che esprime “bestiale gioia di esistere, una quasi divina letizia” e che emana un “profumo mai sentito, un odore magico di mare”. E’ stato un amore unico, intenso e indelebile che non proverà mai più nel cammino della sua vita. Il racconto finisce con un arcano e lapidario comunicato giunto al giornale del Corbera in cui si dice che La Ciura imbarcatosi sul Rex a Genova cade in mare nei pressi di Napoli e che il suo corpo nonostante tutte le ricerche non è stato mai più trovato. Lo spettacolo era inserito nella rassegna Promontorio Nord curata da Roberto Bonaventura e Francesco Giostra Reitano.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 11 agosto 2017

 

 

 

 

Monte di Pietà di Messina 27 - 29 luglio

Sogno d’una notte di mezza estate
di William Shakespeare
regia Daniele Gonciaruk

con
Andrea Cinturrino, Renato Sanfilippo, Gaetano Citto, Enza Ciacchella, Marco Dell’Acqua,
Alessandro Santoro, Emanuela Ungaro, Antonio Previti, Fabiana D’Urso,
Sergio Foscarini, Doriana Garufi, Rosario Cuscinà, Mara Giannetto,
Anna Bellinghieri, Eleonora Cicciò, Rosario Cuscinà, Gaetano Mazza

Il Sogno d’una notte di mezza estate di Shakespeare s’addice bene ad una scuola di Teatro. Perché è una commedia accattivante, agita su più piani, con molti personaggi e in cui ognuno può esprimere estro, fantasia e poesia. L’ultima volta la vidi tre anni fa, in una indimenticabile edizione del Festival di Spoleto, messa in scena da Tim Robbins. Sì proprio quello spilungone, ex marito di Susan Sarandon, protagonista di film indimenticabili ( per tutti valga Le ali della libertà accanto a Morgan Freeman) che da una trentina d’anni dirige nella piccola città di Culver City ( 40 mila abitanti nella Contea di Los Angeles in California) l’Actors’ Gang : una scuola di attori con annesso teatrino di 90 posti fondato nel 1981 che ha prodotto già un centinaio di spettacoli “sperimentali”, presentati prevalentemente negli Stati Uniti. Più modestamente a Messina c’è da alcune stagioni una Scuola Sociale di Teatro, diretta con non poche fatiche da Daniele Gonciaruk, forte d’una quarantina di elementi giovani e meno giovani, senza un proprio spazio teatrale, reperito di volta in volta a seconda delle esigenze registiche (dello stesso Gonciaruk), i cui esiti finali, sempre di livello, culminano in veri propri spettacoli, come sta avvenendo in questo mese di luglio con un dittico shakespeariano, cui è piaciuto dargli il nome di “Piccolo Festival Shakespeariano”. Il primo è un pot-pourri di opere sanguinarie del Bardo, titolato Shakespeare Horror Story ( già recensito da Sipario e andato in scena nel Forte San Salvatore che sormonta la Madonnina del Porto), mentre il secondo, appunto il Sogno… è stato rappresentato all’interno del barocco Monte di Pietà di Via 24 Maggio. Uno spazio fascinoso, con una bellissima scalinata di marmo a rampe simmetriche che sale sino al primo pianerottolo con la statua dell’Abbondanza e continua poi sino a raggiungere uno spiano che conduce al prospetto (restaurato alla meglio) di ciò che un tempo era la chiesa di S. Maria della Pietà. Una scenografia naturale invero, un po’ glaciale per il biancore di pietre e marmi tutt’intorno, vivacizzata dai costumi di elfi e fate ( Maria Laganà, Daniela e Rosalba Orlando, Giusi Piccione) sui cui visi spiccavano deliziose mascherine colorate, colte ad tratto a danzare e cantare al ritmo di Far l’amore (quella che la Carrà cantava ad inizio del film La grande bellezza di Sorrentino), e più avanti in coro alle prese di Un bacio a mezzanotte, capitanate da un Oberon (Andrea Cinturrino) nei panni pesanti e impellicciati d’un vichingo per via d’un elmo in testa con un paio corna illuminate di rosso e della di lui regina Titania, en travesti quella del bravo Renato Sanfilippo con un copricapo simile ad un luminescente albero di Natale. Certamente l’impressione che ne abbiamo ricavato è stata quella d’assistere ad una sorta di saggio di fine anno in stile commedia dell’arte da parte d’un collettivo certamente affiatato, senza quei tocchi di novità o di visioni magiche che il testo contiene al suo interno. Uno spettacolo “corretto”, in alcuni momenti odorante di fior di loto, recitato in modo accademico, riuscendo ad intrigare il pubblico in quella parte finale che vede Bottom (Gaetano Citto), Zeppa ( Enza Ciacchella) e compari rappresentare in un bosco, con effetti comici e pure esilaranti, la tragicommedia di Piramo e Tisbe. Per il resto risultavano scialbi gli incantesimi che mettevano in atto Oberon e il folletto Puck a suo servizio (qui la siluette nera di Marco Dell’Acqua), nei confronti delle due coppie di giovani, rispettivamente gli innamorati fuggiaschi da Atene Lisandro ed Ermia ( Alessandro Santoro e Emanuela Ungaro) Demetrio ed Elena ( Antonio Previti e Fabiana D’Urso) campioni di maratona che s’inseguono per le scale e in mezzo al pubblico, senza potersi amare, agghindati i quattro con costumi davvero bruttini. Un mondo magico che di magico ha ben poco, tranne quel tratto in cui Titania s’innamora d’un asino (lo stesso Bottom) la cui maschera somiglia ad un felino con le orecchie a sventola. Tuttavia alla fine andranno a buon fine le nozze di Teseo e Ippolita (Sergio Foscarini e Doriana Garufi), i quattro giovani si ricongiungeranno secondo i loro voleri, Bottom e Zeppa continueranno a dilettarsi di teatro e tutti vivranno felici e contenti. Accanto ai già citati protagonisti si notavano le presenze di Egeo padre di Ermia (Rosario Cuscinà), del cerimoniere di Teseo Filostrato/a (Mara Giannetto), e del resto della compagnia degli artigiani/attori ( Anna Bellinghieri, Eleonora Cicciò, Rosario Cuscinà, Gaetano Mazza pure nei panni nell’elfo Ciliegino), tutti a cantare in chiusura Fatalità (sempre della Carrà).
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 30 luglio 2017

 

 

Il Cortile Teatro Festival 2017
cortile del Palazzo Calapaj-D’Alcontres - via S. Giacomo Messina

‘U Ciclopu, Giufà e Firrazanu
di e con Gaspare Balsamo

Quanti sono i Festival di Teatro in Italia? Senza contare quelli di Musica di Cinema, di Poesia etc.etc..Boh! Non lo so. Non si sa. Certamente tanti, centinaia forse migliaia. Però tutti si lamentano che nelle proprie città non c’è niente e che mancano momenti di svago e di cultura. A Messina per esempio tanti cittadini non possono lamentarsi perché hanno vicini due splendidi luoghi che sono Taormina e Tindari dove non mancano le opportunità festivaliere e anche in città c’è in questo mese di luglio una piccola ma intensa kermesse che prima si realizzava in uno dei tanti Forti medievali o borbonici situati nelle colline limitrofe e che da quest’anno si svolge nello spazio interno dello storico Palazzo Calapaj – D’Alcontres, giusto a lato del magnifico Duomo cui è stato dato il nome de “Il Cortile- Teatro Festival 2017”. Direttore artistico è Roberto Bonaventura che s’è servito della collaborazione di Giuseppe Giamboi, un tempo una promessa teatrale adesso fine gestore del ristorante ‘A Cucchiara (cucchiaio di legno) situato accanto allo storico palazzo, che al biglietto d’entrata al Cortile abbina dei raffinati piatti della cucina siciliana. Dei quattro spettacoli programmati, tre sono stati già recensiti da Sipario ( Niño di Tino Caspanello, Un uomo a metà di Giampaolo G. Rugo, Vina fausa di Simone Corso) mentre il quarto ‘U Ciclopu, Giufà e Firrazanu è quello che ho visto e di cui ne scrivo adesso. Il protagonista in versione solipsistica si chiama Gaspare Balsamo, è un 42enne di Trapani con dei trascorsi di autore-attore siglati con titoli del tipo Camurria, Don Chisciotte in Sicilia , Tonnare e altri, in cui sfoggiava le sue doti di cuntista acquisite frequentando seminari di Mimmo Cuticchio, la cui caratteristica è quella di raccontare una storia, non necessariamente ripresa dall’opera dei pupi, in cui il cantastorie frammenta le parole in modo sincopato, aiutandosi col battito del piede per tenere il ritmo e ottenere risultati musicali e cantilenanti. Il racconto dello spettacolo in questione poggia liberamente sul 9° canto dell’Odissea di Omero, quello incentrato sul Ciclope Polifemo e su come Ulisse e compagni riusciranno ad accecare il suo unico occhio con un palo arroventato, riuscendo a salvarsi dalle sue grinfie fuggendo da quell’enorme antro mescolandosi al gregge e portare i viveri necessari sulla nave per continuare il viaggio per mare. Si apprezza di Balsamo non solo la sua maglietta nera con su scritto “vastasu” (i vastasi erano gli antichi facchini ma pure quelle grosse travi che tenevano il tetto d’una casa) ma i suoi particolari cunti in lingua sicula, comprensibile pure a Merano, e gli innesti da lui inseriti riguardante i marinai di Ulisse allorquando sono pronti a sbarcare nella terra del Ciclopi e s’imbattono in una tonnara in fase di mattanza con i pescatori lì intorno che offrono loro dei pesci, prontamente rifiutati per averne mangiati chissà quanti, avendo in testa come desiderio quello di ingozzarsi di carne e tumazzu (formaggio). E poi gli altri due cunti, davvero divertenti che vedono Balsamo sdoppiarsi in Ulisse e Polifemo, incentrati rispettivamente sul credulone Giufà, maschera siciliana dell’’800, noto pure come muccalapuni (colui che tiene la bocca aperta e le api gli entrano dentro) uno che qualunque cosa faccia prende sempre un fracco di legnate, e il secondo sul furbo Firrazanu cameriere d’un principe che deve farsi un vestito dal custureri (che sta per sarto, un francesismo da couturier) che per puro divertimento o cattiveria si prende gioco del suo padrone e del povero artigiano.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online marterdì 18 luglio 2017

 

 

 

60° Festival dei due Mondi
Sala convegni di San Nicolò Spoleto

Hamletmachine
di Heiner Müller
secondo Bob Wilson

Quando nei primi di dicembre del 1994 intervistai Heiner Müller, in occasione della 4ª edizione del Premio Europa per il Teatro assegnatogli al Palazzo dei Congressi di Taormina, il più importante drammaturgo tedesco del XX secolo dopo Bertolt Brecht aveva una fascia bianca al collo perché operato da poco per un cancro alla gola e nonostante ciò fumava un grosso sigaro (sarebbe morto l’anno successivo, il 30 dicembre per l’esattezza), gli chiesi come voleva essere ricordato, anche se quest’ultima domanda, come si può leggere sul n.1 di Hystrio 1995, era più lunga e articolata. La risposta fu secca: «Come un vampiro che torna sempre». E’ tornato Müller poi, tante volte, con i suoi lavori ripresi da vari registi, e torna adesso a Spoleto nella Sala convegni del San Nicolò con Hamletmachine uno dei suoi testi più paradigmatici concepito nel 1977 dopo il suo primo viaggio negli States e messo in scena la prima volta da Bob Wilson nel 1986 nel teatro della New York University. Adesso in questa seconda versione, basata su quella di 31 anni fa, Bob Wilson utilizza 15 giovani attori dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, tutti meritevoli di lode per come hanno approcciato un testo che si snoda come una matassa di fil di ferro. Con riferimenti ai personaggi dell’Amleto di Shakespeare e altri del bardo come Riccardo III e Macbeth o di Dostoevskij come Rasko’nikov, comparendo di sfuggita il Dottor Zivago, Marx, Lenin e financo Mao e citazioni riprese da Eliot, Holderlin, Conrad e Manson, l’uccisore di Sgharon Tate, con allusioni a fatti storici come l’insurrezione ungherese del 1956 citata come Pest a Buda. Appena si entra in sala c’è già un personaggio somigliante a Hitler che esegue con la sua bianca faccia ogni tipo di smorfie. Dietro di lui una madame con ampia tunica seduta su una sedia d’ufficio con folti capelli acconciati come presi dal vento, muove le dita delle mani con gli occhi rivolti verso lo schermo bianco di sinistra con riflessi grigio-perla, accanto al quale spicca un muretto e un bianco albero spoglio beckettiano. Più avanti, verso la donna, c’è una seggetta e un tavolo stretto e lungo posto di traverso corredato da una sfilza di sedie nere. Già le luci, l’immobilità dei personaggi, le aure metafisiche senza tempo, sono una firma di Bob Wilson. Entrano in scena una dozzina di performers che si siedono a terra con le spalle al pubblico. Inizia un prologo senza parole che dura 30 minuti scarsi, durante i quali ad ogni schiocco di noce o simil-nacchera ogni personaggio si situa in uno spazio ben preciso. Una giovane con i capelli stirati si situa sul proscenio, tre donne con abiti a fiorellini (i costumi erano di Micol Notarianni) e pettinature tutte boccoli, in stile anni ‘40/’50, con movenze simili a quelle nuotatrici di nuoto sincronizzato prima di entrare in acqua, prendono posto dietro quello stretto tavolo nero, muovendo un dito sulla testa come se volessero titillarlo e la madame di prima ad ogni movimento di testa spolvera intorno a se aloni di polvere bianca, forse cipria ed è colta quasi sempre nell’atto di urlare senza emettere alcun suono. Due figure in abito grigio-scuro si muovono all’unisono come gemelli siamesi: sapremo poi che uno dei tanti Amleto - uno tutto borchiato, un altro con capelli rossi con libro in mano e uno magrolino con capelli come chiodi che ad un tratto soltanto il suo volto s’illuminerà di rosso - li appellerà come Polonio e Orazio e spunta dal buio una donna in bianco e un personaggio in tuta dorata, in stile goldfinger, che a passi di danza saltella come se giocasse al “gioco del campanaro”, fermandosi poi su una sola gamba nella posizione d’un angelo volante. Intanto quello schermo di sinistra s’illumina d’arancio, d’’azzurro, di rosso ed entra in scena un’elegante signora in abito bordeaux che si sistema accanto a quello schermo che ridiventa perlaceo e la fila si completa con un ragazzo falso-nero in tonaca pure nera e lunga sino ai piedi che a passi felpati si posizionerà dietro quest’ultima figura nell’atto di cingerle le mani dietro gli occhi. Mi sono soffermato a descrivere nei particolari questa prima scena perché poi in quelle successive, in tutto cinque, quanti i cinque quadri che compongono il tosto testo di nove pagine, l’apparato scenico e gli stessi personaggi gireranno di 90 gradi, in guisa che vedremo lo spettacolo prima dall’angolazione di sinistra, poi da quella frontale, quindi da quella di destra, infine dalla quarta parete, quella rivolta al pubblico, per ritornare in ultimo alla scena d’inizio durante la quale quella prima figurina hitleriana chiuderà il palcoscenico con un telo bianco. E se la scena rimane sempre la stessa e i personaggi ripetono in modo identico, quasi coatto, i loro movimenti, non è così per la sceneggiatura, per il testo recitato glacialmente senza sfumature e senza enfasi, che va avanti secondo le indicazioni di Müller e la genialità di Wilson che non taglierà una sola parola. Quanto al titolo questo Amleto di Müller non è Robocop né un Airon man né tantomeno il nipponico Tatsuo del regista Tsukamoto. E’ piuttosto uno che è stato Amleto e che adesso non recita alcun ruolo e le sue parole non dicono più niente, al punto che quando qualcuno mostra la foto di Müller in scena e subito dopo la strappa dicendo: «Rompo la mia carne sigillata…Mi ritiro nelle mie viscere. Prendo posto nella mia merda…Voglio essere una macchina. Braccia per afferrare gambe per camminare nessun dolore nessun pensiero » si capisce il senso di morte che ha provato l’uomo Müller nel vivere in una Germania spaccata in due al tempo in cui il muro ancora non era stato abbattuto. C’è anche da dire che Ofelia qui, frammentata in tante Ofelia, sale sugli scudi sembrando non più quella fanciulla che sbavava per Amleto, quanto piuttosto una donna forte che ha smesso d’uccidersi, una che si strappa l’orologio dal petto che era il suo cuore e che nel nome di Elettra e nel nome delle vittime soffoca tra le sue cosce il mondo che ha partorito, seppellendolo nella sua vagina, inneggiando all’odio, al disprezzo, alla rivolta, alla morte. Lo spettacolo si chiude al ritmo di tango, anche se in precedenza le musiche di Jerry Leiber e Mike Stoller avevano vivacizzato con motivi allegri i cambi di scena, riportandoci allo spettacolo originario quando la voce d’una soprano accompagnava alcuni brani del testo e appariva sullo schermo l’antica immagine della scenografia identica a quella di oggi.
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online marterdì 18 luglio 2017

 

 

 

60° Festival dei due Mondi
Sala Frau di Spoleto

Intorno ad Ifigenia, liberata
progetto e drammaturgia di Angela Demattè e Carmelo Rifici
regia Carmelo Rifici

All’inizio un’equipe teatrale sta provando alcune scene, riprodotte pure in monitor, tratte dalla Genesi, durante le quali tre ominidi ne hanno ammazzato un quarto. Regista, drammaturga e assistenti dissertano sull’origine violenta della nostra razza e per non utilizzate quella sola fonte pensano ad altri accostamenti scegliendo di utilizzare l’Ifigenia in Aulide di Euripide come testo principale. Ecco dunque il regista Tindaro Granata, invero a suo agio anche in questo ruolo, dare indicazioni ai vari protagonisti agghindati non con abiti di scena, ma così come vestono a loro piacere tutti i giorni. Lo spettacolo titolato Intorno ad Ifigenia, liberata, ispirato a scritti di Nietzsche, Girard e testi classici compreso Eraclito e Omero, drammatizzato da Angela De Mattè e Carmelo Rifici, quest’ultimo pure regista, è andato in scena nella Sala Frau di Spoleto sotto forma di mise-en-espace, un po’ come avviene nei Sei personaggi pirandelliani in cui il regista interrompe la prova quando pensa che qualcosa vada cambiata. Dunque una sorta di teatro nel teatro con esiti ragguardevoli per l’intelligenza dell’operazione e per il cast tutto all’altezza, in grado di affascinare e coinvolgere il pubblico. Certamente l’Ifigenia è un testo cruento, ricco di contrasti psicologici che si può condensare in quel che la dea Artemide dice ad Agamennone per bocca dell’indovino Calcante ( Giovanni Crippa) che risuona come una forma di ricatto: “ Se tu non sacrifichi a me tua figlia Ifigenia i venti saranno sempre contrari alla navigazione e le tue navi non potranno partire per la guerra di Troia”. A questo aut-aut un padre pacifista avrebbe mandato a quel paese dea, navi e spedizione bellica e non avremmo poi studiato a scuola l’Iliade, accontentandoci forse solo dell’Odissea o di quell’episodio della Genesi (22,2-13) in cui si racconta di Dio che per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare sul monte Moriah il proprio figlio Isacco e quando l’uomo sta per sgozzarlo un angelo scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo. Episodio, guarda caso, che riguarda l’epilogo dell’opera euripidea, quello del sacrificio di Ifigenia, pare opera postuma d’un Bizantino, in cui la fanciulla viene salvata da Artemide e sostituita con una cerva. Un coup de théâtre se si vuole che qui nessuno ha pensato di mettere in atto, anche perché non era il caso visto l’andamento dello spettacolo. Tuttavia raccontato qui nel finale allorquando il palestrato Menelao di Vincenzo Giordano si presenta in completa divisa di comandante argivo e racconta come Ifigenia, vero capro espiatorio, è stata salvata dalla dea preferendole una semplice cerva. Simpatiche e divertenti le due corifee in abito giallo (Caterina Carpio e Francesca Porrini) che giocano con l’hula hoop; pieno di rabbia è l’Odisseo di Igor Horvat; Anahi Traversi è un’Ifigenia piangente che gradualmente assurge ad eroina accettando di morire per la sua patria; Giorgia Senesi incarna una Clitennestra forte e volitiva, fedele ancora a suo marito Agamennone (quello col cuore spezzato di Edoardo Ribatto) e indispettita parecchio perché la dea ha scelto per il sacrificio la sua Ifigenia e non una figlia qualunque di suo cognato Menelao. Completavano il cast la drammaturga in tailleur nero Mariangela Gramnelli, il musicista Zeno Gabaglio, il direttore tecnico Sarah Chiarcos.
Gigi Giacobbe

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online marterdì 18 luglio 2017

 

 

 

60° Festival dei due Mondi
Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi di Spoleto

La scortecata
di Emma Dante
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile

con
Salvatore D'Onofrio
e Carmine Maringola

Sono davvero da antologia teatrale i due attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola nei panni di Rusinella il primo di Carolina il secondo, interpreti formidabili de La scortecata, un testo riscritto e messo in scena in modo unico da quell’estro registico che è Emma Dante al Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi di Spoleto nell’abito del 60° Festival dei due Mondi, liberamente tratto dalla fiaba o meglio da lo trattenimiento decemo de la iornata primma del Pentamerone di Giambattista Basile, meglio noto come Lu cuntu de li cunti che assembla 50 favole popolari in cinque giornate. Riguardo al fatto che siano due uomini ad impersonare due donne (vecchie) don deve destare meraviglia, anche perché questi travestimenti avvenivano già 25 secoli fa al tempo dei tragici greci e poi financo in epoca rinascimentale al tempo di Shakespeare. Dunque nessuno scandalo. La scena o meglio i pochi elementi scenici della stessa Dante (suoi pure i costumi) riassunti in una maquette di castello tra due piccole sedie pieghevoli di legno (due seggiulelle come lei ama chiamarle), una porta adagiata a terra sul proscenio e una cassapanca sul fondo tipo quella dei prestigiatori, situati al centro del palcoscenico nudo e nero, come può essere una tela del Caravaggio che si popola poi con i due realistici personaggi splendidamente illuminati qui da Cristian Zucaro. I due hanno una retina in testa, indossano sottane color carne da mercatino dell’usato e sono cinti da larghe mutande e da lunghe calze trasparenti arrotolate sopra le ginocchia d’identico colore e sono colti all’inizio nell’atto di succhiarsi il mignolo con movimenti veloci simil-fellatio, giusto per far si che alla voce flautata d’una delle due, che ha fatto innamorare il re del luogo che abita sopra le teste della loro baracca, si aggiunga quel dito affusolato liscio e giovanile che colui potrà solo vedere attraverso il buco della serratura di quella porta. Il sovrano dopo aver invitato la più giovane a trascorrere una notte d’amore, le luci dell’alba sveleranno che trattasi d’una vecchia rattrappita e rugosa, meritevole solo d’essere scaraventata fuori dalla finestra e finire sopra un albero di fico. La vecchia rimane in vita e fortuna vuole che da lì passi una fata che le fa una magia sì da trasformarla in una bellissima e giovane donna che farà innamorare il re di prima e prenderla in sposa subito dopo. Quando l’altra sorella invitata a corte le chiede come ha fatto la sorella miracolata ad avere questa improvvisa metamorfosi, costei le dice d’essersi fatta scorticare dalla testa ai piedi e che poi le è cresciuta una pelle vellutata da ragazzina. Piena di rabbia e d’invidia la vecchia donna va da un barbiere e gli chiede di scorticarla senza preoccuparsi se il suo corpo si ammanterà di sangue e la favola finisce con questa cruenta immagine e con una morale facilmente intuibile rivolta in particolare a quelle donne, di ieri e di oggi, che vogliono apparire seducenti e belle ad ogni costo, a rischio pure da non essere neppure riconoscibili a se stesse e a quelli che le stanno intorno. Si muovono all’unisono Maringola e D’Onofrio, si scambiano i ruoli di Rusinella e Carolina, anche perché entrambe vogliono godere del loro re cui basta soltanto una corona bianca sulla testa per identificarlo. E rimane impresso il loro modo di sedersi sulle due seggette afferrandosi per mano e stendendo le loro braccia al ralenti, l’aulico linguaggio napoletano, non sempre comprensibile a chi scrive, scurrile a volte, mentre chiare giungono le note di ‘A tazza ‘e cafè cantata da Sergio Bruni o da Murolo, o quell’altra bellissima Simmo ‘e Napule paisà che anticipa quel Mambo italiano di Carosone con i due interpreti che mimano posizioni da kamasutra. Si svelerà poi il volto della vecchia megera e subito dopo, per incanto, D’Onofrio diventa la fata che trasforma Maringola in una vamp dalla parrucca rossa che indossa un bianco abito illuminato in trasparenza, quasi una farfalla che vuole prendere il volo o una Reginella con la voce di Massimo Ranieri che canta ti si fatta ‘na veste scullata….Infine in chiusura Maringola fa la scortecata, D’onofrio lo scorticatore con un coltello in mano, ritratti entrambi come un’immagine caravaggesca accostabile per crudeltà a quella Giuditta che taglia la testa ad Oloferne. Successo per lo spettacolo di Emma Dante prodotto dal Biondo di Palermo, dallo stesso Festival di Spoleto in collaborazione con Atto Unico Compagnia Sud Costa Occidentale.
Gigi Giacobbe

 

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Articolo pubblicato su Sipario online marterdì 18 luglio 2017

 

 

53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro greco di Siracusa
(INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico)

dal 29 giugno al 9 luglio 2017

Le Rane
di Aristofane
Traduzione Olimpia Imperio
regia di Giorgio Barberio Corsetti

scene Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
musiche SeiOttavi
luci Marco Giusti
riprese video Igor Renzetti

con
Valentino Picone, Salvo Ficarra, Roberto Salemi, Dario Iubatti,
Giovanni Prosperi, Francesco Russo, Francesca Ciocchetti, Valeria Almerighi,
Dario Iubatti, Gabriele Benedetti, Roberto Rustioni, Gabriele Portoghese

Coro di Rane della palude infernale SeiOttavi
Coro dei sacri iniziati ai Misteri Eleusini – Dannati e Marionettisti
Accademia d'Arte del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro "Giusto Monaco"

Riuscirà il Teatro, la Bellezza, la Cultura a salvare le nostre città degradate, franate, terremotate, corrotte, piene di buche e olezzanti di spazzatura? Se lo chiedeva 25 secoli fa pure Aristofane anche se i problemi a quel tempo erano altri, per lo più di ordine bellico, riguardanti Atene e Sparta alle prese con la guerra del Peloponneso durata poco meno di trent’anni, il cui epilogo pur favorevole alla seconda sulla prima, lasciava entrambe le città con le ossa rotte e senza più nessun poeta e drammaturgo di rango che potesse elevare lo spirito dei cittadini. E allora cosa fa Aristofane? S’inventa Le rane (404 a.c.), una commedia in cui immagina che Dioniso e il suo servo Santia si rechino nell’Ade e riportino in vita Euripide, scomparso l’anno prima. Un lavoro tornato sugli scudi al Teatro greco di Siracusa, nella traduzione contemporanea di Olimpia Imperio, in questo 53° Ciclo di rappresentazioni classiche dell’Inda, guidato dal commissario Pier Francesco Pinelli e da Roberto Andò direttore artistico, ad opera del visionario regista Giorgio Barberio Corsetti, dopo essere stato messo in scena 15 anni fa da Luca Ronconi creando non pochi tumulti negli ambienti politici palermitani ( leggi Miccichè) con i suoi mega poster, tolti nelle repliche successive, in cui si raffiguravano alcuni uomini di governo di quel tempo. E mi piace ricordare, sempre di Ronconi, la sua bellissima Utopia di sette ore nel 1975 al Fabbricone di Prato diventato un hangar per aerei e macchine d’ogni tipo, ruotante attorno a ben cinque lavori di Aristofane ( Cavalieri, Donne in parlamento, Pluto, Uccelli, Lisistrata), un commediografo greco certamente nostro contemporaneo i cui argomenti ben si prestano ad essere attualizzati. Cosa però che Barberio Corsetti s’è ben guardato da mettere in atto, anche se i due comici nostrani, ormai delle star nazionali, Salvo Ficarra nei panni di Dioniso e Valentino Picone in quelli di Santia, ammiccavano su personaggi e fatti riguardanti l’attualità. I due giungono in scena con la loro aria svanita, stranita e straniante, così come appaiono al cinema o in televisione: Ficarra, abitino da donna, mantello sopra i jeans e clava in mano, Picone gilè e calzoni a quadri a cavallo d’un monopattino con un mucchio di bagagli a tracolla. Una coppia servo-padrone simile al Pozzo e Lucky di Aspettando Godot di beckettiana memoria, con la differenza che qui il servo di Picone parla, reagisce e talvolta s’arrabbia. Per darsi coraggio Ficarra/Dioniso indossa abiti impellicciati come quelli di Eracle ( Roberto Salemi) che qui appare come un pugile che s’allena col suo sparring partner (Dario Iubatti e poi in altri ruoli) e in compagnia del suo servo inizia il suo viaggio nell’Ade. Il primo incontro sullo Stige è con Caronte non tanto demonio quello di Giovanni Prosperi, cui segue l’incontro con le rane canterine dei SeiOttavi, di verde vestiti compresi i cappelli, occhiali e neri e camicia gialla (costumi di Francesco Esposito), che verso la fine della commedia diventeranno gli iniziati ai misteri eleusini. I due protagonisti hanno paura di tutto e in ogni angolo vedono mostri e pericoli. In realtà l’inferno di Aristofane sembra un luogo all’apparenza tranquillo come può essere qualunque nostra citta, con le sue osterie, le sue fornaie, le sue ballerine, le sue ostesse ( Francesca Ciocchetti e Valeria Almerighi). Ed è qui che la grande skené del teatro, popolata intanto da rettangolari blocchi bianchi, diventa una macchia arancione per via degli oltre trenta allievi della scuola dell’Inda agghindati con i colori d’Olanda che formano un coro ben orchestrato che si muove al ritmo di danza esotica capitanato dal corifeo Gabriele Portoghesi. Adesso due grandi facciate di case con finestre dai colori ferrosi (scene di Massimo Troncanetti) lasciano intravedere altri personaggi come Eaco ( Francesco Russo) e infine Plutone col faccione gigantesco d’una marionetta ispirata alle sculture di Dessì, dietro una di quelle finestre che abbraccia con le sue grandi mani l’intero stabile. Qui l’atmosfera è più infuocata perché Euripide ha cacciato Eschilo dal trono che gli era stato assegnato e che quel bonaccione di Sofocle gli aveva ceduto di buon grado. A questa prima parte certamente più scintillante per la fresca comicità di Ficarra&Picone, segue una seconda parte che potremmo definire, sia pure buffonesca, più seriosa, in cui Plutone indice una gara tra chi è più bravo tra Eschilo ( Roberto Rustioni calvo, draculesco, damascato di nero con barba) e Euripide (Gabriele Benedetti un Aristide lautrecchiano vestito di bianco con sciarpa rossa) e chi dei due Dioniso dovrà condurre sulla terra, previa pesata dell’uno e dell’altro tramite una rudimentale bilancia. Qui Barberio Corsetti, ma anche in altri momenti precedenti, mette in atto il suo linguaggio teatrale caratterizzato da proiezioni video-live su uno o più schermi che danno il senso del suo modo singolare di fare teatro, una catabasi drammaturgica che caratterizza questo spettacolo e che incuriosisce il pubblico perché vede amplificate azioni e facce dei protagonisti. Assomigliano a delle lavandaie Eschilo e Euripide, non ci fanno una bella figura. I loro versi sono eccessivi, sembrano parodie esagerate, intrise di malignità personali e di trovate stravaganti che vedono comunque il corpo di Eschilo pendere di più dal suo lato rispetto a quello del rivale e da cui si evince che per Aristofane la poesia, la cultura, l’arte debbono avere nella nostra società una funzione educativa e preminente. In Eschilo si ammirano le antiche virtù, l’arte severa e religiosa, in Euripide la cultura sofistica, la vita quotidiana, i vizi e le miserie degli dei ed eroi simili a quelle dei comuni mortali. La gara si conclude con la sconfitta di Euripide e Dioniso ricondurrà sulla terra il vecchio Eschilo per l’edificazione della traviata città di Atene.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 1 luglio 2017

 

 

 

 

10ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Corte d’Onore del Palazzo Reale di Napoli 7 e 8 giugno 2017

I malvagi
da Dostoevskij
ideato e diretto da Alfonso Santagata

S’intitola I malvagi lo spettacolo ideato e messo in scena da Alfonso Santagata nel Cortile d’onore del Palazzo Reale di Napoli, tratto dal romanzo in parte biografico Memorie della casa dei morti di Dostoevskij, pubblicato tra il 1860 e il 1862, che propone un viaggio nell’inferno delle ottocentesche carceri siberiane. Sintetizzate qui in una squallida stanza con porta e finestra e un giaciglio buono per cani, dentro la quale fanno capolino sopravvissuti, esiliati e condannati, tratteggiati da Dostoevskij con doloroso realismo, anche perché lui stesso condannato a scontare una pena di 4 anni, reo d’aver fatto parte d’un circolo di giovani intellettuali di tendenze socialiste. Arrestato dalla polizia zarista era stato addirittura condannato alla pena capitale, commutata poi in lavori forzati, vivendo in un piccolo villaggio della Siberia abitato da delinquenti privi d’ogni diritto civile, brandelli recisi della società, personaggi tuttavia da cui trarrà spunto e nuove idee per scrivere negli anni successivi romanzi come I demòni e I fratelli Karamazov. Nello spettacolo, in cui prevalgono tinte oscure e ombrose, ritroviamo pazzi, cospiratori, rivoluzionari, fanatici, traditori e personaggi ammalati di nichilismo verso i quali Dostoevskij vi intravede non solo una personalità deviante ma anche esseri sventurati e sofferenti, come può essere un tale di nome Raskol’nikov, certamente folle che avrà un acceso scontro dialettico col giudice istruttore. In definitiva I malvagi è un lavoro che non lascia tranquilli in cui le ombre perseguitano altre ombre, forse pure tra il pubblico, ma è anche uno spettacolo da rivedere nella sua drammaturgia, cui davano vita lo stesso Santagata nei panni scrittore russo a fare da filo conduttore e cinque interpreti in vari ruoli che di nome facevano Sandra Ceccarelli, Carla Colavolpe, Massimiliano Poli, Tommaso Taddei, Giancarlo Viaro.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

 

 

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 16 giugno 2017

 

 

 

 

10ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Teatro Sannazzaro di Napoli 7, 8 e 9 giugno 2017

Amati enigmi
di Clotilde Marghieri

con
Licia Maglietta

Dobbiamo essere grati a Licia Maglietta per averci fatto conoscere al Napoli Teatro Festival 2017 Amati enigmi, uno dei libri più belli di Clotilde Marghieri, giornalista e scrittrice napoletana, vincitrice del Premio Viareggio del 1974 quando aveva 77 anni. La Maglietta, che chiaramente è di gran lunga più giovane, ha amato all’istante questo testo al punto da metterlo in scena al Teatro Sannazzaro, curandone drammaturgia e scene e interpretarlo con la sua connaturata bravura fatta di disincanto ironia e nostalgia, avendo accanto il solo Tiziano Palladino alle prese col suo mandolino suonato ad effetto nei momenti più intensi. Lo spettacolo, di poco più di un’ora, è un esempio di romanzo epistolare architettato a guisa d’una lunga e unica lettera scritta in una notte d’un imprecisato capodanno e indirizzata ad un misterioso lui, in realtà un giovane intellettuale sensibile e raffinato, appellato con lo pseudonimo shakespeariano di Jacques, alias Luigi Baldacci che anche lui ricorre al drammaturgo di Stratford-on-Avon chiamandola Rosalinda. Trattasi d’una lucida, anche spietata riflessione della Marghieri sul suo passato e sul suo presente di donna ormai agée, che ha davanti a sé una vita che sta per giungere al capolinea senza infingimenti e illusioni e che in accordo con Simone de Beauvoir capisce che quando il corpo avvizzisce e il volto gioca tiri crudeli si scopre il significato del proprio destino e si sublimano in conoscenza dolori e sconfitte. Licia Maglietta chiusa nel suo abito scollato color blu notte scintillante, seduta sul proscenio ma anche in piedi, sciorina amicizie celebri come Sibilla Aleramo, Salvemini, Corrado Alvaro, Rocco Scotellaro, il critico e storico dell’arte Bernard Berenson, il rapporto con la famiglia, con uomini e donne non necessariamente suoi coetanei, con un linguaggio immediato, elegante, intimo e realistico, ipnotizzando gli spettatori che con curiosità e in silenzio ammirano il suo dire. Tuttavia si ha l’impressione che molti pensieri espressi siano più pensati che vissuti, non si sa se per pudore o per mancanza di coraggio. Per lei “i figli sono divorzi viventi”; “lasciarti è un dolce dolore” dice rivolta a un lui, oppure “oggi sarei capace di amare senza chiedere nulla” e “da bambina non aspettavo che le partenze” perché “il tempo si annulla in un eterno oggi”. La Maglietta strappa i fogli di vari diari, brani di missive, ricevute o frammenti di conversazioni telefoniche, forse pensando a Carmelo Bene quando nel suo Amleto appallottolava i fogli del dramma e diceva che voleva andare a Parigiii, a Parigiii. Cosciente la Marghieri/Maglietta che “quando non c’è più la passione si contempla ciò che abbiamo attorno”, oppure “si ascoltano i discorsi dei vicini del tavolo che parlano solo di cibo o di lavoro”, aggiungendo che per un certo periodo di tempo si è sentita una “cocotte intellettuale” pur sapendo che non era così. I giorni e gli anni passano e c’è il ricordo della madre che strappava i foglietti del calendario esclamando con una dose di cinismo “è passato”, concludendo la sua lunga lettera che la sua Rosalinda avrebbe preferito stare con un buffone e non con un intellettuale noioso e che farebbe un bel falò di ciò che è stata la sua vita.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 16 giugno 2017

 

 

 

 

10ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Teatro Nuovo di Napoli 10 e 11 giugno 2017

Frame
di Alessandro Serra per conto di Koreja

Ricreare dei tableaux vivants di Edward Hopper in Teatro. Non solo questo ha fatto Alessandro Serra con Frame (che significa cornice ma anche fotogramma) di cui ha curato progetto, ideazione, regia, scene, costumi e luci, utilizzando cinque interpreti tutti all’altezza (Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Emanuele Pisicchio, Giuseppe Semerano) e facendo compiere agli spettatori del Teatro Nuovo di Napoli un viaggio certamente artistico ma con lo sguardo rivolto alle esperienze interiori d’uno dei pittori statunitensi più significativi, scomparso a New York nel 1967, ispiratosi alla realtà americana. Fatta non da grattacieli, automobili o fabbriche, ma da solitudini raschianti rinvenibili nelle città disabitate, nei cinema e caffè che sembrano sull’ora di chiudere, nelle finestre chiuse degli appartamenti, nei capi chini su tazze di caffè, nelle mani nervose che impugnano sigarette. E dunque più che riprodurre pedissequamente i dipinti di Hopper, Serra (che certamente avrà visto al Grand Palais di Parigi a cavallo del 2012/2013 la bellissima antologica di Hopper) ha cercato di ri-creare sulla scena ciò che probabilmente i personaggi avevano potuto vivere nella propria intimità prima d’essere impressi sulla tela. Certamente un modo arbitrario di operare, ma che trova il suo milieu nel pensiero dello stesso Hopper che diceva: «Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo». E allora ecco all’inizio una donna in rosso grattare con le unghie la quinta grigia d’una scena interamente nuda, rischiarata soltanto sul fondo da un pannello o una tela che lentamente si stacca, adagiandosi sul palco, muovendosi da destra verso sinistra e viceversa, nascondendo dietro i personaggi compreso un jolly o un fool che vedremo più avanti. Il pannello poi scompare dietro quella sorta di finestra su sfondo nero, verso la quale i cinque personaggi rivolgeranno il proprio sguardo e i propri pensieri. Adesso qualcuno adagia un lettino con rotelle di fianco alla scena e vi si siedono sopra un uomo e una donna in sottana senza mai profferire verbo - del resto nessuno mai nello spettacolo dirà una sola parola - come se avessero difficoltà a comunicare o non avessero niente da dirsi, sino a quando lui le infila un abito rosso e un paltò per poi dileguarsi entrambi nel buio. Fa capolino quindi una figura con vestito chiaro e borsalino, si siede in quel lettino di prima, legge, si spoglia e nell’oscurità più totale qualcuno lo illumina nudo con dei flash a scatto, entrando in scena subito dopo il fool che trasporta su un tavolo a rotelle i personaggi di prima. Sembra il teatro della solitudine quello di Hopper in cui gli interpreti rischiarati da una luce straniante, mostrano uno stupore quasi metafisico e si muovono senza dire nulla, somigliando a degli automi con lo sguardo perso chissà dove. Lo spettacolo di Serra è affascinante non solo per coloro che amano Hopper, ritrovandovi non tanto le iperrealistiche foto-copie dei suoi dipinti, quanto lo spirito paradigmatico che li anima. Dietro quella finestra passano defilate le donne agghindate con cappellini gialli o bordeaux anni’50, colte talvolta a ballare con i loro ganzi come un film di cui si sente il classico rumore delle macchina di proiezione, uscendo infine fuori dallo schermo come ne La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen. Inquietante quell’immagine di donna nuda che guarda la sua ombra impressa sul muro e quell’altra in chiusura d’una donna alla finestra che fa una barchetta di carta e che adagiata sul bordo si muoverà lentamente fino a scomparire nel nulla.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 16 giugno 2017


 

 

 

10ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Galleria Toledo di Napoli dal 9 all’11 giugno 2017

Raccogliere & Bruciare
di Enzo Moscato

Possiamo dire che oggi l’anima di Napoli è raffigurata da Enzo Moscato. Scrittore, poeta, saggista, drammaturgo, regista, attore che si è sempre espresso in una lingua sulfurea, ricca di neologismi, accostabile a Gadda, Testori, Consolo e più vicino a Viviani che ad Eduardo. Adesso dopo averci lavorato per parecchi anni Moscato ha ultimato Raccogliere & Bruciare, un lavoro che s’ispira liberamente all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e che lui stesso ha messo in scena con successo alla Galleria Toledo, all’interno della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio. Non è una semplice traduzione dei brani di Masters, anche perché tradurre è come tradire, ma d’una re-invenzione poetica operata da Moscato che ha come soggetti personaggi d’una Neapolis arcaica e sempre viva, in cui i morti non dormono più su una collina ma in luogo chiamato “Spentaluce”, raffigurato qui da una serie di croci di legno con tanto di numeri, sigle e maschere nello stile di Mimmo Paladino che ha curato l’installazione scenica. Lo spettacolo invero prende le mosse da quando Moscato aveva progettato Co’stell’azioni, un testo-spettacolo dedicato a Jean Cocteau, il cui modello era Visites à Maurice Barrés, dove a parlare erano i morti che visitano i vivi, dialogando con loro e rendendosi conto di quanto fossero simili, come si evidenzia qui di seguito: «'O sfastìrio, il disincanto, è uguale a chillu vuosto, / identica è 'a fatica, 'a pena, pe' ttruva' parole / che s'incastrano, precise, cu'chello ca se prova» e di quante cose, soprattutto, avessero in comune con i poeti, con gli artisti: «Il poeta, si dice, è come Noi. 'E muorte. / Visita, invisibile, veloce, 'mmiezz’ 'e vivi. / Chistu privilegio sulo lo distingue: / non farnetica, conta, non sta fermo, avanza». Come era solito fare Kantor nei suoi spettacoli, a cominciare da La classe morta, standosene sempre in scena e talvolta pure ad intervenire, anche Moscato a guisa d’un corifeo con maglietta a strisce e paglietta in testa, s’aggira tra i venti personaggi, agghindati così com’erano in vita e immortali sino a quando l’eterna nemica non se li portava con sé. Il sax di Summertime, Joan Baez che intona Where have all the flowers gone e Marlene Dietrich che canta Blowing in the wind , fanno da contorno ai racconti di quelle anime. Intorno a Moscato che come in un rituale semina sul palco quadratini di carta rossa e che veste i ruoli di Stilitano, di Tristico, del mariuolo e dell’Uxoricida, ascoltiamo le rimembranze della Black Widov Rita Montes, della Pandora di Cristina Donadio ( la Chanel di Gomorra) del Savonarolli di Massimo Andrei, il prete morto mentre era a letto con una puttana libanese, della poetessa Minerva (Caterina Di Matteo) barbaramente stuprata e deceduta fra le braccia d’una dottoressa accusata di mala sanità e poi a sua volta morta assieme al marito. C’è il padre di Minerva ( Benedetto Casillo), la Mystica di Vincenza Modica, la Lorcana di Imma Villi, il giovane musico di Giuseppe Affinito, il falegname con moglie sciattona, un muratore caduto da un palazzo, un pulcinella senza maschera, due soldati, un medico, una donna che muore di tetano per essersi infilata una spilla nella mano, una sonnambula vestita di verde, una donna con veletta, la sgualdrina in rosso che ha ucciso il moroso, due ragazzini bendati e c’è tra loro una splendida Enza Di Blasio che canta una serie di canzoni napoletane delle quali s’apprezza quella ispirata al canto di Didone dell’Eneide in cui si rimpiange una Napoli d’antan colta e dorata : «’A quantu tiempo, anima mia, sì morta! / ‘O cuorpo tuoio è ‘nu sciore / ‘O cuorpo tuoio è ‘nu sciore / Arò i petali so’ fiati, fatt’ ‘e cera!». La morte è l’unico governo democratico, esclama qualcuno e l’immortalità è una conquista, dice qualcun altro, solo coloro che lottano potranno ottenerla. E lo spettacolo chiude con tutti i protagonisti che avanzano sul proscenio cantando in coro Vivere senza malinconia, vivere senza più gelosia…
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 16 giugno 2017


 


Foto Fabio Lovino

 

 

10ª Edizione del Napoli Teatro Festival
Corte d’onore del Palazzo Reale di Napoli 11-12 giugno 2017

Tempi Nuovi
scritto e diretto da Cristina Comencinidi

Sino a che punto i computer, internet, i cellulari, i social-media hanno cambiato il modo di vivere degli esseri umani e delle famiglie di tutto il mondo? Era meglio quando una notizia, una curiosità, una data dovevi cercarla su un libro, un’enciclopedia di carta stampata, perdendovi chissà quanto tempo o è meglio al tempo di oggi che in un fiat, cliccando col mouse del Pc su Wikipedia o scorrendo le icone d’uno smartphone la trovi quasi immediatamente? È meglio avere una mente analitica o dinamica? Questo ed altro si chiede Cristina Comencini nella sua commedia Tempi Nuovi mettendola lei stessa in scena nella Corte d’onore del Palazzo Reale di Napoli nell’ambito della 10ª Edizione del Napoli Teatro Festival. E per fare questo la Comencini fa il blow-up ad una famiglia di cultura medio-alta come può essere un professore di storia (Ennio Fantastichini), una giornalista (Iaia Forte), una figlia che lavoricchia (Marina Occhionero), un figlio liceale ( Nicola Ravaioli). All’inizio il punto debole in fatto di nuove tecnologie è il professore, più avvezzo ad una cultura umanistica acquisita su tomi e libri ampiamente visibili nei numerosi scaffali disposti a semicerchio che occupano l’intera scena (quella di Paola Comencini), ammonticchiati sotto forma di alte pile pure sul pavimento e su qualunque piano disponibile, arrabbiandosi dietro la sua scrivania quando il figlio per una ricerca sulla Resistenza gli chiede se lui l’ha fatta - impossibile vista l’età - o quando gli scompare dal Pc una cosa che sta scrivendo e viene pure preso in giro da figli e moglie, anche se quest’ultima ha un piede nel passato visto che conserva ben 23 album di fotografie, ricordi di gite e anniversari. E anche se appaiono scontati i duetti tra Fantastichini e la Forte, riescono ugualmente a far sorridere suscitando approvazione e simpatia. Il professore impara dal figlio il termine “tournazione” per indicare che sono le ragazze a decidere con chi stare, mentre i ragazzi devono solo aspettare il loro turno e impara pure che suo figlio non cerca di capire tutto ma solo ciò che gl’interessa. La sorpresa arriva dalla figlia che lasciato il suo ganzo s’è accoppiata con una donna di casa, disoccupata, 7 anni più grande di lei, in cinta di otto mesi, ingravidata dal seme datole da una relativa banca. Del fatto sembra più preoccupata la madre che non il padre, tuttavia insieme aiuteranno anche economicamente la figlia assecondando i suoi desideri. Sorpreso invece sarà il professore nell’apprendere che la moglie da ragazza ha avuto una relazione omosessuale. Domande, indagini, curiosità che non avranno conseguenze negative. All’inizio del secondo tempo la scena è completamente vuota, i libri sono scomparsi e il professore indossa una maglietta con su scritto “ciclamino 9” che è un sito dove lui si collega, sembrando adesso, dopo sei mesi di studio, un Mandrake, un esperto di tecnologie avanzate da lasciare esterrefatti moglie e figli che lo vedono smanettare senza sosta, come un drogato, sul suo cellulare, impazzendo quasi quando il figlio glielo leva dalle mani ma che lui continua a muovere come se ce l’avesse ancora fra le dita. Ma al punto in cui siamo arrivati, si può vivere senza Pc, senza telefonino, senza Facebook, senza WhatsApp, senza Messanger, senza Instagram e altro ancora? Andiamo sempre più veloci. I film d’un tempo ci sembrano lentissimi. Lo zapping è la prassi per vedere la Tv. Insomma fermiamoci un pochino e facciamo come Fantastichini quando alla fine culla tra le braccia quel bimbo nato dalla compagna della figlia.
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 16 giugno 2017

 

 

 

dal 30 maggio al 4 giugno 2017a Castrovillari

Festival Primavera dei Teatri
18ª Edizione

L’immagine della 18ª edizione del Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari è una foto della spagnola di Barcelona Paula Rodriguez Feito che ritrae su uno sfondo azzurro un uomo nudo accovacciato su un piano bianco che si stringe la testa con entrambe le mani sulle orecchie, mentre s’intravedono scendere dall’alto (al ralenti?) un paio di gambe sin sopra le ginocchia, per le quali non è facile capire se trattasi d’un maschio o d’una femmina. . Un’immagine ambigua, non univoca, che può starci benissimo con ciò che oggi è il mondo della cultura e del Teatro.

 

 

Come può essere Pedigree di Valeria Raimondi e Enrico Castellani, quest’ultimo monologante per cinquanta minuti sulla scena, prima seduto su una poltrona a forma d’una moto-pop, con tanto di gemme rosse e borse portaoggetti laterali e poi in piedi nei panni d’un uomo con due madri, Marta e Perla, nato da un padre che ha donato solo lo sperma e con cinque fratelli sparsi per il mondo. Lo spettacolo andato in scena nella Sala Consiliare del Comune di Castrovillari per conto della Compagnia Babilonia dei Teatri, insiste sulle difficoltà delle nuove generazioni quando si trovano ad avere genitori biologici o di fatto e sui problemi d’identità e di coscienza che possono derivarne. Castellani invece che citare Dio nomina Zeus sull’origine dei sessi e va avanti con verbosità sino ai nostri giorni tra un paio di bianchi abiti femminili, posti poi sottovuoto in due buste di plastica, al ritmo d’un paio di canzoni di Elvis Presley e una “Mamma” cantata da Villa o Consolini, infilzando quattro polli fatti cuocere allo spiedo, mangiandone verso la fine pure una coscia, indossando ad un tratto una pancia posticcia, forse per desiderio di maternità, riflettendo ad alta voce sui diritti-doveri d’una generazione in provetta, che nel voler ricercare le proprie origini, rischia di cadere in un baratro di paure e d’incertezze, senza poter piantare nuove radici.

 

Con Franco Stone - una storia vera nel rinato Teatro Vittoria dopo 31 anni di buio, vede protagonisti “I Sacchi di sabbia” di Pisa guidati dal loro leader Guido Bartoli cui si devono i costumi assieme a Giulia Gallo. Lo spettacolo scava nelle vere origini del Dottor Frankenstein, famoso scienziato che vuole fare rivivere i morti con l’applicazione del galvanismo e si rifà ad una leggenda che circolava già alla fine del ‘700 al tempo in cui viveva nella cittadina toscana un tale Dottor Franco Stone o Franco Pietra come veniva chiamato comunemente, prima che nel 1816 Mary Shelley scrivesse uno dei primi romanzi horror della letteratura mondiale. Lo spettacolo attinge a vari generi del Teatro leggero compreso l’avanspettacolo e il musical in stile fantasy-gotico e si avvale della voce fuoricampo di Dario De Luca ( uno dei fondatori del Festival assieme a Settimio Pisano e Saverio La Ruina) che vivacizza il racconto intervistando i vari personaggi che si muovono sulla scena: Franco Bottai, Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Tommaso Novi, Rosa Maria Rizzi, Giulia Solano.

 

È arrabbiato l’ivoriano Abraham Kouadio Narcisse nel ruolo di Aiace, ispirato nella drammaturgia di Matteo Luoni e Linda Dalisi (quest’ultima pure regista) al dramma di Sofocle, perché morto Achille, le sue armi, per volere dei due re Atridi Agamennone e Menelao, sono state affidate ad Odisseo e non a lui che era suo amico e molto simile al Pelide per forza e valori combattivi. Uno sgarbo che lo farà andare fuori di testa, commettendo corbellerie una dopo l’altra, compresa l’uccisione di bestie e armenti, al punto di sentirsi un clown buono solo a togliersi la vita. Lo spettacolo, prodotto dalla Stabilemobile di Antonio Latella, si fa apprezzare per l’ottima prova di Annibale Pavone, un Odisseo in vestito bianco, ( i costumi sono di Graziella Pepe) pure pacifista quando dirà che “la guerra fa schifo, è una latrina pubblica e i soldati sono delle merde che galleggiano…” e per le buone presenze sceniche, non sempre comprensibili ahimè! della francese Estelle Franco in tailleur pure bianco nel ruolo di Atena e dello stesso Narcisse che ruzzolava parole in taliano, francese e in vari dialetti africani: tutti e tre ad un tratto colti a danzare un hully gully con le musiche di Marco Messina. Sulla scena di Giuseppe Stellato al Teatro Sybaris, solo tre lavagne luminose per proiettarvi Odisseo disegni e dimensioni varie del Cavallo di Troia su tre velatini posti in fondo alla scena, buoni pure per nascondere in filigrana i personaggi del dramma, con Aiace diventato intanto un mitologico centauro.

 

Scena interamente verde per Tropicana, una creazione collettiva, curata e drammatizzata da Francesco Alberici, pure interprete assieme a Claudia Marsicano, Daniele Turconi, e Salvatore Aronica per conto della Frigoproduzioni. Il titolo dell’opera fa riferimento ad una bevanda tipo aranciata e ad un brano ballerin-canoro al ritmo di calipso del “Gruppo Italiano”. Una canzone che racconta d’un day after, durante il quale i quattro protagonisti si sentono come dentro un film ad osservare attoniti, con gli occhi all’insù, qualcosa che il pubblico non vede ma che loro vivono, somigliando a quei personaggi di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, mentre in televisione passa la pubblicità della bibita. Per un fatto curioso che ha il sapore dell’ossimoro, la canzone in vetta alle hit parade dell’estate del 1983, passando come un inno alla leggerezza delle vacanze estive, racconta in realtà temi angoscianti, passati tout court inosservati, forse perché nessuno l’ha ascoltata attentamente. I quattro interpreti si rendonosimpatici agli spettatori del Teatro Sybaris, mostrandosi tuttavia troppo slegati tra loro, con momenti di vuoti scenici, riuscendo alla fine a bere quel liquido arancione delle bottigliette.

 

 

Eccoci adesso nuovamente al Teatro Vittoria per uno spettacolo dalle tre “P”: niente a che vedere con le tre “P” di Pasolini, ma qui di seguito Personale Politico, Penthotal - Opera rap per Andrea Pazienza acuto fumettista quest’ultimo nativo di San Benedetto del Tronto scomparso nel 1988. Uno spettacolo da sballo, artefice un’anfetaminica Marta Dalla Via, in tailleur dai colori azzurrognoli, che arriva in scena con un canestro di papaveri rossi in testa e che per quasi 80 minuti al microfono si esprime in un linguaggio labirintico ricco di neologismi che sarebbe molto piaciuto ad Alessandro Bergonzoni. Di lato alla scena ci sono due DJ, uno alle prese con Radio Alice, l’altro a rinverdire con quel “volante uno a volante due” antichi fasti radiofonici renzoarboriani. C’è pure un telefono d’antan con lampadina che s’accende quando squilla e un ampio divano al centro spesso avvolto da fumi fastidiosi che arrivano in platea. Alla base del plot c’è una storia d’amore tra il rapper Francesco e la protagonista di prima che emette mille parole al minuto, mollata solo con un “ciao scema”, mentre il padre del ragazzo telefona più volte per sapere dov’è e cosa fa. Spettacolo ricco d’interventi rap, forse troppi, al punto da far dileguare lentamente verso la fine il numeroso pubblico che ha applaudito oltre alla Dalla Via pure Omar Faedo (Moova), Simone Meneguzzo (DJ MS), Michele Seclì (Lethal V), Roberto di Fresco (Giobba).

 

S’intitola Masculu e fiammina ( nessun refuso per questo secondo termine che sta per “femmina”) l’ultimo spettacolo di Saverio La Ruina che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano nel dicembre scorso. Un monologo di 60 minuti intensi, inscenato nella Sala Consiliare del Comune cittadino, in cui il protagonista in abito di velluto nero con una rosa rossa in mano va a trovare la madre al cimitero, raffigurata in una foto accanto alla lapide imbiancata di neve (scene di Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo). Il figlio le parla in un dialetto calabrese del luogo, comprensibile quasi a tutti, come se avesse la madre lì accanto a lui. Le racconta della vicina di casa, tale Nina, bionda dai capelli corti, nota teatrista dalla vita incredibile e poi con un filo di pudore comincia a confessarle ciò che, forse, la madre sapeva già e che non gli ha mai rivelato, ovvero che al figlio piacevano i maschi, senza mai pronunciare la parola “ricchione”, che avrebbe potuto offenderlo e che nella sua testa poteva raffigurarsi come l’unione dei due sessi, maschio e femmina appunto. E una volta uscita dalla bocca questa parola è come se La Ruina avesse aperto uno scrigno ricco di segreti. Che cominciano a venire fuori da quando all’età di 10 anni lavorava in un bar, o quando al mare guardava i corpi nudi degli uomini attraverso il buco della serrature delle cabine e gli piaceva poi osservarli quando indossavano i pantaloni corti. All’inizio fu Carlo durante un cenone di fine anno, poi vennero altri amori vissuti senza sguaiataggine, in sordina, di nascosto, con sensi di colpi quasi per il modo come gli altri, vedevano “malato” il rapporto omosessuale. La Ruina è superlativo nel ruolo, quasi angelicato per come racconta i rapporti con Angelo, di nome e di fatto, e con Alfredo che morirà ancora giovane andando a mettere sulla sua tomba un biglietto su cui ci stava scritto “ svegliatemi in un mondo più gentile” e lo spettacolo si conclude con le note di Fortissimo cantata da Mina. Le musiche originali erano di Gianfranco DE Franco, il disegno luci di Dario De Luca e Riccardo De Leo.

 

 

È quasi una parodia de Il gabbiano di Cechov lo spettacolo ideato e messo in scena da Stefano Cordella al Teatro Vittoria per conto della milanese Compagnia Oyes titolato Io non sono un gabbiano. Un modo, si direbbe, per prendere le distanze da quel capolavoro di drammaturgia spostandolo ai giorni nostri, almeno per come sono agghindati i protagonisti, e forzarne attrazioni, sentimenti e amori. S’inizia con un funerale decantato con paroloni da una specie di cerimoniere (in realtà è il maestro Medvedenko che alla fine impalmerà la giovane Masha) che parla d’una cara estinta, quella d’una grande attrice, verosimilmente di Irina che fu amante del letterato Trigorin, invero mai morta nel dramma. Tra di loro s’aggira il razionale medico Dorn che parla della vita in modo inclemente e razionale e spicca tra il truce e il depresso la presenza del giovane Kostjia, aspirante drammaturgo, figlio della presunta defunta, che ad un tratto si denuderà davanti a Nina la donna che lui ama senza essere riamato - si ha la sensazione che Nina potrebbe essere la madre Irina amata dal figlio d’un amore incestuoso- cui Trigorin le farà la festa portandogliela via. E non solo. Perché le farà fare pure un figlio e poi l’abbandonerà ad un destino miserevole che si concretizzerà lavorando come attrice in teatri di terz’ordine. Intanto Kostjia consapevole dei suoi insuccessi amorosi e teatrali, si leverà di torno con un colpo di pistola, ma qui non tanto perché riapparirà pure da morto. Abbiamo solo notizie dei nomi dei protagonisti senza sapere i loro ruoli. Eccoli di seguito: Camilla Pistorello, Camilla Violante Scheller, Francesco Maola, Umberto Terruso, Dario Merlini, Dario Sansalone, Fabio Zulli, Daniele Crasti.

 

Edi come Edipo di Marina Occhionero di cui sentiremo parlare a lungo nel prossimo futuro come una delle attrici più promettenti del panorama teatrale italiano e Giò come Giocasta di Vanessa Korn, sono rispettivamente la figlia e la madre de La cerimonia di Oscar De Summa, pure regista e interprete nel ruolo dello zio, che si rifà al mito di Edipo proposto in chiave femminile. Se si vuole c’è pure Laio ( Marco Manfredi) padre di Edi e marito di Giò: un quartetto che agisce fuori e attorno ad un rettangolare tavolo nella scena color miele di Lorenzo Banci che firma pure i costumi al Teatro Sybaris. Dal lavoro si evidenzia quanto labili e problematici siano i rapporti padre-madre-figlio, quando da bambini si comincia a diventare adulti e i disagi sono dietro l’angolo, tramutandosi a volte in atti di violenza, di incomprensione e di disaffezione verso amici e parenti, oppure rinunciando alla siluette del proprio corpo diventando anoressici o bulinemici o ancora peggio entrando nel vortice delle droghe. Edi pur andando bene a scuola vorrebbe non andarci più, forse per noia, forse perché trova inutile avere passione verso il sapere e la cultura. Una ragazza diventata indifferente verso il mondo che la circonda, sembrando una nuvoletta che fluttua un po’ fra cielo e terra, incapace di ribellarsi ad una madre nevrotica, pure lei con i suoi guai a causa del marito che la trascura, sembrando più interessato a vivere una relazione omosessuale che lo ha investito come un tram preso di faccia, mostrandosi un bambino incapace di gestire affetti familiari e relazioni sentimentali. Soltanto lo zio sembra aver capito come vanno le cose, cercando di aiutare con giochi vari la nipote. Pure con dialoghi assennati perché si ribelli all’apatia e alla noia e cominci a vivere finalmente. Una forza, però, che la ragazza troverà da sola fuggendo alla fine da quel nucleo familiare.

 

 

Li avevo visti debuttare con successo nel 2010 con Il nostro amore schifo e l’anno successivo con Biografia della peste e l’ultima volta risale a quattro anni fa con Le cose, Angeli e no. Loro sono (adesso) la 32enne Luciana Maniaci di Brolo (ME) e il 34enne Francesco D’Amore di Bari. I due hanno coniugato i loro cognomi formando il “Maniaci D’Amore Teatro” e presentano qui al Teatro Vittoria il loro più recente spettacolo titolato La crepanza - Ovvero: come danzare sotto il diluvio. Un titolo criptico che vede al centro della scena un dipinto di Keith Haring popolato da tanti omini che danzano, mentre lei, Amara di nome, per via del costume sembra una farfalla, quasi una piccola Trilli nell’isola che non c’è, mentre lui, di nome Mio come il formaggino, per via della giacca cangiante di verde sembra un mago Houdini del XXI secolo. Si trovano nel deserto del Nevada durante un raduno da sballo e tra danze frenetiche e ragionamenti da Piccolo Principe, abbracciano un materassino rosso dalle forme d’una aragosta e lo spettacolo assume connotati da opera pop. Ad un tratto scende dall’alto una sorta di culla e in loro nasce un desiderio genitoriale d’un bambino che non vedremo mai, tingendosi l’opera di aure beckettiane e di riflessioni dostoevskiane riguardanti i grandi temi che affliggono l’uomo, come la solitudine, la fede, la morte, chiedendosi(ci) se l’amore sarà in grado di salvare l’umanità intera. L’eccellente regia era di Andrea Tomaselli, i costumi di Pasquale Pellegrini, le luci di Daniele Coffaro.

 

Lingua di Cane di Sabrina Petix, prodotto da L’Arpa Compagnia Residente e dal Teatro Garibaldi di Enna, chiude al Teatro Sybaris la 18ª edizione del Festival Primavera dei Teatri. Lo spettacolo è entusiasmante non tanto per il tema che riguarda i migranti, quanto per l’interpretazione dei sei interpreti ( Franz Cantalupo , Sara D’Angelo, Elisa Di Dio, Noa Di Venti, Mauro Lamantia, Rocco Rizzo) che la minuziosa regia di Giuseppe Cutino ha esaltato nei loro movimenti da teatro-danza che ricordava la grande Pina Bausch. Sulla scena nuda col palcoscenico ricco di indumenti, i protagonisti parlano ognuno per proprio conto come se ciò che dicono riguardi se stessi e non altri. Una pioggia improvvisa esalta i colori cangianti dei lenzuolini plastificati metà argento metà oro, diventando un mare mosso quando, opportunamente illuminatio, vengono fatti cadere sotto il proscenio. Si spogliano, si rivestono sul palco che diventa quasi un grande barcone, gettando poi in aria, con un bell’effetto visivo, gli indumenti che hanno accanto a loro. I morti li chiamano dispersi. La vita dura poco e la morte dura sempre. Vanno via alla fine facendo dei fagotti degli abiti rimasti, e sul fondo della scena appare una grande vela tappezzata di stracci che ha la forma triangolare della Sicilia. Scene e costumi erano di Daniela Cernigliaro, i movimenti di scena di Mariagrazia Finocchiaro, il disegno luci di Marcello D’Agostino.
Gigi Giacobbe

 


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 9 giugno 2017

 

 

alla Sala Laudamo di Messina dal 27 maggio all’1 giugno2017

Come un granello di sabbia
Giuseppe Gulotta, storia di un innocente

testo e regia di Salvatore Arena e Massimo Barillà

con Salvatore Arena

scene Aldo Zucco
musiche originali Luigi Polimeni
disegno luci Stefano Barbagallo

equipe tecnica di scenografia Antonino Alessi, Grazia Bono, Caterina Morano
assistente alla regia Ylenia Zindato

consulenza storica Giuseppe Gulotta e Nicola Biondo
autori del libro "Alkamar – la mia vita in carcere da innocente" (ed. Chiarelettere)

una co-produzione
MANA CHUMA TEATRO / FONDAZIONE HORCYNUS ORCA /HORCYNUS FESTIVAL '15
in collaborazione con La.P.E.C. E GIUSTO PROCESSO

con il sostegno di Provincia di Reggio Calabria, Comune di Reggio Calabria, Comune di Bova

Passare dalla felicità più piena d’avere a 18 anni una vespa fiammante all’oscurità più terribile d’una cella e trascorrere senza colpa 22 anni in galera. Questo è successo a Giuseppe Gulotta giovane muratore con una vita scintillante davanti a se quando di sera viene arrestato e costretto a confessare l’assassinio di due carabinieri (il diciannovenne Carmine Apuzzo e l'appuntato Salvatore Falcetta) avvenuto il 27 gennaio 1976 ad Alcamo Marina (TP) nella casermetta "Alkamar" della stazione dei CC della località turistica. È una storia terribile dai risvolti kafkiani quella che racconta Salvatore Arena nella sala Laudamo di Messina, autore del testo e della regia assieme a Massimo Barillà, sfoderando una grinta che gli è congeniale in un monologo dagli infiniti toni vocali, avendo soltanto sulla scena di Aldo Zucco una sorta di doppio sgabello e uno sportellino simile a quello che si rinviene sulle porte delle patrie galere quando un secondino aprendolo vuol vedere cosa succede dentro la cella, che qui però non viene mai utilizzato allo scopo. Le ottime luci di Stefano Barbagallo e le musiche thriller di Luigi Polimeni scandiscono i momenti antecedenti al pasticciaccio. Sono dei flashback che chiariscono la vita normale d’un ragazzo che assieme ad altri tre suoi amici (Giovanni, Vincenzo, Gaetano) diventano i capri espiatori d’un fatto di sangue dai risvolti inquietanti, in cui si vogliono coprire strutture e personaggi segreti, intorno ai quali si sono fatte varie congetture. All'inizio vennero sospettate le Brigate Rosse, poi si parlò di delitto di mafia e di terrorismo, si disse pure che il duplice crimine poteva essere collegato al traffico di armi. Sulle stranezze dell'indagine indagò privatamente anche Peppino Impastato, l'attivista e giornalista ucciso dalla mafia nel 1978 e Walter Veltroni, membro a quel tempo della Commissione Parlamentare Antimafia, sostenne che dietro la strage di Alcamo Marina poteva esserci lo zampino dell’organizzazione paramilitare clandestina italiana “Gladio”. Pure la Rai nel 2007 con la trasmissione di Carlo Lucarelli Blu notte- Misteri italiani si occupò di quei fatti sanguinosi inserendoli nell'ambito della strategia della tensione degli anni’70, ipotizzando un patto tra mafia ed eversione di destra. Fatto sta che quel povero ragazzo di 18 anni, quasi come il Josef K de Il processo di Kafka entrò in galera, fu torturato a sangue e gli fecero confessare un delitto mai commesso, facendolo sentire Come un granello di sabbia (titolo dello spettacolo) Giuseppe Gulotta, storia di un innocente (sottotitolo) . Non si dà pace Gulotta/Arena costretto a vivere da innocente in una cella dove gli manca l’aria, quell’aria che gli sbatteva in faccia e sul petto quando correva con la sua nuova moto caricando sul sellino posteriore amici e parenti. Non sfugge ad Arena quell’altro episodio che vide al centro dei fatti un carrozziere di Partinico, Giuseppe Vesco, un testimone importante per la liberazione di quei quattro giovani, torturato in seguito anche lui con l'elettroshock per estorcergli una confessione e che fu trovato misteriosamente impiccato nella sua cella sebbene avesse una sola mano. Un calvario durato 36 anni fino all’ultimo processo di revisione (il decimo d’una lunga serie), ostinatamente cercato e ottenuto, grazie all’avvocato Baldassarre Lauria, durante il quale la Corte d'Appello di Reggio Calabria il 13 febbraio 2012 ha assolto con formula piena Giuseppe Gulotta, il quale dovrà ringraziare, in particolare, il brigadiere Olino che con molto ritardo (chissà perché?) ha dichiarato ai giudici del tribunale di Trapani che Gulotta e compagni non c’entravano nulla con quell’eccidio e che le loro confessioni erano state estorte con violenze terribili. Uno spettacolo vibrante, ricco di tensione e di suspence, per merito chiaramente d’un bravo Salvatore Arena, che per 70 minuti ha fatto viaggiare sulla lama d’un rasoio gli spettatori della Laudamo.
p .s.: La strage è tuttora un mistero irrisolto.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 4 giugno 2017

 

 

 

Festival del Teatro dei due Mari
XVII Ciclo di spettacoli classici
al Teatro greco di Tindari, dal 24 maggio al 4 giugno 2017

Il Ciclope
da Euripide
regia Angelo Campolo

scene Giulia Drogo
musiche originali Marco Betta
movimenti scenici Sarah Lanza

con
Edoardo Siravo, Eugenio Papalia, Giovanni Moschella
e con
Patrizia Ajello, Michele Falica, Francesco Natoli, Tony Scarfì

Certamente il pubblico greco di 25 secoli fa dopo aver assistito, mettiamo, a tre drammoni quali potevano essere Alcesti, Medea, Elettra aveva bisogno poi di prendere una bella boccata d’aria, assistere a qualcosa di leggero, di comico di divertente, quale poteva essere un dramma satiresco tipo Il Ciclope di Euripide, autore pure dei lavori accennati. Un po’come accadeva, diciamo dalla fine degli anni ’30 ai ’60 nei nostri cine-teatri italici, nei quali dopo aver assistito ad un film palloso o tristissimo seguiva uno spettacolo di varietà, con sketch, gag, canzoni e soubrette bonazze per risollevare l’animo degli spettatori e farli tornare a casa meno cupi e aggrottati. Se una dozzina d’anni fa per il suo U’ Ciclopu a Palazzolo Acreide Vincenzo Pirrotta utilizzò la trasposizione in dialetto girgentino di Pirandello inscenando una sorta di rituale dionisiaco di stampo etnoantropologico, qui al Teatro greco di Tindari, per il Festival dei due Mari, Angelo Campolo attinge alla nitida traduzione di Filippo Amoroso e il suo Ciclope si carica di poesia e di lirismo, lì dove s’innestano i pensieri sempre attuali di Socrate, Platone, Pericle, anche di Shakespeare e alcuni passi de Il libro dell’ospitalità di Edmond Jabés, diventando lo spettacolo una specie di parodia colta e ilare del IX canto dell’Odissea di Omero riguardante appunto l’episodio del terribile Polifemo. Qui pero Il Ciclope, impersonato da un possente e anche divertito e ironico Edoardo Siravo con pellicciona nera sulla spalle, a differenza di quello omerico, è più civilizzato, si nutre esclusivamente di latte e formaggio e ignora cibi più elaborati come pane e vino e pur vivendo ai margini della società non ha nulla di bestiale. Vuole che i satiri gli puliscano bene la grotta, e mentre le sue greggi pascolano nei campi, lui se ne va a caccia, non per procurarsi il cibo, ma solo per divertimento. Mangia carne umana, è vero, ma desidera che sia cotta a puntino. Insomma non rappresenta più la selvaggia bestialità del ciclope dell’Odissea, ma una sua forma più moderna e più metropolitana. Purtroppo alla “prima” gli spettatori, per problemi di agibilità, si sono dovuti accomodare nell’orchestra e non nella cavea - senza poter godere della visione metafisica della penisoletta di Milazzo e delle isole Eolie - a contatto quasi con gli attori e la scena nuda di Giulia Drogo, suoi pure i costumi, che aveva al centro, come unico elemento, un grande bulbo oculare che rimaneva inerte a mezz’aria quando ci si aspettava che potesse illuminarsi o essere infilzato alla fine da Ulisse con quel ramo d’ulivo arroventato. O meglio da quel “Nessuno”, interpretato da un efficace Eugenio Papalia, vestito come un parà militare, mandando in bestia i quattro satiri, con funzione di coro, dei bravi Patrizia Ajello, Michele Falica, Francesco Natoli, Tony Scarfì, agghindati con corna e zampe caprine lanose e con scopa in mano, allorquando chiedevano a quell’omone vorace chi l’avesse accecato ricevendo come risposta, appunto, “Nessuno”. Lo spettacolo di Campolo è gradevole, divertente ed è davvero autorevole Giovanni Moschella nei panni di Sileno, un satiro anziano, corpulento calvo e peloso dalla natura selvaggia e lasciva, pure saggio, che si chiede amleticamente perché esistiamo noi e non il nulla o se la vita è reale o è solo un’illusione. Un personaggio che raccorda le fila del plot e che tuttavia dovrà, forse, sottomettersi ai desideri sessuali del Ciclope quando verrà invitato nella sua grotta. Da canto loro i quattro satiri, dopo l’accecamento del loro famelico e gaudente carceriere, libereranno le proprie zampe da una corda nera che li teneva prigionieri e seguiranno Ulisse nelle sue avventure. Le musiche originali erano di Marco Betta, i movimenti scenici di Sarah Lanza.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 31 maggio 2017

 

 

 

al Teatro Brancati di Catania dall’11 al 28 maggio 2017

Il cavaliere Pedagna
di Luigi Capuana
regia Giuseppe Romani

con
Tuccio Musumeci, Miko Magistro e Guia Jelo
e con
Evelyn Famà, Turi Giordano, Maria Rita Sgarlato, Riccardo Maria Tarci, Cristian Cozzo e Guia Buccheri

scene Giuseppe Andolfo
costumi Sorelle Rinaldi
musiche Pippo Russo
luci Sergio Noè

Luigi Capuana scrive la commedia Il cavaliere Pedagna nel 1903 del secolo scorso, quando si trova in vacanza al Grand Hotel des Bains di Acireale, per l’attore Ermete Novelli che non ebbe modo di metterla in scena. L’anno successivo lo stesso Capuana la traduce in dialetto siciliano per Giovanni Grasso che la rappresenta con successo al Teatro Adriano di Roma. Da quell’anno il divertente lavoro, che odora dei fasti parigini della Belle Epoque e che influenzò non poco Nino Martoglio (basti accennare a L’aria del continente) e tanti altri drammaturghi compreso Pirandello, appare spesso nei programmi dei teatri pubblici e privati della Sicilia. È il caso del Teatro Brancati di Catania che chiude una felice stagione proprio con Il cavaliere Pedagna, diretta in modo eccellente da Giuseppe Romani e interpretata da un cast superlativo di attori, il meglio che il teatro etneo può offrire oggi, quali possono essere Tuccio Musumeci, Guia Jelo, Turi Giordano e Miko Magistro. Quest’ultimo nel ruolo del titolo, con movenze e posture che ricordano Turi Ferro, è un ricco gentiluomo stimato, rispettato, riverito più di quanto effettivamente lo meriti, per il modo come continui ad ignorare la figlia Lia ( una Maria Rita Sgarlato da libro Cuore), adesso vedova con due figli, rea d’essere fuggita dieci anni prima con uno studente nullatenente, e per il modo, quasi malavitoso con cui mette a posto i suoi nemici o presunti tali. L’esempio più chiaro è quando fa bastonare in modo serio da un mafioso snob dai baffi alla Dalì (Riccardo Maria Tarci) l’impresario della sua bella canzonettista Elsa Moro, frivolo ed elegante personaggio quello interpretato con cura e piccoli particolari da Evelyn Famà, di cui è innamorato, solo perché ha affisso un cartello in cui si proibiva di entrare nei camerini del teatro. La commedia in tre atti si svolge nel caldo salotto dai colori verdi e ocra del Pedagna (la scena di Giuseppe Andolfo è ricca di quadri e foto e tre porte, due sul fondo una di lato) mentre i costumi prima-metà-novecento sono delle Sorelle Rinaldi. La casa del cavaliere è pure il regno della cameriera Donna Mara che Guia Jelo, dall’incredibile mimica facciale supportata da capelli stirati e annodati in toupet, calpesta a piccoli e veloci passi, chiusa nel suo lungo abito tipo tonaca nera, parteggiando chiaramente per quella figlia di nessuno con prole, unitamente al notaio Scafiti di Tuccio Musumeci sempre in stato di grazia e al rassicurante prete Balata di Turi Giordano compare del Pedagna che fanno di tutto per far riappacificare padre e figlia. Il cavaliere da canto suo per quanto perso e sperduto negli abiti rosa e bordeaux di quella chanteuse, destinataria fra l’altro spesso di regalini d’oreficeria, non è poi così stupido perché, sempre con l’apporto di quel dandy malavitoso, riesce a controllare i suoi movimenti, dove va, chi frequenta, capire la vacuità di quella leggera e svolazzante donna al punto da scacciarla per sempre. Infine con un colpo di furbizia propiziato da quella cameriera che farà sedere in un canto del salotto i due bambini, faranno commuovere l’animo del cavaliere che si riappacificherà definitivamente con la figlia.
Gigi Giacobbe


 

 

 

al Teatro Biondo di Palermo dal 5 al 14 maggio 2017

Troilo vs. Cressida
da William Shakespeare
traduzione adattamento e regia di ricci/forte

con
Sara Calvario, Toty Cannova, Bruno Di Chiara, Marta Franceschelli, Salvatore Galati,
Anna Gualdo, Alessandro Ienzi, Francesca Laviosa, Piersten Leirom, Nunzia Lo Presti, Alessandra Pace,
Lorenzo Randazzo, Giuseppe Sartori, Simona Sciarabba, Claudio Zappalà

movimenti Piersten Leirom
scene Simone Mannino
costumi Dora Argento
suono Andrea Cera
direzione tecnica Danilo Quattrociocchi
assistente alla regia Liliana Laera

produzione Teatro Biondo Palermo

Avevano lasciato il segno a fine novembre di due anni fa con Still Life (2013). Adesso ricci/forte (due cognomi in minuscolo che stanno per Gianni Forte e Stefano Ricci) che ha fama d’essere la coppia più irriverente e dirompente della scena teatrale contemporanea ri-tornano al Biondo di Palermo che lo produce in prima nazionale, con lo spettacolo Troilo vs Cressida, ispirato al dramma di Shakespeare. Io dico solo che trattasi d’una coppia geniale di teatranti che ama mettere in risalto tutto ciò che ruota attorno all’evento teatrale, cioè a dire scene, coreografie, danza, musica, luci, costumi. Come in questo spettacolo, dove tra i due nomi non c’è la congiunzione “e” ma la sigla “vs” che sta per la preposizione “versus”, ovvero “contro”, “in opposizione a”, come dire che Troilo è contro Cressida. E in effetti è ciò che vive il più giovane dei figli di Priamo, Troilo appunto, quando s’innamora della troiana Cressida e la guerra di Troia, giunta all’ottavo anno, ristagna e viene stipulata una tregua tra gli eserciti greci e troiani. In questi frangenti Cressida scopre d’essere una civetta e scopre d’avere in Pandaro uno zio ruffiano, allorquando mandata tra i Greci a raggiungere il padre indovino Calcante per uno scambio di prigionieri, si metterà ad amoreggiare col capitano greco Diomede. Troilo la sorprende, scopre la tresca e cercherà di vendicarsi in battaglia del rivale senza riuscirci, finendo solo per maledire il vecchio Pandaro. Il dramma si arricchisce di altri episodi che riguardano l’inutilità di questa guerra che si prolunga fiaccamente e mollemente e che svela l’autorità di Agamennone, i ricordi degli oltraggi sofferti da Menelao, l’indolenza di Achille, la stupidità di Aiace, la lucidità di Ulisse che vorrebbe riportare ordine in un esercito svanito e distratto, mentre Tersite irride e insulta tutto e tutti. Sono lì adesso i tre attori della Compagnia ricci/forte (Anna Gualdo, Giuseppe Sartori e Piersten Leirom) e i dodici allievi, appena diplomati, della “Scuola dei Mestieri dello Spettacolo” del Teatro Biondo diretta da Emma Dante, meritevoli tutti d’essere citati (Sara Calvario, Toty Cannova, Bruno Di Chiara, Marta Franceschelli, Salvatore Galati, Alessandro Ienzi, Francesca Laviosa, Nunzia Lo Presti, Alessandra Pace, Lorenzo Randazzo, Simona Sciarabba, Claudio Zappalà) in un’aula scolastica con tanto di banchi e sedie con grande lavagna frontale con i nomi scritti al gessetto degli eroi greci, che diventerà poi una grande insegna luminosa con la figura d’un uomo su tavolo anatomico, pronti a calarsi nei personaggi del dramma shakespeariano. Tra loro c’è uno scolaro con cappello pinocchiesco con la scritta “Asino” che ricopre il ruolo di Troilo, mentre gli altri vestiranno i ruoli di Ettore, Andromaca, Enea, Elena, Cassandra e altri che abbiamo studiato nell’Iliade di Omero. I maschi indossano camicie colorate con stretta cravatta, le femmine vestono abiti di diverso colore. Le musiche con percussioni assordanti si diffondono in sala, i tavoli diventano flipper e pure lettini, una delle protagoniste copre i visi dei maschi, le ragazze fumano e poi fanno la manicure ai ragazzi. Tre di loro si spostano sul proscenico, si spargono del gel sui capelli, si pettinano ed esprimendosi in stretto palermitano si prendono in giro tra loro, sfottendo pure Aiace. Le musiche seriali sono sempre assordanti, tutti fingono di scrivere in una scena di tipo orgiastico e si deduce che i Troili sono bugiardi, le Cresside zoccole. Adesso su quell’aula scende giù una tettoia di neon sparati e le sette giovani attrici appaiono sguaiate e s’imbellettano al suono di musiche, tipo marcia funebre con fischi sibilanti, facendo sembrare pure gli altri interpreti dei Peter Pan nell’isola che non c’è. I ritmi sono intensi, non c’è un attimo di tregua. Entrano in gioco le grosse scarpe che tutti hanno ai piedi con placche metalliche buone poi per essere calamitate da quella lavagna. Le ragazze si denudano e restano in mutande e reggiseno bianco. Ulisse sembra un Amleto che abbraccia uno scheletro e pure lui e i suoi compagni resteranno in mutande bianche, ripresi poi a mimare il tiro alla fune per avvicinare a loro le ragazze sedute sulle sedie al suono della canzone di Rino Gaetano A mano a mano. I ruoli poi s’invertono e saranno poi le ragazze a calpestare il palcoscenico in modo fortissimo. Infine tutti, uno alla volta prenderanno a piene mani da un secchio della biacca sciolta e la spargeranno sui loro corpi, sembrando ormai dei bianchi morti viventi che si muovono al ritmo della canzone di Rosa Balistreri Terra ca nun senti. Nelle intenzioni di Ricci e Forte c’è “un’invettiva potente contro il falò della vanità della società odierna, una performance all’ultimo respiro, che smaschera le falsità e la vacuità del potere”. La scene sono di Simone Mannino, i costumi di Dora Argento, il suono di Andrea Cera, mentre Piersten Leirom ha curato i movimenti. Dal 7 al 9 luglio lo spettacolo sarà a Spoleto al Festival dei Due Mondi.
Gigi Giacobbe


 

 

53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro greco di Siracusa
(INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico)

dal 6 maggio al 25 giugno 2017

Fenicie
di Euripide
regia di Valerio Binasco

con
Isa Danieli, Guido Caprino, Gianmaria Martini, Simone Luglio, Giordana Faggiano,
Michele Di Mauro, Matteo Francomano, Massimo Cagnina, Simonetta Cartia

al pianoforte Eugenia Tamburi
musiche di Arturo Annechino

Su un grande manto rosso rappezzato in più punti con al centro lo scheletro bianco d’un grande albero rinsecchito chissà da quanto tempo e con dei teli bianchi che sventolano in fondo alla scena architettata da Sandro Sala (suoi pure i costumi molto vicini ai nostri tempi, in particolare quello dei guerrieri vestiti con divise attuali di verde militare), Valerio Binasco con una limpidità cristallina mette in scena nel Teatro greco di Siracusa Le Fenicie di Euripide, in una traduzione altrettanto limpida di Enrico Medda. Una tragedia invero poco rappresentata, poco amata dai teatranti forse perché l’argomento è, nel nucleo principale, lo stesso dei Sette contro Tebe di Eschilo, ovvero la lotta per il potere tra i figli di Edipo, Eteocle e Polinice (focosi quanto basta quelli di Guido Caprino e Gianmaria Martini) e la loro reciproca morte in duello. Credo che bisognerebbe ri-valutare questo lavoro perché conosciamo da un’altra angolazione che fine fa la famiglia dei Labdacidi dei vari Edipo, Giocasta, Creonte e Antigone e non il dramma delle singole figure. Quanto poi alle Fenicie che dà il titolo all’opera, Binasco le vede come delle pupattole con maschere prive d’espressione, un coro di fanciulle straniere che arriva in scena come un gruppo di sfollate con tanto di valigie di cartone in mano, che a causa della guerra scatenata da Polinice tra Argo e Tebe non hanno potuto raggiungere il santuario di Apollo a Delfi e sono rimaste intruppate a Tebe partecipando come possono alle sorti di questa città. Nel prologo spicca la figura di Giocasta, di nero vestita quella d’una superba Isa Danieli che si dilania il corpo e l’anima per il suo rapporto incestuoso con Edipo, colpevole costui senza saperlo del parricidio di Laio e in seguito accecatosi e rinchiuso nel palazzo dai figli Eteocle e Polinice per soffocare cotanta vergogna domestica. Adesso l’Edipo dalla chioma bianca di Yamanuchi Hal è accudito da Giocasta che le prepara pure dei brodini, mentre riguardo al suo regno i due fratelli raggiungeranno un accordo perché regnino uno anno ciascuno. Accordo che Eteocle rompe cacciando Polinice, perché gli piace il potere e perché evidentemente logora chi non ce l’ha. Polinice da canto suo si rifugia da Adrasto re di Argo, sposandone la figlia, e arma un esercito di Argivi avendo pure come alleati sei principi e muovendo guerra al fratello e alla sua stessa città. Giocasta intanto dopo essere riuscita a fare incontrare i suoi due figli per una riconciliazione, il tentativo si dimostrerà vano perché la guerra è lì pronta ad iniziare, forse con una maggiore convinzione di Eteocle che di Polinice. Incontro che il pedagogo Simone Luglio racconta ad un’ansiosa Antigone vestita di giallo con la gonna sventolante quella di Giordana Faggiano, trepidante poi nel volere vedere il fratello Polinice dalle alte mura. L’entrata in scena di Creonte (Michele Di Mauro) è per stabilire con Eteocle il piano di guerra e su come affrontare i soldati di Polinice attendendo da ciascuna delle sette porte con sette schiere di difensori, l’attacco delle sette schiere degli Argivi. Una difesa messa in dubbio dall’indovino Tiresia di Alarico Salaroli che profetizza a Creonte che la città potrà salvarsi soltanto se uno dei suoi figli, il giovane Meneceo di Matteo Francomano ( l’altro si chiama Emone e sarà rifiutato da Antigone), sarà offerto in sacrificio agli dei. Al netto rifiuto di Creonte che esorta il figlio a mettersi in salvo segretamente, segue il sacrificio per la patria di Meneceo che si trafiggerà con la spada. Ritorna sulla scena Giocasta che vuole sapere per bocca dell’araldo - con elmetto in testa tipo fumetto degli Sturmtruppen e dalla parlata ilare in stile frassichese quello di Massimo Cagnina, un momento davvero ilare del dramma bellico - non tanto l’esito della guerra quanto la sorte dei figli e saputa la verità si ucciderà poi su quei due corpi dilaniati. Rientra Antigone cui sarà vietato per odine di Creonte di seppellire Polinice e preso sottobraccio suo padre Edipo lo accompagnerà a Colono dove trascorrerà i suoi ultimi giorni. Argomenti, come è noto, trattati successivamente da Sofocle nei relativi drammi. Puntuali, decisi, gli interventi della corifea Simonetta Cartia e intrisi di pathos gli interventi al pianoforte di Eugenia Tamburi su musiche di Arturo Annechino.
Gigi Giacobbe
 

 

 

 


53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro greco di Siracusa
(INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico)

dal 6 maggio al 25 giugno 2017

Sette contro Tebe
di Eschilo
traduzione Giorgio Ieranò
regia Marco Baliani

con
Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Anna Della Rosa

danzatori Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi
coreografie Alessandra Fazzino

scene e costumi Carlo Sala
musiche Mirto Baliani

Marco Baliani fa iniziare I sette contro Tebe di Eschilo con un prologo ricostruito da lui stesso e decantato con chiarezza di dizione ed enfasi perfetta dall’aedo Gianni Salvo. E’ una sorta di puntata precedente per informare il pubblico che ciò che vedrà nello spettacolo nasce dal mito di Laio figlio di Labdaco e sulla maledizione che grava sui suoi discendenti appunto i Labdacidi. I fatti, come sanno i cultori della materia, sono narrati nell’Edipo re di Sofocle, per chi è all’oscuro dirò soltanto che Laio sposando Giocastra s’è messo nei guai, perché l’oracolo di Apollo per ben tre volte gli ha detto di non avere figli, nel caso contrario lui e la sua famiglia avrebbero avuto sfracelli e morti per almeno tre generazioni. Nasce Edipo, viene abbandonato sul monte Citerone, un pastore lo salva, quando è grande uccide in un vicolo colui che non sa essere suo padre Laio, scioglie gli enigmi della Sfinge ed è re di Tebe, sposa la madre Giocasta, con lei ha quattro figli, due maschi (Eteocle e Polinice) e due femmine ( Antigone e Ismene), a Tebe scoppia la peste, l’oracolo ammonisce che finirà solo se si conosce chi ha ucciso Laio, Edipo scopre d’essere lui il parricida, si strappa gli occhi sul corpo di Giocasta suicida, affida figli e regno al cognato Creonte. Siamo giunti così con I sette contro Tebe alla terza generazione maledetta, a quell’inizio tragico che è la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice, nata perché il primo vuole tutto per sé il regno lasciato da Edipo invece di condividerlo un anno ciascuno con Polinice. Adesso l’Eteocle del possente Marco Foschi, dall’alto d’una casa matta, dietro la cavea del Teatro greco di Siracusa, chiama alle armi la sua gente con un discorso tipo pistolotto politico quando paragona Tebe ad una nave che non può affondare con tutti i suoi figli. Il campo di battaglia apparentemente sabbioso, in realtà ricco di piccoli trucioli di sughero, è attorniato da sette blocchi di pietra bianca ad indicare le sette porte della città e spicca al centro un secolare albero ricco di rami frondosi. Questa la scena di Carlo Sala, suoi pure i costumi di tipo tribale, occupata da un nutrito coro che danza selvaggiamente roteando spade e bastoni capitanato da una sorta di stregone o di indovino con pellicciotto nero e grande teschio d’uccello in testa. L’esercito di Polinice è alle porte, ma come ne Il deserto dei tartari di Buzzati, non lo si vedrà mai. “Tutto si svolge - chiarisce Giorgio Ieranò nelle note della sua chiara traduzione - nella dimensione claustrofobica della città assediata. Prevale una rappresentazione indiretta della realtà, in una sorta di drammaturgia dell’invisibile”. Al suo posto apparirà invece il messaggero di Aldo Ottobrino che ha assistito nel campo nemico al giuramento dei sette guerrieri che guideranno l’assalto alle sette porte riconoscendo tra essi Polinice. Eteocle da canto suo stabilisce quali guerrieri tebani si opporranno ai sei guerrieri argivi, aggiungendo che a duellare col fratello sarà lui stesso. I loro nomi e le loro qualità belliche verranno sottolineate dal messaggero, mentre una parte del coro farà uscire da una struttura di bambù di foggia quadrata all’esterno e rotonda all’interno, simile a quella dell’uomo vitruviano di Leonardo, le maschere che indosseranno i sei guerrieri tebani che qualcuno poi adagerà in bella vista su ogni pietra/porta. Il coro delle vergini tebane è atterrito e la paura regna sovrana. E dunque nel segno di Caino e Abele si spargerà ancora una volta sangue fraterno, in una battaglia più virtuale che reale, propiziata dalle musiche incisive di Mirto Baliani, in realtà solo suoni e rumori, fumogeni, scoppi di bombe e armi d’ogni tipo, rombi di aerei e di elicotteri in particolare, come in una nuova Apocalypse Now, che nelle intenzioni registiche di Marco Baliani vogliono essere un netto richiamo a quanto sta succedendo in Siria e nei paesi limitrofi. Eteocle e Polinice si sono ammazzati a vicenda fuoricampo, quel grosso albero s’è spaccato in due, i loro corpi vengono portati in scena e nel finale due altoparlanti, tipo quelli dei lager nazisti, si ergeranno e in alto e diffonderanno con voce dura e minacciosa che il corpo di Eteocle verrà sepolto con tutti gli onori mentre quello del traditore Polinice dovrà essere lasciato in pasto a cani e uccelli. Una legge che Antigone, veemente quella di Anna Della Rosa, non accetta come è ampiamente trattato nell’omonima tragedia di Sofocle, tuttavia qui seguirà il suo cadavere mentre la sorella Ismene accompagnerà quello di Eteocle. In evidenza i due danzatori Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi con le coreografie di Alessandra Fazzino.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 12 maggio 2017

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 2 al 7 maggio 2017

Il Sistema Ribadier
di Georges Feydeau
adattamento e regia Antonio Lo Presti

con
Marialaura Ardizzone, Livio Bisignano, Giuseppe Capodicasa,
Antonio Lo Presti, Marco Mondì e Claudia Zappia

Con Il Sistema Ribadier (1892) vaudeville di Feydeau scritto in collaborazione con Hennequin, si inaugura la serie dei congegni parapsicologici, presenti pure nell’atto unico Dormite, io lo voglio (1897), incentrati sull’ipnosi e sull’imposizione delle mani, mentre in altri lavori come L’hotel del libero scambio e la Dama di Chez Maxim pullulano fantasmi e c’è una “poltrona estatica” che ipnotizza sino a nuovo ordine chiunque si sieda sopra. Altre macchinerie come i campanelli nascosti nel letto de Il tacchino, l’armadio truccato in La duchessa delle Folies_Bergère e il letto girevole in La Pulce all’orecchio, allungano la lista dei trucchi e dei trabocchetti inventati dal geniale Feydeau, che con gli equivoci e gli scambi di persona e di luogo contraddistinguono in maniera inequivocabile il suo Teatro in cui si ride e ci si diverte e in grado d’incollare lo spettatore il più possibile alla poltrona. Nel mettere in scena adesso Il Sistema Ribadier nella Sala Laudamo di Messina c’ha pensato Antonio Lo Presti che con eleganza e un piglio di tombeur de femme veste il diabolico personaggio, il quale ha escogitato per i suoi incontri extra coniugali un “sistema” infallibile, ovvero quello d’ipnotizzare la propria moglie e correre di filato dalle sue amanti. Lo stratagemma certamente è ingegnoso, ma male gliene incoglie quando Ribadier confida il suo segreto all’amico Thommereux (quello che Giuseppe Capodicasa dai baffetti alla Salvador Dalì, con frac tuba e bastone, veste con dinoccolata eleganza) perché questo cicisbeo faceva la corte a Madame Angele (una brava e sicura MariaLaura Ardizzone ) al tempo in cui era sposata col suo primo marito Robineau, anche lui nient’affatto uno stinco di santo, e la continua a fare anche adesso che è sposata con Ribadier. Tant’è che appena costui corre dalla sua amante, Thommereux come un basilisco s’avvicina a sua moglie che lo respinge sempre con sdegno, rischiando di farsi pizzicare dallo stesso amico quella volta che giunge in casa con il signor Savinet, un commerciante di vini ben caratterizzato grottescamente da Marco Mondì. Madame Angela non è poi tanto stupida perché fingendo d’essere addormentata scopre la condotta del marito. Seguono litigi, giustificazioni poco convincenti e un nuova ipnosi che Ribadier coglie al volo per recarsi dalla sua amante e far si che la moglie si risvegli mentre lui nel salottino gioca a carte con l’amico Thommereux. Angèle ingannata dalla calma del marito gli crede ancora una volta, ma quando Savinet sopraggiunge per supplicare Ribadier di risvegliare sua moglie Thérèse, che egli ha involontariamente addormentato in una dimora per niente graziosa, Angèle capisce l’imbroglio e Ribadier non sa più come giustificarsi. Chiaramente alla fine tutto si risolve nel migliore dei modi anche per far contento il pubblico della Belle Epoque e quello attuale. Savinet si rassegna senza difficoltà all’increscioso episodio riuscendo pure a fare un congruo ordine di vini per Ribadier, Angèle perdona il marito, che promette di non ricorrere più al suo sistema, quanto a Thommereux se ne tornerà al suo paesino. Nello spettacolo spicca la presenza di Claudia Zappia nel ruolo della cameriera Sofia, sbucata fuori quasi da una puntata della Famiglia Addams che s’involerà alla fine col suo ganzo Gusman, autista di professione quello vestito da Livio Bisignano che è solito entrare in scena attraverso una finestra con baldacchino.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online venerdì 5 maggio 2017


 

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dal 26 al 30 aprile 2017

Billy Elliot
musical
regia e adattamento di Massimo Piparo

produzione PeepArrow

Billy Elliot sembra una favola per piccoli e grandi. E di piccoli ce ne sono parecchi in questo spettacolo di Massimo Piparo (come faranno con la scuola?) che dopo una lunga tournée giunge al Vittorio Emanuele di Messina sua città natale dove s’è formato come attore e regista, scegliendo poi la via del musical per affermare le sue doti di accorto manager nell’establishment del settore. Come è noto lo spettacolo, diretto e adattato in italiano dallo stesso Piparo, è tratto dall'omonimo film di Stephen Daldry del 2000 e i motivi del suo successo, sia al cinema che in teatro, vanno individuati nell’appassionante storia del protagonista. Ragazzino undicenne orfano di madre; padre e fratello minatori lo vorrebbero boxeur; la nonna che vive con loro lo conforta come può; Billy incontra la danza casualmente mostrando un talento fuori dal comune; la sua insegnante Mrs Wilkinson vorrebbe farlo entrare alla Royal Ballet School di Londra; diventare un ballerino per il padre e il fratello vorrebbe dire d’avere un gay in casa e gli impediscono di continuare a frequentare la danza; succede che il padre s’accorge del talento del figlio ma non ha le sterline per mandarlo a Londra; i colleghi minatori fanno una colletta e il sogno comincia a concretizzarsi. Billy diventerà uno straordinario ballerino, ripercorrendo il musical la storia vera di Philip Mosley che ha inizio quando è un ragazzino di 11 anni, ambientata in un’Inghilterra bigotta e austera degli anni ’80 quando gli scioperi riempivano la vita della classe operaia, messa alla berlina da quel primo ministro che era Margaret Thatcher, soprannominata The Iron Lady (La lady di ferro). Il musical in due tempi dura tre ore, forse un po’ troppe, ma ci si annoia quasi mai, per l’alta professionalità dell’allestimento, evidenziata dalla velocità con cui le scene ci trasportano nelle varie location del plot, Arcangelo Ciulla, il quindicenne originario di Siracusa è davvero talentuoso nei panni di Billy Elliot, contornato da altri due bravissimi ragazzi che di nome fanno Matteo Valentini nel ruolo dell’amico Michael e Filippo Arlenghi in quello di Kevin. Il successo del musical si deve pure alle belle musiche di Elton John e ad un cast di tutto rispetto capitanato da Luca Biagini, nel ruolo del padre di Billy, Sabrina Marciano in quello della maestra di Danza, la nonna di Cristina Noci, la mamma Elisabetta Tulli, il fratello Donato Altomare. Il cast è formato da trenta performer coreografati da Roberto Croce, la direzione musicale è del maestro Emanuele Friello, le scene di Teresa Caruso, i costumi di Cecilia Betona, l’impianto luci di Emile Vanieri. Successo per Piparo, per la PeepArrow Entertainment e il Sistina che hanno prodotto lo spettacolo.
Gigi Giacobbe

 

 


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 29 aprile 2017


 

 

 

al Clan Off Teatro di Messina 22/ 23 aprile 2017

Emigranti
di Slawomir Mrozek
regia Paolo Orlandelli

con
Ivan Giambirtone e Rosario Altavilla

La migliore stroncatura - diceva Umberto Eco - è quella che non si scrive. Disattendendo questo monito dell’illustre semeiotico di Alessandria, ho voluto ugualmente occuparmi di Emigranti : una pièce del 1974 del drammaturgo polacco Slawomir Mrozék, presentata adesso nello spazio in mattoni rossi del Clan Off Teatro di Messina diretta da Paolo Orlandelli con Ivan Gianbirtone e Rosario Altavilla protagonisti. Premetto d’essere stato fra i pochi ad aver assistito alla sua prima messinscena in Italia del 1975 transitata poi dalla Camera di Commercio di Messina, credo nell’inverno dello stesso anno o di quello successivo, quando ancora in città non c’era un Teatro che si potesse definire tale, infatti il Teatro in Fiera venne inaugurato nel 1977, il Vittorio Emanuele nel 1985. Regista era José Quaglio, la traduzione di Gerardo Guerrieri e i due ottimi interpreti erano Giulio Brogi nel ruolo dell’intellettuale dissidente AA e Gastone Moschin in quello dell’operaio di origini contadine XX. Non avevano nomi i due, solo delle sigle per identificare due poveri cristi che per motivi vari avevano deciso di lasciare i propri cari e i propri paesi del Sud. Senza voler fare letteratura del dolore sul fenomeno degli emigranti o dei migranti dei nostri giorni che vede il nostro paese in prima linea e poi il resto dell’Europa ad accogliere questi poveri disgraziati, dirò che i nostri due Emigranti vivono in uno squallido sottoscala con i muri tappezzati di cavi elettrici e tubi di scarico e dai loro dialoghi, inframmezzati da voci e rumori dei piani superiori e dall’esterno, si capisce che i due si trovano in una metropoli straniera del Nord e che la pièce li coglie nelle ore che precede l’inizio del nuovo anno. Ricordo che la messinscena di Quaglio aveva aure iperrealistiche e claustrofobiche, forse per il modo come i due protagonisti estremizzavano i loro comportamenti, sembrando a volte d’assistere ad un lavoro di Pinter o di Sartre fatto di dialoghi concitati che nascondevano noia, nausea e angoscia. L’intellettuale era tutto teso a capire con che tipo d’individuo condivideva quella stanza, ipotizzando pure di scrivere un libro sulla condizione dello schiavo, mentre l’operaio era tutto preso dal suo faticoso lavoro, che lo aveva pure fatto ammalare, mettere da parte una buona quantità di denaro, pensando a quando avrebbe fatto ritorno alla sua città e alla sua famiglia. Bastava un niente, un suono, un rumore, l’assenza d’una mosca, una musichetta, un borbottio proveniente dai piani alti per far sballare i due e farli andare in escandescenza. Addirittura durante una fase di violenti scambi verbali l’operaio arriva a stracciare la cartamoneta gelosamente nascosta all’interno d’un cagnolino di pelouche, tentando pure un ridicolo suicidio, e l’intellettuale strapperà gli appunti del suo libro che non scriverà mai. Per questi Emigranti si è parlato di “Teatro dell’assurdo”, è stato scomodato Beckett e s’è citato Ionesco per il suo “Delirio a due”. Diciamo solo che il lavoro riflette quanto vissuto da Mrozék nella sua Polonia al tempo in cui era ancora uno stato satellite dell’Unione Sovietica e lui da dissidente preferì emigrare a Parigi e scomparire nel 2013 a Nizza. Adesso lascia davvero perplessi la regia di Paolo Orlandelli, autore fra l’altro con Paolo Iorio del libro Il primo processo di Oscar Wilde “Regina contro Queensberry” edito dalla Ubulibri nel 2008, per il modo superficiale con cui ha messo in scena il testo di Mrozék agghindando lo spazio con solo due lettini con due valigie sotto e con l’operaio Giambirtone alla fine che accoltella a morte l’intellettuale Altavilla. Mrozék non ha scritto questo nella traduzione di Guerrieri utilizzata dallo stesso Orlandelli. Operai e intellettuali sono stati sempre uniti. Ce lo dice la storia del ’68. Non si fa né si faceva così la lotta di classe.


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 24 aprile 2017

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dal 21 al 23 aprile 2017

Animali da bar
di Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Serti e Alessandro Tedeschi

con
Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi
voce fuori campo Alessandro Haber

musiche originali Massimiliano Setti
scene Maria Spazzi
costumi Erika Carretta
luci Giovanni Berti

assistente scenografo Aurelio Colombo
realizzazione scene Scenografie Barbaro srl
allestimento Leonardo Bonechi
illustrazione Federico Bassi
foto di scena Laila Pozzo
organizzazione Luisa Supino

prodotto dalla Compagnia Carrozzeria Orfeo
con
Fondazione Teatro della Toscana 2015
in collaborazione con Festival Internazionale di Andria | Castel dei Mondi

Il bar della Carrozzeria Orfeo non è quello dipinto con colori glaciali da Edward Hopper in Nighthawks (i nottambuli) con un personaggio di spalle con lobbia in testa intento a bere su uno sgabello e poco distante una coppia che guarda il barista intento a lavorare dietro un bancone. E non è neppure quel pub descritto dall’irlandese Conor Mc Pherson in The weir ( la chiusa o la diga) in cui quattro personaggi chiacchierano d’inverno attorno ad una stufa bevendo birra Guinnes e wisky irlandese. Semmai gli Animali da bar di Gabriele Di Luca, pure regista assieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi, sembrano i nipoti schizzati del bar del Giambellino di Giorgio Gaber, frequentato dal drago Cerutti Gino di cui si diceva fosse un mago. Anche perché non è un caso che il personaggio interpretato dallo stesso Di Luca, un piccolo imprenditore cocainomane a capo d’una azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia, si chiama Cerruti (con una “t”) Milo. Giunto al Vittorio Emanuele di Messina dopo almeno due stagioni con un bel pacco di critiche positive, Animali da bar si fa apprezzare per l’arguta scrittura scenica e per l’interpretazione dei cinque protagonisti ben caratterizzati nei loro ruoli, più la voce di Alessandro Haber, misantropo e razzista, vecchio proprietario del bar che sbraita attraverso un audiofono. Massimiliano Setti, detto Colpo di frusta per via d’un colpo infertogli dalla manesca moglie, si professa buddista, vorrebbe un Tibet non più sotto le grinfie della Cina, è un melaniano nel senso che mangia solo mele, e ha affittato l’utero della barista ucraina Mirka, perché la moglie non vuole deformarsi il corpo. Il poverino frequenta quel bar per trovare un po’ di pace, forse un po’ d’amore con la barista che accetta di cenare con lui una sera a lume di candela e mangiare solo mele. Da canto suo Mirka è una donna che sa il fatto suo, conosce gli uomini, gli italiani in particolare sbruffoni e in cerca di coccole appena il termometro segna appena trentasei e nove e Beatrice Schiros è davvero straordinaria e tratteggia un personaggio che non si dimentica. Pier Luigi Pasino soprannominato Sciacallo è uno zoppo bipolare, cerca sempre un modo diverso per suicidarsi, non disdegna di rubare nelle case dei morti nel giorno del loro funerale e diventa pericoloso quando si presenterà nel bar armato d’una sega elettrica facendo fuggire i compagni abituali. Infine c’è Paolo Li Volsi lo scrittore del gruppo nominato Swarovski, un chiaro omaggio a Bukowski, che se ne sta a bere birra nel suo tavolo senza mai scrivere un rigo della sua Grande Guerra così come concordato con l’editore, un tipo che critica tutto e tutti, una specie di coscienza collettiva che finirà per scrivere un libro col nome dello spettacolo. La scena progettata da Maria Spazzi si compone d’un lungo bancone con un sifone da birra, alcune sedie, qualche tavolo e un orinatoio metallico sul proscenio perché si sa che la birra stimola la vescica. Le musiche erano di Massimiliano Setti, i costumi di Erika Carretta, le luci di Giovanni Berti.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 23 aprile 2017


 

 

al Vittorio Emanuele di Messina , venerdì 14 aprile 2017

Giuda, la cena
regia Sasà Neri

vocal coach Agnese Carrubba
coreografie Claudia Bertuccelli

EsosTheatre - Il Teatro degli Esoscheletri

A Messina oltre ai tanti piccoli Teatri sorti in questi ultimi anni (Clan Off Teatro, Il Teatro dei Tremestieri, Vaudeville e altri) agisce da almeno sei stagioni una curiosa compagnia d’una cinquantina di scoppiettanti giovani dai 15 ai 25 anni denominata EsosTheatre-Il Teatro degli Esoscheletri, orientata verso un teatro performativo di ricerca, che fonda le basi sul format teatrale Esoscheletri, ideato e sviluppato dal regista Sasà Neri. Il nutrito gruppo non ha un proprio teatro, non ha sovvenzioni, ogni componente si autotassa d’una quota pari a 40 euro mensili, le prove si fanno presso la struttura privata cittadina del “Progetto suono” e a seconda del tipo di spettacolo si scelgono gli spazi più congeniali per essere rappresentato. Così Antigone è andato in scena in un’arena cinematografica estiva, Medea al chiuso nella Sala Laudamo e Mothers Colors 2 a Gibellina in collaborazione con la Fondazione Orestiadi. Caratteristica degli Esoscheletri è che oltre ad essere dei performer somiglianti agli hippies degli anni ’70 per come s’agghindano e si dipingono i visi, sono anche attori, cantanti, musicisti, danzatori, a contatto diretto con gli spettatori, interpretando contemporaneamente un personaggio e un “io” di riferimento. I costumi di scena e il make up sono realizzati dagli stessi artisti come esito d’un percorso di consapevolezza e creatività, avendo pure a loro disposizione cinque insegnanti che di di nome fanno Agnese Carrubba (canto e musica), Claudia Bertuccelli (danza e coreografia), Luciano Accordi (recitazione), Margherita Frisone (dizione e training vocale), Sasà Neri (regia e drammaturgia). I lavori in genere sono rifacimenti di testi inediti o classici della drammaturgia accompagnati da musiche di tipo etnico, pop, jazz e in cui possono innestarsi lingue arcaiche miste all’italiano e all’inglese. “L’obiettivo - si legge in uno dei loro manifesti - è indagare l’essere umano grazie all’evocazione e alla suggestione”, avendo come slogan noi siamo il tuo racconto e come frase-chiave non si va a vedere una performance EsosTheatre, si va a viverla. Per questo venerdì santo del 14 aprile, l’EsosTheatre ha scelto di mettere in scena al Vittorio Emanuele di Messina Giuda, la cena, una sorta di patchwork composto da stralci di cronaca, testi inediti scritti dagli stessi performer, classici e saggi, tra cui Gesù, figlio dell’uomo di Khalil Gibran, Processo a Gesù di Diego Fabbri, Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, le due inchieste su Gesù e su Maria di Corrado Augias, La buona novella di Fabrizio De André, proponendo come colonna musicale oltre alle suggestioni vocali e coreute, patrimonio della compagnia, anche alcune cantate dei Carmina Burana di Carl Orff e alcuni brani di canzoni di Battiato, Dalla, Battisti e pure la canzone di Simon & Garfunkel tratta dal film Il laureato. Ciò che colpisce di questo spettacolo è l’intenso lavoro di regia svolto da Sasà Neri, reso manifesto dai suoi trentasei bravissimi discepoli che applicano quasi alla lettera la biomeccanica di Mejerchol’d. Un sistema di educazione teatrale - come si ricorderà - in cui il protagonista è il corpo dell'attore, visto nella sua interezza, come mezzo di creazione artistica e strumento di comunicazione, già ampiamente utilizzato dai favolosi attori del Living Theater capitanato da Julian Beck e Judith Malina. Lo spettacolo di oltre due ore è coinvolgente, gli attori sembrano a volte uscir fuori dal Marat-Sade di Peter Brook, scendono in sala, toccano, strusciano guardano con occhi fissi e bocca sensuale gli spettatori che vengono invitati a salire sul palcoscenico e interagire con loro, continuando a recitare i vari pezzi mentre le loro immagini riprese da un paio di video-camere s’imprimono per tutto il tempo sul grande schermo che serve pure da fondale. Con gli applausi anche momenti di commozione con qualche lacrima quando il Giuda di Gabriele Casablanca, con fascia beige in testa, confessa d’aver tradito il Cristo, ieratico quello di Gianluca Minissale dai lunghi capelli biondi, per trenta denari, una cosa come 30 mila euro d’oggi, per aprire un’attività lavorativa, qualcosa che potesse permettergli di tirare avanti, aggiungendo che pure tutti gli altri apostoli hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Un personaggio, Giuda, in grado, nonostante tutto, di suscitare compassione e tenerezza, figlio di Cyborea, mater dolorosa, resa qui dal doppio espressivo di Alessandra Borgosano e Nancy Catalano, come espressiva è la triade di Maria di Enrica La Rosa, Cristina Dainotti e Claudia Aragona. Spicca il Pilato di Luciano Accordi con corto pellicciotto nero e faccia e capo interamente biaccate, la Maddalena di Alice Ingegneri con 15 centimetri di tacchi, il Kaifa di Michele Espro, Mario Sturniolo, un Barabba che parla con la voce della Cura di Battiato, il Pietro disperato di Leonardo Mercadante, l’Ammazzatopi di Jeff Anderson, Giacomo Cimino (Tommaso), Roberto Tomasello (Giovanni), Giorgio Galipò (Filippo), Margherita Frisone (Salomé) e Marea Mammano (Erodiade), Elisa Vetrano (Sara), Giandomenico Arnao (Andrea), Marco Blandina (Matteo), Salvatore La Spada, Federica Sidoti e Riccardo Ingegneri (l’uno a rappresentare il tempo con il suo continuo scandire parole al microfono, l’altra a rappresentare lo specchio del tempo, con il suo continuo muoversi sul palcoscenico, l’ultimo a battere con il basso lo scorrere del tempo), Smeralda De Luca (Giuditta), Noel Spinella e Giuseppe Lo Presti (Giacomo e Giacomo min), Simone Siclari (Simone), Giulia Alesci (Rebecca), Marina Barbera (Dalila),Diana Borgia (Ada), Alice Camardella (Rachele), Gabriella Giachina (Lia), Martina La Rosa (Marta di Betania), Ninenna Napoli (Bartolomeo), Viviana Romano (Ruth).
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 17 aprile 2017


 

 

al Verga di Catania dal 31 marzo al 9 aprile

Profumo di donna
dal romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino
adattamento Pino Tierno
regia Massimo Venturiello

con Massimo Venturiello
e con (in ordine alfabetico)
Irma Ciaramella, Camillo Grassi, Andrea Monno
Claudia Portale, Sara Scotto Di Luzio, Franco Silvestri

musiche Germano Mazzocchetti
scene e costumi Alessandro Chiti, Sabrina Chiocchio

la voce dei brani cantati è di Tosca
produzione Società per Attori

Annusa il Profumo di donna a lunghe distanze, percepisce il tipo di abito che indossa compreso ciò che ha sotto e avverte pure la marca di profumo che sprigiona dalla sua pelle, nonostante sia cieco per un’esplosione accidentale che gli ha offeso pure un braccio e porti un guanto nero sulla mano sinistra. Lui è il capitano Fausto Consolo che Massimo Venturiello, pure regista dello spettacolo messo in scena al Verga di Catania, tratto dal romanzo Il buio e il miele (1969) di Giovanni Arpino, veste con innata misoginia mista a gagliardia e virilità, sfoderando una vasta cultura non solo verso il sesso femminile ma in tanti settori del sapere, accostandosi per bravura a due strepitosi attori come Vittorio Gassman e Al Pacino protagonisti di due differenti film ispirati a quel romanzo: il primo con la regia di Dino Risi nel 1974 e il secondo, Scent of a woman, nel 1992, diretto da Martin Brest. Cinico, scorbutico, elegante nel vestire, grande bevitore di whisky invecchiato, il capitano decide di recarsi a Napoli dall'amico Vincenzo (Franco Silvestri), anch'egli non vedente, facendosi accompagnare nel viaggio dalla giovane recluta Giovanni Bertazzi, appellato solo Ciccio quello di Andrea Monno, soldato in permesso premio un po’ timido un po’ imbranato. Il quale pur ricevendo vari improperi dal suo superiore, apprende in una settimana ciò che avrebbe potuto imparare in un corso di laurea di vita vissuta. Comprendendo già i primi rudimenti allorquando i due partendo in treno da Torino si fermano a Genova e in un bar, con un cameriere lento ad arrivare (Camillo Grassi), incontrano una prostituta (Claudia Portale) di cui il capitano, manco a dirlo, ne percepisce odori e sapori, passando con lei alcune ore e ripagandola poi generosamente. La seconda tappa del viaggio è Roma, dove Fausto parla con il cugino prete Carlo (lo stesso Grassi) della sua condizione fisica e dell’importanza d’essere sempre in forma. Intanto Ciccio si sente al cellulare con la sua fidanzatina Maria Pia, definita all’istante da Fausto una santa di quart’ordine che se la sta spassando bellamente in sua assenza. Giunti in un locale il capitano si prenderà beffa d’un avventore che non ama bere, sfoderando subito dopo doti di provetto danzatore ballando con una sconosciuta un appassionato tango. Infine i due giungono a Napoli dove l’atmosfera in casa dell’amico Vincenzo è affettuosa e briosa con suoni di tarantella che accompagnano il pranzo preparato dalla moglie Celeste (Irma Ciaramella, all’inizio pure la rigorosa zia del capitano) e dove c’è la giovane Sara (Sara Scotto Di Luzio) che corteggia colui che crede d’essere solo l’undici di picche, insistendo la ragazza a voler prendersi cura di Fausto, quasi infastidito dalle sue attenzioni. Ma dopo che i due amici ciechi tenteranno maldestramente di suicidarsi con le proprie pistole d'ordinanza, la paura impedirà loro di riuscire nell'intento e solo allora Fausto capirà che non può rifiutare l'aiuto e le attenzioni di Sara. Uno spettacolo più vicino al film con Gassman e più distante da quello con Al Pacino dove il soldatino - come si ricorderà - era lo studente Charlie d’un college del New England coinvolto in uno scherzo ai danni del preside e che rischiava d’essere espulso se non avesse rivelato i nomi dei colpevoli, con il memorabile intervento di Al Pacino nel finale che, quasi come un padre, accusa quella scuola di preparare leader disonesti se la strada è solo quella di fare la spia. L’adattamento dello spettacolo, a maglie larghe nel finale era di Pino Tierno, le scene lineari e semoventi a creare vari ambienti di Alessandro Chiti e Sabrina Chiocchio (loro pure i costumi), le musiche di Germano Mazzocchetti, mentre la voce dei brani cantati era di Tosca.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 11 aprile 2017

 

 

 

Sala Laudamo di Messina dal 4 al 9 aprile 2017

Il guardiano
di Harold Pinter
regia Roberto Bonaventura

con
Antonio Alveario, Alessio Bonaffini, Francesco Natoli

scenografia Giovanni La Fauci, Simone Di Blasi
luci Roberto Bonaventura
costumi Monia Alfieri
assistente alla regia Adriana Mangano, Martina Morabito

organizzazione Marilisa Busà
produzione Castello di Sancio Panza

Roberto Bonaventura fa iniziare Il guardiano di Pinter con una canzone di Battiato in cui si dice che non servono tranquillanti e terapie […] eccitanti e ideologie perché ci vuole Un’altra vita, che è il titolo della canzone, cantata in play-back da Alessio Bonaffini che nella pièce veste i panni di Mick: un tipetto, vedremo in seguito, nient’affatto tranquillo, piuttosto anfetaminico, una sorta di velocissimo uomo ragno, che scomparirà come un fulmine quando giungono dal fondo della Sala Laudamo di Messina un tale di nome Davis ( Antonio Alveario) e Aston ( Francesco Natoli) fratello di Mick, ma Davis ancora non lo sa. I due arrivano sul palco agghindato con molti oggetti bric-a-brac, compreso un Budda che non si romperà mai perché gonfiabile, in quella che dovrebbe essere La stanza di Pinter, marchio di fabbrica del suo teatro iniziato nel 1957 proprio con The Room. Uso il condizionale perché quello spazio non sembra una stanza, ma un cumulo di oggetti posati sul palco lì accanto a fondali e quinte nere (scena firmata da Giovanni La Fauci e Simone Di Blasi) visibile doviziosamente dalle luci dello stesso Bonaventura regista, senza che il Teatro di Messina, che mi pare abbia dato la sua collaborazione, si sia posto il problema di realizzare un’adeguata scenografia per godere al meglio dell’interessante spettacolo. Etichettato notoriamente come “Teatro dell’assurdo”, per il modo come siano gli avvenimenti a modellare i personaggi e non viceversa e in cui convivono tragedia e farsa. Il plot è semplice. Davis dopo una rissa in un pub, dove vi lavora, è raccolto da Aston che lo ospita nella sua casa. Alveario con quel vecchio impermeabile conferisce a Davis un carattere da clochard, permaloso, prepotente, pronto a uscir fuori il coltello per qualunque quisquilia, mentre invece l’Aston di Natoli, chiuso nel suo abito scuro con gilet e cravatta (i costumi sono di Monia Alfieri) ha un’aria infantile, remissiva, anche lui un po’ emarginato per essere stato ricoverato in una clinica psichiatrica e curato con l’elettroshock. Davis pensa d’aver trovato una buona sistemazione, forse una casa tutta per sé, ma dovrà fare i conti con Mick che sbucando fuori come un bolide gli dice che quella è la sua casa e che dovrà sloggiare. Intanto spicca in alto sul proscenio un secchio che raccoglie gocce d’acque che talvolta vengono giù. Ma è solo un diversivo per dire come quella casa sia da ristrutturare. Argomento di cui dovrebbe occuparsi Mick non si sa quando, certamente con i quattrini che guadagna facendo il costruttore. La sensazione che s’avverte sempre nei lavori di Pinter è che da un momento all’altro debba succedere un evento: un temporale, qualcuno o qualcosa che all’improvviso entri dentro la stanza e che scombussoli il normale tran-tran quotidiano di chi vi abita, raffigurato qui da Mick che arriva in scena quando meno te l’aspetti. Non è un caso che quello di Pinter è stato anche definito il “Teatro della minaccia”. Nei momenti più sereni, sia Aston che Mick offrono a Davis il lavoro di “custode”, altro termine del titolo inglese The caretaker (1959), noto ormai come Il guardiano, che pulisca scale e pianerottolo, sorvegli l’ingresso e lucidi i campanelli, dalla cui pièce, con la sceneggiatura dello stesso Pinter, Clive Donner nel 1964 ha tratto l’omonimo film con Donald Pleasance (Davis), Alan Bates (Mick),Robert Shaw (Aston) protagonisti. Il tempo passa, Davis ha ritrovato la sua-borsa-non-sua, dentro vi ha trovato una giacca color arancio che si bea di portare fino alla fine, cercando disperatamente un paio di scarpe che gli stiano finalmente comode al posto dei sandali che indossa e poter recuperare in altro luogo i suoi documenti; Aston parla dei suoi tristi trascorsi e Mick vorrebbe fare di quella catapecchia una villa prestigiosa. In realtà non succede nulla. Ognuno cerca di tirare acqua al proprio mulino cercando di accattivarsi le simpatie dell’altro, sino a quando Davis non viene licenziato, oppure no, per ritornare tutti e tre al loro isolamento iniziale. Dei tre atti originari Roberto Bonaventura con opportuni tagli ne ha ricavato un tempo di 75 minuti, assumendo lo spettacolo dei connotati piacevoli e scorrevoli, determinando il successo del Castello di Sancho Panza che ha prodotto lo spettacolo.
Gigi Giacobbe

 

 

 

Dal 31 marzo al 2 aprile 2017
ai Magazzini del Sale di Messina per conto del Teatro dei Naviganti

Il fatto del sogno
da Le voci di dentro di Eduardo De Filippo
regia Domenico Cucinotta

con
Orazio Berenato, Donatella Del Mastro, Claudia Laganà, Stefania Pecora,
Lorenzo Rigano, Fabrizia Salibra, Alessandra Santisi, Chiara Trimarchi
con
la partecipazione straordinaria di Nunzio Croce

Sembra un giallo, un thriller, Il fatto del sogno che Domenico Cucinotta con un bel lavoro di regia ha ricavato da Le voci di dentro scritto da Eduardo subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sempre attuale perché attraverso un crimine di sangue l’autore denuncia con forza la questione morale. Sulla scena dei Magazzini del Sale di Messina pullulano tanti oggetti attaccati al muro, pure la griglia d’una cucina per riscaldare dei maccheroni e un paio di sedie che scendono dall’alto attaccate con una corda elasticizzata, simboleggianti quelle tante centinaia solitamente affittate per le feste dalla singolare famiglia Saporito, formata dallo zi’ Nicola di Nunzio Croce che se ne sta su una sedia a dondolo senza profferire verbo, esprimendosi solo attraverso un fischietto, una tromba a pompa, una troccola e qualche fiaccola accesa (non utilizza qui i bengala e i mortaretti) e dai nipoti Carlo, sempre affamato, qui al femminile di Fabrizia Salibra e Alberto (Orazio Berenato) reo d’innestare il pasticciaccio. Costui infatti di notte sogna che l’amico Aniello Amitrano venga ammazzato da un componente della vicina famiglia Cimmaruta, composta dalla sofisticata Matilde (Chiara Trimarchi), dal marito con codino don Pasquale ( Lorenzo Rigano) dalla sorella di quest’ultimo donna Rosa dedita alla cucina ( Stefania Pecora) e dalla cameriera Maria (Alessandra Santisi). Nel sogno Alberto vede che qualcuno di loro fa sparire il cadavere e vede pure dove sono nascosti i documenti che possono incastrare i vicini. L’indomani Alberto fa la denuncia in questura e i Cimmaruta vengono arrestati da un buffonesco brigadiere dei carabinieri (Donatella Del Mastro in vari ruoli), anche questo al femminile, come lo è il portiere Michele (Claudia Laganà) che aiuta Alberto a cercare i documenti, chiaramente inesistenti, avendo a questo punto la netta percezione d’aver sognato un omicidio inesistente e intuire, dopo aver ritirato la denuncia, i guai che potrà avere col procuratore che sospetterà che lui abbia ritrattato per paura od altro e con i vicini che lo quereleranno per calunnia. Niente di tutto questo perché a questo punto scatterà un meccanismo che svelerà le meschinità di tutti i protagonisti. Da Carlo che cercherà di vendere con l’assenso del fratello le 450 sedie che giacciono accatastate e da tutti i componenti della famiglia Cimmaruta che vengono a trovarlo uno alla volta mostrandosi stranamente gentili, accusandosi l'uno con l'altro. Addirittura confesseranno d’essere loro gli assassini d’un omicidio inesistente perché il presunto morto è vivo e vegeto e comparirà davanti a loro mostrando al brigadiere la carta d’identità e aggiungendo che la sua assenza era dovuta ad una visita fatta ad una zia di Caserta. Alberto verrà scagionato da ogni imputazione e fingendo di aver trovato i documenti, griderà che gli assassini sono loro perché hanno sospettato l’uno dell’altro, perdendo stima e fiducia e sfiorando financo un delitto che avrebbero potuto commettere nei suoi confronti. Bravi i nove protagonisti, alcuni al loro primo debutto, guidati dall’esperienza di Stefania Pecora e da una Alessandra Sinisi che già esprime notevoli doti mimetiche e vocali. C’è in quest’opera lo zampino di Pirandello espresso attraverso l’ambiguità tra realtà e sogno, del resto evidenziato da Eduardo pure in Questi fantasmi e c’è il tema dell’incomunicabilità simboleggiato dallo zi’ Nicola che ha rinunciato a parlare esprimendosi con un suo codice dove i punti e le virgole vengono tratteggiate dal rumore degli oggetti indicati prima, tornando a parlare sul punto di morte, esclamando solo “Per favore un po’ di silenzio”. Un tema quello del mutismo e del silenzio che ritornerà col “Teatro dell’Assurdo” di Beckett e Ionesco, cui chiaramente Cucinotta si ispira in questa sua notevole messinscena.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 5 aprile 2017

 


Foto Margherita Mirabella

 

al V.Emanuele di Messina dal 31 marzo al 2 aprile 2017

Per non morire di mafia
di Pietro Grasso
adattamento drammaturgico Margherita Rubino
versione scenica Nicola Fano
regia Alessio Pizzech

con
Sebastiano Lo Monaco

musiche Dario Arcidiacono
scene Giacomo Tringali
costumi Cristina Darold
luci Luigi Ascione
canti tradizionali Clara Salvo

organizzazione Santi Lo Monaco
responsabile di produzione Tiziano Pelanda
produzione SiciliaTeatro Associazione

Per non morire di mafia all’origine è un libro scritto da Pietro Grasso (ex magistrato e politico italiano e dal 16 marzo 2013 attuale presidente del Senato della nostra Repubblica) e da Alberto La Volpe (giornalista Rai, in particolare, in seguito pure lui politico) edito da Sperling & Kupfer, poi ad opera di Nicola Fano diventa un monologo teatrale messo in scena da Alessio Pizzech al Teatro Caio Melisso di Spoleto nell’edizione 2010 del Festival dei due Mondi, interpretato lucidamente e passionalmente da Sebastiano Lo Monaco, attore siciliano originario di Floridia. Uno spettacolo rappresentato, da quell’anno, un po’ dovunque in Italia, approdato adesso al Vittorio Emanuele di Messina, salutato alla fine da consensi e applausi, lamentando Lo Monaco a sipario chiuso che in teatro c’erano molte poltrone vuote, non in questa misura quando lui ne era il direttore artistico una quindicina d’anni fa. E che ci vuoi fare caro Sebastiano! La crisi economica si fa sentire pure a Messina dove un biglietto in platea costa 35 Euro e nelle due galleria rispettivamente 25 e 12 Euro e una famiglia di tre o quattro persone non si può permettere questa spesa. Devo dire in verità che lo spettacolo, certamente superbo dal punto di vista civile-sociale-politico, utile per le giovani generazioni a capire (speriamo) ciò che è successo nel nostro paese, a partire dalla Sicilia, mi è sembrato un ripasso, un modo di rivivere e rivedere luoghi, personaggi, date e avere l’impressione che le nostre città erano diventate una sorta di Far West in cui il piombo e il tritolo si compravano con poche lire e magistrati, uomini di scorta, politici, giornalisti, morivano ammazzati con una ferocia inaudita. Sul nudo palcoscenico senza quinte e senza fondali, Lo Monaco avendo accanto una sedia e un tavolo con le foto di Falcone e Borsellino, sembra un professore che racconta e illustra in prima persona la vita di Grasso, utilizzando di tanto in tanto una lavagna stretta e lunga, simile a quella delle aule universitarie di chimica e fisica, per scrivere nomi e fatti di mafia. Ne viene fuori una figura normale d’un galantuomo che dopo la laurea in legge a 21 anni e essere diventato magistrato a 24, ha cercato di salvaguardare moglie e figlio, temendo che quest’ultimo all’età di 14 anni potesse essere sciolto nell’acido dal proprietario d’un campo di calcetto, amico del famigerato Brusca, trasferendo la famiglia fuori da Sicilia al tempo in cui si svolgeva il maxi-processo all’Ucciardone di Palermo e Grasso era giudice a latere. Se Falcone e Borsellino erano persuasi che per combattere la mafia era necessario conoscerla, Grasso aggiunge che per contrastarla è indispensabile avere la giusta percezione della sua pericolosità, scoperchiare i legami tra mafia e politica, sanare gli scontri all’interno della magistratura e promulgare leggi più risolutive. “Finché la mafia esiste bisogna parlarne, discuterne, reagire - dice Grasso - il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza. I silenzi di oggi siamo destinati a pagarli duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi”. Uno spettacolo di 75 minuti che fila via senza che la poltrona risulti scomoda grazie all’interpretazione vibrante di Lo Monaco che ci fa conoscere il lucido pensiero di un uomo che ha dedicato la sua vita per combattere la criminalità perché trionfi la legalità. Uno spettacolo infine che sollecita domande, analisi e una maggiore consapevolezza del fenomeno mafioso nella mente degli spettatori.
Gigi Giacobbe

 

 

 

 

Sala Laudamo 26 e 27 marzo 2017

Sincopi Deliqui Infarti e Altri Mancamenti
(Cechov fa male)

omaggio a Mejerchold
scritto, diretto e interpretato da
Sergio Basile

Quel mattacchione di Sergio Basile, attore-regista-drammaturgo napoletano, attivo da almeno trent’anni sulle scene italiane, stavolta s’è inventato un “falso d’autore” con Sincopi deliqui infarti e altri mancamenti, che nel contempo è con quel sottotitolo Cechov fa male, un omaggio a Mejerchol’d e una dedica a Vittorio Gassman alla cui bottega s’è formato come attore versatile in grado d’interpretare i personaggi più strampalati. Lo spettacolo scritto-diretto-interpretato da lui stesso nella Sala Laudamo di Messina in compagnia della giovane e attempata attrice Claudia Natale era inserito quale sesto appuntamento della rassegna Atto unico. Scene di vita, Vite di scena, della QA-QuasiAnonimaProduzioni. Il “falso d’autore”, accennato prima, si riferisce ai due personaggi centrali della pièce, rispettivamente Varvara Ozolin e Serghiej Kozinkov le cui vite artistiche sono state completamente reinventate dal Basile, facendole rivivere accanto a personaggi notissimi dell’avanguardia teatrale sovietica della prima metà del Novecento, proponendo pure un video dal sapore antico, ad opera della Spartaco Ripa e Yuri Napoli, in cui appare il monumentale Tolstoi deceduto nella stazione di Astapov, la stessa cittadina a 250 miglia da Mosca dove è nata la Ozolin. Sulla scena di Mariano Ferreri con pochi arredi (un tavolo attorniato con una sfilza di pacchi siglati tutti col n. 557, una panca, una sedia e il ritratto di Stalin che scende giù dalla graticcia) la Natale veste con disinvoltura i panni della Ozolin, Basile quelli di Kozinkov, suo futuro marito, entrambi allevati e cresciuti alla scuola di Stanislavskij, di Majakovskij (di cui si udrà in quel video una sua lirica con la voce di Carmelo Bene) e dello stesso Mejerchol’d, inventore della biomeccanica che ispirerà più tardi il lavoro del Living Theater. Il plot è ambientato nel 1939 durante gli anni delle “purghe staliniane” allorquando la Ozolin e Kozinkov, sono convocati negli uffici del Glavrepertkom, (una struttura istituita da Stalin per il controllo dei lavori teatrali) per fornire lumi sullo spettacolo Sincopi deliqui infarti e altri mancamenti che vogliono rappresentare, ispirato a tre atti unici di Cechov (La domanda di mattrimonio, L’orso, L’anniverasario raggruppati col sottotitolo “33 svenimenti” perché tanti se ne individuano nei tre lavori) che Mejerchol’d, certamente odiato da Stalin, alcuni anni prima aveva messo in scena nel suo teatro di Mosca. Il tempo passa in quegli ostili uffici e la risposta sarà che la coppia di artisti non potrà fare lo spettacolo. A quanto pare Cechov fa male. Non può essere rappresentato. Il vero realismo lo ha inventato Cechov con i suoi vaudeville non Stalin. Non si può ridere sotto il suo regime. Il teatro diventa fatale come il Secondo libro della Poetica di Aristotele che tratta della commedia e del riso, vivificato da Eco ne Il nome della rosa. La repressione si fa sempre più violenta e Mejerchold è arrestato e torturato e con lui verrà pure imprigionato Kozinkov suo collaboratore. Qui Basile, mettendo al naso una palletta rossa, gioca un coup de theatre vestendo clownescamente i panni di colui che vorrà essere giustiziato al più presto per non dovere soffrire, pronto a confessare ai suoi aguzzini tutto ciò che vorranno sapere. Verrà accontentato, giustiziato e fucilato allo stesso modo del suo maestro Mejerchol’d, mentre la Ozolin andrà in America a fare l’attrice prendendo parte al film Ninotchka di Lubitsch accanto a Greta Garbo e ad altri film, morirà a Firenze nel 1982 e il suo corpo verrà sepolto nel cimitero di Los Angeles accanto alla tomba di Marilyn Monroe. Sergio Basile oltre ad avere realizzato uno spettacolo intelligente e fantasioso, i suoi personaggi, completamente reinventati, risultano verosimili e si integrano perfettamente con quelli veri e storicizzati nell’avanguardia sovietica degli anni ’20 e ’30 e si fa apprezzare per le musiche, non tanto quelle degli inni sovietici, ma per le canzoni in russo di Vladimir Semenovic Vysockij, come dire il De Andrè sovietico, una delle quali cantata nel finale da Eugenio Finardi e per il brano J’entends siffler le train di Richard Anthony.
Gigi Giacobbe

 

 

 

al Teatro Vittorio.Emanuele di Messina dal 17 al 20 marzo 2017

Minchia signor tenente
di Antonio Grosso
regia Nicola Pistoia

con
Daniele Antonini, Gaspare Di Stefano, Alessandra Falanga, Antonio Grosso,
Francesco Nannarelli, Antonello Pascale, Francesco Stella, Ariele Vincenti

e con
Natale Russo

luci Luigi Ascione
scene Fabiana Di Marco
costumi Maria Marinaro
grafica Andrea Ranaldi
aiuto regia Luigi Pisani

distribuzione Razmataz

Minchia signor tenente/E siamo qui con queste divise/Che tante volte ci vanno strette/Specie da quando sono derise/Da un umorismo di barzellette/E siamo stanchi di sopportare/Quel che succede in questo paese/Dove ci tocca farci ammazzare/Per poco più di un milione al mese. È uno dei brani della canzone di Giorgio Faletti - attore comico e scrittore di successo con più di quattro milioni di copie vendute con il romanzo d’esordio Io uccido - arrivata al 2º posto della classifica finale del Festival di Sanremo 1994 vincendo il Premio della Critica. La canzone è un chiaro richiamo alle stragi di Capaci e di via D'Amelio e vuole essere una denuncia dello status lavorativo delle forze dell'ordine (in particolare dei carabinieri) in un periodo in cui il tritolo rimbombava, squassava strade e mieteva vittime non solo in Sicilia. L’uso del termine minchia, sulla bocca di tutti i siciliani e non solo, col tempo è diventato di moda, in particolare in tv, e viene utilizzato allegramente dai vari Chiambretti e Littizzetto e da tanti comici nostrani, al punto da non fare più impressione. Tanto che Antonio Grosso, figlio d’un ex maresciallo dei carabinieri, c’ha costruito sopra una pièce con l’identico titolo della canzone, riscuotendo parecchi consensi di pubblico, pure al Vittorio Emanuele di Messina, che taglia il traguardo dell’ottavo anno di repliche. Devo dire che lo spettacolo messo in scena da quel furbacchione di Nicola Pistoia, partner di Paolo Triestino di alcuni lavori di Gianni Clemente come Ben Hur e Grisù, Giuseppe e Maria, non è che mi sia piaciuto particolarmente. E dirò pure i motivi partendo dalla scene di Fabiana Di Marco, che sono soltanto alcuni elementi scenici (scrivanie, sedie, armadietti), posti su fondali e quinte nere del teatro, individuabili in tanti uffici non soltanto di caserme dei carabinieri, trasmettendo un senso di precarietà e di provvisorietà. I costumi di Maria Marinaro ricalcano fedelmente quelli dell’arma, compresi i maglioni con riga rossa trasversale a livello dei pettorali e le luci di Luigi Ascione illuminano sufficientemente lo spazio scenico. Lo spettacolo di due ore e un quarto con intervallo dovrebbe essere smussato almeno d’una ventina di minuti nel primo tempo, perché ricco di luoghi comuni che ridicolizzano ancora coloro che con dedizione fanno questo lavoro, in grado al pari dei vigili del fuoco, di rischiare la propria vita. Nella seconda parte si entra nel vivo della vicenda allorquando due carabinieri di nome Moroni e Merilli (Ariele Vincenti e Francesco Stella) ) per ordine del loro tenente Prisco ( Francesco Nannarelli) dovranno scortare un magistrato e verranno uccisi senza pietà da parte delle cosche mafiose e si ode la voce terragna di Rosa Balistreri. Nel buio, fuori campo, si udranno delle voci di malavitosi che parlano al telefono, ma potrebbero benissimo essere tagliate perché non aggiungono né tolgono niente al plot. La regia di Pistoia ha lavorato molto sugli attori cercando di rendere reali i protagonisti, a cominciare dallo stesso Grosso nei panni del brigadiere Vincenzo che si esprime con uno slang partenopeo, lo stesso del logorroico maresciallo Antonio ( Antonello Pascale) che cerca di mettere ordine in quella caserma isolana e isolata, mentre l’appuntato Milito ( Gaspare Di Stefano) è alle prese con una macchina da scrivere su cui batte ogni cosa gli venga dettata. Infine un paio di volte appare Sara Ippolito (Alessandra Falanga), l’unica presenza femminile, fidanzata del Moroni, che si esprime sempre con uno scilinguagnolo colorito e spesso fa capolino in quella caserma un tale di nome Pererella ( Natale Russo) col vizio di denunciare furti inesistenti, che certamente non ha preso il testimone dei tanti nostri comici siciliani, a cominciare da Musco e finendo con Musumeci, perché le risate che si sono udite da parte di alcuni spettatori sono scaturite più per benevolenza che per convinzione. Lo spettacolo si conclude con una sfilza di immagini di nostri morti ammazzati dalla mafia, che prendono avvio da Peppino Impastato e finiscono con Giovanni Falcone. L’unico momento di commozione in cui vengono davvero i brividi.
Gigi Giacobbe

 

 

 

Dal 18 al 19 marso 2017 ai Magazzini del Sale di Messina
per conto del Teatro dei Naviganti

Contrada Acquaviola n.1
di Simone Corso
regia di Roberto Bonaventura

con
Antonio Alveario e Simone Corso

architetture di carta Nunzio Laganà
disegno luci Stefano Barbagallo
realizzazione elementi scenici Franco Currò
produzione Nutrimenti Terrestri

Quello tra padre-figlio è un rapporto strano. Spesso fatto di silenzi, di sguardi, di mezze parole, forse perché si ha paura o pudore di esprimere appieno i propri sentimenti. In particolare, questo accade, quando nel sacro triangolo, padre-figlio-madre, viene a mancare quest’ultimo anello fondamentale che costituisce di fatto una famiglia. Potrà succedere che le due figure maschili, pur solidarizzando e volendosi bene, cercheranno dei motivi per starsene ognuno nel proprio angolo, diventando quasi dei rivali, come suggerisce Freud, sentendosi il figlio libero solo quando potrà “uccidere” il padre (in senso metaforico) per costruire poi un mondo nuovo, forse migliore, contando su una probabile superiorità intellettuale e nient’altro. E’ quanto succede in parte nella breve e fulminea pièce di esordio di Simone Corso titolata Contrada Acquaviola n.1 (cui ha fatto seguito Vinafausa, in morte di Attilio Manca, che i lettori di Sipario potranno leggere sul portale della rivista) andata in scena nei Magazzini del Sale di Messina per conto del Teatro dei Naviganti con la coinvolgente regia di Roberto Bonaventura. Acquaviola è il nome fantasioso d’una contrada di Milazzo, dove in una modesta casa abitano un padre, cui dà vita Antonio Alveario che ha il dono nel profferire verbo di suscitare ilarità e drammaticità - d'altronde dieci anni di teatro accanto a Leo De Berardinis saranno pure serviti a qualcosa - che vive con la pensione maturata dopo trent’anni di lavoro nella vicina raffineria di idrocarburi con il figlio Paolo (lo stesso Corso invero un po’ legnosetto, ma lui non se ne duole più di tanto) cui manca un mese per convolare a nozze con una ragazza di nome Caterina. Il padre si diletta a costruire il modellino dell’Amerigo Vespucci, sintetizzato qui da bianchi velieri di carta di varie grandezze, architettati da Nunzio Laganà in collaborazione con Franco Currò, contandone almeno sei sulla piccola scena, simili a quelli che si approntavano alle elementari con dei semplici fogli di quaderno. E pur manifestandogli un grande affetto ha sempre qualcosa da rimproverargli, sia che l’argomento riguardi il numero dei partecipanti al matrimonio e la foggia delle bomboniere, sia quando invitato dai futuri consuoceri a pranzo o a cena preferirà, brontolando, restarsene a casa rinunciando a gustare i carciofi ripieni che pure ama alla follia. Il tempo passa, una luce rossa s’accende più volte in contemporanea al suono fastidioso d’una sirena della vicina raffineria, nello spazio echeggia la canzone It's now or never (O sole mio) di Elvis Presley e il discorso tra padre e figlio ri-cade sui motivi della morte della madre provocata da un tumore all’utero, lo stesso male diagnosticato intanto alla futura suocera di Paolo. Il quale inutilmente esorterà il padre a vendere la casa, andare lontano da quelle nubi tossiche, perché rimanendo in quel luogo ci sono buone probabilità d’ammalarsi mortalmente. Il padre ha una reazione di fuoco non potendo sputare nel piatto dove lui e la sua famiglia ha mangiato tutta la vita, cercherà con scarse argomentazioni di sminuire i pericoli per lui inesistenti, mollando ad un tratto al figlio un sonoro ceffone, ma ormai il dado è tratto. Andrà via lasciando attonito e senza parole il padre.
Gigi Giacobbe

 

 

al Clan Off Teastro di Messina 11-12 marzo 2017

Assolutamente deliziose
( All Over Lovely )

di Claire Dowie
regia Emiliano Russo

con
Flavia Mancinelli e Ottavia Orticello

scene Flavia Tomassi
l uci Silvia Crocchianti

Claire Dowie è una scrittrice e drammaturga inglese di Birmingham, oggi sessantenne, pioniera dello Stand-up Theatre, una sorta di cabaret, che affronta col sorriso in bocca i mutamenti socio-politici contemporanei, in particolare quelli riguardanti l’identità sessuale. Uno dei suoi testi del 1997, titolato All Over Lovely ovvero Assolutamente deliziose (tradotto da Ottavia Orticello e Emiliano Russo) molto acclamato a Londra, ha interessato alcune giovani compagnie italiche, approdando adesso con la regia di regia Emiliano Russo al Clan Off Teatro di Messina. Protagoniste due attrici romane intorno ai trent’anni, la bionda Flavia Mancinelli e la castana Ottavia Orticello, designate qui con due mega-lettere: con una A verde la prima con una B rosa la seconda (le scene sono di Flavia Tomassi), atletiche all’inizio in atteggiamenti da boxeur e poi via via a rovesciarsi addosso con ritmi da mitraglia i sentimenti d’amicizia che le ha unite sin da bambine, incrinandosi il rapporto quando B se ne va in Australia, per sapere se la vita aveva un senso, ciò che voleva o non voleva, capendo a suo modo che per essere qualcuno bisogna avere i soldi. Del come farli non è che poi dia spiegazioni esaurienti. Ritornata nella sua città B si ri-incontra con A e i loro dialoghi, mentre echeggiano le note di Back to black di Amy Winehouse, sono incentrati sui genitori, in particolare sulle madri, dipinte come esseri egoiste e imbranate, in grado soltanto, come la madre di A, di preparare per la famiglia ottimi budini. Le due si esprimono con i denti fuori dalla bocca toccando la maggior parte dei temi esistenziali, cercando d’essere credibili nei loro toni cinici, brutali e a volte ilari. Sembra quasi profetico il testo della Dowie, perché credo che abbia influenzato sceneggiatori e giovani scrittori, in particolare statunitensi, a trattare temi attuali ripresi da alcune serie televisive come Sex and the City o Desperate Housewives. In definitiva lo spettacolo accalappia le giovani spettatrici che vanno in sollucchero per l’interpretazione delle due giovani protagoniste che dissacrano ogni idea femminista, spesso immedesimandosi nei loro pensieri labirintici, curiose e incuriosite senza voler sapere altro perché la curiosità ha ucciso il gatto.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 15 marzo 2017

 

 

al Teatro dei Tre Mestieri di Messina - 111-12 marzo 2017

Le gattare juventine
scritto e diretto da Paride Acacia

con
Gabriella Cacia e Milena Bartolone

Produzione Compagnia Efremrock con Vaudeville

Con Le gattare juventine continua il momento di grazia di Paride Acacia in veste di autore e regista, sancito con i due precedenti lavori Volevo essere brava e Camposanto mon amour. Due i personaggi femminili nella piccola scena del nuovo spazio periferico di Messina di 70 posti appellato Teatro dei Tre Mestieri (dal nome del rione Tremestieri) non distante da quel girone dantesco che è l’attracco marittimo privato di Tir e mezzi pesanti per e da Villa San Giovanni. Due le giovani attrici, agguerrite, brave e molto in palla, tifose della Juventus che si chiamano Gabriella Cacia e Milena Bartolone, nei panni di due sorelle alle prese con le canzoni di Bruce Springsteen la prima, con gatti randagi la seconda misteriosamente spariti dalla loro postazione, assemblando intanto sulla scena barattoli di cibo per felini, speranzosa che un giorno possano ritornare da lei. Una chiara metafora di assenza che fa il paio con quella del padre, morto nello stadio dell’Heysel di Bruxsselles, prima che quella dannata finale di Coppa dei Campioni del 1985 tra la Juve e il Liverpool avesse inizio. A quel tempo le sorelline erano bambine ed era stato il padre ad infondere, in particolare alla Cacia, un amore sfegatato per la Juve, la squadra che tutti i ceti sociali amano e di cui lei snocciola formazioni, date e luoghi delle partite più importanti di campionato e internazionali. Ed è sempre lei la Cacia a rievocare le gesta del padre, magro come lei, che si faceva di eroina e che non poteva essere scomparso così in un non nulla. Trentadue gli italiani morti, dei 39 complessivi, per quella tribuna precipitata addosso a tanti hooligans e tifosi giunti dall’Italia per una partita che non doveva avere inizio e che è stata giocata comunque per motivi di ordine pubblico e commentata da Bruno Pizzul, dispiaciuto e un po’ contento come molti, per avere la Juve conquistato per la prima volta l’ambita coppa, purtroppo insanguinata, con un gol di Platini su rigore. Giocatore costui amato dal padre delle due ragazze in grado come Paolo Rossi di fare gol di rapina, definendo Zoff un portiere simile ad un vigile urbano e Boniek un tipo poco simpatico. In quel parapiglia infernale il corpo del padre non si è mai trovato. Di lui si sono perse tracce e notizie. Le due sorelle stentano a credere che il 40° morto possa essere quello del padre. Amava troppo la vita quell’uomo e non poteva essere sparito nel nulla, anche se nella sua testa gli apparivano i fumetti della moglie che trescava col cognato Giorgio. Era troppo al di sopra di queste quisquilie quel padre diventato un mito, mentre echeggiano le musiche rock di Springsteen e si odono le note e le parole del Boss, da Born in the Usa a The River e la sua faccia giovanile appare stampata sul separé di scena, forse con gli stessi tratti di quando si esibiva in un concerto a Milano la stessa sera di quella maledetta partita del’Heysel. Le Gattare juventine diventa così un’elaborazione del lutto, un’assenza ingombrante che lascia uno spiraglio in chiusura di spettacolo, quando si ode un giro di chiavi alla porta e la scena si riempie di miagoli d’ogni sorta. Forse con i gatti è tornato pure il padre.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 14 marzo 2017

 

foto Dino Stornello

 

al Piccolo Teatro di Catania dal 2 al 12 marzo 2017

Così è (se vi pare)
di Luigi Pirandello
regia Gianni Salvo

con
Carmen Panarello, Agostino Zumbo, Evelyn Fama, Luigi Nicotra, Antonio Castro,
Savì Manna, Giovanni Calabretta, Patrizia Bertolino, Enrico Manna, Rita Stivale,
Silvia Corsaro, Roberta Nanni, Roberta Andronico


Scene Jacopo Manni

Gianni Salvo con il Così è (se vi pare) di Pirandello ha firmato al Piccolo Teatro di Catania una straordinaria regia, intelligente e geniale. Lo spettacolo meriterebbe d’essere rappresentato nei più ragguardevoli festival italici e non solo, per il modo come Salvo ha trattato in maniera singolare uno dei più paradigmatici testi del drammaturgo girgentino. A memoria di chi scrive non s’era finora visto che a profferire verbo fossero soltanto le due figure centrali, la signora Frola e il Signor Ponza, in stato di grazia quelli interpretati da Carmen Panarello con cappellino e veletta neri come il vestito d’antan e Agostino Zumbo con frac scuro e far diventare i personaggi di contorno immagini silenziose da grand guignol, sbucate fuori da alcune pellicole di Buster Keaton, impennacchiate e chiuse in coloriti e buffi abiti anni ’20, quelli di Sara Verrini, che si muovono meccanicamente a piccoli passi al suono delle musiche di Satie, intrecciano valzer e charleston e tutte in fila emulano trenini da veglioni carnascialeschi. Tra cicisbei e imbecilli, sindaci con panzone e maghi da strapazzo, ragazzine maliziose e mogliettine esibizioniste, ( tutti meritevoli d’essere citati: Luigi Nicotra, Antonio Castro, Savì Manna, Giovanni Calabretta, Patrizia Bertolino, Enrico Manna, Rita Stivale, Silvia Corsaro, Roberta Nanni, Roberta Andronico) s’aggira una magnifica cameriera tuttofare che risponde al nome di Evelyn Famà, anche lei muta-e-mosca svelta a servire senza avere niente in mano, aprire porte inesistenti ad ogni suono di campanello, sostanziarsi all’inizio tra due tondi ring uguali e contrari e alla fine, nei panni funerei della signora Ponza, tutta avvolta da tulle nero, diventare la pietra dello scandalo, la donna della doppia verità, colei che nel contempo è la figlia della signora Frola ma è pure la seconda moglie del signor Ponza e per se stessa è nessuna, solo colei che la si crede. Un lavoro in cui Pirandello sviscera il suo background filosofico basato sul pensiero di Gorgia da Lentini per il quale la verità è inconoscibile e se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile agli altri. Un pensiero che si amplifica ancora di più perché i due personaggi si credono reciprocamente pazzi, mentre quella folla di marionette curiose dietro una piccola scena rossa, accanto a due divanetti d’identico colore ( scene firmate da Jacopo Manni), resterà con un palmo di naso non sapendo mai se abbia ragione la signora Frola o il signor Ponza. E’ passato un secolo dalla sua prima rappresentazione milanese e ancora nessuno è stato in grado di sciogliere l’enigma. La verità resta solo un’ipotesi. Successo personale di Gianni Salvo che ha trattato il dramma pirandelliano come una tragedia greca con protagonista-antagonista e coro silente estremamente grottesco e per il Teatro della Città di Catania che poi è il Teatro Brancati che ha prodotto lo spettacolo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online martedì 14 marzo 2017

 

 

al Verga di Catania dal 24 febbraio al 5 marzo 2017

Macbeth
Una magaria
da William Shakespeare
traduzione Carmelo Rapisarda
adattamento, scene e regia Vincenzo Pirrotta

con
Vincenzo Pirrotta, Cinzia Maccagnano, Giovanni Calcagno
e con
Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita

costumi Daniela Cernigliaro
musiche Luca Mauceri

produzione Teatro Stabile di Catania, Teatro Stabile di Palermo

In questo momento in Italia non si sta celebrando alcun anniversario del Macbeth di Shakespeare, perché questa tragedia è stata scritta tra il 1605 e il 1606. Non si capisce perché al momento girino almeno quattro edizioni di altrettanti nostri registi che sono Luca De Fusco, Franco Branciaroli, Emma Dante (regista dell’opera lirica di Verdi su libretto di Piave tratta da quella shakespeariana), Vincenzo Pirrotta e c’è stato pure uno show dell’attrice-cantante Sarah Biacchi nei panni di Lady Macbeth transitata dal Biondo di Palermo, lo stesso teatro dove alcune settimane fa Pirrotta ha debuttato col suo Macbeth, visto adesso da chi scrive al Verga Stabile di Catania. Insomma, a sua insaputa, Macbeth è diventato una superstar, un personaggio trendy, senza peraltro essere sorta a nessun regista l’idea di metterlo in scena sotto forma di musical e farlo diventare una rock star di successo che ha come unico obiettivo il potere costi-quel-che-costi, sia pure con l’aiuto diabolico della sua consorte, la spietata Lady Macbeth. E se alcuni anni fa qualche fine politico nostrano (Andreotti) diceva che “il potere logora chi non ce l’ha”, questo aforisma non vale per i coniugi sanguinari, perché dopo aver spianato con vari ammazzamenti la via al trono di Scozia (la filiera inizia con il re Duncan, poi Banquo, quindi moglie e figli di Macduff) entrambi andranno via di testa e le loro vite si sbricioleranno come dei coriandoli. La Lady impazzisce e si suicida e Macbeth che non riesce più a dormire vedendo in ogni angolo il fantasma di Banquo, si fa forte di ciò che le streghe gli hanno profetizzato, ovvero che non potrà morire per mano di chiunque sia nato da una donna, non sapendo che Macduff è venuto al mondo per parto cesareo e che sarà proprio costui a tagliare la testa a Macbeth, avviandosi Malcom figlio di Duncan a diventare il nuovo re. Non scorre il sangue nello spettacolo di Pirrotta, (che oltre a vestire il ruolo del titolo, ha curato adattamento, scena e regia) ma lui furbescamente ha tappezzato il palcoscenico con un drappo rosso con filamenti neri simili ad una selva di neuroni, mettendo come fondale il medesimo motivo pittorico, sicché la scena è sempre colorata di rosso-sangue, tranne nel finale (dopo il pistolotto di “spegniti breve candela …la vita non è che un’ombra che cammina…una favola raccontata da un idiota ..che non significa nulla”) allorquando scivolando giù, ne viene interamente avvolto. Per il resto lo spettacolo di 90 minuti, che ha come sottotitolo “Una Magaria”, è ben architettato nel suo andamento corale, giocato con ritmi di danza atletica al suono di tamburi e musiche seriali (quelle di Luca Mauceri) girotondi con bastoni e insegne di canne arrotondate, specchi rettangolari, capitanato oltre che dall’energico Pirrotta anche da un trasognato Giovanni Calcagno nel ruolo di Banquo e dai comprimari in più ruoli, agghindati da barbari con maschere sul volto (i costumi sono di Daniela Cernigliaro) tutti meritevoli d’essere citati: Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita. Trovo che in questo Macbeth vi siano dei punti di contatto con ‘U Ciclopu di Pirandello d’una dozzina d’anni fa a Palazzolo Acreide. Lì il coro dei satiri riprendeva alcuni rituali bucolici e dionisiaci dialettali nonché alcuni canti e “misteri” della Settimana Santa di Trapani, qui in questo Macbeth Pirrotta utilizza il coro delle streghe (tutto al maschile) ingaggiato in una sorta di messa nera che ha come fine quello di richiamare gli spirdi (spiriti) dell’oltretomba e rendere visibile l’occulto della tradizione siciliana. C’è infine da dire che la Lady Macbeth di Pirrotta, interpretata magnificamente da una sensuale Cinzia Maccagnano, assume qui una nuova identità, ponendosi al centro dei festeggiamenti in onore del re Duncan come l’unica femmina in grado di regalare le sue virtù ai generali barbari durante un sabba orgiastico.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 2 marzo 2017

 


Foto di Chiara Ernandes

 

al Clan Off Teatro di Messina 25 e 26 febbraio 2017

De rerum natura
scritto e diretto da Azzurra De Gregorio

con
Loredana Canditone, Michele Mariano, Giulio Maroncelli, Giandomenico Sale,
Carmine Scotto Di Santolo, Ali Hamza, Madi Kole Sy, Toure Lamin, Kebba Demba, Dawlatza Shazada,
Gul Tamir, Jabbi Abdulami, Abdul Farooq, Jagne Matarr, Ali Ridwane, Idrisu Massawudu,
Abubakar Farouk, Attakora Al Hassan, Saife Waheed

Videomaker Matteo Castelluccia
Sound design and editing Azzurra De Gregorio
Scene Michelangelo Tomaro
Costumi Marina Miozza

Produzione Frentania Teatri, Vanitas Vanitatum

Non credo che al poeta e filosofo romano Tito Lucrezio Caro, noto solo come Lucrezio, seguace dell'epicureismo, nato 99 anni prima della venuta di Cristo, gli fosse passato mai per la testa di diventare ventuno secoli dopo col suo poema De rerum natura oggetto d’uno spettacolo multimediale in cui si mescolano teatro, video e danza. D’essere al centro d’una performance ispirata ai sui sei libri, scritta da Azzurra De Gregorio, originaria di Termoli (CB) diretta da lei stessa nel congeniale spazio in mattoni rossi del Clan Off Teatro di Messina, nata l’anno precedente sotto forma d’un video d’un quarto d’ora, diventata poi un vero spettacolo teatrale con una terna d’attori, sempre muti quasi dei mimi, che indagano sui più importanti dilemmi che avvolgono gli esseri umani. I quali consapevoli della propria finitezza, dovrebbero abbracciare la dottrina enunciata dal filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), cercando un sapiente equilibrio interiore, raggiungibile solo attraverso il dominio del proprio io di fronte alle cose, sì da soddisfare i propri bisogni e godere dei piaceri del mondo, senza più temere gli dei e la morte. Per tutta la durata dello spettacolo (una cinquantina di minuti scarsi) gli spettatori hanno la sensazione d’essere dentro la scena, d’avere quasi a contatto, all’inizio, una figura femminile (Loredana Canditone) dall’ovale nero sul viso, imprigionata da una casacca tutta luccicori con nastri azzurrognoli, che al ritmo di suoni seriali e astratti, cerca di liberarsi, riuscendovi alla fine, restando poi nuda col suo body beige. E mentre scompare nel buio ecco giungere una figura maschile (Giulio Maroncelli) con barba, giacca cravatta e cappello che si muove freneticamente con due valigette in mano, come se volesse prendere un mezzo pubblico in pieno traffico, amplificato da suoni di clacson e frenate di auto. Ad un tratto stanco e avvilito si getta per terra su un rotondo tappeto di terra nera, aprirà una delle sue valigette piena di soldi e lentamente con un accendino in mano brucerà almeno tre banconote, non accorgendosi intanto che alle sue spalle è apparso il terzo personaggio (Carmine Scotto Di Santolo) che definirei pinocchiesco per il tipo di copricapo a cono che gli cinge la testa e che finisce in cima con un paio di arbusti secchi. Ecco adesso apparire nell’angolo opposto della scena la donna di prima, sempre col suo ovale nero sul viso, questa volta contornato da una bianca gorgiera e agghindata con un abito d’identico colore, seduta tra fiori e piante appassite, alzarsi poi dalla sua postazione e tagliare a metà una mela irrancidita e stramazzare per terra. Azione che si svolge quasi in sintono con l’uomo delle valigette che se ne sta ginocchioni con le mani dietro la schiena, affondare più volte la testa dentro un secchio pieno d’acqua, che ha il sapore d’una tortura messa i atto dal suo aguzzino. Segue un video molto bello in cui appaiono una sfilza di migranti giungere dal mare, ripresi in modo che le loro facce si stampino nella memoria di chi le osserva. Adesso alla donna per terra viene tolto l’abito bianco, al suo posto le viene infilato un sacco di plastica nera, tipo quello della spazzatura, quindi le viene legata alla caviglia una grossa corda per essere poi trascinata lungo tutto lo spazio insieme ad una balla di spazzatura contenente bottiglie plastificate. E lo spettacolo si conclude con i due uomini diventati due pinocchi, entrambi a tirare balle di plastica. Lo spettacolo è di grande impatto visivo e si sente l’influenza di alcuni personaggi come Romeo Castellucci e di Emma Dante con cui la De Gregorio ha lavorato in passato,. La produzione è della Vanitas Vanitatum e Carrozzerie n.o.t, il videomaker è Matteo Castelluccia, il sound design e video editing è della stessa Azzurra De Gregorio mentre le scene sono Michelangelo Tomaro e i costumi di Marina Miozza.
Gigi Giacobbe

 

 

in scena nella Sala Laudamo di Messina dal 21 al 26 febbraio 2017

Polvere
scritto e diretto da Saverio La Ruina

con
Saverio La Ruina e Cecilia Foti

musiche originali Gianfranco De Franco
contributo alla drammaturgia Jo Lattari
contributo alla messinscena Dario De Luca
aiuto regia Cecilia Foti
disegno luci Dario De Luca
audio e luci Mario Giordano
realizzazione quadro Ivan Donato
organizzazione e distribuzione Settimio Pisano

produzione Scena Verticale
con il sostegno di Comune di Castrovillari

Quando un paio d’anni fa Saverio LaRuina ha dato una svolta al suo modo di far teatro, spostando l’azione monologante con Dissonorata, La borto, Italianesi, a quella dialogante con Polvere, l’attore-regista di Castrovillari non era soddisfatto dei risultati ottenuti, individuando nella partner qualcosa che s’inceppava. Ecco allora venirgli provvidenziale la 16ª edizione della Primavera dei Teatri, un festival che dirige da anni assieme a Dario De Luca e Settimio Pisano, e riproporre lo spettacolo in questione con un’altra attrice che di nome fa Cecilia Foti. La quale è sembrata subito l’interprete ideale per dare vita e corpo ad una pièce per niente facile che scava nell’animo d’una coppia, in cui lui risulta essere una trivella che perfora ogni anfratto nascosto di lei. Ai due compagni-amanti-fidanzati è sufficiente muoversi in uno spazio minimale, occupato soltanto da un tavolo e due sedie e da un porta abiti sul fondo scena dalle fogge femminee e scandire in dieci scene e in dieci bui - come capitava in Tradimenti di Harold Pinter o Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman - tutti quegli episodi che tengono in vita un rapporto fragile, malato, forse che non doveva neppure iniziare, segnato in particolare dalle estreme gelosie dell’uomo che ossessivamente mette all’angolo la donna, somigliando Polvere ad un incontro di boxe di dieci round che finiscono sempre col mettere knockout la mal capitata. Lui l’accusa d’essere asciutta di sentimenti, di non averlo presentato ad una festa tra amici come suo fidanzato, vuole sapere ogni cosa del suo passato, con chi è stata e con quanti uomini è stata a letto. Il quadro d’un nudo alle loro spalle, regalatole da un’amica, non gli piace perché ha i ginocchi cattivi e l’erotismo che emana gli sembra quello della donna che ha accanto. Certamente lui è fragile, ha conosciuto donne feticiste e crede che tutte offrano le loro virtù facilmente, tuttavia i due hanno dei momenti felici in cui sembrano due mici che fanno le fusa, che ballano avvinghiati e fanno l’amore su quel tavolo accogliente. Ma quando con toni da interrogatorio di terzo grado l’uomo le chiede perché ha spostato una sedia di qualche metro o perché alle tre del mattino è scesa in strada a fumare una sigaretta, insultandola per giunta d’essere una bugiarda e una puttana, la donna in cuor suo, in sintonia con quello del pubblico della Sala Laudamo, pensa che sia giunto il momento di dare un taglio ad un rapporto né bello né gratificante, costruito su impalcature pericolanti, che potrebbero avere esiti disastrosi e irreparabili, tipo legnate o peggio ancora il femminicidio. E nel finale a poco serviranno le parole di lui, che sono un ennesimo invito a fare l’amore, come se un rapporto sessuale potesse mettere a tacere ciò che i due vivono o hanno vissuto. Cecilia e Foti e Saverio La Ruina hanno guizzi rapidi e vibranti e appaiono credibili nei loro ruoli, riscuotendo un successo personale segnato da consensi e ovazioni finali in un lavoro che chiude la trilogia al femminile iniziata con Dissonorata e La borto.
Gigi Giacobbe

 

 

al Palacultura di Messina

Il gran duello di Agricane e Orlando
per amore di Angelica

di Matteo Maria Boiardo

spettacolo di pupi siciliani ad opera della
Compagnia Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania

Le mani e le braccia dei manianti (coloro che fanno muovere i pupi siciliani) quasi un prolungamento dei fili e dei bastoni metallici attaccati ai corpi di questi piccoli pezzi di legno agghindati con corazze, elmi luccicanti e con cimieri di varie fogge e colori che li contraddistinguono, parlano per bocca dei parraturi e delle parratrici (coloro che fuori scena danno voce ai personaggi maschili e femminili). Premessa utile per addentrarci nel mondo dei pupi della Compagnia Marionettistica dei Fratelli Napoli fondata a Catania quasi un secolo fa, nel 1921, dal loro avo Don Gaetano e che da quattro generazioni continua imperterrita a rappresentare storie cavalleresche in gran parte ricavate da romanzi e poemi del ciclo carolingio o dall’episodio de Il duello di Agricane e Orlando per amore di Angelica narrato da Matteo Maria Boiardo nel XIX Canto del 1° libro dell’Orlando innamorato, andato in scena al Palacultura Antonello, con le prime file assiepate di bambini, all’interno della 68ª Stagione dell’Accademia Filarmonica di Messina. Mi sembra opportuno ricordare come la tradizione dell’Opera dei Pupi sia ancora viva in Sicilia, nonostante i video giochi e l’impazzare della play station, non solo a Catania con i Fratelli Napoli ma anche a Palermo con Mimmo Cuticchio, venendo sempre più a mancare nella zona di Messina l’apporto della famiglia Gargano. Un tipo di spettacolo che ha coinvolto città e paesi, antropologi del calibro di Giuseppe Pitrè o di Antonino Buttitta ( figlio del grande poeta dialettale Ignazio) o appassionati come Antonino Pasqualino fondatore a Palermo del Museo Internazionale delle Marionette e che continua a coinvolgere le persone di qualunque età e condizione sociale. Nello spettacolo in questione spiccava il parraturi Fiorenzo Napoli, direttore artistico della Compagnia e in grado di differenziare voci, toni, accenti, dei personaggi come il perfido Gano di Magonza che qui si vedeva poco, il re Carlo Magno, il guardingo Malagigi, il buffo re Galafrone padre di Angelica, il fedele Sacripante, il birbante Rinaldo, il traditore Truffaldino e i due combattenti al centro del plot: il leale Gran Khan dei Tartari Agricane ucciso dalla tagliente Durlindana del nobile Orlando di rosso impennacchiato, col sangue che per un effetto speciale gli si allargava sul petto, entrambi a contendersi per tre giorni e tre notti le virtù della bella Angelica, cui dava voce Agnese Torrisi. I momenti ilari, comici ed eroici sono inframmezzati dall’arguto e intelligente Peppinino, maschera dialettale dei pupi catanesi che segue fedelmente i paladini nelle loro scorribande, da furfanti vestiti da frati e da mostri e draghi che lanciano fuoco e fiamme. Lo spettacolo, applaudito a più riprese, s’impreziosiva per gli interventi musicali del Trio Gioviale, formato da Giuseppe Grillo (mandolino), Puccio Castrogiovanni (mandola), Marco Corbino (chitarra) e per la rappresentazione di tipo didascalico, senza apparati e strutture attorno alla scena, sì da far vedere agli spettatori la successione dei luoghi dell’azione e i vari manianti dietro le tele dipinte che manovravano i pupi, che erano quasi tutti i membri della famiglia Napoli, scenografi, lucisti, fonici compresi, rispondenti ai nomi di Giuseppe, Salvatore, Davide, Dario, Marco, Alessandro.
Gigi Giacobbe

 

 

al Vittorio Emanuele dal 17 al 19 febbraio 2017

Miseria e Nobiltà
dal testo di Eduardo Scarpetta
scritto da Michele Sinisi con Francesco M. Asselta
regia Michele Sinisi

con (in ordine alfabetico)
Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D'addario, Gianluca delle Fontane, Giulia Eugeni,
Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster

scene Federico Biancalani
costumi Gianluca delle Fontane
aiuto regia Domenico Ingenito, Roberta Rosignoli

Chiaramente questa Miseria e Nobiltà di Scarpetta secondo Michele Sinisi è un omaggio al grande Totò e al film omonimo di Mario Mattoli del 1954 in cui compariva Sofia Loren, Carlo Croccolo e una giovanissima Valeria Moriconi. La sua voce registrata chiude infatti questo lavoro, dicendo che tornando alla sua miseria sarà contento se il pubblico si sarà divertito. Certamente al Vittorio Emanuele c’è chi si è divertito e chi no, fra questi certamente quel gruppetto di maleducati individuabili dalla luce del proprio smartphone smanettato a più riprese. A tal proposito propongo che le maschere di tutti i teatri siano presenti in sala per sequestrare quegli apparecchi che s’accendono a più riprese e che gli vengano restituiti a fine spettacolo. Ma a parte i cellulari accesi c’è pure da dire che Miseria e Nobiltà non ha un bell’inizio con quella scena completamente vuota ad opera di Federico Biancalani in cui s’intravede un lungo tubo arancione tipo quello utilizzato per il water, poi un tavolo, una scala, un armadio a rotelle con abiti nobiliari tutti luccicanti, uno spazio che i vari protagonisti occupano esprimendosi nella lingua di vari dialetti italici, preferendo il pugliese musicale e comico nello stesso tempo. Il plot come si sa è arcinoto e anche la regia di Sinisi, cui si deve una riscrittura assieme a Francesco M. Asselta, non si discosta tanto dall’originale farsa di Scarpetta sempre contemporanea nonostante sia stata rappresentata 129 d’anni fa. Semmai Sinisi, sempre in scena come Kantor o Barba, ora disteso sul proscenio, ora ad aprire e chiudere una sorta di botola a portafoglio che se aperta irradiava luce sugli attori, ha cercato di rendere il lavoro più attuale, non solo con le parlate dialettali, ma anche con uno sguardo alla miseria dei nostri giorni, popolata da tanta gente che non ha letteralmente di che mangiare. È la fame la protagonista dello spettacolo, un escamotage come la buccia di banana, pronta a far scattare il riso, come annotava Bergson, ma che poi fa riflettere e pensare. Quella fame resa evidente in tanti spettacoli precedenti con una montagna di spaghetti al pomodoro acchiappati voracemente con le mani e la bocca - Totò come si ricorderà se l’infilerà pure nelle tasche - preferendo Sinisi di rosso vestito, raffigurarli grossi come delle funicelle e gettarli lui stesso dall’alto dietro un schermo bianco, come un qualunque inserviente dello zoo butta il mangiare ai suoi animali. Al tema della Fame, con l’effe maiuscola che fu di Pulcinella, fa da contraltare la Nobiltà, che nell’immaginario collettivo è la classe privilegiata senza problemi di vitto e di vestiti eleganti. Elementi e indumenti che la pezzente famiglia di Felice Sciosciamocca (Gianni D’Addario) e del suo amico Pasquale (Ciro Masella), assaporerà per un po’ di tempo, grazie al marchesino Eugenio che li ingaggerà perché fingano d’essere suoi parenti nobili e obnubilare gli occhi del futuro suocero, un cuoco arricchito come quelli che si vedono oggi in TV, per acconsentire così al matrimonio con la figlia. I colpi di scena e gli equivoci si susseguono uno dopo l’altro e lo spettacolo più che una farsa incede con i ritmi della commedia dell’arte (anche se qui non ci sono panche laterali per gli attori fuori scena) e i protagonisti, tutti all’altezza, sono davvero scoppiettanti nei loro ruoli e meritano d’essere ricordati, oltre ai già citati, Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianluca delle Fontane, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 19 febbraio 2017

 

 

 

al Teatro Brancati di Catania dal 26 gennaio al 12 febbraio 2017

Oh Dio mio!
di Anat Gov
regia Ezio Donato

con
Pippo Pattavina, Debora Bernardi e Giovanna Mangiù

scene Susanna Messina
costumi Sorelle Rinaldi
musiche Carlo Minuta

Anat Gov è una drammaturga israeliana scomparsa nel 2012 all’età di 59 anni per un male incurabile. Un suo straordinario testo titolato Oh Dio mio!, messo in scena da lei stessa nel 2008, ha riscosso molto successo nel nostro Paese e non solo, interessando adesso il Teatro Brancati di Catania che l’ha inserito nei suoi attuali programmi con la regia accurata di Ezio Donato. La pièce sin dall’inizio ha un ritmo incalzante che coinvolge subito gli spettatori, ipnotizzati da una drammaturgia intelligente, ricca d’ironia della tradizione Yiddish e attratti certamente dalla bravura dei due protagonisti che di nome fanno Pippo Pattavina nel ruolo nientemeno di Dio e di Debora Bernardi in quello della psicologa Ella (che in ebraico significa Quercia) che vive nella sua casa-studio con Lior, un figlio autistico di 16 anni (Giovanna Mangiù) bravo a suonare il violoncello. La scena color arancio con relativo lettino ( in realtà una dormeuse), tappezzata di disegni infantili, una scrivania e un pianoforte posto su una verde pedana in sintonia con i viola aldilà d’una finestra, è di Susanna Messina ed è qui che una mattina giunge con lobbia in testa e impermeabile beige in stile Humphrey Bogart ( i costumi sono delle Sorelle Rinaldi), in sintonia con un poster che lo ritrae in tutto il suo virile fascino, colui che previa telefonata per un appuntamento di un’ora, dice d’essere Dio e che vuole essere ascoltato, naturalmente pagando, come un comune paziente. Alle prime la psicologa crede d’avere davanti un depresso, un pazzo megalomane, ma poi si convince che quell’uomo elegante sia davvero quello che afferma d’essere. Non solo perché ad un tratto viene interamente immobilizzata come per un gioco niente affatto di prestigio, ma perché quella misteriosa figura è in grado di leggere i suoi più nascosti pensieri. La seduta va avanti mostrandosi questo Dio come quello vendicativo del Vecchio Testamento non quello misericordioso dei quattro Vangeli ortodossi, manifestando delusione in particolare per aver creato un mondo ormai abbandonato al libero arbitrio dell’uomo. Afferma d’avere 5766 anni, d’essere un famoso artista orfano dalla nascita e che ha scelto come psicologa la donna che ha davanti perché è separata, atea, laica, femminista con un figlio in quello stato. Le battute si susseguono in modo surreale e i toni umoristici, puntuali, incalzanti, inducono a riflettere sia sui dogmi teologici che sui problemi esistenziali dell’uomo. Il signor D parla della Creazione, dell’entusiasmo con cui ha creato il sole, l’alba, la luna, gli alberi, pure le zanzare, ma aggiunge che avrebbe dovuto fermarsi al quinto giorno, perché l’idea bislacca di dare vita all’uomo, di venerdì, è finita inevitabilmente per distruggere la sua pace. Il confronto tra la psicologa e Dio prosegue con la rilettura ironica della Genesi, riguardante il tradimento di Adamo, il fratricidio di Caino, l’ubriacatura di Noè e poi l’Esodo con i dieci comandamenti, il libro di Giobbe, tutti avvenimenti che hanno fatto sentire Dio solo-soletto con le sue paure, dimenticato da un genere umano che si è mostrato poi ingrato e indifferente. E la psicologa lo incalza dicendogli che potrà guarire, che potrà recuperare un rapporto positivo con le sue creature, soltanto se riscoprirà in se stesso la propria fragilità, se si umanizzerà riconoscendo le sue angosce, la sua sete d’amore, i suoi sensi di colpa. Da canto suo pure Ella confessa le sue paure, allorquando all’età di 34 anni avrebbe voluto suicidarsi assieme al figlio, gesto mai compiuto, perché ha guardato la sua creatura come un regalo di Dio, sia pure non in grado di parlare senza mai aver pronunciato il suo nome. Il soffice finale, pure liberatorio e commovente si chiude con l’abbraccio affettuoso tra Ella e Dio e con la parola “mamma” uscita fuori per la prima volta dalle labbra del figlio Lior.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online sabato 18 febbraio 2017

 

 

al Verga di Catania dal 3 al 12 febbraio 2017

Vizio di famiglia
di Edoardo Erba
regia Saro Minardi

con
Pietro Montandon, Concita Vasquez
Filippo Brazzaventre, Elisabetta Alma, Eleonora Sicurella

scene Salvo Manciagli
costumi Riccardo Cappello
luci Salvo Orlando

produzione Teatro Stabile di Catania

Ma dove è andato a finire l’Edoardo Erba di Maratona di New York (1992) o quello di Senza Hitler (2001). Quel drammaturgo che Franco Quadri diceva che “giocava con la storia per parlare di noi e metterci impietosamente in ridicolo”? Beffarsi di noi, appunto, come ha fatto con Vizio di famiglia una pièce rappresentata una prima volta nel 1993, ri-proposta adesso dal Verga di Catania che la produce con la farraginosa regia di Saro Minardi. Che parte bene all’inizio con quella donna ancora affascinante che si chiama Annalisa, vestita da una Concita Vasquez desiderosa d’avere una famiglia, somigliante ad un’Alice nel paese delle meraviglie allorquando si fa attrarre da un querulo imbonitore di piazza (Filippo Brazzavente) con tanto di cartello su cui sta scritto Family tour e che le vende un succulento pacchetto all inclusive con una famiglia già pronta all’uso, con tanto di marito, figli, suocera e babysitter tuttofare. Sembra una proposta surreale, quasi indecente, ma nella nostra società consumistica può, potrebbe accadere anche questo. Sia come sia la poverina si rende conto dopo un po’ che non è questa la famiglia dei suoi desideri. Il marito ( Pietro Montandon) infatti è distratto, superficiale, senza un lavoro ben preciso pur avendo prodotto brioches per due anni, è infedele fuori e pronto a consumare veloci amplessi dentro casa con quella formosa babysitter (Eleonora Sicurella) che non disdegna mai, i due figli neri, avuti da una precedente donna bianca che lui ha provato a strangolare subendo per tentato omicidio una condanna di due anni, non si vedono mai e la suocera, qui chiamata nonna ( Elisabetta Alma) si sente ancora nel fiore degli anni, sempre su di giri come una pin-up anfetaminica. Annalisa non vive bene, si sente beffata da quel piccolo mefistofele di piazza e vorrebbe rompere il contratto che inconsapevolmente ha firmato per un periodo di 10 anni. Nel secondo tempo la scena di Salvo Manciagli dai bianchi arredi e fondale spesso nero è la stessa e cambia invece l’atteggiamento di Annalisa che pare si sia integrata in quella famiglia di degenerati. Adesso la nonna è su una sedia a rotelle, i due coniugi pare vadano d’accordo forse perché confessano d’avere entrambi un amante, la babysitter è sempre dona ferentes, i due figli di colore, mai in scena, sono diventati grandicelli e frequentano corsi di Economia in una Università straniera. Il tempo passa, i dieci anni sono scaduti e Annalisa non potendo più rinnovare il contratto, dovrà cercarsi un’altra famiglia. Fine. Certamente questo di Erba è un lavoro dai toni surreali, grotteschi, pure ironici, aspirerebbe d’avere degli accenti comici che tardano ad arrivare e nel futuro sarebbe opportuno, forse, ricavarne un solo tempo per non tediare più di tanto gli spettatori.
Gigi Giacobbe

 

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dall’1° al 12 febbraio 2017

Enigma
di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi

con
Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi

scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Marco Arcari

Produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

Enigma è una pièce del 2009 di Stefano Massini che piacerebbe molto a Stefano Bartezzaghi esperto in giochi enigmistici e cruciverba e sarebbero andati in sollucchero sia George Perec che Umberto Eco, anche loro esperti in lipogrammi, anagrammi, palindromi, acrostici e altri giochi di parole, entrambi membri dell’OuLiPo, (acronimo dal francese Ouvroir de Littérature Potentielle, ovvero "officina di letteratura potenziale") fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. E’ un testo quello di Massini influenzato forse dal film del 2006 Le vite degli altri (Das Leben der Anderen) di Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore del Premio Oscar per il miglior film straniero incentrato - come si ricorderà - sullo scenario culturale della Berlino Est controllata dalle spie della Stasi (Ministero per la Sicurezza dello Stato), temuto organo di sicurezza e spionaggio interno, al tempo in cui la DDR (Repubblica democratica tedesca) eresse un muro di ferro e cemento che la separava dal mondo occidentale, durato in vita ben 28 anni sino alla sua completa distruzione il 9 novembre 1989. Enigma è ambientato nella Berlino Ovest 20 anni dopo l’abbattimento e la disgregazione di quella enorme massa di calcestruzzo ed è giocato da un uomo che in una notte di pioggia battente investe con la sua macchina (volutamente o involontariamente) una donna in bicicletta, condotta e rifocillata poi nel suo appartamento, dai colori plumbei come un ufficio di polizia (la scena è di Pierluigi Piantanida). La pièce d’un solo tempo di 70 minuti si muove per “segmenti” (ne conterò dieci sino alla fine), un modo per definire su uno schermo le varie “scene” che iniziano poi dal punto in cui si sono interrotte per qualche istante. Parlano i due, misurando attentamente le parole, sapendo entrambi che “niente significa mai una cosa sola” (sottotitolo tra l’altro della pièce) e che dietro un nome, un fatto, una professione, si cela dell’altro. Un modo, un vezzo o un vizio che ha segnato in maniera indelebile la mente dei cittadini della DDR, i cui nomi venivano segnati e numerati e i loro movimenti registrati su dei fascicoli. Si pensi che ogni spia della Stasi controllava sei persone. L’uomo, vestito con molta cura da Silvano Piccardi, pure regista d’un rigoroso spettacolo, muovendosi tutto in diagonale come un alfiere degli scacchi, dice di chiamarsi Jacob e d’essere stato un insegnante di matematica uno a cui piace scoprire gli enigmi della vita, come quello che porge all’ospite se è in grado di risolvere cosa si nasconde dietro la frase “quotidiano di gran formato” , la cui soluzione sarà il “gran”, il “pane” appunto. La donna impersonata con grande senso tattico da una sempre magnifica Ottavia Piccolo dice di chiamarsi Ingrid e d’essere realmente un’insegnante di storia, sfoderando tratti ambigui, mezze verità e movimenti che somigliano ad una torre degli scacchi che si muove per “segmenti” paralleli e rettilinei. Commettendo il solo sbaglio di telefonare a qualcuno perché venisse a prenderla, dando motivo all’uomo di capire che lei ha mentito, perché un trillo dell’apparecchio con la voce d’un centralinista gli chiederà le scuse per le tre ore in cui il telefono è rimasto guasto. Troppe effettivamente, visto che la donna è in quella casa da una quarantina di minuti. Ecco dunque ognuno uscire all’aperto, sfoderare i loro dossier, scoprire i loro veri nomi, le loro vite, capire che sia lui che lei si erano spiati a vicenda senza tuttavia mettere in luce chissà quali reati o colpe. L’enigma s’è sciolto e chissà se i due personaggi riusciranno a vivere finalmente in piena libertà senza più nessuno che controlli ciò che fanno o pensano.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online lunedì 13 febbraio 2017

 

foto di Umberto Favretto

 

al Vittorio Emanuele di Messina dal 31 gennaio al 2 febbraio 2017

Macbeth
di William Shakespeare
diretto e interpretato da Franco Branciaroli

con
Tommaso Cardarelli, Daniele Madde, Stefano Moretti, Livio Remuzzi,
Giovanni Battista Storti, Alfonso Veneroso

scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci Gigi Saccomandi

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Teatro de Gli Incamminati

Effettivamente gli sta bene la corona di re. Se n’è accorto pure lui, Franco Branciaroli, qualche anno fa nei panni pseudo folli dell’Enrico IV di Pirandello, adesso in quelli succubi del Macbeth di Shakespeare. Transitato quest’ultimo dal Vittorio Emanuele di Messina in una messinscena dello stesso Branciaroli che definirei scialba, senza mordente, giusto per tirare a campare e continuare a vivere facendo Teatro. Dimenticando completamente Branciaroli che il Macbeth è una tragedia dalle tinte fosche e rosse, dove il sangue si deve vedere-odorare-toccare Non basta averla fatta ri-vivere sempre in penombra, con tinte notturne, come se nelle due ore e mezzo di spettacolo l’Enel avesse decretato un calo dell’energia elettrica. Nella scalata al potere di Macbeth, è ovvio, gioca un ruolo importante la di lui moglie Lady Macbeth, invero glaciale quella di Valentina Violo, una mannequin quasi che indossa alla perfezione gli abiti rinascimentali, con tanto di coppolino in testa, disegnati da Gianluca Sbicca. Una Lady che si vede poco in scena, assumendo Branciaroli il ruolo di mattatore, gigioneggiando alla sua maniera, sfoderando i suoi toni di voce dai più bassi ai più alti. Scegliendo, come nelle tragedie greche, che tutti gli ammazzamenti e scannamenti dei personaggi, dal re Duncan a Banquo, non dovessero manifestarsi in scena davanti agli spettatori. Certamente i vari passi della tragedia vengono messi in evidenza: dalle tre streghe con stracci, maschere e lunghe barbe rossastre che qui si esprimono in un inglese sottotitolato, impersonate, così mi è parso, da figure maschili non ben identificate facenti parte del resto del cast. Non manca la missiva di Macbeth letta dalla Lady, in cui si dice che delle strane figure gli hanno vaticinato che sarà il nuovo “thane” di Cawdor e il futuro re di Scozia. Cariche che assumerà da lì a poco per volontà di quella macchina di morte che è Lady Macbeth, diventando il marito qualcuno da manipolare, da muovere come un pezzo di scacchi e vincere la partita. Ma se qualcuno dei nostri politici italici (Andreotti) amava dire che “il potere logora chi non ce l’ha”, qui nella tragedia shakespeariana avviene tutto il contrario, perché la virulenta coppia va via di testa. In primis comparendogli a Macbeth il fantasma di Banquo che nessun altro vede e poi facendo ammalare di sonnambulismo e quindi di pazzia la Lady che si suiciderà da lì a poco. Intanto Macbeth forte della profezia che morirà per mano di un “non nato di donna”, continua ad esercitare la sua tirannia, sconoscendo che Macduff (Fulvio Pepe), cui gli è stato ucciso moglie e figli, è nato da un parto cesareo e dunque sarà lui ad eliminare Macbeth, diventando Malcom (Tommaso Cardarelli) il nuovo re di Scozia. La traduzione porta l’alto nome di Agostino Lombardo, la scena su più piani era di Margherita Palli, le luci di Gigi Saccomandi e fra gli altri interpreti si notava la vigoria di Enzo Curcurù nel ruolo di Banquo, la fugace apparizione di Giovanni Battista Storti che era re Duncan , il Lennox di Livio Remuzzi e il Ross di Stefano Moretti.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 5 febbraio 2017

 

 

al Vittorio Emanuele di Messina dal 3 al 5 febbraio 2017

Delirio bizzarro
di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi

scene e costumi Cinzia Muscolino
scenotecnica Pierino Botto
disegno luci Roberto Bonaventura
aiuto regia Veronica Zito

collaborazione artistica Ivana Parisi, Simone Carullo, Giovanna La Maestra
e con la collaborazione
del Centro Diurno di Salute Mentale "Il Camelot", del Teatro Vittorio Emanuele e della "Casa del Con"

produzione Carullo-Minasi e La Corte Ospitale

I manicomi, si sa, erano diventati dei lager. Ecco perché nel 1978 grazie a “Psichiatria democratica” e a Franco Basaglia - autore fra l’altro d’un libro illuminante come “La maggioranza deviante” edito da Einaudi, cui collaborò pure la moglie Franca Ongaro - fu approvata la legge n.180 che imponeva la loro chiusura. O apertura se si vuole, visto che tutti i malati dovevano sloggiare dai loro capannoni. Fu davvero una rivoluzione nel settore sanitario, in parte incompleta perché alla chiusura non seguì subito la realizzazione delle strutture, i cosiddetti servizi di igiene mentale, utili a continuare a curare i malati. Sia come sia l’Italia ad oggi è l’unico paese ad avere abolito gli ospedali psichiatrici. Questo prologo mi serve ad introdurre Delirio bizzarro scritto-interpretato-diretto con garbo, ironia e lievità dalla coppia nostrana Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, che qui hanno i nomi di Sofia e Mimmo, frutto d’un lavoro di ricerca sul campo in un “Centro diurno di salute mentale” (identificabile all’interno dell’ex-manicomio di Messina diretto da Matteo Allone, nome ampiamente citato nella pièce) il cui progetto ha vinto il “Forever Young” ( capita spesso alla coppia di vincere dei premi prestigiosi per i loro spettacoli) quale sostegno alle compagnie teatrali italiane che esplorano i nuovi linguaggi contemporanei. La scena minimale di Cinzia Muscolino (suoi pure i costumi) è composta da pochi arredi attorno ad una bianca-piccola-sghemba casamatta che Sofia-Minasi chiama il “Castello”. Non quello kafkiano o in stile gotico come in alcune fiabe disneyane, piuttosto accostabile, nella mente dei due personaggini, a Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, in cui Mimmo-Carullo raffigura “il matto” dei tarocchi e Sofia-Minasi è il suo doppio, nel senso artaudiano, “la matta” appunto, che non c’è fra i tarocchi, ma è presente nelle carte siciliane con l’immagine del re di cuori. All’inizio è Sofia a muoversi con un piglio manageriale, pronta ad organizzare una recita e invitare persone appellandole per nome, ricevendo spesso sul cellulare le telefonate del dottor Allone che le dà delle dritte sanitarie e della garrula madre che vorrebbe si sposasse al più presto avendo già comprate le bomboniere raffiguranti dei vasetti con ficodindia. Mimmo è un “matto” tranquillo. Guarda le stelle, si fa le sigarette senza fumarle, pulisce le scarpe con la saliva sporcandosi le mani, va in bagno almeno quattro volte al giorno e pare sia andato di testa quando al liceo una compagna l’ha respinto. Adesso è lì, frequenta il centro perché gli piace mangiare, ascolta le telefonate di Sofia, la quale a sua volta lentamente svelerà i suoi trascorsi familiari, allorquando da bambina la madre la metteva nel letto a dormire con le sole mutandine assieme al padre, al fratello e il cugino e come alcuni episodi, che possiamo solo immaginare, l’abbiano segnata al punto da farla dormire poi con tutti i vestiti addosso. Si capisce così che anche Sofia ha avuto nel passato dei problemi psichiatrici, forse meno gravi di Mimmo, o che li stia superando trovando nel centro nuovi stimoli e nuovi impulsi di vita, un destino tuttavia che s’incrocia con quello di Mimmo. Rispetto ai lavori precedenti sembra che la drammaturgia di Carullo-Minasi, frutto di confronti e scambi con pazienti di strutture psichiatriche, queste sì davvero devianti rispetto ai malati, abbia subito un’influenza del teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli, lì dove in particolare le battute finali dell’uno vengono ripetute i modo ossessivo. Dico questo non in senso negativo, ma per affermare come Messina sia diventata una città in cui il Teatro cresce in modo autonomo senza più avere come referenti i vari Beckett, Pinter, Kafka. Un’ultima notazione. Per il tipo di pièce, Delirio bizzarro, era meglio metterlo in scena in uno spazio più piccolo come la Sala Laudamo e non al Vittorio Emanuele che ha un palcoscenico enorme e dispersivo.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online domenica 5 febbraio 2017

 

 

 

al Clan Off Teatro di Messina 28-29 gennaio 2017

Niño
scritto e diretto da Tino Caspanello

con
Cinzia Muscolino

produzione Teatro Pubblico Incanto

Cinzia Muscolino se ne sta seduta su una sedia di legno azzurra monologante per una cinquantina di minuti. Uno spot illumina il suo viso che muta di continuo: severo se parla del ricamo che deve essere preciso, pulito senza sbavature d’ambo i latti: sorridente quando le parole lambiscono i bambini che con devozione raccoglie per strada: incredulo quando un uomo straniero, nientemeno dell’Argentina, la vuole sposare per procura scegliendola tra tante altre ragazze. È una storia vera quella scritta e diretta da Tino Caspanello nel piccolo spazio del Clan Off Teatro di Messina, strapieno nella replica cui ho assisto con i ragazzi seduti per terra, titolata Niño ( bambino): una creatura che quella semplice donna d’un paese siciliano del secondo dopoguerra, non avrà mai, avendolo tra le braccia solo per poco tempo, allorquando la nave sta per approdare a Buenos Aires e qualcuno le mette in braccio un involucro con dentro un neonato. Il promesso sposo, visto solo una volta al paese durante una breve vacanza e che adesso è lì sul molo per poterla abbracciate, pensa che quel bambino possa essere della donna e ha una reazione di rigetto nei suoi confronti, senza tuttavia esimersi dal consumare da lì a poco ciò che crede possa essere di suo possesso. Non si sa che fine fa il bambino, né dove è andato a finire lo sposo, né Caspanello ce lo dice, come nel suo stile minimalista diretto a far pensare allo spettatore ciò che vuole. Fatto è che ora quella donna dall’ampia gonna a fiori, con i capelli corti e neri a maschietto e con in mano l’abito bianco da sposa ricavato da un vecchio paracadute, se ne sta lì su quella sedia azzurra, diventata tutto il suo mondo, a raccontare con gli occhi lucidi la sua vera storia vissuta negli anni ’50 del secolo scorso e venuta alla luce solo dopo la sua morte. La canzone il lingua spagnola in chiusura di spettacolo fa pensare che la donna sia rimasta in Argentina senza fare più ritorno al suo paesello, protagonista tuttavia d’una piccola storia trasognata, metafisica tout court, in cui il desiderio d’una vita nova e la speranza d’un radicale cambiamento si sono infrante con i pregiudizi e l’ignoranza di chi le è stato accanto.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online mercoledì 1 febbraio 2017

 

 

Teatro Brancati di Catania dal 5 al 22 gennaio 2017

Ccu i 'nguanti gialli
(Con i guanti gialli)
di Luigi Pirandello
regia Turi Giordano

scene Susanna Messina
costumi Sorelle Rinaldi

con
Miko Magistro, Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci, Evelyn Famà, Maria Rita Sgarlato
Antonio Castro, Claudio Musumeci, Luigi Nicotra, Gianni Sineri, Giovanni Strano

Il giorno del matrimonio per consuetudine è un giorno di festa. Sia per i parenti dello sposo che della sposa. Durante il quale si chiariscono o vengono a galla fraintendimenti, inimicizie e verità nascoste. Situazioni ben manifeste nella novella di Pirandello Tutto per bene (1906), diventata 14 anni dopo un dramma con lo stesso titolo, tramutato nel 1921 in Ccu i 'nguanti gialli (Con i guanti gialli) dai chiari accenti dialettali girgentini, che Angelo Musco metterà in scena subito dopo. Si chiarisce che la nonna della sposa, Donna Sabbedda Mammamìa vedova Clarino, pacchianamente vestita da Margherita Mignemi con i costumi delle sorelle Rinaldi in compagnia dell’affettato e annoiato figlio Cocò (Luigi Nicotra), giunti ahi loro con un giorno in ritardo rispetto alla cerimonia nuziale, è una perfetta sconosciuta per la nipote Parma Teri (Evelyn Famà), che tuttavia accetterà con esagerata cortesia il regalo del gioiello chiuso in un astuccio. Vengono a galla rapporti rancorosi tra la vecchiarda nonna e suo genero, Don Masino Teri, cui Miko Magistro chiuso nel suo nero abito conferirà una indelebile prova d’attore, forse la sua migliore interpretazione che, per tutti i tre atti dello spettacolo al Brancati di Catania, vivrà un evidente status di disagio e di sofferta condizione, perché convinto che la sposa sia la sua vera figlia, mentre tutti gli altri, compreso lo sposo, il marchesino Fraviu Lanzara (Claudio Musumeci), il suo amico Baruneddu (Giovanni Strano) e soprattutto il Commendatore Saru Nicosia ( Riccardo Maria Tarci) un lestofante dall’aspetto signorile che ha fatto carriera in politica, sono convinti che quella creatura in abito bianco sia figlia di quest’ultimo. Sapremo dagli astanti che la figlia di Donna Sabbedda, maritata con Don Masino, è morta tre anni dopo il loro matrimonio e che dalla loro breve unione è nata una bambina, appunto Parma, cresciuta, viziata, coccolata in modo paterno dal Commendatore Nicosia, notoriamente amante della moglie di Don Masino e suo benefattore al punto da ricevere riconoscimenti tangibili nel suo iter lavorativo, diventando addirittura capo archivista di prefettura. Insomma tutti sanno che Don Masino è cornuto-contento, l’unico a non saperlo è proprio lui. Lui che amorevolmente e devotamente per sedici anni, tutti i giorni con qualunque tempo, porta al cimitero fiori per la moglie, per giunta trattato con disprezzo e isolato da parenti e amici, compresa la figlia che ad un tratto gli rivelerà, come cosa nota, il tradimento della madre. Nella testa di Don Masino questa verità ha l’effetto d’una bomba, d’una tempesta adrenalinica che gli pervade il corpo e l’anima. Deve reagire, vendicarsi in qualche modo. Intanto andando a trovare nottetempo a casa sua il Nicosia, spiattellargli la tresca con la moglie, l’amicizia tradita, l’appropriazione di sua figlia, prendendolo a più riprese per la pettorina non andando più oltre. Poi gli intima di far venire in quella casa al più presto i novelli sposi per delle importanti rivelazioni. Che non riguardano più i tradimenti dei due amanti, ma l’accusa verso il Nicosia d’essere un ladro, non solo del suo onore ma anche d’essersi impossessato d’un testamento della moglie unica beneficiaria di notevoli ricchezze lasciatele da un tale barone Mennula. A questo punto la Parma di Evelyn Famà, che dimostra d’essere un’attrice di grande temperamento, capisce d’essere stata allevata da un farabutto approfittatore, d’essere stata per tanti anni con gli occhi bendati, lontana da quel padre al quale si sente d’appartenere e che le ha sempre voluto bene, un vero galantuomo che s’è sempre comportato tuttu ccu versu e ccu manera… ( tutto per bene e con maniera) e Ccu i 'nguanti gialli. Si faceva notare la si-donna Pippinedda di Maria Rita Sgarlato e sfuggenti erano le apparizioni dei camerieri Antonio Castro e Gianni Sineri. Scena quasi sempre la stessa di Susanna Messina ( un salone con vetrata semicircolare che talvolta si colorava d’azzurro o di rosa con le stesse poltroncine colore corda che subivano vari spostamenti nei tre atti). Eccellente la regia di Turi Giordano rivolta in particolare perché i protagonisti fossero veri nei loro caratteri, tanto da far emozionare parecchi spettatori che uscivano dal teatro con gli occhi umidi e arrossati.
Gigi Giacobbe


Articolo pubblicato su Sipario online giovedì 15 gennaio 2017


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